mercoledì 24 ottobre 2012

Il fungo comunicativo

Sabbiolino va in prigione 

Abbiamo ormai capito (e ringrazio fuor d'ironia chi ce lo ha spiegato) che i membri della Commissione Grandi Rischi non sono stati condannati a sei anni per non avere previsto un terremoto - ci mancherebbe - ma per aver sbagliato le forme e le modalità della comunicazione alla cittadinanza. Siccome capita anche a me talvolta di comunicare, e non vorrei mai andare in galera, a questo punto mi sono chiesto come si fa ad azzeccare un messaggio che in sostanza dica: "non c'è motivo razionale per dormire fuori di casa ma fate pure". Discutendone su twitter con Anna Meldolesi, Luca Sofri ha messo assieme e tradotto un esempio di comunicazione corretta e professionale, opera di Peter Sandman, uno "specialista della comunicazione del rischio". Lo copio e incollo perché secondo me merita una riflessione.
Non ci sono basi scientifiche per concludere che la probabilità che avvenga un forte terremoto sia più alta dopo queste scosse piuttosto che in altri momenti. Ma allo stesso tempo non ci sono nemmeno prove scientifiche che dimostrano che il forte terremoto non ci sarà. Probabilmente prima o poi qui ci sarà un altro forte terremoto, ma noi, semplicemente, non possiamo predire quando avverrà (o quando non avverrà). Ci dispiace poter offrire alla gente così poca assistenza ma la verità è che non siamo in grado di stabilire se lo sciame sismico debba essere motivo di preoccupazione oppure no. Normalmente, gli sciami sismici non sono seguiti da terremoti violenti. Ma “normalmente” non vuol dire “sempre”. Possiamo sicuramente capire perché molte persone di questa comunità si sentano più sicure a lasciare le loro case quando cominciano le scosse e non abbiamo prove scientifiche che dicano che farlo sia una sciocchezza.
Mi sembra un bel messaggio, professionale e onesto. Fingiamo dunque che Sandman sia un membro della Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile Italiana (chiamiamolo Sabbiolino), immaginiamo che dopo la riunione del 31 marzo esca dalla sala e reciti ai giornalisti questo messaggio. Secondo voi non finisce alla sbarra per omicidio colposo, in Italia? Spero di sbagliarmi, ma temo purtroppo che sì, Sabbiolino si beccherebbe anche lui i sei anni per aver  detto cose che, almeno nella prima parte del messaggio, avevano sostenuto anche gli altri membri della Commissione. Magari si erano espressi in modo più freddo, meno comunicativo, ma la sostanza è questa: non ci sono basi scientifiche per dire che sta arrivando la scossa forte. Fine. La scossa è poi arrivata, trecento persone sono morte, il giudice ha condannato la Commissione per omicidio colposo.

L'unico dubbio me lo fa venire l'ultima frase, che ho evidenziato. In quella frase è lecito leggere una garbata condiscendenza verso chi, in assenza di basi scientifiche voleva lasciare la propria casa: non possiamo scientificamente dirvi che sia una sciocchezza. Questo, lo concedo, è molto più professionale che brindare col Montepulciano davanti a una telecamera, come fece il portavoce della Protezione. Ma è l'ultima frase di un lungo comunicato, che le redazioni di quotidiani e tv locali avrebbero mutilato. Il titolo lo avrebbero fatto con la prima parte: SCOSSE ALL'AQUILA: GLI SCIENZIATI NON PREVEDONO UN FORTE SISMA. Oppure.

Oppure, per esigenze di drammatizzazione, avrebbero potuto fare l'inverso: mutilare la lunga prima parte, e dare risalto soltanto alla frase evidenziata. SCOSSE ALL'AQUILA: PER GLI SCIENZIATI "NON È UNA SCIOCCHEZZA" LASCIARE LE CASE. In questo modo si sarebbero effettivamente salvate molte vite, visto che la scossa forte poi c'è stata. Ma se non ci fosse stata (come era statisticamente più probabile)? Se non ci fosse stata, probabilmente lo stesso magistrato avrebbe portato alla sbarra Sabbiolino e compagni per procurato allarme: come si permettono questi esperti di gettare nel panico la popolazione dando informazioni distorte, peraltro non suffragate da evidenze scientifiche? Non solo non sanno comunicare in modo professionale, ma sono pure cattivi scienziati, ecc. ecc.

Anch'io sono convinto che all'Aquila (e non solo là) ci sia stato un problema di comunicazione. Se ritengo ingiusto farlo pagare agli scienziati, non è soltanto per il fatto che erano scienziati e non comunicatori professionisti. Secondo me non c'è professionalità che tenga, di fronte alla distorsione a cui sono sottoposte le notizia - tutte le notizie - sui media italiani. Il problema insomma è a monte, e non credo nemmeno che sia del tutto imputabile agli stessi operatori dell'informazione. Ancora più a monte ci siamo noi italiani, che non leggiamo più - che non sappiamo più leggere. La dichiarazione del signor Sabbiolino sarà anche professionale, ma è troppo lunga per la nostra soglia di attenzione. O leggiamo le prime cinque righe - e decidiamo che ci sta dicendo che non ci sarà un terremoto, quindi restiamo a dormire nel sottotetto - o ci sintonizziamo solo sulle ultime cinque, e a quel punto restiamo in tenda per tre mesi (non è un'esagerazione).

Ma nella maggior parte dei casi non leggiamo affatto. Nella maggior parte dei casi diamo retta a un conoscente che ha sentito, in tv, un servizio dove un tizio intervistava i passanti riguardo alla dichiarazione di uno scienziato che aveva detto che fuggire di casa non è una pazzia. È come se ogni singola notizia, ogni fatto in senso stretto, sprofondasse immediatamente in un fondale sabbioso, sollevando la sabbia in una specie di fungo che diventa subito più interessante e comunicativo del fatto in sé. Il fatto in sé scompare. È una cosa che possiamo notare tutti i giorni. Una settimana fa il ministro Profumo ha presentato un Ddl in cui si proponeva di aumentare l'orario (di lezione?) dei docenti da 18 a 24 ore settimanali. In seguito ha riconosciuto che un aumento del genere va contrattato, ma nel frattempo si è alzato un polverone di commenti indignati o entusiasti che impediscono al povero insegnante di capire esattamente se la notizia sussista o no: ci sono ancora sul tavolo queste 24 ore o non ci sono più? Giuro, non si capisce. E quelli che meno capiscono spesso sono quelli che possono accedere a internet: dove trovano tantissimi detriti spostati dall'entusiasmo e dall'indignazione, e poche informazioni in senso stretto. Risalire alle fonti non è solo un'abitudine che hanno in pochi: ormai è un'abilità che si conquista e si può perdere. Credo lo sappia benissimo Sofri, che dirige un quotidiano on line che ha un certo successo perché cerca di dar conto di ciò  che in teoria è scritto ovunque, e in pratica è ovunque sommerso dai detriti, dalle polemiche, dalle opinioni.

Ai primi di giugno, al mio paese, bastava stazionare a un incrocio con una pettorina e un casco antinfortunistico perché la gente si fermasse a chiederti informazioni sul terremoto: non quello già avvenuto, ma quello che doveva arrivare, perché in tv avevano detto che doveva arrivare. In tv, per quanto ne so, non dissero mai qualcosa del genere, nemmeno il più caciarone dei tg ne ebbe il coraggio. Tutti i tg però avevano dato sbrigativamente conto di un comunicato della Commissione che non escludeva il riattivarsi di una faglia (il che non si può escludere nemmeno stanotte e in generale mai). Il solito fungo aveva poi fatto il resto, e la gente fuggiva al mare perché aveva sentito parlare di una scossa imminente in tv. La sensazione di trovarsi all'improvviso investito dalla tribù smarrita del carisma di uno sciamano, semplicemente perché leggi Tersiscio e conosci un paio di nozioni concrete sul fracking o su un deposito di gas, è molto meno divertente di quanto non sembri da fuori. Anche perché alla fine alla gente non è che interessi più di tanto il fracking o la faglia: se si fermava a chiederti qualcosa, nove volte su dieci voleva sapere la stessa cosa che pretendeva dalla Commissione: posso tornare a dormire a casa o no? E non ha nessuna importanza che la sequenza stia calando secondo la legge di Omori: ancora oggi, se dici a qualcuno di tornare pure a dormire nel suo letto - e stanotte si riattiva la faglia - tu sei imputabile per omicidio colposo. Perché non sai comunicare bene. L'unica cosa è smettere di comunicare, come credo gli scienziati italiani dovrebbero fare. Ci pensino i giudici, al prossimo terremoto, a informare la popolazione in modo professionale e corretto. Almeno se sbagliano loro non vanno in galera.

Io ho una teoria su come siano andate le cose all'Aquila, che non riuscirò mai a provare e forse è meglio così: credo che la riunione del 31 abbia creato un fungo mediatico che la maggior parte degli aquilani ha decifrato come "no panic, state a casa". Non credo che abbia senso incolpare gli scienziati di averlo sollevato, perché si sarebbe sollevato comunque, qualsiasi cosa avessero detto. Mi ha fatto molto riflettere una cosa che ho letto su questo pezzo di Nature dell'anno scorso: all'Aquila c'era chi leggeva i quotidiani e consultava internet, e chi continuava a fare alla vecchia maniera. I tradizionalisti quella sera hanno dormito fuori. I beneinformati hanno dato un'occhiata alle news e hanno deciso di restare dentro. Le tradizioni ancestrali si sono mostrate più efficaci di internet. Non è una buona notizia: non solo perché facciamo fatica a trovare le informazioni su internet, ma anche perché ci stiamo dimenticando le vecchie tradizioni ancestrali. Ce ne andiamo brancolando nel buio, di buono c'è che possiamo sempre trovare qualcuno a cui dare la colpa, e un giudice che ci dia ragione.

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