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sabato 31 dicembre 2011

Consuntivo 2011


Quello che finisce oggi è stato, per questo blog, l'undicesimo anno. È un dato che parla da solo, e non è che dica cose molto rassicuranti nei confronti dell'autore del 99% di quanto è stato pubblicato qui. Al di là di qualsiasi considerazione sull'utilità, perfino sulla necessità del tenere aggiornata una pagina on line, nessuno dovrebbe bloggare così tanto. Siamo evidentemente di fronte a una patologia, anche se a tutt'oggi non è chiaro se il blog sia la malattia o la cura. Forse è la diagnosi. Io poi in qualche modo ho anche una vita, un bel lavoro, una famiglia che promette bene, non è che mi stia crescendo la gobba. Ho anche quasi smesso di bere (quasi), perché di notte poi non riesco a scrivere. Qualsiasi vizio che confligge con l'alcolismo mi sembra tutto sommato coltivabile.

Con tutto questo, l'anno che finisce oggi poteva davvero essere l'ultimo. Oltre alla tentazione della cifra tonda, c'è la vita che va avanti e riduce inesorabilmente le ore dedicabili ai passatempi, perlomeno a gennaio la vedevo così. Più che a chiudere, pensavo che dall'estate in poi il blog sarebbe finito in coma vigile, giusto un aggiornamento settimanale per segnalare le teorie sull'Unità. Quel che invece è successo, dall'estate in poi, è che riducendo il tempo, invece di diminuire le parole, sono calate le censure, e mi sono messo a scrivere di tutto e di più come se non ci fosse un domani, letteralmente, rubando ore al sonno e agli affetti, alzando la posta con un nuovo blog a tema agiografico, e il risultato è che il 2011 è stato uno degli anni in cui ho scritto di più, forse il più verboso in assoluto (non ci tengo a controllare). La filosofia sottesa è: diamoci dentro fin che siamo in tempo. Ma insomma si è capito che se mi togliete il tempo mi togliete il silenzio, non la parola. Io avrei bisogno di più tempo non per scrivere, ma per cancellare almeno la metà della roba che scrivo.

I cinque pezzi più letti del 2011:
1. Il più grande B. dopo il Big B. (aborto di una critica sistematica al programma di Renzi, molto apprezzata dai lettori dell'Unità)
2. Nudo! Vogliamo don Giussani nudo! (curioso successo postumo di un pezzo scritto nel 2003, quando don Giussani era ancora vivo (e proprio non voleva spogliarsi)).
3. Non siete così peggio di Breivik (scritto col telefono, adesso il mio t9 a ogni "br" mi consiglia Breivik).
4. Film per adulti (buffo, proprio adesso su rai3 stanno dando Noi credevamo. Il titolo continua ad attirare lettori che probabilmente non si aspettano la recensione di un film sul risorgimento).
5. Ovunque è Piazzale Loreto (la presenza di Buffon deve aver fatto la differenza).

Parliamo di accessi. C'è chi si vergogna di parlarne, chi nasconde il contatore: bisogna sempre prima puntualizzare che si scrive per sé stessi, e si scriverebbe anche solo per cinque lettori. Ecco, io no. Per me il contatore è parte integrante del gioco da tantissimo tempo. Non mi interessa scrivere per me stesso, francamente a questo punto non saprei neanche cosa scrivermi, dopo tanto che stiamo assieme è già tanto che ci sopportiamo. A me interessa produrre cose che gli altri trovino interessanti e leggibili: e più sono gli altri meglio è.

I pezzi più linkati:
1. Se ci riflettete
2, Lettera a Bruxelles
3. I diabolici agit-prof

Da questo punto di vista trovo abbastanza impressionante il fatto che malgrado i quaranta post in più rispetto all'anno scorso (come se quest'anno avesse avuto due mesi in più); malgrado un'opera di autosegnalazione sui social network sempre meno episodica, sempre più sistematica (e senza vergogna); malgrado le sinergie con l'Unità e il Post che sono due delle realtà internettiane più dinamiche in Italia... trovo abbastanza impressionante, dicevo, che gli accessi di quest'anno segnalino una perdita secca del 5% rispetto al 2010. È senz'altro lo spread più inoffensivo dell'anno, ma è un segno di crisi: anche perché, ribadisco, nel 2011 mi sono sbattuto quasi il doppio. Cosa sta succedendo? Si è deteriorato un rapporto coi lettori? Che fine hanno fatto i dialoghetti (è vero, non ne scrivo da un pezzo)? I raccontini? (quest'estate ho praticamente scritto un libro e non se n'è accorto nessuno), le recensioni? (non vado più al cinema). Ma ha ancora un senso questo blog dopo Berlusconi?

Non saprei. A occhio mi sembra una tendenza generale: i blog stanno perdendo traffico. Non sono più al centro della sfera: raramente ci si trova a conversare sotto il post di qualcuno. Gran parte della conversazione si è spostata sui network (in Italia il 2011 è stato l'anno della riscoperta di twitter), mentre i blog si sono appiattiti lungo le pareti: sono fonti da citare, carte da consultare. Se uno accetta questa nuova situazione, può anche immaginare un rinascimento dei blog nel 2012.

I pezzi più discussi (nei commenti):
1. Lettera a un giovane Ichino
2. I diabolici agit-prof.
3. Perché ho scelto Scienze Inutili
4. Sradicateli
5. Il più grande B. dopo il Big B

Io però con l'occhio al contatore mi pongo il problema. Dove diamine è finito facebook? Non mi arrivano più accessi da facebook. Lo scorso gennaio era ancora l'indirizzo che complessivamente mi mandava più nuovi utenti. Ora è sparito. Magari è solo occultato, facebook è veramente molto opaco. Però ricordo che anche solo un anno fa ci raccontavamo di come facebook non fosse la morte dei blog, ma un'opportunità di far conoscere a un pubblico molto più vasto i nostri contenuti: ecco, quella fase mi sembra finita, in modo anche abbastanza improvviso. O forse semplicemente non sono in grado di attirare l'attenzione su facebook. Vi faccio un esempio. Uno dei miei post più letti in assoluto quest'anno è del 2003. È successo che una domenica di febbraio, mentre cercavo di buttar giù il pippone per l'Unità, abbia letto l'ennesima uscita infelice della Gelmini e ne abbia scritto dieci righe sdegnate ed estemporanee su Piste. Stava piovendo, il dettaglio credo sia decisivo. Nel giro di poche ore il mio pezzino estemporaneo è stato condiviso, tramite facebook (ma anche e okvirgilio), da dodicimila persone: il post di Leonardo che quest'anno ha fatto di meglio è arrivato giusto alla metà. Di queste dodicimila, almeno quattromila hanno seguito un link che da Piste mandava a un vecchio pezzo del 2003. Sono episodi come questi, che mi rituffano nel 2003 e spiegano credo meglio di ogni teoria perché ormai il ranking, le classifiche basate sui link, non interessino più a nessuno. Essere lincati da un centinaio in più o in meno di blog amici non fa più molta differenza. Essere segnalati nel momento giusto (domenica mattina di pioggia) dall'utente giusto su facebook, o su twitter: questo fa la differenza. O almeno la dovrebbe fare. Tranne che da febbraio in poi facebook è quasi scomparso dal radar, e questo può in parte giustificare il 5% in meno.

I due pezzi più apprezzati da chi ha votato ai BlogAwards:
1. Il lodo Ligabue
2, Non siamo malati

I post migliori.
Ditemi voi nei commenti quali vi sono piaciuti di più; io davvero quest'anno non saprei cosa dire. Metà non me li ricordo proprio: credo sia indicativo. Devo dire che, al di là dell'effetto finale, i pezzi sul Post sono molto divertenti da scrivere. Una cosa che mi ricorderò del 2011 sono state le XXI notti: devo dire che l'agosto continua a esercitare un fascino particolare, l'idea di aggiornare il blog per pochi ossessivi nottambuli. Rimane il solito problema: la narrativa non fa accessi, la narrativa fa proprio scappare la gente. Perlomeno su questo blog. Perlomeno quando la scrivo io. Mi piacerebbe scriverne di più, ma a voi no. Potrei anche fregarmene, ma non era questo lo scopo del gioco, nel 2011. Magari nel 2012 mi metterò a scrivere endecasillabi sciolti di argomento pastorale, magari. Mi resta sempre la sensazione di scriver troppo e di non spiegarmi, dopo tanti anni di non avere ancora imparato a fare l'unica cosa che continuo ostinatamente a fare, che è stare qui a pestare tasti tutta la notte. C'è roba nel mio archivio - i primi anni - che ormai mi fa pietà e spavento. Cancellerei, ma non è sportivo. In fondo non faccio che scriverci sopra come se fosse un palinsesto, nella speranza che l'ultimo strato sia così buono che a nessuno venga voglia di grattare, di scavare, di vedere cosa c'è sotto: così ogni anno che cresce io mi seppellisco sotto un'altra tonnellata di scrittura, e non funziona, alla fine salta fuori tutto alla rinfusa, google non perdona, io lo so ma l'unica cosa che posso fare è scriverci sopra, scriverci contro, alla fine questi quaranta tasti è come se fossero un tasto solo che dice cancella, cancella, cancella - sì, no, scusate, buon anno.

venerdì 30 dicembre 2011

Monsignori, cacciate la grana

Stavo per titolare così sull'Unità, ma poi ad Avvenire si mettono a piangere e dicono che c'è un complotto massonico per fare pagare le tasse ai poveri preti, tutta colpa di Francesco Crespi o giù di lì.


L'ICI e i piagnistei dei monsignori (H1t#106) si legge laggiù.

giovedì 29 dicembre 2011

30 modi per dire Spread in italiano senza sputare

Forse lo spread non sarà il segno della fine dell'Italia, ma è sicuramente uno dei piccoli grandi segni della fine dell'italiano. Costava davvero così tanta fatica tradurlo? È davvero un concetto così alieno dalla cultura italiana, da richiedere un prestito dall'inglese? Peraltro la parola che ci hanno prestato (con un tasso variabile) è vaghissima, incastra la povera lingua italiana in un groviglio esplosivo di consonanti da cui non ci si può liberare senza pagare un abbondante scotto in saliva (che crea problemi coi microfoni nelle dirette), e nella lingua di provenienza ha un campo semantico amplissimo che va da "spalanca" a "margarina". Davvero non riusciamo a trovare di meglio?

Ma sì che ci riusciamo. Quello che segue è il risultato di un paio d'ore di brainstorming su un forum di cazzeggio, figuratevi se ci si mettessero i linguisti seri. Sono abbastanza fiero di presentarvi Trenta italianissimi modi di tradurre "spread", se l'italiano ci interessasse davvero. L'italiano si salva anche così (più così che incaponendosi sull'apostrofo di "po'" o di "quel").

1. allargamento
2. allargo
3. allontanamento
4. allungamento
5. allungo

6. differenza

       (preciso e di uso comune, forse un po' troppo comune).
7. differenziamento
8. differenziazione
9. discordanza
10 . discrepanza
11. discrimine
        (Questo per esempio è elegante. Attualmente è poco adoperato, per cui potrebbe diventare un ottimo tecnicismo: all'inizio suona strano, dopo tre giorni farebbero tutti a gara per riempircisi la bocca).


12. dislivello
13. disparità
14. distacco
15. distanza
16. distanziamento
17. divaricazione
18. divario 
         (anche questo non è male: sette lettere, nessuno dispendio di saliva inutile come in sPread).


19. forbice
         (il mio preferito: tecnico e concreto. E poi ho un debole per le allegorie).


20. iato
         (stavo per pubblicare quando lo ha detto Monti in conferenza stampa. Non è precisissimo, ma è il più breve in assoluto: quattro lettere, due in meno di spread, perfetto per i titoli dei quotidiani).
21. intervallo


22. scarto
         (un altro papabile: sei lettere, tante quante "spread", molto più comodo da pronunciare, traduzione praticamente letterale).

23. scollamento
        (c'è qualcosa di vagamente appiccicoso nel campo semantico dell'originale "spread").

24. scollatura
       (ideale per i garbati giuochi di parole... peccato che il Bagaglino abbia chiuso)


25. separazione (più chiaro di così)
26. slargo (breve, chiaro, e anche un po' violento)
27. spalancamento
28. spalmatura
29. sperequazione
30. stacco


Bastano, che dite? Ovviamente nessuno si aspetta che i titolisti comincino a usare "divaricazione" o "differenziamento", però valeva la pena di mostrare che il vocabolario italiano non è quella mummia ingessata che si crede in giro. "Iato", "scarto", "forbice", "discrimine", sono tutti termini italianissimi, comprensibili, eleganti, relativamente brevi, e non ti fanno sputare l'anima col significante.
Che a quello ci pensa già il significato.

(Grazie a tutti quelli che hanno giocato, segnatevi un caffè sul mio conto).

La festa dei feti

Era ieri, Santi Martiri Innocenti. Martiri di che? Di Erode?


Ma siamo tutti un po' Erodi dentro, in Italia dal 1978. E ancor di più dal 2007, quando Benedetto XVI ha chiuso il Limbo. Se ne parla sul Post, speriamo bene.

28 dicembre - Santi Martiri Innocenti (1-1).


Racconta Matteo nel suo Vangelo (2,1-16) di come Erode, all'arrivo dei Magi a Gerusalemme,  cascasse dalle nuvole: cercano un bambino? Che da grande farà il re dei Giudei? Interessante. Provate a cercare a Betlemme, secondo i miei scribi potrebbe trovarsi là. Andate, andate, però poi se lo trovate venite a dirmelo che interessa anche a me, il futuro re dei Giudei. I Magi vanno e trovano effettivamente Gesù, ma vengono avvertiti in sogno di non ripassare da Gerusalemme, ché quell'Erode - se proprio non l'hanno capito da soli - non è animato da buone intenzioni. E infatti quando Erode si rende conto del bidone, fa spallucce e decide di massacrare tutti i bambini di Betlemme e dintorni sotto i due anni. Una strage?

Per più di mille anni i pittori la descrissero così, trasferendo spesso sulla tela il ricordo dei massacri di cui erano stati testimoni (assolutamente da brividi, per esempio, Bruegel il Vecchio, che invece della solita montagnola di bambolotti sgozzati mostra un drappello di mercenari che devasta un villaggio, e tu sai, lo capisci benissimo, che Bruegel il Vecchio quei mercenari li ha visti davvero da giovane, in azione). Negli ultimi secoli tuttavia si comincia a minimizzare, una strage, via, quanti bambini sotto i due anni vuoi che ci fossero a Betlemme, il capoluogo più piccolo della Giudea? Secondo Giuseppe Ricciotti più o meno una ventina, meno delle vittime di una banale influenza stagionale in quei millenni senza paracetamolo. Insomma, sì, una strage, però una come tante, niente di eccezionale.

Non è come credete, non c'è nessun complotto massonico o giudaico in corso per rivalutare la figura di Erode il Grande, che - su questo giudei e gentili sono concordi - era soprattutto un grande pezzo di merda. Per prima cosa non era ebreo, ma idumeo: la differenza è sottile, ma in sostanza non poteva che essere detestato dai giudei di Gerusalemme e in particolare dal partito fariseo, il Likud del tempo. In compenso era sostenuto dai Romani, sì, ma erano tempi difficili anche per i collaborazionisti: Cesare batte Pompeo e allora ti metti con Cesare, poi lui muore e ti metti con Marco Antonio, ma in Egitto c'è Cleopatra che vuole farti fuori e ci riesce quasi, poi ad Azio Marco Antonio e Cleopatra vanno a picco e tocca farsi amico Ottaviano. Nel frattempo ci sono i Parti che spingono da Est, gli Arabi da sud. I figli da strangolare prima che diventino troppo ambiziosi. E un terremoto. Mancava giusto un Re bambino in una mangiatoia. No, per essere riuscito a regnare per più di trent'anni in quella terra di matti, Erode doveva essere davvero un grande stronzo. Su questo le fonti (che poi si riducono a Flavio Giuseppe, ebreo latinizzato) concordano. A Roma i cesari si raccontavano barzellette: preferiresti essere il figlio di Erode o il suo maiale? Preferirei essere il maiale, almeno sarei sicuro che non mi mangerebbe, ah ah, che antisemiti quegli antichi Romani (continua...)

Insomma, nessuno vuole bene a Erode. Quando morì, per essere sicuro che si piangesse al funerale, fece rinchiudere un po' di giudei importanti in un ippodromo e ne ordinò il massacro. Flavio Giuseppe ci racconta cose del genere, abbastanza inverosimili, ma che ci fanno capire quanto poco gli fosse simpatico: com'è possibile che si dimentichi invece un episodio succoso come la strage degli innocenti di Betlemme? I casi sono due: o Matteo si è inventato tutto (scopiazzando per altro una leggenda rabbinica sull'infanzia di Mosè, in cui l'orco ammazzabambini era il Faraone)... o la strage degli innocenti doveva essere passata inosservata: una stragetta, via, un eccidio. Vogliamo dire una dozzina di neonati? Comunque abbastanza per comporre un quadro agghiacciante. Il capolavoro resta quello di Guido Reni (lo trovate alla pinacoteca di Bologna) la composizione triangolare dovrebbe avere ispirato Guernica.

Ma stanotte ho scoperto altre due perle: un Duccio di Boninsegna davvero struggente, con le madri dolenti che abbracciano i bambolotti insanguinati. Ecco da Duccio non me lo sarei mai immaginato, per me è sempre stato uno di quei senesi ieratici e antipatici, e invece la sua strage è triste davvero, piangono anche gli assassini. E poi sul Sacro Monte di Varallo, che è una specie di Terrasanta in Miniatura, c'è una composizione di terracotta del Cinquecento con dei soldati ad altezza naturale che conficcano delle spade vere in neonati a grandezza naturale, e in un angolo sul trono c'è pure il lascivo re Erode che approva: ho visto solo una foto, ma il risultato ha un che di morboso che lo rende inquietante. È vero che mi emoziono con poco, ultimamente.

La festa degli Innocenti era, nei secoli passati, un piccolo bis del Natale, in cui si praticava un simpatico rito purtroppo messo da parte nell'ultimo Concilio: presbiteri e diaconi scambiavano i loro seggi coi chierichetti, in pratica la Messa la dicevano i bambini. L'orrore della strage veniva ampiamente superato dall'immediata santificazione dei neonati. In realtà ci sarebbe un problema teologico: come fanno quei coetanei di Gesù a salire subito in cielo, se nessuno li ha battezzati? Non portano con sé il peccato originale, quello di Eva e Adamo? Naturalmente c'è sempre la scappatoia: quando Gesù passa dal regno dei morti a prelevare i patriarchi, può anche aver prelevato questa ventina scarsa di neonati frignanti. A vederla da questo punto di vista, morire neonati ammazzati da una guardia di Erode si rivela un autentico colpo di fortuna: tre chilometri più in là magari si moriva di lebbra e si finiva all'inferno senza condizionale... o no? Dove finiscono i bambini non battezzati?


Annoso problema, che tormentò più di un padre della Chiesa. Sappiamo tutti come veniva risolto più o meno ai tempi di Dante: gli innocenti non battezzati (ma anche gli uomini savi e virtuosi vissuti prima di Giovanni Battista e di Gesù) finivano nel Limbo, un'oltretomba a parte: né paradiso né purgatorio né inferno, anche se Dante per una questione di ordine la infila in quest'ultimo, ma in una sezione priva di supplizi di sorta. In pratica è l'Ade greco-romana, un non-luogo di ombre dove non si è né felici né tristi, perché in sostanza non si vive. Come soluzione non era forse il massimo dell'eleganza, ma salvava capra (l'importanza assoluta del battesimo) e cavoli (che razza di Dio ti sprofonda nell'inferno perché un tuo avo ha mangiato una mela di nascosto?) Il limbo tuttavia non è mai stato un dogma ma, come abbiamo saputo solo di recente, un'ipotesi, mai particolarmente apprezzata dal cardinale Ratzinger e respinta definitivamente nel 2007 sotto Papa Benedetto XVI da una Commissione Teologica Internazionale nel documento "La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza battesimo":
...vi sono ragioni teologiche e liturgiche per motivare la speranza che i bambini morti senza Battesimo possano essere salvati e introdotti nella beatitudine eterna, sebbene su questo problema non ci sia un insegnamento esplicito della Rivelazione.
La mossa di Benedetto XVI, oltre a spalancare le porte del paradiso cattolico a una moltitudine immensa di morti di parto, crea la cornice per la vera strage degli innocenti postmoderna, in confronto alla quale re Erode il Grande non può che apparire un serial killer di provincia: l'Aborto. Esatto, sì, se ogni embrione è Vita e ogni vita senza battesimo è comunque suscettibile di essere introdotta nella beatitudine eterna... i nostri aborti sono già in Paradiso che ci guardano e scuotono la testolina. Non poteva che finire così, la tradizione del limbo mal si conciliava con l'ossessione della Chiesa contemporanea per l'embrione. Gli aborti sono diventati i martiri della legge 194. E il paradiso è molto cambiato.


Non solo è diventato un'enorme nursery - se ammettiamo che i morti di parto siano salvabili, non possiamo immaginare che Dio faccia differenze tra epoche e razze, e quindi dobbiamo pensare a una moltitudine di feti e neonati di ogni etnia, ma perlopiù (statistiche alla mano) indiani e cinesi. Esatto, anche lì. Tu nasci in Italia, ti fai battezzare, ti comporti il meglio che puoi, ricevi tutti i tuoi sacramenti, poi muori e ti ritrovi in mezzo a una moltitudine di monelli orientali che non ha la minima idea di come ha fatto a trovarsi lì, è successo tutto in un attimo, e cos'è questo odore? Pollo al curry? Anche qui? Soprattutto qui? Per l'eternità? Vedi che nel medioevo non avevano tutti i torti, vedi che alla fine quell'ipotesi del limbo aveva un senso. Ma ormai è troppo tardi. La globalizzazione, sì. Anche in paradiso.

martedì 27 dicembre 2011

Dalla Padella alla Rivelazione

San Giovanni è apostolo, evangelista, vergine, martire no perché ha resistito a una frittura in pentola, allucinato profeta di sventure, forse è il fratellino di Gesù, forse è sua moglie, forse è immortale ma probabilmente no; è il patrono della Turchia, degli scrittori, degli alchimisti, degli editori e delle scottature.
Il suo Vangelo, dei quattro, è la gamba che traballa. Se ne parla sul Post, l'unico magazine on line coi dibattiti cristologici in tempo reale.

lunedì 26 dicembre 2011

Un giornalista indica un vulcano

Bocca insostenibile

Credo che i meridionali abbiano effettivamente qualche diritto di sentirsi offesi da Giorgio Bocca, che davvero scrisse su di loro cose affrettate e imprecise. Il suo disprezzo, davvero malcelato, non era occasionale: ha ragione Zambardino, esso rappresenta bene l'atteggiamento di una cultura tutt'altro che minoritaria e provinciale, tant'è che Bocca continuò a mostrarlo anche quando terminò la breve infatuazione per la Lega. Bocca è anche in questo caso un'epitome della storia italiana: un piemontese laico e democratico che sbarca nel sud ma non lo capisce, o meglio non capisce cosa ci sia di salvabile, e alla fine – complice la vecchiaia, che sgrava il fardello di speranze a lungo termine – si ritrova a dire Forza Vesuvio.

Di questo fanno bene i napoletani a indignarsi, mentre concludono le loro celebrazioni natalizie – magari quest'anno un po' più sobrie e austere – e si accingono a testare una volta in più i rodatissimi piani di evacuazione che dovrebbero mettere in sicurezza mezzo milione di abitanti nel caso il Vesuvio esploda davvero, visto che è tutt'altro che spento, anzi: la quarantennale eruzione è in ritardo di parecchio, e a questo punto qualsiasi cosa succeda potrebbe succedere piuttosto alla svelta e fare davvero molti danni. È curioso che nessuno ne parli mai. Di Bocca e dei suoi peggiori discepoli del nord sappiamo cosa pensare: è ingiusto aspettarsi informazione su un vulcano da chi per il vulcano fa il tifo. È più strano che ne parlino poco i meridionali, visto che il rischio di nubi ardenti e lapilli sulla superficie di popolosi centri abitati collegati da strade occluse dallo sverso abusivo di rifiuti...




...Voi, per esempio, che vi state toccando in questo momento, ecco, sì: Bocca non perdeva tempo a cercare di capirvi. Vi disprezzava. Buon anno, se non vi è di malaugurio.

sabato 24 dicembre 2011

Al Sole Mai Sconfitto

Tenete duro, lo spread tra sole e oscurità è destinato a diminuire. Nel frattempo davanti a un camino ci raccontiamo le vecchie storie di sempre, e qualcuno potrebbe arrivare nella notte e portarci qualcosa.


Il Dio Odino, per esempio. Gli Spettri dei Natali Passati quest'anno sono sul Post.

venerdì 23 dicembre 2011

Un', nessun', centomil'

Forse siete distratti dalla manovra Monti o dalla bozza Ichino o dal solstizio invernale, che ne so: comunque nel mondo vero in questa settimana è successo che Saviano ha sbagliato un apostrofo su Twitter, e da lì è partito un dibattito con Severgnini Riotta e pure lui.


E alla fine insomma anch'io ho scritto cinquemila battute su un apostrofo. Che faccio, mi vergogno? Sull'Unita.it (H1t#105), e si commenta là.

mercoledì 21 dicembre 2011

Lettera a un giovane ichino

Caro giovane disoccupato, oppure lavoratore, e quindi sicuramente precario. Caro giovane di sinistra, o di destra, o di nessuno, o del migliore offerente.

Tu che su facebook scrivi almeno una volta al giorno che il sindacato non ti rappresenta; che il PD è un partito di pensionati per i pensionati; che l'articolo 18 è un arnese fuori dal tempo che ti opprime; tu che tra le caste che soggiogano questa povera Italia non ti stanchi mai di ricordare la più odiosa, quella dei dipendenti a tempo indeterminato illicenziabili; tu che non ti perdi un'intervista a Pietro Ichino e me ne aggiorni su twitter; caro giovane disoccupato o precario:

volevo dirti che in linea di massima hai ragione.

Il sindacato davvero non ti rappresenta – del resto dovrebbe? Non sei iscritto. Il sindacato non è un ente benefico che lotta per un mondo migliore: è un'associazione che tutela i diritti dei suoi tesserati. Il PD è davvero un partito di pensionati, anzi ha il suo daffare a tenersi buono lo zoccolo molle di anziani che rimane fondamentale in vista delle elezioni dell'anno prossimo. E quindi, insomma, ti resta Pietro Ichino. Ti ha spiegato che in Italia c'è un recinto di lavoratori tutelati (pochi) e una prateria di precari e disoccupati, e la sua proposta è più o meno: aboliamo il recinto. Dopo ci sarà più lavoro per tutti e anche più diritti, sì, per tutti. Sto semplificando, ma non è che Ichino e i suoi altoparlanti su giornali e tv la facciano molto più complicata, eh? Diciamo che la mettono giù in un modo più convincente.

Però, caro giovane, tu e Ichino potreste avere ragione anche su questo. Che ne so io, dopotutto. E quindi non ti chiedo di smettere di prendertela col PD, o con la CGIL, o con quel feticcio che è l'articolo 18. Puoi continuare se ti va a vedere in me un membro della casta, perché ho un contratto a tempo indeterminato, anche se alla fine del mese magari piglio meno di te. Vorrei soltanto essere sicuro che tu abbia capito cosa stai chiedendo.

Tu non stai chiedendo di abbattere il mio steccato. Quello ormai resta. La Fornero non si pone neanche il problema. Nemmeno Ichino osa. Il mio steccato non è in discussione. Tu stai semplicemente lottando perché nessuno sia più ammesso dall'altra parte. Chi è stato assunto prima della futura riforma Ichino resterà più o meno garantito. Gli altri, anche se sono arrivati a un tempo determinato dopo anni di contratti a progetto, resteranno per sempre al di qua. Licenziabili per un capriccio.

Posso essere più chiaro? Tu non stai lottando per togliere un diritto a me. Tu stai chiedendo che lo stesso diritto non possa più essere esteso al te stesso di domani. E si capisce, sei giovane e pieno di energia. Cambiare contratto una volta al mese non ti spaventa, perché dovresti ambire a una sistemazione a tempo continuato sotto l'ombrello dell'articolo 18? e a una panchina ai giardinetti, già che ci siamo? Largo ai giovani.

Lo stesso vale per le pensioni. Quando chiedi che siano tagliate, non stai parlando delle pensioni dei tuoi genitori. Stai parlando della tua. Quando auspichi l'abolizione della pensione di anzianità, non stai parlando della mia anzianità: stai parlando della tua. Quando chiedi che sia innalzata l'età pensionabile, è della tua vita che si parla. (Ma tanto tu non invecchierai come tutti gli altri, tu a 66 anni sarai ancora pieno di tanta voglia di fare). Lo so che sei in buona fede, quando pensi che il corpo flaccido e inerte del mondo del lavoro si meriti una sferzata: voglio solo essere sicuro che tu abbia capito che l'unica schiena a disposizione è la tua. Dopodiché, puoi continuare a ichineggiare e perfino sacconeggiare, se ti fa sentire bene. Magari hai ragione. Magari davvero l'unica strada è quella di alzare l'età pensionabile (la tua), e rendere più facile il licenziamento (tuo). Io resto scettico, ma è Ichino l'esperto.

E lui sta pur tranquillo che non lo licenzia nessuno.

C'è sempre qualcuno che ti odia (sull'internet)

La lista è la morte

C'è stato un po' di baccano, ieri, a causa di una lista comparsa su di un sito neonazista. Io sono arrivato a casa tardi e non sono riuscito a leggerla: il sito era inaccessibile a causa del traffico elevato (poi è tornato visibile, ma la lista era stata cancellata). Si trattava di un forum semisconosciuto, ma quando i quotidiani hanno scoperto il fattaccio (Repubblica è stato il primo, direi), da blog e social network tutti hanno cominciato a puntare link verso la lista, che da quel che ho capito censiva gli italiani da odiare perché amici degli immigrati.

Io naturalmente sto con gli immigrati, auspico l'estinzione dei fascisti eccetera. Però queste ondate di indignazione mi lasciano perplesso. Un gruppetto di fascisti butta giù un elenco di nominativi; nessuno per quanto ne so ha scritto “italiani da ammazzare”. È una lista di persone odiose, su internet se ne stilano parecchie. Peraltro non è mai successo fin qui che un personaggio à la Breivik o alla Casseri, nel momento in cui decide di passare alle vie di fatto, utilizzi una lista divulgata via internet: di solito c'è un notevole scarto tra chi scrive su un foglietto (o su un sito) i nomi delle persone che detesta e chi si procura le armi e scende in strada a farle fuori. Insomma le possibilità che quella lista potesse ispirare l'istinto criminale di un fanatico erano abbastanza esigue. Fino a ieri.

Poi ieri Repubblica, Twitter e via dicendo hanno iniziato a puntare sul forum semisconosciuto. Migliaia di persone hanno potuto leggere la lista o scaricarla prima che si oscurasse, e a questo punto la possibilità che qualche emulo di Casseri l'abbia letta e decida di utilizzarla è cresciuta sensibilmente. È il solito doppio taglio dell'informazione: vale la pena dare risalto nazionale a un gruppetto che stila liste di proscrizione? Io non lo avrei fatto; oltre al concreto rischio di attirare l'attenzione su gente pericolosa, mi ritroverei anche a spalare l'acqua col forcone: sicuramente da qualche parte qualcun altro sta compilando un'altra lista di persone da odiare, internet glielo consente e io non posso fare il cane da guardia di internet, mica mi pagano. C'è chi invece può.

Il giornalista che ha scoperto la lista di ieri non è nuovo a scoop del genere. Un'occhiata al suo sito (molto interessante) suggerisce l'impressione che le sue scoperte siano frutto di un'indagine sistematica: come quel prete che batte l'internet alla ricerca di siti pedofili, il giornalista in questione è costantemente alla caccia di segnali di razzismo, antisemitismo, intolleranza. Avrete notato che non lo chiamo per nome.

È uno scrupolo ridicolo, chiunque può benissimo recuperare le sue generalità. E anche lui presto o tardi troverà questo mio post, lo leggerà, e deciderà se infilarlo o no in un eventuale dossier sull'antisemitismo di sinistra. In effetti è lo stesso giornalista che la scorsa primavera commise una grossa carognata nei confronti di una mia doppia collega, blogger e insegnante, la quale professa opinioni fortemente critiche nei confronti dello Stato d'Israele. Il giornalista in questione l'accusò, sempre su Repubblica, di negazionismo: accusa falsa, peraltro. Non solo, ma nello stesso articolo suggerì, in modo piuttosto ambiguo (anche un po' maldestro, via), che questa blogger, essendo insegnante, avrebbe anche insegnato il negazionismo ai suoi studenti (e in effetti noi blogger-insegnanti siamo proprio così, la molla che ci spinge a riempire lenzuolate digitali sul sionismo o su San Giovanni Damasceno è che sono proprio gli stessi argomenti che spieghiamo a lezione ripetutamente, a tutte le classi, tutti gli anni, siamo così felici di continuare a parlare di sionismo e San Giovanni Damasceno che anche sul blog non vorremmo scrivere d'altro. Sono ironico). E arrivarono gli ispettori. Parli male d'Israele su un blog? Faccio in modo che ti arrivino gli ispettori a scuola. Ecco.

Per tagliar corto: il giornalista in questione ha già ampiamente dimostrato che se vuole sputtanare un insegnante lo fa. Però questo non è un buon motivo per non chiamarlo per nome e per cognome; magari era un buon motivo per non iniziare nemmeno a scrivere questo post, per fare finta di niente. Invece sto parlando di lui, ma il suo nome non lo metto perché si sa cosa succede ai nomi: li lasci lì e dopo un po' diventano una lista: e io una lista non la voglio fare, la lista è la morte, e anche se mi scappasse una lista, mai vorrei mettere al primo posto lui. Lui è un buon diavolo con una missione: battere la campagna, censire tutti gli insetti, tutti i parassiti che ce l'hanno con quelli come lui. O con qualche altra minoranza, tutto fa brodo. E sono convinto che nel suo far circolare insetti e parassiti è in buona fede: il suo scopo è mostrare quanta intolleranza (e quanto antisemitismo) ci siano in Italia, e a tale scopo qualsiasi infimo insetto, qualsiasi larva di bacherozzo abbia dichiarato di non sopportare il presidente della comunità ebraica di Roma fa buon brodo. Il problema è che in quel brodo i bacherozzi sguazzano, e sembrano addirittura ingrossare – ma questo effetto ottico collaterale il giornalista in questione lo ritiene sopportabile. Oppure si tratta del solito gioco win/win: i bacherozzi ottengono più visibilità, le minoranze minacciate più solidarietà. Sì. Non credo che convenga a tutte le minoranze.

lunedì 19 dicembre 2011

Non siete Angeli

Lo spieghi a Mohammed.

Cardinale Bagnasco, lei senz'altro in quanto presidente della Conferenza Episcopale Italiana ha tutto il diritto di dire quel che vuole, e quel diritto nessuno glielo contesta; però ha anche il diritto di prendermi in giro? Secondo me no. E allora perché ha detto a Cazzullo che la Chiesa paga l'ICI, quando chiunque può dare un'occhiata e capire che non è vero? Non è vero; possiamo discutere all'infinito se sia giusto o no, ma non è vero: la Chiesa non paga l'ICI sui seminari; sulle scuole private; sulle sale parrocchiali; sulle residenze dei preti, che sono lavoratori italiani quanto me: ma io la pagherò, loro no. Sbagliate o giuste che siano, le cose stanno così, e lei non dovrebbe dire a Cazzullo che stanno diversamente. (E Cazzullo dovrebbe essere il primo a farglielo presente, ma lasciamo stare per adesso Cazzullo).

Lei poi cardinale può parlare finché vuole di solidarietà: può ripetere all'infinito che i soldi che non paga allo Stato li dà ai poveri direttamente, e le mense della Caritas e tutto il resto. Può riempirsi la bocca un altro po' di quella splendida parola-libera-tutti, sussidarietà: dove lo Stato non arriva (perché non ha i soldi) ci arriva la scuola dei preti (coi soldi che prende allo Stato), l'oratorio dei preti, financo la piscina dei preti. Me lo può dire perché mi chiamo Leonardo, e quindi è previsto che me la beva.

Allora facciamo che stasera non mi chiamo più Leonardo. Stasera mi chiamo Mohammed. Ecco, lo spieghi a me che mi chiamo Mohammed, che se nel quartiere non c'è una scuola pubblica decente posso mandare mio figli alla scuola dei preti, coraggio, mi dica così. Tanto è noto che la percentuale dei bambini musulmani nelle scuole paritarie è uguale a quella nelle scuole pubbliche, no? Mi dica che al pomeriggio, quando io sono al lavoro e mia moglie pure, e mio figlio rischia di entrare nella compagnia del parchetto che negli ultimi anni ha formato i più professionali spacciatori del quartiere, ecco: mi dica che invece al pomeriggio posso portarlo in Parrocchia, all'oratorio, agli scout; che sono senz'altro aconfessionali o interconfessionali, vero? Mi dica che non c'è problema, che potrà andare in gita a Roma o a Loreto con tutti i suoi amici del corso chierichetti. Mi dica che anch'io, se voglio venire la sera al circolo Acli, sono ben accetto; che c'è una stanza per non bevitori, magari c'è anche un posto per pregare, visto che sì, in teoria anche una Moschea non pagherebbe l'ICI, ma in pratica non ce la fanno costruire, e quindi... insomma, cardinale, mi dica che nell'Italia multietnica di oggi la Chiesa ha deciso di diventare sussidiaria anche nei confronti delle necessità sociali espresse da comunità religiose non cattoliche, e quindi ad essa concorrenti. Me lo dica. A me che mi chiamo Mohammed. E cerchi di restare serio, mentre me lo dice.

Allora Cardinale, comincia a capire perché è ingiusto che le sue scuole, i suoi oratori, le sue polisportive, i suoi seminari non paghino l'ICI? Che non siamo più negli anni Settanta, non possiamo più demandare a un ente confessionale servizi a cui hanno diritto anche persone non battezzate? Lei sostiene che quello che la Chiesa non paga, lo reinveste in solidarietà. Non vede, o finge di non vedere, che nelle città più grandi e nei piccoli paesi questa solidarietà sta alzando uno steccato tra chi ha un certificato di battesimo e chi non ce l'ha. Lo so anch'io che alla mensa dei poveri non guardate chi è cristiano. Già all'asilo parrocchiale però le cose vanno un po' diversamente, vero? E d'altro canto voi le suorine le dovete far lavorare; però io se mi chiamo Mohammed non ho tutta questa voglia di lasciare mio figlio alle suorine, è colpa mia? Pago le tasse, compresa l'ICI: non ho diritto a una scuola pubblica senza suorine che, francamente con quella testa coperta, possono anche farmi un po' paura? Eh sì, cardinale Bagnasco. Metta che io me ne sia andato dal Marocco proprio perché questa cosa delle donne coperte non mi andava più giù.

Cardinale, per carità, lei fa il suo mestiere: è ovvio che tiri a pagare il meno possibile. Però certe storielle per favore, non me le racconti più. Ormai qui siamo alla seconda generazione di immigrati, e lei sa benissimo cosa vuol dire. La partita vera ce la giochiamo adesso. O riusciamo a integrare i figli degli immigrati, di qualsiasi origine o fede religiosa, oppure andremo avanti a compartimenti stagni: con interi quartieri senza polisportive, senza doposcuola pomeridiani, senza nulla che non sia la piccola camorra del parchetto. Abbiamo bisogno di centri sociali veri, come in Francia: abbiamo bisogno che “centro sociale” non sia più sinonimo di casa occupata da militanti extraparlamentari, ma sia il punto di riferimento della vita giovanile di un quartiere: un centro interconfessionale dove un ragazzino di qualsiasi fede può venire al pomeriggio a fare i compiti, o palestra, o a fare musica, o a leggersi un libro. Abbiamo bisogno di un servizio come questo e no, non possiamo più far finta che l'oratorio parrocchiale vada comunque bene. Non è più sussidiarietà questa, è una truffa. Non possiamo obbligare un contribuente musulmano a mandarci i suoi figli, e non possiamo obbligare un prete cattolico ad accettarli. A scuola non possiamo più avere classi con dieci alunni stranieri nello stesso quartiere dove c'è una scuola cattolica dove sono tutti italiani (e pagano). Si strappa il tessuto sociale, così. E non è una cosa che possano ricucire le dame dell'Unitalsi.

Cardinale, molli l'osso. Dia a Cesare quello che a Cesare spetta: tocca a lui finanziare terme e ginnasi in perdita, non a voi. Si ricordi che ogni bugia smaccata che racconta ai suoi cazzulli, sono altri mille o diecimila buoni cristiani che si segnano di devolvere l'otto per mille ai Valdesi. Faccia i suoi conti, e non ci dica più bugie.

sabato 17 dicembre 2011

I nuovi Cesari

Vae Victis, dotto'.
Un po' come quando la plebe romana in sostanza gestiva l'Impero, facendo e disfacendo gli imperatori a seconda di quanto pane e quanti circenses gli promettevano; un po' come quando il fine ultimo dell'amministrazione del glorioso Impero romano era la pancia del plebeo: forse l'arcano è tutto qui. L'Italia di oggi è fatta in un certo modo, con una capitale (dis)organizzata in un certo modo, e un traffico (de)strutturato in un certo modo, perché il fine ultimo dell'Italia è il tassista. È lui che deve camparci: quindi ci devono essere tot licenze (poche), tot semafori (tanti), tot linee della metro (poche), tot ciclabili (anche zero), tot ingorghi (il più possibile)... l'osservatore ingenuo ci vedrebbe il caos: al contrario è tutto un ingranaggio complesso e mirabile per servire il fine ultimo dell'universo, il tassista scoglionato che ascolta alla radio i retroscena sull'ultimo allenamento della Lazio. E in tutto questo io per esempio chi sono? Sovrastruttura. Servo fin tanto che insegno italiano ai figli dei clienti dei tassisti, servo quel poco che necessita a facilitare il dialogo tra il tassista e il futuro cliente, ma il mio fine ultimo è lui. Oltre al farmacista, ovviamente. Ma il farmacista lo conosco già, e lo temo.

Il tassista invece mi rimane un idolo misterioso, io vivo in provincia e in media prendo un taxi ogni due anni e mezzo, non avete idea di quanto sia surreale per me rendersi conto che in Italia comandano loro: scendere a Termini ogni tanto, vederli in fila, socchiudere gli occhi e cercare di immaginarseli come tante Marie Antoniette in altrettanti cocchi dorati – niente da fare, quelli smadonnano e clacsonano, sono i nuovi Cesari e manco si divertono. Intanto i giornalisti restano a piedi.

Ho scoperto sul Corriere (me ingenuo provinciale) che uno degli strumenti adoperati dai tassisti per mantenersi saldamente al potere è la deliberata disseminazione di notizie false, con quella capillarità che solo migliaia di automobilisti ciarlieri possono offrire. Rutelli voleva liberalizzare? Il tassista chiacchierando col cliente cominciava ad accennare agli interessi di Rutelli nella società dei parcometri; la bufala girava e Rutelli perdeva punti nei sondaggi. E noi stiamo a perder tempo su Internet, l'autostrada informatica, le informazioni alla velocità della luce e tutte le altre menate. Là fuori c'è il mondo vero, dove per trasferirsi dal punto A al punto B si viaggia ancora alla velocità modesta del taxi, e le informazioni te le fornisce intanto l'autista. Il tuo diaframma con la realtà. “Di Veltroni si disse che per illuminare la galleria sotto il Quirinale avesse tolto elettricità agli ospedali”. Il medium non è solo il messaggio, è anche il mezzo di trasporto – trasporto si fa per dire, a piedi arrivi prima, ma l'importante è il viaggio, non l'arrivo. L'importante è che l'economia giri, quel tanto da far girare il tassista. Il primo motore, non proprio immobile ma quasi. E i giornalisti vanno a casa.

Eppure erano titolari dello stesso potere, il quarto o il quinto, non ricordo. Potevano lanciare le informazioni, vere false e presunte, potevano spostare anche loro qualche voto, no? Si vede che non ne spostavano abbastanza: in generale, quando ci fu da scegliere, la lobby dei tassisti si salvò e la corporazione della carta stampata imbarcò acqua. Si vede che davamo più retta all'autista che ci dava del dotto' che all'editorialista che ci prendeva per cretini. Si vede che in generale leggiamo poco, abbiamo sempre letto troppo poco, il destino di una nazione è nelle sue abitudini e noi a leggere fino in fondo quelle righe scritte in piccolo non ci siamo mai abituati. Sul sedile dietro, poi, alla prima curva mi si rivolta dentro il cappuccino: ripiego il foglio e il tizio intanto: "Dotto', la sa l'ultima su Monti?"

(A Cesare, che una volta mi diede un passaggio).

venerdì 16 dicembre 2011

Vi rifaccio Benito?

Berlusconi ha detto di nuovo che sta leggendo i diari di Mussolini. Al di là di ogni dibattito sull'autenticità, quei diari han da essere una vera palla: è da un anno e mezzo che dice che li sta leggendo, ci hanno messo meno tempo a scriverli.



E insomma, lui racconta sempre le stesse storielle, io riciclo i vecchi pezzi. Dovrei aggiungere qualcosa? Anzi, ho tolto parecchio. Il Mussolini triste sul comodino di Silvio B. è sull'Unità.it.

giovedì 15 dicembre 2011

La tartaruga non ha visto niente

Quasi scordavo di segnalare la teoria di ieri, scritta a caldo, su questo fenomeno strano per cui se un attivista di destra, che scrive cose di destra su siti di destra, frequenta centri sociali di destra, improvvisamente apre il fuoco su dei senegalesi, ecco, in quell'esatto momento smette di essere di destra, le cose che ha scritto le ha scritte a titolo personale e sul sito di Casapound le cancellano immediatamente.


Ritirata strategica, camerati. Sei fascista solo se ti beccano (H1t#103) è sull'Unita.it, si commenta là.

mercoledì 14 dicembre 2011

Povera piccola infanticida

Aborto aborto, sentimento e ipocrisia... 

In questi giorni sono successe tante cose incredibili, tra cui una che può essere passata inosservata: il direttore della rivista della diocesi di Trento, Marco Zeni, ha dichiarato di comprendere la decisione di una sedicenne che (su pressante invito dei genitori) ha interrotto una gravidanza. E non parlava a titolo personale: parlava per conto della Chiesa, con la C. “La Chiesa non può certo dichiararsi a favore dell'aborto, ma capiamo le difficoltà della famiglia”. A meno che Zeni sappia cose che noi ignoriamo, le difficoltà della famiglia consistono in un fidanzato albanese geloso e manesco.

Io la posizione dei cattolici sull'aborto la capisco. Non la condivido, ma la posso capire, se non altro perché è piuttosto chiara. Per i cattolici la vita comincia dal concepimento: questo non so se si possa considerare un dogma, ma possiamo tranquillamente definirlo un postulato, nel senso che la morale cattolica di oggi si fonda su questo assunto, non dimostrabile e non discutibile: dal concepimento in poi la madre non è sola, c'è un altro individuo con lei che ha gli stessi diritti che ha lei.

Quindi se lei decide di interrompere la gravidanza commette un infanticidio, punto. Il fidanzato manesco e geloso lo puoi lasciare, ma da che pulpito lo giudichi, se nel frattempo mediti di far fuori un bambino? È una posizione che ha almeno il pregio della chiarezza. Puoi contestarla, ma probabilmente stai semplicemente affermando che non condividi un postulato (la vita inizia dal concepimento) partendo da un altro postulato (la vita inizia qualche tempo dopo il concepimento, forse tre mesi, forse boh). Per inciso, io sono convinto che tutti i sistemi morali partano da assunti arbitrari, ma sono sicuro che non v'interessi una mia lunga dissertazione sull'argomento. Stasera a dire il vero non appassiona nemmeno me. Stasera sono solo curioso di capire come sia possibile che il portavoce di un prestigioso vescovado abbia dichiarato di poter capire le ragioni di un'interruzione volontaria di gravidanza. Capire un infanticidio? Al massimo si può perdonare, per esempio a Giuliano Ferrara gliene sono stati perdonati almeno tre; ma bisogna che prima il soggetto si penta.

Ho due ipotesi. La prima è che sotto sotto Zeni, e tutto il mondo intorno a Zeni, non ci creda per davvero, in questa storia della vita a partire dal concepimento. Non è vero che sia un postulato incrollabile; è solo la conseguenza un po' maldestra di un'ideologia che parte da altre premesse. Dalla determinazione della Chiesa a mettersi al centro della cura del corpo, soprattutto: per cui la cosa davvero importante non è che i poveri embrioni abbiano salva la vita, ma che la Chiesa sia consultata sull'argomento, che la Chiesa abbia voce in capitolo. Il vero scandalo della 194 non sta nel fatto che una ragazza possa abortire – come se non fosse mai successo – ma che possa farlo senza chiedere il permesso a un prete, che se magari è in buona, se conosce la situazione... ti può anche capire, via, lo sa anche lui come va il mondo, no? Insomma, tutta questa recentissima dottrina della sacralità della vita dell'embrione potrebbe essere semplicemente una reazione nervosa degli ecclesiastici al fatto di essersi trovati messi in un angolo dalla medicina e dalla cultura laica. Sta bene, però scegliete: o vi tenete la vostra rigida, arbitraria ma chiarissima legge morale, oppure mettete la maschera del padre comprensivo. Ma tutti e due no: non potete gridare 'infanticida!' e poi soggiungere 'povera ragazza'. O è povera o è infanticida, tertium non datur.

La seconda ipotesi mi è venuta molto più grezza: a sentire Zeni sembra che per la Chiesa di Trento nulla sia peggio dell'aborto, tranne una cosa, una sola cosa di fronte alla quale l'interruzione di gravidanza è un male minore: e che questa cosa sia dar figli a un albanese. Decidete voi.

martedì 13 dicembre 2011

Solo per i tuoi occhi

Caruso. Elvis Presley. Julian Lennon. John Lennon. La Svezia luterana. La Sicilia tangentara già ai tempi di Diocleziano. Dante Alighieri e le sue emicranie. Gregorio XIII e i suoi calendari. Ragazze con le candele in testa. Occhi sui vassoi. Ragazze nel cielo coi diamanti. Truffe finanziarie. Vergini nei lupanari. Bambini che non credono in Babbo Natale, perché si fa prima a scrivere le letterine a...



...che passa dodici giorni prima. Sul Post c'è tutto quello che serve sapere su Santa Lucia, la Santa più luminosa che ci sia. Mancava solo De Gregori, allora l'ho messo qui. Fa' che ci sia dolce anche la pioggia nelle scarpe.

13 dicembre - Santa Lucia, vergine e martire (283-304).
Sono un po' emozionato: è la prima volta che mi capita di scrivere di una Santa nel momento in cui è trending topic su Twitter. D'altro canto voi non avete idea del baccano che è già iniziato a Correggio, o Montichiari, o Bussolengo; i negozi sono pieni persino in quest'anno difficile, e a scuola i bimbi friggono da stamattina. È la notte più lunga dell'anno.

[caption id="attachment_308" align="alignright" width="300" caption="Chi porta i regali in Alta Italia? Le aree di competenza di San "Babbo" Nicola (in rosso) e di Santa Lucia (in giallo) (Da prendere con le molle, anzi se avete notizie diverse segnalatemele)."][/caption]

Sì, lo so, la notte più lunga dell'anno è il 22. A Roma, almeno. A Milano. Già verso Lodi le cose cambiano. Ovviamente non è una questione di fuso orario. Non si sa neanche bene il perché, fatto sta che i bambini di Lodi (e Reggio nell'Emilia, e Bergamo, e Udine) stanotte aspettano i regali, quelli che a Milano o Roma sono attesi solo per il venticinque. Da noi vengono prima, e non li porta Babbo Natale, quel San Nicola secolarizzato (ma ha ancora il mantello rosso dei vescovi) che in realtà gratta gratta è il Dio Odino sotto mentite spoglie. No. A Brescia, a Piacenza, a Cremona, in una regione intermedia tra Emilia Veneto Lombardia e Trentino, la letterina si scrive a Santa Lucia, che te li porta il 13, la notte più lunga che ci sia.

La ragione per cui a Carpi, per dire, la notte più lunga è questa, mentre sull'altra sponda del Secchia il sole sorge regolare, non è chiara. Comunque sappiamo precisamente quando si aprì questa frattura nello spaziotempo: nel 1582 Papa Gregorio XIII decise di rimettere mano al calendario di Giulio Cesare, che tutto sommato per millecinquecento anni si era difeso egregiamente, guadagnando però ogni anno undici minuti e 14 secondi rispetto alla rivoluzione della terra intorno al sole. Del resto, nemmeno lo stesso Cesare avrebbe potuto supporre che il suo calendario sarebbe rimasto in vigore per milleseicento anni. Ai tempi del Gregorio in questione ormai le stagioni stavano sballando: Pasqua da festa dei germogli rischiava di diventare sagra della mietitura, e in giro qualcuno cominciava a sussurrare che non esistessero più le mezze stagioni. Anche l'equinozio d'inverno, la notte più lunga dell'anno, si era stabilmente assestata intorno al 13 dicembre, Santa Lucia.

[caption id="attachment_311" align="alignright" width="184" caption="Potrei inserire centinaia di immagini di giovani svedesi con candelieri in testa, ma non riesco a liberarmi da questa."][/caption]

Considerate che sofferenza doveva essere mettere a letto i bambini in un'epoca senza orologi meccanici, in cui ci si leva e ci si corica col sole: in estate c'era tutto il tempo per uscire di casa e stancarsi, ma in inverno? Come convinci il bambino a stare buono per quattordici ore (in Scandinavia anche diciotto)? Gli si dice: buono, che sennò San Nicola / Santa Lucia / Gesù Bambino / i Re Magi /la Befana non ti portano niente. E quella notte almeno il monello sta quieto, se non dorme farà finta, perché Santa Lucia se la guardi scappa via. Non è un caso che sia Lucia che Nicola siano santi amatissimi in Svezia, un Paese luterano che in teoria con la venerazione dei Santi dovrebbe avere chiuso nel Cinquecento, ma i bambini non viene mica in casa ad addormentarteli Martin Lutero. In teoria la festa svedese ha antenati antichissimi: l'originale “Lussi” svedese sarebbe un demone che cavalca in cielo nella notte più lunga (una brutta copia di Odino, evidentemente); forse era la Lucy che Julian Lennon disegnava nel cielo coi diamanti? I suoi compagni di caccia si chiamano Lussiferda, che in alto germanico immagino voglia dire qualcosa come “seguaci di Lussi”, ma suona anche così simile al latino “Lucifer”(“portatore di luce”) da far pensare che la tradizione si sia presto sporcata con elementi d'importazione. La contaminazione non si è fermata lì: le ragazze biancovestite che sfilano con una pericolosa ghirlanda di sette candele cantano un popolarissimo inno svedese che in realtà è Santa Lucia, la barcarola ottocentesca di Cottrau, che Caruso ha reso famosa in tutto il mondo (qui c'è la versione di Elvis, in un italiano dignitoso). Loro ci hanno dato gli Abba, noi Cottrau, giudicate voi chi sia in credito con chi. Addirittura da Stoccolma ogni anno parte una Santa Lucia che va a presenziare alla processione di Siracusa: perché la Lucia cristiana è nata e morta laggiù, dove ovviamente è festeggiatissima con fastosi cortei, anche se la tradizione dei regali nella notte più lunga sotto il 45° parallelo è molto meno sentita. Cosa sappiamo di lei? Niente, come al solito. (Continua)...



[caption id="attachment_309" align="alignright" width="199" caption="Quegli occhi li ho già visti"][/caption]

Per esempio, non è vero che le abbiano strappato gli occhi. O perlomeno non risulta dalle fonti più antiche, quegli Acta sanctorum che come abbiamo visto, quando c'è da scuoiare o squartare o abbrustolire una vergine non si tirano mai indietro: Lucia per esempio viene sgozzata (ma non muore finché non le portano la Comunione). Però anche negli atti più antichi di occhi strappati non si parla. Il tradizionale vassoio coi globi oculari in bella vista, una delle cose più splatter che possiate vedere in una chiesa cattolica, arriva nell'iconografia più tardi, con un sapore già barocco: indica che Lucia è la patrona degli occhi, e come tale carissima a tutti gli scrittori del medioevo che appena perdevano due gradi erano praticamente fottuti. (Non a caso Dante le concede un cameo in tutte e tre le cantiche: è lei che dà la scossa a Beatrice, ehi, guarda che il tuo ex, lì, il poeta, si sta perdendo in una selva oscura, insomma, fa' qualcosa). L'unica congettura è che Lucia si sia conquistata il patronato, e la posizione fondamentale nel calendario pre-gregoriano, per via del nome, che appunto la collega alla luce. Quanto alla sua leggenda personale, non parla né di luci né di lunghe notti: però è interessantissima, e se avete pazienza ve la racconto. Tanto la notte è lunga, no?

Lucia è una ragazzina con un sogno: diventare Santa come la Santa più famosa dei suoi tempi, che è Agata di Catania, martirizzata nel secolo precedente. Per convincere la madre Euticia a portarla sulla tomba del suo idolo, le racconta che Agata sarà senz'altro in grado di guarirla da quelle perdite che in un millennio senza assorbenti dovevano risultare ben più che fastidiose. Quando finalmente la madre la esaudisce, Lucia inginocchiandosi davanti alla tomba cade in deliquio e vede Agata tra le schiere degli angeli coi diamanti (“in medio angelorum gemnis ornata”) che bonaria la rimprovera: sorella, perché chiedi a me di fare quello che puoi fare tu sola? Insomma, sii te stessa, credi nei tuoi sogni ed essi si avvereranno eccetera. Quando si sveglia, Euticia è guarita e la decisione è presa: Lucia sarà Santa. C'è un problema. Lucia è un buon partito, con un fidanzato che non vede l'ora di mettere le mani sul cospicuo patrimonio amministrato dalla madre. Euticia però viene convinta dalla figlia a dare tutto in beneficenza. Qui la leggenda mostra la sua superiorità su altre dello stesso genere: si parla di soldi, raramente nelle fiabe questo avviene. Quando al fidanzato giunge notizia della munificenza di Lucia, va a chiedere spiegazioni a Euticia, che sibillina gli spiega: la tua futura sposa ha trovato un investimento che frutta di più di qualsiasi altro (“quod utiliorem possessionem sponsa sua invenisset”). Il tizio, essendo ovviamente pagano, non capisce: non conosce la parabola del tesoro nascosto nel campo. Si convince che Lucia ed Euticia stiano scalando chissà quale società per azioni, e addirittura le aiuta: quando si rende conto che quelle pazze stanno semplicemente foraggiando i poveri, le porta in tribunale con l'accusa di cristianesimo. (Siamo sotto Diocleziano, l'imperatore ammazzacristiani per eccellenza).

Di fronte al mostruoso inquisitore Pascasio, Lucia – neanche a dirlo – fa un figurone. Finché Pascasio non ha un'idea: qualunque cosa sia questo misterioso Spirito Santo che ti suggerisce tutte le risposte brillanti, adesso vedrai come faccio a cacciartelo via. Ti farò condurre al lupanare, dove ti violenteranno, e il tuo Spirito a quel punto ti lascerà (“Ego faciam te duci ad lupanar, ut ibi violationem accipias et spiritum sanctum perdas”). Ma Lucia non fa una piega, anzi. Qui la leggenda svela il suo nucleo più interessante: il concetto di intenzione. Nel mondo antico la purezza era una questione fisica, che in certi casi poteva essere recuperata mediante abluzioni rituali. L'impurità derivante da un rapporto sessuale era un fatto oggettivo, che tu acconsentissi al rapporto o no. Col cattolicesimo cambia tutto, almeno in teoria: in pratica ancora oggi violentare una fanciulla equivale a disonorarla, non solo a Siracusa. La leggenda è rivoluzionaria anche rispetto agli usi e ai costumi di oggi (altro che "non possiamo non dirci cristiani", dobbiamo ancora del tutto liberarci del paganesimo): se Lucia ha deciso di essere Santa e vergine, nessun cliente di lupanare potrà farle cambiare idea: "Non inquinatur corpus nisi de consensu mentis". È un dettaglio cruciale: la vera verginità non sta nell'imene, ma nella volontà.

Dopo aver teorizzato una cosa che ancora per secoli farà discutere i teologi (si può essere Santi anche se ti violentano?), dopo aver affermato con serenità che Lucia avrebbe potuto essere vergine anche nel mezzo di un bordello... la leggenda fa un passo indietro, e impedisce a Lucia di entrarvi effettivamente, nel bordello: la fantasia non osa ancora spingersi dove è arrivata la teoria. Così lo Spirito Santo aumenta all'istante il peso specifico di Lucia, che, rigida come il marmo risulta intrasportabile: Pascasio la fa attaccare a mille paia di buoi ("cum viris mille paria boum"), ma niente da fare. Decidono quindi di rovesciarle addosso la pece e darle fuoco, ma nemmeno questo funziona: alla fine riescono ad aprirle la giugulare, ma Lucia prima di morire ha ancora la soddisfazione di vedere le fiamme gialle che irrompono nel tribunale e portano via Pascasio, accusato naturalmente di malversazione – specialità della Sicilia più o meno da Verre a Totò Cuffaro. Nel frattempo Lucia annuncia la morte dell'imperatore d'occidente Massimiano e l'esilio del suo collega Diocleziano – e qui Jacopo de Varazze prende una cantonata: con tutti i cristiani che ha fatto ammazzare Diocleziano a conti fatti è l'unico imperatore del terzo secolo che dopo vent'anni di onorato servizio se ne andrà in pensione a coltivar cavoli a Spalato. E la storia insomma è questa qua.

Ora se permettete me ne vado a letto, ho sentito un lontano scalpicciare di zoccoli e non ho intenzione di farmi trovare sveglio, siccome ho scritto alla Santa a proposito di una certa autoradio con la presa USB. Alla prossima notte, le mie da domani sembreranno già più brevi.

(A Lucia, che mille paia di buoi non hanno smosso; che la pece ardente non ha scottato; che mi è stata accanto nelle notti più lunghe).

sabato 10 dicembre 2011

Santa Maria Aviatrice

Non è un'imprecazione, è la Madonna di Loreto, effettivamente patrona dell'aviazione (e dei traslochi), che irriderete per la sua abitudine a portarsi con sé la casa in giro per il mediterraneo, almeno fino a quando non vi annunceranno la prossima turbolenza. Magari a quel punto, mentre allacciate le cinture e davanti vi si spalanca il respiratore, vi scapperà una preghierina.


...sì, lo so ho forato l'Immacolata, ma in questi giorni ci sono comunque delle altre Madonne che vanno fortissimo, vedrete. E se Loreto fosse un parco a tema è sul Post, ovviamente.


10 dicembre - Madonna di Loreto
Vi è mai capitato di entrare in una chiesa e trovarvi raffigurata una casa volante, sollevata dagli angeli, a volte con la Madonna appollaiata sul tetto? Probabilmente no, è un'iconografia non molto diffusa, ed è facile capire il perché: è un po' buffa, la casa volante. Se siete cristiani praticanti, non dilettanti della domenica, lo sapete già: si tratta della Casa Santa di Loreto, la residenza di Giuseppe e Maria, l'umile dimora dove Gesù ha trascorso i primi anni della sua vita dopo la fuga in Egitto. Come?, diranno i dilettanti, Gesù non è vissuto a Nazareth? Giusto. E Loreto non è in provincia di Ancona? Giusto. E quindi? E quindi pare che a un certo punto, più o meno quando i Turchi ricacciano i crociati in mare, la Madonna, temendo per la sua proprietà, abbia demandato ad alcuni angeli il trasferimento dell'(im)mobile in una località più sicura, per via aerea: che è poi il motivo per cui la Madonna di Loreto è stata nominata patrona dell'aviazione (e dei traslochi). Loreto non sarebbe nemmeno stata la prima scelta; per qualche anno pare che la casa abbia sostato nei pressi di Fiume, oggi Croazia. Anche nelle Marche potrebbe aver cambiato posizione un paio di volte prima di trovare il sito ideale, dove resisterebbe più o meno dal tardo Duecento, protetta da una basilica fortificata che è uno dei capolavori del primo rinascimento italiano. E queste cose i cristiani praticanti (non i dilettanti della domenica) le sanno. Ma la domanda è: ci credono sul serio? Il solito problema. La Trinità e la Transustanziazione possono essere misteri complessi, ma non mettono in discussione la dignità di chi decide di credervi. Per contro, una casetta palestinese che svolazza di qua e di là per il mediterraneo sostenuta dagli angeli ti pone un problema di ordine diverso: siamo adulti, abbiamo smesso di credere a Babbo Natale con le Renne, sul serio ci si aspetta che crediamo nella Madonna volante con la casa e tutto quanto?

La prendo alla lontana. Nel 2004 uscì in tutto il mondo The Passion of The Christ, film tutto sommato ributtante, che ancora oggi viene riprogrammato più o meno ogni Pasqua in fascia protetta, per la gioia dei ragazzini che di un Cristo supereroe splatter avevano senz'altro bisogno. Tra le varie scelte discutibilissime di Gibson (il latino ridicolo, le torture esagerate, l'idea a conti fatti eretica di un Cristo che sopravvive a frustate e percosse che avrebbero fatto fuori un elefante) ce n'è una non del tutto insensata: il film è stato girato presso Matera, in un ambiente naturale non molto dissimile da quello dei dintorni di Gerusalemme. È noto che il successo del film, nei mesi successivi, creò un vero indotto per il turismo di Matera: i set naturali di The Passion divennero luoghi di pellegrinaggio postmoderno. Magari tra qualche secolo qualche osservatore troverà la cosa divertente: possibile che i pellegrini del XXI secolo non si rendessero conto della differenza tra un set e un luogo autentico? A questi storici da strapazzo del futuro sfuggirà il punto; il cristiano che decideva di andare a Matera piuttosto che a Gerusalemme sapeva benissimo che i due luoghi non coincidevano: se preferiva il Golgota finto al vero era per altri motivi, per esempio la guerra: erano gli anni della guerra in Iraq e della Seconda Intifada, che diedero un colpo quasi fatale al turismo religioso in Terrasanta. In quel momento Matera diventa un'alternativa comoda e filologicamente corretta, certificata dal film di Mel Gibson che non a caso veniva spacciato come la versione cinematografica più aderente allo spirito dei Vangeli (una scemenza, basta aver letto un po' di Vangelo per rendersene conto, ma lasciamo stare). (Continua...)

Probabilmente quello che successe sette-ottocento anni fa a Loreto non è molto diverso da quanto avvenuto sette anni fa a Matera: in un momento in cui i luoghi più santi del cristianesimo diventano inaccessibili a causa di una guerra, i pellegrini trovano un ripiego più che soddisfacente in un luogo che già era sulla direttrice del traffico per la Terrasanta, dove probabilmente si trovavano già reliquie di origine medio orientale (la Madonna Nera, andata a fuoco nel 1921, doveva risalire al Trecento, ma magari era a sua volta copia di un originale più antico). Probabilmente molti dei viaggiatori erano convinti di essere davvero arrivati in Galilea: siamo nel medioevo, il planisfero più diffuso è un cerchio con una T dentro, dopo un mese di marcia ti può sembrare di aver fatto il giro del mondo: in ogni città si parla un volgare diverso e alla fine ti devi fidare, se ti dicono che quella è la casa Santa tu ci credi. Tra l'altro i turchi ogni tanto nelle Marche ci arrivavano davvero, la basilica di Loreto non è fortificata per finta. Magari anche in questo caso a rendere la cosa più verosimile potrebbe essere intervenuto un regista visionario come Mel Gibson, anche se ai tempi i film si chiamavano sacre rappresentazioni. E siccome la casa di Loreto appare a fine Duecento, e siamo in Italia centrale, la congettura più immediata è che la casa-grotta sia nata come set di un presepe vivente, genere inventato da San Francesco d'Assisi pochi anni prima e non molto lontano, predecessore del cinema neorealista italiano.


Come set, la Casa è perfetta: si capisce che il regista ci teneva al dettaglio, e non intendeva prendere in giro il suo pubblico con messe in scena scadenti. Addirittura ci sono studiosi che garantiscono che le pietre (arenarie) sono quelle più tipiche della zona intorno a Nazareth, e che il tipo di malta utilizzato non si ritrova altrove in Italia ma è tipico della Galilea. I graffiti sono simili a quelli dei siti paleocristiani in Terrasanta: del resto la leggenda diceva che la Casa fosse stata adibita a luogo di culto già laggiù. Il fatto che non sia arrivata subito, ma con due o tre scali, potrebbe nascondere una storia meno esotica: magari i muri vengono davvero da un altro sito, non necessariamente dalla Palestina, non sarebbe la prima volta che a una reliquia viene gonfiato il pedigree. Insomma, Loreto potrebbe essere nato come un parco a tema, in un periodo in cui la concezione di spazio e di tempo era molto diversa dalla nostra, e il pellegrino che tornava da un lungo viaggio dicendo di aver visto “la casa di Maria e di Gesù” magari non intendeva in senso letterale, ma l'uditorio era portato a fraintendere. Man mano che passava il tempo, e il Santuario produceva miracoli (perché il vero successo di un culto è quello: puoi anche custodire tutti i chiodi della Santissima Croce, ma se non realizzano miracoli e non concedono grazie, la gente non viene) il confine tra fiction e realtà deve essere sfumato; del resto anche Jim Cavieziel, l'attore di The Passion, ha iniziato a sentire Gesù Cristo dentro di sé (comprensibile, con tutte le botte che ha preso). Nel frattempo il mondo si ingrandiva, diventava misurabile, le cartine cominciavano a dettagliare le distanza in miglia nautiche e la forma delle terre conosciute, e insomma a un certo punto tra Rinascimento e Controriforma la presenza di un doppione di Nazareth nelle Marche dev'essere diventata un problema.
Un problema per gli eruditi, perché i pellegrini standard a Loreto ci sarebbero andati comunque: era il santuario mariano n. 1 nel mondo per affluenza e quantità di miracoli omologati, e lo sarebbe rimasto fino alle apparizioni di Lourdes a metà Ottocento. La leggenda del volo magari esisteva già, ma a quel punto è stata rilanciata; siamo ancora comunque in una fase pre-scientifica in cui dire “volo” equivale a dire “miracolo”. Nel frattempo però se ne sviluppa un'altra: gli “angeli” in questione potrebbero essere Angeli con la A maiuscola: una dinastia bizantina già di lignaggio imperiale, gli Ἄγγελος, che nel tardo Duecento si era ridotta a governare un despotato tra Albania e Tessaglia: la casa potrebbero averla trasferita loro via mare per salvarla dalle incursioni turche. È una storia più plausibile, anche se nemmeno questa è sicura: forse è solo un primo tentativo di razionalizzare la leggenda angelica, ma non ha avuto molta fortuna.


La storia della casa volante è andata avanti, fino al punto in cui, nell'Ottocento, deve aver cominciato ad sembrare ridicola. Il cielo non è più un non-luogo dove possono avvenire teletrasporti straordinari: il volo ha perso ogni aura mistica, è diventato un passatempo di illuministi in mongolfiera e poi di allegre comitive in vacanza: ci siamo stati tutti in cielo, ormai, e l'idea di incrociare nei cieli una casa sollevata dagli angeli non è più sostenibile.
È all'inizio del secolo scorso che la Chiesa fa una scelta decisiva: avrebbe potuto riprendere in mano il mito della Casa Volante e scrostarlo di tutto quello che risultava inaccettabile alla mentalità contemporanea. Il Santuario non sarebbe andato in crisi, la gente mica ci va per guardare la finestrella attraverso la quale Gabriele apparve a Maria. La gente ci va perché sta male, e quando si sta male uno le prova tutte: però Gerusalemme continua a essere in un posto complicato, Lourdes è un ipermercato e Santiago un posto da fricchettoni. A quel punto forse bastava un Papa che dicesse: guardate, la devozione medievale era molto concreta; essere cristiani significava credere in un Dio che sceglie una povera ragazzina, e la gente questo lo capiva, la gente voleva vedere la povera casa di questa ragazzina, voleva toccare le pareti, il vano della finestra, e siccome non c'era a un certo punto se lo sono trovato. Hanno fatto tutto loro, noi siamo soltanto intervenuti a recintare e organizzare per evitare che andasse tutto in mano ai fanatici, poi abbiamo contribuito magari a diffondere la storia della casa volante, ma la santità di Loreto non è in questi dettagli; la santità di Loreto è nei milioni di sofferenti che hanno voluto credere, hanno voluto vedere, toccare. Ecco, un Papa che avesse fatto un discorso così, semplice e diretto, secondo me avrebbe tratto d'impaccio tutti quanti.
Invece no, addirittura Papa Benedetto (non questo, il XV) nel 1920 è saltato fuori con la bella pensata della Madonna aviatrice. Così adesso dobbiamo tenerci la Madonna volante con la casa e tutto quanto. Poi è inutile che ve la prendiate con Odifreddi e compagnia, inutile lamentarsi se pretendono di farvi pagare l'ICI. Non si fidano. Magari erano gente vostra, magari da bambini li avete portati in gita a vedere la casa volante e a catechismo avete spiegato loro la storia del trasloco degli angeli. E adesso che sono cresciuti non si fidano, ma sinceramente: hanno torto?

venerdì 9 dicembre 2011

Un Natale anarchico e informale

Io sulla Federazione Anarchica Informale ho, più che una teoria, una sensazione; non sono in grado stasera di dimostrarlo, ma mi pare proprio che colpiscano sempre a fine anno. Questa cosa li rende un po' più simili a dei maniaci seriali che a dei rivoluzionari. Come rivoluzionari anzi faccio sempre più fatica a immaginarmeli, di solito un rivoluzionario o ha molta pazienza o molta fretta; uno che smolla due pacchetti bomba sotto le feste ogni anno, e qualche volta salta pure l'anno, che razza d'insurrezione ha in mente?

Quel che è peggio è che ormai gli anarchici informali si sono impregnati di quello spirito natalizio ancora lieve dei primi di dicembre, privo delle angosce che ci attanagliano dal venti dicembre in poi: senti che hanno messo una bomba e ti viene in mente che è ora di addobbare l'albero e telefonare agli amici lontani. Forse c'è una spiegazione tecnica, forse sotto le feste è più facile contrabbandare esplosivi in mezzo ai botti di fine anno, non lo so. In realtà non ne sa niente nessuno.

Due anni fa (avevo appena cominciato a scrivere sull'Unità), trovai su un forum anarchico un testo che è la cosa più vicina a un manifesto della Federazione Anarchica Informale. Anche in quel caso si respira a pieni polmoni l'atmosfera della notte di San Silvestro, con quell'acre sentore di petardo. Ci scrissi un pezzo che coi suoi difetti mi sembra ancora interessante, anche se ormai di difficile reperibilità. Lo ricopio qui, credo di fare cosa non troppo inutile.


“Abbiamo scelto di colpire dove meno ve lo aspettate”, scrivono le “Sorelle in armi” nel comunicato in cui rivendicano la bomba alla Bocconi. E invece non c’è mai stata una bomba tanto prevedibile, nel luogo e nel momento in cui più avremmo potuto aspettarcela. 

Una bomba anarchica a Milano, nell’anniversario della morte di Pinelli. Una bomba anarco-insurrezionalista, mentre al vertice di Copenaghen i black bloc attiravano (o distoglievano, a seconda del punto di vista) l’attenzione del pubblico mondiale. Una bomba in un ateneo privato, mentre gli studenti italiani manifestavano per la scuola pubblica. Una bomba gravida d’odio proprio mentre Berlusconi, percosso al volto ma non domo, si dichiarava sicuro della “Vittoria finale dell’Amore”. Tanto maldestre in fatto di detonatori, queste Sorelle, quanto raffinate nella scelta dei luoghi e dei momenti più suggestivi. Raffinatezza che molti hanno voluto trovare sospetta – non saremmo più in Italia se pochi minuti dopo il ritrovamento della bomba non fosse già fiorita una specifica dietrologia. Ma bisogna anche capirci: abbiamo stragi che aspettano un colpevole da trent’anni, poliziotti che piazzano molotov… con simili precedenti è effettivamente dura per un’organizzazione terroristica alle prime armi farsi prendere sul serio. 

Il comunicato non aiuta, perché le citazioni che fino a qualche anno fa avrebbero dimostrato inoppugnabilmente il radicamento delle Sorelle nell’anarcoinsurrezionalismo ‘latino’ (la citazione dell’anarchico spagnolo Pombo da Silva, il richiamo all’anarchico cileno Mauricio Morales), nell’era di google diventano facilmente falsificabili: chiunque può farsi una cultura su da Silva o Morales in dieci minuti, e magari condirla con un verso di De Andrè che fa sempre anarchia. Questo in effetti è il punto meno credibile del comunicato: un anarchico che cita De Andrè è un po’ banale, ma un anarchico che cita De Andrè fraintendendolo così (il Bombarolo che vuole terrorizzare per non “ammalarsi di terrore” è un borghesotto figlio di papà) o è un ragazzino o un impostore. Brutta storia in entrambi i casi.

L’attenzione dei giornalisti si è concentrata sulla sillaba finale
. Bastano infatti tre lettere, la sigla Fai, per trasformare la bomba di un gruppo sconosciuto nell’ultima azione del più temibile gruppo terroristico italiano. La Fai, spiegano, sta per Federazione Anarchica Informale: e se ti dicono così, significa che la Fai ha già vinto. Non la guerra, ma almeno una battaglia di immagine contro la vera FAI, la Federazione Anarchica Italiana nata nel 1945, editrice della malatestiana Umanità Nova e depositaria della storia più nobile dell’Anarchia italiana. La storica FAI non ha mai perso un’occasione per dissociarsi dal gruppo di bombaroli che ne usurpa la sigla: anche in questo momento sul suo sito compare un comunicato che “denuncia la natura oggettivamente provocatoria e antianarchica delle esplosioni di Milano e Gradisca d'Isonzo”. Fatica sprecata: ormai per il grande pubblico la Fai sono gli anarchici che mettono le bombe. “La principale minaccia terroristica di matrice anarco-insurrezionalista a livello nazionale», secondo l’AISI (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna). Se non proprio l’unica. 

Una “galassia”, scrive Paolo Colonnello sulla Stampa, addirittura un “universo che nel 2003 provò a colpire Prodi”. Visti gli effettivi attentati portati a termine sarebbe il caso di parlare, più che di galassia, di una costellazione. Una manciata di gruppetti, disseminati in tutt’Italia, senza nessuna velleità di costituire un movimento armato unitario (anzi, la frammentarietà è quasi rivendicata), che tra il 2003 e il 2006 hanno piazzato e spedito ordigni che anche quando sono scoppiati non sempre sono riusciti a guadagnarsi le prime pagine. Unico risultato concreto: oggi la sigla Fai è cosa loro. Fino al 2006 le periodiche consegne esplosive della Fai informale ribadivano l’esistenza di una corrente sotterranea violenta annidata tra le pieghe del “Movimento dei Movimenti”. Per i Movimenti invece la Fai informale non è mai esistita: si trattava di infiltrati, servi del potere. I loro comunicati, come s’è visto, non appaiono molto convincenti.

Forse la sola testimonianza a favore della ‘genuinità’ della Fai è l’unico bizzarro comunicato divulgato su internet, dal sito Anarchaos.it (ma “a semplice scopo informativo”). Risale al Natale del 2006 e porta il nome di “Documento-Incontro della Federazione Anarchica Informale a 4 anni dalla nascita”. Dopo una cronistoria accurata delle azioni compiute dai gruppi prima e dopo la nascita della Fai informale, il Documento riporta i verbali di una riunione natalizia in… “casa di Paperino”. Sì, perché per ragioni di segretezza i nomi degli esponenti dei vari gruppi (“COOPERATIVA ARTIGIANA FUOCO E AFFINI, BRIGATA 20 LUGLIO, CELLULE CONTRO IL CAPITALE, IL CARCERE, I SUOI CARCERIERI E LE SUE CELLE, SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALE”) sono sostituiti da quelli della banda Disney. 

Ce ne vogliamo almeno andare dall'Afganistan?

Ok, sembra proprio che quei diciotto miliardi in cacciabombardieri ci tocchi spenderli. Però non è vero che non si possa fare proprio nessun taglio. L'Afganistan, per esempio.
Loro a un certo punto se ne sono andati. Dovremmo esserne capaci anche noi. Sull'Unità (h1t#102), anzi, comunita.it, vi imploro non fate troppo caso alla foto del pirla.

giovedì 8 dicembre 2011

I CD sono brutti

(Questo pezzo era nato per rispondere alla sollecitazione di Bastonate, ma ovviamente mi è venuto troppo lungo - ho qualche difficoltà con la sintesi negli ultimi tempi - e ho pudore a mandarglielo).

Come ho ucciso la musica

Il progresso tecnologico ha questa cosa strana: che inseguendo quasi sempre la funzionalità, il rapporto ottimale tra costi e ricavi, a volte produce oggetti bellissimi e suggestivi: ad esempio, il disco in vinile. Sì, scusate, sono vecchio, per me i “dischi” sono quei cosi neri lì, che quando li racconto ai ragazzini (“un lato durava venti minuti e poi dovevi voltarlo!”) mi guardano come una specie di reduce dalla campagna di Russia. Anche chi non ne compra più da trent'anni; chi non è legato a nessun ricordo d'infanzia; anche chi non ha perso ore della sua vita ad ascoltare il crepitio della polvere sui solchi ipnotizzato dalla label rossa di Tommy che ruotava su sé stessa all'infinito mentre Roger Daltrey implorava adeguate cure mediche; anche chi ricorda benissimo che fatica fosse pulirli e con che facilità si graffiassero, s'imbarcassero, un bambino nella scuola materna di mia madre mozzò il lobo di un orecchio al compagno; anche chi fucilerebbe tutti i nostalgici che tengono ancora in vita il mercatino dei dischi in vinile; anche costui deve ammettere che l'oggetto era bello in sé. Era nero. Rifletteva la luce. Lo guardavi girare. Vedevi la musica, un solco spiraliforme e misterioso che conteneva il mistero del tempo: se un film è fatto di ventisei fotografie al minuto, la musica di cosa è fatta? Come suona un solco fermo? I bambini di adesso non lo sanno, ma i dischi in vinile suonavano anche senza luce elettrica, sì: girando a mano il disco sul piatto, accostando l'orecchio alla puntina, potevi sentirli suonare. Forse avresti potuto suonarli anche senza giradischi, con uno spillo o qualcosa del genere, anche se non hai mai voluto provare. Questa cosa – che si potesse ascoltare musica senza il consumo di elettricità – i ragazzini non lo concepiscono: la sola idea che un oggetto possa riprodurre una canzone (anzi “suonare” una canzone, i dischi in vinile si “suonavano”) senza la preventiva pressione di un tasto ON, ha del magico, come ogni tecnologia desueta: dateci un altro secolo di microonde, e i nostri nipoti guarderanno con occhi sbarrati la pentola che bolle.

I dischi in vinile erano oggetti magici, li compravamo per questo. E per le copertine, gli unici quadri che abbiamo mai fissato per più di tre minuti: tuttora, socchiudendo gli occhi, mi è più facile rammentare il nanetto di Strange Days che la tizia con l'orecchino di perla. Di sicuro non li compravamo per il crepitio né per la facilità con cui si segnavano, né per la gioia di dover cambiar lato ogni venti minuti. Probabilmente, fatti i dovuti conti, chiunque non avesse uno stereo hi-fi di quelli dal milione in su e non passasse il tempo a lucidare i suoi LP con un panno elettrostatico, avrebbe dovuto preferire le cassette, col loro fruscio standard di cui smettevi di accorgerti al terzo minuto: più versatili, meno ingombranti. Ma noi adolescenti invece compravamo i dischi in vinile, proprio perché erano roba da vecchi. Paradossalmente, per noi le musicassette erano l'infanzia, la compilascion di Sanremo se non quella dello Zecchino d'oro, e le schifezze che alle medie ci eravamo registrati per darci un tono col walkman della Sony, insomma, tutto ciò che ci imbarazzava del nostro passato più recente era su nastro. Invece nulla dava più il tono allo studente liceale della bustina quadrata del negozio dietro la stazione delle corriere, che richiamava immediatamente il formato 33 e 1/3 anche se dentro ci avevi messo le scarpe da ginnastica. Tanto più che dischi e musicassette costavano uguali: quattordicimila lire, poi diciassette; la sopraggiunta maturità era gratis.

Sto andando fuori tema, lo so, la traccia dice: parla della tua collezione di dischi. Io però mi sento a disagio, come l'orfano a cui chiedono un tema sulla mamma. Con l'aggravante, non prevista da Tricarico, che l'orfano in questione cova un terribile segreto, insomma l'ha uccisa lui. Io non posso parlare della mia collezione di dischi, perché l'ho abbandonata in un qualche solaio, dopo che nei primi Novanta il giradischi smise di funzionare. Me ne sono liberato e sono passato in clandestinità. Tuttora, io per l'industria musicale non esisto, per il motivo che non compro nulla da loro più o meno da vent'anni – salvo qualche cosa da regalare, di solito a Natale. Persino se mi va di ascoltare uno di quei vecchi dischi che possedevo, preferisco rubarlo da qualche parte piuttosto che cercarlo in quel solaio. Sì, sono uno di quelli che ha ucciso la musica, sono io. Non è che ne vada fiero. È una cosa che certo andava fatta, ma che comunque non avrei potuto impedirmi di fare: la musica mi piaceva, ma a un certo punto cominciò a costare troppo. Fino diciamo al 1988, facendo i miei conti, tenendomi abbastanza aggiornato, potevo gratificarmi ogni quindici giorni con un disco scelto con attenzione, una bustina quadrata. Poi all'improvviso ci fu un ricarico pazzesco, un aumento quasi del 100%, e io dopo qualche esitazione mi diedi alla macchia. Era arrivato il CD. Niente di personale, ma a quel punto l'industria musicale doveva morire. O io o lei, insomma; e io ero giovane.

Il progresso tecnologico ha questa cosa strana, che inseguendo quasi sempre la funzionalità, il rapporto ottimale tra costi e ricavi, a volte produce oggetti bellissimi e suggestivi: a volte invece orrori insensati. Prendete il vhs: quanto erano brutte le cassette vhs? Ingombranti, fragili, malvagie, deperibili, ma anche semplicemente brutte: piene di fori, di dettagli incomprensibili, impossibili da riparare e a volte persino da riavvolgere (anche se due o tre volte siamo riusciti a operarle a cuore aperto; ma di sicuro abbiamo fallito l'operazione con l'unica che ci interessava davvero salvare, il filmato raro e introvabile). E insomma non c'è un perché: i dischi in vinile erano belli, semplici, misteriosi; le vhs erano nere anche loro ma complicate, banali e brutte. E i cd?

I cd, la prima volta che un compagno di classe ha aperto lo scrigno per mostrarcene uno, ci parvero bellissimi: di colore cangiante, con quei riflessi iridati; e poi quando abbiamo potuto ascoltarli – niente fruscii, niente crepitii, i brani selezionabili con la pressione di un tasto – ci veniva quasi da piangere. I cd insomma all'inizio ci abbagliarono, con tutto il bello che potevano offrirci, così ci abbiamo messo persino degli anni a capire quanto fossero fragili, quanto fossero tristi. Non è che l'oggetto in sé non conservi una sua poesia, anche se ormai ne hai visti troppi penzolare dagli specchietti retrovisori dei marocchini, per via della nota leggenda urbana secondo la quale riflettono il flash dell'autovelox (che in fondo ha un senso, bisognerebbe farci degli esperimenti, attivare Attivissimo). Ma insomma è pur sempre un cerchio: forma semplice, perfetta. La vera nota dolente, sin dall'inizio, fu il contenitore. Se ci pensate, pochi oggetti di uso quotidiano sono più brutti e scomodi di un involucro di plastica per cd (non è un caso che in Italia non ci siamo nemmeno sbattuti più di tanto per trovare un nome alla cosa). Forse le cinture di sicurezza. I coperchi dei sottaceti. Ecco, l'involucro dei CD gioca in quella categoria. Quella forma quasi-quadrata che sembra fatta apposta per suggerirti che sì, puoi afferrarla con una mano sola, e invece no, una volta su dieci ti cade e dieci volte su dieci che cade – si rompono i dentini, quei ridicoli cardini che dovevano assicurare la rotazione del coperchio. Poi c'è la questione della plastica, che in teoria dovrebbe reggere il tempo meglio del cartone. E questi sono i veri misteri: perché il cartone che si deteriora diventa suggestivo e la plastica no e poi no? Perché qualsiasi bancarella di LP vecchi slabbrati e stinti sprizzerà sempre più poesia di un'analoga puzzolente rivendita di CD? È che i contenitori invecchiando opacizzavano, si segnavano, schermavano e schernivano i colori già sgargianti del booklet, l'ombra dell'entusiasmo con cui li avevamo scartati la prima volta. I booklet poi sono sempre stati un oggetto insulso – lo so, per voi è naturale, ci siete nati leggendo i ringraziamenti in corpo 6,5 sans serif – ma ai nostri tempi soltanto le Bibbie tascabili chiedevano tanto all'occhio del lettore. Certi dischi, soprattutto quelli dei magniloquenti anni Settanta, perdevano semplicemente ogni aura, hai voglia a stampare Dark Side Of The Moon in versione oro 24 karati: resta sempre un rettangolino, una vignetta in confronto all'impatto dell'originale. E il fastidio di sfilare e reinfilare il booklet sotto le ridicole linguette del coperchio di plastica – come, direte, non era molto più faticoso sfilare il disco in vinile dalla busta di carta velina contenuta nella busta di cartoncino contenuta nella busta di cartone? Sì, ma quelli erano gesti teatrali, apotropaici, facevano parte di una liturgia, del resto un LP durava al massimo tre quarti d'ora e avanzava un sacco di tempo per tutta questa liturgia. Invece il tempo del CD era già un tempo parcellizzato, cronometrato, il tempo in cui ogni minima contrarietà cominciava a romperci le palle. Che è il motivo per cui ormai sono soltanto dei soprammobili, i cd: se ti serve una canzone, fai quasi prima a cercarla su youtube, a scaricarla dal p2p, in certi pomeriggi l'idea di alzare il culo e andare a cercare il cd giusto da una mensola, sfilarlo, aprirlo... su internet nel frattempo hai già finito di ascoltarlo e puoi già fare altro, c'è sempre qualcos'altro da fare, ultimamente.

Sono tempi duri per i collezionisti, ormai tutti i loro pezzi preziosi qualcuno li sta condividendo su una nuvola. Tempi duri per i feticisti, nessuno si impressiona più entrando nelle vostre camerette e vedendo esposti certi film, certi dischi. Forse è la crisi e forse è l'età, ma l'impressione è che la stagione in cui l'identità era una collezione esposta a scaffale sia tramontata. Non voglio dire che l'identità stia meglio spalmata sulla bacheca di facebook, forse è pure peggio. Ma con tutta la buona volontà non riesco a provare nostalgia per i CD. Non mi sono mai piaciuti. Non sono mai riuscito a trovare un portaCD che mi piacesse. Ho odiato quei vent'anni di plastica opaca e di VHS, culminati con l'erezione della Biblioteca Mitterand che voleva suggerire la forma di quattro libri aperti e invece si rivela, lapsus colossale, un enorme porta-cd, o porta-vhs, fate voi. In realtà sono un ingrato oltre che un assassino, perché la mia cultura musicale sarebbe un'esigua frazione di quella che è senza quelle fonoteche comunali che per più di quindici anni mi hanno rifornito quasi settimanalmente di CD originali, quasi tutti recanti la scritta “vietato il noleggio” che continuo a domandarmi cosa significhi, esattamente. Per cui quando mi dite che il p2p ha ucciso l'industria musicale, io non sono d'accordo, io la stavo pugnalando già nel Novantacinque nelle celle di un torrione medievale (la fonoteca era al terzo piano, giuro). Non è che me ne vanti, no. Ma è stato divertente.