martedì 31 gennaio 2012

Pedoprete è chi il pedoprete fa

Dai che ancora per due ore è gennaio, faccio in tempo a postare il mio fondamentale contributo sull'annosa questione: ma Don Giovanni Bosco non era per caso uno di quei preti pedofili?


Ma no. E comunque, che razza di domanda è? Sul Post, ovviamente.


31 gennaio – San Giovanni Bosco (1815-1888), fondatore dei Salesiani.
Una sagoma, effettivamente
Anche nella santità la tempistica conta tantissimo. Prendi Don Bosco. Fosse nato a inizio Novecento, sarebbe stato il Don Milani delle Langhe, o più probabilmente il Don Zeno Saltini di Porta Palazzo: osteggiato dai vescovi, sgomberato dai carabinieri, prima o poi se ne sarebbe partito col suo esercito di orfani di guerra a fondare un kolchoz da qualche parte nella bruma: oggi sarebbe una figurina dell’Album Novecento di Walter Veltroni e nessuno oserebbe parlarne male. Fosse nato a metà del secolo scorso, Don Bosco sarebbe nostro contemporaneo, un misto di don Mazzi e don Ciotti, sempre in tv a parlare di sfruttamento minorile e narcotraffico. Ma don Bosco è un uomo dell’Ottocento, e i santi di quel secolo in particolare sono duri da mandar giù. C’è da fare la tara alla retorica dei tempi, bisogna far finta di non vedere i maneggi del suo amato Pio IX; ci vuole un po’ di pelo per apprezzare la sua pedagogia, i suoi apologhi terrorizzanti a base di bambini cattivi che finivano male. Eppure aveva capito che la delinquenza e il bullismo sono determinati dall’ambiente, e che se i piccoli spazzacamini la domenica non sanno cosa fare, nulla impedirà loro di usare i loro skills professionali per svaligiare le case dei signori; che insomma se si vuole una società più onesta tutto sta nella prevenzione: davvero non male, per un contemporaneo e conterraneo del professor Lombroso. Poi, naturalmente, i parametri con cui si giudicava un santo nell’Ottocento non sono gli stessi che adoperiamo oggi. Magari se fosse un contemporaneo sarebbe nei guai, Don Giovanni Bosco. Un secolo può anche fare la differenza tra un processo per canonizzazione e un processo per pedofilia.
Di tante fiabe sorte intorno a Don Bosco, quella della pedofilia è relativamente recente: è un classico esempio di proiezione del presente nel passato, come certe docufiction in cui si cerca di risolvere un giallo del passato (chi ha ucciso Tutankhamon?) con gli strumenti del presente (facciamo una TAC alla mummia, dai). In mancanza di preti pedofili da processare, prendiamo un prete famoso dell’Ottocento che ha passato tutta la sua vita a contatto coi fanciulli, e vedrai che qualcosa si trova… In ogni caso, sottolineamolo bene, è una fiaba come tante, basata su indizi evanescenti come la prosa di Ceronetti. Quando negli anni Ottanta si attentò a pubblicare un paio di pettegolezzi su Don Bosco, i tipografi della Stampa  (“più salesiani che comunisti”, chiosa Cazzullo) minacciarono lo sciopero: Ceronetti comunque non butta mai via niente e adesso i suoi Elementi per una Antiagiografia stanno da qualche parte in Albergo Italia, Einaudi, 1985. Anche con gli scrittori la tempistica è tutto: se nell’Ottocento il preziosismo lessicale di Ceronetti sarebbe comunque apparso finto come l’ottone, nel Cinque-Seicento il tizio non avrebbe sfigurato come Inquisitore: vedi come si arrabatta a cercare infamie su Don Bosco e non ne trova, così è letteralmente costretto a fabbricarsele con… l’oroscopo e la grafologia. Ce ne vuole a misurarsi con Don Bosco e apparire più superstiziosi di lui, ma Ceronetti si applica:
Credo simulasse l’allegria, in profondo senza mai esserlo, come un autentico clown anche in età matura, avendo Saturno il Malinconico nel tema astrale leonino, e la Luna Nera (Ceronetti consultando gli astri è in grado di dirvi se siete allegri o fate finta: poi uno se la prende con Melissa P).
Riguardo alla grafologia, potete avere qualsiasi opinione (continua…)
Riguardo alla grafologia, potete avere qualsiasi opinione - specie adesso che i CV si stampano e non capita più di perdere un’occasione di lavoro perché le vostre zeta ostentano un trattino sospetto. Ma per dedurre anche un solo sospetto di pedofilia dalla perizia grafologica di Girolamo Moretti bisogna lavorare di fantasia (ed è la nostra fantasia al lavoro, attenzione: chi vede pedofili da tutte le parti trecento anni fa avrebbe visto gli untori). Padre Moretti, autorità nel campo, si limitava a constatare nelle pieghe della grafìa di Bosco “una insincerità così bene architettata da rovinare un’intera generazione”. Non gli avevano detto che si trattava di una lettera di Don Bosco, chissà l’imbarazzo poi. Mi domando comunque cosa avrebbe detto Padre Moretti delle noticine che scribacchio io sui temi dei miei ragazzi, con una calligrafia del tutto diversa da quella che uso per i miei appunti: sicuramente constaterebbe l’ipocrisia e un affettato tentativo di scimmiottare l’ingenuità infantile, quando semplicemente sto lavorando e faccio il possibile per farmi leggere dai miei teneri agnellini, le mie future giovani capre. Che don Bosco fosse insincero non c’è dubbio: era un simulatore, un affabulatore, un manipolatore. Studiò retorica e teologia, ma furono i giochi di prestigio a farlo avvicinare ai giovani spazzacamini di Porta Palazzo. Probabilmente non smise mai veramente coi suoi trucchi, li congegnò sempre più arditi: sogni, miracoli, visioni, lotte coi demoni, non si è mai fatto mancar niente. Minacciava morti a destra e a manca, bastava che ne morisse uno ogni quattro o cinque per incassare il credito di profeta. Quando i liberali piemontesi sciolsero gli ordini religiosi e incamerarono i beni, vaticinò qualche funerale in casa Savoia e ci beccò, da allora in certi ambienti non si scherza più tanto su don Bosco. Ne ha sparate di grossissime. Andava in giro a dire di aver convertito Victor Hugo, durante due colloqui ovviamente segreti. Di vero c’era che Hugo lo conosceva e lo stimava sinceramente, forse riconoscendo in lui un personaggio grande come la vita e come il secolo, che non avrebbe sfigurato tra i suoi Miserabili: Ceronetti invece no, Ceronetti è stizzito perché i salesiani fanno le chiese moderne di cemento con gli altoparlanti, e si vendica raccontando in giro che il loro fondatore è un pedofilo. Testimonianze che lo inchiodano:
C’è un documento iconografico notevole di questa “affettività del languore”: la confessione, davanti al Fotografo, in bella posa, del chierichetto Paolo Albera, tra altri preti e ragazzi. Don Bosco aveva voluto che gli poggiasse la fronte sull’orecchio.
"Ha la fronte sull'orecchio, Tana-Gay!"
In realtà Albera ha semplicemente ammesso che la foto era una messa in scena (ti pare che un prete confessi un ragazzino in mezzo a una folla), il che dimostra l’abilità del giovane prete anche nel porsi di fronte a questa nuova invenzione, l’apparecchio fotografico… però Ceronetti capisce quel che vuol capire, quel che ha già in mente. Ora, non voglio mica negare che ci siano preti disonesti. In generale i pedofili tendono a scegliere professioni che consentono loro di rimanere soli coi bambini: non solo sacerdoti, ma in generale istruttori ed educatori. Identificarli non è semplice, ma in generale credo di poter dire che non sono quelli che si accontentano di un petting fronte-orecchio davanti a un fotografo: però Ceronetti non ha saputo trovar di meglio e allora ha scritto questa cosa qui:
Questo intenerimento non andava che ai “giovanetti”; aveva un vero orrore del contatto femminile. Vedendosi una volta insaponare la faccia dalla moglie del barbiere, scappò via insaponato dalla bottega. (Noli me tangere in versione torinese).
Il che potrebbe anche voler dire il contrario: che le donne lo attiravano, e che non poteva permettersi di abbassare le difese, per di più col ruolo pubblico che rivestiva, la Curia che diffidava di lui, i liberali che lo malsopportavano, i Savoia coi morti freschi, e tu ti metti in vetrina con una donna che ti vellica le gote? siamo nell’Ottocento, non ci sarebbe neanche bisogno di scomodare l’inconscio: un prete di strada non si fa toccare da una donna davanti a tutti. C’entra qualcosa con la pedofilia? Dipende: se siamo alla ricerca di pedofilia, ogni indizio ci griderà pedofilia. L’inquisizione funzionava più o meno così, e Ceronetti ha davvero sbagliato il secolo:
Nessun santo ci ha lasciato, come ultime parole scritte di suo pugno, un pensiero così strano come Don Bosco: “I giovanetti sono la delizia di Gesù e Maria”. Soltanto loro.
A parte la garbata ammissione di conoscere tutte le ultime parole di tutti i santi di tutta la Chiesa, sì vabbe’, persino Santa Teresina mi risulta autrice di affermazioni più torbide, ma ci perdoni: si è dimenticato che in italiano il maschile si usa anche per il plurale di genere misto? Cioè, è il suo ultimo biglietto. Magari cercava di essere breve ed epigrafico, e invece no, avrebbe dovuto scrivere “i giovanetti e le fanciulle sono la delizia di Gesù e Maria”, perché altrimenti Ceronetti lo prende come un indizio di pedo-omosessualità, ha scritto solo “giovanetti”, tana-gay! oppure si potrebbero  mettere gli asterischi come indymedia: “i giovanett* sono la delizia…” suona meno omosessuale così? E poi cosa vuol dire “soltanto loro”? È una chiosa ceronettiana, “soltanto loro”, don Bosco ha solo detto che i giovanetti sono la delizia di Gesù e di Maria; magari anche le fanciulle e gli snack alla crema di nocciola, non si sa, don Bosco non si pronuncia in proposito, è tutta farina dell’inquisitore. Sa di crusca.
In tutte le sue firme è costante il Sac. ["Sacerdote"] che le precede. Era l’uso, ma in uno così premuto dall’Insolito e in contatto diretto con altre bucce di realtà significa anche: sono io ma all’interno di un Sacro ordine agisco in nome di, vengo in nome di…
…e prosegue per un’altra mezza pagina con questa storia del Sac. che gli avrebbe riso in faccia anche Lacan, no ma ditemi se valeva la pena di fermare le rotative della Stampa per questa roba. Ecco. La leggenda pedofila di Don Bosco è tutta qui, il tizio era ambiguo perché amava firmarsi con la sigla del suo titolo professionale, e altri spiluccamenti pettegoli di un elzevirista a corto di argomenti. A rimetterla in circolo sul Grande Selvaggio Web è stato Giovanni Dall’Orto, sul suo bel sito che è una miniera di informazioni preziose, da cui ho già copiosamente attinto per scrivere di San Sebastiano. Orbene, qualche anno fa Dall’Orto, che è un gay militante, scrive una “Storia gay di Giovanni Bosco“, che poi è stata ripresa da Gay.tv e discussa e ridiscussa su chissà quanti forum – anche grazie a salesiani che protestano incazzati, e dagli torto – e per ultimo arrivo io. Mi dispiace litigare con Dall’Orto, però lui non ha davvero altri fonti a parte Ceronetti, e Ceronetti, lo si è visto, come avvocato del diavolo ha reso un pessimo servizio (al diavolo). Dall’Orto peraltro lo ammette: non c’è uno straccio di prova.
Il bello è che nessuno di coloro che ne hanno scritto s’è mai sognato di mettere in dubbio l’effettiva stretta osservanza del voto di castità, da parte del santo: la discussione si è sempre svolta attorno alle sue tendenze, non alle sue pratiche sessuali.
Invecchiando gli era venuta questa faccia un po' da Wojtyla
Ma se Don Bosco è un pedofilo in potenza, che ci resta da fare? Un processo alle intenzioni? Qui forse rischiamo di non capirci. Ammettiamo che don Bosco abbia avuto davvero pulsioni omosessuali o pederastiche, che però non si sono mai tradotte nella pratica. Tutto questo per un cristiano si traduce con una parola sola: “santità”. Giovanni Bosco diventa l’Antonio del secondo millennio, in lotta costante coi suoi demoni, un esempio per tutti i seminaristi alle prese con pulsioni ambigue. Freud, lo sappiamo, avrebbe piuttosto parlato di “sublimazione”: Bosco trasforma la sua energia in impegno socio-assistenziale, mette i suoi demoni interiori a pedalare sotto il carrozzone della sua multinazionale salesiana. Per un laico contemporaneo, postfreudiano, non necessariamente gay (ma aiuta), tutto questo è “repressione”: tutto ciò che limita l’esercizio pratico della sessualità. Il problema è che la supposta pulsione di don Bosco rimane socialmente impresentabile, uno dei pochi tabù che ci sono rimasti. O ce la dobbiamo prendere con un pedofilo in potenza perché invece di toccare i ragazzi li ha tolti dalla strada e li ha fatti studiare? Preferite i preti toccaccioni, li trovate più sinceri, più umani, più “sé stessi”, come gli inquilini della casa del Grande Fratello?
Nel 1847, quando già centinaia di ragazzi frequentano l’Orato­rio, alcuni tra loro, che non sanno dove andare perché non hanno ca­sa, cominciano a vivere stabilmente con don Bosco e mamma Mar­gherita.
I primi ospiti sono alloggiati in cucina. Saranno sei alla fine dell’anno; trentacinque nel 1852; centoquindici nel 1854; quattrocen­tosessanta nel 1860; seicento nel 1862, fino ad un tetto di ottocento.
Nel 1845 don Bosco fonda la scuola serale, con una media di trecento alunni ogni sera.
Nel 1847 un secondo oratorio.
Nel 1850 fonda una società di mutuo soccorso per operai.
Nel 1853 un laboratorio per calzolai e sarti.
Nel 1854 un laboratorio di legatoria di libri.
Nel 1856 un laboratorio di falegnameria.
Nel 1861 una tipografia.
Nel 1862 una officina di fabbro ferraio.
Intanto nel 1850 è nato anche un convitto per studenti, con dodici studenti che diventano centoventuno nel 1857.
Nel 1862 dunque l’oratorio conta seicento ragazzi interni e altrettanti esterni.
Oltre i sei laboratori ci sono scuole domenicali, scuole serali, due scuole di musica vocale e strumentale, e trentanove salesiani che con don Bosco hanno dato inizio a una congregazione religiosa.
Ma a noi interessa soprattutto sapere se gli piacevano i ragazzini. Perché? Sul serio, una sessualità che non si esprime in nessun modo è ancora interessante? Di don Bosco abbiamo opere e libri in quantità: perché vogliamo conoscere le sue pulsioni? Da dove ci viene questa volontà di sapere, siamo sicuri che non ci sia dell’imperialismo culturale in questa pretesa di aprire il libro di Storia a un’epoca qualsiasi e definire gli uomini di quel secolo in base alle loro “tendenze”? Per quanto possa apparirvi intrusivo il Dio dei cattolici, con la sua pretesa di giudicare gli uomini in base alle loro opere, pensieri e omissioni, lo trovo sempre meno impiccione di un tribunale laico (laico?) che pretenda di sviscerare le azioni non commesse, i pensieri repressi, le “tendenze”. Se poi come testimone chiamano il Sig. Ceronetti, beh, ciao.

lunedì 30 gennaio 2012

Nec minimo puella naso

Attenzione: a causa di un flame epico, non tutti i commenti sono visibili in questa pagina. Per leggere gli ultimi bisogna cliccare sulla scritta "carica altro..." che compare sotto il modulo dei commenti (non è molto visibile, lo so). Alcuni dei primi commenti sono per il momento non disponibili, ma spero di riuscire a ripristinarli. Scusate il diagio.


E l'antisemitometro s'impenna
Un altro esempio, preso dal sito di un giornalista che a queste cose ci tiene moltissimo. Michele Dau è il vicesegretario generale del Consiglio Nazionale dell´Economia e del Lavoro. Qualche mese fa, leggendo la Guida del Touring su Israele, incoccia in questa definizione: nello Yad Vashem di Gerusalemme sarebbe «narrata la storia della Shoah dal punto di vista degli ebrei».
«Visitando la straordinaria, e unica al mondo, ricostruzione storica, mi sono domandato il significato di quell'affermazione – denuncia nella missiva inviata a Renzo Gattegna, presidente dell´Ucei – e la mia indignazione è cresciuta, senza poter trovare una giustificazione accettabile di quella sottolineatura. Cosa si intenderebbe evidenziare? Forse che vi sarebbero altri punti di vista sulla Shoah?»
In effetti, se uno scrive "dal punto di vista", sembra voler lasciare intendere che ne siano consentiti altri. Peccato che ciò sia, a quanto pare, antisemita:
«E quali sarebbero gli altri punti di vista in qualche modo accettabili? Forse quelli dei movimenti dei neonazisti che si sono affacciati in Europa? O forse si intende lasciare aperta la strada alle interpretazioni negazioniste che vorrebbero se non cancellare del tutto i fatti, quanto meno limitarli a quantità minima senza una vera decisione dei nazisti [...] Comunque si voglia leggere quella frase è davvero lesiva della dignità della sofferenza atroce di milioni di persone».
Non so se è chiaro: l'espressione "punto di vista degli ebrei" è qui dichiarata lesiva della dignità della sofferenza atroce. Come se sulla Shoah fosse consentito avere più punti di vista. No. È lesivo il solo affermarlo. Se io scrivo "il punto di vista", ammetto che possano essercene più di uno; se ammetto che ce ne sia più di uno, lascio implicitamente intendere che anche i negazionisti ne abbiano uno accettabile: se io consento ai negazionisti di averne uno accettabile, evidentemente sono i miei amici, e quindi io sono un antisemita. Non fa una grinza. Non resta che rassegnarsi: la Shoah non è un fenomeno come gli altri, suscettibile di osservazioni differenti da differenti punti di vista. Non si può avere differenti punti di vista sulla Shoah. Non si può nemmeno avere "il" punto di vista degli ebrei, perché anche l'uso dell'articolo determinativo non può escludere che ce ne possano essere altri, e il solo pensiero è psicoreato. La Shoah, per farla breve, non si può più osservare: va messa in un'Arca e nascosta con le tendine, e chi le solleva probabilmente resterà fulminato, ma se lo meritava, brutto antisemita.

Antisemiti moderni: l'odiosa caricatura di W. Allen, by Stuart Hample
Siamo nel 2012, Bin Laden è morto e la guerra in Iraq è finita. Prima che riparta lì nei pressi, ce la facciamo a metterci d'accordo su una definizione ragionevole di antisemitismo? Secondo me non è così difficile. È antisemita chi odia gli ebrei. Chi ritiene che siano coinvolti in un complotto mondiale per qualsivoglia fine. Il mondo ne è pieno (di antisemiti) e a dire il vero non è che facciano molto per dissimulare il loro antisemitismo. Chi nega la Shoah di solito è un antisemita. Chi la rivendica è sicuramente un antisemita. Fascisti e nazisti sono quasi sempre antisemiti. Non c'è bisogno di processare le loro intenzioni per accorgersene, di solito non te lo mandano a dire. Non c'è bisogno di sottolineare certe ambiguità nelle loro guide turistiche, né di misurare l'ampiezza e l'inclinazione del naso nelle loro vignette.

Antisemiti moderni: il ributtante abuso di luoghi comuni nel Fagin di Will Eisner,
la AntiDefamation League è stata informata?
Sostenere che Vauro sia antisemita, ribadire che lo sia perché ha disegnato il naso di Fiamma Nirenstein in un certo modo, è al di là dei confini seppure sfumati del ridicolo. Cioè, io posso anche capire che un fatto eccezionale come la Shoah vada preso con le molle, e che persino l'espressione "punto di vista" possa destare l'allarme di chi si allarma un po' per professione. Ma il volto (tutt'altro che sgradevole) di Fiamma Nirenstein non è un fatto altrettanto eccezionale. Non più del volto di Maometto, che come il suo pretendiamo raffigurabile: e se il disegno è una caricatura, il naso potrebbe anche risultare un po' più grosso del normale, senza scomodare il nazismo per questo. Sì, è vero, anche i nazisti facevano le caricature. E i cartoni animati. E Hitler era vegetariano. E non tutti i vegetariani sono nazisti; Biancaneve e i Sette Nani non è un film nazista anche se faceva piangere il fuehrer; e il problema che abbiamo col nazismo non è la passione per le caricature, comune a dire il vero con tantissime culture; bensì la assai più censurabile tendenza a sterminare interi popoli e minoranze in nome di concetti in cui non crediamo come la purezza etnica eccetera. Se poi la Nirenstein ritiene di poterci dire che le vignette di Vauro fanno parte di un progetto più vasto, che parte dal disegno di un naso e arriva di nuovo ai forni e ai camini, si merita semplicemente che le si rida in faccia, quella faccia dal naso non piccolo.

E che dire di questo, cioè, ebrei=ratti, una vergogna,
roba da degenerati, ciò si dovrebbe bruciare nelle piazze.

sabato 28 gennaio 2012

Quanto son difettivi i sillogismi

A Tommaso d'Aquino è successo l'opposto che a San Paolo: anche lui a un certo punto ha visto qualcosa che lo ha turbato e sconvolto, ma da quel momento in poi non ha più scritto niente.


O forse era solo stanco, scrivere a quei tempi era faticoso, mica come adesso che basta pestar cazzate su una tastiera wireless. Il filosofo di paglia si legge e si glossa sul Post, astenersi averroisti e neoplatonici, brutte merdacce.

28 gennaio – San Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa (1225-1274).
Ritratto del 1481, attribuito a Botticelli: ma avete idea di che abilità ci volesse a prendere appunti col calamaio in mano?
Quando morì, presso l’abbazia di Fossanova, Tommaso aveva già smesso di essere il più grande filosofo del medioevo. La filosofia, la stessa scrittura, lo avevano abbandonato all’improvviso qualche mese prima, mentre officiava una messa nella chiesa di San Domenico a Napoli. Caduto in estasi, e forse anche in terra, Tommaso rifiutò di spiegare cosa gli era successo. A fra’ Reginaldo, l’inseparabile scrivano che attendeva di completare il terzo tomo dellaSumma Theologiae, disse che non poteva farci più niente, tutto quello che aveva pensato e dettato fino a quel momento gli sembrava paglia (mihi videtur ut palea). Nel poco tempo che gli restò da vivere, Tommaso si mosse come un involucro vuoto, sospeso per inerzia agli ordini dei superiori: la morte se lo prese sulla strada per Lione, dove si sarebbe tenuto un concilio per ridiscutere lo Scisma d’oriente. L’Aquinate, benché esaurito, non poteva assolutamente mancare: il Papa ci teneva.
Quando si pensa a un intellettuale del medioevo lo si immagina sempre con le grasse chiappe solidamente ancorate al seggio di uno scriptorium, rinchiuso confortevolmente in qualche monastero fuori del tempo: e invece il calendario di impegni di un personaggio come Tommaso avrebbe stroncato molti accademici dei nostri tempi (comodo fare i cosmopoliti coi Boeing 747: Tommaso andava e tornava dalla Francia allo Stato della Chiesa a dorso di mulo). In realtà se si pensa all’entità e alla complessità dei suoi impegni, tra beghe accademiche e politiche, c’è da stupirsi che sia arrivato in un qualche modo a 49 anni. È abbastanza improbabile che sia stato fatto avvelenare dal re di Napoli Carlo d’Angiò, anche se Dante ne era convinto: ad avvelenarlo fu semplicemente lo stress. Quando tutti ormai si aspettano da te l’opera definitiva, la summa che metta a posto Aristotele e il Vangelo, nel mentre che vai a Lione a sistemare gli ortodossi, e tu nel frattempo non ci credi più, ti si è rotto qualcosa dentro, tutto quello che hai scritto è paglia. E hai finito pure quella. Cosa vide Tommaso d’Aquino, che lo fece crollare come un fantoccio?
In questi casi – come nell’incidente di Paolo verso Damasco – gli anatomopatologi della domenica si possono sbizzarrire: crisi epilettica? ictus? Ma anche un calo di zuccheri, perché no. Estasi significa “uscire da sé stessi”: più che dal suo corpo, Tommaso forse riuscì per qualche istante a uscire dalla sua filosofia. Magari ebbe l’opportunità di guardare dall’alto il castello delle sue convinzioni, che andava cementando da anni con pazienza più certosina che domenicana, selezionando con attenzione i materiali di costruzione più solidi dalle rovine dei sistemi precedenti: un architrave ionico qua, una colonna romanica là, perfino qualche guglia mozaraba, tutto apparentemente armonico, tutto apparentemente resistente, e invece basta guardarlo da un qualsiasi altrove per non vedere che un castello di carta.
Arnaldo De Lisio (1869-1949), Tommaso incastrato dalle tentazioni. Nell'angolo c'è anche il paparazzo demoniaco che scatta la foto.
A me la filosofia ha sempre fatto un po’ paura, lo dico qui. Di un artista ci possono restare le opere, di uno scrittore le storie, di uno scienziato le scoperte o le ipotesi. Di tanti grandi filosofi – non studenti scioperati – gente che ha passato la vita a studiare e riflettere, mi sembra che ci resti soltanto la paglia. Chi legge Tommaso d’Aquino oggigiorno? Chi va oltre al bignamino del liceo, agli appunti con le freccine? Le sue tanto bistrattate Cinque Vie, chi le ha percorse veramente? Perché a leggerle sui libri di oggi, o su internet, sono formulate in un modo in cui le confuterebbe anche un blogger; ma Tommaso ci lavorò per anni e non era un imbecille. Non lo dico io, lo dice per esempio Charles Sanders Peirce, la cui opinione più di altre m’interessa, visto che la modificò. In un primo momento Peirce riteneva effettivamente Tommaso un imbecille, il classico scoliasta medievale che metteva “frettolosamente insieme male assortite porzioni di ricchezza altrui in una sconsiderata passione per l’autorità”. Poi cambiò idea. Magari semplicemente gli capitò di leggerlo. Forse la sua fissazione per il numero tre rimase intrigata dalla descrizione tomista della trinità: il Padre esce da sé stesso e pensa il Figlio, lo Spirito è la relazione di amore che il primo prova per il secondo… non ricorda da lontano il trittico peirceano di Oggetto, Segno e Interpretante? Scherzo, in realtà non sono sicuro di averlo mai davvero capito, Peirce. E sono sicuro di non avere mai capito davvero Tommaso.
Eppure almeno un intellettuale vivente che abbia studiato e apprezzato davvero Tommaso ce l’abbiamo. (Continua…)
Come dice a un certo punto il personaggio narrante nelPendolo di Foucault: “uno che fa la tesi sulla sifilide finisce per amare anche la spirocheta pallida”. L’autore vero del Pendolo però non ha scritto una tesi sulla sifilide, bensì sul Problema estetico in Tommaso d’Aquino. E Tommaso è rimasto uno dei punti di riferimento di Umberto Eco, fino a Kant e l’ornitorinco e oltre.
Il fatto che in Italia ci sia almeno uno studioso serio di Tommaso – e sia un laico – dovrebbe creare qualche imbarazzo alla Chiesa, quell’istituzione che in teoria continua a basarsi sulla Summa Theologiae, ma in pratica non manda nessun tecnico preparato a controllare la cantine da secoli. Eco per la verità non ha mai avuto tanta voglia di litigare, però ogni tanto gli capita di mettere il dito sulla piaga, più per giocoso e accademico puntacazzismo che per cattiveria. Io non so francamente se senza di lui qualcuno si sarebbe accorto che la moderna dottrina dell’embrione va contro la posizione tradizionale, tomista, della Chiesa. Ovvero: questa idea che l’essere umano sia già un individuo completo dal concepimento, da dove arriva esattamente? Non si sa, ma è un’esplicita sconfessione di quello che dettava Tommaso. Con le parole dell’alessandrino:
La posizione di Tommaso (che nel corso dei secoli la Chiesa non ha mai espressamente negato, condannando anzi quella opposta di Tertulliano) è la seguente: i vegetali hanno anima vegetativa, che negli animali viene assorbita dall’anima sensitiva, mentre negli esseri umani queste due funzioni vengono assorbite dall’anima razionale, che è quella che rende l’uomo dotato di intelligenza e ne fa una persona come ‘sostanza individua di una natura razionale’. Tommaso ha una visione molto biologica della formazione del feto: Dio introduce l’anima solo quando il feto acquista, gradatamente, prima anima vegetativa e poi anima sensitiva. Solo a quel punto, in un corpo già formato, viene creata l’anima razionale (‘Summa Theologiae’, I, 90). L’embrione ha solo l’anima sensitiva (‘Summa Theologiae’, I, 76, 2 e I, 118, 2). Nella ‘Summa contra gentiles’ (II, 89) si dice che vi è una gradazione nella generazione, “a causa delle forme intermedie di cui viene dotato il feto dall’inizio sino alla sua forma finale”. Ed ecco perché nel Supplemento alla ‘Summa Theologiae’ (80, 4) si legge questa affermazione, che oggi suona rivoluzionaria: dopo il Giudizio Universale, quando i corpi dei morti risorgeranno affinché anche la nostra carne partecipi della gloria celeste (quando già secondo Agostino rivivranno nel pieno di una bellezza e completezza adulta non solo i nati morti ma, in forma umanamente perfetta, anche gli scherzi di natura, i mutilati, i concepiti senza braccia o senza occhi), a quella ‘risurrezione della carne’ non parteciperanno gli embrioni. In loro non era stata ancora infusa l’anima razionale, e pertanto non sono esseri umani.
Si può dire che la Chiesa, spesso in modo lento e sotterraneo, ha cambiato tante posizioni nel corso della sua storia che potrebbe avere cambiato anche questa. Ma è singolare che qui siamo di fronte alla tacita sconfessione non di una autorità qualsiasi, ma dell’Autorità per eccellenza, della colonna portante della teologia cattolica. [...]
Conclusione: le attuali posizioni neofondamentalistiche cattoliche non solo sono di origine protestante (che sarebbe il meno) ma portano a un appiattimento del cristianesimo su posizioni insieme materialistiche e panteistiche, e su quelle forme di panpsichismo orientale per cui certi guru viaggiano con la garza sulla bocca per non uccidere micro-organismi respirando. Non sto pronunciando giudizi di merito su una questione certamente molto delicata. Sto rilevando una curiosità storico-culturale, un curioso ribaltamento di posizioni. Dev’essere l’influenza del New Age. (Bustina di Minerva del 15/3/2005)

 Il fatto che la Chiesa romana sia meno tomista di quel che dice e crede non è necessariamente un male. Ovviamente io sarei il primo a rallegrarmi se alla luce delle Summae un pontefice decidesse di rivedere la posizione sull’aborto; d’altro canto è sempre Eco a notare come la teologia di Tommaso sia assolutamente inconciliabile con un elemento fondamentale della modernità: la teoria dell’evoluzione. Senza la quale è impossibile stare seriamente nella modernità: certo, ci sono Chiese che negano Darwin, ma finiscono per arroccarsi in un antiscientismo settario e a immaginare un universo creato 6000 anni fa con i fossili già al loro posto sottoterra. I cattolici non sono così. I cattolici trovano sempre un modo per girare intorno ai problemi. La Bibbia dice sette giorni? I cattolici inventano l’interpretazione allegorica per cui quei sette giorni possono anche alludere a periodi di milioni di anni, e oplà, Genesi 1,1 diventa il Big Bang. I cattolici sono riusciti in un qualche modo a far convivere Adamo ed Eva con l’evoluzionismo: gli è bastato lasciare Tommaso in cantina, per l’appunto.
Uno dei motivi per cui non riusciamo a capire Tommaso, neanche quando proviamo a leggerlo, è che lo scambiamo per un apologeta militante, uno che deve sforzarsi di dimostrare che Dio esiste, prima che le forze del Dubbio espugnino la cittadella della Ragione. È il motivo per cui puoi trovare le sue Cinque Viesul sito dell’Unione Atei Agnostici Razionalisti, manco fossero cinque teoremi da confutare.
In realtà Tommaso non voleva esattamente dimostrare una tesi (Dio esiste). Lui cercava di spiegare le “vie” per cui un qualsiasi intelletto giungeva a una verità che giudicava autoevidente. Siccome credere in Dio, ai suoi tempi, era una cosa naturale, la cosa interessante per un filosofo era cercare di spiegare il perché della naturalezza con la quale tutti (cristiani e “gentili”) accettavano l’esistenza di Dio. Allo stesso modo in cui un grammatico studia le regole di una lingua che sa già parlare, che tutti sanno parlare sin da bambini, ecco: nei secoli di Tommaso credere in Dio era come dire mamma, papà, cacca: una cosa che succhiavi per così dire col latte materno. Oggi non è più così. A un certo punto qualcosa è cambiato: per la verità è stato un processo lento, con occasionali scossoni, una frattura di paradigma. Il risultato è che oggi il concetto di Dio ha cessato di essere intuitivo, ha smesso di essere accettato come naturale da miliardi di persone. Tra questi ve ne sono tanti che continuano a credere in Dio, ma è una scelta faticosa, che chiede uno sforzo, un investimento intellettuale ed emotivo. Tommaso non poteva saperlo: per lui ciò che l’uomo riteneva ovvio e naturale sarebbe sempre rimasto ovvio e naturale.
Oppure forse a un certo punto se ne rese conto. Era un intellettuale puro, passava il tempo a speculare, magari a un certo punto questa obiezione lo turbò. “Non si può andare all’infinito nella ricerca di un primo movente, o di una prima causa”, scriveva: e se invece si fosse potuto? E se l’universo fosse molto, molto più vasto di quei nove cieli di cristallo, e se ci fossero più cose in cielo e in terra che in tutti i nostri difettivi sillogismi, in tutte le nostre filosofie di cartapesta? Forse quel mattino, nella chiesa di San Domenico, Tommaso ebbe una visione delle cose a venire. Non della gloria dei cieli: ma del chiasso di una piazza moderna. Uscì dal suo corpo e si ritrovò davanti un bar coi tavolini, un’edicola, un altro negozio chiuso, i graffiti sulle saracinesche: furgoni, cassonetti della differenziata, miliardi di dettagli dissonanti sparsi per miliardi di minuscoli atomi nel vuoto di un universo in espansione, e nulla che rimandasse naturalmente a Dio. E pensò: meglio non dire nulla a Reginaldo.

giovedì 26 gennaio 2012

Dove comincia il tuo naso?

Non è una domanda retorica, sul serio, dove? Per colpa di Facci, e di Vauro, e di Peppino Caldarola, mi è capitato di passare alcuni preziosi minuti della mia vita a contemplare foto di Fiamma Nirenstein per capire che naso avesse veramente. Senza neanche riuscirci, peraltro.


Vi sembra un bel modo di prepararsi al Giorno della Memoria? A me non sembra un bel modo. Vauro e il naso di Fiamma si legge sulla nuova, fiammante, Unita.it, e si commenta laggiù, possibilmente senza fare troppo gli antisemiti che ci ho famiglia, grazie.

mercoledì 25 gennaio 2012

Il nostro uomo a Damasco

Il cristianesimo, in effetti, non comincia il 25 dicembre, ma verso il 25 gennaio, quando un ebreo che forse non era ebreo arriva accecato a Damasco e si mette in contatto con dei cristiani che non sanno ancora bene d'essere cristiani. Insomma, sotto i migliori auspici.


Sul Post si parla della Conversione di San Paolo, un giorno che ha cambiato la vita di tutti noi, in particolare dei prepuzi di tutti noi. Non mi sembra un particolare da nulla.

25 gennaio – Conversione di San Paolo (35)
Il cavallo forse nemmeno c'era. Ma Caravaggio ci teneva.
1975 anni fa oggi (un anno più uno meno) un piccolo uomo spaventato entra a Damasco, Siria, Impero Romano. Viene da Gerusalemme con una lettera di referenze del Sommo Sacerdote, ma non sa più che farne. L’idea alla partenza era far arrestare e portare davanti al Sinedrio (l’Inquisizione di allora) tutti gli ebrei damasceni appartenenti a una buffa setta eretica appena nata, che non ha ancora un nome: quelli che credono che il Messia degli Ebrei sia un tale crocefisso di recente. Il problema è che il piccolo uomo – Saul si chiama, come il re epilettico meno simpatico della Bibbia – non ci vede più, letteralmente. Strada facendo ha avuto un mancamento, è caduto (da cavallo? non si sa), ha visto una gran luce e forse ha anche sentito una voce, ed è ancora tutto scombussolato. Resterà in questo stato per tre giorni, senza mangiare. Poi fonderà una religione.
Sì, lo hanno detto in tanti: il cristianesimo, quello che quando eventualmente Gesù tornerà nella gloria farà un po’ fatica a riconoscere, lo ha fondato Saul, in seguito chiamato Paolo. Prima non c’era nemmeno il nome “cristianesimo” – i primi a farsi chiamare “cristiani” saranno i credenti di Antiochia, una delle prime comunità dove predicò. Prima di Saul c’era una cosa che si chiamava “la Via”, predicata perlopiù da ex apostoli di Gesù di Nazareth, a cui aderivano in forme diverse alcuni ebrei sparsi tra Gerusalemme e Damasco. La “Via” era naturalmente imperniata sugli insegnamenti di Gesù, che si tramandavano per forma orale: uno dei primi a buttare giù qualcosa di scritto sarà appunto Saul. Le sue lettere (non tutte davvero sue) fissano diversi punti della teologia cristiana che dai vangeli non sapremmo desumere: del resto anche i vangeli sono stati scritti dopo, e almeno due sono attribuiti a persone che in diversi momenti collaborarono con Saul stesso: Marco e Luca. Col primo, a dire il vero, Saul litigò: non sappiamo il perché. Però sappiamo che Saul tendeva a litigare un po’ con tutti prima o poi: non era un tipo simpatico. Non lo è mai diventato. La simpatia non è come la fede, non basta cader da cavallo.
È difficile affezionarsi a Saul. Gran parte delle critiche che gli si muovono negli ultimi tempi sono abbastanza ingenerose: è vero, era misogino. Perlomeno esortava le donne alla sottomissione nei confronti dei mariti, e dei sudditi nei confronti di Cesare. È vero, considerava l’omosessualità contro natura. In pratica aveva le idee di un giudeo dei suoi tempi: non è che gli altri cristiani del tempo avessero idee o pratiche più spensierate delle sue. In realtà in occasione del primo concilio (Gerusalemme 50) Saul è all’estrema sinistra: nessuno più di lui vuole farla finita coi precetti della vecchia Legge. Gli altri sono più bacchettoni: se non ci fosse stato lui, probabilmente oggi i cristiani non potrebbero mangiare carne di maiale, né giocare col prepuzio fino all’età adulta. Del resto è lecito domandarsi: se non ci fosse stato lui, ci sarebbero ancora dei cristiani? E in cosa crederebbero? Forse la setta degli adoratori di Gesù sarebbe rimasta una curiosità nei libri di storia tardoantica, un’eresia nata in seno all’ebraismo ed estintasi in seguito alla distruzione di Gerusalemme nel 70. (Continua)
Saul è insomma il classico tizio che arriva per ultimo e dopo un po’ la sa più lunga di tutti. Non ha conosciuto Gesù in vita, non ha assistito alla sua passione, eppure nel giro di pochi anni sarà lui a spiegare agli altri cosa hanno visto e in cosa credono di credere. D’altro canto cosa aspettarsi, da un intellettuale in un milieu di pescatori, dove quello che ha studiato di più (Matteo) aveva fatto ragioneria? Saul, che si autonominerà apostolo (=”inviato”), con gli apostoli veri, quelli che avevano mangiato il pane e bevuto il vino con Gesù, non è mai andato veramente d’accordo. Loro d’altro canto almeno in un primo momento dovettero mostrarsi diffidenti: e questo da dove arriva? Già, da dove?
Perché così vecchio? Perché Buonarroti lo paga Paolo III, la faccia è la sua.
Saul ha tante identità. Parla correntemente greco e aramaico. Proviene da Tarso, Cilicia, oggi Turchia meridionale, dove la famiglia (ebrea?) produceva e commerciava tende (fornitori dell’esercito Romano?) Nei primi anni di Gerusalemme mostra di avere un’educazione ebraica: si definisce “fariseo riguardo alla legge”, ha contatti importanti col Sinedrio. Quando poi cambia sponda, e gli ebrei provano ad ammazzarlo, lui tira fuori un asso dalla tunica: è un cittadino romano. Il tribuno che stava per farlo flagellare (senza motivo, così per dare un contentino alla folla), sbianca all’improvviso. Siamo nel primo secolo, essere cittadini romani è un privilegio assoluto, flagellarne uno senza processo è caldamente sconsigliato. “Davvero sei Romano?”, gli chiede, “io la cittadinanza l’ho comprata a caro prezzo”. “Io invece lo sono di nascita”. Il tribuno lo slega immediatamente, e da prigioniero comincia a trattarlo come ospite. Rimane il dubbio: come ha fatto a nascere romano Saul di Tarso (che ai Romani risulta, appunto, col nome di “Paulus”)? Che santi in paradiso aveva questo piccolo uomo non simpatico? Che razza di tende smerciava il papà?
Tante identità, tante lingue, tante generalità – e se fosse una spia? Di sicuro in un primo momento è tra i Farisei, che non sopportano i seguaci di Gesù così come non sopportavano il loro maestro. Appare per la prima volta durante la lapidazione di Stefano, primo martire, e già lì la sua posizione è ambigua. Luca negli Atti ci dice che approvò la lapidazione, ma che non scagliò nessuna pietra perché… era troppo giovane. Stava al guardaroba. Si sa, quando lapidi devi avere una certa libertà di movimenti, e così…
…i testimoni deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. (Atti 7,58)
Qualcosa non torna, perché nel giro di qualche mese lo stesso giovane diventa il promotore di un rastrellamento di tutti i seguaci della “Via”, che lo porta a Damasco, si è visto, con referenze dei sommi sacerdoti. A Damasco però Saul arriva accecato, e invece di perseguitare i cristiani… si infiltra. Per conto dei farisei? Può darsi. Ma non tornerà più indietro. Non sarebbe l’unico caso della Storia: Lionel Jospin entrò nel partito socialista francese come infiltrato trotskista, poi si affezionò a Mitterand e vent’anni più tardi si ritrovò primo ministro di Francia. Un caso un po’ più delicato è quello della talpa che l’esercito tedesco infiltrò in un piccolo partito di estrema destra nel 1919, Adolf Hitler.
Secondo gli Ebioniti (una setta di eretici di cui non sappiamo quasi nulla) Saul non era un neppure un ebreo: si era convertito al giudaismo per poter sposare la figlia del sommo sacerdote. Rifiutato, era passato per ripicca dalla parte dei nemici. Puro gossip, senz’altro. Però è vero che la nuova religione gli consentiva più libertà di azione. Per prima cosa, era ancora quasi tutta da inventare: grazia, resurrezione, Spirito Santo, battesimo, sono ancora concetti piuttosto nebulosi. In compenso, non c’è bisogno di rivolgersi agli ebrei: Saul preferisce rivolgersi a ellenisti e Romani, in generale più ben disposti. Un proconsole che incontra a Cipro, Sergio Paolo, gli regala forse il nome (è dal loro incontro, in Atti 13, che Luca smette di chiamarlo col suo primo nome e comincia a chiamarlo Paolo). Forse il passaggio del nome tra il proconsole e il predicatore allude al dono della cittadinanza (magari attraverso l’adozione). Ma in tal caso Paolo avrebbe mentito al tribuno, dicendo di essere Romano dalla nascita.
Saul è testardo, persuasivo, manipolatore, e fa miracoli, il che non guasta mai: i membri della prima Chiesa di Gerusalemme non si fidano, ed è difficile dar loro torto. Saul riesce a convincerli con le collette, è un mago del fundraising: quando arriva in città porta polemiche, ma anche pezzi d’argento che pesano. A un certo punto ha la faccia tosta di litigare con quello che dovrebbe essere il capo, Pietro, sulla questione più delicata di tutte: i cristiani sono ancora ebrei? A Gerusalemme il problema quasi non si pone: i cristiani (che non si chiamano ancora così) sono quasi tutti giudei, e con gli altri giudei hanno trovato un modus vivendi: rispettano tutte le astruse norme della Torah, non mangiano animali impuri, circoncidono i figli… l’unica notevole differenza è che credono che Gesù sia il Messia, il che per un giudeo ortodosso resta una bestemmia, ma evitano magari di strombazzare la cosa al Tempio o davanti al Sinedrio, come il povero Stefano, testa calda. Ad Antiochia Saul vive in un mondo tutto diverso: al centro dei traffici del Mediterraneo orientale, in un melting pot di lingua greca dove gli stessi ebrei non sanno più bene in cosa credono. A un pubblico composto per lo più da gentili, Saul non chiede più né la circoncisione, né le astensioni rituali della Torah: Gesù resuscitando ci ha liberato da tutto questo. In confronto coi cristiani di Gerusalemme il bacchettone Saul doveva apparire un liberatore dei costumi.
Pietro e Paolo, in un abbraccio non proprio convinto
La cosa interessante è che Pietro tutto sommato è d’accordo, anche se per maturare le stesse convinzioni deve prima fare un sogno (l’ex pescatore evidentemente si fidava meno delle proprie capacità speculative e teologiche, e preferiva aspettare un messaggio esplicito dall’Aldilà). Nel 50, al primo concilio, Pietro e Saul perorano la causa dell’ecumenismo: niente precetti dell’Antico Testamento per i non giudei che si convertono. Pietro e Saul la spuntano. Ma poi litigano, perché? Per un certo periodo vivono entrambi ad Antiochia, la metropoli del tempo. Quando nella stessa città arriva una delegazione di giudei cristiani di Gerusalemme, Pietro si rimette a comportarsi da vecchio ebreo: rifiuta il cibo non kosher, eccetera. Lo fa per quieto vivere, probabilmente: non vuole infastidire gli amici di Gerusalemme, che sono molto vicini a un personaggio fondamentale, Giacomo il Giusto “fratello del Signore” (lo rivedremo). Saul se ne accorge e si adonta: sei un ipocrita, chiedi agli altri di rispettare regole che tu stesso non riesci a osservare, eccetera. Come sia finita non lo sappiamo: conosciamo solo la versione di Saul, che però qualche tempo dopo lascia Antiochia per non tornarvi mai più. Pietro dovrebbe averlo incontrato ancora a Roma, dove finiscono entrambi dopo varie peregrinazioni, come due pesci rossi nello scarico: d’altro canto tutte le strade portano là. Però gli Atti si interrompono proprio con l’arrivo di Saul nell’Urbe: tutti i racconti successivi sono apocrifi.
A Roma Saul-Paulus arriva dopo un viaggio complicato (ha naufragato al largo di Malta, e il resoconto del naufragio negli Atti è così vivido che è difficile pensare che Luca non sia imbarcato con lui). Da anni viveva a Gerusalemme agli arresti domiciliari: in realtà i Romani lo proteggevano dai sacerdoti del Sinedrio che avrebbero voluto fargli fare la fine di quell’altro. Per sbloccare la situazione Saul decide di appellarsi a Cesare. In quanto cittadino ne ha il diritto. Anche a Roma Paulus vivrà per qualche anno in un regime di libertà condizionata piuttosto lasca. Forse a un certo punto verrà scarcerato, forse farà un ultimo viaggio (spagnoli e inglesi lo reclamano entrambi come fondatore delle loro Chiese). Su una cosa la tradizione non transige: dev’essere tornato a Roma, dopo l’incendio che avrebbe radicalmente modificato l’immagine dei cristiani, da mistici bizzarri orientali a integralisti fanatici incendiatori di città. Vanno tutti crocefissi, come il loro Re. Tutti tranne Paolo, lui è diverso: la crocefissione è la pena per gli schiavi ribelli, ma lui è cittadino romano: si può soltanto decapitare, e comunque fuori dal perimetro di Roma. Dai tre rimbalzi della sua testa sgorgheranno le tre fontane dell’omonima abbazia, il che ci fa capire che ormai abbiamo lasciato il campo delle testimonianze oculari e siamo in pieno territorio leggendario.

martedì 24 gennaio 2012

I blog, ehm, ecco

Stanotte a mezzanotte (cari amici della notte) su wr8.rai.it c'è un intervista a me stesso medesimo; così chi si sentisse in crisi di astinenza può finalmente sapere cosa ne penso dei blog, del rapporto tra blog e giornalismo, tra blog e social network, eccetera. Che non fraintendetemi, gli intervistatori in generale sono gentilissimi a venirmi ancora a cercare, e fanno benissimo a farmi le stesse domande, visto che io continuo a fare più o meno le stesse cose.



Io nel frattempo sto lavorando sulle pause, cioè cerco di farne sempre di meno, chissà che in un'altra decina d'anni di applicazione io non diventi un intervistato affabile, uno che fa anche piacere ascoltare quando parla, hai presente. Se a mezzanotte avete altro da fare (buon divertimento), la trasmissione replica alle sei del mattino, e poi a mezzogiorno, e poi alle 18, e poi troverò modo di linkarvi il podcast, insomma arrendetevi.

UPDATE: Ecco il podcast.

sabato 21 gennaio 2012

Da porcospino a icona gay

Se sarete così gentili da perdonare il mio omofobico ritardo, sul Post c'è il pezzo su San Sebastiano (20 gennaio), il protettore dei vigili urbani e degli appestati, di cui si sussurra in giro che abbia anche qualche riguardo per i gay. Son tutte chiacchiere messe in giro tra Rinascimento e '800, lui in realtà non ha fatto niente...


...A parte offrire il torso a frecce tutt'altro che metaforiche. Comunque se avete notizie più precise, potete commentare sul Post. Alla prossima.

20 gennaio – San Sebastiano (256-288).
Bozzetto di Léon Bakst per il Martyre de St.Sébastien
Tutti i Santi sono icone, ma uno solo è icona gay. Capire come ci sia riuscito, Sebastiano, non è semplice: anzi se qualche altro esperto volesse intervenire con una lunga spiegazione ne sarei contentissimo (nel frattempo segnalo la più completa, a cura di Giovanni Dall’Orto) Quel che sono riuscito a capire è che (1) la Chiesa nega tutto; (2) probabilmente ha ragione, (3) l’associazione tra Sebastiano e omosessualità, anzi, tra Sebastiano e comunità LGBT (oh, lo dice wikipedia) è moderna, ma non modernissima: è già abbastanza data per scontata quando nel 1911 D’Annunzio scrive il Martyre de Saint Sébastien per le musiche di Claude Debussy e le mosse di Ida Rubinstein, ballerina dal fascino androgino. Per l’occasione la Rubinstein vendica i secoli di attori efebici prestati a ruoli femminili. C’è qualcosa di più scabroso di una ballerina russa bisessuale che interpreta un Santo che si fa trafiggere il torso denudato? Sì, una ballerina russa bisessuale ebrea. Pare che quella fosse la vera goccia che fece traboccare il vaso: il Sant’Uffizio mise all’Indice tutte le opere di D’Annunzio, che comunque in Italia non pensava di tornare: troppi ricordi, troppe storie finite male, e soprattutto troppi creditori insistenti e volgari. Ma come gli era venuto in mente di trasformare il pretoriano “favorito” di Diocleziano nel “favorito” nel senso di amante?
Guido Reni: più torso che anima
Mettiamo in chiaro una cosa: D’Annunzio non si inventa mai veramente nulla. È solo un enorme frullatore di cose che esistevano già. L’omosessualità di Sebastiano è probabilmente un’invenzione dei pittori italiani rinascimentali, che accantonano il santo adulto e villoso dell’iconografia medievale e si concentrano su un solo dettaglio: il torso. Più del seno di Agata, più degli occhi di Lucia, dal Cinquecento Sebastiano è per prima cosa il suo bel torso di soldato romano con una doppia vita (guardia imperdiale di giorno, cristiano di notte). Aggiungi una posa languida, una colonna a cui legarlo; aggiungi qualche freccia – ma non troppe: è vero che Iacopo di Varazze parlava di un santo ridotto a porcospino (“ut quasi hericium videretur”), ma quello era il medioevo truculento, ai nuovi artisti interessa altro. Il torso, perlopiù. A un certo punto dipingere un bel Sebastiano doveva equivalere quasi a un coming out. Prendi il Sodoma, che in verità si chiamava Giovannantonio di Vercelli. Il soprannome non è un caso: Vasari perlomeno non lascia molto margine alle interpretazioni.
Era oltre ciò uomo allegro, licenzioso, e teneva altrui in piacere e spasso, con vivere poco onestamente; nel che fare, però che aveva sempre attorno fanciulli e giovani sbarbati, i quali amava fuor di modo, si acquistò il sopranome di Soddoma, del quale, non che si prendesse noia o sdegno, se ne gloriava, facendo sopra esso stanze e capitoli e cantandogli in sul liuto assai commodamente. (continua…)



San Sebastiano, di Giovanni Antonio da Vercelli detto il Sodoma. E qualcuno là dietro sta molestando un cavallo.
Sodoma vive perlopiù a Siena, dove le sue stravaganze sono più tollerate che altrove, in una casa piena di animali (“tassi, scoiattoli, bertucce, gatti mammoni, asini nani, cavalli barbari da correre palii, cavallini piccoli dell’Elba, ghiandaie, galline nane, tortole indiane”), e un corvo canterino che gli fa da segreteria telefonica. I benedettini di Monte Oliveto lo chiamano mattaccio, lui si vendica infilando un gruppo di donne nude nelle storie di San Benedetto, poi pur di farsi pagare le riveste. L’impressione è che un gay abbastanza estroso nel Cinquecento potesse anche cavarsela, purché dipingesse bene a prezzi vantaggiosi, ed evitasse certe città meno aperte di altre: Firenze, per esempio, dove già Leonardo da Vinci aveva rischiato parecchio, e dove allo stesso Sodoma capitò un incidente spiacevole, quando un suo cavallo vinse un palio.
Onde, avendo i fanciulli a gridare come si costuma dietro al palio et alle trombe il nome o cognome del padrone del cavallo che ha vinto, fu dimandato Giovan Antonio che nome si aveva gridare, et avendo egli risposto Soddoma, Soddoma, i fanciulli così gridavano. Ma avendo udito così sporco nome certi vecchi da bene, cominciarono a farne rumore et a dire: “Che porca cosa, che ribalderia è questa, che si gridi per la nostra città così vituperoso nome?”. Di maniera, che mancò poco, levandosi il rumore, che non fu dai fanciulli e dalla plebe lapidato il povero Soddoma, et il cavallo e la bertuccia che avea in groppa con esso lui.
Il Perugino, figurati, di dipingere le frecce non aveva cuore.
Povera bertuccia. Ma insomma nei pittori della generazione del Sodoma l’omoerotismo di Sebastiano è già ben più che latente: la cosa diventa più sottile nei secoli successivi e torna a scatenarsi nell’Ottocento. D’Annunzio ha il ‘merito’, consentitemi le virgolette, di mettere la storia nero su bianco: da lui in poi il dado è tratto, anzi, la freccia è scoccata: i gay trovano il loro Santo protettore e non lo molleranno più. Lungo il Novecento il nome viene utilizzato da scrittori di area anglosassone per creare intorno a certi personaggi almeno un dubbio, un alone sessualità ambigua: è il Sebastian di Ritorno a Brideshead (Evelyn Waugh) o quello di Improvvisamente l’estate scorsa (Tennessee Williams). A dire il vero un giovane Sebastian oggetto di attenzioni omoaffettive c’era già nellaDodicesima notte di Shakespeare… Infine, quel che D’Annunzio poteva solo suggerire nel suo Martyre, ci pensa Derek Jarman a esplicitarlo nel suo film del 1976: pensavate che Diocleziano ce l’avesse con Sebastiano per via del Cristianesimo? ma no, macché, la verità è che prima della conversione erano amanti, insomma, più che un martirio un dramma della gelosia. A me personalmente questo ridurre qualsiasi conflitto a questione passionale irrita un po’, però probabilmente non sono il target di un film di legionari che si baciano e parlano latino con un accento inglese. Da Jarman in poi l’associazione tra Sebastiano e gay è diventata così comune che alcuni hanno iniziato a costruire teorie per giustificarla un po’ più seriamente: le frecce che feriscono ma non uccidono come simbolo della penetrazione? Mah.

Senz’altro le frecce continuano a evocare un sostrato pagano: le guardiamo e pensiamo a Cupido, non c’è niente da fare. Una bella ironia per un santo che si dedicava con zelo a distruggere gli idoli pagani: alla fine ha perso, quando contempliamo il suo glorioso martirio ci viene ancora in mente l’antico Eros. L’associazione funzionava ancora nel medioevo, stilnovisti e petrarchisti sono lì per mostrarcelo. E tuttavia ce n’è un’altra fondamentale, che da Omero arriva fino al secolo scorso e poi svapora un po’: la freccia come allegoria del contagio, dell’epidemia. Un umanità che ignorava l’invisibile, che non conosceva l’esistenza dell’infinitamente piccolo, del batterio, del virus, di fronte al mistero del contagio ricorreva all’immagine della saetta, che un attimo è qua e il momento successivo è là. Già nel primo canto dell’Iliade, se gli Achei muoiono a frotte è perché hanno fatto arrabbiare Apollo Arciere.
St. Sebastian, Osthorst Niels, 2005
Nella Passio Sancti Sebastiani le frecce non sono allegoriche o metaforiche, sono frecce e basta: e tuttavia saranno sufficienti a rendere Sebastiano il santo da invocare contro i bubboni della peste, almeno finché a Trecento inoltrato non arriverà San Rocco a dargli una mano. I secoli passano, ma le epidemie si rinnovano, finché a fine Novecento Sebastiano si ritrova in piena emergenza AIDS: vedi come tutto si tiene? È anche patrono degli arcieri, dei volontari delle pubbliche assistenze e dei vigili urbani, il che può creare un problema di conflitto di interessi nel caso non raro di un vigile che ferma un trans.

mercoledì 18 gennaio 2012

Back to Severgninia

La terra delle metafore

Magari ci sono altri Paesi là fuori - almeno io voglio sperare che ci siano - Paesi qualsiasi, anormali o più semplicemente imperfetti, dove tra tante navi che ogni giorno tornano a un porto senza intoppi, ce n'è una ogni tanto che cola a picco in circostanze non chiare, lentamente: così che c'è tutto il tempo per i cronisti di accorrere sul posto, o fare ricerche serie sui precedenti della compagnia, degli ufficiali, se la nave aveva avuto altri incidenti in passato eccetera. Intanto i soccorsi procedono, si contano le vittime, le circostanze si chiariscono sempre più, si fa un processo, i quotidiani ne parlano. Magari qualcuno decide di schierarsi contro il comandante, appoggiando le tesi di chi ritiene il suo atteggiamento criminale; altri invece (anche solo per cercare di dire qualcosa di diverso, che è un impulso istintivo del commentatore) si domanderanno se non sia il caso di allargare il quadro, e magari troveranno storie collaterali, che arricchiranno effettivamente la conoscenza collettiva dei fatti. Io credo, voglio credere, che in altri Paesi funzioni davvero così. Ma non nel mio, che si chiama Severgninia.

In questo Paese, se una nave cola a picco, per le prime dodici ore i cronisti non si preoccupano troppo di documentare la cosa: tanto c'è twitter, e per i telegiornali c'è youtube con tutti i filmati di repertorio che vuoi, puoi anche mandare un naufragio di qualche anno fa, nessuno farà caso alla differenza. Nel frattempo le nostre penne da prima pagina non è che stiano a giocare al solitario, anche se da fuori sembrerebbe così: in realtà stanno elaborando. Fuori c'è una nave che sprofonda, sì, un equipaggio che cerca di salvare i passeggeri, sì, e sarebbe anche interessante parlarne, se al pubblico interessasse questo, ma al pubblico non interessa questo, bensì, ci credereste? le metafore. I lettori di giornali nel mio Paese ne vanno matti, si può dire che li comprino esclusivamente per le metafore, e così, capite, i giornalisti sono costretti a dargliene. Loro magari vorrebbero parlare della nave che affonda, ma riescono a metterla in prima pagina solo se precisano che è una metafora del Paese incagliato e alla deriva. Che ci volete fare, a Severgninia è così. Non erano nemmeno finiti i soccorsi, e già si leggevano colonnine sulla metafora del Paese incagliato e alla deriva. Evidentemente ci interessano, sennò non ce le scriverebbero. D'altro canto, una metafora così delicata, così sofisticata, quando ti si ripresenta. Ehi, la sapete la novità? Il nostro Paese è incagliato e alla deriva.

(Ma parla per te, @coglione)
C'è un comandante che, da quel che abbiamo visto e sentito, ha dato prova di un atteggiamento irresponsabile e quasi criminale. Magari domani emergeranno prove che lo scagioneranno, lo riabiliteranno, magari si scoprirà che con la sua manovra ha salvato migliaia di persone, non lo so. Non me ne intendo. In altri Paesi parleremmo di lui, litigheremmo su di lui, per giorni e giorni. Non a Severgninia. A Severgninia riusciamo a parlare di lui per pochi secondi, poi diventa immediatamente qualcos'altro. Una metafora (e ti pareva). Dell'Italia e degli italiani - pardon, della Severgninia e dei severgniniani. Ha fatto una manovra pericolosa? Perché noi severgniniani siamo fatti così, chi di noi non è mai stato tentato di passare vicino agli scogli mentre manovra una nave da crociera. Ha minimizzato il rischio e il disastro? Tipico di noi severgniniani, avanti, confessate: stamattina il termometro segnava meno uno e siete partiti senza catene, tali e quali il comandante. Lui scappa dalla nave che affonda, noi ci diamo malati per non andare a trovare la suocera, una faccia una razza. Gramellini si guarda allo specchio e vede il comandante, ecco perché è interessante il comandante: perché ci aiuta a cogliere qualche sfaccettatura del carattere di Gramellini. Se ce l'abbiamo con lui è soltanto perché ce l'abbiamo con noi stessi. O pensavate che ce l'avessimo con lui perché affonda le navi e scappa? No, macché. Ce l'abbiamo solo con noi stessi, noi severgniniani siamo fatti così. Viviamo nel nostro ombelico e ci lamentiamo della lanugine tutto il tempo.

Avete parlato del Titanic, per inciso complimenti, non è da tutti saper pescare riferimenti storici così originali. Ma appunto, quando sprofondò il Titanic, che voi sappiate i giornali sulle due sponde dell'Atlantico si riempirono di elzeviri sul carattere sfrontato e improvvido degli anglosassoni? Sarebbe valsa la pena di scriverli? Sarebbe valsa la pena di leggerli?

Viene divulgata una telefonata tra il comandante e la capitaneria di porto. Sarebbe molto interessante anche se riguardasse un incidente della marina mercantile, ma in realtà ormai si è capito che parla di noi, la capitaneria di porto è nostro padre, o Mario Monti, o il nostro superego, o le tre cose insieme, mentre invece il comandante è Berlusconi, ma è anche un po' tutti noi, che manovriamo navi da crociera come quando facevamo le penne in motorino, che ci vuoi fare, cambiarci è inutile, lo dice anche la pubblicità della schiuma da barba.

Siamo severgniniani. Tutto quello che succede, ha senso soltanto se è il primo termine di una metafora di cui noi siamo il secondo. Tutto è interessante, a patto che parli di noi, della nostra storia e dei nostri difetti che sono così tanti che le metafore non ci bastano mai - ci vogliono più alluvioni, più terremoti, più naufragi, più dirette di Mentana.

A me poi Severgnini sta mediamente simpatico, e onestamente non so neanche cos'abbia scritto sulla tragedia in questione. Non ce l'ho con lui, diciamo che me ne basterebbe uno solo, ecco. E un altro migliaio sui blog, dove non danno fastidio, per esempio adesso sto severgninizzando al quadrato, ma mica mi pagano. Quello che mi atterrisce, quello che mi atterra proprio, è il severgninismo fatto sistema, la riduzione di ogni evento a metafora per cui se ti capita di affondare una nave non è colpa tua, ma di tutto un popolo, una cultura, una storia che ti hanno portato a manovrare vicino agli scogli, povero capro espiatorio di tutti gli italiani che la mattina non allacciano le cinture. Ecco, secondo me altrove non è così. Spero non sia così. Voglio crederci, che non tutto il mondo è Severgninia.