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mercoledì 30 novembre 2011

And I can take or leave it, if I please.

In Italia – in realtà sui giornali italiani, e nelle chiacchiere dei pochi che ancora li sfogliano – si tende a usare con molta libertà il termine “radical chic”, quasi sempre a sproposito. In realtà è una bella espressione, con una storia interessante dietro (vedi Bordone), però a un certo punto Feltri l'ha trovata in un cassetto della scrivania di Montanelli e adesso non ce ne liberiamo più, ormai mio padre, artigiano autoriparatore, se la sera al circolo Acli tira fuori una battuta su Berlusconi rischia forte di sentirsi dare del radical chic – capisco io col mio sontuoso stipendio di statale, ma mio padre radical chic insomma davvero no.

Detto questo, il radical chic è esistito, anche in Italia. Non lo coltivavano gli autoriparatori, né gli insegnanti statali: era gente che se la passava un po' meglio, possiamo anzi concludere che se la siano spassata abbastanza. Se avessimo a disposizione soltanto dieci righe per descriverli, forse quelle righe le ha scritte Simonetta Fiori ieri, siringando molta, troppa, ironia (involontaria?) in un pezzo che era oggettivamente difficile da scrivere: il resoconto della morte di Lucio Magri, come lo hanno vissuto nella sua casa i suoi amici distanti. In teoria, una situazione agghiacciante. E invece leggete:

A casa di Lucio Magri, in attesa della telefonata decisiva. È tutto in ordine, in piazza del Grillo, nel cuore della Roma papalina e misteriosa, a due passi dalla magione dove morì Guttuso, pittore amatissimo ma anche avversario sentimentale. Niente sembra fuori posto, il parquet chiaro, i divani bianchi, i libri sulla scrivania Impero, la collezione del Manifesto vicina a quella dei fascicoli di cucina, si sa che Lucio è un cuoco raffinato. Intorno al tavolo di legno chiaro siede la sua famiglia allargata, Famiano Crucianelli e Filippo Maone, amici sin dai tempi del Manifesto, Luciana Castellina, compagna di sentimenti e di politica per un quarto di secolo. No, Valentino non c'è, Valentino Parlato lo stiamo cercando, ma presto ci raggiungerà. In cucina Lalla, la cameriera sudamericana, prepara il Martini con cura, il bicchiere giusto, quello a cono, con la scorza di limone. Cosa stiamo aspettando? Che qualcuno telefoni, e ci dica che Lucio non c'è più.

La Roma papalina, il parquet chiaro, la scrivania impero, la scorza di limone, i divani bianchi, la cameriera sudamericana, il bicchiere a cono, il Manifesto che è (sublime dettaglio) “collezione” e come tale ben merita di essere accostato ai fascicoli di cucina, io che non so cosa pensare. Cosa stai facendo, Simonetta Fiori? Sei imbarazzata, come i bambini ai funerali, che non sanno dove guardare e cominciano a fissare ogni dettaglio? Oppure lo stai facendo apposta: ci tieni a far notare che Magri, già fondatore del Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, sarà anche stato depresso, ma aveva ancora la possibilità di farsi mescere dei Martini come si deve? Cosa mi vuoi dire, esattamente?

Che non è vero che era depresso, cioè era depresso allo stesso modo in cui poteva definirsi Proletario per il Comunismo uno che si fa servire il Martini nel bicchiere a cono dalla cameriera sudamericana: uno che da giovane fregava o si faceva fregare le ragazze da Guttuso, uno che nell'Italia fervida dei '60-'70 si è inventato il mestiere di rivoluzionario parlamentare e gli è andata, diciamolo, alla grande? Ma se capisco così, ovviamente, è tutta colpa mia; tu sei soltanto una lucida cronista.

Io a volte ci penso, al suicidio. In un modo abbastanza astratto, ancora, però ci ho sempre pensato. Soffro di una forma molto fisica di vertigine; ogni volta che mi sporgo da un balcone il flusso di sangue nei capillari mi dà una specie di botta. È sempre stato così fin da bambino, e la mia camera dava su un balcone. Secondo me suicidarsi non è un diritto, è qualcosa che viene addirittura prima del diritto: è una possibilità che ti porti con te per tutta la vita, al di là del fatto che la società te la riconosca o no. È un balcone che dà sulla tua stanza per tutta la vita: ogni giorno che vivi, hai deciso di viverlo, hai scartato l'alternativa. Può darsi che tu sia un asociale se vuoi suicidarti; può darsi che le tue ragioni (“sono depresso”) siano solo scuse; non importa. In realtà non dovresti nemmeno cercare delle scuse. Il mio suicida ideale non chiede scusa a nessuno e non vuole le scuse di nessuno. Il mio suicida ideale non si suicida perché soffre, o è depresso, o frustrato: si suicida perché ne ha voglia, si suicida perché può. Prima della società, coi suoi doveri e i suoi diritti, c'è il corpo, e il corpo è tuo. Devono metterti in una cella, toglierti la cintura, limarti le unghie, nutrirti a forza: a quel punto forse il corpo smette di essere tuo.

Di solito quando pensavo al suicidio pensavo a queste cose, molto astratte come si vede. Invece ultimamente mi è capitato di pensarci più concretamente – non preoccuparti mamma – per via che guardo troppi telegiornali e insistono molto sul fatto che io a settanta, forse anche settantacinque anni, dovrei essere ancora sul mio luogo di lavoro. Io poi lo amo il mio lavoro, e un giorno forse chissà, il mio amore mi corrisponderà – però onestamente, pensare di essere ancora lì tra quarant'anni, con marmocchi dotati della stessa energia, ma meno decifrabili, i nipoti di quelli che ho adesso – uno comincia a fare pensieri molto più concreti, del tipo: è meglio alla tempia o in bocca, la rivoltella? E dove me la procuro? Ma posso ottenere un porto d'armi se ho fatto obiezione di coscienza... e così via. Credo sia così per molti; credo che la questione generazionale, in Italia, potrebbe risolversi con un'epidemia di suicidi grosso modo verso il 2040.

Di fronte a questi pensieri un po' tetri e troppo prosaici, la figura di Lucio Magri, che prima ci pensa, poi va in Svizzera, ne discute, poi torna a casa, ne parla con gli amici (la cameriera serve da bere), poi torna in Svizzera (altre due volte), e gli amici intanto aspettano... la figura di Lucio Magri in questo cupo teatro d'ombre svolazza come una silhouette settecentesca, con una leggerezza che davvero non è più di questi tempi. Si capisce che ha avuto una vita bella, piena di ideali che poi sono falliti ma è quello che capita più o meno sempre; ricca di amici coi quali ha fondato il Manifesto, il PDUP per il Socialismo, DP, il Movimento poi Partito della Rifondazione Comunista, il Movimento dei Comunisti Unitari... E in mezzo a tutto questo viveva in una bella casa, con mobili chiari, tenuta sempre in ordine; una bella compagna che gli faceva pure il bancomat, e che un giorno se n'è andata, e da quel giorno la vita ha perso il senso: come forse è giusto che sia a 79 anni. E così Simonetta Fiori forse tu non volevi scrivermelo, ma io ho capito esattamente questo: il suicidio assistito è un lusso, roba da Svizzera, roba radical chic, insomma. In Italia continueremo a discuterne per anni, diritto o non diritto – come se davvero uno Stato, una società, possano costringerci a vivere se non ne abbiamo più voglia. Alla fine sarà come l'aborto, un orrendo delitto che non vorrebbero assolutamente farci commettere - soprattutto in un ospedale di Stato, a spese dello Stato: con tutte quelle belle cliniche private che ci sono: dalla Svizzera in giù.

domenica 27 novembre 2011

Contra Laconicos
(pezzo lungo e se ne vanta)

È stata una settimana qualsiasi su Twitter, il popolare servizio di messaggistica via internet. Domenica scorsa un giornalista italo-niuorchese, uno di quelli che praticamente c'era quando Al Gore inventava l'internet, ha lanciato un meme che è diventato subito popolarissimo: scrivere i nomi di tutti gli scrittori sopravvalutati, per esempio lui trova che Borges sia sopravvalutato. Da cui si vede la superiorità di twitter su qualsiasi altro social network o ambiente in rete: per dire, io se scrivessi su un blog che Borges è sopravvalutato (sì, io sarei abbastanza deficiente da farlo, qui per esempio ho stroncato Montale), per dare un senso alla cosa dovrei dilungarmi per migliaia di battute, e comunque mi scannereste nei commenti. Se lo facessi su un forum, o anche su quella amena palude che è Facebook, partirebbe subito un flame che avrebbe i caratteri della disputa medievale, qualche futuro studioso potrebbe persino trovarci qualcosa di interessante. Insomma, non importa quanto sia superficiale un'affermazione: la possibilità di scavarci sotto e trovare cose interessanti su internet c'è, lo spazio non manca mai.

Manca solo su Twitter, l'unico vero spazio angusto della rete. Come gli ascensori, che però non è che siano stati progettati bassi e stretti così è più facile scambiarvi banalità cogli sconosciuti. La limitazione la impone la natura, la maledetta forza di gravità, fosse per gli architetti loro gli ascensori li farebbero enormi. Invece gli architetti di twitter lo hanno progettato piccolo apposta; è forse il primo vero consapevole passo indietro della comunicazione via internet. Una televisione che ha deciso di tornare al canale unico, una radio che manda solo impulsi morse; twitter ti costringe a sbrigarti in 140 caratteri, e quindi niente spiegazioni: Borges è sopravvalutato, punto. Sono in superficie e ci resto. Anche le modalità di reazione sono deliberatamente limitate e superficiali: certo, puoi sempre replicare “kazzo dici? Borges é grandissimissimo”, ma la tua replica se la legge soltanto il destinatario (dai duecento followers in poi probabilmente non se ne accorge nemmeno).

L'unica vera modalità di reazione che twitter consente e facilità è l'emulazione, per cui nel giro di poche ore ti ritrovi a video centinaia di cinguettii di sconosciuti che ti informano che Umberto Eco e Marcel Proust sono autori sopravvalutati, mentre il giornalista tutto allegro stila la classifica. Lui è uno di quelli che ci tiene molto a mettere sempre il nome e il cognome, secondo lui tutti su internet dovrebbero mettere sempre il nome e cognome, così per esempio i posteri sapranno lui come si passava la domenica pomeriggio: stilando classifiche di scrittori sopravvalutati da un campione casuale di utenti di twitter anche loro con niente di meglio da fare la domenica pomeriggio. (Noto qui en passant che "follower" in italiano si potrebbe benissimo tradurre con "seguace": per una volta che abbiamo una parola chiara, suggestiva, ancora più breve dell'originale... non sarebbe così male usarla).

Durante la settimana sono successe tante altre cose interessanti, per esempio a un certo punto un esponente della Lega Nord, intervistato sull'esistenza della Padania, ha citato come prova dell'esistenza della suddetta denominazione geografica l'esistenza di un formaggio chiamato “Grana Padano”. L'esempio è effettivamente interessante, perché segnala un problema: la parola “Padania” esiste. Non è che per far dispetto ai leghisti – detestabili quanto si vuole – possiamo negare l'evidenza: esiste l'aggettivo “padano, -a”, esiste il nome proprio “Padania”: esistevano anche prima che Maroni e Bossi se ne impadronissero a scopo propaganda (storpiando anche l'accento). Affermare che la Padania non esiste, trasformare quelle tre sillabe male accentate in un tabù, è un paradosso linguistico che alla fine fa soltanto il gioco dei leghisti, che non vedono l'ora di recitare la parte della minoranza perseguitata nel nome di una patria rimossa financo nel vocabolario. Su tutto questo mi sono dilungato altre volte, per mille e più battute, del resto si sa come eravamo noi blog: inutilmente verbosi. Invece adesso c'è Twitter.

E su Twitter è tutto più facile. Un leghista cita come prova dell'esistenza di una nazione un formaggio? Divertente! Copiamo la battuta. È stato il meme più seguito di venerdì: la Catalogna esiste perché esiste la crema catalana, la Savoia per via dei savoiardi, eccetera. Divertenti, no? Ecco, appunto, no.

Poi per carità, l'umorismo è soggettivo, ma date un'occhiata a una raccolta qualsiasi, come questa, delle “battute più simpatiche che imperversano su twitter”, e ditemi che senso possa avere “simpatiche”, a parte “bruttine che s'impegnano, ma invano”. Però magari finché stavano nello stream di twitter sembravano davvero divertenti. In effetti il meccanismo dell'umorismo di twitter è assolutamente primitivo: è lo stesso che sfrutta il comico che dopo averti scaldato con qualche battuta davvero buona riesce a farti sganasciare per un'altra mezz'ora con materiale di scarto: la reiterazione ossessiva, nel soggetto ben disposto, è esilarante in sé. Insomma twitter fabbrica tormentoni. Non solo, ma ti dà anche la soddisfazione di partecipare: alla centesima battuta costruita sullo stesso meccanismo, anche tu che sei un cretino ce la fai a scrivere che Gorgonzola esiste per via dell'omonimo formaggio: e non importa che non abbia un senso, la gente riderà comunque, la gente sta ridendo da prima, oppure ha smesso di ridere ma nessuno se ne è accorto; twitter è un Drive In di Ricci senza silicone ma soprattutto senza risate finte.

Sul serio, le ha tozzissime. Non vi immaginate il calvario.
Poi in settimana sono successe altre cose ugualmente divertenti, io non è che le abbia seguite tutte. Per esempio è successo che Scilipoti abbia fatto un errore di battitura, ma devo dire che ne faccio spesso anch'io d'imbarazzanti, perché credo di condividere con Scilipoti un difetto strutturale che non ci rende veramente adatti alla contemporaneità: le dita tozze. Così per esempio Scilipoti voleva scrivere “futuro” e ha scritto “fututo”, noterete che la t e la r sono proprio attaccate, insomma succede. E non è un problema; su qualsiasi altro servizio on line ci si può rapidamente correggere.

Su Twitter no.

Per cui capirete, che se Scilipoti pesta con un dito un tasto sbagliato, Twitter non glielo può assolutamente perdonare, e “fututo” diventa subito un fantastico, divertentissimo meme, che nella mia fantasia di portatore di dita tozze va a identificare quelle persone che nella vita reale si sganasciano se inciampi e cadi, e dopo tre anni t'incontrano ancora te lo raccontano, di quella volta che avevi fretta e sei inciampato e caduto, ah ah ah, ma quanto è buffo Scilipoti che scrive “fututo” - te lo scrive gente con dita affusolatissime che non riesce più a mettere la punteggiatura, ma del resto è Twitter, non vorrai mica stare a guardare.

Che altro? Ieri era contemporaneamente (come sempre) sia il Buy nothing day sia il giorno della Colletta Alimentare. Io avevo perso di vista da anni entrambe le iniziative, ma Twitter me le ha rammentate, con tutto il codazzo di polemiche e altre cose su cui senz'altro ho scritto migliaia di anni fa, non voglio nemmeno andare a cercare, del resto se sono vecchio è un problema mio, è giusto che altri si mettano a parlare delle stesse cose.

Però adesso lo fanno su Twitter, e su Twitter tutto è più rapido, scanzonato! A un certo punto Wu Ming ha fatto presente che dietro la Colletta Alimentare ci sono Comunione e Liberazione e Compagnia delle Opere. Subito è scattato l'allarme: Wu Ming boicotta la Colletta Alimentare! E i poveri li sfamiamo a copie invendute di Manituana? Coi Wu Ming pazienti a spiegarsi, però su twitter ogni spiegazione è un rivolo che cola via. Finché qualcuno non ha tirato la botta, che sicuramente i Wu Ming non potevano aspettarsi: siete venduti a Mondadori. Ecco, questa è stata la mia settimana su Twitter.

La settimana in cui – per una pura coincidenza, che si chiama Fiorello – Twitter è definitivamente entrato nel mainstream italiano, per cui tutto questo da qui in poi sarà la norma: Repubblica e Corriere i ragguaglieranno in tempo reale sull'ultimo errore di battitura di politico buffo che impazza sulla rete e scatena migliaia di divertentissime scimmiottate. E io ho sempre più nostalgia di Second Life, del 2006, di quando il futuro di internet era un brutto sfondo 3d dove dovevi lavorare sodo e guadagnare anche solo per permetterti un pene decente. Perché almeno quelli che ti dicevano che Second Life era il futuro di solito li vedevi sparire nelle loro stanze per qualche settimana; non ti si piazzavano al monitor coi loro assiomi di saggezza scartati dai baci perugina; non ti tiravano cancelletti con l'aria di chi ha finalmente trovato la battuta del secolo senza perdere tempo a informarti di cosa sta parlando; non si materializzavano dal Nulla per informarti che Dickens è sopravvalutato. Non ti rovinavano il caffè col loro umorismo da pulmino dalle medie, identificandosi come gli stessi che imparavano a memoria ogni battuta della Gialappa e non vedevano l'ora di ripetertela, costringendo tu stesso a guardare la Gialappa per cercare di capire cosa ci fosse di divertente, i momenti esatti in cui ridere, e perché. Ma sul serio perché non ve ne tornate tutti su un atollo di Second Life, vi fate un'orgia, e poi se qualcuno inciampa sul predellino di un motoscafo sai le risate, ecco, uno può farsi un avatar a forma di Scilipoti e giù tutti a ridere! È divertente! Un altro invece può fabbricare un cippo di marmo a forma di Borges e i giornalisti famosi italoniuorchesi possono farsi un avatar di barboncino e andarci a fare i bisognini, ecco, io preferirei.

Io me ne resto qui, a scrivere lenzuolate di roba che nessuno vi costringe a leggere, a scavare sotto qualsiasi minchiata che mi capiti di incontrare in superficie. Sono fatto così. Non è che non ami la sintesi, in alcuni la invidio proprio: in La Rochefoucauld per esempio, non nel primo bimbominchia italiano o niuorchese che mi tira un cancelletto.

giovedì 24 novembre 2011

A questo punto io sarei anche stanco di vivere sul promontorio delle catastrofi, sempre a scrutare l'orizzonte in attesa di barbari che arriveranno appena mi volto. Sono snervanti, le decadenze, non finiscono mai e coi posteri ci fai comunque brutta figura. Comunque già che sono qui, ecco le mie previsioni da Ezechiele presbite. I profeti in generale sono presbiti, non badano ai dettagli, stringono gli occhi finché non vedono soltanto chiazze di colore. Come fanno a indovinare? Hanno un trucco: scrivono tutte le ipotesi che vengono loro in mente, più sono meglio è. Una almeno l'azzeccheranno. Le altre nessuno se le ricorderà.

Chi vince nel 2013 vince "tutto"
La legislatura ha come termine naturale la primavera del 2013; l'Euro e l'Unione Europea potrebbero anche durare di meno. Per una coincidenza fortuita e rischiosa che dovrebbe capitare ogni vent'anni e invece si è verificata già cinque anni fa, nel 2013 scade anche il mandato di Napolitano. Non so esattamente (qualcuno lo sa?) cosa preveda la Costituzione, ma nel 2006 lo stesso Napolitano fu nominato da un parlamento appena insediato. È lecito quindi supporre che nel 2013 succeda la stessa cosa: prima si va alle urne, poi chi vince nomina il Presidente. Quindi chi vince nel 2013 vince tutto – ammesso che nel piatto sia rimasto un granché da vincere. In realtà, comunque vadano le cose, è improbabile che il futuro presidente possa provenire dall'area del PD: sono già riusciti a piazzare Napolitano, col senno del poi è stato un exploit fantastico (considerato che quelle elezioni le avevano praticamente pareggiate). Non solo, ma prima di Napolitano sul colle c'era un laico, Ciampi. A questo punto è chiaro che i cattolici reclameranno il posto, e considerata la loro centralità sarà molto difficile negarglielo. L'unico problema è trovarne uno abbastanza pulito (Pisanu?), cosa non semplice quando un monopolista dei ventilatori dispone del quantitativo necessario di merda: Casini è avvisato. Piuttosto è Monti ha buone carte da giocarsi, come il cursus honoris di Ciampi dimostra. Quanto ai piddini papabili, probabilmente loro si sono già segnati la primavera del 2020 su google calendar; per allora D'Alema avrà 70 anni, Veltroni pochi di meno... sarà l'ultima sfida, ma vien voglia di controllare se per caso non c'è un meteorite che impatta prima.

Restiamo al 2013: come ci arriviamo?
Fermo restando che un meteorite, una farfalla in Brasile, ma più probabilmente Angela Merkel in Germania possono fare e disfare in qualsiasi momento il nostro destino... proviamo a indovinare come andrà a finire il governo Monti. Il suo margine d'intervento è abbastanza ristretto: l'opinione condivisa è che profitterà della sua natura tecnica per chiedere sacrifici sia a destra e a sinistra; banalizzando (stringendo gli occhi): i berlusconiani dovranno mandare giù la patrimoniale, i bersaniani la fine dello stato sociale come lo conoscono (pensioni di anzianità, cassa integrazione, eccetera). Questo è il patto sottaciuto – non perché sia segreto, anzi è davanti agli occhi di tutti. La cosa interessante è capire chi lo rispetterà, o meglio: chi tradirà per primo.

Sulla base di nessun dato, ma semplicemente per il mio viscerale antiberlusconesimo, io dico Berlusconi. Lui ha il killer istinct, lui vuole e deve vincere (per la gloria, per salvare la famiglia) gli altri stanno sempre a pensare ad altro, come ad es. il bene del Paese. È anche vero che Berlusconi è una variabile indipendente, nel senso che è matto. Ma non è vero che i matti siano così imprevedibili, specie quando sono soggetti a fissazioni. Inoltre negli ultimi mesi lo abbiamo visto sotto stress, costretto in un ruolo istituzionale che non gli piace, sorvegliato a vista e probabilmente impossibilitato a sfogarsi come si deve. Ma chissà che una bella dormita, un beverone e un bunga-bunga fatto bene non ci restituiscano il combattente che conosciamo.

Berlusconi, dunque, con le corazzate mediaset, le teste di ponte in rai che a riallinearsi ci metterebbero comunque un po', e l'artiglieria in Senato puntata sul governo Monti, Berlusconi se ha ancora voglia di combattere cosa deve fare? Mantenere in vita il governo Monti fino all'esatto momento in cui avrà rimontato nei sondaggi. Nel frattempo, vai di microcriminalità al telegiornale (si è già registrata una certa recrudescenza delle rapine a mano armata). Ci saranno momenti anche paradossali, per esempio probabilmente Berlusconi farà votare ai suoi la patrimoniale e il giorno dopo farà cadere il governo e farà campagna elettorale contro la patrimoniale; è capacissimo di farlo, e lì il problema non è tanto la follia sua, quanto quella dei suoi elettori. Dopodiché chissà, magari perderà comunque, ma più per anzianità che per altro: Alfano come delfino non sembra quel mostro di carisma. Però a quel punto contro chi perderebbe? Contro un neo-CLN antiberlusconiano? Non credo che gli elettori sarebbero entusiasti, ma in quel caso il ticket più probabile sarebbe Bersani a palazzo Chigi e Casini al Quirinale, urge spolverare il lemma “cattocomunista”.

Un altro scenario è che i parlamentari berlusconiani, invece di far saltare il governo Monti in un momento qualsiasi da qui al 2013, riescano a sequestrarlo, imponendo un programma più destrorso che sinistrorso: una patrimoniale solo di nome e una riforma del lavoro che umili Bersani. A questo punto nel 2013 il “PDL” (che comunque non si chiamerà più così) potrebbe addirittura candidare Alfano al governo e Monti al Colle, con Berlusconi jolly che si tiene le sue aziende e scambia una sua uscita dalla scena politica con la sostanziale impunità per tutto quello che lui e i suoi hanno commesso. La sinistra a quel punto sarebbe probabilmente divisa tra massimalisti (Vendola più gli ex bersaniani delusi) e centristi (Renzi o un simil-Renzi che cerchi di rubare voti a Casini, o addirittura alleato con Casini: adesso sembra strano, ma tra un paio di anni chissà).

Dopodiché, ripeto, può succedere di tutto. Ad esempio: un processo qualsiasi di quelli che ancora coinvolgono B, e ai quali ora avrà molte meno ragioni di non presentarsi. Ad esempio: Beppe Grillo. Le cavallette. L'eruzione del Vesuvio. L'uscita dell'Italia dall'Euro, prospettiva che faccio fatica a visualizzare: l'unica cosa che mi viene in mente è una specie di Cuba con gli euro tedeschi al posto dei dollari americani e i puttanieri tedeschi al posto dei puttanieri italiani, e la pizzica al posto della salsa – e ditemi dov'è la nostra Miami che io sto già pensando a dove gonfiare il canotto.

(Poi ci sono anche le ipotesi ottimistiche, ma le tengo per me. Scaramanzie).

martedì 22 novembre 2011


Oggi è la sua festa, la festa dei cantori e dei musicanti, che tutto l'anno se le cantano e se le suonano, e oggi magari potrebbero festeggiare facendo un po' di silenzio, no?


Che magari lei vuole solo dormire. (Cecilia, you're breaking my heart si legge sul Post, ovviamente, l'unico magazine on line con Paul Simon titolista).

22 novembre - Santa Cecilia, vergine e martire (100-200 ca.)

Tra i Santi ci sono, come tra noi, celebrità indiscusse e perfetti sconosciuti; e come tra noi, a volte a fare la differenza è un nonnulla: ci sono Santi che si sono sbattuti tutta la vita e non li conosce nessuno, Santi che passavano di lì per caso e hanno santuari in tutto il mondo. Perché a fare la fortuna di un Santo sono elementi imponderabili, per esempio gli errori di trascrizione. Voi non avete idea di cosa possano combinare gli errori di trascrizione. Prendi Santa Cecilia: pale d'altare di Raffaello, canzoni di Simon & Garfunkel, insomma, una star. E cosa ha fatto per meritarsi tutto questo? Niente. Oddio, “niente”: ha pur sempre dato la vita per testimoniare il Vangelo durante le persecuzioni dei primi secoli. Ma come lei tanti altri martiri romani che non ci hanno lasciato altro che un nome, e che in mancanza di testimonianze circostanziate sono stati successivamente cancellati dai calendari. Cecilia invece ha resistito, addirittura è diventata patrona dei musicisti (che di Santi in paradiso avevano un disperato bisogno). Come ha fatto? Qual è stato il suo segreto? Un errore di trascrizione, appunto.

Sul serio. Non è tanto il romanzesco resoconto del suo martirio, che come molti del suo genere (le Passiones) è probabilmente da attribuire alla fantasia di monaci medievali reclusi che un migliaio d'anni prima di Sade si dilettavano in racconti di Sante (vergini) scuoiate, Sante (vergini) accecate coi tizzoni, Sante (vergini) dai seni mozzati, Sante squartate e così via. Cecilia, tra le altre cose, viene decapitata per tre volte, ovvero per tre volte il boia ci prova e tzoong! la lama rimbalza, ma no, non è con trucchi del genere che è resistita sul calendario. Accade però che l'antifona della Messa in suo onore reciti: “Mentre gli strumenti venivano scaldati (candentibus organis), la vergine Cecilia in cuor suo pregava per il Signore soltanto, dicendo: fa' sì o Signore che il mio cuore e il mio corpo restino immacolati affinché io non sia confusa". Dal contesto dovremmo capire che “gli strumenti” (organis) che venivano scaldati sono quelli di tortura. Però si sa cosa succede ai testi delle canzoni, a furia di cantarle: perdono il loro senso. Così a un certo punto qualche pittore comincia a raffigurare Cecilia accanto a un organo. Nelle versioni più recenti, infatti, lo stesso inno non dice più candentibus organis (“strumenti incandescenti”), ma “cantantibus organis”: organi che suonano. E anche Cecilia in fondo “decantabat”, che può significare “recitava le preghiere”, ma più tardi anche “cantava”, insomma a un certo punto (fine medioevo?) la scena sadica di gusto tardoantico si trasforma in un provino musicale, gli organi suonano e Cecilia canta, oh Lord show me the way. Da lì a patrona della musica il passo è breve; se ti ritraggono sempre con una tastiera nei pressi, insomma, un motivo ci sarà. Saprai suonarla, o no? O almeno saprai cantare. È un po' come la storia del maiale di Sant'Antonio Abate, che nei vecchi dipinti raffigurava il demonio tentatore nel deserto, ma poi in seguito è diventato sempre più un pacioso maialino padano, e alla fine il Santo si è ritrovato patrono degli animali da fattoria, che per un eremita del deserto egiziano se permettete è il colmo.

E Santa Cecilia? Di sicuro non ha mai neppure ascoltato un organo in vita sua. Magari era persino stonata, chi lo sa? Questo spiegherebbe alcune cose, ad esempio la sfiga dei musicisti. (Continua...)Tenete conto che nel paradiso cattolico ci sono delle autorità assolute in campo musicale: San Gregorio Magno (da cui “canto gregoriano”, non so se mi spiego), Sant'Ambrogio, Sant'Alfonso de' Liguori, e ne dimentico senz'altro di importantissimi. Poi c'è questa Cecilia di cui non si sa quasi niente, fino al giorno in cui si scopre che l'hanno fatta patrona di tutta la musica, per un errore di trascrizione. E lei magari di musica non si era mai interessata, magari non sa distinguere un bemolle da un bequadro, magari lei voleva fare, che ne so, la parrucchiera, ma vallo a spiegare ai devoti. E ai pezzi grossi aureolati che hanno inventato il canto modale, oh, l'avranno senz'altro presa bene. Improvvisamente da Santa di serie B si ritrova sotto le luci della ribalta, destinataria di tutte le preghiere e lamentazioni di ogni musicista dell'occidente. Una cacofonia che farebbe impazzire un santo, ecco, appunto.


Cecilia è un po' matta. Come cantano i maestri cantori Simon e Garfunkel: O Cecilia tu ci spezzi il cuore, ci fai perdere ogni giorno la fiducia in noi stessi. O Cecilia, siamo qui che ti chiediamo in ginocchio di tornare a casa. Strofa: oggi pomeriggio ero nel mio letto con Cecilia (che facevo l'amore). Mi sono alzato per lavarmi la faccia... quando sono tornato c'era qualcun altro al mio posto.

Il dramma del compositore: la Musica è una santa capricciosa che certi giorni c'è, poi se ne va, poi torna ("Jubilation! She loves me again!"), ci fai l'amore per un pomeriggio, poi ti lavi la faccia e ti rendi conto che quella canzone che pensavi di aver concepito non è tua, è già di qualcun altro. È sempre stata di qualcun altro. Cecilia, perché ci spezzi il cuore così? Non potresti regalarci a tutti una melodia diversa? Perché ci hai dato solo sette note - dodici coi tasti neri? ("E che ne so io, deficienti, io non vi ho dato niente! io volevo fare la patrona delle parrucchiere!")

Forse Raffaello, l'apollineo Raffaello Sanzio, aveva capito tutto ritraendola mentre spacca tutti gli strumenti che si trova davanti, con gli occhi volti al cielo e cinquecento anni di anticipo su qualsiasi Pete Townshend. Viole, clarini, organi, basta! Gli storici dell'arte spiegano che nelle orecchie sta ascoltando l'unica vera musica, che è quella celeste; Guido Reni apprezzerà quegli occhi al cielo e ne farà il marchio di fabbrica dell'Estasi seicentesca, ma noi sappiamo la verità: Cecilia spacca tutto perché non ne può più, Cecilia vuole silenzio!

Nel 1599, durante i soliti lavori per il solito giubileo, un cardinale rinviene il suo corpo, “perfettamente conservato” come si dice in questi casi: poi di solito uno non fa in tempo ad andare a controllare di persona che il corpo si è già deteriorato. A quel punto il cardinale decide di sostituirlo con una copia in scala 1:1 in marmo della salma, una statua iper-realista, che riproduca i resti di Cecilia esattamente nella posizione in cui erano stati ritrovati. Siamo a fine Cinquecento: le pose studiate e artificiali del manierismo stanno per cedere il passo alle pose teatrali ed eloquenti del barocco. Nel bel mezzo di tutto questo il giovane Stefano Maderno scolpisce Santa Cecilia, che è semplicemente una ragazza distesa che non respira più, e soprattutto non ti guarda. Le mani rilassate ti dicono che è morta, il volto a terra ti dice che riposa. Sul collo una cicatrice incredibile, il capo è avvolto in un velo, ma l'orecchio spunta fuori. Cecilia ci ascolta. Anche se forse vorrebbe solo dormire.

domenica 20 novembre 2011

Sempre a proposito di scrittori mediocri: Ferrara si è arrabbiato. Ferrara ha scoperto che intorno a Berlusconi c'è una classe dirigente penosa. Nel 2011. Se n'è accorto. Perché hanno stracciato il discorsetto che aveva preparato per Berlusconi alla Camera, chissà quale capolavoro ci hanno impedito di ascoltare. E lui si è arrabbiato. Con chi? Con Gianni Letta? No, macché.


Con Sandro Bondi. Le vere eminenze grigie dietro Berlisconi devono avergli detto "lascia perdere il panzone, si è intestardito con questa idea delle elezioni in inverno che non convengono davvero a nessuno", e Ferrara con chi va a prendersela? Con Sandro Bondi. Come il servo bastonato che esce nell'aja e molla due calci al cagnolino, siamo a questi livelli, popolo delle Libertà.

E io ci ho scritto una teoria sull'Unità, ed è la Teoria Numero Cento! Sempre a proposito di scrittori mediocri (ma costanti).
(Si commenta laggiù).

venerdì 18 novembre 2011

e ADESSO chi è la più bella del reame, eh?
Come? Non ti sento bene, scusa.
Non di questo, del secolo VI. Un secolo in cui probabilmente in Europa sapevano leggere in cinquecento e scrivere in quindici - comunque si aggiudica il trofeo San Gregorio da Tours, di cui si leggono mirabilie sul Post. Quella nell'immagine invece è una bis-bis-bis-nonna di Cenerentola, giuro.


17 novembre - San Gregorio di Tours (538-594).

Uno dei motivi per cui la gente guarda i talent show, secondo me, è che sono pieni di incapaci che fanno ridere, all'inizio; e in seguito di mediocri che possono sbagliare nota o figura da un momento all'altro. E a quel punto lo spettatore si sente come Nerone sul palco del Colosseo pronto a invertire il pollice e far entrare i leoni, no? No, esagero, tra l'altro ai suoi tempi il Colosseo non c'era, e comunque a Nerone non piacevano gli spettacoli sanguinosi. Forse i mediocri ci fanno stare bene perché sono gente come noi, sbagliano come noi, se diventano ministri fanno le stesse cazzate che faremmo noi, se non peggiori.

Ma c'è di più: a volte solo contemplando un mediocre noi riusciamo a farci un'idea della grandezza. Per esempio. Io la danza classica non sono mai riuscito a guardarla, alla prima ruota impeccabile sbadiglio, sono sempre tutte incommensurabilmente brave e mi annoio. Invece se guardo un'amica di Maria col collo del piede inadeguato riesco a capire le sue mancanze, le correggo con l'immaginazione e all'improvviso mi rendo conto della fatica, della grazia che deve metterci una ballerina vera; è come se la mediocrità mi aiutasse a misurare il valore di chi è bravo davvero, è come quando fotografi un piccione spennato in cima a un monumento e finalmente riesci a capire quanto il monumento è grosso. Dico tutto questo perché oggi è San Gregorio di Tours, che non è patrono di Tours (con San Martino non c'era gioco) e quindi non si sa esattamente di cosa sia patrono, e allora io avrei una proposta: nominiamolo patrono di tutti gli scrittori mediocri (sì, me compreso).

Gregorio in effetti è un po' l'amico di Maria della scrittura. Il mio Dizionario dei Santi (“Da Abacuc a Zosimo tutti i protagonisti della fede”) spiega che la sua Historia Francorum “non si può dire un'opera d'arte”, mirabile eufemismo per nascondere ai non esperti la terribile verità: Gregorio come scrittore è un disastro. Ma è uno di quei disastri molto interessanti da studiare, come il Big Bang. Non è che non sappia mettere la punteggiatura: ai suoi tempi nemmeno esisteva la punteggiatura, forse non costumava nemmeno più spaziare tra una parola e l'altra, siscrivevatuttoattaccatoperevitarecheilpenninofacesselagocciamacchiandolapergamena (con quel che costava, la pergamena: per qualche secolo si è andato avanti riciclando testi antichi, se volevi raccontare gli ultimi gossip sulla regina Cunegonda prendevi un rarissimo volume della Poetica di Aristotele, lo raschiavi, e iniziavi ascriverefittofittoqualsiasistoriellativenisseinmente). Niente punteggiatura, insomma, niente spazi: quindi diventano importantissimi i nessi logici, quelle paroline come “Perciò, Quindi, Infatti, Siccome”... ecco, quelle. Gregorio non sa bene come usarle, è come uno di quegli studenti che cominciano sempre con Infatti e con Perché ma non stanno spiegando niente, è solo un modo per prendere parola e iniziare a raccontare fattoidi senza continuità finché qualcuno spazientito non ti toglie il microfono.

Gregorio del resto non è che capisca il come e il perché, la sua Historia non è che un groviglio senza capo né coda di Merovingi che si accoppano e poi fanno la pace e poi si riaccoppano, con un vescovo (a volte Gregorio stesso) che ogni tanto ne prende due sottobraccio e dice “Va bene adesso basta ammazzarsi tra cugini di terzo grado, dite un Pater Ave Gloria e da qui in poi tutti amici, oc?” [Non è vero che si diceva “oc”, a Tours non si parlava la Langue-d'Oc, ma mi piaceva la scena di un vescovo che dice “Oc”]. E il bello è che nella pagina seguente i due sono davvero amiconi e fanno bisboccia insieme, poi quando è ora di pagare il conto uno dice Paga il mio amico che ha appena ereditato, è diventato ricco da quando ho fatto uno spiedo di tutti i suoi parenti, eh eh, Cramnesindo, dovresti solo ringraziarmi... e Cramnesindo a quel punto si adonta, gli taglia la testa e la infilza su un palo, ecco, questi erano i tempi di Gregorio di Tours (continua...)


Gallia, sesto secolo. L'Impero Romano è finito dai tempi dei nonni dei bisnonni, e al suo posto ci sono questi sovrani burgundi visigoti e merovingi che però non conoscono la differenza tra nazione e proprietà privata, sicché qualsiasi regno lo dividono tra numerosi figli maschi, i quali ovviamente non perdono tempo e cominciano ad ammazzarsi a volte quando il padre è ancora vivo, spalleggiati da mogli e concubine efferate: i confini cambiano continuamente, le nazioni hanno nomi stranissimi (Neustria, Austrasia), e in mezzo a tutto questo Gregorio cerca di fare l'uomo saggio, l'uomo di fede e soprattutto di lettere. La volontà non gli mancava, ma cominciava a scarseggiare il materiale, dico proprio le pergamene: in tutta la sua vita Gregorio si nutrirà soprattutto di cronache tardo-antiche, un po' di Eneide, poca patristica, Cicerone solo attraverso San Girolamo, le Scritture compreso qualche apocrifo, tutto lì. Per i tempi era comunque una biblioteca degnissima, che gli valse una fama di intellettuale, non del tutto immeritata, perché son tutti buoni oggi di fare i sapientini con google. Gregorio non aveva nemmeno a disposizione un vocabolario decente della lingua in cui cercava di scrivere (il latino).

Quanto alle fonti, è tutto un sentito-dire. Gregorio è contemporaneo di alcuni dei personaggi più incredibili della sua Historia; donne fatali e criminali, come Brunechilde e Fredegonda. Quest'ultima, nata schiava, seduce il re Chilperico e lo convince a ripudiare la prima moglie Audovera e a trovarsene una degna di lui. Chilperico obbedisce ma, come capita sovente ai Merovingi, fraintende e sposa Galsuinda, sorella di Brunechilde regina di Austrasia. Fredegonda abbozza ma appena Chilperico si stanca della sposa novella riesce a convincerlo a farla sgozzare: la cognata non apprezza, e da qui un'infinita guerra tra Austrasia e Neustria in cui inutilmente gli studiosi moderni cercherebbero quei moventi, quegli indicatori socio-economici per cui si fanno le guerre, perché ce la racconta Gregorio da Tours, e per Gregorio alla fine è tutto molto semplice: quelle due tipe, Fredegonda e Brunechilde, non si sopportavano, per trent'anni continuarono a scagliarsi contro re principi  e pretendenti come pezzi bianchi e neri sulla scacchiera.

Nel frattempo Fredegonda aveva anche il suo daffare ad eliminare i figliastri, avvelenandoli o facendoli sgozzare o screditandoli presso il marito. Persino i suoi figli naturali dovevano stare attenti alla testa, letteralmente. Alla vezzosa Rigonda promise di regalare ogni vestito e prezioso che sarebbe riuscita a trovare in un baule; ovviamente era solo un pretesto per chiuderle la testa nel baule stesso, ma le sue guardie sventarono il crimine e... e niente, il mattino dopo tutti a colazione come prima, che gente i Merovingi.

L'episodio è interessante perché riaffiora dieci secoli dopo nell'ultimo posto dove uno se lo potrebbe aspettare, e cioè nella fiaba di Zezolla, che è poi la versione napoletana di Cenerentola, narrata nel Cunto de li Cunti da Giambattista Basile. Qui in una versione italiana:
Ma [il padre di Zezolla], essendosi sposato da poco il padre e pigliata una focosa malvagia e indiavolata, questa maledetta femmina cominciò ad avere in disgusto la figliastra, facendole cere brusche, facce storte, occhiate accigliate da spaventarla, tanto che la povera ragazza si lamentava sempre con la maestra dei maltrattamenti che le faceva la matrigna, dicendole: "O dio, e non potessi essere tu la mammarella mia, che mi fai tanti vezzi e carezze?" E tanto continuò a ripetere questa cantilena che, messole un vespone nell'orecchio, accecata dal diavolo, una volta la maestra le disse: "Se farai come ti dice questa testa pazza, io ti sarò mamma e tu mi sarai cara come le ciliegine di questi occhi". Voleva continuare a parlare, quando Zezolla (che così si chiamava la ragazza) disse: "Perdonami, se ti spezzo la parola in bocca. Io so che mi vuoi bene, perciò zitto e sufficit: insegnami l'arte, perché io vengo dalla campagna, tu scrivi io firmo" "Orsù" replicò la maestra, "senti bene, apri le orecchie e il pane ti verrà bianco come i fiori. Appena tuo padre esce, di' alla tua matrigna che vuoi un vestito di quelli vecchi che stanno dentro la grande cassapanca nel ripostiglio, per risparmiare questo che porti addosso. Lei, che ti vuol vedere tutta pezze e stracci, aprirà il cassone e dirà: 'Tieni il coperchio' E tu, tenendolo, mentre andrà rovistando dentro, lascialo cadere di colpo, così si romperà l'osso del collo. Fatto ciò, tu sai che tuo padre farebbe monete false per accontentarti e tu, quando ti accarezza, pregalo di prendermi per moglie, perché (beata a te!) sarai la padrona della vita mia".



Sì, lo so, di queste cose Walt Disney non parla, ma la Cenerentola originale napoletana spezza il collo della matrigna in un baule. Le va comunque male, perché il papà sposa la maestra che diventa una matrigna peggiore della prima, ed è quella che poi la relega definitivamente alle pulizie. Secoli prima lo stesso crimine era stato imputato a quella granculo di Fredegonda, che con Cenerentola del resto condivide il salto improvviso da domestica a principessa. Insomma dietro alla fiaba della scarpetta di cristallo (che con molte variazioni è attestata nell'antico Egitto, in Cina e tra i nativi americani) potrebbe esserci una delle più malvagie regine della storia, una di fronte alla quale Lucrezia Borgia è una Teresina del bambin Gesù. E alla fine un dettaglio della fiaba potrebbe averlo messo su pergamena proprio il mediocre Gregorio da Tours, con la sua passione per le scene un po' truculente, ma vivide. Se lo amiamo, con tutto l'affetto fraterno che riserviamo ai mediocri, è grazie a Erich Auerbach, che in Mimesis ci ha fatto conoscere la sua prosa sgrammaticata, e ci ha insegnato a riconoscere l'alba nell'imbrunire degli antichi nessi logico-sintattici. Perché è vero, Gregorio scrive male, ma senza di lui forse non avremmo il realismo moderno.
Gregorio non dispone che del suo latino grammaticalmente corrotto, sintatticamente povero e di conseguenza quasi di scolaretto, egli non ha registri da manovrare e non ha un pubblico sul quale possa influire con un gusto inconsueto o con una variante stilistica; ha però i fatti concreti che accadono intorno a lui, che si svolgono davanti ai suoi occhi o che gli sono riferiti “caldi caldi”[...] Quello che racconta è il suo proprio, il suo unico mondo; non ne ha altri, e in esso vive. Dall'opera di Gregorio in verità apprendiamo assai confusamente la connessione dei fatti politici, ma arriva per così dire alle nostre narici l'aria del primo secolo della dominazione dei Franchi nelle Gallie. Vi dominano costumi tornati spaventosamente rozzi, non soltanto perché la violenza prorompe nei singoli territori, e i governi non hanno più la forza d'intervenire, ma anche l'astuzia e la politica hanno perduto ogni forma e sono diventate primitive e rozze. [...] [Gregorio] aveva di poco passati i trent'anni quando divenne vescovo di Tours; se è lecito giudicare l'uomo dallo scrittore, deve aver posseduto coraggio e forza di carattere, e certamente nulla di quanto vide poté distoglierlo dalla sua via. Egli è uno dei primi esempi di quella attività pratica nel senso della Chiesa che ha fatto della dottrina cristiana uno strumento che agisce entro la vita terrene, e che si può sotto molti aspetti ammirare nella Chiesa cattolica. A Gregorio nulla dell'uomo è estraneo, fa luce in tutti gli abissi, chiama le cose col loro nome, e conserva tuttavia la sua dignità e una certa unzione di tono, e non si fa nemmeno nessun ritegno d'impiegare mezzi temporali accanto a quelli spirituali; sa che la Chiesa deve essere forte e potente se vuol raggiungere in questo mondo qualcosa di durevole nel campo morale e che bisogna legare a sé anche con interessi pratici coloro di cui si vuol conquistare durevolmente il cuore. [...] Di certo il suo talento e il suo temperamento conducono il vescovo Gregorio molto al di là della semplice cura spirituale e della pratica ecclesiastica; quasi senza avvedersene diventa uno scrittore che afferra e foggia la vita. Non ogni prete avrebbe potuto diventar quello che è diventato lui, ma in quel tempo soltanto un prete poteva diventarlo.
È passato molto tempo da quando studiavo Auerbach e il realismo in generale, ma ancora oggi quando correggo qualche tema di tredicenne, e sbatto inevitabilmente contro sintassi traballanti, punteggiature insensate o inesistenti, “perché” che non spiegano e “ma” che non avversano, proprio mentre sto per accartocciare il foglio protocollo... mi torna in mente Gregorio di Tours, grande e sgrammaticato scrittore che coi cocci del latino s'inventò una lingua nuova e un realismo nuovo, patrono di tutti noi cattivi e incompresi scrittori sempre in guerra con punteggiatura e logica. Magari il mio peggior studente sarà il cronista dei prossimi barbari; possa San Gregorio illuminargli il desktop, mentre raschia dalla memoria fissa qualche e-book inutile e comincia a scrivere le gesta del popolo tamarro.

mercoledì 16 novembre 2011

La badante e i professori
Anch'io sono tra quelli che hanno trovato sconvolgente l'articolo del Corriere in cui Federico Fubini e Danilo Taino hanno proposto di far votare i genitori anche per i loro figli, o di “rafforzare” il voto dei giovani (“permettiamo che quella di un ventenne conti magari 1,2, e di un trentenne almeno 1,1)”. Ma non per il crimine di lesa democrazia, che i due praticano solo a livello teorico (c'è gente che infierisce sulla moribonda con coltelli molto meno metaforici). Non sono un feticista della democrazia: è un sistema, ha i suoi difetti. Da nessuna parte è scritto che una maggioranza sappia individuare i problemi prioritari e risolverli meglio di una minoranza.

Certo, in generale è lecito pensare che ognuno capisca ciò che è bene per sé, e che quindi una maggioranza sappia agire perlomeno per il bene della maggioranza: e tuttavia questa, come tante altre belle e semplici idee occidentali, ha il difetto non piccolo di funzionare soltanto postulando uno sviluppo illimitato e risorse altrettanto illimitate. Così in certe brutte giornate mi sorprendo a pensare che la democrazia sia la principale colpevole del riscaldamento globale: è solo Lei ad avere concreta necessità di massificare il benessere, e a distribuire alla maggioranza luce acqua gas e benzina: se avessero vinto i nazisti probabilmente avrebbero schiavizzato la maggioranza della popolazione mondiale, con una conseguente contrazione dei consumi, della concorrenza e della produzione: oggi saremmo magari due o tre miliardi in meno e non ci sarebbe tutto questo inquinamento (non ci sarei però nemmeno io, quindi preferisco tenermi l'inquinamento).

Così, man mano che l'umanità procede verso la catastrofe (e io spero di sbagliarmi, ma sono sempre di quella generazione che a scuola si è vista The Day After, io sin da cucciolo sono stato addestrato a puntare il naso al primo vago lezzo di catastrofe) trovo inevitabile che la democrazia venga messa in discussione, e si richiamino i “tecnici”, di cui finalmente saggeremo la tecnica. Se poi parliamo di Monti, egli è ancora molto lontano dalla mia idea di cavaliere dell'Apocalisse; però per esempio non credo che la Cina diventerà nei tempi brevi una democrazia, e forse nemmeno lo spero: forse l'unica speranza per tutti noi sette miliardi è la politica del figlio unico del governo cinese, ma credo che solo una tirannide tecnocratica possa imporla. Non credo che usciremo democratici dal ventunesimo secolo (la maggior parte di noi non ne uscirà comunque, certo): perlomeno chi avrà la dubbia fortuna di discendere da noi non manterrà questa fiducia acritica nella democrazia, che è un sistema fantastico quando devi amministrare un'economia in espansione, non quando devi razionare acqua e benzina. Queste cose avrei potuto scriverle in qualsiasi momento degli ultimi dieci anni, ma forse non avevo il coraggio.

Poi negli ultimi giorni improvvisamente la democrazia è stata messa in discussione da Gramellini sulla Stampa, e ora da due prestigiosi studiosi sul Corriere. Cosa sta succedendo? Credo sia un banale effetto ottico del crepuscolo del berlusconismo (per quanto illusorio che sia): è giunto il momento delle monetine e tutti si domandano com'è possibile che ci siamo tenuti un tipo del genere per diciassette anni – che razza di sistema politico sia quello che consente a un pagliaccio simile di governare, o meglio, di impedire a qualche altra persona seria di farlo? Si chiama democrazia? Deve avere qualche grosso difetto.

E in effetti ne ha, e sopra ho descritto quello che ritengo il peggiore: la democrazia persegue il bene dei più, fino a esaurimento delle risorse e conseguenti probabili catastrofi. Però Berlusconi non è un difetto della democrazia, così come un baro non è un difetto del poker: è uno che a poker non ci deve giocare, non dovevamo nemmeno permettergli di sedersi al tavolo. L'antiberlusconismo è tutto qui: ostinarsi a credere che Berlusconi non sia un difetto della democrazia, ma uno che la democrazia l'ha pervertita dal primo istante in cui si è candidato (illegalmente) e le sue emittenze (ammucchiate illegalmente) hanno cominciato a inviarci consigli per le elezioni. L'antiberlusconismo è credere che la maggioranza degli italiani abbia votato Berlusconi non per chissà quale tara antropologica o culturale, ma semplicemente perché è stata truffata da un tizio che non ha rispettato le regole. E se non rispetti le regole, non è più democrazia: neanche se ogni tanto vince Prodi (ma la sua agenda è completamente stravolta da emergenze criminalità create ad arte dai media berlusconiani). Prova ne è che le democrazie cosiddette 'mature' non eleggono gente come Berlusconi. Non è che eleggano sempre fior di statisti, però solo in Thailandia hanno eletto un tizio paragonabile a Berlusconi – anche se là l'alternativa sono i colonnelli, forse lo sosterrei pure io. Anche se i colonnelli non avevano tutti i torti a cercare di estrometterlo. Io almeno la penso così. Perché resto antiberlusconiano.

Ma al Corriere non possono essere antiberlusconiani. Persino qualora ritenessero in cuor loro che Berlusconi sia stato la più grande disgrazia dai tempi della peste del Seicento. Il Corriere deve stare in mezzo, all'intersezione di base e bisettrice – altrimenti non è più Corriere. Se per dire invece di Berlusconi nel '94 fosse sceso in campo Chtulhu, e nel suo programma di governo avesse preteso orge a base di sangue fresco di tot vergini al semestre, Panebianco e Battista nei 17 anni successivi si sarebbero sforzati di trovare il punto medio tra Occhetto e Chtulhu, tra Prodi e Chtulhu, tra Veltroni e Chtulhu, tipo, ok, il secondo è un fetido mostro tentacolare ed evanescente che si nutre di incubi, ma anche la Festa del Cinema di Roma non è che abbia una programmazione così esaltante, ecco, in ciò consiste la medietà del Corriere.

Dal Corriere non è che possano dirci: “Va bene, Berlusconi ci ha fregato, ha abusato di una posizione di mercato dominante assolutamente illegale, auspichiamo che il governo Monti agisca prontamente contro questo trust che è un covo di potere a delinquere”. No. Bisogna dare la colpa agli italiani, perlomeno di quella metà che in qualsiasi momento avrebbe dovuto scegliere di non dar retta a metà delle tv, a metà dei giornali (ed è ovviamente colpa anche dell'altra metà che doveva fare opposizione in un modo più elegante). Quindi, invece di porsi l'unico problema sensato, ovvero: come sgominiamo una volta per sempre il partito-azienda che persegue gli interessi dell'azienda e non quelli dell'Italia? Quali leggi variamo? Dobbiamo scriverne di nuove o è sufficiente applicare le vecchie? Si può lasciar fare alla giustizia ordinaria o saranno necessarie misure straordinarie (=bomb Cologno)? ...Invece di discutere di tutto questo, ci si pone il problema della democrazia. Forse non funziona, visto che il baro vinceva le partite. Cosa facciamo? Facciamo votare solo quelli che hanno letto un po' di Costituzione (Gramellini)? Oppure diamo i voti calibrati a seconda dell'età (Fubini/Taino)? Così in un colpo solo non ci liberiamo soltanto di Berlusconi, ma di tutte le gerontocrazie, comprese quelle di sinistra che non vogliono mandarci in pensione a settant'anni per dare due spicci di sussidio ai giovani disoccupati.

Però non è questo che trovo sconvolgente dell'articolo di Fubini e Taino. Le loro proposte sono perfino ragionevoli, considerato che stanno infrangendo un tabù. Il punto è che loro partono dal presupposto (vero) che la maggioranza anziana degli italiani continuerà ad avallare politiche anziane, senza capacità né volontà di guardare troppo avanti. Ed è vero che andrà così – se gli italiani continueranno a votare. Ma perché mai dovrebbero votare soltanto gli italiani?

Ecco, la cosa sconvolgente dell'articolo di Fubini e Taino è la rimozione totale del problema numero uno (e della soluzione al problema numero uno): il voto agli stranieri. F&T parlano di un Paese in rapido invecchiamento, e lo siamo – se non contiamo gli stranieri. Se invece li contiamo, scopriamo che tutto sommato la bilancia tiene (terrebbe persino l'Inps). I giovani non sono meno rappresentati perché sono pochi. Sono meno rappresentati perché una parte di loro non ha il diritto di voto. Lavorano, consumano, pagano tasse e contributi, combattono insieme a noi la lotta quotidiana e impari per tenere basso lo spread – ma non votano, non vengono contati. La soluzione proposta da Fubini e Taino è dare un decimo di voto in più ai loro coetanei italiani. Sono due studiosi, hanno fatto una ricerca, si sono messi ad elaborare calcoli, magari simulazioni, e durante tutto questo tempo non gli è venuto in mente che ehi, esistono anche gli stranieri, e sono abbastanza giovani, e lavorano nella stessa nazione che ha il problema dell'innalzamento dell'età media. Magari mentre preparavano il loro articolo un'inserviente etiope stava spolverando gli scaffali, e non l'hanno vista. Troppo concentrati sul loro problema. Eureka, potremmo far votare i sedicenni, purché italiani, purché bianchi. Qualsiasi tabù si può infrangere, anche il suffragio universale, anche la democrazia – ma non penserete mica di far votare la badante moldava? Perché a quel punto forse aspetta, forse facciamo ancora in tempo a richiamare Chtulhu.

lunedì 14 novembre 2011

Che bello! Si è dimesso! La guerra è finita, quindi, no? No?



No, anzi, mi sa che tra un po' lo rimpiangeremo. Almeno è scritto sull'Unità (H1t#99), e si commenta là.

sabato 12 novembre 2011

Questo pezzo è stato scritto esattamente un anno fa. Lo ricopio senza neanche correggere la punteggiatura.

Quest'uomo vecchio, quest'uomo stanco.
Quest'uomo che sta dall'altra parte del mondo, col prevedibile mal di testa da jet-lag, che torna in albergo e si mette a scanalare sul satellite finché non trova Annozero, e ci trova gli ex amici che parlano di lui come una cosa finita, un cadavere da spolpare con calma; e sullo sfondo, il dettaglio delle sue rughe in technicolor.
Quest'uomo solo, circondato da lacchè che non hanno nulla di buono da suggerirgli, ma gli ostruiscono la visione; quest'uomo in preda alle sue più triviali ossessioni. Quest'uomo al capolinea.
Quest'uomo.
Questo rivince le elezioni quando vuole.

Volete rifarle domani? Le rivince domani.
Volete aspettare sei mesi? Aspetta anche lui, si rilassa un po', si sfoga. E tra sei mesi le rivince.
Allora magari tra un anno? L'Italia può aspettare un anno?
Se è per questo è da quindici anni che aspetta. Quest'uomo è sempre lì, non molla.
Dite che mi sbaglio? Ma davvero, ci spero, sarei così contento di sbagliarmi. Di non aver capito niente. Lo scriverò su tutti i muri dell'internet, sono Leonardo e non capisco niente, non leggete i miei blogs e sputatemi addosso.

Dite che non mi fido degli italiani? Il solito snob che li ritiene una massa di... guardate, non lo so. Mi attengo ai fatti: gli italiani sono più o meno gli stessi e lui di solito vince; anche quando perde, perde di misura, prende fiato e poi rivince di nuovo. L'unica cosa che in politica gli riesce sono le campagne elettorali. Di sicuro i mezzi non gli mancano. Sembra un po' più stanco, ma nei manifesti non si vedrà.

Lo so che in questi giorni c'è il gioco a smarcarsi, che persino Feltri non ne può più, e anche la mascella di Belpietro è in fase calante. Poi però comincia la campagna e si scoprirà che i candidati del Pd sono tutti noti omosessuali attenzionati. È uno sporco lavoro, ma pagano bene.

Lo so che ultimamente è partito il tiro al piccione. Ma la campagna è lunga, e si vince in tv, sui giornali, mettiamoci anche youtube e facebook, giusto per stare larghi. In ogni caso, Berlusconi continua a possedere tre canali; sugli altri ha disseminato uomini di fiducia. Se pensate di batterlo senza neanche (diciamo la parola) epurare Minzolini, ecco, state commettendo il solito fatale errore di sottovalutazione. In campagna elettorale i tg servono. E non per il numero di minuti che danno a un candidato all'altro.

Abbiamo già visto cosa succede. Preparatevi a una nuova travolgente ondata di microcriminalità, tutte le sere verso le 20:00 uno tsunami di stupratori seriali, torvi muratori rumeni, svaligiatori di appartamenti di vecchiette, zingari che rubano gli organi ai bambini, pericolosissimi lavatori di parabrezza ai semafori. Sono al confine che aspettano che vinca la sinistra e apra i cancelli alle orde di Og e Magog. La prima settimana vi sembrerà strano. Dopo un mese non ne potrete più. Dopo tre mesi comincerete a pensare che sì, Berlusconi esagera, però la sinistra ha veramente qualcosa da rimproverarsi per quella legge troppo lassista, come si chiama... la Bossi-Fini, già. E la mafia? Berlusconi li aveva fatti tutti arrestare, ma adesso rialzano il capo! A Caltanissetta è andata a fuoco una tabaccheria. E i rifiuti? Berlusconi li aveva tolti da Napoli, ma sono rispuntati, è andata la Jervolino in persona a riprenderli dalle discariche per rimetterli nei vichi.

Dite che gli italiani non ci cascano più? E perché? Sul serio, cosa cambia stavolta?
Perché lo hanno già visto promettere e non mantenere? Ma non è colpa sua, lo sanno tutti che lui avrebbe cambiato l'Italia da un pezzo se non fosse stato bloccato dai suoi falsi amici, quei traditori, quinte colonne della sinistra, Casini Fini e compagnia. Stavolta c'è solo lui. Riempirà il parlamento di bambole gonfiabili e ci farà riscrivere la costituzione.

Perché non dovrebbe succedere? Vogliamo guardare realisticamente alle forze in campo? Nessuno discute l'inettitudine di Berlusconi a governare. Ma nessuno si è permesso di togliergli quella straordinaria corazzata mediatica che non ha smesso un attimo di funzionare. Se poi non volete nemmeno cambiare la legge elettorale che si è disegnato su misura... vabbe', allora ditelo, che sconfiggerlo non è nemmeno la vostra priorità.

Prendi Matteo Renzi. Voglio immaginare che abbia idee cento volte più fresche di quelle che aveva Veltroni tre anni fa. Ma la sua fretta di concludere è veltroniana al 100%. Dai che ce la facciamo, e se poi non ce la facciamo? Pazienza, probabilmente la sinistra che uscirà dalle elezioni sarà ancora minoritaria... ma un po' più simile a noi. Questa è esattamente la trappola in cui cadde Veltroni. Dopo aver fatto fuori la sinistra, sperava almeno di essersi guadagnato il ruolo di capo dell'opposizione, primo ministro ombra. Si è fatto cucinare a fuoco lento. Berlusconi è così. Ti attira con l'immagine del vecchietto ormai sfibrato, ti fa lavorare per lui, ti stanca e poi ti mangia vivo. E quindi che si fa?

Si cambiano le regole. Sul serio, bisogna essere polli per continuare a giocare contro Berlusconi con un regolamento che si è fatto scrivere lui.
Tutto qui? È sufficiente cambiare la legge elettorale? No. Anzi, è il momento di fare il passo più difficile. Berlusconi non è semplicemente inadeguato a governare. Berlusconi è una minaccia per la democrazia. Le sue tv, i suoi giornali, i suoi uomini, impediscono agli italiani di scegliere serenamente i loro rappresentanti e il loro futuro.

Ieri ad Anno Zero Bocchino si comportava in un modo strano.
Continuava a prospettare un futuro parlamento in mano a “Piersilvio e Marina”. Lo avrà ripetuto cinque o sei volte, con l'insistenza di un ipnotizzatore. Voleva raggiungerci su un piano subconscio. O più semplicemente ci sospetta tutti rintronati e vuole insistere sul concetto. Perché sembrano sempre due ragazzini, Piersilvio e Marina. Ma è un bel pezzo che il primo ha in mano almeno metà della tv italiana; l'altra, la prima casa editrice. Ora, perché due signori molto potenti e facoltosi dovrebbero gettare la spugna? Perché il papà è vecchio e stanco? Ma Mediaset non è Silvio Berlusconi. È un'azienda, e le aziende lottano per sopravvivere. Mediaset potrebbe trovare un modus vivendi con una nuova Italia deberlusconizzata? Potrebbe sopravvivere alla fine di quel regime straordinario che da Craxi in poi le ha garantito di infischiarsi di tutte le regole più elementari di un regime di concorrenza? Forse sì, ma è un rischio che la famiglia Berlusconi vuole davvero correre? Hanno in mano i comandi della corazzata: devono arrendersi senza lottare? Non è il loro stile. Se il papà è stanco, troveranno un nuovo candidato, dentro la famiglia o fuori. Il berlusconismo non finisce con Silvio Berlusconi, perché dovrebbe?

Il berlusconismo secondo me non può che finire con un atto di forza. In un momento di difficoltà, come per esempio questo, tutti gli avversari politici di SB dovranno accettare una semplice idea, che fa ancora molta fatica a passare: che Berlusconi è un criminale, che ha truffato gli italiani per vent'anni, e che i criminali non si sconfiggono alle elezioni. Non partecipano nemmeno. I criminali si arrestano, e i beni che hanno alienato alla collettività si sequestrano. In ogni caso le prigioni italiane scoppiano e nessuno ha veramente voglia di vederci entrare un vecchietto, per quanto arzillo. Che patteggi, che se ne fugga in qualche isola ai Caraibi con una parte del bottino. Questo non è difficile da concepire. Il problema è la famiglia. Può accettare che la festa è finita, o può mettere i sacchi di sabbia alle finestre. Conoscendo il padre, io mi preparo al peggio. Saranno comunque tempi interessanti.

Certe favole esistono in tutte le nazioni; certe altre soltanto in Germania, o in Russia, o nella favolosa fantasia di Andersen. Ma io ne so una che è nata in Italia, e che forse né tedeschi né russi né Andersen avrebbero potuto immaginare: la favola delle galline che trovano una volpe morta e le fanno il funerale. Nel culmine della cerimonia, circondata dall'affetto dei pietosi pennuti, la volpe si rialza e ne fa strage. La notizia fa il giro dei pollai; ma qualche tempo la stessa volpe si fa ritrovare morta, e le galline che la trovano che ne fanno? Le rifanno il funerale. E così all'infinito. Direte che chi l'ha scritta non amava gli italiani. No: voleva soltanto che leggessero, che ridessero delle galline, e che da grandi si ricordassero, al momento giusto, di essere più intelligenti. Qualsiasi momento, da quindici anni in qua, sarebbe andato bene.

giovedì 10 novembre 2011

Insomma, io avevo scritto un pezzo su un santo longobardo solo per il gioia di montarci un video dei Gufi, e salta fuori che non riesco più a caricare i video sul Post. Vabbe', lo carico qui.



Il Santo del giorno è San Baudolino che forse non è mai esistito e no, non se lo è inventato Umberto Eco falsificando tutte le cronache del tempo (anche se, ora che ci penso, beh, in effetti chi se non lui, cioè pensiamoci)

Ne approfitto per una segnalazione: domani sera (venerdì), alle 20 sono alla Notte dei Blogger di Sassuolo, c'è anche Riccardo Bagnato e si parlerà di blog e di iJobs. Accorrete sassolesi.


10 novembre – San Baudolino d'Alessandria

Baudolino è un altro di quei santi di cui conosciamo quasi soltanto la seconda vita, quella dopo la morte. È il patrono di Alessandria (non d'Egitto, in Piemonte), che però è stata fondata quattrocento anni dopo. L'ordine degli Umiliati (una specie di Soviet dei lavoratori medievali della lana) lo riconosce come uno dei suoi affiliati – ma anche gli Umiliati nacquero soltanto nel dodicesimo secolo, e avevano semplicemente ottenuto l'appalto della gestione della sua cappella ad Alessandria. Dopo di loro arrivarono i Domenicani, e anche loro magari si inventarono qualche su questo Santo di poche parole e, tutto sommato, pochi fatti. Cosa sappiamo veramente di lui?


Che è vissuto ai tempi dei longobardi, gente rude che parlava poco e scriveva anche meno. L'unica fonte “sicura”, per così dire, è Paolo Diacono, al secolo Paul Warnefried, illustre storico longobardo che visse ai tempi e alla corte di Carlo Magno, ed è ritenuto in generale abbastanza attendibile dagli studiosi... in mancanza di niente: vale a dire che è l'unica fonte di molti eventi della dominazione longobarda. Comunque. Diacono parla di un Baudolino che, benché risulti più o meno suo coetaneo, sembra già emergere dalle nebbie della storia remota (del resto a quel tempo si scriveva su pergamene già ingiallite, probabilmente bastava un decennio di distanza per sentirsi già antichi). Paolo lo riconosce capace di molti miracoli (multis miraculis refulsit) e profezie, ma quando si tratta di scendere nel dettaglio, ne racconta soltanto uno piuttosto deludente: quando il re Liutprando, che era nei pressi per una battuta di caccia, mandò a chiamarlo affinché miracolasse il figlio che si era preso una freccia, Baudolino rispose che non poteva farci nulla perché il ragazzo era già morto (quia puer ille defunctus est). E infatti nel frattempo il ragazzo era morto davvero... miracolo? Boh, sì, diciamo che è un miracolo. E se mi fosse concesso di parlare di identità regionali ai tempi dei longobardi, ecco, questo santo eremita che non promette niente, che i miracoli li farebbe anche, però bisognava avvertirlo per tempo, lo trovo molto piemontese, molto bogia-nen.

E questo è tutto sul Baudolino storico. Però forse è già troppo, nel senso che la storia potrebbe anche essere più breve di così: ovvero, Baudolino potrebbe anche non essere mai esistito. E Paolo Diacono? Potrebbe essersi inventato tutto, anzi, magari anche Paolo Diacono potrebbe essere un'invenzione, così come Carlo Magno e tante altre cose bizzarre e banali accadute tra il settimo e il decimo secolo. Questo almeno secondo una teoria messa a punto da due storici tedeschi, Niemitz e Illig, l'ipotesi del tempo fantasma – die Phantomzeit-Theorie, in tedesco suona molto più seria. Si tratta di una di quelle teorie che mettono in discussione la nostra cronologia: noi riteniamo di vivere più o meno 2011 anni dopo la nascita di Gesù di Nazareth, ma cosa ne sappiamo davvero? Per molti secoli nessuno ha tenuto seriamente il conto. E non è che il carbonio 14 o il conteggio degli anelli dei tronchi ci consentano misure veramente precise, insomma, potrebbero anche esserci anni o interi decenni di differenza. Ma la teoria di Illig e Niemitz è un filo più estrema: per loro, insomma, in realtà oggi sarebbe il 10 novembre del 1714 dopo Cristo. Dal momento che i nostri antenati a un certo punto si sarebbero inventati tre secoli (297 anni, per la precisione) di sana pianta.

Attenzione. La Phantomzeit-Theorie, per quanto clamorosa, non è una delle solite teorie strampalate che pasturano i gonzi su internet, come le scie chimiche o signoraggi. Illig e Niemitz qualche argomento interessante dalla loro parte lo hanno trovato. Per esempio, sappiamo che per rimediare a un difetto del calendario di Giulio Cesare (ogni anno guadagnava dieci minuti rispetto all'anno solare), Papa Gregorio XIII introdusse nel 1582 il suo calendario gregoriano. Per l'occasione, dovendo recuperare i minuti persi per milleseicento anni, si decise di tagliare in quell'anno dieci giorni. Ma Illig calcola che per rimettersi in linea con l'anno di introduzione del calendario giuliano ne sarebbero serviti tredici. È come se da qualche parte mancassero trecento anni, ma dove? L'Alto Medioevo sembra il periodo più facile da falsificare. Per decenni interi sembra che non succeda niente, le biografie di papi santi e imperatori sono piuttosto tirate via oppure ripetono gli stessi episodi con piccole variazioni. E va bene che l'Italia dopo le guerre e le epidemie del sesto secolo era diventata una foresta, ma perché a Costantinopoli, la metropoli dei tempi, non risultano monumenti eretti durante quei tre secoli? Va bene, questo si potrebbe anche dire di Roma dal 1942 a oggi, ma... Perché non ci sono documenti che attestano la vita delle comunità ebraiche nelle città europee in quei tre secoli? – Che ci fa su una moneta araba della dinastia Omayyade un imperatore persiano che avrebbe dovuto vivere un secolo prima? Che ci fanno degli archi romanici nella Cappella Palatina di Aquisgrana (Aachen), che dovrebbe risalire a due secoli prima? Sappiamo che Ottone III, restauratore del Sacro Romano Impero Germanico, nell'anno Mille in punto aprì la tomba e vi scoprì le spoglie ancora decentemente conservate di Carlo Magno. Però ci trovò anche della biancheria appartenuta a Gesù Cristo, di cui è lecito dubitare l'autenticità, quindi... se fosse stata tutta una messa in scena? In fondo tutto quello che sappiamo di Carlo Magno deriva da cronache facilmente falsificabili – e che monasteri e cancellerie del tempo taroccassero documenti è ben noto, si pensi soltanto alla donazione di Costantino. Il braccio destro di Ottone, poi, Gerard d'Aurillac (poi papa Silvestro II), era un personaggio particolare, appassionato di scienza e costruttore di automi, sospettato ovviamente di trescare col demonio – il sospettato numero uno di un eventuale complotto.

Rimane il movente. Ovvero, tutto sommato possiamo anche accettare che nell'Alto Medioevo monaci e cronisti si inventino secoli interi, ma perché avrebbero dovuto farlo? Forse perché a Ottone III (in Germania) o a Costantino VII (a Bisanzio) piaceva l'idea di regnare esattamente più o meno nel Mille dopo Cristo, cifra tonda. Illig e soci non hanno trovato di meglio. Resta inoltre da capire perché i cronisti musulmani avrebbero dovuto collaborare al complotto. Ma forse non c'è nessun complotto, forse semplicemente l'epoca di Ottone e Silvestro è quella in cui ci si pone per la prima volta il problema di contare gli anni a partire dalla nascita di Cristo. Prima di loro effettivamente nessuno aveva tenuto il conto, c'era un guazzabuglio di cronologie diverse e magari qualche cronista pragmatico può aver suggerito di tagliare la testa al toro: diciamo che siamo nell'anno Mille, ripartiamo da qui e amen. Ai cronisti, come Paolo Diacono, non sarebbe rimasto che rielaborare la cronologia locale, riempiendo i buchi con regni e santi immaginari. Messa in questi termini potrebbe avere un senso... ma allora Diacono avrebbe potuto immaginarsi qualcosa di più fiorito, che so, fanciulle rapite da draghi, santi che emergono illesi da pentole di olio bollente, insomma, le cose che scrivono gli agiografi quando si scatenano. Non è il suo caso: Diacono racconta miracoli e fatti di cronaca tutto sommato plausibili, e questo è uno degli indizi che in mancanza di altre fonti ce lo fanno ritenere abbastanza attendibile. Ma forse è soltanto il solito longobardo senza fantasia, a cui hanno regalato tre secoli di storia vuota da riempire di favole, e lui non ha trovato niente di meglio che qualche santo, qualche cavaliere, qualche fanciulla obbligata a bere dal cranio del padre, e tanta, tantissima nebbia.

mercoledì 9 novembre 2011

Voglio scrivere anch'io due minchiatine sui Soliti Idioti, ovviamente senza aver visto il film (quest'anno va così. Anche se devo dire che l'unico blogger che lo ha visto ne ha parlato abbastanza bene). Confesserò per prima cosa di essere uno di quegli insospettabili che ogni tanto in tv li guarda, ridacchiandoci anche su. Così l'attacco della De Gregorio mi ha ferito un po'. Mi sono ritrovato schiacciato ai minimi livelli culturali di una generazione che non è la mia, io passo di lì solo, ehm, per informarmi, sapete, col mio mestiere è vitale conoscere i tormentoni o va finire che non capisci più gli insulti che ti scrivono sulle porte del bagno. Va da sé che quello che ha scritto la De Gregorio sui Soliti Idioti e sul pubblico ebete dei Soliti Idioti si sarebbe potuto scrivere di quasi tutti i format comici passati nei nostri palinsesti dal Drive In in poi – e se scrivo Drive In è soltanto perché la mia memoria si blocca lì, ma può darsi che si facesse tv scema anche in precedenza, perlomeno lo attesterebbero alcune filastrocche di carosello tramandate oralmente, nonché alcuni reperti rinvenuti durante Da Da Da. Senz'altro i Soliti Idioti non è un capolavoro. Ma che sia intrinsecamente meno intelligente del tardo Mai dire Gol, o di Indietro Tutta (per citare due trasmissioni a caso che hanno fatto ridere generazioni di ragazzini) no, io non lo credo. Secondo me la vera novità dei Soliti Idioti non sta nemmeno nella cifra grottesca, che altre trasmissioni avevano anticipato e che comunque è inferiore a molti reality in prima serata in chiaro. Credo che si tratti principalmente di una questione di budget.

I Soliti Idioti è una trasmissione povera, questa secondo me è la novità, e non è una buona novità. Pur restando un prodotto dignitoso e professionale, con qualche slancio coraggioso (ogni tanto incidono una canzone nuova, abbozzano una coreografia), i Soliti Idioti sostanzialmente sono due attori non troppo professionisti che fanno degli sketch con personaggi ricorrenti. Ok, ci sono le parolacce, ma in sostanza i Soliti Idioti lo potremmo anche considerare un programma reazionario, quasi involutivo, un ritorno alle scenette che prelude forse a un ritorno a Carosello, dopodiché torneranno le pecorelle, il monoscopio, la tv smetterà di funzionare e dopo un po' anche la radio, e risaliremo sugli alberi. In realtà è tutto spiegabile con le crisi, che sono tre o quattro: la crisi economica (una volta ogni programma aveva cinque o sei comici, oggi se una rete ha un comico lo spreme per due ore di monologhi, ma non le regge nemmeno Guzzanti, figurati Crozza), la crisi dei consumi giovanili, la crisi del musicale, la crisi di MTV Italia. Quest'ultima è la più circoscritta ma anche la decisiva: forse i Soliti Idioti non avrebbe penetrato così bene la dura cervice dei giovani d'oggi, se a un certo punto MTV non avesse deciso di riempire il suo palinsesto (soprattutto in estate) di repliche infinite di un programma scopiazzato dai britannici (mancavano anche i soldi per comprarsi il format vero). E coi ragazzi, si sa, la reiterazione è fondamentale. Naturalmente i guru ci spiegheranno che il vero successo è quello virale, per cui ogni singolo sketch veniva condiviso e apprezzato e commentato su youtube; io però ho passato quasi tutta l'estate scorsa a casa e a un certo punto mi sembrava che MTV fosse diventata I Soliti Idioti Tv.

A proposito, non so se ne avete sentito parlare, ma di recente tutte le MTV del mondo hanno cambiato il logo, togliendo la scritta “Music Television” che in effetti ormai era un retaggio del passato. Questa cosa per alcuni della mia età è dura da mandar giù, anche se in fin dei conti non è nulla di grave: canali che sparano musica 24 ore su 24 ce ne sono ancora da qualche parte sul digitale terrestre. Non vanno molto bene, altrimenti anche MTV si sarebbe tenuto la sua M originale. Gli assassini siamo stati noi, non è vero? Scaricando e scaricando abbiamo messo in ginocchio le povere major, che hanno smesso di investire capitali nella promozione dei loro artisti, e MTV si è data ai reality scemi. Ce lo siamo meritato tutto, Jersey Shore (però le repliche alle due del pomeriggio, Cristo, no, dov'è il Moige quando serve).

La povertà dei Soliti Idioti si riflette su un altro aspetto che mi sembra sia sfuggito a molti, ed è la dilatazione dei tempi comici. Qual è la differenza principale tra gli sketch dei Soliti Idioti e quelli, poniamo, dei comici della Gialappa cinque o dieci anni fa? Sono più grotteschi? Forse. Sono meno ispirati? Il budget è quel che è. Ma soprattutto gli sketch dei Soliti Idioti sono più lenti. È un fenomeno di cui parlano in pochi, e che secondo me è fondamentale, forse è l'unica cosa che ho capito dei giovani d'oggi e ve la lascio qui gratis: ai giovani d'oggi le cose bisogna spiegargliele con lentezza, e ripetergliele molte volte.

Questo non significa che i giovani d'oggi siano irrecuperabili come dice la De Gregorio. A me piace pensare che sia uno di quei contraccolpi storici: dopo una Mtv generation ipercinetica che messaggiava guardando video e negli intervalli degli spot votava per un mondo migliore, forse una generazione che se la prende calma e apprezza la lentezza potrebbe salvarci. In ogni caso mi aspetto un ritorno dei ritmi lenti nei film dei prossimi anni, anche solo perché più veloci di Transformers non si può andare. Non so quanto il film dei Poveri Idioti confermi questa mia ipotesi e onestamente non ho neanche voglia di andare a controllare. Non so neanche bene perché sono contento che il film stia andando forte. Non credo c'entri lo snobismo all'incontrario.

Credo che sia una specie di solidarietà per una generazione – quella degli adolescenti di oggi – che non è ancora riuscita a recintare qualcosa e a chiamarlo suo. I nativi digitali, in teoria – in pratica internet è piena di bavosi trenta-quarantenni che ti spiegano la netiquette e ti adescano sui social network. La musica è già tutta on line, ma per capirla, per metterti la maglietta giusta, devi almeno conoscere le evoluzioni stilistiche degli ultimi trent'anni. Persino i comici in tv, il grado zero virgola uno dell'intrattenimento, quelli da cui si pretende poco o nulla, appena un tormentone da portarsi a scuola per sentirsi meno soli nell'intervallo del lunedì – persino loro ormai sono incomprensibili, fanno solo satira politica che è una cosa che per capirla devi prima conoscere la politica ed è più o meno come con la musica, ti tocca ripartire dall'avvento del grunge e di Silvio Berlusconi, vent'anni fa. Alla fine arrivano Biggio e Mandelli, e non sono un granché, però finalmente fanno qualcosa che ai vecchi fa schifo. Finalmente! Non imitano quei politici noiosi e sconosciuti, non fanno riferimenti a cose lontane, forse copiano un programma inglese ma questa è una curiosità da blogger di nicchia, e hanno un ritmo lento, se non capisci una gag loro te la ripetono più lenta finché non ci arrivi. Ecco, i Soliti Idioti sono il povero programma che ci mancava. Non è un granché, ma non è che ai ragazzini serva tutto questo granché per divertirsi. E probabilmente a ridere con poco ci si dovranno abituare.

martedì 8 novembre 2011

Lo so che non vediamo l'ora da anni, ma questa fretta è davvero perniciosa. C'è una troppa voglia di trenino qua in giro, troppa voglia di celebrare i funerali della volpe, e si sa di solito come vanno a finire, no?


Berlusconi non finisce mica oggi. Almeno, lo dice l'Unita.it, e si commenta di là (H1t#98).

Una volta le galline trovarono la volpe in mezzo al sentiero. Aveva gli occhi chiusi, la coda non si muoveva. - È morta, è morta - gridarono le galline. – Facciamole il funerale...

Credo che a questo punto nessuno, nemmeno l'on. Carlucci,
 dubiti più che Berlusconi sia un problema. Non è senz'altro il più grave – non lo è mai stato – ma è il problema che dobbiamo risolvere per primo, il primo nodo del groppo. Basta non credere che questo nodo si possa sciogliere domani, o posdomani, o comunque nel momento in ogni caso non molto remoto in cui Berlusconi accetterà di rassegnare le dimissioni. Quella sarà la fine di un governo (il quarto a portare il suo nome), non di Berlusconi. Che ha ancora diverse carte da giocare, e di sicuro non scomparirà dalla scena, come non è scomparso nel 1994 o nel 2006.

Se ormai possiamo parlare di ventennio berlusconiano è perché riconosciamo che anche nei periodi in cui non governava, B. è riuscito a mettersi al centro del dibattito politico e a trasformarlo in un eterno sondaggio su sé stesso. Non c'è motivo di pensare che non farà la stessa cosa anche stavolta: non gli mancano certo le risorse, né le strutture che in tutti questi anni hanno retto il suo consenso (tv, giornali, pubblicità). Le defezioni di questi giorni potrebbero certo indurci a pensare che gli mancano gli uomini (e le donne), ma in fondo sappiamo che non è vero: che per ogni Carlucci o Stracquadanio che se ne va, Berlusconi può trovarne altri tre, altri quattro aspiranti parlamentari ugualmente professionali e magari anche più piacenti. Mal che vada c'è il casting per il Grande Fratello.

Mettiamo pure che oggi (o domani, o tra una settimana, un mese) Berlusconi cada sul serio. A questo punto i commentatori ci mostrano due scenari: un governo tecnico fino alla fine della legislatura (sorretto da un inedito arco antiberlusconiano Fini-Casini-PD e forse anche dalla Lega) o un governo simile ma assai più breve che ci porti alle elezioni il più presto possibile, con o senza riforma elettorale (Maroni domenica sera sembrava possibilista: secondo lui si può abrogare il porcellum e andare a votare anche a gennaio con una legge decente; ma sembra fantascienza). In entrambi gli scenari c'è una zona d'ombra, ovvero: che farà, nel frattempo, Silvio Berlusconi? Se ne starà a guardare lo spettacolo dei suoi ex amici Fini e Casini che gli devono tutto e che tornano al governo coi voti dei suoi figuranti, scritturati dalle sue agenzie, lanciati dalle sue televisioni e coi suoi manifesti? Se abbiamo imparato un po' a conoscerlo in questi anni, sappiamo che non lo farà.

E che farà, quindi? Non importa quanti topolini abbandoneranno la nave del PDL nei prossimi giorni: Berlusconi continuerà a mantenere uno zoccolo duro di pretoriani in Camera e Senato, utili a mettere in crisi la composita maggioranza antiberlusconiana nei momenti in cui si troverà ad approvare decreti impopolari. Nel frattempo la vera artiglieria partirà da carta stampata e tv: di golpe si parlerà tutti i giorni sui canali Mediaset, su Libero, il Giornale, il Tempo, il Secolo d'Italia, il Foglio (Ferrara si accoderà, s'è sempre accodato). Ne parleranno anche i berlusconiani superstiti nei palinsesti Rai, visto che probabilmente la maggioranza antiberlusconiana sarà troppo timida per parlare di epurazioni.

Finché rimane al governo, Berlusconi è costretto a sfoggiare un europeismo d'ordinanza; una volta all'opposizione, non ci sarà più nessun attrito con la realtà e il partito-azienda potrà cavalcare gioiosamente l'ondata antieuropeista più becera che riterrà necessario per sopravvivere: tornerà quel vecchio ritornello mai veramente accantonato, “è colpa dell'euro”: qualche pseudointellettuale scritturato all'uopo chiederà a gran forza il ritorno della lira e di quel meraviglioso lubrificante del boom italiano che fu l'inflazione. Tutto assolutamente inverosimile, proprio come quando prometteva milioni di nuovi posti di lavoro. Del resto sono solo promesse, B. non ha mai avuto intenzione di mantenerle. È solo lo spettacolo che gli serve per presentarsi alle elezioni

Probabilmente gli italiani non la berranno come nel 1994 o nel 2001 o nel 2008, ma questo non ha molta importanza: l'artiglieria di Mediaset e dei suoi giornali gli consentirà comunque un buon piazzamento. E Berlusconi – anche questo dovremmo averlo capito – vince anche quando perde. La presenza di un suo partito in parlamento lo legittima, gli consente margini di trattativa, per non parlare dell'opportunità di comprarsi in aula i seggi che non è riuscito a vincere alle elezioni. Tanto più che mentre sta all'opposizione, sugli scranni della maggioranza siederà un'alleanza scarsamente coesa (sia che ne faccia parte l'UDC sia che ci entri la SEL di Vendola) costretta da Bruxelles e Fondo Monetario a scelte che deluderanno comunque gli elettori di centrosinistra – mentre a destra Lega e berlusconiani batteranno la grancassa dell'antieuropeismo. Avremo insomma un altro governo debole, come il Prodi 2, e forse perderemo altri anni – salvo che non abbiamo più anni da perdere. E allora?

E allora forse bisogna tornare da capo e avere il coraggio di mettere nero su bianco che Berlusconi è un problema, ma non perché sta al governo. Berlusconi è un problema perché da vent'anni occupa la scena politica col suo ingombrante partito-azienda. Quando osservatori stranieri certo non sospettabili di estremismo, come il Financial Times, ci chiedono di farla finita di Berlusconi, non intendono semplicemente di convincerlo a rassegnare le dimissioni da presidente del consiglio. Loro parlano esplicitamente di esilio, e forse qualcuno dovrebbe cominciare anche qui. http://leonardo.blogspot.com
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