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mercoledì 29 febbraio 2012

Cretinetti 2022

Il caro vecchio buon senso

Magari tra vent'anni nessuno ci penserà più, al TAV e alla Val di Susa. Sarà una zona depressa come tante, dissestata come tante; qualche pastore sarà andato a starci coi fondi dell'Unione. Non faremo nemmeno in tempo a vedere gli armenti, mentre sfrecciamo verso Parigi a fare chissàche. Avremo ricordi molto vaghi, di una cosa su cui avevamo preso una posizione, poi un'altra, quand'eravamo giovani; del fatto che non riuscissimo a trovarci a nostro agio mai, né quando votavamo un Ulivo che se ne fotteva dell'ambiente, né quando ci imbarazzavamo a trovarci dalla stessa parte dei pancabbestia. Magari andrà così.

Magari anche un po' peggio. Il traffico su gomma resisterà, perché più duttile; molta gente smetterà di viaggiare per riunioni di lavoro che si possono fare benissimo davanti a un video; e così ci ritroveremo per anni a pagare il costo di un enorme tunnel che alla fine ci sarà servito a poco. Qualche giornalista un po' più scrupoloso, o qualche ricercatore universitario senza un'idea migliore per una tesi di dottorato, riuscirà finalmente a mettere sui piattini della bilancia tutti i pro e tutti i contro (facile, col senno del poi), e scoprirà che il secondo piattino sarebbe effettivamente risultato di qualche oncia più pesante, se sull'altro non si fosse posata la fame di appalti, la brama di commesse, il keynesismo clientelare e cialtrone di questi vent'anni (che pure ha fatto respirare tante ditte che senza il TAV sarebbero a gambe all'aria da un pezzo).

Simili sorprendenti conclusioni avranno qualche eco nella stampa borghese, sempre piena di quel sano buon senso che ci fa prendere le decisioni più ponderate e meno avventurose; magari il Sallusti di turno, perché ci sarà sempre un Sallusti (anche se spero che a noi sia capitato il peggiore), leggerà il rapporto e sbotterà: ecco per cosa paghiamo le tasse, per i buchi inutili che i nostri papà facevano nelle montagne. Ma cosa avevano in testa, quei deficienti? Invece di fare le cose che andavano fatte. E titolerà: CI TOCCA PAGARE PER QUEI CRETINETTI.

Spero che quel giorno Luca Abbà possa farsi almeno una risata amara. Tieni duro.

lunedì 27 febbraio 2012

Bastardi senza Loria

Io ho avuto tante fortune nella vita, e una è questa: a un certo punto nella mia città, che è minuscola, è spuntata una delle biblioteche più belle d’Italia. Proprio nel centro pedonale, in una ex scuola elementare, ex fabbrica del truciolo, rimessa a nuovo e rivestita di dischi, videocassette, dvd, postazioni internet, e soprattutto libri… Però se vi dico che è bella, non è tanto ai libri che penso. Ci sono senz’altro biblioteche con più libri, ma non importa: basta avere un prestito interbibliotecario che funziona, dei bibliotecari che sanno il loro mestiere, e ogni biblioteca diventa quella di Babele. Ne ho viste di più grandi in città grandi, di più fornite in città universitarie, ma il mio è un centro piccolissimo senza università – anche se ce ne sono quattro tutt’intorno. Quello che fa della nostra biblioteca una delle più belle d’Italia è il suo pubblico.

Studenti, pensionati, lavoratori, stranieri, nella nostra biblioteca vengono tutti: è il luogo più condiviso di tutta la mia città. La varietà di persone che ci trovi dentro non la vedi da nessun’altra parte: né in parrocchia, né in palestra, nemmeno al pronto soccorso. Forse a scuola, tra i bambini, ma gli adulti anche in piazza si tengono separati, ognuno nel suo capannello. La biblioteca è l’unico posto in cui tutti troviamo qualcosa che ci serve, la dimostrazione più bella di cos’è la cultura: non un castello che svetta nelle tenebre dell’ignoranza, ma il posto dove puoi entrare per guardare un film comico in lingua originale, e scoprire a pochi metri un romanzo di cui non avevi mai sentito parlare, un disco di Beyoncé, una fuga di Bach. Le persone che vengono qui anche alla domenica, dove sarebbero altrimenti? Allo stadio, al cinema, in un internet point? Probabilmente non rischierebbero mai di incontrarsi. Qui il rischio c’è, tutti i giorni, ed è fantastico.

Io ho avuto gran fortuna nella vita, ma forse non me la meritavo... (continua sull'Unita.it, H1t#114).

mercoledì 22 febbraio 2012

Figure di Pietro

22 febbraio - Cattedra di San Pietro.

Sì, inoltre oggi è anche il mercoledì delle ceneri, l'inizio della Quaresima, polvere eravamo polvere ritorneremo eccetera. Ma quella delle ceneri è una ricorrenza mobile, che oscilla nel calendario e quest'anno coincide - ambigua ironia - con la festa che celebra la cattedra del più glorioso dei Santi, il primo degli Apostoli e fondatore della Santa Sede, San Pietro primo Papa. La coincidenza ci suggerisce di buttare un po' di cenere su tanta gloria: dopotutto Pietro è un uomo come noi, e tra i suoi primati ce n'è uno in particolare che ce lo rammenta: siamo al cospetto del più grande gaffeur dei Vangeli. Proprio così. Nessuno fa tante figuracce come lui, anzi è discutibile che nei Vangeli altri a parte lui facciano figuracce. Sembra proprio che sia il suo specifico: a volte è come se a Gesù servisse una spalla comica. L'esempio più estremo è in Giovanni (13,8-9), l'evangelista filosofo, che però quando si tratta di Pietro è capace di montare dei veri e propri siparietti:

PIETRO: Tu lavarmi i piedi? Giammai.
GESÙ: Se non ti lavo, non avrai parte alcuna con me.
PIETRO: Ah, allora anche le mani e la testa, grazie.
Altre volte l'impressione è che a Gesù serva semplicemente un tizio ottuso, di quelli che si incontrano spesso nei dialoghi filosofici, e servono semplicemente a far rifulgere meglio la sapienza dell'interlocutore; quando replicano il più delle volte lo fanno soltanto per permettere al Maestro di prender fiato e molto spesso in realtà non dicono niente, se il dialogo fosse una videointervista li vedresti annuire in controcampo. Il classico esempio di battuta di dialogo che può toccare a Pietro è "spiegaci la parabola": come il dottor Watson, il più delle volte Pietro non ha capito bene, non ha capito niente, e questo oltre a essere funzionale a introdurre nel racconto una spiegazione, ce lo rende immediatamente simpatico. L'esatto opposto di Paolo di Tarso, che ha capito tutto senza neanche conoscere Gesù: Pietro viceversa c'era sin dai tempi della Galilea, e sin d'allora non si raccapezzava, chiedeva spiegazioni, continuava a non raccapezzarsi, rimediava figuracce. Non è un caso che Pietro sia uno dei pochi Santi su cui si è sempre potuto scherzare, dal folklore popolare (cfr. Jovine, Signora Ava) alle vignette fino alle pubblicità del caffè. Pietro è uno di noi.

Quando conosce Gesù, e si rende conto dei suoi poteri, gli si getta ai piedi e lo supplica: "allontanati, perché sono un peccatore". Però poi lo segue: Lui solo ha parole di vita eterna (e all'occorrenza sa come si combina una pesca miracolosa). Sul monte Tabor ha l'incredibile privilegio di vedere il suo Maestro trasfigurato nella gloria, tra Elia e Mosè: la sua reazione è la più pedestre che si possa immaginare. "Maestro, qui si sta proprio bene, restiamo? Posso fare tre tende": il pescatore si preoccupa che le apparizioni bibliche possano prendere freddo. Nell'orto degli ulivi è un disastro ambulante: vuole vegliare su Gesù ma invariabilmente si addormenta; quando arrivano le guardie del Sinedrio sfodera la spada, stacca un orecchio a un servo, finché non è lo stesso Gesù a calmarlo. L'istinto barricadero, già ribadito poche ore prima a cena ("se anche gli altri ti abbandoneranno io non ti abbandonerò!", "Ti seguirò anche in prigione e fino alla morte!") gli passa d'un tratto nella portineria del sommo sacerdote, quando Pietro rinnega il Maestro tre volte prima che il gallo canti, senza bisogno di torture, di minacce e nemmeno di giudici: Pietro si fa mettere sotto torchio da una serva. L'episodio è uno dei pochi a essere ricordato in tutti e quattro vangeli, il che ci lascia capire che non esiste, nemmeno nella Chiesa primitiva, una corrente che cerchi di addolcire, di profumare in un qualche modo le fecali figure di Pietro: Pietro è un rodomonte che in tutto il suo romanzo tira un solo colpo di spada e stacca l'orecchio a un poveretto senza colpe; il classico duro-e-puro che alla prima minima difficoltà nega tutto e se la dà a gambe: costui è Pietro già nei primi racconti ancora non scritti, ovvero quelli che probabilmente ha messo in giro lo stesso Pietro. Il quale probabilmente aveva nel repertorio numeri simili a quelli di certi predicatori che raccontano sempre di quando vivevano nel peccato e nell'ignoranza di Gesù: probabilmente l'ex pescatore faceva qualcosa del genere, deliziava il suo pubblico raccontando tutte le sue figuracce in presenza del Dio vivente. ("Ehi, raccontaci ancora di quando hai provato anche tu a camminare sulle acque e a momenti affogavi").

Se Pietro è così umano, troppo umano, cosa ci fa sulla cattedra più importante della Chiesa? Ma sono proprio i suoi difetti a renderlo, oltre che simpatico, una prova vivente della grazia di Dio che esalta gli umili e arricchisce i poveri in ispirito. In realtà sul primato di Pietro si discute da millenni: i cattolici si basano sull'interpretazione metaforica di Matteo 16,18: "Tu sei una roccia e su questa roccia edificherò la mia Chiesa". Pietro prima si chiamava Simone: da lì in poi prenderà il nome di Cefa, "Roccia" in aramaico, "Pierre" in francese: l'italiano "Pietro" perde un po' di significato nel passaggio dal latino. Simone ottiene il prestigioso nomignolo in una delle rare volte in cui risponde correttamente a un'interrogazione del Maestro: "Chi voi credete che io sia?" Simone "the Rock" risponde: "Il Cristo, il figlio del Dio vivente". Per i protestanti la vera "roccia" sulla quale Gesù voleva fondare la sua Chiesa non è la persona fisica di Simone, ma la verità che lui per primo riconosce: che Gesù, appunto, è il Messia. Un'altra possibilità, poco accreditata ma non del tutto improbabile, conoscendo i due personaggi, è che Simone abbia preso l'ennesima topica e che Gesù se ne stia prendendo gioco: oh, ancora con questa storia del Cristo, ma sei duro eh, sei proprio un sasso, d'ora in poi ti chiamerò Sasso. Poi si sa, alla gente piace interpretare e fa ancora più casino. (Continua...)

martedì 21 febbraio 2012

AntiPerformatiValter

Nella teoria degli atti linguistici di John L. Austin esistono quei famosi "atti performativi", che sono discorsi che non si limitano ad affermare o a commentare, ma fanno esattamente quello che dicono di fare. Ad esempio, "lascio in eredità la casa a mio figlio" non è una semplice affermazione: chi la dice/scrive sta proprio lasciando in eredità la casa a suo figlio, in quell'esatto momento, se c'è un notaio nei pressi.

Ora chiedo aiuto a chi il linguaggio l'ha studiato seriamente: qualcuno ha mai pensato all'esistenza di atti anti-performativi, discorsi che disfano proprio quello che stanno affermando e proprio nel momento in cui lo affermano? Per esempio, quando uno dice: Sono molto modesto: proprio in quel momento non lo è più. Oppure uno che urla: voglio Silenzio! Però questo secondo esempio in realtà non funziona, perché uno urlando spera comunque di essere performativo e di ottenere in un secondo momento il silenzio a cui aspira. In realtà non è così facile usare la lingua in modo antiperformativo. Bisogna vivere sul filo del paradosso, non è da tutti. Ma sicuramente è da Veltroni.

Vi ho fregati, altro che filosofia del linguaggio, quello che segue è un altro pezzo su Veltroni. Sì, ci sono ricascato. E dire che le ho provate tutte. Mi sono trovato questa bella rubrica, per esempio domani si festeggia la cattedra di San Pietro, non San Pietro ma proprio la cattedra di legno, non è fantastico? Il mondo è pieno di cose meravigliose di cui scrivere, la vita è breve, l'arte è lunga, e non combinerò mai niente di buono se ogni volta devo fermarmi perché Veltroni ne ha detta un'altra.

D'altro canto lui esiste, e rilascia interviste che sono atti antiperformativi: non vale la pena di segnalarlo agli studiosi? Quando chiama Maltese e rilascia un'intervista dove detta una linea del PD che non ha niente a che fare con la linea del segretario del PD, e nello stesso momento afferma: basta correnti, Veltroni non sta semplicemente giocando a rompere il suo partito e minare la sua fragile risalita nei sondaggi; non sta semplicemente pestando nel torbido del dibattito interno, offrendo a giornalisti interessati settimane di polemiche che poi ricascheranno nel nulla. Veltroni sta sfidando il principio di non contraddizione che è alla base del pensiero razionale moderno scientifico occidentale, Veltroni sta andando oltre, chi sa dove chi sa dove, in una nuova dimensione dove le correnti si fondano negandone la necessità.

E allora dite quel che volete, ma non negate che Veltroni sia affascinante. Molto, molto più interessante del tizio peace and love and figurine che credevamo di aver candidato quattro anni fa. Veltroni è oltre, Veltroni è post, Veltroni è il primo vero politico italiano a vivere in una dimensione 2.0, e in questa dimensione Veltroni si è preso un ruolo di tutto rispetto che è quello del troll. E come tutti i troll, Veltroni è in cattiva fede: non può non sapere che partiti senza correnti ce ne sono stati tanti nel Novecento, anche perché il più importante di tutti è quello in cui è cresciuto lui, il Partito Comunista Italiano. Esatto, sì, era un partito senza correnti formalmente riconosciute: a differenza della Democrazia Cristiana, dove le correnti erano associazioni con tessere, convegni, dirigenti, nel PCI tutto questo per statuto non esisteva. E i miglioristi? Giorgio Amendola era un migliorista. Giorgio Napolitano era un migliorista. Giuliano Ferrara era un migliorista. I miglioristi insomma esistevano; candidavano loro esponenti a livello locale e nazionale; avevano quote di tutto rispetto nelle cooperative e i loro corsivisti di riferimento sull'Unità. Però non potevano chiamarsi corrente, perché il centralismo democratico del PCI non ne prevedeva l'esistenza. Formalmente.

In pratica erano una corrente e si comportavano da corrente, perché - come Veltroni sa benissimo - non c'è nessuna disciplina interna compatibile con la democrazia che può impedire un insieme di esseri umani di pensarla tutti nello stesso modo e organizzarsi all'interno di un partito. Quindi in pratica cosa sta chiedendo Veltroni quando dice che vuole abolire le correnti? Rivuole il centralismo democratico, per cui il segretario detta la linea e la minoranza borbotta impotente contando i giorni al Congresso? Difficile conciliare una visione del genere col veltronismo militante, che consiste nel telefonare a un giornalista ogni volta che si ha una mezza idea da buttar lì, e chìssene se c'è un segretario regolarmente eletto che la pensa in un modo diverso. Quindi: correnti riconosciute no, sarebbe come rifare la DC. Centralismo e correnti sottaciute no, sarebbe come rifare il PCI. Cosa vuole esattamente dalla vita e da noi Veltroni? Una cosa nuova. Il partito leggero. Il partito leggero è una cosa fichissima, l'ha teorizzato Giuliano Ferrara ma avrebbe anche potuto farlo George Orwell dopo aver mangiato pesante. Il partito leggero non ha iscritti, perché gli iscritti potrebbero condizionare le scelte del leader. Il partito leggero elegge il leader mediante primarie, dove tutti i cittadini, senza tessere, possono eleggere i candidati: e per tutti si intende proprio tutti, non c'è nessun sistema per tenere fuori elettori di altri partiti e semplici disturbatori: tutti dentro, tranne i cinesi perché dei cinesi Veltroni sospetta.

Il popolo insomma, cinesi a parte, elegge un leader, scegliendolo da una rosa di candidati che sono espressi non si capisce da chi, visto che correnti non ce ne possono essere. O forse possono esserci soltanto la settimana in cui ci si candida, e devono promettere di sciogliersi subito dopo giurin-giuretta. Il popolo elegge quindi il suo leader, e da quel momento in poi non ci sono correnti, non ci sono minoranze, c'è "più pluralismo" che però non si può organizzare, e quindi non si può esprimere, tranne evidentemente Veltroni, che può rilasciare interviste alla Stampa al Corriere o alla Repubblica. Ma forse mi sbaglio, forse non è una prerogativa che Veltroni vuole per sé, forse qualsiasi non-iscritto al PD ha il diritto di protestare facendosi intervistare sulla Stampa o sul Corriere o su Repubblica, e in ciò consiste il pluralismo. Probabilmente è così, probabilmente la prossima volta che non apprezzo un'uscita di Bersani invece di perdere tempo qui chiamo direttamente Maltese che si prenoti un paio di pagine e un titolo basso in prima. Il partito leggero in somma è così... ah, dimenticavo, Veltroni non solo vuole primarie senza correnti, ma le vuole obbligatorie per tutti i partiti, che se ci pensate è fantastico, cioè, perché poter votare soltanto per il segretario del PD? ma giustamente io voglio scegliere anche il candidato PdL, e IdV, e mi vengono anche in mente un paio di nomi per Rifondazione. In pratica dopo un po' ci sarebbe un gruppo di aficionados che vota a tutte le primarie che trova: ma a quel punto a che serve eleggere tanti partiti diversi? Ma facciamone un solo Partito unico, no? Tanto alla fine della fiera si tratta solo di trovare un modo poco macchinoso per eleggere Monti alla carica che ha già.

Più o meno questa è l'idea di 'leggerezza' di Veltroni-Ferrara: una leggerezza opaca (non sono identificabili né i gruppi che esprimono una candidatura, né gli elettori), strutturata per legge (le primarie obbligatorie), plebiscitaria (l'elettorato non può darsi nessuna organizzazione intermedia, deve votare un leader e poi sciogliersi in attesta della consultazione successiva). Il potere rimane nelle mani del leader, il dissenso in quelle di chi ha in rubrica i numeri di telefono dei giornalisti. E nota che non sono alieni appena arrivati da un disco volante: sono esperti di Novecento che hanno studiato il Novecento e non fanno altro che parlare di Novecento, ogni loro parola è talmente pregna di quel secolo mai troppo breve che Veltroni non riesce neanche a dire la parola "tabù" senza soggiungere che l'ha già usata Freud, insomma è una parola certificata Iso-Novecento: e dopo tutto questo mangiare Novecento, ruttare Novecento, cacare Novecento, il risultato è che ti buttano lì una proposta di partito totalitario per il nuovo millennio, ma grazie tante, è proprio vero che la Storia insegna un sacco di cose a chi l'ha studiata bene.

lunedì 20 febbraio 2012

I soliti Omofobi

Ivano&Fabio&Fabio.
Chiedo scusa se parlo ancora di Sanremo, immagino che non se ne possa più, ma la scorsa settimana tra le altre cose è successo che Scalfarotto ha visto, probabilmente per la prima volta, uno sketch di Fabio & Fabio, e ora minaccia di non tornare più in Italia, visto che è a Londra, una città dove non sarei mai definito “una donna senza ciclo mestruale” davanti a 15 milioni di telespettatori imbesuiti, ha detto così. Probabilmente ha ragione.

E tuttavia chi ha ragione non dovrebbe tenersela per sé, potrebbe fare il minimo sforzo di condividerla con gli altri; in questo caso, invece di mettere in scena la propria indignazione facendo il favore di spiegare a noi imbesuiti cosa c'era di così intollerabile nella battuta, che sì, non era una gran battuta, neanche una battuta media: funziona soltanto per far rima in una canzone, e forse non funziona nemmeno lì. Comunque, visto che siamo tutti d'accordo sul fatto che scherzare sui gay in Italia è delicato, e che sarebbe ancora più grave non scherzare affatto sui gay (sarebbe come trasformarli in un tabù, estrometterli definitivamente da quella normalità a cui giustamente aspirano), quello che ci serve è proprio un paio di indicazioni da un esperto sul campo su cosa offende i gay e cosa no: quindi, insomma, donne-senza-ciclo no. Per me va benissimo, e lo ripeto, non è mai stata una gran battuta, non vi rinuncio certo a malincuore. Ma perché no? Giusto per capire come funziona, così non rischio di farne altre ugualmente offensive. È intollerabile il paragone con le donne, una gay non può assolutamente soffrire l'accostamento? O è la menzione del mestruo?

Nel frattempo Rita De Santis, di Agedo (associazione di genitori di omosessuali), mi informa che quella battuta "contiene due offese in una: verso i gay, considerati dal pregiudizio “maschi mancati”, e verso le donne in menopausa, viste come ormai fuori uso". Giuro che una simile stratificazione di significati, tutti offensivi nei confronti di minoranze, non l'avrei mai intuita. Mandelli dice solo "è com'esser donna senza ciclo mestruale", e in un colpo solo i gay devono sentirsi "maschi mancati" e le donne in menopausa "fuori uso"? A me sembra incredibile che si possa offendere così tanta gente in una frase sola, ma è anche vero che di mestiere non vado in giro a cercare espressioni offensive nei confronti di minoranze, può darsi insomma che la De Santis abbia l'occhio più allenato. Certo che a quel punto se Biggio metteva un naso camuso faceva l'en plein - no vabbe' lasciamo stare.

Io non sono venuto qui a difendere i Soliti Idioti, che non ne hanno bisogno: a parte qualche passo falso (e Sanremo magari è stato uno di questi), in generale hanno vinto. Tra vent'anni, se la baracca tiene, i nonpiugiovani li ricorderanno come il primo programma in cui si sono riconosciuti, quello che li faceva lollare (probabilmente non si dirà più cosi, ma per farsi un'idea) ma soprattutto li identificava rispetto al mondo esterno che non li capiva e li esecrava. Da questo punto di vista farsi compatire a Sanremo ha persino un senso: che disastro se gli sketch avessero funzionato, se gli accigliati critici à la De Gregorio li avessero rivalutati, se di fronte a Fabio&Fabio i 'vecchi' come Scalfarotto si fossero fatti una risata. Forse infilare in uno show dal vivo la gag del ventilatore, che non ha nessuna consequenzialità logica e puoi capire soltanto se conosci già la serie, ha proprio questo senso: ribadire l'alienità dei Soliti Idioti all'Ariston, l'idea che a Sanremo possono andarci ma non possono essere capiti, un po' come Mark Hollis che smette di cantare in playback nell'Ottantasei. Oppure semplicemente sono due idioti, cioè, la gag del ventilatore in uno sketch dal vivo, ma come cazzo v'è venuto in mente.

Io sono qui solo per dire che secondo me Scalfarotto non ha capito Fabio&Fabio, ma non è colpa sua, non è che uno sia tenuto a studiare gli sketch precedenti per capire l'ironia di secondo e terzo livello: uno accende la tv, vede due idioti che fanno le checche e se la prende. Giustamente. Anche se poi uno potrebbe anche domandarsi cosa ci vada a fare Scalfarotto a GDay, che è un bellissimo programma per carità in cui però c'è Fullin che fa la checca senza nessun secondo o terzo livello: fa la checca e basta, e da Londra questo dovrebbe risultare altrettanto intollerabile. Oppure Fullin può scheccazzare come meglio crede perché è un gay? Perché da qualche parte ho letto anche questa cosa: che Little Britain coi gay ha il diritto di andarci giù pesante perché uno dei due autori è gay dichiarato, quindi lui può. E quindi insomma se dopodomani a Biggio e Mandelli scappasse di dire che ogni tanto vanno a letto assieme, improvvisamente la comunità LGBT smette di scandalizzarsi e si fa una risata; e allora io a questo punto se fossi uno dei soliti idioti lo farei davvero un bel coming out, tanto chi controlla. Io continuo a pensare che una scenetta sia divertente o no, omofoba o no, a prescindere dalle scelte di genere di chi la inventa e chi la recita: probabilmente Little Britain è fatta meglio, ma non è che i gay abbiano più diritti degli altri a ridere dei gay: di solito sono più bravi, tutto qui.

Io non sto dicendo nemmeno che Fabio&Fabio non siano due personaggi omofobi, però non lo sono nel senso in cui li intende Scalfarotto. Lui parla di "cliché della checca da avanspettacolo anni '50": non ci siamo. Che sia un cliché al lavoro non c'è dubbio, semplicemente non è quello. F&F, chi li conosce lo sa, sono due ragazzi che vivono insieme (e già questo ci proietta fuori dai '50), che lavorano insieme in un contesto 'creativo' dove non sono gli unici gay, e che vivono in una città contemporanea che accoglie il loro ménage con assoluta indifferenza (anzi, è proprio l'indifferenza con cui i concittadini reagiscono alle sue provocazioni che manda costantemente Fabio-Biggio in corto circuito). Di città così in Italia non ce ne sono ancora molte. Parliamo di qualche quartiere di Milano e Torino, qualche altro distretto in qualche altra città, ma poca roba. Chi abita in queste zone però dei Fabio&Fabio li ha conosciuti - meno caricaturizzati, ovviamente - e in tv li riconosce. Era già molto più difficile riconoscerli a Sanremo, che neanche nei giorni del festival diventa uno di quei distretti in questione, dove si può anche ammettere che due gay si baciano, ma devono essere due ragazze, possibilmente belle, e comunque due in mezzo a cinquanta, alla faccia di Kinsey, e comunque il regista non riesce a inquadrarle.

Nella sua immaginaria città moderna, dove essere gay non sorprende più nessuno, Fabio-Biggio passa il tempo a immaginarsi vittima di discriminazioni immaginarie. Di solito il perno dello sketch è questo, e ripeto, lo si può criticare finché si vuole, e a ragione: perché in Italia essere gay sorprende ancora fin troppa gente, e il più delle discriminazioni non sono affatto immaginarie. Insomma Fabio&Fabio pretendono di fare satira di costume ma falsificano il quadro, fingendo che quello che succede in un distretto di Milano sia la media nazionale. A un certo punto fanno anche qualcosa di peggio, quando gli sketch cominciano a ruotare intorno alla gravidanza isterica di Fabio-Biggio. Si comincia dai sintomi, si passa per il test di gravidanza (che Biggio trucca con un pennarello), si arriva in ospedale e a un certo punto lo vediamo anche con una carrozzina e un bambino dentro, anche se le cose non stanno ovviamente come le presenta lui. Tutte le gag nascono dalla stessa idea: nessuno può permettersi di dire a Fabio che non può fisicamente avere un bambino, perché sarebbe omofobia: e appena percepisce un po' di omofobia Fabio va in loop. Insomma, dietro a tutto c'è un'idea reazionaria: Fabio vorrebbe essere sia gay che madre, ebbene, la natura non glielo consente, ed è inutile che si lamenti e strepiti, la natura è così: lo potrebbe dire tranquillamente Giovanardi. Tutto questo mentre in Italia non sono ancora riconosciute non dico le adozioni, ma nemmeno le coppie di fatto. Biggio e Mandelli prima fanno un salto del futuro, satirizzando i costumi di un'Italia per lo più molto in là da venire; e poi nel passato, ricordando a chi vuole fare una famiglia che comunque l'utero serve, ed è ridicolo pensare, come Fabio, di poterne fare a meno.

Quindi sono omofobi? Sì, molto più di quanto non credano di esserlo; ma non perché fanno le checche anni '50. Anzi, almeno hanno il merito di mostrare personaggi che esistono adesso, e in certi casi nemmeno adesso, ma tra un po'. Fabio non è il classico diverso che vorrebbe essere considerato come gli altri: Fabio è già considerato come gli altri, e la cosa lo fa impazzire: lui deve gridare al mondo che comunque è diverso. È reazionario nelle premesse e nelle conclusioni, ma in mezzo ha il notevole merito di mostrarci la caricatura di una figura fin troppo ricorrente nella nostra contemporaneità: l'esponente della minoranza che si trasforma in un professionista dell'indignazione, allenandosi a trovarla ovunque, anche dove semplicemente non c'è. Lui solo ha il diritto di spiegare cosa lo offende, quando come e perché. Anzi di solito al perché non si arriva mai, di solito è sufficiente strepitare e pretendere le scuse. Sono cose noiose, i "perché", roba da blog di retroguardia.

venerdì 17 febbraio 2012

Perché San Rœmu è Sanremo?

San Remo, equivoco.

Come forse si sarà capito, quest'anno più di altri, invocare San Remo è perfettamente inutile perché il santo in questione non esiste. Questo a dire il vero potrebbe darsi per tantissimi altri santi del calendario, ma Remo in un qualche modo esiste ancora meno di loro: non esiste neanche sotto forma di leggenda, proprio non c'è. E dire che in fondo il nome non è neanche così strano, alla Chiesa cattolica ne risultano di ben più originali: per restare a oggi 17 febbraio per esempio si festeggiano tra gli altri San Bonoso, Sant'Evermodo (quello di Ratzenburg), San Finan e San Fintan (uno scozzese l'altro irlandese), San Yu Ching-nyul, oltre che ovviamente San Mesrop d'Armenia: ma un San Remo no, in 366 giorni un Santo che si chiami Remo non compare mai. La cosa sarebbe curiosa anche se il non-Santo in questione non avesse dato il nome a un popoloso comune, a una classica del ciclismo e a un festival della canzone che magari avrebbe bisogno di patroni riconducibili alla sfera dell'esistenza.

A proposito, se San Remo non esiste, chi è il patrono di Sanremo? Ovvio: San Romolo... (continua sul Post)

giovedì 16 febbraio 2012

Anche peggio della vera tv

Il sospetto orribile è che il giorno in cui avremo finalmente un Festival della Canzone con belle canzoni, presentato da professionisti che conoscono il mestiere, uomini e donne naturalmente affabili, eleganti e di bella presenza con alle spalle mesi di preparazione di ogni benché minimo dettaglio, ma anche in grado di improvvisare a sangue freddo nel momento dell'inevitabile imprevisto, gente insomma che l'ingaggio se lo guadagna col sudore e con l'ingegno - ecco, il giorno che avremo un Festival così, non perfetto ma fatto molto bene, il sospetto orribile è che cambieremo canale dopo pochi minuti. Perché a noi, poi, delle canzoni italiane, non è che interessi così tanto in fondo. (Continua sull'Unità - H1t#113)

martedì 14 febbraio 2012

lunedì 13 febbraio 2012

Mezzano nei secoli

È venuto il giorno che attendevate febbrili, quello in cui mi è toccato scrivere di lui.
Ho anche provato a cercare una valentina decente, niente.

Lui che si vergogna anche solo di apparire sulle cartoline, manda avanti gli amorini, e ne ha ben donde. Il mistero di San Valentino è svelato sul Post. Cosa ci tocca far.


14 febbraio – San Valentino martire (273?), inspiegabile patrono degli innamorati.
“Mi sente?”
“Forte e chiaro, però…”
“Bene”.
“Non riesco a vederla, c’è troppa…”
“…luce, non si preoccupi è normale, ci si mette un po’ ad abituarsi. Senta. Devo farle alcune domande, sono formalità, perché in realtà qui sappiamo tutto quello che ci serve. Nome?”
“Valentino”.
“Cognome?”
“Ehm, strano”.
“Non si ricorda?”
“Non capisco”.
“Guardi che è abbastanza normale, nella sua condizione. Data di nascita e luogo di nascita?”
“Ce li ho sulla punta della lingua, eppure…”
“Le do un aiutino: Roma, Terni o qualche luogo imprecisato in Africa?”
“Adesso come adesso non ricordo, non capisco”.
“Per noi va bene comunque, ci risultano Valentini martiri in tutti e tre i luoghi. Data di morte?”
“Questa la so! 14 febbraio 1026 ab urbe condita”.
“Che corrisponde al 273 dopo Cristo. Perfetto”.
“Ma quindi sono morto”.
“Me lo ha appena detto lei”.
“Sì, infatti, mi ricordo vagamente, però…”
“Lei ci risulta decapitato, il minimo che può succederle è qualche falla nella memoria”.
“Ah, ecco decapitato, ricordo… Mi scusi, ma quindi questo è…”
“Il paradiso, vuole sapere? Non proprio, è una specie di vestibolo. Comunque ho una buona notizia per lei”.
“Per me?”
“Lei ci risulta Santo della Romana Chiesa”.
“Io?”
“Non mi dica che non se l’aspettava, si è fatto martirizzare apposta. Le hanno anche dedicato un giorno del calendario, contento?”
“Un giorno? Non capisco”.
“In effetti. Dunque, deve sapere che un centinaio d’anni dopo il suo glorioso martirio, il cristianesimo è diventata la religione di Stato in tutto l’impero”.
“Il cristianesimo”.
“Incredibile, vero? A quel punto vi siete presi il calendario e avete dedicato ogni giorno a un santo della Romana Chiesa, a quel punto ve ne erano già ben più di trecentosessantacinque”.
“Io pensavo che Cristo sarebbe tornato prima”.
“Sì, ehm, ci deve essere stato un equivoco. Comunque non è andata così male per voi, avete controllato l’Europa per mille e più anni, e lei è diventato un Santo molto venerato, lo sa?”
“Io? Quindi qualcuno si ricorda cosa ho fatto in vita? Perché io proprio…”
“No, mi dispiace, nessuno ha una men che minima idea. Sappiamo solo che è un martire. Del resto lo sa come vanno queste cose”.
“No, veramente no”.
“Probabilmente tutti quelli che la conoscevano molto bene sono caduti con lei. Proculo, Efebo, Apollonio, questi nomi non le dicono niente?”
“Già sentiti, sì”.
“Sono i tre discepoli che l’hanno sepolta. In seguito sono stati martirizzati anche loro”.
“Oh poveretti”.
“Quindi, insomma, tutto il ricordo che ci resta di lei è il suo nome. Però è bastato per infilarla nel calendario, e una volta lì per secoli nessuno ha osato toccarla. Ma siccome non sapevano niente di lei…”
“Siccome non sapevano niente di me…”
“Si sono inventati un po’ di cose, capisce? Comunque niente di offensivo, davvero. Lei ha anche ottenuto un patronato molto ehm, popolare”.
“Cos’è un patronato?”
“Le spiego. I santi della Romana Chiesa svolgono la funzione di intermediari tra il cristiano e la Divinità, capisce”.
“Per Divinità intende…”
“Lo sa che cosa intendo. Già ai suoi tempi ogni tanto invocavate San Pietro o San Paolo, no?”
“Ma sì, come esempi di fede, coraggio, rettitudine…”
“Ecco. Col tempo la cosa si è evoluta, in pratica c’è stata una specializzazione per cui, per esempio, San Pietro è il patrono dei portieri, e San Paolo dei giornalisti” (continua…)
“Giornalisti?”
“Brutta gente, lasci perdere. Insomma, chi di mestiere fa il portiere invoca San Pietro, chi si è scottato con l’olio invoca San Giovanni, eccetera…”
“Mi puzza un po’ di pagano”.
“Ma no, perché? È una cosa simpatica, in fondo”.
“A me hanno tagliato la testa, i pagani”.
“E hanno fatto benissimo, così adesso è un martire molto importante”.
“Se così ha voluto Dio”.
“Sempre sia lodato”.
“Nei secoli dei secoli. E quindi mi scusi, io che categoria dovrei rappresentare? Non ho la minima idea di cosa facessi da vivo”.
“Sì, beh, non ha molta importanza. Certi patronati vengono dati un po’ così, come viene viene, non c’è da mica da prendersela”.
“Non me la sto prendendo, mi dica qual è il mio patronato, così posso mettermi al lavoro”.
“Ecco, questo è lo spirito che ci vuole. Prego, dunque, questo è il suo arco”.
“Un arco? Sono patrono degli arcieri?”
“No, no, quello è Sebastiano…”
“…meno male, ché io sono un tipo pacifico, e poi… ehi, ma mi sembra di averlo già visto, quest’arco… è usato?”
“Sì, è un pezzo unico, molto antico”.
“E cosa ci devo fare, insomma?”
“Ecco vede… per prima cosa: non pensi che sia colpa nostra. Noi ci limitiamo a registrare la vox populi. Vox populi vox dei, lei lo sa il latino, no?”
“Me lo sta chiedendo davvero?”
“Già, giusto. Dunque, ehm, non si arrabbi adesso, ma… la vox populi la ha eletta Santo patrono degli innamorati”.
“Innamorati?”
“Conosce il termine?”
“Sì, credo di sì. Ma cosa diavolo…”
“Ehi, ehi, piano con le parole”.
“Scusi, ma non capisco. Innamorati? Io facevo il vescovo, cosa vuole che ne sappia di innamorati? Ma chi è che va in giro a raccontare cose simili alle mie spalle?”
“Ma no, non c’è nessuna malizia, si figuri, è solo che dovevano riempire un vuoto, capisce?”
“E non potevano riempirlo con qualcos’altro? Innamorati? Io – ora rammento – sono un anziano vescovo timorato di Dio. Per quale motivo dovrei badare ai calori giovanili di qualche ragazzino che…”
“Vede, ci sono diverse teorie, anzi, forse lei potrebbe aiutarci a capire. Secondo alcuni restituì miracolosamente la vista alla figlia di un suo carceriere, si ricorda qualcosa?”
“Vagamente. Pregai per lei, mi pare”.
“E alla fine le scrisse una lettera, firmandosi: Tuo Valentino. Le risulta?”
“Ma sta scherzando? Un vescovo di Santa Romana Chiesa? A una vergine? Ma chi è che mette in giro delle infamie del genere? Sono scandalizzato e umiliato!”
“Ma no, ma perché… ma lei non sa di quanto è fortunato, invece… preferirebbe essere il patrono degli agrimensori? Degli affetti da scoliosi? Sono carini gli innamorati”.
“Un anziano vescovo, che ha onorato per tutta la vita i sacri precetti della Chiesa, e poi…”
“Secondo un’altra teoria, riappacificò due innamorati facendoli circondare da uno stormo di piccioni tubanti”.
“Non riesco a immaginare niente di più stupido”.
“Sono leggende, non bisogna prendersela. Secondo altri sposò di nascosto due fidanzati, un centurione e una vergine cristiana in fin di vita”.
“Beh, sono un vescovo, sposare gente era il mio mestiere”.
“Quindi questa è verosimile?”
“Diciamo di sì”.
“Ecco spiegato il mistero. Quindi ora lei prende questo arco e…”
“No, un attimo. Di vescovi che sposano i centurioni e le vergini ce ne saranno stati centinaia. Perché proprio io?”
“Non c’è un perché. La vox populi…”
“Quand’è cominciata questa cosa? Quand’è che hanno cominciato a rivolgersi a me quegli svergognati?”
“Gli innamorati, intende? Ci sono evidenze a partire dal quattordicesimo secolo”.
“Bene. Cioè. Quattordicesimo secolo a partire da cosa?”
“A partire dalla nascita di Gesù, più o meno”.
“Buon Dio”.
“Ha le vertigini? Non si preoccupi, è normale”.
“Sono confuso. Ai miei tempi si aspettava la fine del mondo da un momento all’altro. Sarebbe venuto Cristo e…”
“lo so, lo so. Ci sono state delle complicazioni, diciamo. Comunque intorno al 1380 un poeta inglese, Geoffrey Chaucer…”
“Cos’è un inglese?”
“Ha presente i britanni? Un po’ più biondi. Chaucer, dicevo, scrive un poema dal titolo Parlamento degli uccelli, che recita, testuale:
For this was on seynt Volantynys day
Whan euery bryd comyth there to chese his make
“Cosa significano questi borborigmi?”
“È inglese, inglese del Trecento. Poiché ciò fu spedito nel dì di Santo Valentino / quando il suo compagno ivi cerca ogni uccellino. Non ci risultano connessioni più antiche tra lei e gli innamorati, e anche questa è abbastanza ambigua. Non siamo nemmeno sicuri che si riferisca al 14 febbraio”.
“Ah, perché la mia festa sarebbe…”
“Il 14 febbraio, non gliel’ho detto? Un po’ presto per la stagione amorosa dei volatili in Britannia. Nel secolo successivo a Parigi le cortigiane tengono in suo onore una seduta dell’Alta Corte di Amore, dove discutono di amore sacro e amore profano e leggono poesie e…”
“Senta, lei diceva prima della scoliosi, ma ce l’ha poi un patrono? Perché magari si potrebbe fare cambio, io in effetti soffrivo di dolori di schiena negli ultimi anni, sicché…”
“No. Non è così che funziona. Lei è diventato una celebrità, sa? Soprattutto a partire dal diciannovesimo secolo”.
“Sempre dopo Cristo”.
“Sempre sia lodato. A quel punto gli inglesi si sono espansi parecchio, hanno colonizzato un Nuovo Mondo che gli si è rivoltato contro, ma gli abitanti di questo Nuovo Mondo non scordano ogni 14 febbraio di mandarsi cartoline di San Valentino”.
“Cartoline?”
“Lettere illustrate”.
“Lo trovo disdicevole inopportuno e scandaloso”.
“Ecco, mi dispiace che lei la pensi così, perché una delle sue mansioni sarà precisamente evadere la posta di San Valentino e proteggere emittenti e destinatari, possibilmente garantendo che gli affetti ivi manifestati siano corrisposti”.
“Ma mi spiega come dovrei…”
“E qui interviene l’arco”.
“Ecco, appunto quest’arco cosa diavolo… aspetti. Ecco dove l’ho già visto”.
“Impossibile. Avrà avuto sotto gli occhi una riproduzione”.
“Questo è l’arco del dio Eros”.
“Complimenti, sì, è proprio esso”.
“Ho capito bene? Mi sta dicendo che io, un vescovo di Santa Romana Chiesa, due volte incarcerato e infine decapitato dai pagani, proprio io…”
“È un grande onore, sa? Pensi al patrono degli operatori sanitari. Il patrono delle piaghe da decubito”.
“…Ho ereditato l’ufficio di un dio pagano?”
“Cosa ci vuol fare, è andata così. Avete voluto diventare la religione di Stato? E mò ve la tenete”.
“Ma io non volevo niente. Pensavo che la fine dei tempi fosse vicina”.
“E invece non era vicina, e la gente quando lo ha capito si è messa l’animo in pace e ha cominciato a pregarvi per gli stessi motivi per cui prima pregava noi: San Biagio salvami dal raffreddore, Sant’Agata fammi crescere le zinne, San Valentino aiutami fallo innamorare, eccetera”.
“Un momento. Lei ha detto noi?”
“Eh, come?”
“Un attimo fa. Parlava degli dei pagani e ha detto noi”.
“Ha senz’altro capito male”.
“No, adesso voglio vederci chiaro… non ci fosse tutta questa luce… quindi alla fine avevano ragione gli dei pagani? Sono stato martirizzato per niente?”
“Ehiehiehi, mi meraviglio di lei. Dubitare del suo Dio, proprio in un momento così importante della sua esistenza. Farò finta di non aver sentito”.
“Un attimo… ora capisco… il quattordici febbraio… le Idi… la mia festa in realtà sono i Lupercalia, è così? L’antica indecente sagra della fertilità con gli aristocratici che correvano seminudi per la città e le vergini che cercavano di toccar loro il perizoma, è questo?”
“Sì, no, in realtà i tempi son cambiati, al massimo le capiterà di sovrintendere a qualche corsa in motorino”.
“Che cos’è un motorino?”
“Un perizoma molto elaborato. Comunque vedrà, avrà tutto il tempo per studiare, affezionarsi…”
“Un mezzano. Avete fatto di me un mezzano. Questa è la ricompensa per una vita di studi e sacrifici e…”
“Ma non se la prenda. Sul serio, c’è chi ha passato la vita nel deserto lontano da ogni fetore di vita e si ritrova Santo patrono degli animali da cortile, preferirebbe?”
“Sempre meglio che mezzano. Mezzano per l’eternità”.
“Ma no, mica l’eternità. Prima o poi finisce”.
“Il mondo?”
“Per esempio. Oppure il cristianesimo, magari a un certo punto comincia ad andare di moda qualcos’altro e nessuno vi pregherà più. A quel punto le toccherà passare l’arco al nuovo fighetto di turno, come sto facendo io. Ché era ora, tra parentesi”.
“Quindi gli dei…”
“Si danno i turni, sì. E adesso, se vuole scusare, ho un banchetto e aspettavano solo me. Non che ci sia il rischio di arrivare tardi, per carità, però…”
“No, ma prego, non la trattengo”.
“Gli amorini glieli lascio? Sono carini e non sporcano, e con le frecce possono darle una mano”.
“Ma io sono un uomo di Chiesa, insomma”.
“Appunto, magari nelle cartoline illustrate ci mette loro e si salva almeno la faccia”.
“Rideranno tutti di me, vero?”
“I colleghi? Tantissimo. Ma è tutta invidia, si fidi. A loro tocca pensare ai terremoti e alla sifilide. Lei non si preoccupi, in fondo è divertente”.

domenica 12 febbraio 2012

Manifesto del conservatore di sinistra

Il Manifesto è sempre stato molto più di un quotidiano, non devo venire a dirvelo io. In certi periodi non ha semplicemente rappresentato un segmento importante della sinistra radicale ma non avventurista, in certi periodi il Manifesto è stato quel segmento: lo ha incarnato, nel bene e nel male e nel medio. Anche adesso, mentre trasforma il suo fallimento in un assedio alla libera informazione. Tutti i piccoli giornali di opinione che campavano di contributi statali rischiano il fallimento, ma è solo il fallimento del Manifesto che è vissuto dalla comunità dei suoi lettori come la sconfitta dell'ultima cittadella libera. E dire che basterebbe guardarsi in giro, accendere il pc, per scoprire che c'è ancora molto spazio per formulare idee e discuterne, e che c'è una diffusa fame di idee e discussioni non banali come quelle che si fanno sul Manifesto. Quindi, in sostanza, non è la libertà, non è il pluralismo, non è il comunismo che sta per fallire col Manifesto. Al limite è una cooperativa di giornalisti e stampatori. Quasi come se non potesse rinunciare ad andarsene senza farci l'ultima lezione di dialettica: cosa succede quando chi lotta per il possesso dei mezzi di produzione riesce a mettere le mani su un minuscolo mezzo di produzione, in questo caso una tipografia? Insomma, pare che ci si arrocchi dentro e rifiuti le innovazioni successive. Marx non sarebbe contento, ma d'altronde è morto, e anche voi non state tanto bene. Aggiungere qua le ultime meditazioni di Piccolo sul conservatorismo della sinistra che avrebbe difeso i film muti all'avvento del sonoro: mi piacerebbe rispondere a Piccolo che non è affatto così, che si sbaglia, che l'art. 18 non è necessariamente una battaglia di retroguardia, ma se nel frattempo l'avanguardia sta facendo lotta dura senza paura per una stamperia, vabbe', mi arrendo, Piccolo ha ragione.

Ieri ho comprato il Manifesto, dopo tantissimo tempo. Costava un'esagerazione, ma pensavo molto peggio. Le prime tre pagine sono tutte sulla Grecia, con informazioni sul campo che su altri quotidiani non credo avrei trovato. Questa è sempre stata la cosa che mi è piaciuta di più del M.: era un giornale che sapeva di stare al mondo, e anche quando per necessità si attaccava all'ultima barzelletta di Berlusconi, non si dimenticava mai che in Birmania c'era una repressione o che in Bolivia infuriava il narcotraffico. Questa cosa ce lo ha fatto apprezzare soprattutto quando internet non c'era. Perché sapete, ragazzi, una volta internet non c'era! E cosa facevamo quindi? Ormai c'è un sacco di gente che non se l'immagina, magari pensa che prima stavamo seduti a fissare il vuoto e cliccare il tavolo. No in realtà alcuni di noi erano predisposti per internet, si può dire che in internet hanno trovato il foro adatto alla loro sagoma, perché già da prima tendevano a concepire il mondo come un ipertesto con molte immagini fastidiose da escludere e molti testi correnti da leggere.

Io per esempio prima di internet leggevo di tutto, e quando dico "tutto" non mi riferisco a un'eclettica produzione letteraria: io ogni mattina, se avevo una scatola di biscotti davanti, ne leggevo gli ingredienti. Poi salivo su un treno e leggevo keine Gegenstaende aus den Fenster werfen, tutti i giorni almeno due volte al giorno. E spesso capitava che leggessi anche i titoli del Manifesto del passeggero che avevo davanti, o di fianco. Oppure passavo davanti a un'edicola e la prima pagina era lì in bella mostra. O lo sfogliavo in qualche circolo arci, in un periodo ne ho frequentati tantissimi. Oppure una laureanda di antropologia con cui uscivo mi fotocopiava un paginone sulla crudeltà in Bataille e io mi incazzavo per gli errori di stampa, così lei mi mollava e io me la prendevo con i comunisti che non sanno correggere le bozze. Insomma, senza mai essere stato un vero acquirente del prodotto, io il Manifesto l'ho sempre letto in giro, in quella internet imperfetta e lenta che era la vita quotidiana fino a 10 anni fa. Il Manifesto faceva parte del paesaggio, che per i primi 25 anni della mia vita è stato più di lettere che di immagini: le immagini semplicemente mi interessavano di meno, ogni parola scritta su un cartello pubblicitario o sulla parete di un cesso reclamava la mia attenzione. Adesso ho una creatura sul tappeto che non si interessa alla televisione finché non parte la sigla con le scritte che scrollano dall'alto: a quel punto alza la testa. Insomma forse è una cosa genetica.

A un certo punto le cose sono un po' cambiate ed è facile attribuirne la colpa / il merito a internet. Comunque è oggettivo, ormai posso restare su un treno per mezza giornata senza far caso al keine Gegenstaende. È grazie al www che non ho più l'urgenza di leggere qualsiasi riga mi stia davanti, internet mi ha saziato di testo, oppure sono stato io che ho trasferito la mia vita su internet e passeggio di sito in sito invece di uscire di casa. Probabilmente leggo molto di più. Ma ho smesso di leggere il Manifesto.

Però internet c'entra fino a un certo punto perché in realtà quando cominciai a entrarci davvero, a passarci dieci ore al giorno davanti (e mi pagavano), ebbene, quello fu il periodo in cui il Manifesto lo lessi di più. Era il difficile 2001, e non c'era un altro quotidiano italiano altrettanto comodo su web. Quasi tutti gli articoli erano on line nelle prime ore del pomeriggio, e si caricavano velocissimi, senza pubblicità o animazioni, così che a volte in qualche tempo morto mi è capitato di leggermelo davvero "tutto" un Manifesto, non credo mi sia capitato mai più di mandar giù intero un quotidiano. Di brutto aveva che non potevi lincarlo: dopo una settimana l'articolo spariva e tu avevi lincato il nulla. Di brutto aveva anche i refusi, quei giochi di parole da Bagaglino che chissà perché sotto la scritta "quotidiano comunista" apparivano fulminanti calembour, certi interventi culturali 100% fuffa (ma ce n'erano di interessantissimi), il comico involontario di certe recensioni cinematografiche. Ma soprattutto per me di brutto c'era il Gran Rifiuto, la scelta di alcuni nomi pesanti della redazione di sostenere l'astensione alle politiche del 2001, quelle che inchiavardarono definitivamente Berlusconi a Palazzo Chigi. Persino Rifondazione aveva fatto un patto di non belligeranza con l'Ulivo di Rutelli, ma ai lettori del Manifesto non andava bene. Volevano chiamarsi fuori, oppure volevano veramente Berlusconi che avrebbe fatto scoppiare le contraddizioni del capitalismo che avrebbero portato all'insurrezione e alla dittatura del proletariato, chi lo sa, fatto sta che poi Berlusconi me lo sono dovuto ciucciare anch'io e non glielo perdonerò mai. Dicevamo?

Dicevamo che fino a un certo punto il Manifesto fu il quotidiano che si leggeva meglio on line, senza i banner e le distrazioni di repubblica.it. Poi qualcosa cambiò, forse trovarono sulla loro strada uno di quei sedicenti webdesigners che in quegli anni si attaccavano come le piattole, quelli che pensavano che il lettore su web ha sempre il mouse in mano e tanta voglia di usarlo e scrollare e cliccare continuamente, anche due o tre volte per leggere un breve fondo di Parlato. Un'altra teoria è che volessero riprodurre il modo in cui si sfoglia il quotidiano: se un pezzo comincia in prima pagina e continua a pag. 6, tu devi cliccare sei volte, come quegli stampatori nel Quattrocento che si dannarono a escogitare un sistema per riprodurre il corsivo ininterrotto dei manoscritti coi caratteri mobili: la gente non vuole una cosa più comoda, la gente è abituata ai propri piccoli rassicuranti fastidi quotidiani. I link interni continuavano a scadere dopo una settimana, e questa è l'unica cosa imperdonabile: un quotidiano che non mette subito l'edizione del giorno gratis on line posso capirlo, ma qual è il senso di nascondere l'archivio ai propri lettori? Avevano paura di far fallire le emeroteche del popolo? Non lo so. Tornai alle mie letture centriste, all'allegro cancan di Repubblica.it. Però il Manifesto c'era ancora, nel mio paesaggio. Faceva ancora discutere, ridere, sorridere e litigare. In effetti non so quand'è scomparso. Forse quando ho smesso di passare davanti a un'edicola tutte le mattine... ma anche se ci passo ora, il Manifesto non c'è più. L'ultima civetta che mi ricordo bene fu quella famigerata su John Kerry che vinceva le elezioni USA.

Nel frattempo anche il paesaggio su internet stava cambiando. Le homepage dei quotidiani diventavano sempre più chiassose e disturbanti, finché smisero di essere le nostre homepage. Eppure stranamente continuavamo a essere abbastanza aggiornati. È che sempre di più ci capitava di arrivare a un articolo dal link di qualcun altro che lo aveva trovato interessante. Questa modalità di condivisione sarebbe poi diventata il 2.0 e si sarebbe istituzionalizzata in facebook, twitter, eccetera, e adesso io dopo cinque ore che sto su internet mi rendo conto che non sono ancora andato a vedere se è successo qualcosa sul giornale. Metti che avvenga una disgrazia... ma no, su twitter me l'avrebbero già detto in tre sicuramente.

Questi link condivisi che ho cominciato a utilizzare dieci anni fa, e che oggi costituiscono la totalità del mio paesaggio, puntano un po' dappertutto: è il loro bello. Anche alla stampa estera, che mi fa sentire intelligente. E a quella di destra, che ho imparato che non puzza tutta allo stesso modo (più che gradi di puzza preferisco pensare a puzze diverse). Puntano alla Repubblica, al Corriere, al Fatto Quotidiano, all'Unità. Mai al Manifesto. Non so perché. Forse ho litigato con tutti i miei amici comunisti, ma lentamente, senza rendermene conto. Forse il Manifesto non produce nulla di condivisibile fuori dalla sua cerchia, ma mi sembra impossibile: e poi ieri l'ho comprato e direi di no, c'è ancora ciccia, magari non per me ma sembra gustosa. È davvero curioso quel fenomeno per cui sulla mia bacheca posso trovare lacerti di Foglio e persino di Libero, ma mai niente del Manifesto, neanche per riderci su. Non posso neanche prendermela col sito, perché adesso è bello, pulito e condivisibile, nel senso che quei famosi tasti per condividere su tw o fb o g+ ci sono. Anche se non li usa nessuno che conosco, evidentemente. Poi c'è un'altra cosa che altrove non vedo: si dà la possibilità di scegliere se leggere gli articoli su una colonna o su due (due è di default, mi pare). Ora, se uno ci pensa bene, perché dovrebbe aver voglia di leggere un pezzo a video su due colonne? L'unico motivo possibile è la nostalgia per la carta, il feticismo per l'opera d'ingegno nell'era in cui era già riproducibile ma non troppo. Ma i lettori del Manifesto sono davvero solo quelli lì? Quelli che magari prendono già la busta paga su internet, e compilano il censimento su internet, però il giornale lo leggono di carta perché è un pezzo della Storia del Novecento, e se in edicola non c'è più si abbassano a cercarlo su internet, ma lo vogliono su due colonne, come i primi nobili acquirenti di incunaboli pretendevano che fossero stampati con un corsivo il più possibile simile a quello ininterrotto dei manoscritti...

Eppure ieri Bartocci a pag. 4, sfogliando gli attestati di solidarietà, in un mare di "identità", "sinistra", "tenete duro", si lascia sfuggire che "tutti ci implorano di migliorare la nostra presenza su internet". Ecco, ma chissà se è davvero quello il problema. Dopotutto il Manifesto su internet non ha affatto una cattiva presenza. Forse il problema è dei lettori che il Manifesto si è scelto, si è formato in tutti questi anni. Sono loro che dovrebbero condividere di più il Manifesto, e mostrare ai redattori magari un po' scettici che la versione web può funzionare, può attirare più lettori, può rimettersi al centro del dibattito culturale (perché politicamente resterà sempre un po' ai margini, ma una volta il Manifesto era "la" cultura di sinistra). Sono i lettori che devono cliccare su quegli accidenti di tasti colorati che ci sono già, sono lì apposta, e provare a portare un po' più di Manifesto nelle praterie del web, dove tanta gente ne ha bisogno ma non ha la minima idea e finisce per farsi intruppare da Beppe Grillo e altre biowashballs. Sono i lettori che devono smettere di finanziare il Manifesto cartaceo più o meno come si dà l'elemosina a uno che te la chiede, con la prospettiva di chiedertela anche domani e dopodomani e ogni volta che la libertà d'informazione sarà minacciata. Sono i lettori che devono insegnare al Manifesto come si pescano altri lettori on line, non sarà facile ma non è nemmeno così difficile, c'è riuscita gente con meno Storia, meno identità e anche meno idee chiare. Sono loro che devono dire Grazie no, l'incunabolo in corsivo medievale non c'interessa più, non vogliamo più attaccare i buoi al veicolo dotato di motore a scoppio, né leggere testi a due colonne, i film sonori ci piacciono più dei muti e quindi Piccolo ha torto. Ah, e Marx (quasi dimenticavo) ha ragione.

giovedì 9 febbraio 2012

Perché poi sempre battutisti al governo

Sapete qual è il problema con questo governo?
Che ci abbia alzato le tasse? No, noi non siamo così banali.
Che sia l'espressione dell'Unione Europea anche se l'Unione Europea non ha nessun piano? No, non è mica colpa di Monti, lui fa quel che può.
Che tra le sue priorità non ci sia la pace sociale? No. Forconi e tassisti sembrano rientrati.
Che parli sempre di sistemi per licenziare e mai di sistemi per assumere? Eh, ma non è mica il solo.
E insomma, allora, qual è il problema?


Sono le battute. Le gaffes. Non ci piacciono. Quasi quasi era meglio... no, non lo dirò mai. Però qualcuno forse comincia a... Ma le gaffes di Monti & co. sono così interessanti? è sull'Unita.it, e si commenta laggiù (H1t#112).

lunedì 6 febbraio 2012

26 croci

A un certo punto della loro Storia i giapponesi - fin lì poco propensi a eseguire sentenze capitali - si sono messi a crocifiggere criminali e traditori. E uno si chiede: ma dove avranno preso l'idea?

Oggi era la festa del gesuita giapponese Paolo Miki, e dei suoi 25 compagni crocifissi a Nagasaki nel 1597. A me anche solo l'immagine fa un po' effetto, ma forse nella loro cultura è normale.

6 febbraio – San Paolo Miki e compagni, martiri in Giappone nel 1597.
Nel 1943, lungo la tristemente famosa “ferrovia della morte” che l’esercito giapponese stava costruendo tra Birmania e Thailandia, tre prigionieri di guerra australiani accusati di furto di bestiame furono condannati a morte e crocifissi.  Legati a tre alberi con del filo spinato, picchiati con una mazza da baseball e lasciati lì ad agonizzare. Due non sopravvissero. Quando il terzo, Ringer Edwards, riuscì a liberare un braccio, gli aguzzini lo riagganciarono all’albero facendo passare il filo attraverso la carne della mano. In un qualche modo i compagni di prigionia riuscirono a passargli acqua e cibo, e dopo 63 ore fu deposto, ancora vivo. È morto nel 2000, in Australia. Oggi i giapponesi oggi non crocifiggono più i prigionieri.
Ma per un certo periodo di tempo lo hanno fatto. Sul web c’è una foto ottocentesca, che non linko, di un servo condannato per aver ucciso il figlio del padrone durante un tentato furto: per chi è assuefatto a vedere crocefissioni dipinte la foto di un cadavere legato a tre assi è piuttosto demistificante. Era il supplizio riservato ai servi, ai prigionieri, ai reietti. Proprio come la crocefissione nell’antico bacino del mediterraneo. Salvo che qui abbiamo smesso di crocifiggere schiavi e prigionieri da Costantino in poi: in seguito il crocefisso è diventato il simbolo religioso che ben sappiamo. In Giappone invece non risultano crocifissioni prima del 1500. Durante il periodo Heian (794-1192), addirittura, non risultano pene capitali per 350 anni. Questo ci porta a formulare un tremendo sospetto. La crocifissione arriva in Giappone nello stesso secolo in cui arrivano i cristiani.
Ognuno è il nasone di qualcun altro, per esempio i gesuiti erano i nasoni dei giapponesi.
I locali ci misero un po’ di tempo a inquadrarli. All’inizio li considerarono indiani venuti a predicare una nuova tendenza del buddismo. In effetti arrivavano da Goa, a bordo di navi il cui equipaggio era quasi interamente costituito da indiani battezzati. Ma venivano da una terra molto più lontana, su cartine che i giapponesi ancora non avevano: il Portogallo. Pochi anni prima a Tordesillas il Papa aveva tracciato una linea dividendo il mondo extraeuropeo in due mega-spicchi: uno di competenza portoghese, l’altro spagnolo. Fu subito chiaro che il Giappone non era uno di quei Paesi in cui i conquistadores sarebbero penetrati come lama nel burro: il re del Portogallo si limitò a inviare i gesuiti, tra cui il pioniere Francesco Saverio, che arrivò nel 1549. Ai membri della Compagnia di Gesù non spettava soltanto la sublime missione di portare il Vangelo, ma anche di inserire l’arcipelago nella rete dei traffici lusitani. Non è che avessero molta scelta: dalle loro attività commerciali dipendeva la sopravvivenza della missione. Per un certo periodo sopravvissero alla grande, esportando seta e importando generi esotici di cui i signori della guerra giapponesi presto non avrebbero potuto far senza, come la polvere da sparo. Non è un caso che, a differenza dei francescani e dei domenicani che sarebbero arrivati più tardi, i gesuiti si rivolgessero soprattutto alla classe dirigente. L’idea era di far piovere il cristianesimo dall’alto: se si battezzavano i daimyo, i feudatari, prima o poi anche i sudditi avrebbero seguito. Fondamentale era dunque non turbare l’ordine costituito. I risultati furono eccezionali, soprattutto dopo l’arrivo negli anni 1580 di un personaggio d’eccezione, l’ispettore generale della Compagnia di Gesù per l’estremo oriente Alessandro Valignano, nato a Chieti e morto a Macao.
Valignano è il teorico dell’”adozionismo”, una strategia di evangelizzazione secondo la quale è il missionario che deve adattarsi all’ambiente, non il contrario. Finito il tempo in cui faceva chic considerarsi gli unici civilizzati tra i selvaggi: finito il tempo in cui si tentava con condiscendenza di far recitare un po’ di latino agli analfabeti. Valignano costrinse i gesuiti a studiare frequentare un corso biennale di lingua giapponese: siccome non esistevano ancora vocabolari e grammatiche, li fece pubblicare. Non riponeva molta fiducia nei missionari portoghesi, che aveva trovato razzisti e privi di curiosità per i costumi della nazione che li ospitava: sperava di poterli ricambiare con dei preti di lingua e nazionalità giapponese nel giro di una generazione. In realtà non era lui stesso un esperto di cose nipponiche, e probabilmente sottostimava l’intensità dello choc culturale: però durante la sua gestione il Kirishitan (dal portoghese cristão), la Chiesa giapponese, superò i 130.000 battezzati, diventando la più grande comunità cattolica in una nazione dove il cattolicesimo non era la religione di Stato (continua…)
La cosa comincia a destare qualche preoccupazione nel signore della guerra che sta unificando il Giappone, Toyotomi Hideyoshi, il quale emette un primo editto antigesuita nel 1587: quando i confratelli della Compagnia cominciano a organizzare la resistenza armata, è lo stesso Valignano a intimarli di rientrare nei ranghi e a mandare messaggi concilianti a Hideyoshi, promettendo che i suoi sottoposti non avrebbero più interferito nelle beghe politiche tra daimyo cristiani e non. Hideyoshi in effetti sta soprattutto cercando di pacificare il Paese: negli stessi anni per ridurre la criminalità organizzata e le lotte tra clan organizza una campagna di requisizione delle spade (con l’acciaio fuso delle lame sarà realizzata la statua di un Buddha). Quando invaderà la Corea, negli anni Novanta, si porterà con sé i daimyo battezzati: non risulta che il cristianesimo li rendesse meno spietati coi nemici. L’unica differenza sensibile è che, in caso di sconfitta, rifiutavano di praticare il seppuku. Ammazzare i nemici va bene, ma suicidarsi, no, un cristiano proprio non può.
Nel 1596 accade un fatto che per metà è Storia e per metà leggenda. Il San Felipe, un galeone spagnolo, si arena sulle spiagge dell’isola di Shikoku. Quando i samurai arrivano e cominciano a organizzare lo smantellamento del relitto requisendo ciò che resta del carico, il comandante non la prende bene. In un qualche modo riescono a spiegargli che loro obbediscono a Hideyoshi e che se vuole far reclamo deve andare da Hideyoshi. Lui effettivamente riesce a ottenere un colloquio con qualche pezzo grosso dell’amministrazione, ma il conciliabolo non va per il verso giusto: da lì in poi la diffidenza di Hideyoshi nei confronti di europei e dei cristiani aumenterà lo porterà a organizzare la prima persecuzione. Fin qui la Storia – abbastanza lacunosa.
Scrivono tutti che questa è un'immagine di Paolo Miki e compagni, ma secondo me ci sono solo i compagni francescani, Paolo dov'è?
La parte leggendaria riguarda il colloquio: il comandante davanti a un mappamondo si sarebbe vantato dei possedimenti del re di Spagna, che dal Perù a Otranto in effetti era l’impero più vasto del mondo: quello famoso sul quale il sole non tramontava. Incuriosito più che intimorito, il rappresentante del governo gli avrebbe chiesto come avevano fatto gli spagnoli a mettere assieme tante terre in così poco tempo. E il comandante, ahilui, glielo aveva spiegato: prima mandiamo avanti i religiosi, che conquistano il cuore dei sudditi, e quando arriviamo coi cannoni sono proprio loro a mostrare i palazzi dei signori pagani. Basti vedere com’è andata nelle Filippine. Bravo comandante, è così che si tutelano gli interessi della madrepatria all’estero. Hideyoshi ci riflette e l’anno dopo comincia ad ammazzar cristiani, con una modalità singolare. Li fa crocifiggere.
Il cinque febbraio del 1597, su un’altura fuori Nagasaki, vengono innalzate ventisei croci. I condannati sono per lo più francescani: sei missionari spagnoli, diciassette terziari francescani (laici) giapponesi, tra cui tre ragazzi. Gli altri tre sono gesuiti giapponesi: un sacrestano, un catechista e un predicatore. Si chiamava Paolo Miki. Non sappiamo molto di lui: era nato nel 1556 in una famiglia benestante che si era convertita negli anni della sua infanzia al cristianesimo; era stato battezzato a cinque anni ed è considerato il primo giapponese entrato nella Compagnia di Gesù. In collegio aveva buoni voti in tutte le materie tranne il latino, il che non gli aveva impedito di diventare un efficace predicatore itinerante, su e giù per l’arcipelago. Non aveva potuto diventare sacerdote a tutti gli effetti, dato che in Giappone non c’era ancora un vescovo che potesse consacrarlo. I confratelli lo consideravano un esperto di religiosità orientale, ma probabilmente bastava poco per essere più esperti di loro. In ogni caso era in grado di tener testa ai monaci buddisti nei dibattiti pubblici: ma più che le sue parole (scrive un confratello portoghese che non necessariamente le capiva bene) a ottenere risultati era l’affetto che sapeva trasmettere alle persone che incontrava. Sulla croce, mentre uno dei ragazzini urlava “paradiso! paradiso!”, Paolo Miki continuò a predicare, a perdonare i carnefici e a invitarli a convertirsi e credere al Vangelo. L’agonia non fu lunghissima: ogni condannato fu trafitto da due lance. I cadaveri restarono però a lungo esposti, e naturalmente c’è chi scrive che invece di puzzare spargevano un profumo di santità gradito anche ai pagani perplessi. Inoltre il cadavere di uno dei missionari spagnoli ogni tanto scendeva dalla croce e andava a dir messa a Nagasaki: poi tornava ad appendersi. Di Paolo Miki non si raccontano storielle analoghe, in effetti queste baracconate da un giapponese non ce le aspettiamo, ancorché cattolico. È anche una questione di stile.
Si dice che nulla fertilizzi più una Chiesa che un martirio, e in effetti dopo quello spettacolare dei 26 le cose sembrarono per un po’ girare per il verso giusto: verso il 1610 a Nagasaki, la “Roma del Giappone” c’erano dieci chiese attive, otto parrocchie, un convento di suore, una stamperia. A Hideyoshi era subentrato Tokugawa Ieyasu, il fondatore dello shogunato che avrebbe assicurato al Giappone una pace di due secoli e mezzo – a prezzo dell’isolamento. In realtà anche Ieyasu stava soppesando i pro e i contro della penetrazione cristiana: da una parte i profittevoli commerci coi gesuiti, dall’altra il rischio di una colonizzazione in stile filippino. D’altro canto anche inglesi e olandesi stavano cominciando a far vedere le vele all’orizzonte: ugualmente desiderosi di commerciare, ma senza la pretesa di fare proseliti e conquistare i cuori di chissà chi. Nel frattempo le campagne erano battute da francescani e domenicani, assai più intransigenti dei Gesuiti nel diffondere un messaggio che avrebbe prima o poi destabilizzato il potere feudale. Ovviamente i vari ordini religiosi non andavano d’accordo: gli spagnoli diffidavano dei portoghesi, i portoghesi ricambiavano, Valignano era italiano e diffidava di tutti. A partire dagli anni Venti gli ordini religiosi furono espulsi e i fedeli giapponesi costretti a calpestare immagini di Gesù e della Madonna. Nel suo romanzo più famoso, Silenzio, Shusaku Endo racconta l’apostasia di un missionario portoghese, Cristóvão Ferreira, che diventò monaco scintoista e confutò tutta la dottrina cattolica in un libro dal titolo affascinante: A Decepção Revelada, “La delusione rivelata”.
Nel 1622 una nave che riportava missionari e cristiani giapponesi nell’arcipelago fu intercettata dagli olandesi, che fecero la soffiata allo Shogun: tutto l’equipaggio fu messo a morte, di nuovo sulle alture sopra Nagasaki, in un martirio di massa che fece impallidire quello di Paolo Miki e compagni. Gli ultimi fuochi furono nel 1637, quando i contadini della penisola di Shimabara (ancora nei pressi di Nagasaki) reagirono all’oppressione fiscale organizzando una rivolta che assunse presto una connotazione religiosa. Il castello diroccato di Hara diventò la loro La Rochelle. Li guidava Amakusa Shirō Tokisada, un quindicenne che sembra uscito da un manga: i ribelli lo chiamavano “messaggero del cielo” e gli attribuivano poteri prodigiosi. Lo Shogun si abbassò a chiedere agli olandesi dei cannoni per rompere l’assedio, ma servirono poco. I samurai persero migliaia di effettivi prima di prendere i superstiti per fame. Di lì a poco nessuno avrebbe più parlato di Kirishitan: per duecento anni gli unici europei autorizzati a commerciare con il Sol Levante furono gli olandesi. Per cosa erano morti Paolo Miki e i suoi compagni, cosa aveva lasciato, di visibile, il cattolicesimo in Giappone? L’unico segno del passaggio dei cristiani sembrava l’abitudine acquisita di crocifiggere assassini e ladri di bestiame.
Il Buddha classico serve a nascondere il crocefisso che c'è dietro.
Quando i giapponesi riaprirono le porte all’occidente (1854), i cristiani non persero tempo. Il proselitismo era ancora proibito, ma nessuno impediva a sacerdoti e suore di stabilirsi di nuovo nei pressi di Nagasaki e costruire una modica quantità di chiese per uso privato. Fu presso una di queste, nel 1864, che un missionario francese, Bernard Petitjean, incrociò un gruppetto di locali. Tra loro, un’anziana signora che gli chiese dove si trovava la statua della Vergine Maria. Petitjean aveva scoperto una comunità di Kakure Kirishitan, cristiani nascosti, che per 250 anni avevano continuato a pregare di nascosto il Dio venuto da occidente. Si scoprì che ce n’erano decine di migliaia, che i loro riti non erano molto ortodossi e che i loro Gesù  erano ormai identici ai Buddha giapponesi: un po’ per mimetizzarsi, un po’ perché di nasoni occidentali non se ne erano più visti da un bel pezzo (e poi anche noi lo dipingiamo spesso biondo, via). E tuttavia a Pio IX bastava e avanzava per gridare al miracolo, e canonizzare Paolo Miki e compagnia.
Ha in braccio un bambino, calpesta un drago, dove l'ho già vista?
Negli anni seguenti ai cristiani Kakure fu concesso di riunirsi con la Chiesa cattolica. Non tutti però riconobbero nei riti occidentali la versione originale di quella che ormai era la fede dei loro antenati. Da kakure (“nascosti”) divennero Harare Kirishitan, “cristiani separati”. Ma hanno continuato a tenere un profilo abbastanza basso, ché non si sa mai. Finché negli anni Ottanta anche in Giappone è arrivato il trend delle minoranze esotiche. A quel punto in qualche isoletta i riti harare rimessi in scena dalle nuove generazioni hanno cominciato ad attirare i turisti, ma gli antropologi arricciano il naso: è più folklore che altro. Forse l’ultima vera comunità di Kakure-Harare è sopravvissuta nelle isole Goto, dove nel 1995 Christal Whelan filmò i riti degli ultimi due anziani sacerdoti (scarsamente interessati a comunicare l’un l’altro). La vigilia di Natale consacravano riso e sakè; in agosto festeggiavano “Nostra signora delle nevi”. Il Padre Nostro, l’Ave Maria, il Salve Regina venivano ripetute come formule magiche senza significato. La Pasqua resisteva come “giorno in cui cessa il lutto”: nessun cenno alla resurrezione. Ma entrambi i preti celebravano il giorno della crocifissione.
(Chiedo scusa a tutti gli esperti di cose nipponiche, so che è tutto molto più complicato – e interessante – di così).