giovedì 22 marzo 2012

Le misure della strada

SE VINCIAMO NOI
(Non è Sa vinzém néun, di Tonino Guerra, 1920-2012)

Se vinciamo,
se vinciamo noi,
io
se vinciamo noi,
ti vengo a prendere in casa:
ti faccio venire in mente quel che mi hai fatto
e poi ti ammazzo
a morsi
nella testa
e dappertutto
se vinciamo noi,
se noi
vinciamo
se.

Anche se poi
se vinciamo noi
lo so già
come va a finire:
che avrò tanto da fare
per averti pure tra le palle
che pigoli pietà per i figlioli
se vinciamo noi
se noi vinciamo
e se

per caso mi vedrai dietro la casa
sta calmo lì da sotto la finestra
che se vinciamo noi, veniamo solo
a prender le misure della strada.

***

Ai miei nonni, bianchi, era capitato di avere casa e podere nel bel mezzo di un triangolo rosso. Succede. Una volta stavano bruciando, credo, delle sterpaglie, era il 18 aprile 1948. Per strada passava gente che andava in frazione a votare. Si conoscevano tutti. Qualcuno passando "bruciate bruciate" disse, "che quando torniamo bruciamo poi voi". Erano tempi così. Tonino Guerra aveva appena iniziato a pubblicare.

Io ho una certa difficoltà con la poesia in dialetto, mi pare sempre che mi dica: Leggimi se sei capace. Non ne sono capace e spesso nemmeno mi sembra che ne valga la pena, ma questa poesia mi è sempre sembrata un'eccezione. Per la rabbia che concentra nella prima strofa, una rabbia storica e assoluta, per quell'Ugolino moderno che ti promette di morderti la faccia, se vincon loro. E per come la rabbia sbollisce, un verso alla volta, senza mai smarrire la direzione, finché non è più rabbia ma è una strada, e bisogna prendere le misure; per Guerra il futuro era così. Niente Libertà con la maiuscola, niente Democrazia o Uguaglianza o altre maiuscole (neanche Ottimismo, per il momento): strade, invece, minuscole, storte, da rifare, un sacco di lavoro, se vinciamo noi.
Se.
Chissà se abbiamo mai vinto, noi. A me a volte è sembrato - quasi sempre il medio termine mi ha dato torto - ma ogni volta mi sono sentito un po' smarrito e vagamente contento di viverla così, come il personaggio di questa poesia, uno che parte per bruciarti con le sterpaglie, e al ritorno sta già pensando a com'è brutta la strada, a quante buche e quante gobbe, e neanche ti saluta da tanto che è in pensiero per questa strada di merda. Sono relativamente contento anche di come è andata a finire con Berlusconi - ok, non è ancora finita, ma per capirci, c'è gente che credeva che avremmo abbeverato i cavalli in San Pietro eccetera. Che avremmo lapidato gli ex ministri, e poi stupri di olgettine, Sodoma, Gomorra, macché, neanche le monetine abbiamo sprecato. E già c'era qualcosa di meglio da fare, qualcosa di più importante a cui pensare. Poi vabbe', signori, è andata com'è andata, mi pare proprio che ci abbiano fregato anche stavolta. E va bene, un altro errore da cui imparare, tiriamo avanti, l'ottimismo è il sale della vita.

***


A me dispiace che Guerra sia noto ai più per uno spot pubblicitario, per il personaggio del vecchietto sprint che sembra precipitare da Amarcord. In generale mi dispiace che Amarcord gli sia rimasto cucito addosso, a lui e un po' anche a Fellini, non perché sia un brutto film, ma perché ha ridato fiato a un bozzettismo strapaesano che ha spalancato le porte a due generazioni di scrittori cispadani tutti un po' matti, tutti un po' simpatici, tutti un po' minimali, tutti un po' boccaloni, tutti un po' una lieve rottura di coglioni, coi nostri accenti assortiti da pubblicità di generi alimentari. Ecco, almeno Guerra reclamizzava gli elettrodomestici, il Futuro, no i tortellini. È sempre stato molto più cosmopolita di noi, ha scritto Deserto Rosso e Blow Up e Zabriskie Point - è l'unico grado di separazione tra Ciccio Ingrassia e i Pink Floyd. ha preso un De Filippo e ci da scritto Matrimonio all'Italiana; ha preso uno Sheckley e ha scritto, ehm, la Decima vittima (forse l'esperimento più folle, un film di fantascienza sociologica con Ursula Andress e Mastroianni biondo canarino, ambientata in un futuro ipertecnologico dove ci sono comunque ancora i caroselli coi balletti e la riforma pensioni prevede l'eliminazione fisica degli anziani, salvo che i giovani italiani sono piezz'e'core e quindi li nascondono negli scantinati iperaccessoriati; e però non c'è ancora il divorzio, perché il divorzio nel 1965 in Italia non era nemmeno fantascienza). In seguito ha lavorato con Tarkovskij e Angelopoulos, sì, in film che di solito non avevamo voglia di vedere, però capiamoci: Tarkovskij e Angelopoulos, mica ciccioli e salama da sugo. Insomma di strada ne ha fatta tanta, Guerra, si vede che la sapeva fare. Noialtri non so.


Sa vinzém néun
(da E lunèri, 1954)

Sa vinzém néun a t véng a truvé ad chésa:
a t faz avnéi in a mént quel ta me fat
e a t dag ad mòrs tla tèsta e d'impartót.

E pu sa vinzém néun l'andrà a finéi
ch'avrò un dafè che mai,
mo te nu vén datònda a ròmp e' cazz,
a déi ch'a t lasa stè pri tu burdèll;
e se par chès t am vaid dri la tu chèsa
nu sta a trémè da spèsa a la finèstra,
ch'a vném a to al miséuri ma la strèda.

Tonino Guerra

5 commenti:

  1. In dialetto è stupenda, comunque.

    Elvetico

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  2. Grazie di avermi ricordato questa poesia di Guerra... Il romagnolo di Guerra, quello di Santarcangelo in effetti, NON è un dialetto, ma una lingua estremamente raffinata.Il folcklore non c'entra.
    Non a caso é la terra di numerosi poeti, pubblicati da Einaudi, mica scherzi.

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  3. Un altro gran bel pezzo; ma soprattutto un altro spicchio di mondo che valeva la pena conoscere e che non avrei conosciuto senza questo pezzo, per cui grazie.

    Potresti spiegarmi, però, cosa sono quei versi all'inizio del pezzo? (una tua rielaborazione?, una canzone ispirata da?, ...) mi interessa, in particolare, quell'ostinata ripetizione di se, noi e vinciamo che nella poesia di Guerra non c'è, ma che, almeno ad una prima lettura, m'era parsa significativa...

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  4. Sì, è una rielaborazione rallentata e insistita perché secondo me adesso la gente soffre di disturbi dell'attenzione, i primi versi glieli devi ripetere più volte perché sennò non si interessa e non va avanti, ok, perlomeno gli undicenni ma credo anche dopo.
    Insistere sul Se è un modo per ammettere che non si è mai vinto, oltre alla reminiscenza classica (quel che risposero gli spartani al re Filippo).

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  5. Che bello però leggere, magari di tanto in tanto, qualcosa di Leonardo che non punti becessariamente al paradossale, che cioè esca dal solito esercizio retorico (scritto benissimo, sia chiaro, ma comunque troppo precostruito).
    Qui, mi pare, ci sia molta più sincerità, e si sente.

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