lunedì 30 aprile 2012

Il Merlo nelle orecchie

Il me nel Merlo.

Ci sono almeno due motivi sensati per cui Francesco Merlo, che saluto, può aver definito i blogger "cupi" "parassiti" che "trafficano con le parole": una sortita così 2003 che mi viene voglia di farmi la frangetta e uscire a ballare; e proprio al festival del giornalismo di Perugia. Che è un po' come andare al convegno mondiale dei formaggi a infamare la ricotta.

Il primo motivo è che ormai si è capito più o meno cosa sono i blog: uno strumento. E che questo strumento in sé non minaccia il giornalismo, anzi. C'è una sola figura di giornalista, a ben vedere, che ha veramente qualcosa da temere dalla diffusione dello strumento, ed è appunto la figura professionale egregiamente rappresentata da Francesco Merlo: l'elzevirista puro, quello che prende gli stessi fatti che il lettore conosce già e li rifrigge in prima pagina con un'abbondante spolverata delle proprie opinioni. Merlo fa questo da tantissimo tempo, e non c'è dubbio che sia più bravo di tutti i bloggerz in circolazione - ma è un po' come possedere la migliore sala d'essai quando tutti ormai in casa hanno il videoregistratore: anche se il tuo servizio è qualitativamente migliore, non lo è più abbastanza per farsi pagare il biglietto. Non è che la gente preferisca le opinioni di pincopallo.blogspot a quelle di Merlo: a un certo punto con blogspot capisci che le opinioni te le puoi scrivere da solo, e leggere e discutere quelle di Merlo diventa meno interessante. Al reporter d'assalto, o al super-esperto di una materia specifica, blogspot non toglie nulla; al limite può servirgli come strumento: sia il reporter che il super-esperto continuano ad avere una competenza precisa che nessuno gli può togliere. Merlo non ha nessuna di queste competenze: la sua specialità è trovare le parole giuste, l'ha perfezionata durante un lungo apprendistato in un periodo in cui trafficare con le parole era un'attività artigianale e ben remunerata. Ma oggi che il Fatto Quotidiano, o l'Huffington Post, o qualsiasi altra testata, offrono gratis il loro spazio alle opinioni dei dilettanti, Merlo si ritrova spiazzato, nel senso letterale: non è più ben chiaro perché lo paghino. Questo è il primo motivo: Merlo è un intellettuale declassato, un artigiano che lotta per difendere la sua produzione nel mondo dell'opinione di massa a costo zero, un birocciaio disgustato dall'avvento del motore a scoppio, eccetera.

Il secondo motivo è forse frutto di paranoia mia, ma forse no: forse Merlo ce l'ha con me. Magari quando parla di parassiti cupi non sta pensando a un blogger generale, a un blogger platonico, ma proprio a me, che mi chiamo Leonardo e scrivo qui: il parassita cupo, e trafficante parolaio, sarei io. Questo sospetto è generato - oltre che dall'egocentrismo mio, e dalle orecchie che mi fischiano - da una banale constatazione: su Merlo ho scritto diversi pezzi, non so neanche quanti, in più di dieci anni. Se i primi sicuramente non li ha mai letti (uno devo averglielo spedito direttamente, ma ero una goccia nel mare), non è poi così campato in aria immaginare che gli ultimi lo abbiano raggiunto: in fondo da un certo punto in poi bastava aver attivato google alert (o avere colleghi stronzi). A questo punto la domanda rimbalza, e tocca a me spiegare: perché ce l'ho tanto con Merlo? Solo Ferrara mi ha ispirato di più, ma Ferrara è un personaggio pubblico che da vent'anni gioca a farsi sputare addosso da quelli come me. Merlo non è altrettanto famoso, non è altrettanto controverso: è un onesto opinionista e a rileggere in rapida successione le cose che gli ho buttato addosso in tanti anni sembra davvero che io l'abbia messo nel mirino.

Anche in questo caso ho due spiegazioni. La prima coinvolge un'altra mia ossessione: il liceo classico. Chi mi legge da un po', poveretto, lo sa: per me il classico, e più in generale l'impostazione crociano-gentiliana è la fonte di ogni guaio in cui l'Italia si dibatte. Anche la mafia? Anche la mafia. Anche i terremoti? L'anno scorso un intellettuale ex consulente ministeriale si lamentava perché alle superiori invece di fare un test di letteratura facevano un test sulle norme di evacuazione, quindi sì: anche i terremoti, se fanno più vittime che altrove, devono ringraziare Croce e Gentile. Ecco, di quel liceo, di quel tipo di cultura, Merlo è il degno erede e non fa nulla per nasconderlo: è sempre tutto un citare Socrate e Santippe, e io intanto devo ancora superare questa cosa che a mezzogiorno suonava una campana e quelli del ginnasio uscivano, mentre io ne avevo per altre due ore. Qualche anno fa scrisse piccato alla Gelmini di non toccare il liceo classico, l'"eccellenza" della scuola italiana, invidiato da tutti nel mondo. Io strabuzzavo gli occhi: quale eccellenza? Quale invidia mondiale? Da quali statistiche internazionali evinceva tutto ciò, Francesco Merlo? Nessuna, ovviamente, Merlo mica è così triviale da spulciar statistiche, del resto l'eccellenza del liceo classico è autoevidente, si tiene su per il codino come Münchhausen: solo il classico poteva produrre Merlo, quindi il mondo ce lo deve invidiare, povero mondo senza elziviri alla Merlo sulla prima pagina di Le Monde o New York Times.

La seconda spiegazione è di nuovo più personale. Io sono il prototipo di quelli che dovrebbero fare concorrenza a Merlo: senza essere bravo quanto lui, comunque gli rovino la piazza. Però alla fine gliela rovino proprio perché faccio le stesse cose che fa lui: prendo gli arcinoti fatti del giorno o del giorno prima, e li cucino con un'abbondante spruzzata di opinioni mie. Quel che più m'infastidisce di Merlo, alla fine, è che è una versione meno imperfetta di me stesso. Potete chiamarla invidia, ma in verità è un po' peggio: io non vorrei essere come lui, ma alla fine mi rendo conto che siamo molto simili. Questo orrore per la scoperta del Merlo in me, di me nel Merlo, si legge tra le righe in vari pezzi che gli ho dedicato: nell'ultimo compare quell'endiadi freudiana, heimlich/unheimlich - bella lingua il tedesco, peccato che la studiassi sempre da mezzogiorno in poi, non mi ricordo niente - comunque in sostanza "heimlich" vorrebbe dire "familiare", e il suo contrario, "unheimlich", perturbante; però non è un vero contrario, in realtà unheimlich contiene heimlich, così come il lupo truccato da nonna contiene davvero la nonna, non c'è nulla di più perturbante di ritrovare noi stessi nei nostri nemici, ed è quello che mi succede quando leggo Merlo: è un ex liceale, ma alla fine dei conti lo sono anch'io. È un parolaio, parassita di chi le notizie se le va a trovare sul campo - eccomi qui, presente, lo sono anch'io. Chissà se anche a Merlo capita, quando passa di qui, di riconoscersi. Magari non è mai passato, magari non mi conosce nemmeno, magari esagero come al solito il mio peso sugli infiniti piattini dell'universo; magari invece mi sta leggendo in questo momento, nel cui caso ciao, scusa, niente di personale. Non ce l'avevo con te, ce l'avevo con me stesso: ma tu eri più comodo.


Io e Merlo (piccola antologia personale, dall'ultimo sputo al primo. Non so se ci sono tutti)

Ma tu non sei Eugeeeeeeeew (2011)
Capite, non è tanto Merlo in sé. Merlo si può leggere, a volte è discutibile ma non è che sia disgustoso. Ma leggere Merlo credendo di leggere don Eugenio, come posso descrivere la sensazione perturbante, heimlich/unheimlich... è come scoprire che la biondina che state spiando nella cabina dello stabilimento balneare è vostra sorella ciccia coi brufoli, ecco. E qualcosa dentro di te in quel momento si ribella, nel mio caso il cappuccino.
Il merlo maschio (2009, l'annoso problema del burkini)
...forse senza volere Merlo ha centrato il problema. Quello che ci disgusta di più, dell'Islam, non è il maschilismo. Non sono le bombe (che per ora da noi non si son viste). Quello che ci rende l'Islam più indigesto di altre religioni, è che ci assomiglia da vicino. È la nostra foto in bianco e nero, di quando eravamo più giovani e passavamo pomeriggi in piscina nel tentativo d'intravedere un'ascella: e tra gomitate e risatine si passava il sabato. Il ritratto di noi stessi da poveri, questo è l'Islam.
Martiri della sintassi (2008, per Merlo il liceo classico è un'"eccellenza" che non va toccata: contiene il vincitore del "trofeo sintassi involuta '08")
Pensate, se ci sfasciassero il liceo, Merlo potrebbe essere l'ultimo editorialista al mondo a scrivere cose come "Brunetta che sogna l'ipercinesi mercuriale del colore aragosta o del blu elettrico" o "abbiamo imparato ad usare la gobba di Leopardi contro quella di Andreotti" e tutte quelle scemenze che da anni piazza nella seconda metà del fondo, nella speranza che qualcuno arrivi fin lì.
Come muore un italiano? (2004, Merlo insiste perché la Rai mostri lo snuff di Quattrocchi)
Vedere ed essere visto da milioni di occhi. Per Merlo non c’è italianità più grande. Reggere nell’ora estrema lo sguardo della videocamera. Offrirsi al voyeurismo nazionale. Abbiamo il diritto di vedere. Abbiamo il dovere di guardare. E insomma, ce lo fate vedere o no? (Merlo insiste sul concetto per sei colonne) I corsivisti hanno fame!
Gentile signor Merlo (luglio 2001, con lo zaino già pronto per Genova)
Nei prossimi giorni sarò a Genova, da una parte di una nota linea rossa (che in tutta franchezza non vorrei neanche oltrepassare). [...] So quanto lei che tra le forze dell’ordine non sono tutti lettori di Seneca (e forse neanche di De Gennaro), che anzi ce n’è parecchi che bruciano dalla voglia di sprangarci, e ce l’hanno anche già mandato a dire. Bene, signor Merlo, le dico una cosa: quei ragazzi, quegli uomini, non sono miei nemici. Non ho nulla contro di loro. Ho molto più rispetto per il più esaltato di loro di quanto potrò mai averne per lei, che seduto davanti al suo pc scorrerà i drammi del giorno chiedendosi: vediamo cosa posso buttar giù di divertente, oggi. In tutta franchezza, signor Merlo.

domenica 29 aprile 2012

Sangue, politica e anoressia

29 aprile - Santa Caterina da Siena, dottore della Chiesa, patrona d'Italia (1347-1380).

Tiepolo
Caterina Benincasa è la patrona d'Italia che gli italiani non conoscono. La schiaccia il confronto con la popolarità trasversale dell'altro patrono, Francesco d'Assisi, al punto che fuori da Siena molti la confondono con Chiara, l'amica e confidente di Francesco e fondatrice delle Clarisse. Caterina invece è tutta un'altra storia, un altro ordine (le domenicane mantellate), un altro secolo (il quattordicesimo), un altro mondo che non conosciamo. Per dire, la Rai non ci ha ancora fatto una fiction. Una fiction non si nega a nessuno, Filippo Neri ne ha avute già due. Caterina ancora niente. Uno pensa: per forza, è una contemplativa, non c'è niente da raccontare. Non è proprio così. Caterina una sua storia ce l'ha. Magari è un po' deprimente, ecco.

Tanto per cominciare, Caterina è figlia della peste nera, l'epidemia più orribile mai abbattutasi sul continente. Questo però spiega solo fino a un certo punto un dettaglio singolare della sua biografia, l'avere avuto cioè 24 tra fratelli e sorelle. Per molte famiglie la prolificità fu un modo di reagire a un morbo che svuotò interi villaggi e quartieri (a Firenze forse morirono quattro quinti degli abitanti). Ma quando arriva la peste Lapa Benincasa di figli ne aveva già messi al mondo 24: metà erano morti in giovane età, cosa perfettamente in linea con le statistiche (morì subito anche Giovanna, la sorella gemella di Caterina), ma per gli standard dell'epoca la famiglia era comunque numerosa.


Questo non significa che Caterina fosse destinata al chiostro per risparmiare i soldi della dote, come qualche malizioso lettore sta già immaginando. Va bene, lo abbiamo letto tutti Manzoni, ma molto spesso nelle vite delle sante si presenta l'esatto contrario: la famiglia vorrebbe destinare la figlia riottosa al matrimonio, e lei non vuole. Del resto giudicate voi, tra una vita di castità e meditazione e una spesa a rincorrere una decina di pargoli nella contrada dell'Oca, quale fosse la più attraente. Il caso della 16enne Caterina è reso più drammatico dal fatto che il promesso sposo fosse il vedovo della sorella più grande, Bonaventura. Caterina aveva cominciato a vedere Gesù a cinque anni, e aveva fatto voto di castità a sette, ma soprattutto aveva assistito all'agonia della sorella, morta di parto, e non doveva avere molta stima per il cognato. Memore dell'esempio di Bonaventura, che per punirlo delle sue scarse attenzioni si infliggeva lunghi digiuni, Caterina rifiutò di mangiare finché i genitori non cedettero e il matrimonio andò a monte.

Il disturbo alimentare di Caterina, quello che gli studiosi oggi chiamano anorexia mirabilis, nasce in questa situazione: Caterina non possiede nemmeno il suo corpo, ma sa come tenerlo in ostaggio, e detta le condizioni. Si taglia i capelli ed entra nelle domenicane, ma come terziaria, restando dunque nella casa dei genitori. Impara a leggere e a scrivere: le sue opere di misericordia e le sue prime lettere ai potenti del mondo attirano l'attenzione, chi è questa ragazzina che tratta i grandi uomini alla pari? I domenicani, che per farla entrare in un ordine di solito riservato alle pie vedove hanno chiuso un occhio, temono uno scandalo e la invitano al Capitolo Generale di Firenze per interrogarla. Là Caterina fa l'incontro che le cambia la vita: Raimondo da Capua, dottore in teologia, a cui la ragazza prodigio viene affidata una volta certificata la sua ortodossia. In principio diffidente, Raimondo imparerà ad apprezzare le doti di Caterina, soprattutto dopo essersi salvato dalla nuova epidemia del 1374, racconta, grazie alle sue preghiere. Raimondo sarà per tutta la sua vita il confessore di Caterina, il suo manager, e dopo la morte il suo biografo. Chissà se senza questo sodalizio con la santa avrebbe fatto tanta carriera. (Continua sul Post)

sabato 28 aprile 2012

Chetati, grillaccio!

Il 25 aprile dunque Beppe Grillo ha lasciato scritto sul suo blog che se i vecchi partigiani vedessero come è ridotta l'Italia di Napolitano "metterebbero mano alla mitraglia". È una cazzata? Sì, lo è per molti versi; nessuno dovrebbe permettersi di piantare le proprie bandiere sulle tombe dei partigiani, che peraltro non ci hanno tutti già lasciato (ad esempio Giorgio Napolitano è vivo). Ma bisogna essersi dimenticati di molte cazzate degli ultimi vent'anni, dalle migliaia di fucili bergamaschi alle toghe rosse passando per Mussolini più grande statista del '900, per lasciarsi scandalizzare da Grillo che arruola i partigiani morti. A me, sarò di bocca buona, ma sembra addirittura che ci sia un progresso.

Sarà che ormai ne ho viste tante: pornostar in parlamento, tastieristi da balera al Viminale, ex giovani fascisti in Campidoglio, Bondi ministro alla cultura; e poi ho visto Scajola (Scajola soprattutto sarà difficile da spiegare ai nipotini). Ma per quanto mi sforzi non riesco a vedere Grillo e il *suo* movimento come una minaccia alla democrazia, perlomeno alla democrazia che ancora ci possiamo permettere in questa primavera 2012. Sì, è populista; sì, è un confusionario apocalittico. Ma siamo sopravvissuti a Bossi e a Berlusconi: con tutti i suoi difetti Grillo mi sembra meno pericoloso e soprattutto meno avido; allo stesso modo mi sembra una buona notizia che un po' dei sostenitori delusi di Lega e PDL stiano passando al Movimento Cinque Stelle. Altri elettori Grillo li recupererà all'astensionismo, il che è una ulteriore buona notizia; altri ancora li prenderà dal PD e dalla sinistra, ma è una sfida che PD e sinistra devono saper raccogliere.

Il grillismo non è un fulmine a ciel sereno come ci piace rappresentarlo in questi giorni. Così come la Lega diventò in breve tempo il partito più anziano della Seconda Repubblica, il M5S è praticamente coetaneo del PD ed è più anziano del già moribondo PdL (continua sull'Unita.it, H1t#124).

mercoledì 25 aprile 2012

Perché non avete orecchie

25 aprile - San Marco evangelista (primo secolo)

Un profeta grida nel deserto e battezza i peccatori nelle acque del Giordano; tra di loro vi è un nuovo giocane predicatore, che dopo una quarantena nel deserto si mette a proclamare una buona novella, attraverso parabole enigmatiche e profezie di sventura. Gli va meglio con le guarigioni miracolose: usa sistemi un po' singolari, (fango, sputi), ma tutto sommato funzionano. Un paio di volte si ritrova a dover moltiplicare pani e pesci per le folle che si radunano ad ascoltarlo. Quel che dice però non è sempre chiaro, nemmeno ai dodici collaboratori più stretti, che a volte hanno troppa soggezione per chiedere spiegazioni. In seguito il predicatore viene accusato di sedizione, arrestato e fatto uccidere. Ma il terzo giorno le donne trovano nel sepolcro, al posto del corpo, un ragazzo vestito di bianco che parla di resurrezione, e scappano impaurite. Questo è in sostanza il Vangelo di Marco, che se non si trovasse mimetizzato in mezzo agli altri risulterebbe un testo abbastanza inquietante: c'è un Gesù senza Natale e senza Pasqua, sempre un po' arrabbiato perché la gente non capisce. Alla fine di diversi episodi, miracoli o parabole, c'è quel classico versetto alla Marco, come “E si meravigliava per la loro incredulità”, “Chi ha orecchie per intendere intenda”. Solo i bambini lo smuovono un po' dal suo sempiterno cipiglio (“a chi è come loro appartiene il Regno di Dio”). Insomma è un tizio burbero, con un cuore che lascia vedere solo a sprazzi:
Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia. Ed egli le disse:“Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Ma essa replicò: “Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli”. Allora le disse: “Per questa tua parola va', il demonio è uscito da tua figlia”.
L'episodio c'è anche in Matteo, dove Gesù concede anche un complimento (“Donna, davvero grande è la tua fede!”). In Marco si limita a dire “va'”, e poi passa ad altro. Non è così difficile mettersi nei panni degli apostoli, sempre timidi e vagamente terrorizzati, “stupiti in sé stessi” “Essi però non comprendevano, e avevano timore a chiedere spiegazioni”. Marco è l'evangelista del leone, e il suo Gesù sembra davvero un re leone nella gabbia di un'umanità che non lo capisce. “O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?” (9,19). L'unico Vangelo che suggerisce al lettore che Cristo sulla terra abbia avuto fretta di andarsene.

Ragioni per cui amo Wikipedia.
È anche il più breve: nessuna genealogia, nessuna storia sull'infanzia di Gesù (al punto da far sorgere più di un sospetto di adozionismo: Gesù diventerebbe figlio di Dio solo col battesimo nel Giordano, quando si sente una voce dal cielo dire “Tu sei il Figlio mio prediletto”). All'inizio non era inclusa nemmeno – cosa più sorprendente – un'apparizione di Gesù risorto: solo questo ragazzo vestito di bianco che dice alle donne “Non abbiate paura, Gesù è risorto, andate a dire a Pietro che vi precede in Galilea”. Al che le donne scappano terrorizzate “e non dissero niente a nessuno, perché avevano paura”. La versione più antica finisce così: non molto promettente, per il testo fondativo di una religione. Del resto, se le donne non l'hanno detto a nessuno, come facciamo a saperlo? Logica e sintassi greca dell'ultima frase ci lasciano il sospetto che esistesse un seguito, andato perduto quasi subito e rimpiazzato a volte con un solo versetto, a volte con una paginetta che è quella che di solito troviamo nelle nostre traduzioni. In questo finale Gesù appare di nuovo a Maria di Magdala, che lo dice agli apostoli (“Ma essi non vollero credere”), poi a due di loro (ma gli altri “non vollero credere”) e alla fine a tutti gli undici a tavola “e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore”. Il finale lungo probabilmente non è di Marco, ma come si vede è coerente con il suo protagonista: neanche una parola gentile (Ehi, che piacere ritrovarvi, scusate se vi ho fatto prendere paura con questa cosa della passione e morte...) Del resto Cristo è un re, poche smancerie. (Continua sul Post)

Con infinita cura e sospensione

(Da Schegge di Liberazione, 2011)

Nell’inverno del 1945 sulle Langhe i partigiani in servizio attivo sono ridotti a poche unità. Sulla sua collina Johnny è rimasto solo: l’ultimo amico arrestato in un rastrellamento, l’ultima sigaretta già da un pezzo fumata, calpestata e rimpianta.
Si sedette e rilassò nella più facile e sciolta posizione; poi iniziò la cerca, col più fino e sensibile delle dita, di tutti i resti di tabacco in ogni tasca e per minuti estrasse e cavò segmentini ed atomi di tabacco, misti a briciole di antico pane e fili di stoffa. Aveva ora in un palmo quanto bastava per una sigaretta [...] Poi cercò la carta. La carta di giornale sarebbe andata egregiamente, ma i giornali erano merce sconosciuta nella fattoria. Girò, frugò, rovistò e trovò infine un vecchio opuscolo, aggrinzito e ingiallito dal tempo, di agricoltura e masseria. Ne strappò un foglio e cominciò a torchiare. Era nuovo a questo lavoro, ma da quando partigiano s’era fatto avvezzo ed abile ad una quantità di nuove opere ed imprese. Lavorandoci con infinita cura e sospensione, si rese conto di quanto le sue mani si fossero fatte grossolane e inadatte a questi lavori. Se gli veniva discretamente modellata ad un capo, restava un caos all’altro, e ad un certo momento tutto il tabacco gli sfuggì a terra dalla carta aperta.
Una febbre lo prese e lo squassò, forzosamente si allontanò dal naufragio del tabacco e si disse ad alta voce: «Non perder la testa, Johnny. Non perder la testa, non è assolutamente niente. Del resto, non avevo nemmeno il fiammifero per accenderla»
(Opere, vol. I, p. 840).
Dopo la presa di Forlì, nel novembre precedente, il generale Alexander aveva annunciato alla radio che ai partigiani conveniva coprirsi: di Liberazione si sarebbe riparlato in primavera. Molti prendono il suo annuncio per quello che non è, un perentorio invito a mettersi in letargo e attendere tempi migliori. L’inverno sarà in effetti durissimo. Anche nei territori che durante l’estate erano stati temporaneamente liberati qualcuno si pente di avere fornito ospitalità e sostegno ai partigiani, sperando in una liberazione rapida ed esponendo le proprie famiglie alle rappresaglie di repubblichini e nazisti. «Stanno facendovi cascare come passeri dal ramo» spiega a Johnny un mugnaio. «Ma al disgelo gli Alleati si rimuoveranno e daranno il colpo, quello buono. E vinceranno senza voi. Non t’offendere, ma voi siete la parte meno importante in tutto intero il gioco, ne converrai.» Johnny ne conviene, ma resiste: sarà “l’ultimo dei passeri”, come urla uscendo nella tormenta (e vergognandosene subito), il partigiano che non andrà in letargo. Nel lungo inverno combatterà contro fame, freddo, epidemie, solitudine, nostalgia di casa, astinenza da tabacco.

Qualche anno dopo, l’ex partigiano Beppe Fenoglio dirige un’azienda vinicola. Il tempo libero lo dedica allo studio e alla traduzione dei suoi autori preferiti (inglesi e classici) e alla scrittura. In quegli anni la guerra sembra aver dato a tutti un romanzo da raccontare.
Certe sere tornava a casa prima del solito, visibilmente gravido di pensieri da affidare alla carta. Passava veloce accanto a mia madre e a me [...]. Si ritirava subito nella camera della scala e attaccava a lavorare. Noi dall’alto percepivamo quei tre segni inconfondibili della sua presenza in casa: il fumo delle sigarette, la tosse, e il battere dei tasti della macchina da scrivere.
Scriveva ininterrottamente per ore
. (Marisa Fenoglio, Casa Fenoglio, Sellerio, Palermo 1995, p. 120).
Fenoglio non crede che il suo romanzo sia migliore di quello di molti altri. All’inizio non è nemmeno sicuro di avere un romanzo. La sua prima raccolta di racconti piace più a Calvino che a lui.

La Malora è uscita il 9 di questo agosto. Non ho ancora letto una recensione, ma debbo constatare da per me che sono uno scrittore di quart’ordine. Non per questo cesserò di scrivere ma dovrò considerare le mie future fatiche non più dell’appagamento d’un vizio. Eppure la constatazione di non esser riuscito buono scrittore è elemento così decisivo, così disperante, che dovrebbe consentirmi, da solo, di scrivere un libro per cui possa ritenermi buono scrittore. (Opere, vol. III, p. 201).
Il libro crescerà, lentamente, una sera dopo l’altra, una sigaretta dopo l’altra. Forse per cercare uno stile più suo, o tentare un impossibile distacco da una materia troppo scopertamente autobiografica, Fenoglio inizia a scriverlo in inglese, per passare in seconda stesura a uno strano italiano, ancora sporco di anglismi ma secco, nobile eppur maldestro, come un Cesare o un Livio tradotto alla benemeglio da uno studente ginnasiale – e in fin dei conti quale lingua migliore per l’epica dei partigiani di Badoglio? Non è solo un problema di stile: il libro è l’ennesimo memoriale di guerra, genere ormai inflazionato. Per di più, indulge in episodi che nessuno appare ansioso di condividere – l’esperienza dell’autore nell’esercito regio, prima e dopo il 25 luglio; non omette la vergogna dell’otto settembre; descrive partigiani comunisti e badogliani come antieroi volonterosi, ma prigionieri di una mentalità strategica sbagliata. L’esperienza per altri gloriosa della repubblica di Alba viene descritta impietosamente come un catastrofico errore tattico, che preclude alla rotta dell’autunno ’44: poche settimane dopo Johnny si ritrova solo sulla sua collina, a mettere insieme tremando una sigaretta che non può accendere.

Mentre il romanzo gli cresce davanti, mentre pesta sulla macchina da scrivere e tossisce, Fenoglio si rende probabilmente conto di quanto poco tutto questo sia commerciabile. Un romanzo che si concede la stessa severa ironia nei confronti dei maestri di mistica fascista e dei comandanti partigiani (a volte del resto si tratta delle stesse persone). Un libro sulla provincia senza nessuna concessione al vernacolare, dove mugnai e contadine parlano come personaggi di Omero. Un libro in cui i partigiani non fanno che commettere errori, sparare quando devono scappare, scappare quando devono sparare (ma in generale si scappa molto più di quanto si spari). Prima che scrittore Fenoglio è un uomo pratico. Con Einaudi non ci prova nemmeno. Manda invece una stesura a Garzanti. Gli rispondono proponendogli un taglio drastico: far morire il personaggio subito dopo l’otto settembre, concentrandosi sull’esperienza di Johnny nell’esercito regio, nei giorni cruciali dell’armistizio. Quanto alla guerra partigiana… a Garzanti non interessa. È un po’ come proporre a Melville di far affondare il Pequod appena salpato da Nantucket, ma Fenoglio non si considera certo un Melville. Piuttosto un mercante di vini, e scrittore di quart’ordine, e gli editori hanno senz’altro più fiuto di lui.
Il breve romanzo uscirà nel 1959 col titolo Primavera di Bellezza, senza destare particolare attenzione di pubblico e critica.

Il vero libro è quello che rimane negli scartafacci di Fenoglio, una poltiglia inestricabile di italiano classicheggiante e inglese miltoniano. Ma nel 1959 Fenoglio non sa di essere un bravo scrittore: è abbastanza persuaso del contrario. L’abitudine a pensare in miltonese e tradurre in un italiano marziale e senza tempo la vive più come un limite che come una risorsa espressiva. Eppure qualcosa in lui resiste. Dopo avere ucciso il suo alterego all’inizio della guerra antifascista, Fenoglio lo resuscita, e si rimette a lavorare sul rovente materiale della guerriglia nelle Langhe. Fa in tempo a uccidere Johnny una seconda volta, stavolta alla fine del gennaio ’45, nel primo conflitto a fuoco dell’anno nuovo (la parte finale, in cui negli ultimi mesi di guerra segue le truppe inglesi come interprete, viene accantonata senza essere tradotta in italiano).
Vuole farne un altro libro; forse ha riconosciuto nello scartafaccio il suo libro migliore. Ma non ha più tempo: si arrende al cancro ai polmoni nell’inverno del 1963. Aveva 41 anni. Lo scartafaccio finisce nelle mani dei filologi, che ci litigheranno per qualche anno senza riuscire, a tutt’oggi, a pubblicarne una versione completa e coerente.
Quello che trovate oggi sugli scaffali si chiama Il partigiano Johnny (il titolo glielo diede il primo curatore). È privo della prima parte (l’esperienza militare di Johnny fino all’otto settembre), dell’ultima (le avventure di Johnny come interprete degli inglesi), e di tanti altri episodi importanti, eliminati da Fenoglio nel tentativo di trasformare il libro di una vita in quello che sarebbe piaciuto agli editori, e magari anche ai lettori, un romanzo breve.

Fenoglio aveva chiesto di riposare ad Alba, al riparo dal vento cattivo di quella langa che Johnny aveva difeso da solo per un inverno intero, quando gli stessi abitanti gli suggerivano di farla finita, tornare a casa, non restare ultimo passero sul ramo. «Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e di partigiano. Mi pare d’aver fatto meglio questo che quello» (Opere, vol. III, p. 200).

I suoi brani sono citati dall’edizione critica Einaudi in cinque volumi, a cura di Maria Corti, oggi fuori commercio.

lunedì 23 aprile 2012

Megalomartire

23 aprile - San Giorgio, cavaliere (III secolo).

San Giorgio un giorno s'è stufato, di ammazzare draghi e salvare fanciulle che poi alla fine si sposano sempre con coltivatori diretti e fanno tre bambini. San Giorgio di Portogallo. Di Ferrara. San Giorgio di San Giorgio a Cremano. Un giorno ha spento la sveglia ed è rimasto a letto, lo ha chiamato la segretaria verso le 8.05.

“Cavaliere, tutto bene?”
“Insomma”.
“Cavaliere lei forse non si ricorda ma stamattina avevamo un appuntamento per le otto, c'è un drago nel Polesine, una dozzina di fonti da bonificare, e inoltre...”
“Il drago nel Polesine, ricordo benissimo”.
“Cavaliere c'è qualcosa che non va?”
“Sono un po' depresso Teresa”.
“Si mette in mutua? In aspettativa? Cavaliere mi scusi eh, ma io a quest'ora lo devo sapere, se devo chiamare un supplente...”
“Sì, ecco, chiamate Demetrio”.
“Cavaliere, Demetrio è morto”.
Clic.

San Giorgio di Lituania. Di Catalogna. Di Reggio di Calabria. Un giorno si è stufato e basta. Hai voglia a dire la vocazione. Cos'è poi questa famosa vocazione? Siamo bambini di campagna, ci sbucciamo i ginocchi sulla ghiaia, un giorno arriva la fanfara: arruolati nella cavalleria! Girerai il mondo! Ucciderai i draghi, salverai le fanciulle! Bivaccherai sulle vette più alte!

“Si suona la chitarra nei bivacchi?”
“Prima si ammazzano i draghi, poi si suona la chitarra”.
“Cosa sono i draghi?”
“Sono bestie cattive sputafuoco, minacciano le nobili fanciulle, quando sono giovani guizzano un po' ma li trafiggi facile”.

Allora, tanto per cominciare non è vero che sputano fuoco. Forse una volta, sicuramente nelle favole. È un modo romantico di nascondere la prosaica verità, ovvero che i draghi hanno un alito pestilenziale, se sbuffano sai di fogna per tre settimane. Sono bestie anfibie ma non si lavano, anzi sporcano dappertutto, si installano in un fiume e ci fanno la palude. E gli escrementi, quando ti arruolano non ti parlano mai degli escrementi. Tonnellate da smaltire, e mai – mai – mai! una sola pentola d'oro. Al limite qualche minorenne impaurita e incrostata dai liquami che non ti dice grazie. Giorgio cova il dubbio che alle tizie il drago sotto sotto piaccia. Coi genitori non lo ammetteranno mai, ma... È quel tipo di mostro virile che si fa strada nel parcheggio delle scuole medie con un sei marce scoppiettante, il maschio alfa, le ragazzine fiutano il testosterone e la morchia, una cosa che fa ribrezzo. Giorgio certe mattine sotto l'elmo vorrebbe portare la mascherina, si è anche informato, pare non si possa.

“Che figura ci facciamo con gli utenti”.
“Sono allergico al polline”.
“Tu sei San Giorgio, il Megalomartire”.
“Ma infatti, sono già morto di choc anafilattico sotto Diocleziano”.
“Sei morto almeno tre volte”.
“Ecco, appunto, adesso anche basta, grazie”.

San Giorgio di Georgia, Caucaso. San Giorgio di Georgia, USA. San Giorgio in Campobasso. Non è che rivanghi così spesso i vecchi tempi. Quando i draghi erano verdi e non marron, e sprigionavano una deliziosa fiammella al sentor di diavolina, te la ricordi Demetrio l'odore della diavolina a Champorcher -

“Giorgio, la devi smettere di parlarne con me. Io sono morto, non sta bene”.
“Come sarebbe a dire che sei morto, scusa, quando sarebbe successa questa cosa”.
(continua sul Post...)

sabato 21 aprile 2012

Dio è sempre 1 + di te

21 aprile - Sant'Anselmo d'Aosta, dottore della Chiesa (1033-1109).


Dunque, c'è un cosmonauta russo, uno dei primi, che è appena tornato dallo spazio. Per prima cosa lo portano da Krusciov, che gli chiede: “Compagno, tu che sei stato lassù, dimmi la verità, a me la puoi dire: Dio c'è? Lo hai visto?” E il cosmonauta: “Compagno Segretario Krusciov, a te posso dirlo: sì, l'ho visto”. “Compagno, quello che tu dici è terribile, terribile. Mette in crisi tutto quello in cui crediamo”. “Compagno segretario, lo so, ma insomma, io l'ho visto”. “Va bene, lo hai visto, ma giura che non lo dirai a nessuno”. “Certo compagno, lo giuro”. “Bene”.

Qualche tempo dopo, profittando del clima di generale distensione tra i due blocchi controllati dalle superpotenze, lo stesso cosmonauta viene invitato al Vaticano, dove ha un colloquio privato con il pontefice. Il Papa dunque gli mette subito un braccio dietro la spalla, e in un russo un po' scolastico gli dice: “Figliolo, tu che sei stato nello spazio, beato te, dimmi la verità, a me la puoi dire: Dio c'è? Lo hai visto?”
E il cosmonauta: “Santo Padre, a voi posso dirlo: no, non l'ho visto, Dio non c'è”.
“Figliolo, quello che dici è terribile, terribile. Mette in crisi tutto quello che...”
“E insomma Padre, cosa volete che vi dica: se non l'ho visto non l'ho visto!”
“Giura almeno che non lo dirai a nessuno”.
“Giuro”.

Non so chi sia l'inventore di questa storiella. Ricordo che la lessi su un libro di barzellette che circolava alle elementari, e non la capii: a volte è meglio così, la memoria si attacca meglio alle cose che non riesce a spiegarsi immediatamente. In seguito mi sono convinto che fosse un apologo famoso e l'ho cercato su internet, senza successo: così lo metto qui, alla voce Anselmo d'Aosta, che non è che c'entri molto, eppure.

La barzelletta mi piace per tanti motivi. È profondamente ambigua: dipinge un certo tipo di atei come una setta di credenti, anche loro con un sistema di dogmi che se ne frega delle eventuali prove empiriche. Però dice anche il contrario: i credenti sono come i materialisti più smaliziati, se ne fottono della verità. Ormai ci hanno montato un carrozzone intorno che deve andare avanti comunque, che Dio esista o no. Mi piace il fatto che il cosmonauta racconti due versioni, senza che ci sia modo di capire quale sia la vera: potrebbe anche avere mentito a Krusciov, e potrebbe avere detto la verità al Papa, per il gusto di deludere entrambi.

Però la barzelletta piace soltanto a me, non la racconta più nessuno da anni; a renderla datata è il riferimento alle prime missioni spaziali sovietiche. A nessuno verrebbe in mente di collegare un giro in orbita in una minuscola capsula alla ricerca di prove sull'esistenza di Dio. L'universo che abbiamo in mente, da cinquant'anni a questa parte, è infinitamente più vasto: Dio, se c'è, è un po' più in là. Oppure, mi raccontavano a catechismo, Dio semplicemente non va cercato nello spazio astrale, Dio è “dentro di noi”, curiosa espressione che mi lasciava un po' interdetto: se Dio fosse dentro di noi dovrebbe essere più piccolo. Ma Dio non può essere più piccolo di noi, vero Anselmo? (Continua sul Post...)

giovedì 19 aprile 2012

Ce la meritiamo.

Quando ero un ragazzino non c'era solo la DC - che già di per sé era una disgrazia di ragguardevoli proporzioni - soprattutto c'era la sensazione che la DC ci sarebbe sempre stata. Sempre. Quando ero un ragazzino al limite si poteva sperare in una DC più moderna, in una DC meno cattolica (ma tutto sommato era già meno cattolica di quelle di adesso), un una DC tre gradi più a sinistra, due mezze latitudini più a nord, questo era tutto. Una DC disposta ogni tanto a farsi governare da un laico. Una DC più efficiente. Una DC un po' meno ladra, una DC non esageratamente mafiosa, questo per dire era l'orizzonte di speranza della generazione di mio padre. Che odiava Andreotti e votava la DC. Perché i veri nemici di Andreotti erano nella DC, pensava lui, ed effettivamente in quegli anni la cosa aveva un senso (in seguito chi per un motivo, chi per un altro, sono quasi tutti morti, i nemici di Andreotti).

Poi ci sono stati degli sviluppi imprevisti, inutile adesso mettersi qui a raccontare tutto da capo. No, sul serio, forse è davvero inutile. Guarda infatti dove siamo arrivati, il Partito della Nazione e tutto quanto.

Siamo arrivati al punto in cui non solo c'è la DC, più centrale che mai; ma c'è anche la sensazione che questa nuova DC sia un sofferto punto d'arrivo, al punto che perfino io mi scovo a pensare boh, mal che vada c'è pur sempre la DC - e mio padre mi ride in faccia dallo specchio. Ai suoi tempi la DC sembrava un dato naturale, ineliminabile, ma oggi forse è peggio.

Perché oggi è ormai chiaro a tutti che se la DC c'è, se dopo tanto tempo non abbiamo trovato niente di meglio che reinventarla, è proprio perché noi, la DC, ce la meritiamo.

lunedì 16 aprile 2012

Il leghista di bronzo più perenne

Lo so che probabilmente non è né il luogo né il momento, ma in fondo all'Unità mi hanno sempre lasciato scrivere tutto quello che volevo, e stamattina voglio scrivere qualcosa che mai avrei immaginato: un elogio a Matteo Salvini, leghista infaticabile.

E dire che di tutti i leghisti era quello che a pelle sopportavo di meno. Forse perché suo coetaneo, ero portato a sottostimarne la consistenza. Mi indisponeva soprattutto quel suo eterno corruccio da malmaturo, provato e riprovato allo specchio: quella smorfia da camionista incazzato al bar, lui che in realtà veniva da un liceo classico e che probabilmente capiva più il greco antico che certi dialetti bergamaschi. Quando era europarlamentare davo per scontato che non riuscisse a capire dove si trovava e perché: amavo immaginare lui e il suo collaboratore Franco-fratello-di-Umberto Bossi che vagavano per Bruxelles senza riuscire a decifrare la mappa bilingue della metro, con grande scorno dell'Europa delle Regioni. Tutti pregiudizi, i miei, tutti parti dell'invidia. C'è voluta una congiuntura mondiale, il crollo del berlusconismo e l'esaurimento del bossismo, perché me ne accorgessi. Del resto è nella tempesta che si vedono i veri capitani, e Matteo Salvini questo è, un capitano coraggioso che non lascerà la Lega finché non sarà salva l'ultima donna, l'ultimo bambino, e poi calerà a picco con lei - ma non è detto.

Non è affatto detto. Gli ultimi sondaggi, vatti a fidare, dicono che regge sul sette per cento. Davvero niente male per un partito terremotato. Le ragioni della tenuta le hanno messe per iscritto in tanti: la Lega ha uno zoccolo duro, la Lega ha sempre un piede nell'antipolitica, la Lega non si è sporcata col governo Monti eccetera. La Lega, aggiungo io, può contare su cavalli di razza come Salvini, che in questi giorni in tv ci sta mettendo la faccia senza mollare, non indietreggiando davanti al ridicolo, regalando al suo partito performance assolute come quella di ieri da Giletti... (continua sull'Unità, H1t#123, speriam bene).

venerdì 13 aprile 2012

Scopa ciula scopa

La scopa di Damocle

A questo punto della settimana magari vi siete un po' rotti di ascoltare discorsi sui malvagi leader leghisti disonesti che hanno deluso i militanti innocenti, i fieri attivisti che ce l'hanno ancora duro e puro. Vi va di sentire un'altra campana, magari un po' stonata come certe squille lombarde dal battacchio fesso? Ecco, secondo me la questione morale leghista non esiste. Secondo me ai militanti leghisti non gliene è mai fregato niente che un Bossi o una Mauro o un eventuale Calderoli s'intascassero qualche rimborso o qualche mazzetta qua e là. Niente. Meno che zero. Io la penso così, anche perché l'alternativa è ritenerli tutti imbecilli, gli Elmi, dal primo all'ultimo: non dico che non ce ne siano in discreta percentuale, in fondo in molti distretti dell'Alta Italia è un prodotto tipico; ma tutti ciula, tutti mona, i leghisti, no.

Eppure è un po' quello che in questi giorni si lascia intendere: vuoi per semplificazione giornalistica, vuoi per razzismo, vuoi perché talvolta agli stessi leghisti conviene recitare la parte dei tramortiti (guarda per esempio Bossi che alibi perfetto si è trovato). E così è da due settimane che ci raccontiamo che all'improvviso si è scoperto che la Lega ruba, ooooh! Siamo nati ieri, ci siamo dimenticati della CrediEuroNord, dell'Enimont, di qualsiasi pendenza giudiziaria di Bossi & co. Siamo nel 1992, stiamo tutti risparmiando le monetine per poi tirarle a Bettino Craxi. E facciamo finta di non ricordare che anche con Craxi andò così: tutti sapevano, tutti lasciavano fare, finché ad un tratto tutti si stancarono, tutti cascarono dal pero. Ma Craxi non cadde perché rubava. Aveva rubato per tanti anni e la gente ci scherzava su: alcuni persino orgogliosi dello stile che ci metteva, del decisionismo sbarazzino con cui ci sifonava. Craxi cadde perché a un certo punto gli italiani si resero conto che come ladro aveva fatto il suo tempo, che non era più un fattore di rinnovamento; il muro di Berlino era caduto e si voleva provare l'alternanza tra ladri di schieramenti diversi; magari controllandosi a vicenda avrebbero rubato meno, chi lo sa! Proviamo! E Craxi non voleva, Craxi diceva agli italiani non votate il referendum, andate al mare, Craxi da ladro internazionale e innovativo era all'improvviso diventato un reazionario brigante borbonico, e a questo Ghino di Tacco retrivo gli italiani dissero no! Al mare vacci tu. E non tornare più. Certo, la magistratura diede una mano, ma a volte, senza offendere, la magistratura italiana assume le movenze di quel tipo di bestia che prima di attaccare controlla che la preda sia già moribonda. Con Craxi andò così. Con Forlani andò così. Con Berlusconi no, Berlusconi moribondo non lo è nemmeno adesso. Con Bossi e il cerchio magico, invece...

La notizia non è che siano ladri. O pensate che il leghista fino a due settimane fa considerasse Renzo Bossi un infaticabile lavoratore e un brillante studente, fiore della meritocrazia insubre? Il leghista non è un abitante della luna, il leghista in fin dei conti è un italiano. Un arci-italiano, che in quanto tale tende a fottere lo Stato nella misura delle sue possibilità: se ha una fabbrica evade, se ha un'attività non fattura, se non ha niente si arrangia a non pagare le multe, l'importante è fottere qualcosa alla collettività. Uno così fino a sei mesi fa secondo voi si poneva il problema della dichiarazione dei redditi della famiglia Bossi? Che i Bossi suggessero risorse dello Stato era quasi doveroso, un ossequio allo spirito antistatalista e anarcoide del movimento. E se il senatur cominciava a essere troppo suonato per fregare, che almeno fregasse il figlio! E la moglie! E la badante! Quello che è successo negli ultimi sei mesi non è un'improvvisa riscoperta dell'insussistente etica leghista. Semplicemente, dall'ultimo raduno di Pontida in poi, i militanti si sono resi conto che Bossi è alla frutta. Fisicamente, non moralmente. Le avvisaglie si erano avute con la surreale avventura dei ministeri a Monza - intendiamoci, all'inizio la storia poteva avere un senso: nel momento in cui si scopriva il bluff del federalismo fiscale, bisognava trovare un diversivo, alzare l'asticciola delle rivendicazioni localiste, e quindi perché non spostare qualche ministero. Il problema è che invece di trasformare la richiesta in un semplice slogan, magari da portare in campagna elettorale, i leghisti quelle sedi le hanno volute aprire davvero: si sono visti un bluff da soli, indizio lampante di scarsa lucidità. Poi Pontida, il leader che raglia cose incomprensibili, un supplizio. Infine, lo scorso inverno, la figuraccia con Maroni, prima dichiarato indesiderato e poi frettolosamente recuperato. A questo punto la base aveva tutti gli elementi per formulare un giudizio preciso: mancava una scusa per liquidare il cerchio magico, e questo tipo di scuse in Italia la magistratura te le trova sempre, con un tempismo che a volta fa paura. Perché alla fine rubano tutti: però, in un qualche modo, quelli che rubano di più o più sfacciatamente, e che finiscono nei guai, sono quasi sempre i politici decotti.

Viene il sospetto che questa assurda legge, i rimborsi elettorali forfettari a fondo perduto, ce la siamo scritta così proprio per questo. Così siamo sicuri che rubano tutti: così, quando ci stanchiamo di uno o di un altro, la scusa per liquidarlo la troviamo in mezza giornata. Di sicuro è uno che ruba: se non ruba lui, ruba la sua compagna; o il figlio, o il tesoriere, qualcuno nei pressi che ruba c'è sempre: come potrebbe essere altrimenti, abbiamo innaffiato soldi dappertutto. I nostri rappresentanti hanno carta bianca: se non vogliono rendicontare le spese, pazienza: in compenso sanno di avere tutti una spada di Damocle placcata 24k sulle loro teste. Appena ci annoiano, appena ci infastidiscono, appena ci convincono di non essere più interessanti nemmeno per un siparietto a Ballarò, zac, sei un ladro, fuori dai piedi. E per una mezza giornata ci sentiamo anche dei severi censori, con la nostra brava ramazza in mano. Mandrie di ciula, questo siamo. Leghisti o no - non è un prerequisito necessario, no.

giovedì 12 aprile 2012

Quel che non si può più dire, tanto ormai

Intorno alla poesia di Günter Grass il dibattito mondiale si è inviluppato in una specie di ciclone. Si discute animatamente sui trascorsi nazisti di Günter Grass, sull'antisemitismo vero e presunto di Grass, sui meriti e sulle responsabilità di Grass, sulle reazioni più o meno razionali dei politici e dei letterati israeliani all'intervento di Grass, sull'opportunità di ritirare il premio Nobel a Grass, insomma si parla di tutto... meno che del contenuto della poesia di Grass. Come se di tutto il dibattito il testo che lo ha scatenato fosse l'oggetto meno interessante. Se ne sta nell'occhio del ciclone e non lo legge più nessuno. Peraltro almeno qui da noi c'è un problema di traduzione, che rende i ragionamenti di Grass più arzigogolati di quanto probabilmente non suonino in originale. Detto questo, non è escluso che una reazione del genere sia esattamente quello che Grass si aspettava. La stessa poesia sembra fatta apposta per stimolare un dibattito centrifugo: la maggior parte dei lettori (sempre più distratti, su internet soprattutto) perde l'attenzione molto prima di arrivare al nocciolo di quel che Grass ritene "debba esser detto": e in effetti sul finale Grass ha in mente una proposta concreta, ma non è di quella che si discute in giro. Si discute dei trascorsi di Grass diciassettenne nelle SS. Sul fatto che Israele lo dichiari persona non grata, tra l'altro in base a una legge che permette di impedire l'ingresso a chi abbia aderito al nazismo (la stessa norma si potrebbe applicare anche a papa Ratzinger, coi suoi trascorsi nella Gioventù Hitleriana?) Insomma tutto il dibattito di questi giorni ruota intorno a un gigantesco argumentum ad hominem: non si discute più di tanto delle idee di Grass, ma del fatto che sia Grass ad averle. Per molti israeliani, ma persino per i socialdemocratici tedeschi, sarebbe meglio che non le avesse: non su questo argomento.

Che l'opinione pubblica israeliana possa nutrire diffidenza per un intellettuale che ha impiegato mezzo secolo a riconoscere i suoi trascorsi nazisti, mi sembra del tutto comprensibile. (Continua sull'Unità, H1t#122).

martedì 10 aprile 2012

Scherzando col Magog sbagliato

10 aprile - Sant'Ezechiele, profeta (620-550 aC circa).

Si parlava di Maya. A me non fanno nessuna impressione. Invece, sapete cos'è che mi dà qualche brivido? Il profeta Ezechiele. C'è poco da scherzare. Stiamo parlando di uno degli scrittori più influenti della storia. Ebrei, musulmani e cristiani di tutte le confessioni lo venerano come uomo di Dio; persino gli ufologi lo apprezzano molto per quella pagina in cui si ritrova al cospetto della gloria divina su una specie di carro alato che è la cosa più simile a un'astronave aliena che sia possibile trovare nella Bibbia; non solo, ma persino il processo di pace in Medio Oriente (e quindi nel mondo intero) dipende non in minima parte dall'interpretazione di alcuni suoi versetti oscuri - non sto scherzando, e non è il solito complotto rettiliano, è tutto alla luce del sole purtroppo.

È curioso, ma non del tutto inappropriato, che a tanta fama Ezechiele sia arrivato senza essere un grande scrittore: lo schiaccia soprattutto il confronto con gli altri due profeti maggiori della Bibbia, Isaia e Geremia, che lo precedono nel canone biblico. A Ezechiele manca l'afflato lirico del primo, e il pathos rancoroso del secondo; ma forse è proprio per compensare le sue carenze stilistiche che è costretto lavorare con gli effetti speciali, inventando un nuovo stile visionario e teatrale a base di mostri, oggetti volanti, battaglie titaniche, morti che risuscitano... già qualche esegeta ebreo storceva il naso, considerandolo un contadino al cospetto del nobile Isaia, eppure le sue allucinazioni avranno un enorme successo. Postumo, ovviamente, perché i grandi profeti biblici in vita sono quasi sempre inascoltati e sbeffeggiati. Nemmeno l'aver azzeccato la caduta di Gerusalemme e la deportazione nella Babilonia di Nabucodonosor II gli guadagnerà la stima dei contemporanei. Con Ezechiele però comincia la letteratura apocalittica, quella che descrive un futuro imminente o remoto a base di visioni allegoriche e oscure. Alle sue macchine volanti e alle sue battaglie finali si ispireranno gli autori del Libro di Daniele e dell'Apocalisse di San Giovanni. Ma il contributo di Ezechiele alla storia del mondo non si conclude certo lì.

Siamo nei primi mesi del 2003. L'invasione angloamericana dell'Iraq è ormai data per certa: si tratta soltanto di definire i dettagli, capire chi abbia voglia di dare una mano (Berlusconi, in quel momento, pochissima). Jacques Chirac è all'Eliseo che sbriga le sue faccende quando gli passano il telefono più importante che hanno, non so se all'Eliseo ci siano i telefoni colorati come una volta alla Casa Bianca, ma è un dettaglio che ci possiamo anche inventare e non farà sembrare la storia meno verosimile. Insomma, dall'altra parte del filo c'è George W. Bush. Chirac quando prende in mano la cornetta si immagina già cosa il tizio più potente del mondo vorrebbe da lui: l'appoggio francese alla Coalizione dei Volenterosi. E tuttavia Bush riesce ugualmente a sorprenderlo. Le Président non riesce a capire di cosa stia parlando: non è un problema linguistico, c'è senz'altro un interprete in mezzo, ma i ragionamenti di Bush sono talmente sconnessi che farfuglia anche l'interprete. Ci sono due tizi, Og e Magog, operativi in Medio Oriente... una profezia biblica si sta per compiere e una nuova era sta per giungere, et toute cette sorte de conneries. Chirac si mantiene sul vago, le faremo sapere, e poi chiama il suo staff: si può sapere chi sono questi Og e Magog, e perché io non ne sapevo niente? Che figure mi fate fare in società? (Continua sul Post...)

domenica 8 aprile 2012

Vorrei una festa immobile

8 aprile 2012 - Pasqua di resurrezione

Anche quest'anno Cristo è risorto e voi siete in ritardo
Io ho un problema con la Pasqua, e credo di non essere il solo. Mi coglie sempre di sorpresa, in un momento in cui avrei altre cose da fare, la scadenza dell'assicurazione e il modello unico. Di solito è aprile, quando il raffreddore di cambio stagione cede il campo alla rinite allergica e la depressione da antistaminici caccia via la depressione dell'ora legale. Però non mi dovrei lamentare, ho addirittura una settimana di vacanza - ecco, questa settimana è sempre un inghippo, ti arriva tra capo e collo creando più stress di quanto non ne risolva, una mattina entri in classe e dici "La prossima settimana verifica" e loro ti rispondono "La prossima settimana vacanza", come sarebbe a dire vacanza? Ah già, Cristo risorge, vabbe' però non vale. Perché google calendar non mi dice mai niente? Perché non hanno vinto i quartodecimani?

I quartodecimani erano cristiani d'oriente, per lo più della Siria e dell'Asia Minore, che festeggiavano la Pasqua tutti gli anni lo stesso giorno: il 14 del mese ebraico di Nisan, punto. In pratica celebravano la festa nello stesso giorno degli ebrei, fraintendendone però il significato: gli ebrei festeggiano Pesach, il passaggio nel mar Rosso, dalla schiavitù alla libertà (oggi la festa dura una settimana e comincia il 15); i cristiani quartodecimani erano convinti che Pasqua derivasse da πάσχειν, "patire", e che consistesse nel ricordo della passione di Gesù. Altrove la celebrazione si era ormai legata alla ricorrenza settimanale della domenica, e al momento della resurrezione (il passaggio dalla vita alla morte alla vita); inoltre questa cosa di festeggiare insieme agli ebrei non andava giù a molti. I sostenitori della domenica e i quartodecimani litigarono per parecchio, senza trovare una soluzione, ma nemmeno senza arrivare a uno scisma; nel frattempo c'era anche la solita corrente new age che voleva tagliare la testa al toro e festeggiare l'equinozio di primavera: a un compromesso si arrivò soltanto col Concilio di Nicea, e come molti compromessi, era arzigogolato e probabilmente scontentava un po' tutti. In effetti, quand'è che si festeggia la Pasqua? (Continua sul Post)

venerdì 6 aprile 2012

Innamorarsi di venerdì (santo)

Poterti smembrare coi denti e le mani
sapere i tuoi occhi bevuti dai cani,
di morire in croce puoi essere grato
a un brav'uomo di nome Pilato...
6 aprile 2012 - Venerdì Santo. Passione e morte di Nostro Signore
E per quattro secoli abbiamo preso lezioni
d'amore da questo tizio
Il sei aprile 1327 era un venerdì santo, come oggi. Non è una coincidenza rara, ma nemmeno così frequente. Il sei aprile 1327 non fu un venerdì santo come tutti gli altri, in cui muore Gesù, si legano le campane, e buona notte. Il 6/4/1327 potrebbe essere "il giorno ch’al sol si scoloraro / per la pietà del suo factore i rai, / quando i’ fui preso, et non me ne guardai, / ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro", insomma il giorno in cui Cecco di ser Petracco, meglio conosciuto col nom de plume di Francesco Petrarca, in una chiesa di Avignone incrocia gli occhi di Madonna Laura e si innamora per tutta la vita. Ma ci dobbiamo credere? Petrarca è un poeta tra medioevo e umanesimo, ragiona in termini di microcosmo e macrocosmo, inoltre ha la segreta ma ferma sensazione di essere il più grande poeta del secolo e ah, che ironia, in qualsiasi altro secolo avrebbe avuto ragione: dunque la sua storia d'amore non è una storiella qualsiasi, ma deve ottemperare a precise caratteristiche cosmiche, deve inchiavardarsi anche lei tra la terra e il cielo delle stelle fisse, tutto deve procedere come una complicata orologeria e se uno ci pensa bene, Francesco Petrarca non poteva che innamorarsi di venerdì santo, mentre Cristo muore e non può dargli un'occhiata "onde i miei guai / nel commune dolor s'incominciaro". Petrarca è uno di quei poeti che sembrano non tornare mai di moda. Ogni tanto qualcuno ci prova - c'è stato un centenario di recente - ma niente da fare, il petrarchismo non tira. Troppo levigato, troppo asessuato, chi lo sa. Però, se posso spezzare la lancia, sul venerdì santo Petrarca aveva avuto una bella intuizione. È il giorno perfetto per innamorarsi: c'è la primavera che spunta dappertutto, i pollini che pizzicano gli occhi ("che di lagrime son fatti uscio et varco"), ma c'è anche la morte, spesso annunciata da rovesci temporaleschi che bagnano le prime magliette a maniche corte, e certi colpi di fulmine a metà pomeriggio. Comunque non è una morte seria, non è come il mercoledì delle ceneri che porta con sé quaranta giorni di astinenze e fioretti; il venerdì santo è una morte per scherzo, l'uovo di Pasqua è già sull'alzata a centrotavola. Per chi è curioso, Francesco e Laura non ebbero nessuna storia. Lei andò forse sposa a un marchese di Sade, non quello famoso, un suo antenato; lui tre anni dopo si fece prete, una cosa che nessuno dice mai, eppure sta su tutti i libri: Petrarca era un prete. Lo sapevate? Ebbe due figli da due donne diverse, scrisse per tutta la vita caste poesie d'amore a questa Madonna Laura, fu poeta laureato e girava l'Italia in missione di pace, ma per lo più campava di benefici ecclesiastici (oggi si chiama otto per mille). (No, perché poi ci si domanda come campavano gli artisti prima della SIAE: per esempio, facevano i preti).
Ben più della morte che oggi ti vuole,
ti uccide il veleno di queste parole
le voci dei padri di quei neonati,
da Erode, per te, trucidati.
Nel lugubre scherno degli abiti nuovi
misurano a gocce il dolore che provi:
trent'anni hanno atteso col fegato in mano,
i rantoli d'un ciarlatano.
Il venerdì santo è uno di quei giorni che fa veramente la differenza tra chi è cristiano praticante e chi no. Il Natale lo festeggiano anche in Cina, ormai. Santi e profeti e parole di vita eterna ce li hanno un po' tutti, ma un Dio che muore in croce per i loro peccati ce l'hanno solo i cristiani, e ci tengono. Il palinsesto televisivo si adatta come può: un Jesus Christ Superstar qua, una Passion là - a proposito, quale dei due trovate più blasfemo? Io non ho dubbi, il super-dio di Mel Gibson che sopravvive a mazzate che stenderebbero un elefante mi sembra da scomunica. E invece ai tempi l'ufficio stampa lavorò molto bene, riuscirono in qualche modo a scrivere che il Papa lo aveva visto e gli era piaciuto. Wojtyla nel 2004 aveva un anno scarso da vivere ed è triste pensare che davvero abbia buttato via due ore per sorbirsi un film horror in latino ecclesiastico.
Si muovono, curve, le vedove in testa,
per loro non è un pomeriggio di festa;
si serran le vesti sugli occhi e sul cuore,
ma filtra dai veli il dolore.
Fedeli umiliate da un credo inumano,
che le volle schiave già prima di Abramo,
con riconoscenza ora soffron la pena
di chi perdonò a Maddalena;
di chi con un gesto, soltanto fraterno,
una nuova indulgenza insegnò al Padreterno,
e guardano in alto, trafitte dal sole,
gli spasimi d'un redentore.
A proposito del latino, fu una trovata geniale: (continua sul Post...)

I Bossi e gli allori

Sono i giorni della passione di Umberto Bossi: storia straziante, che nasce già intrecciata ad aneddoti leggendari. Si racconta per esempio che a far crollare il Capo non sia stata la confessione di questa o quella ruberia, ma la scoperta che il figlio non si stava laureando, come pure aveva solennemente promesso al patriarca. L'episodio sembra scritto da uno sceneggiatore geniale, che la politica italiana non si è mai meritata: se le cose fossero davvero andate così, Renzo Bossi avrebbe deluso Umberto Bossi proprio mostrando di essere degno figlio di suo padre, che i libretti universitari li truccava 40 anni fa, millantando coi famigliari lauree in medicina e inesistenti impieghi all'ospedale.

Bossi era quel personaggio lì, il boccalone pieno di inventiva che nei bar della Valpadana conosciamo bene; in seguito ha fondato una lega che è diventata un movimento che è diventata un partito che ha cambiato la Storia d'Italia e gli ha fruttato anche qualche soldino, ma non ha mai smesso di essere quello lì: uno che non ha bisogno di titoli per fiutare dove va il vento, uno che non lo freghi. E invece l'han fregato i figli, che Bossi in un qualche modo avrebbe voluto diversi da lui: lui ci ha provato a farli studiare, ma niente da fare. È il problema della seconda generazione, anche questo in Valpadana lo conosciamo bene: il padre ignorante ma di cervello fino fonda un'azienda, in questo caso un partito: i figli crescono svogliati, il padre li manda all'università e loro si comprano la laurea: se nostro padre non ne ha avuto bisogno per fare fortuna, perché dobbiamo perdere tempo noi? La crisi dell'imprenditoria italiana si può anche raccontare così: giovani virgulti che non hanno studiato ereditano aziende a conduzione famigliare che erano innovative e concorrenziali vent'anni prima. Non resta che piangere miseria, dare la colpa ai cinesi e abolire l'articolo Diciotto. Nel frattempo si vota Lega, il partito che non ti fa sentire ignorante. Ma forse c'è un equivoco. (Continua e si commenta sull'Unita.it, H1t#121)

giovedì 5 aprile 2012

Sembravi un politico


Ormai commentare le iniziative mediatiche di Veltroni è un po' come ridere delle chiacchiere di un umarell sulla panchina, un gesto sostanzialmente vile dal quale chi ha un minimo di autostima saprebbe astenersi. A mia discolpa posso dire che l'umarell è creativo: anche quando pensi che non potrà mai più stupirti riesce sempre ad aggiungere qualche nuovo dettaglio. In questo caso, per esempio, ha usato twitter. L'anno scorso chiamava i pacifisti alle manifestazioni pro-guerriglieri libici via facebook, adesso usa twitter e anche stavolta si distingue. Pensandoci, riuscite a trovare qualcosa di meno efficace di una dichiarazione ufficiale spezzettata in cinque o sei tweet che ovviamente leggeremo in ordine inverso, come la segnaletica orizzontale in autostrada (DI NEBBIA / IN CASO / RALLENTARE)? Oltre al senso di totale solitudine che ti dà quell'uomo che "vede solo ora" una cosa di cui stanno parlando tutti da un giorno, e reagisce scrivendo sei tweet di getto. Uno si chiede. Non ce l'ha VW da qualche parte un sito ufficiale, sul quale pubblicare questa breve dichiarazione, che poi si potrebbe linkare con un tweet, uno solo, basta e avanza? Oppure neanche uno, non sarebbe meglio lasciare che siano gli altri a cinguettare di noi?

È un vecchio discorso. Che ci fanno i politici su twitter? Davvero credono di poter interagire con chiunque passa, così, senza diaframmi? A parte il fatto che un diaframma spesso c'è ed è un ufficio stampa incapace, ma in generale è una cosa che a un politico conviene? Sicuri che non sia meglio mantenere una certa distanza, una certa aura di professionalità e ineffabilità? I re merovingi a un certo punto non parlavano più con nessuno, se ne stavano impalati sul trono in silenzio, e se ti toccavano ti guarivano dalla scrofola. Quello era carisma: non dico che sia riproponibile nella postmodernità digitale, ma sicuri che valga la pena di esserci sempre, in qualsiasi accrocchio comunicativo vada di moda in quel momento? Vent'anni fa non c'era twitter, ma andavano già molto forte le scritte sui muri dei bagni pubblici. La gente le usava per esprimere i propri punti di vista sulla politica e sulla società, e per incontrare nuovi partner. E tuttavia a nessun politico venne in mente di armarsi di uniposca e di intervenire in quella che era già una grande conversazione sociale. Non è che se scrivevo CRAXI LADRO lui perdeva tempo ad affittare un muro e scriverci SIAMO TUTTI LADRI IDIOTA. Dite che facebook o twitter siano meglio delle scritte sui bagni? Per qualità? Per quantità? Perché finalmente si può usare il simbolo del cancelletto che prima nessuno sapeva a cosa servisse? Se ne può discutere, ma se mentre discutiamo Veltroni decide di dire la sua su twitter, chi lo proteggerà dagli schizzi di guano?

Prendiamo il caso Calearo. Il mio politico ideale, in una situazione del genere, non risponde. Siccome non c'è nessuna risposta elegante, la cosa più elegante da fare è star zitti, aspettare un'occasione migliore per apparire intelligenti. Ma se proprio vuol parlare, il secondo mio politico ideale è quello che affetta un minimo di astuzia. Non quello che scrive "sembrava diverso", forse la frase più patetica che può dire un adulto senziente. Chi è che nella vita normale dice "sembrava diverso"? Ve lo dico io: La moglie con due occhi neri al pronto soccorso dice che quando si è fidanzata il tizio "sembrava diverso", il puttaniere che scopre troppo tardi di aver imbarcato una trans si guarda allo specchio e dice "sembrava diverso"; nessuno con un minimo di professionalità politica da difendere risponde "sembrava diverso". È un'affermazione che contiene già in sé la risposta più sensata: no Veltroni, Calearo non sembrava diverso, Calearo è sempre sembrato quel che era. Davvero la tua linea di difesa è: non mi sono accorto che Calearo è Calearo? L'inno di Forza Italia sul cellulare ti suonava un po' Fossati? Stai invocando l'infermità mentale, renditi conto. Il secondo mio politico ideale, visto che non riesce a mandare giù in silenzio, risponde: sì, Calearo è quel che è, e lo abbiamo sempre saputo (mica siamo fessi, eh), ma nel 2008 stavamo cercando di sparigliare le carte: candidare un imprenditore arrogante in Veneto poteva destabilizzare gli equilibri, magari alla Lega sbroccavano e candidavano un cattedratico di filosofia teoretica nato a Timbuctù. Ci abbiamo provato, è andata male, ma bisognava provarci, facile giudicare col senno del poi. Ecco, se proprio deve rispondere, il mio politico ideale la mette giù così. Non dico di essere astuti, ma almeno di fare un po' finta, ammiccare.

Nel merito, sul serio, tutto si può dire tranne che Calearo non sembrasse Calearo. Però è troppo facile prendersela con Veltroni: forse che nel 2008 non sembrava già Veltroni? Come diamine è potuto succedere che ci siamo fidati di lui, come possiamo aver buttato via due partiti che funzionavano discretamente per creare al loro posto un paciugo su misura per lui, che non è stato in grado di gestire sin dall'inizio? Io parlo per me, non è che lo stimassi tantissimo, ma ritenevo che avrebbe affascinato molta gente intorno a me, nel qual caso mi sarei accodato volentieri, meglio lui che altri eccetera. Evidentemente mi sbagliavo. Però non è che vado a dire in giro "sembrava diverso". O lo sto dicendo?

mercoledì 4 aprile 2012

Ma Frattamaggiore, Na!

Ma io, se mi devo calare in un'ottica padana - e io se voglio posso calarmi in un'ottica padana, vogliamo parlare di fenotipi? Di DNA? Ce l'ho senz'altro più padano di tanti che fanno i celti alle sagre di Pontida, per esempio, Renzo Bossi: vogliamo controllare il genoma di Renzo Bossi? il mio è più padano sicuramente.

Ma dicevamo. Se mi devo proprio calare in un'ottica padana, ecco, in quest'ottica quel che mi offende di Belsito non è certo la faccia tosta. Ché noi padani siam fatti così, pane al pane, vino al vino, krafen alle teste di krafen. Non è certo l'intraprendenza avventuriera di chi i soldi li fa prillare dalla Norvegia alla Tanzania, perché noi padani possiamo anche sembrare un po' rinchiusi su noi stessi, ma quando si tratta di sghèi, di baiocchi, di grano, noi non guardiamo più in faccia a nessuno, non c'è Blut e non c'è Boden, noi le svanziche le andremmo a tirar su anche nel condotto rettale del topiragno che ha fatto il nido nell'intestino del boscimano nella pancia del coccodrillo che si è inculato l'elefante. Né da padano mi offende la celtica irruenza con cui Belsito parcheggiava la porsc'caièn sulle strisce gialle, ché son gialle proprio per mostrare chi ci ha le palle per parcheggiarci sopra, e le palle con la porsc'caièn te le danno di serie. Volete sapere, da padano, cosa mi offende del caso del caso Belsito? Il diploma di maturità preso a Frattamaggiore (NA). Ecco. Questo è offensivo.

Voglio dire. Con tutti i diplomifici che ci abbiamo al nord. O non ne abbiamo abbastanza? Fior di scuole private che ti fanno diplomi bellissimi, su misura, e istituti parificati e radio scuole elettre e sacri cuori e figli dell'immacolata, Belsito, ci avevi qualcosa contro i figli dell'immacolata? Questa idea che i meridionali, posso chiamarli così?, questa idea che i nativi della provincia anticamente chiamata Terra di Lavoro, insomma, i terroni, ecco, questa idea che i magna-pastasciutta-a-sbafo sappiano taroccare un diploma meglio di un umile, onesto, intraprendente taroccatore del nord, ecco questo mi offende; e ribolle il sangue nelle padanissime vene. Vien quasi da rivalutare il Trota che avrà fatto un po' fatica, ma il diploma se lo è preso davanti a una commissione statale. Sta' a vedere che di tutto il mazzo è l'intellettuale.

Sorga dal sacro suolo un nuovo movimento veramente padano, incarnato da uomini puri, dai fenotipi acclarati, che non si vergognino di comprarsi i diplomi dagli onesti preti del nord. Augh.

martedì 3 aprile 2012

Trionfo di Fede

Ora che Emilio Fede se n'è andato - forse - incrociamo le dita - potremmo anche riconoscere la sua grandezza. E invece qua e là continuano a spuntare le solite interpretazioni concilianti, minimizzanti: è vero, era fazioso, ma lo era in modo manifesto. E poi era un grande professionista, ci mostrò per primo Bagdad bombardata eccetera eccetera. Vedi l'"onore delle armi" che Aldo Grasso gli tributa sul Corriere: citando Cacciari, Grasso parla di "informazione di parte, ma .. senza infingimenti". Intanto sulla Stampa Mimmo Càndito si domanda se la spudoratezza di Fede non abbia una sua "innocenza" (virgolette sue) "che lo assolve".

Io non sono qua per assolvere o condannare nessuno, grazie al cielo non è il mio mestiere. Dico solo: smettete di offendere Fede. Smettete di considerarlo un burattino, un pagliaccio, uno che faceva il fazioso però lo faceva in modo spudorato quindi ok. Fede è stato davvero un grande professionista, salvo che la sua professione non era più il giornalismo, perlomeno dal '94 in poi. E la sua grandezza non sta certo nell'averci mostrato gli infrarossi dei bombardamenti con qualche minuto di anticipo. Poche persone possono dire di aver davvero cambiato la Storia d'Italia degli ultimi vent'anni con il loro lavoro quotidiano, e tra questi c'è Emilio Fede, che è stato cruciale nella costruzione, e soprattutto nella conservazione del consenso berlusconiano. Gli araldi del MinCulPop fascista svaniscono al confronto, con la loro retorica magniloquente che la stragrande maggioranza della popolazione illetterata nel ventennio recepiva poco o male. Non così Fede: lui sì che ha avuto il polso del suo pubblico.

Probabilmente non c'è mai stato in Italia un agit-prop più bravo di lui (continua sull'Unita.it - H1t#120 - e mi sembrava un pezzo abbastanza semplice, ma leggendo i commenti forse no).

domenica 1 aprile 2012

La meretrice nel deserto

Qui è ancora vestita.
1° aprile - Santa Maria d'Egitto (IV-V sec.), ex meretrice e patrona delle medesime.

Mettete a letto i bambini. Siamo nella Giordania del V secolo, ormai gli anni ruggenti dei martiri sono finiti, adesso vanno di moda gli eremiti. Gente che va nel deserto e ci resta per anni senza mangiare niente: la gente ne va matta, molti attraversano il Giordano alla ricerca di questi anoressici modelli di perfezione. Tra questi cercatori vi è un monaco palestinese, Zosimo (o Zozima), già stimato e riverito da tutti per la saggezza e la rettitudine. Un giorno una voce gli ha detto: Zosimo, o Zozima che dir si voglia, ma chi ti credi di essere, un Santo? Ma va', va', attraversa il Giordano se vuoi vedere quelli che fanno sul serio. Zosimo obbedisce, e si inoltra nel deserto alla ricerca di qualche "santo padre antico solitario". Dopo venti giorni di nulla, gli appare da lontano un'ombra, un miraggio, si direbbe... una donna, una vecchietta dai capelli d'argento e dalla pelle secca. Zosimo si mette a correre verso di lei, ma la donna gli sfugge. "Perché mi fuggi? Ti prego, fermati, parlami". "Zosimo, abbi pazienza, non vedi che sono nuda? Se vuoi che io parli con te, gettami il tuo palio, acciocché possa coprirmi". Accidenti, pensa Zosimo, questa sa persino come mi chiamo, è una santa seria. E adesso cosa fa? Si è inginocchiata a oriente, ma... per san Girolamo, sta volando! Ehi, ma siamo sicuri che non è un'allucinazione? Dopotutto è da venti giorni che vago nel deserto praticamente senza mangiare né...

"Zosimo, o Zozima che dir si voglia, non dubitare. Io non sono un'allucinazione o uno spirito maligno, ma una femmina peccatrice. Vuoi conoscere la mia storia? A dire il vero ho paura che ascoltandola fuggirai da me, non potendo il tuo cuore reggere tanta iniquità: ma se proprio insisti..."

Flashback! Quarantasette anni prima, su un dock di Alessandria d'Egitto, una donnaccia si accosta a un gruppo di dieci marinai: ehi belli, ve ne salpate di già? Che peccato, e dove andate? Portiamo un carico di pellegrini a Gerusalemme, sai, il Santo Sepolcro. "Ah, ecco cos'era tutto questo movimento in giro, i pellegrini. Sentite, ma mi portereste con voi?" "Se hai il denaro per il naviglio, volentieri". "Il denaro non ce l'ho, ma una volta a bordo sarò io il vostro naviglio, ah ah". Dice proprio così. Qualcuno dei marinai si allontana schifato, qualcun altro sorride magari perché l'ha riconosciuta: costei è Maria d'Egitto, non è una come tutte le altre. Lei, per dirla col poeta, lo faceva per passione:
Diciassette anni fui meritrice pubblica e sì disonesta e libidinosa che non m’inducea a ciò cupidità o necessità di guadagno, come suole addivenire a molte, ma solo cupidità di quella misera dilettazione; in tanto ch’io m’andava profferendo impudicamente e non volea altro prezzo da’ miei corruttori, reputandomi a prezzo e a soddisfazione solo la corruzione della lussuria: onde gli giuochi, l’ebrietadi, e altre cose lascive e induttive a quel peccato, io riputava guadagno; e spesse volte rinunziava al guadagno e ai doni per trovare più corruttori, sicché nullo si scusasse e lasciasse di peccare con meco per non avere che darmi; e questo non faceva io perch’io fossi ricca, ma avvegnach’io fossi indigente, sommo mio disiderio e diletto era stare in risi e in giuochi e in disonesti conviti e ‘n corruzione continova.
Piccola parentesi dotta. La vita di Maria d'Egitto ci arriva in tre versioni. La prima è di san Sofronio, patriarca di Gerusalemme tra sesto e settimo secolo, ed è forte il sospetto che se la sia inventata lui (e complimenti patriarca per la fervida fantasia). La seconda è un riassuntino di una nostra vecchia conoscenza, Jacopo di Varazze (o da Varagine). Varazze è un po' il Moccia del Medioevo, nel senso che come scrittore non lo si direbbe veramente un granché, un compilatore senza particolari abilità: senonché doveva avere intuito qualcosa che ancora non abbiamo capito, perché la sua Legenda Aurea divenne presto un best seller e lo rimase per tutto il medioevo, quel millennio famoso in cui i libri non li mettevano in vetrina, ma li ricopiavano a mano, se necessario raschiando via l'inchiostro di altri libri magari più interessanti. Ecco, fa un po' piangere il cuore che di tante opere celebri dell'era antica non ci restino che brandelli, e di una compilazione tutto sommato banalotta come la Legenda Aurea ci siano arrivate più di millequattrocento copie manoscritte. Cioè, almeno le teenager che leggono Moccia non stanno raschiando via Nabokov o Proust, anche se in un certo senso sì, lo stanno facendo. La terza versione è quella che sto citando, ed è già in volgare: avete notato come scorre bene, malgrado la patina medioevale? Perché è di Domenico Cavalca, un domenicano del Due-Trecento che scriveva benissimo. La vita di Maria Egiziaca è considerata il suo capolavoro: Gianfranco Contini la riporta nella sua antologia della Letteratura italiana delle origini, che è dove l'avete letta voi, popolo di laureati in lettere. Ma probabilmente non c'era bisogno di ricordarvelo, probabilmente di quel mattone è l'unica pagina che vi rammentavate, dopotutto Maria è la cosa più hard che succede nella letteratura italiana fino al Boccaccio, ma forse anche dopo. Diciamo fino a D'Annunzio. Ma forse anche dopo. Pasolini? Boh. (Continua...)