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mercoledì 30 novembre 2011

La Morte e il Comunista d'Unità Proletaria

And I can take or leave it, if I please.

In Italia – in realtà sui giornali italiani, e nelle chiacchiere dei pochi che ancora li sfogliano – si tende a usare con molta libertà il termine “radical chic”, quasi sempre a sproposito. In realtà è una bella espressione, con una storia interessante dietro (vedi Bordone), però a un certo punto Feltri l'ha trovata in un cassetto della scrivania di Montanelli e adesso non ce ne liberiamo più, ormai mio padre, artigiano autoriparatore, se la sera al circolo Acli tira fuori una battuta su Berlusconi rischia forte di sentirsi dare del radical chic – capisco io col mio sontuoso stipendio di statale, ma mio padre radical chic insomma davvero no.

Detto questo, il radical chic è esistito, anche in Italia. Non lo coltivavano gli autoriparatori, né gli insegnanti statali: era gente che se la passava un po' meglio, possiamo anzi concludere che se la siano spassata abbastanza. Se avessimo a disposizione soltanto dieci righe per descriverli, forse quelle righe le ha scritte Simonetta Fiori ieri, siringando molta, troppa, ironia (involontaria?) in un pezzo che era oggettivamente difficile da scrivere: il resoconto della morte di Lucio Magri, come lo hanno vissuto nella sua casa i suoi amici distanti. In teoria, una situazione agghiacciante. E invece leggete:

A casa di Lucio Magri, in attesa della telefonata decisiva. È tutto in ordine, in piazza del Grillo, nel cuore della Roma papalina e misteriosa, a due passi dalla magione dove morì Guttuso, pittore amatissimo ma anche avversario sentimentale. Niente sembra fuori posto, il parquet chiaro, i divani bianchi, i libri sulla scrivania Impero, la collezione del Manifesto vicina a quella dei fascicoli di cucina, si sa che Lucio è un cuoco raffinato. Intorno al tavolo di legno chiaro siede la sua famiglia allargata, Famiano Crucianelli e Filippo Maone, amici sin dai tempi del Manifesto, Luciana Castellina, compagna di sentimenti e di politica per un quarto di secolo. No, Valentino non c'è, Valentino Parlato lo stiamo cercando, ma presto ci raggiungerà. In cucina Lalla, la cameriera sudamericana, prepara il Martini con cura, il bicchiere giusto, quello a cono, con la scorza di limone. Cosa stiamo aspettando? Che qualcuno telefoni, e ci dica che Lucio non c'è più.

La Roma papalina, il parquet chiaro, la scrivania impero, la scorza di limone, i divani bianchi, la cameriera sudamericana, il bicchiere a cono, il Manifesto che è (sublime dettaglio) “collezione” e come tale ben merita di essere accostato ai fascicoli di cucina, io che non so cosa pensare. Cosa stai facendo, Simonetta Fiori? Sei imbarazzata, come i bambini ai funerali, che non sanno dove guardare e cominciano a fissare ogni dettaglio? Oppure lo stai facendo apposta: ci tieni a far notare che Magri, già fondatore del Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, sarà anche stato depresso, ma aveva ancora la possibilità di farsi mescere dei Martini come si deve? Cosa mi vuoi dire, esattamente?

Che non è vero che era depresso, cioè era depresso allo stesso modo in cui poteva definirsi Proletario per il Comunismo uno che si fa servire il Martini nel bicchiere a cono dalla cameriera sudamericana: uno che da giovane fregava o si faceva fregare le ragazze da Guttuso, uno che nell'Italia fervida dei '60-'70 si è inventato il mestiere di rivoluzionario parlamentare e gli è andata, diciamolo, alla grande? Ma se capisco così, ovviamente, è tutta colpa mia; tu sei soltanto una lucida cronista.

Io a volte ci penso, al suicidio. In un modo abbastanza astratto, ancora, però ci ho sempre pensato. Soffro di una forma molto fisica di vertigine; ogni volta che mi sporgo da un balcone il flusso di sangue nei capillari mi dà una specie di botta. È sempre stato così fin da bambino, e la mia camera dava su un balcone. Secondo me suicidarsi non è un diritto, è qualcosa che viene addirittura prima del diritto: è una possibilità che ti porti con te per tutta la vita, al di là del fatto che la società te la riconosca o no. È un balcone che dà sulla tua stanza per tutta la vita: ogni giorno che vivi, hai deciso di viverlo, hai scartato l'alternativa. Può darsi che tu sia un asociale se vuoi suicidarti; può darsi che le tue ragioni (“sono depresso”) siano solo scuse; non importa. In realtà non dovresti nemmeno cercare delle scuse. Il mio suicida ideale non chiede scusa a nessuno e non vuole le scuse di nessuno. Il mio suicida ideale non si suicida perché soffre, o è depresso, o frustrato: si suicida perché ne ha voglia, si suicida perché può. Prima della società, coi suoi doveri e i suoi diritti, c'è il corpo, e il corpo è tuo. Devono metterti in una cella, toglierti la cintura, limarti le unghie, nutrirti a forza: a quel punto forse il corpo smette di essere tuo.

Di solito quando pensavo al suicidio pensavo a queste cose, molto astratte come si vede. Invece ultimamente mi è capitato di pensarci più concretamente – non preoccuparti mamma – per via che guardo troppi telegiornali e insistono molto sul fatto che io a settanta, forse anche settantacinque anni, dovrei essere ancora sul mio luogo di lavoro. Io poi lo amo il mio lavoro, e un giorno forse chissà, il mio amore mi corrisponderà – però onestamente, pensare di essere ancora lì tra quarant'anni, con marmocchi dotati della stessa energia, ma meno decifrabili, i nipoti di quelli che ho adesso – uno comincia a fare pensieri molto più concreti, del tipo: è meglio alla tempia o in bocca, la rivoltella? E dove me la procuro? Ma posso ottenere un porto d'armi se ho fatto obiezione di coscienza... e così via. Credo sia così per molti; credo che la questione generazionale, in Italia, potrebbe risolversi con un'epidemia di suicidi grosso modo verso il 2040.

Di fronte a questi pensieri un po' tetri e troppo prosaici, la figura di Lucio Magri, che prima ci pensa, poi va in Svizzera, ne discute, poi torna a casa, ne parla con gli amici (la cameriera serve da bere), poi torna in Svizzera (altre due volte), e gli amici intanto aspettano... la figura di Lucio Magri in questo cupo teatro d'ombre svolazza come una silhouette settecentesca, con una leggerezza che davvero non è più di questi tempi. Si capisce che ha avuto una vita bella, piena di ideali che poi sono falliti ma è quello che capita più o meno sempre; ricca di amici coi quali ha fondato il Manifesto, il PDUP per il Socialismo, DP, il Movimento poi Partito della Rifondazione Comunista, il Movimento dei Comunisti Unitari... E in mezzo a tutto questo viveva in una bella casa, con mobili chiari, tenuta sempre in ordine; una bella compagna che gli faceva pure il bancomat, e che un giorno se n'è andata, e da quel giorno la vita ha perso il senso: come forse è giusto che sia a 79 anni. E così Simonetta Fiori forse tu non volevi scrivermelo, ma io ho capito esattamente questo: il suicidio assistito è un lusso, roba da Svizzera, roba radical chic, insomma. In Italia continueremo a discuterne per anni, diritto o non diritto – come se davvero uno Stato, una società, possano costringerci a vivere se non ne abbiamo più voglia. Alla fine sarà come l'aborto, un orrendo delitto che non vorrebbero assolutamente farci commettere - soprattutto in un ospedale di Stato, a spese dello Stato: con tutte quelle belle cliniche private che ci sono: dalla Svizzera in giù.

domenica 27 novembre 2011

Cinguettami questo

Contra Laconicos
(pezzo lungo e se ne vanta)

È stata una settimana qualsiasi su Twitter, il popolare servizio di messaggistica via internet. Domenica scorsa un giornalista italo-niuorchese, uno di quelli che praticamente c'era quando Al Gore inventava l'internet, ha lanciato un meme che è diventato subito popolarissimo: scrivere i nomi di tutti gli scrittori sopravvalutati, per esempio lui trova che Borges sia sopravvalutato. Da cui si vede la superiorità di twitter su qualsiasi altro social network o ambiente in rete: per dire, io se scrivessi su un blog che Borges è sopravvalutato (sì, io sarei abbastanza deficiente da farlo, qui per esempio ho stroncato Montale), per dare un senso alla cosa dovrei dilungarmi per migliaia di battute, e comunque mi scannereste nei commenti. Se lo facessi su un forum, o anche su quella amena palude che è Facebook, partirebbe subito un flame che avrebbe i caratteri della disputa medievale, qualche futuro studioso potrebbe persino trovarci qualcosa di interessante. Insomma, non importa quanto sia superficiale un'affermazione: la possibilità di scavarci sotto e trovare cose interessanti su internet c'è, lo spazio non manca mai.

Manca solo su Twitter, l'unico vero spazio angusto della rete. Come gli ascensori, che però non è che siano stati progettati bassi e stretti così è più facile scambiarvi banalità cogli sconosciuti. La limitazione la impone la natura, la maledetta forza di gravità, fosse per gli architetti loro gli ascensori li farebbero enormi. Invece gli architetti di twitter lo hanno progettato piccolo apposta; è forse il primo vero consapevole passo indietro della comunicazione via internet. Una televisione che ha deciso di tornare al canale unico, una radio che manda solo impulsi morse; twitter ti costringe a sbrigarti in 140 caratteri, e quindi niente spiegazioni: Borges è sopravvalutato, punto. Sono in superficie e ci resto. Anche le modalità di reazione sono deliberatamente limitate e superficiali: certo, puoi sempre replicare “kazzo dici? Borges é grandissimissimo”, ma la tua replica se la legge soltanto il destinatario (dai duecento followers in poi probabilmente non se ne accorge nemmeno).

L'unica vera modalità di reazione che twitter consente e facilità è l'emulazione, per cui nel giro di poche ore ti ritrovi a video centinaia di cinguettii di sconosciuti che ti informano che Umberto Eco e Marcel Proust sono autori sopravvalutati, mentre il giornalista tutto allegro stila la classifica. Lui è uno di quelli che ci tiene molto a mettere sempre il nome e il cognome, secondo lui tutti su internet dovrebbero mettere sempre il nome e cognome, così per esempio i posteri sapranno lui come si passava la domenica pomeriggio: stilando classifiche di scrittori sopravvalutati da un campione casuale di utenti di twitter anche loro con niente di meglio da fare la domenica pomeriggio. (Noto qui en passant che "follower" in italiano si potrebbe benissimo tradurre con "seguace": per una volta che abbiamo una parola chiara, suggestiva, ancora più breve dell'originale... non sarebbe così male usarla).

Durante la settimana sono successe tante altre cose interessanti, per esempio a un certo punto un esponente della Lega Nord, intervistato sull'esistenza della Padania, ha citato come prova dell'esistenza della suddetta denominazione geografica l'esistenza di un formaggio chiamato “Grana Padano”. L'esempio è effettivamente interessante, perché segnala un problema: la parola “Padania” esiste. Non è che per far dispetto ai leghisti – detestabili quanto si vuole – possiamo negare l'evidenza: esiste l'aggettivo “padano, -a”, esiste il nome proprio “Padania”: esistevano anche prima che Maroni e Bossi se ne impadronissero a scopo propaganda (storpiando anche l'accento). Affermare che la Padania non esiste, trasformare quelle tre sillabe male accentate in un tabù, è un paradosso linguistico che alla fine fa soltanto il gioco dei leghisti, che non vedono l'ora di recitare la parte della minoranza perseguitata nel nome di una patria rimossa financo nel vocabolario. Su tutto questo mi sono dilungato altre volte, per mille e più battute, del resto si sa come eravamo noi blog: inutilmente verbosi. Invece adesso c'è Twitter.

E su Twitter è tutto più facile. Un leghista cita come prova dell'esistenza di una nazione un formaggio? Divertente! Copiamo la battuta. È stato il meme più seguito di venerdì: la Catalogna esiste perché esiste la crema catalana, la Savoia per via dei savoiardi, eccetera. Divertenti, no? Ecco, appunto, no.

Poi per carità, l'umorismo è soggettivo, ma date un'occhiata a una raccolta qualsiasi, come questa, delle “battute più simpatiche che imperversano su twitter”, e ditemi che senso possa avere “simpatiche”, a parte “bruttine che s'impegnano, ma invano”. Però magari finché stavano nello stream di twitter sembravano davvero divertenti. In effetti il meccanismo dell'umorismo di twitter è assolutamente primitivo: è lo stesso che sfrutta il comico che dopo averti scaldato con qualche battuta davvero buona riesce a farti sganasciare per un'altra mezz'ora con materiale di scarto: la reiterazione ossessiva, nel soggetto ben disposto, è esilarante in sé. Insomma twitter fabbrica tormentoni. Non solo, ma ti dà anche la soddisfazione di partecipare: alla centesima battuta costruita sullo stesso meccanismo, anche tu che sei un cretino ce la fai a scrivere che Gorgonzola esiste per via dell'omonimo formaggio: e non importa che non abbia un senso, la gente riderà comunque, la gente sta ridendo da prima, oppure ha smesso di ridere ma nessuno se ne è accorto; twitter è un Drive In di Ricci senza silicone ma soprattutto senza risate finte.

Sul serio, le ha tozzissime. Non vi immaginate il calvario.
Poi in settimana sono successe altre cose ugualmente divertenti, io non è che le abbia seguite tutte. Per esempio è successo che Scilipoti abbia fatto un errore di battitura, ma devo dire che ne faccio spesso anch'io d'imbarazzanti, perché credo di condividere con Scilipoti un difetto strutturale che non ci rende veramente adatti alla contemporaneità: le dita tozze. Così per esempio Scilipoti voleva scrivere “futuro” e ha scritto “fututo”, noterete che la t e la r sono proprio attaccate, insomma succede. E non è un problema; su qualsiasi altro servizio on line ci si può rapidamente correggere.

Su Twitter no.

Per cui capirete, che se Scilipoti pesta con un dito un tasto sbagliato, Twitter non glielo può assolutamente perdonare, e “fututo” diventa subito un fantastico, divertentissimo meme, che nella mia fantasia di portatore di dita tozze va a identificare quelle persone che nella vita reale si sganasciano se inciampi e cadi, e dopo tre anni t'incontrano ancora te lo raccontano, di quella volta che avevi fretta e sei inciampato e caduto, ah ah ah, ma quanto è buffo Scilipoti che scrive “fututo” - te lo scrive gente con dita affusolatissime che non riesce più a mettere la punteggiatura, ma del resto è Twitter, non vorrai mica stare a guardare.

Che altro? Ieri era contemporaneamente (come sempre) sia il Buy nothing day sia il giorno della Colletta Alimentare. Io avevo perso di vista da anni entrambe le iniziative, ma Twitter me le ha rammentate, con tutto il codazzo di polemiche e altre cose su cui senz'altro ho scritto migliaia di anni fa, non voglio nemmeno andare a cercare, del resto se sono vecchio è un problema mio, è giusto che altri si mettano a parlare delle stesse cose.

Però adesso lo fanno su Twitter, e su Twitter tutto è più rapido, scanzonato! A un certo punto Wu Ming ha fatto presente che dietro la Colletta Alimentare ci sono Comunione e Liberazione e Compagnia delle Opere. Subito è scattato l'allarme: Wu Ming boicotta la Colletta Alimentare! E i poveri li sfamiamo a copie invendute di Manituana? Coi Wu Ming pazienti a spiegarsi, però su twitter ogni spiegazione è un rivolo che cola via. Finché qualcuno non ha tirato la botta, che sicuramente i Wu Ming non potevano aspettarsi: siete venduti a Mondadori. Ecco, questa è stata la mia settimana su Twitter.

La settimana in cui – per una pura coincidenza, che si chiama Fiorello – Twitter è definitivamente entrato nel mainstream italiano, per cui tutto questo da qui in poi sarà la norma: Repubblica e Corriere i ragguaglieranno in tempo reale sull'ultimo errore di battitura di politico buffo che impazza sulla rete e scatena migliaia di divertentissime scimmiottate. E io ho sempre più nostalgia di Second Life, del 2006, di quando il futuro di internet era un brutto sfondo 3d dove dovevi lavorare sodo e guadagnare anche solo per permetterti un pene decente. Perché almeno quelli che ti dicevano che Second Life era il futuro di solito li vedevi sparire nelle loro stanze per qualche settimana; non ti si piazzavano al monitor coi loro assiomi di saggezza scartati dai baci perugina; non ti tiravano cancelletti con l'aria di chi ha finalmente trovato la battuta del secolo senza perdere tempo a informarti di cosa sta parlando; non si materializzavano dal Nulla per informarti che Dickens è sopravvalutato. Non ti rovinavano il caffè col loro umorismo da pulmino dalle medie, identificandosi come gli stessi che imparavano a memoria ogni battuta della Gialappa e non vedevano l'ora di ripetertela, costringendo tu stesso a guardare la Gialappa per cercare di capire cosa ci fosse di divertente, i momenti esatti in cui ridere, e perché. Ma sul serio perché non ve ne tornate tutti su un atollo di Second Life, vi fate un'orgia, e poi se qualcuno inciampa sul predellino di un motoscafo sai le risate, ecco, uno può farsi un avatar a forma di Scilipoti e giù tutti a ridere! È divertente! Un altro invece può fabbricare un cippo di marmo a forma di Borges e i giornalisti famosi italoniuorchesi possono farsi un avatar di barboncino e andarci a fare i bisognini, ecco, io preferirei.

Io me ne resto qui, a scrivere lenzuolate di roba che nessuno vi costringe a leggere, a scavare sotto qualsiasi minchiata che mi capiti di incontrare in superficie. Sono fatto così. Non è che non ami la sintesi, in alcuni la invidio proprio: in La Rochefoucauld per esempio, non nel primo bimbominchia italiano o niuorchese che mi tira un cancelletto.

giovedì 24 novembre 2011

Potrebbe piovere

A questo punto io sarei anche stanco di vivere sul promontorio delle catastrofi, sempre a scrutare l'orizzonte in attesa di barbari che arriveranno appena mi volto. Sono snervanti, le decadenze, non finiscono mai e coi posteri ci fai comunque brutta figura. Comunque già che sono qui, ecco le mie previsioni da Ezechiele presbite. I profeti in generale sono presbiti, non badano ai dettagli, stringono gli occhi finché non vedono soltanto chiazze di colore. Come fanno a indovinare? Hanno un trucco: scrivono tutte le ipotesi che vengono loro in mente, più sono meglio è. Una almeno l'azzeccheranno. Le altre nessuno se le ricorderà.

Chi vince nel 2013 vince "tutto"
La legislatura ha come termine naturale la primavera del 2013; l'Euro e l'Unione Europea potrebbero anche durare di meno. Per una coincidenza fortuita e rischiosa che dovrebbe capitare ogni vent'anni e invece si è verificata già cinque anni fa, nel 2013 scade anche il mandato di Napolitano. Non so esattamente (qualcuno lo sa?) cosa preveda la Costituzione, ma nel 2006 lo stesso Napolitano fu nominato da un parlamento appena insediato. È lecito quindi supporre che nel 2013 succeda la stessa cosa: prima si va alle urne, poi chi vince nomina il Presidente. Quindi chi vince nel 2013 vince tutto – ammesso che nel piatto sia rimasto un granché da vincere. In realtà, comunque vadano le cose, è improbabile che il futuro presidente possa provenire dall'area del PD: sono già riusciti a piazzare Napolitano, col senno del poi è stato un exploit fantastico (considerato che quelle elezioni le avevano praticamente pareggiate). Non solo, ma prima di Napolitano sul colle c'era un laico, Ciampi. A questo punto è chiaro che i cattolici reclameranno il posto, e considerata la loro centralità sarà molto difficile negarglielo. L'unico problema è trovarne uno abbastanza pulito (Pisanu?), cosa non semplice quando un monopolista dei ventilatori dispone del quantitativo necessario di merda: Casini è avvisato. Piuttosto è Monti ha buone carte da giocarsi, come il cursus honoris di Ciampi dimostra. Quanto ai piddini papabili, probabilmente loro si sono già segnati la primavera del 2020 su google calendar; per allora D'Alema avrà 70 anni, Veltroni pochi di meno... sarà l'ultima sfida, ma vien voglia di controllare se per caso non c'è un meteorite che impatta prima.

Restiamo al 2013: come ci arriviamo?
Fermo restando che un meteorite, una farfalla in Brasile, ma più probabilmente Angela Merkel in Germania possono fare e disfare in qualsiasi momento il nostro destino... proviamo a indovinare come andrà a finire il governo Monti. Il suo margine d'intervento è abbastanza ristretto: l'opinione condivisa è che profitterà della sua natura tecnica per chiedere sacrifici sia a destra e a sinistra; banalizzando (stringendo gli occhi): i berlusconiani dovranno mandare giù la patrimoniale, i bersaniani la fine dello stato sociale come lo conoscono (pensioni di anzianità, cassa integrazione, eccetera). Questo è il patto sottaciuto – non perché sia segreto, anzi è davanti agli occhi di tutti. La cosa interessante è capire chi lo rispetterà, o meglio: chi tradirà per primo.

Sulla base di nessun dato, ma semplicemente per il mio viscerale antiberlusconesimo, io dico Berlusconi. Lui ha il killer istinct, lui vuole e deve vincere (per la gloria, per salvare la famiglia) gli altri stanno sempre a pensare ad altro, come ad es. il bene del Paese. È anche vero che Berlusconi è una variabile indipendente, nel senso che è matto. Ma non è vero che i matti siano così imprevedibili, specie quando sono soggetti a fissazioni. Inoltre negli ultimi mesi lo abbiamo visto sotto stress, costretto in un ruolo istituzionale che non gli piace, sorvegliato a vista e probabilmente impossibilitato a sfogarsi come si deve. Ma chissà che una bella dormita, un beverone e un bunga-bunga fatto bene non ci restituiscano il combattente che conosciamo.

Berlusconi, dunque, con le corazzate mediaset, le teste di ponte in rai che a riallinearsi ci metterebbero comunque un po', e l'artiglieria in Senato puntata sul governo Monti, Berlusconi se ha ancora voglia di combattere cosa deve fare? Mantenere in vita il governo Monti fino all'esatto momento in cui avrà rimontato nei sondaggi. Nel frattempo, vai di microcriminalità al telegiornale (si è già registrata una certa recrudescenza delle rapine a mano armata). Ci saranno momenti anche paradossali, per esempio probabilmente Berlusconi farà votare ai suoi la patrimoniale e il giorno dopo farà cadere il governo e farà campagna elettorale contro la patrimoniale; è capacissimo di farlo, e lì il problema non è tanto la follia sua, quanto quella dei suoi elettori. Dopodiché chissà, magari perderà comunque, ma più per anzianità che per altro: Alfano come delfino non sembra quel mostro di carisma. Però a quel punto contro chi perderebbe? Contro un neo-CLN antiberlusconiano? Non credo che gli elettori sarebbero entusiasti, ma in quel caso il ticket più probabile sarebbe Bersani a palazzo Chigi e Casini al Quirinale, urge spolverare il lemma “cattocomunista”.

Un altro scenario è che i parlamentari berlusconiani, invece di far saltare il governo Monti in un momento qualsiasi da qui al 2013, riescano a sequestrarlo, imponendo un programma più destrorso che sinistrorso: una patrimoniale solo di nome e una riforma del lavoro che umili Bersani. A questo punto nel 2013 il “PDL” (che comunque non si chiamerà più così) potrebbe addirittura candidare Alfano al governo e Monti al Colle, con Berlusconi jolly che si tiene le sue aziende e scambia una sua uscita dalla scena politica con la sostanziale impunità per tutto quello che lui e i suoi hanno commesso. La sinistra a quel punto sarebbe probabilmente divisa tra massimalisti (Vendola più gli ex bersaniani delusi) e centristi (Renzi o un simil-Renzi che cerchi di rubare voti a Casini, o addirittura alleato con Casini: adesso sembra strano, ma tra un paio di anni chissà).

Dopodiché, ripeto, può succedere di tutto. Ad esempio: un processo qualsiasi di quelli che ancora coinvolgono B, e ai quali ora avrà molte meno ragioni di non presentarsi. Ad esempio: Beppe Grillo. Le cavallette. L'eruzione del Vesuvio. L'uscita dell'Italia dall'Euro, prospettiva che faccio fatica a visualizzare: l'unica cosa che mi viene in mente è una specie di Cuba con gli euro tedeschi al posto dei dollari americani e i puttanieri tedeschi al posto dei puttanieri italiani, e la pizzica al posto della salsa – e ditemi dov'è la nostra Miami che io sto già pensando a dove gonfiare il canotto.

(Poi ci sono anche le ipotesi ottimistiche, ma le tengo per me. Scaramanzie).

martedì 22 novembre 2011

Cecilia vuole silenzio

Oggi è la sua festa, la festa dei cantori e dei musicanti, che tutto l'anno se le cantano e se le suonano, e oggi magari potrebbero festeggiare facendo un po' di silenzio, no?


Che magari lei vuole solo dormire. (Cecilia, you're breaking my heart si legge sul Post, ovviamente, l'unico magazine on line con Paul Simon titolista).

domenica 20 novembre 2011

Il grande discorso che non ascolteremo

Sempre a proposito di scrittori mediocri: Ferrara si è arrabbiato. Ferrara ha scoperto che intorno a Berlusconi c'è una classe dirigente penosa. Nel 2011. Se n'è accorto. Perché hanno stracciato il discorsetto che aveva preparato per Berlusconi alla Camera, chissà quale capolavoro ci hanno impedito di ascoltare. E lui si è arrabbiato. Con chi? Con Gianni Letta? No, macché.


Con Sandro Bondi. Le vere eminenze grigie dietro Berlisconi devono avergli detto "lascia perdere il panzone, si è intestardito con questa idea delle elezioni in inverno che non convengono davvero a nessuno", e Ferrara con chi va a prendersela? Con Sandro Bondi. Come il servo bastonato che esce nell'aja e molla due calci al cagnolino, siamo a questi livelli, popolo delle Libertà.

E io ci ho scritto una teoria sull'Unità, ed è la Teoria Numero Cento! Sempre a proposito di scrittori mediocri (ma costanti).
(Si commenta laggiù).

venerdì 18 novembre 2011

Il peggior scrittore del secolo

e ADESSO chi è la più bella del reame, eh?
Come? Non ti sento bene, scusa.
Non di questo, del secolo VI. Un secolo in cui probabilmente in Europa sapevano leggere in cinquecento e scrivere in quindici - comunque si aggiudica il trofeo San Gregorio da Tours, di cui si leggono mirabilie sul Post. Quella nell'immagine invece è una bis-bis-bis-nonna di Cenerentola, giuro.

mercoledì 16 novembre 2011

Vota Chtulhu

La badante e i professori
Anch'io sono tra quelli che hanno trovato sconvolgente l'articolo del Corriere in cui Federico Fubini e Danilo Taino hanno proposto di far votare i genitori anche per i loro figli, o di “rafforzare” il voto dei giovani (“permettiamo che quella di un ventenne conti magari 1,2, e di un trentenne almeno 1,1)”. Ma non per il crimine di lesa democrazia, che i due praticano solo a livello teorico (c'è gente che infierisce sulla moribonda con coltelli molto meno metaforici). Non sono un feticista della democrazia: è un sistema, ha i suoi difetti. Da nessuna parte è scritto che una maggioranza sappia individuare i problemi prioritari e risolverli meglio di una minoranza.

Certo, in generale è lecito pensare che ognuno capisca ciò che è bene per sé, e che quindi una maggioranza sappia agire perlomeno per il bene della maggioranza: e tuttavia questa, come tante altre belle e semplici idee occidentali, ha il difetto non piccolo di funzionare soltanto postulando uno sviluppo illimitato e risorse altrettanto illimitate. Così in certe brutte giornate mi sorprendo a pensare che la democrazia sia la principale colpevole del riscaldamento globale: è solo Lei ad avere concreta necessità di massificare il benessere, e a distribuire alla maggioranza luce acqua gas e benzina: se avessero vinto i nazisti probabilmente avrebbero schiavizzato la maggioranza della popolazione mondiale, con una conseguente contrazione dei consumi, della concorrenza e della produzione: oggi saremmo magari due o tre miliardi in meno e non ci sarebbe tutto questo inquinamento (non ci sarei però nemmeno io, quindi preferisco tenermi l'inquinamento).

Così, man mano che l'umanità procede verso la catastrofe (e io spero di sbagliarmi, ma sono sempre di quella generazione che a scuola si è vista The Day After, io sin da cucciolo sono stato addestrato a puntare il naso al primo vago lezzo di catastrofe) trovo inevitabile che la democrazia venga messa in discussione, e si richiamino i “tecnici”, di cui finalmente saggeremo la tecnica. Se poi parliamo di Monti, egli è ancora molto lontano dalla mia idea di cavaliere dell'Apocalisse; però per esempio non credo che la Cina diventerà nei tempi brevi una democrazia, e forse nemmeno lo spero: forse l'unica speranza per tutti noi sette miliardi è la politica del figlio unico del governo cinese, ma credo che solo una tirannide tecnocratica possa imporla. Non credo che usciremo democratici dal ventunesimo secolo (la maggior parte di noi non ne uscirà comunque, certo): perlomeno chi avrà la dubbia fortuna di discendere da noi non manterrà questa fiducia acritica nella democrazia, che è un sistema fantastico quando devi amministrare un'economia in espansione, non quando devi razionare acqua e benzina. Queste cose avrei potuto scriverle in qualsiasi momento degli ultimi dieci anni, ma forse non avevo il coraggio.

Poi negli ultimi giorni improvvisamente la democrazia è stata messa in discussione da Gramellini sulla Stampa, e ora da due prestigiosi studiosi sul Corriere. Cosa sta succedendo? Credo sia un banale effetto ottico del crepuscolo del berlusconismo (per quanto illusorio che sia): è giunto il momento delle monetine e tutti si domandano com'è possibile che ci siamo tenuti un tipo del genere per diciassette anni – che razza di sistema politico sia quello che consente a un pagliaccio simile di governare, o meglio, di impedire a qualche altra persona seria di farlo? Si chiama democrazia? Deve avere qualche grosso difetto.

E in effetti ne ha, e sopra ho descritto quello che ritengo il peggiore: la democrazia persegue il bene dei più, fino a esaurimento delle risorse e conseguenti probabili catastrofi. Però Berlusconi non è un difetto della democrazia, così come un baro non è un difetto del poker: è uno che a poker non ci deve giocare, non dovevamo nemmeno permettergli di sedersi al tavolo. L'antiberlusconismo è tutto qui: ostinarsi a credere che Berlusconi non sia un difetto della democrazia, ma uno che la democrazia l'ha pervertita dal primo istante in cui si è candidato (illegalmente) e le sue emittenze (ammucchiate illegalmente) hanno cominciato a inviarci consigli per le elezioni. L'antiberlusconismo è credere che la maggioranza degli italiani abbia votato Berlusconi non per chissà quale tara antropologica o culturale, ma semplicemente perché è stata truffata da un tizio che non ha rispettato le regole. E se non rispetti le regole, non è più democrazia: neanche se ogni tanto vince Prodi (ma la sua agenda è completamente stravolta da emergenze criminalità create ad arte dai media berlusconiani). Prova ne è che le democrazie cosiddette 'mature' non eleggono gente come Berlusconi. Non è che eleggano sempre fior di statisti, però solo in Thailandia hanno eletto un tizio paragonabile a Berlusconi – anche se là l'alternativa sono i colonnelli, forse lo sosterrei pure io. Anche se i colonnelli non avevano tutti i torti a cercare di estrometterlo. Io almeno la penso così. Perché resto antiberlusconiano.

Ma al Corriere non possono essere antiberlusconiani. Persino qualora ritenessero in cuor loro che Berlusconi sia stato la più grande disgrazia dai tempi della peste del Seicento. Il Corriere deve stare in mezzo, all'intersezione di base e bisettrice – altrimenti non è più Corriere. Se per dire invece di Berlusconi nel '94 fosse sceso in campo Chtulhu, e nel suo programma di governo avesse preteso orge a base di sangue fresco di tot vergini al semestre, Panebianco e Battista nei 17 anni successivi si sarebbero sforzati di trovare il punto medio tra Occhetto e Chtulhu, tra Prodi e Chtulhu, tra Veltroni e Chtulhu, tipo, ok, il secondo è un fetido mostro tentacolare ed evanescente che si nutre di incubi, ma anche la Festa del Cinema di Roma non è che abbia una programmazione così esaltante, ecco, in ciò consiste la medietà del Corriere.

Dal Corriere non è che possano dirci: “Va bene, Berlusconi ci ha fregato, ha abusato di una posizione di mercato dominante assolutamente illegale, auspichiamo che il governo Monti agisca prontamente contro questo trust che è un covo di potere a delinquere”. No. Bisogna dare la colpa agli italiani, perlomeno di quella metà che in qualsiasi momento avrebbe dovuto scegliere di non dar retta a metà delle tv, a metà dei giornali (ed è ovviamente colpa anche dell'altra metà che doveva fare opposizione in un modo più elegante). Quindi, invece di porsi l'unico problema sensato, ovvero: come sgominiamo una volta per sempre il partito-azienda che persegue gli interessi dell'azienda e non quelli dell'Italia? Quali leggi variamo? Dobbiamo scriverne di nuove o è sufficiente applicare le vecchie? Si può lasciar fare alla giustizia ordinaria o saranno necessarie misure straordinarie (=bomb Cologno)? ...Invece di discutere di tutto questo, ci si pone il problema della democrazia. Forse non funziona, visto che il baro vinceva le partite. Cosa facciamo? Facciamo votare solo quelli che hanno letto un po' di Costituzione (Gramellini)? Oppure diamo i voti calibrati a seconda dell'età (Fubini/Taino)? Così in un colpo solo non ci liberiamo soltanto di Berlusconi, ma di tutte le gerontocrazie, comprese quelle di sinistra che non vogliono mandarci in pensione a settant'anni per dare due spicci di sussidio ai giovani disoccupati.

Però non è questo che trovo sconvolgente dell'articolo di Fubini e Taino. Le loro proposte sono perfino ragionevoli, considerato che stanno infrangendo un tabù. Il punto è che loro partono dal presupposto (vero) che la maggioranza anziana degli italiani continuerà ad avallare politiche anziane, senza capacità né volontà di guardare troppo avanti. Ed è vero che andrà così – se gli italiani continueranno a votare. Ma perché mai dovrebbero votare soltanto gli italiani?

Ecco, la cosa sconvolgente dell'articolo di Fubini e Taino è la rimozione totale del problema numero uno (e della soluzione al problema numero uno): il voto agli stranieri. F&T parlano di un Paese in rapido invecchiamento, e lo siamo – se non contiamo gli stranieri. Se invece li contiamo, scopriamo che tutto sommato la bilancia tiene (terrebbe persino l'Inps). I giovani non sono meno rappresentati perché sono pochi. Sono meno rappresentati perché una parte di loro non ha il diritto di voto. Lavorano, consumano, pagano tasse e contributi, combattono insieme a noi la lotta quotidiana e impari per tenere basso lo spread – ma non votano, non vengono contati. La soluzione proposta da Fubini e Taino è dare un decimo di voto in più ai loro coetanei italiani. Sono due studiosi, hanno fatto una ricerca, si sono messi ad elaborare calcoli, magari simulazioni, e durante tutto questo tempo non gli è venuto in mente che ehi, esistono anche gli stranieri, e sono abbastanza giovani, e lavorano nella stessa nazione che ha il problema dell'innalzamento dell'età media. Magari mentre preparavano il loro articolo un'inserviente etiope stava spolverando gli scaffali, e non l'hanno vista. Troppo concentrati sul loro problema. Eureka, potremmo far votare i sedicenni, purché italiani, purché bianchi. Qualsiasi tabù si può infrangere, anche il suffragio universale, anche la democrazia – ma non penserete mica di far votare la badante moldava? Perché a quel punto forse aspetta, forse facciamo ancora in tempo a richiamare Chtulhu.

lunedì 14 novembre 2011

Il peggio è che lo rimpiangeremo

Che bello! Si è dimesso! La guerra è finita, quindi, no? No?



No, anzi, mi sa che tra un po' lo rimpiangeremo. Almeno è scritto sull'Unità (H1t#99), e si commenta là.

sabato 12 novembre 2011

Gran giorno nel pollaio

Questo pezzo è stato scritto esattamente un anno fa. Lo ricopio senza neanche correggere la punteggiatura.

Quest'uomo vecchio, quest'uomo stanco.
Quest'uomo che sta dall'altra parte del mondo, col prevedibile mal di testa da jet-lag, che torna in albergo e si mette a scanalare sul satellite finché non trova Annozero, e ci trova gli ex amici che parlano di lui come una cosa finita, un cadavere da spolpare con calma; e sullo sfondo, il dettaglio delle sue rughe in technicolor.
Quest'uomo solo, circondato da lacchè che non hanno nulla di buono da suggerirgli, ma gli ostruiscono la visione; quest'uomo in preda alle sue più triviali ossessioni. Quest'uomo al capolinea.
Quest'uomo.
Questo rivince le elezioni quando vuole.

Volete rifarle domani? Le rivince domani.
Volete aspettare sei mesi? Aspetta anche lui, si rilassa un po', si sfoga. E tra sei mesi le rivince.
Allora magari tra un anno? L'Italia può aspettare un anno?
Se è per questo è da quindici anni che aspetta. Quest'uomo è sempre lì, non molla.
Dite che mi sbaglio? Ma davvero, ci spero, sarei così contento di sbagliarmi. Di non aver capito niente. Lo scriverò su tutti i muri dell'internet, sono Leonardo e non capisco niente, non leggete i miei blogs e sputatemi addosso.

Dite che non mi fido degli italiani? Il solito snob che li ritiene una massa di... guardate, non lo so. Mi attengo ai fatti: gli italiani sono più o meno gli stessi e lui di solito vince; anche quando perde, perde di misura, prende fiato e poi rivince di nuovo. L'unica cosa che in politica gli riesce sono le campagne elettorali. Di sicuro i mezzi non gli mancano. Sembra un po' più stanco, ma nei manifesti non si vedrà.

Lo so che in questi giorni c'è il gioco a smarcarsi, che persino Feltri non ne può più, e anche la mascella di Belpietro è in fase calante. Poi però comincia la campagna e si scoprirà che i candidati del Pd sono tutti noti omosessuali attenzionati. È uno sporco lavoro, ma pagano bene.

Lo so che ultimamente è partito il tiro al piccione. Ma la campagna è lunga, e si vince in tv, sui giornali, mettiamoci anche youtube e facebook, giusto per stare larghi. In ogni caso, Berlusconi continua a possedere tre canali; sugli altri ha disseminato uomini di fiducia. Se pensate di batterlo senza neanche (diciamo la parola) epurare Minzolini, ecco, state commettendo il solito fatale errore di sottovalutazione. In campagna elettorale i tg servono. E non per il numero di minuti che danno a un candidato all'altro.

Abbiamo già visto cosa succede. Preparatevi a una nuova travolgente ondata di microcriminalità, tutte le sere verso le 20:00 uno tsunami di stupratori seriali, torvi muratori rumeni, svaligiatori di appartamenti di vecchiette, zingari che rubano gli organi ai bambini, pericolosissimi lavatori di parabrezza ai semafori. Sono al confine che aspettano che vinca la sinistra e apra i cancelli alle orde di Og e Magog. La prima settimana vi sembrerà strano. Dopo un mese non ne potrete più. Dopo tre mesi comincerete a pensare che sì, Berlusconi esagera, però la sinistra ha veramente qualcosa da rimproverarsi per quella legge troppo lassista, come si chiama... la Bossi-Fini, già. E la mafia? Berlusconi li aveva fatti tutti arrestare, ma adesso rialzano il capo! A Caltanissetta è andata a fuoco una tabaccheria. E i rifiuti? Berlusconi li aveva tolti da Napoli, ma sono rispuntati, è andata la Jervolino in persona a riprenderli dalle discariche per rimetterli nei vichi.

Dite che gli italiani non ci cascano più? E perché? Sul serio, cosa cambia stavolta?
Perché lo hanno già visto promettere e non mantenere? Ma non è colpa sua, lo sanno tutti che lui avrebbe cambiato l'Italia da un pezzo se non fosse stato bloccato dai suoi falsi amici, quei traditori, quinte colonne della sinistra, Casini Fini e compagnia. Stavolta c'è solo lui. Riempirà il parlamento di bambole gonfiabili e ci farà riscrivere la costituzione.

Perché non dovrebbe succedere? Vogliamo guardare realisticamente alle forze in campo? Nessuno discute l'inettitudine di Berlusconi a governare. Ma nessuno si è permesso di togliergli quella straordinaria corazzata mediatica che non ha smesso un attimo di funzionare. Se poi non volete nemmeno cambiare la legge elettorale che si è disegnato su misura... vabbe', allora ditelo, che sconfiggerlo non è nemmeno la vostra priorità.

Prendi Matteo Renzi. Voglio immaginare che abbia idee cento volte più fresche di quelle che aveva Veltroni tre anni fa. Ma la sua fretta di concludere è veltroniana al 100%. Dai che ce la facciamo, e se poi non ce la facciamo? Pazienza, probabilmente la sinistra che uscirà dalle elezioni sarà ancora minoritaria... ma un po' più simile a noi. Questa è esattamente la trappola in cui cadde Veltroni. Dopo aver fatto fuori la sinistra, sperava almeno di essersi guadagnato il ruolo di capo dell'opposizione, primo ministro ombra. Si è fatto cucinare a fuoco lento. Berlusconi è così. Ti attira con l'immagine del vecchietto ormai sfibrato, ti fa lavorare per lui, ti stanca e poi ti mangia vivo. E quindi che si fa?

Si cambiano le regole. Sul serio, bisogna essere polli per continuare a giocare contro Berlusconi con un regolamento che si è fatto scrivere lui.
Tutto qui? È sufficiente cambiare la legge elettorale? No. Anzi, è il momento di fare il passo più difficile. Berlusconi non è semplicemente inadeguato a governare. Berlusconi è una minaccia per la democrazia. Le sue tv, i suoi giornali, i suoi uomini, impediscono agli italiani di scegliere serenamente i loro rappresentanti e il loro futuro.

Ieri ad Anno Zero Bocchino si comportava in un modo strano.
Continuava a prospettare un futuro parlamento in mano a “Piersilvio e Marina”. Lo avrà ripetuto cinque o sei volte, con l'insistenza di un ipnotizzatore. Voleva raggiungerci su un piano subconscio. O più semplicemente ci sospetta tutti rintronati e vuole insistere sul concetto. Perché sembrano sempre due ragazzini, Piersilvio e Marina. Ma è un bel pezzo che il primo ha in mano almeno metà della tv italiana; l'altra, la prima casa editrice. Ora, perché due signori molto potenti e facoltosi dovrebbero gettare la spugna? Perché il papà è vecchio e stanco? Ma Mediaset non è Silvio Berlusconi. È un'azienda, e le aziende lottano per sopravvivere. Mediaset potrebbe trovare un modus vivendi con una nuova Italia deberlusconizzata? Potrebbe sopravvivere alla fine di quel regime straordinario che da Craxi in poi le ha garantito di infischiarsi di tutte le regole più elementari di un regime di concorrenza? Forse sì, ma è un rischio che la famiglia Berlusconi vuole davvero correre? Hanno in mano i comandi della corazzata: devono arrendersi senza lottare? Non è il loro stile. Se il papà è stanco, troveranno un nuovo candidato, dentro la famiglia o fuori. Il berlusconismo non finisce con Silvio Berlusconi, perché dovrebbe?

Il berlusconismo secondo me non può che finire con un atto di forza. In un momento di difficoltà, come per esempio questo, tutti gli avversari politici di SB dovranno accettare una semplice idea, che fa ancora molta fatica a passare: che Berlusconi è un criminale, che ha truffato gli italiani per vent'anni, e che i criminali non si sconfiggono alle elezioni. Non partecipano nemmeno. I criminali si arrestano, e i beni che hanno alienato alla collettività si sequestrano. In ogni caso le prigioni italiane scoppiano e nessuno ha veramente voglia di vederci entrare un vecchietto, per quanto arzillo. Che patteggi, che se ne fugga in qualche isola ai Caraibi con una parte del bottino. Questo non è difficile da concepire. Il problema è la famiglia. Può accettare che la festa è finita, o può mettere i sacchi di sabbia alle finestre. Conoscendo il padre, io mi preparo al peggio. Saranno comunque tempi interessanti.

Certe favole esistono in tutte le nazioni; certe altre soltanto in Germania, o in Russia, o nella favolosa fantasia di Andersen. Ma io ne so una che è nata in Italia, e che forse né tedeschi né russi né Andersen avrebbero potuto immaginare: la favola delle galline che trovano una volpe morta e le fanno il funerale. Nel culmine della cerimonia, circondata dall'affetto dei pietosi pennuti, la volpe si rialza e ne fa strage. La notizia fa il giro dei pollai; ma qualche tempo la stessa volpe si fa ritrovare morta, e le galline che la trovano che ne fanno? Le rifanno il funerale. E così all'infinito. Direte che chi l'ha scritta non amava gli italiani. No: voleva soltanto che leggessero, che ridessero delle galline, e che da grandi si ricordassero, al momento giusto, di essere più intelligenti. Qualsiasi momento, da quindici anni in qua, sarebbe andato bene.

giovedì 10 novembre 2011

E se fossimo nel 1714?

Insomma, io avevo scritto un pezzo su un santo longobardo solo per il gioia di montarci un video dei Gufi, e salta fuori che non riesco più a caricare i video sul Post. Vabbe', lo carico qui.



Il Santo del giorno è San Baudolino che forse non è mai esistito e no, non se lo è inventato Umberto Eco falsificando tutte le cronache del tempo (anche se, ora che ci penso, beh, in effetti chi se non lui, cioè pensiamoci)

Ne approfitto per una segnalazione: domani sera (venerdì), alle 20 sono alla Notte dei Blogger di Sassuolo, c'è anche Riccardo Bagnato e si parlerà di blog e di iJobs. Accorrete sassolesi.

mercoledì 9 novembre 2011

Poveri inediti idioti

Voglio scrivere anch'io due minchiatine sui Soliti Idioti, ovviamente senza aver visto il film (quest'anno va così. Anche se devo dire che l'unico blogger che lo ha visto ne ha parlato abbastanza bene). Confesserò per prima cosa di essere uno di quegli insospettabili che ogni tanto in tv li guarda, ridacchiandoci anche su. Così l'attacco della De Gregorio mi ha ferito un po'. Mi sono ritrovato schiacciato ai minimi livelli culturali di una generazione che non è la mia, io passo di lì solo, ehm, per informarmi, sapete, col mio mestiere è vitale conoscere i tormentoni o va finire che non capisci più gli insulti che ti scrivono sulle porte del bagno. Va da sé che quello che ha scritto la De Gregorio sui Soliti Idioti e sul pubblico ebete dei Soliti Idioti si sarebbe potuto scrivere di quasi tutti i format comici passati nei nostri palinsesti dal Drive In in poi – e se scrivo Drive In è soltanto perché la mia memoria si blocca lì, ma può darsi che si facesse tv scema anche in precedenza, perlomeno lo attesterebbero alcune filastrocche di carosello tramandate oralmente, nonché alcuni reperti rinvenuti durante Da Da Da. Senz'altro i Soliti Idioti non è un capolavoro. Ma che sia intrinsecamente meno intelligente del tardo Mai dire Gol, o di Indietro Tutta (per citare due trasmissioni a caso che hanno fatto ridere generazioni di ragazzini) no, io non lo credo. Secondo me la vera novità dei Soliti Idioti non sta nemmeno nella cifra grottesca, che altre trasmissioni avevano anticipato e che comunque è inferiore a molti reality in prima serata in chiaro. Credo che si tratti principalmente di una questione di budget.

I Soliti Idioti è una trasmissione povera, questa secondo me è la novità, e non è una buona novità. Pur restando un prodotto dignitoso e professionale, con qualche slancio coraggioso (ogni tanto incidono una canzone nuova, abbozzano una coreografia), i Soliti Idioti sostanzialmente sono due attori non troppo professionisti che fanno degli sketch con personaggi ricorrenti. Ok, ci sono le parolacce, ma in sostanza i Soliti Idioti lo potremmo anche considerare un programma reazionario, quasi involutivo, un ritorno alle scenette che prelude forse a un ritorno a Carosello, dopodiché torneranno le pecorelle, il monoscopio, la tv smetterà di funzionare e dopo un po' anche la radio, e risaliremo sugli alberi. In realtà è tutto spiegabile con le crisi, che sono tre o quattro: la crisi economica (una volta ogni programma aveva cinque o sei comici, oggi se una rete ha un comico lo spreme per due ore di monologhi, ma non le regge nemmeno Guzzanti, figurati Crozza), la crisi dei consumi giovanili, la crisi del musicale, la crisi di MTV Italia. Quest'ultima è la più circoscritta ma anche la decisiva: forse i Soliti Idioti non avrebbe penetrato così bene la dura cervice dei giovani d'oggi, se a un certo punto MTV non avesse deciso di riempire il suo palinsesto (soprattutto in estate) di repliche infinite di un programma scopiazzato dai britannici (mancavano anche i soldi per comprarsi il format vero). E coi ragazzi, si sa, la reiterazione è fondamentale. Naturalmente i guru ci spiegheranno che il vero successo è quello virale, per cui ogni singolo sketch veniva condiviso e apprezzato e commentato su youtube; io però ho passato quasi tutta l'estate scorsa a casa e a un certo punto mi sembrava che MTV fosse diventata I Soliti Idioti Tv.

A proposito, non so se ne avete sentito parlare, ma di recente tutte le MTV del mondo hanno cambiato il logo, togliendo la scritta “Music Television” che in effetti ormai era un retaggio del passato. Questa cosa per alcuni della mia età è dura da mandar giù, anche se in fin dei conti non è nulla di grave: canali che sparano musica 24 ore su 24 ce ne sono ancora da qualche parte sul digitale terrestre. Non vanno molto bene, altrimenti anche MTV si sarebbe tenuto la sua M originale. Gli assassini siamo stati noi, non è vero? Scaricando e scaricando abbiamo messo in ginocchio le povere major, che hanno smesso di investire capitali nella promozione dei loro artisti, e MTV si è data ai reality scemi. Ce lo siamo meritato tutto, Jersey Shore (però le repliche alle due del pomeriggio, Cristo, no, dov'è il Moige quando serve).

La povertà dei Soliti Idioti si riflette su un altro aspetto che mi sembra sia sfuggito a molti, ed è la dilatazione dei tempi comici. Qual è la differenza principale tra gli sketch dei Soliti Idioti e quelli, poniamo, dei comici della Gialappa cinque o dieci anni fa? Sono più grotteschi? Forse. Sono meno ispirati? Il budget è quel che è. Ma soprattutto gli sketch dei Soliti Idioti sono più lenti. È un fenomeno di cui parlano in pochi, e che secondo me è fondamentale, forse è l'unica cosa che ho capito dei giovani d'oggi e ve la lascio qui gratis: ai giovani d'oggi le cose bisogna spiegargliele con lentezza, e ripetergliele molte volte.

Questo non significa che i giovani d'oggi siano irrecuperabili come dice la De Gregorio. A me piace pensare che sia uno di quei contraccolpi storici: dopo una Mtv generation ipercinetica che messaggiava guardando video e negli intervalli degli spot votava per un mondo migliore, forse una generazione che se la prende calma e apprezza la lentezza potrebbe salvarci. In ogni caso mi aspetto un ritorno dei ritmi lenti nei film dei prossimi anni, anche solo perché più veloci di Transformers non si può andare. Non so quanto il film dei Poveri Idioti confermi questa mia ipotesi e onestamente non ho neanche voglia di andare a controllare. Non so neanche bene perché sono contento che il film stia andando forte. Non credo c'entri lo snobismo all'incontrario.

Credo che sia una specie di solidarietà per una generazione – quella degli adolescenti di oggi – che non è ancora riuscita a recintare qualcosa e a chiamarlo suo. I nativi digitali, in teoria – in pratica internet è piena di bavosi trenta-quarantenni che ti spiegano la netiquette e ti adescano sui social network. La musica è già tutta on line, ma per capirla, per metterti la maglietta giusta, devi almeno conoscere le evoluzioni stilistiche degli ultimi trent'anni. Persino i comici in tv, il grado zero virgola uno dell'intrattenimento, quelli da cui si pretende poco o nulla, appena un tormentone da portarsi a scuola per sentirsi meno soli nell'intervallo del lunedì – persino loro ormai sono incomprensibili, fanno solo satira politica che è una cosa che per capirla devi prima conoscere la politica ed è più o meno come con la musica, ti tocca ripartire dall'avvento del grunge e di Silvio Berlusconi, vent'anni fa. Alla fine arrivano Biggio e Mandelli, e non sono un granché, però finalmente fanno qualcosa che ai vecchi fa schifo. Finalmente! Non imitano quei politici noiosi e sconosciuti, non fanno riferimenti a cose lontane, forse copiano un programma inglese ma questa è una curiosità da blogger di nicchia, e hanno un ritmo lento, se non capisci una gag loro te la ripetono più lenta finché non ci arrivi. Ecco, i Soliti Idioti sono il povero programma che ci mancava. Non è un granché, ma non è che ai ragazzini serva tutto questo granché per divertirsi. E probabilmente a ridere con poco ci si dovranno abituare.

martedì 8 novembre 2011

I funerali della volpe 876

Lo so che non vediamo l'ora da anni, ma questa fretta è davvero perniciosa. C'è una troppa voglia di trenino qua in giro, troppa voglia di celebrare i funerali della volpe, e si sa di solito come vanno a finire, no?


Berlusconi non finisce mica oggi. Almeno, lo dice l'Unita.it, e si commenta di là (H1t#98).

sabato 5 novembre 2011

Sporco maschio guardami

Io queste attiviste ucraine che si spogliano per protesta è da un po' che le vedo in giro – su internet e riviste, intendo, non pensiate che io abbia una vita altrove ormai – e devo dire che non mi convincono.

Non è che mi scandalizzi, però sono diffidente. È la mia educazione: diffido di chiunque mi si spogli davanti, sono convinto che abbia qualcosa da nascondermi (vedi com'è tortuosa l'educazione). Da una parte, posso capire, manifestare significa attirare l'attenzione, e da questo punto di vista spogliarsi funziona – basta andare su Repubblica.it in questo momento, ma quest'estate tennero l'homepage anche sull'Unità, insomma, l'attivista nuda tira. Non è soltanto una pratica funzionale, è anche una delle meno violente che si possano immaginare: invece di tirare estintori o bruciare SUV, mostrarci per quello che siamo. Salvo che non siamo quasi mai così belli come le attiviste ucraine che si vedono spesso in foto sulle riviste o su internet (le foto di oggi non rendono loro giustizia).

Non so esattamente quanto il loro attivismo abbia a che fare col movimento internazionale degli SlutWalk, i cortei in cui le femministe si vestono da “sluts” (traduciamo “sgualdrine”, via) per protestare contro la violenza maschile. Gli SlutWalk sono cominciati a Toronto la scorsa primavera e stanno andando piuttosto bene, tanto che anche in Italia c'è chi comincia a pensarci. Visti in foto sembrano un po' la versione femminista dei gay pride (un'affermazione che immagino mi farà amare tantissimo da femministe, gay e femministe gay), una gara a conciarsi peggio non indenne da una certa dose di esibizionismo che però, diciamolo, quando vai in piazza c'è sempre. In piazza ci vai per attirare l'attenzione, e il tuo ego di solito non lo lasci a casa. Io perlomeno non lo facevo, e se non mostravo il corpo era semplicemente perché non avevo tutto questo gran corpo da mostrare (altrimenti chissà).

Comunque: dietro agli SlutWalk c'è una filosofia controversa. Quando un ufficiale della polizia di Toronto dichiarò che ci sarebbero state meno molestie se le donne avessero evitato “di vestire come sluts”, le femministe canadesi sfilarono mostrando il loro diritto costituzionale a vestirsi come volevano, e quindi anche come sluts. Non fa una grinza. Salvo che poi sui giornali non ci va la foto dell'impiegata cinquantenne con la panzetta, alla quale conciarsi da slut costa magari qualche sacrificio. Ci vanno sempre tipe in forma come le attiviste ucraine, per la gioia di noi guardoni di internet (mi ci metto anch'io ma devo dire che ormai guardo pochissimo). Il messaggio che ne ricaviamo è un po' diverso da quello che forse prevedevano le femministe: non è più “sono una donna e non mi devo vergognare di avere un corpo”, ma più qualcosa del tipo “guardami, te lo sogni di spogliare un corpo così”. Insomma, un corpo nudo brandito contro di me, maschio guardone. Non è contundente come un estintore, ma si suppone comunque che debba ferirmi, frustrarmi nei miei desideri, nelle mie pulsioni. E ammettiamo pure per un istante che in quanto maschio io debba vergognarmi per i crimini di tutti i maschilisti del mondo – ma quello che finisco per provare è un po' la sensazione che qualcuno mi voglia farmi vergognare del fatto che guardo una donna nuda. Come ai bei tempi dell'oratorio, insomma. Ma almeno all'oratorio non me le squadernavano in faccia, le donne nude. Invece qui ci sono donne nude che mi gridano: vergognati maschilista delle tue pulsioni. Tutto quello che mi viene da rispondere è: no, non mi vergogno. E a quel punto mi sale pure in punta di lingua una parola che in generale non amo usare, la traduzione letterale di slut, diciamo. Qualcosa di becero, di maschilista davvero, ecco: l'effetto pratico dell'attivista-nudista è farmi sentire un po' più maschilista di prima. Dura solo pochi istanti, ma non credo che sia l'effetto voluto. O no?

La prima volta che sentii parlare di questo gruppo di attiviste ucraine che si spogliavano era su una rivista, non mi ricordo più se D o Vanity Fair, però le foto erano notevoli. Donne nude aggredite da poliziotti. Protestavano contro lo stupro mettendolo in scena, praticamente. Ho cercato di guardare quelle foto da una prospettiva non guardona, ma temo di non averla trovata. Va da sé che non succede niente, non credo che nessuno scenderà a stuprare una ragazza perché ha visto una scena di stupro attizzante su D o Vanity Fair.

Ma la cosa che mi lasciò più interdetto è che nello stesso servizio spiegavano che queste donne bionde e molto belle (magari non sono tutte belle, ma in foto ci vanno quelle più belle) in quell'occasione stavano protestando contro il turismo sessuale degli italiani in Ucraina. E così, grazie al loro attivismo, il risultato è che io lettore italiano stavo guardando bellissime ucraine nude su una rivista. Va da sé che non succede niente, non credo che nessuno correrà a prenotare un fine settimana a Kiev perché ha visto delle attizzanti ucraine nude su D o Vanity Fair o... o no?

venerdì 4 novembre 2011

Il patrono dei barbieri è un negro!

E che negro.


Bidello, scassinatore, guaritore, Martin de Porres è il Santo da invocare quando il vostro barbiere attacca con le sue tirate anti-extracomunitarie e si stava meglio quando si stava peggio signora mia. Occhio che sa volare e moltiplicarsi, insomma se fosse un Pokemon varrebbe tantissimo. Tutto sul Post, che oggi era a terra, scusate.

Dillo ancora che lo ami

E ieri dunque si celebrava Monica Vitti, giustamente, e un tg (non mi ricordo neanche quale) ne ha approfittato per montare un'antologia delle sue pizze più celebri. Perché è vero, la Vitti ha lavorato con Bunuel e con Antonioni, è stata la musa dell'incomunicabilità, bla bla bla, ma noi la conosciamo soprattutto per le pizze che si prendeva in faccia nella commedia all'italiana. Con quel rumore classico di pizza in faccia che se ci pensi è impressionante – il cinema è tanto cambiato negli ultimi cinquant'anni, la resa del sonoro ha fatto passi da gigante – eppure continuiamo a sentire pugni e schiaffi con gli stessi rumori assurdi di quarant'anni fa, e non facciamo una piega. Voglio pensare che sia un buon segno: che il rumore vero dei pugni e degli schiaffi non lo riconosceremmo. Ma è innegabile che di pugni e ceffoni la Vitti ne abbia presi tanti, francamente troppi. Può darsi che a suo modo fosse un tormentone pre-televisivo: per dire, così come un artista finissimo come Totò per contratto doveva anche piazzare quattro o cinque smorfie per far ridere i bimbi piccoli; così come Sordi probabilmente avrebbe potuto essere molto meno macchietta di come gli chiedevano di essere da un certo punto in poi; può darsi che un certo pubblico da un film con la Vitti si aspettasse soprattutto una scena in cui strilla e si fa menare, una specie di madrina nobile di Bud Spencer e Terence Hill. E i rumori infatti erano gli stessi. Però Bud Spencer ci faceva ridere da bambini; la Vitti presa a botte da Sordi, o da Mastroianni, o da Giannini, era uno spettacolo per gli adulti.

Ripensandoci, non un gran spettacolo. Vale la pena di ricordarselo, ogni dieci o venti volte che i film italiani bruttini di oggi ci fanno rimpiangere la Commedia all'Italiana dei bei tempi che furono: non furono dei tempi così belli, dopotutto. In particolare per le donne, quasi sempre subalterne, in ruoli ritagliati a tavolino da sceneggiatori anche sensibili, anche geniali, anche anticonformisti, ma quasi sempre maschi, e anche abbastanza maschilisti. E fieri d'esserlo. A rivederla, quella scena di Amore mio aiutami, sorprende per il meccanismo di complicità che scatena: la Vitti procede a rendersi insopportabile finché lo spettatore maschio non riesce a piegare telepaticamente la volontà di Alberto Sordi, a serrargli i pugni. Era un film che prendeva in giro le coppie aperte, nel 1969: La donna ha appena messo il naso fuori dal sacro matrimonio e già gli autori della commedia all'italiana si affrettano a romperglielo – con tanta ironia, ovviamente. Poi c'è questa storia che Fiorella Mannoia facesse la stunt per la Vitti, e che durante la scena riportò ecchimosi sufficienti a convincerla a cambiare mestiere. Però è una cosa che ho letto solo su internet, non ho tanta voglia di crederci.

mercoledì 2 novembre 2011

Il più grande B. dopo il Big B.

Io ovviamente non ho un cervello paragonabile a quello del brillante trust di Renzi, e inoltre sono distratto da tutti questi scricchiolii. Però qualche pensierino non banale al proposito del suo programma in 100 punti spero di riuscire a farlo. Intanto un complimento al coraggio, raramente in Italia qualcuno si è presentato col programma in mano, nero su bianco.

Cominciamo da quello che non c'è: mi sembra che lo sintetizzi abbastanza efficacemente. Malvino. Non c'è una sola parolina sulla Chiesa, quella cosa che potrebbe pagare un sacco d'ICI e da un po' di tempo non lo fa. Non una parola pro o contro l'eutanasia, pro o contro il reato di clandestinità. Non si capisce se è favorevole a regolarizzare le unioni gay, ma si capisce abbastanza bene che non è tra le sue cento priorità. Ma soprattutto non si parla di conflitto d'interessi, è come non ci sia mai stato. È come se Berlusconi fosse già stato infarinato, fritto, digerito. Renzi sembra non sapere (qualche suo collaboratore potrebbe ragguagliarlo) che per quanto la persona-Berlusconi possa essere al termine della sua parabola, dietro c'è un partito-azienda che non si arrenderà senza combattere. Anche laddove fosse sconfitto, Berlusconi o un suo eventuale successore potrebbe continuare dall'opposizione ad avvelenare i pozzi del dibattito politico, come già gli è riuscito benissimo tra il '96 e il 2000 e nel biennio 06-08: soprattutto se nel frattempo gli si lascia il controllo di Mediaset. Ora, è comprensibile che Renzi&co. vogliano marcare le distanze tra la loro nuova sinistra e l'antiberlusconismo: però se su 100 punti ti dimentichi proprio di questo, e il tuo programma te l'ha scritto Giorgio Gori, e qualche mese fa sei andato ad Arcore senza avvisare nessuno, insomma, a un certo punto unire i puntini diventa imbarazzante e forse è meglio che cominci a marcare le distanze tra te e Alfano.

1 – Basta con il bicameralismo dei doppioni inutili.
È una riforma costituzionale: serve una maggioranza qualificata, servirà una bicamerale, un referendum confermativo, si andrà al duemilaeventi... non che il principio non sia condivisibile. Però è poco più che uno slogan, anche perché sembra che Renzi&co. vogliano una camera sola, e invece due righe più giù già stanno introducendo un senatino delle regioni “Al posto dell’attuale doppione serve un organo di raccordo tra lo Stato e i governi regionali e locali che possa anche proporre emendamenti a qualsiasi proposta di legge”, sembra di capire che i membri li nominerebbero i consiglieri regionali – quelli provinciali no, perché vogliono abolirli...

2 – Abolizione del Porcellum
Ma figurati, tutti vogliamo abolire il Porcellum. È più interessante con cosa lo vogliano sostituire: collegi uninominali. Non lo scrivono, ma sarebbero secchi, secchissimi, niente più quota proporzionale alla Camera o al Senato, visto che di Camera ce ne sarebbe una sola. E sarebbero collegi enormi: cinquecento in tutt'Italia. A questo punto diventa fondamentale la possibilità di disporre di ingenti fondi per la campagna elettorale. Di questo argomento Renzi &co. parlano estesamente più in basso, ma posso anticiparvi che in sostanza i casi sono due: o sei Berlusconi o sei Montezemolo (o sei loro amico).

5. Abolizione delle province. Più di 100 province non ce le possiamo permettere. Vanno abolite. Nei territori con almeno 500.000 abitanti si può eventualmente lasciare alle Regioni la facoltà di istituire enti di secondo grado per la gestione di funzioni da loro delegate.

(Update, probabilmente avevo capito male, grazie a Delio) Le uniche regioni inferiori ai 500.000 abitanti sono Val d'Aosta e Molise. Se ne deduce che la provincia di Isernia è fottuta, e io non è che starò a piangere per lei. Le altre province, già abolite virtualmente nella letterina di Silvio a Bruxelles, rientrerebbero dalla finestra nel momento in cui si lascia “alle Regioni la facoltà di istituire”: allora sapete cosa faranno le Regioni? Le re-istituiranno. Non solo per la possibilità di distribuire poltrone a soci e clientele, ma anche perché, dopotutto, sono utili. Certo, Renzi e compagni non lo possono sapere, stanno a Firenze che è una capitale dal Quattrocento. Nel frattempo, a pochi chilometri dalla Leopolda, c'è una provincia toscana devastata dalla piena di un fiume, e due sindaci di due comuni che litigano su chi doveva inoltrare un fax a chi. Come se Aulla dipendesse da Pontremoli. Per quel poco che ne so, Aulla non dipende da Pontremoli: entrambe dovrebbero essere coordinate dall'ente della provincia di Massa e Carrara, che dovrebbe disporre del budget necessario per sovrintendere efficacemente alla gestione delle vie fluviali, vigilare contro la cementificazione e il disboscamento, e verificare la tenuta della rete stradale provinciale. Senza aspettare che lo decida il Granduca a Firenze – ma questa è una battaglia persa ormai, lo so. Berlusconi le vuole abolire, così da qui in poi il fax partirà da Firenze - sempre che il Granduca abbia voglia di spendere soldi per gestire territori remoti e che dal punto di vista elettorale contano poco come la Lunigiana. Renzi si contenta di abolire quelle piccole, che secondo lui sono "piccole" perché ci abitano pochi abitanti. E sì che la Toscana mi sembra il classico esempio di regione ricca di territori da preservare, a prescindere se ci vivano ancora molti o pochi toscani.Però a quest'ora vi siete già addormentati. Invece, sai cos'è che ti dà la sveglia, un bello slogan! Aboliamo le regioni! Non servono a niente! Tanto le montagne franano uguale!

6. L’unione fa la forza: mettiamo insieme i piccoli comuni.
Un'altra cosa che i granduchi tendenzialmente non capiscono è che l'Italia non è un insieme omogeneo, non è un frattale. Se in una zona ci sono piccoli comuni, non è per un capriccio di chi disegnò i confini comunali – ok, quasi mai. Di solito c'è un motivo, di solito sono zone di montagna. Vuoi unire dieci comuni su quattro montagne diverse? Sai cosa avrai ottenuto? Una provincia. Proprio quella che avevi abolito al punto 5. Sarà una provincia un po' più piccola, ma di sicuro non sarà un comune. "L'unione fa la forza" - però le province le hai sciolte. Scommetto che scioglierai anche le comunità montane. Resta da unire i sindaci, ma è un'unione che non fa la forza, fa solo il deserto. Un comune è un pezzettino di territorio che un sindaco può ispezionare in un giorno. Se il comune è piccolo, avrà un piccolo budget. Ma probabilmente sono meglio quattro sindaci part-time su quattro montagne che un sindaco a tempo pieno su e giù su quattro montagne diverse. È meglio un vigile per montagna che quattro vigili in una sede centrale, incapaci di intervenire prontamente su altre tre montagne. Quando voi dite “piccoli comuni”, pensate solamente in termini di popolazione. Ma l'Italia è anche un territorio. Questa cosa nell'Ottocento la sapevano (e disegnavano i confini di conseguenza), voi ve la siete scordata.

7. I partiti organizzino la democrazia, non siano enti pubblici. Il finanziamento pubblico va abolito o drasticamente ridotto e in ogni caso commisurato al solo rimborso delle effettive spese elettorali, condizionandolo al fatto che i partiti abbiano statuti democratici, riconoscano effettivi diritti di partecipazione ai propri iscritti e selezionino i candidati alle cariche istituzionali più importanti con le primarie. Favorire il finanziamento privato sia con il 5 per mille, sia attraverso donazioni private in totale trasparenza, tracciabilità e pubblicità.


Ecco una lieve concessione a una delle stravaganze veltroniane (istituire le primarie per legge in tutti i partiti). Le primarie peraltro sono costose, ma pazienza. Viva i partiti poveri. Però... e se un miliardario decidesse di fondare un partito, comprare un sacco di spazio televisivo e pubbliche affissioni, oltre a tre o quattro quotidiani intestati ad amici e parenti? Come si difendono i partiti poveri da un tizio così? Loro dovranno svenarsi a fare le primarie, mentre lui potrà farne a meno... Lo so, è un'evenienza talmente assurda che a Renzi e Gori non è nemmeno venuta in mente (a proposito, la Leopolda chi l'ha finanziata?)

8. Azzerare i contributi alla stampa di partito. Con internet, chiunque può produrre a costo zero il suo bollettino o il suo house organ. I contributi alla stampa di partito vanno aboliti.


Vabbe', cazzata. Tra l'altro il principio è perfino condivisibile, ma sono riusciti lo stesso a scrivere una cazzata. Se volete un'analisi più approfondita vi rimando a Mazzetta, comunque è una cazzata. Certo, se hai in mente il bollettino parrocchiale, sì, su internet puoi produrlo a costo zero (ma le vecchiette non lo leggeranno mai e continueranno a guardare il tg4). Ma sei vuoi addirittura vincere le elezioni, ti serve un prodotto professionale, altrimenti finisci come quelli che volevano fare il wiki pd e sono riusciti giusto ad appiccicare il thread dei commenti su facebook. Si vede che lo stagista più di così non riusciva – ma anche gli stagisti, prima o poi con Ichino sarete costretti a pagarli. Nel frattempo, se a un miliardario con un sacco di soldi ed emittenze venisse l'uzzo di candidarsi, lui sì che avrebbe di che pagarsi fior di... sì, vabbe', adesso mi metto a scrivere fantascienza.

13. Eliminiamo la classe politica corrotta. Lo strumento è una amnistia condizionata. Al rispetto di 5 punti: ammissione della colpa, indicazione di tutti i complici, restituzione del maltolto, impegno a non fare più politica. In caso di nuovo reato, la pena si somma a quella del reato oggetto dell’amnistia.

Chiedo scusa, per tutto questo tempo ho dubitato che fosse davvero un wiki. Ma prendi il punto 13, chi può averlo scritto? Giusto un bambino che passava di lì, vero? E quanti anni aveva, dodici, undici? I politici corrotti che ammettono la colpa, coinvolgono tutti i colleghi ugualmente corrotti, restituiscono il maltolto e poi promettono che mai più, mai più, giurin giuretta? No, sul serio: pensate di presentare una legge su questa cosa qui? Lo avete capito che c'è gente là fuori che è stata condannata a un paio d'anni e stappa lo champagne, perché non gli hanno requisito tot miliardi? Secondo voi un politico corrotto dovrebbe rinunciare ai conti in Isvizzera e alla vita politica in cambio di? In cambio di? Di un'”amnistia”? Cioè di non andare in galera? Ma se in una legislatura di cinque anni io riesco a metter via anche solo un milioncino d'euro, e il giudice non me li confisca, ma due anni in galera me li faccio tranquillamente (con la condizionale, poi), e la vostra amnistia la racconto la sera ai bambini prima di addormentarli: e allora il Granduca decise di amnistiare tutti i ladri, e quelli da quel giorno non rubarono più.
“Papà, ma è una cazzata”.
“Ssssst, è il più grande spettacolo dopo il big bang”.

14. Razionalizzare le missioni italiane all’estero. Definire una strategia di coordinamento della presenza militare all’estero in pieno accordo (e non in competizione) con l’Europa

A parte che con le spese che ci troviamo la cosa più razionale sarebbe salutare tutti e andarsene, credo che il senso del punto 14 sia: basta prendere ordini dalla Nato, d'ora in poi vogliamo prenderli dall'Europa. Che li prenderà, presumo, dalla Nato. Oppure l'Europa e la Nato litigheranno, e noi ci barcameneremo. Che è un po' quello che facciamo già. Ma non ci sarà più Frattini, quindi sembrerà comunque infinitamente meglio.

16. Cambiare la Rai per creare concorrenza sul mercato tv e rilanciare il Servizio Pubblico. Oggi la Rai ha 15 canali, dei quali solo 8 hanno una valenza “pubblica”. Questi vanno finanziati esclusivamente attraverso il canone. Gli altri, inclusi Rai 1 e Rai 2, devono essere da subito finanziati esclusivamente con la pubblicità, con affollamenti pari a quelli delle reti private, e successivamente privatizzati.

Non sono carini? È vero che si sono scordati il conflitto d'interessi, però si sono ricordati che bisogna privatizzare la Rai. Il principale competitor della Mediaset. Va privatizzata. E si capisce, altrimenti sul digitale terrestre non c'è più posto – no, veramente ce n'è un sacco, però... però... vabbe', dai privatizziamo. E alla rai che ha una valenza “pubblica” diamo solo i due spicci del canone. Così se al Tre gli scappa di fare un programma interessante per gli inserzionisti, dopo non gli scappa più.

17. Fuori i partiti dalla Rai.

Disse Renzi, prima di andare a Che tempo che fa. Ieri sera invece era a Matrix. Comunque ha ragione, eh, cosa se ne fanno i partiti di un canale? C'è internet che a costo zero ti permette di fare informazione, tu carichi su youtube i video di Renzi e lui vince le elezioni, senza bisogno di passare per l'untuoso Fazio. Anche Berlusconi farà così: caricherà su youtube i suoi video. E poi li riprenderà su quindici emittenze del digitale terrestre, vabbe', ma che c'entra, quei canali sono sono roba sua, guadagnata col sudore della sua fronte, eccetera.

(Non so se continuo)