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venerdì 31 agosto 2012

"Iatta iatta"

Per farti perdonare

Fine del ragionamento, chiedo scusa se è durato troppo ma comunque in agosto non legge quasi nessuno. Rimane da segnalare un fenomeno che, considerate le premesse, potrebbe apparire piuttosto paradossale: quest'anno sto cantando molto. Moltissimo. Probabilmente non ho mai cantato tanto nella mia vita come in questo 2011/12. E ho anche ascoltato tantissima musica, con attenzione e partecipazione, al punto di impararla - non mi succedeva da anni - a memoria. Il fatto si spiega con la nascita di una Creatura, più o meno un anno fa: non più un bambino interiore, ma, lo si è capito abbastanza presto, ugualmente affamato di musica. No, non esattamente di musica: purtroppo Rossini lo lascia freddo. Di canzoni. Con le strofe e i ritornelli al loro posto. Meglio se cantate da voci bianche. In mancanza di meglio, anche dal falsetto di papà. Un falsetto che si è rifatto sentire, molto roco, per la prima volta nel secolo.

Non mi piace parlare di genetica, io mi rifiuto di credere alla genetica anche quando è evidente, perché la genetica non ha nessun bisogno di me per funzionare. (Lavoro nella scuola pubblica, sono un avversario della genetica: cerco di insegnare a leggere a quelli a cui non viene naturale, lotto per la redistribuzione democratica dei talenti, perdo regolarmente ma è il mio mestiere). Certo è bello quel momento in cui ti accorgi che una piccola Creatura che nulla sa fare al mondo a parte piangere, cessa all'istante se ascolta una melodia. Meraviglioso è poi il giorno in cui ti accorgi che cessa soltanto con una melodia; le altre non le vuole; insomma ha già un gusto musicale; già molto meno meraviglioso è il mese successivo, in cui ti tocca cantare 15 volte al giorno la stessa melodia; molto duro a passare quell'anno in cui il bambino non più interiore ha deciso che in macchina ci può anche stare, purché si ascolti un disco solo, solo quello, a rotazione, per sempre.

Così l'anno che termina con questa mia geremiade sulla musica-che-èmmorta è l'anno in cui io ho ascoltato, davvero (prima con imbarazzo, poi con fastidio, poi con odio, poi con rassegnata partecipazione) il Meglio dello Zecchino d'Oro, un disco che racchiude le migliori prestazioni ottenute da un serraglio di bambini sottoposti a un training che oggi si configurerebbe come reato, e dei più odiosi; nonché la viva e pulsante testimonianza di un periodo storico in cui anche per suonare mazurke infantili era richiesta una solida formazione musicale. Più volte, conducendo la mia famiglia in autostrada, verso vacanze o in fuga da terremoti, mi sono ritrovato a studiare lo sfolgorante attacco di tromba del Topo Zorro, l'incedere tanghero del Caffè della Peppina, gli sleghi furtivi del basso che cavalca ne Il Lungo il Corto e il Pacioccone. Fino al flamenco beffardo di colui che ho elevato a mio eroe e punto di riferimento esistenziale, il Torero Camomillo, matador senza paura e senza vergogna che se il toro si avvicina "lui schiaccia un pisolino e non ci pensa più". Così come io vorrei, di fronte al palesarsi di ogni minaccia e scossa tellurica, intrepido addormentarmi.

Non è che mi sia arreso facilmente. Si scontrano, in quell'abitacolo, due bambini con ossessioni simili e in conflitto. Quello che ha ancora per poco il controllo dell'autoradio ci ha provato, a tagliare lo Zecchino con qualche altro materiale più prezioso: in fondo Astrud Gilberto è una bambina anche lui. Un'Agua de Beber tra Non lo faccio più e Volevo un Gatto Nero passa quasi inosservata. Anche la Ruggiero è ammissibile, purché sia la Gatta di Paoli. E il Quartetto Cetra, se si sbriga a vocalizzare. Ma se il preludio strumentale passa i dieci secondi, implacabile si leva dal loggione un urlo di intensità crescente, Iatta Iatta, vagamente traducibile in "Un'altra, un'altra canzone [desidero ascoltare in luogo di codesta]".

Ho setacciato i vecchi cd, gli archivi accumulati in dieci anni senza sapere per chi, e ora forse è chiaro il perché. Ho trovato i Gufi e i canti delle Mondine. La giovane Mina per qualche minuto è tollerata. La Vanoni con Ma mi resiste per due strofe. Ho ritrovato la Fiera dell'Est, e già che c'ero la Pulce d'acqua, che l'ombra mi rubò
e tu ora sei malato
e la mosca d'autunno che hai schiacciato
non ti perdonerà.
Sull'acqua del ruscello forse tu
troppo ti sei chinato:
tu chiami la tua ombra, ma 
lei non ritornerà.
Così in definitiva credo che la musica per me sia finita perché non ce ne sta più: il mio unico archivio è il cervello, dove 33 giri, Cd e anche mp3 non suonano molto diversi, mi dispiace, ma è così. Non dovrei lamentarmi, ho avuto a disposizione tantissimo tempo per immagazzinare, ora si tratta di restituire. Forse sono in ritardo, il mio falsetto non è più quello di una volta, ma finché tiene. Mi sono chinato forse troppo, a cercare ombre che non mi sarebbero comunque servite: adesso è il tempo di cantare. Se mi sentite in giro, non ridete più di tanto: alla fine è il mio destino, probabilmente sono nato per questo. È la pulce d'acqua che l'ombra ti rubò: e tu ora sei malato; e la serpe verde che hai schiacciato non ti...

"Iatta, iatta"
E allora devi a lungo cantare per farti perdonare; e la pulce d'acqua, che lo sa l'ombra ti renderà.

"Iatta, iatta"
"Va bene, adesso parte il Pulcino Ballerino".

(Grazie e alla prossima).

giovedì 30 agosto 2012

Dove andiamo da qui?

A queste confessioni di uno scaricatore non voglio mettere la parola Fine prima di aver dato almeno un po' di spazio al dubbio: e se avessero sempre avuto ragione loro, i nemici? I legittimisti del copyright, i mistici dell'analogico, i feticisti del vinile, gli Odoardi del Novecento, con le loro collezioni di LP ricche e scelte. A parte che definirli nemici è già una grossa forzatura: non volevamo mica far loro la guerra, men che meno annientarli, anzi: in linea generale noi Parassiti eravamo contenti che ci fossero, e che fossero tanti. Più fessi continuavano a svenarsi per pagare, più ci sarebbe stata musica in giro; e in mezzo a tanta musica, anche un po' di quella buona. (Come se poi a noi fosse piaciuta soltanto quella buona; no, al nostro bambino interiore piaceva anche quella scema, purché la confezione fosse professionale). Su un punto però non transigevamo: erano fessi. Spendevano per qualcosa che era gratis, che era libero. Vivevano di sensazioni immaginarie, ancora negli anni Zero continuavano a mettere in funzione quel vecchio catafalco circolare con la puntina analogica, autoipnotizzandosi al punto da non sentire più il crepitio dei solchi e da convincersi che le tracce digitali dei CD DDD suonassero peggio. E vabbe', tanta gente c'è che compra i libri o i giornali ormai solo per annusarli, ed è ancora utile che ci siano, fanno girare l'economia, che ormai gira solo perché c'è un po' di sabbia nel meccanismo: non si è ancora capito come girerà quando sarà tutto digitale.

Erano feticisti, sì, vivevano di sensazioni illusorie e involucri colorati: e invece noi? A furia di disprezzare la qualità, di considerarla un aspetto secondario, forse abbiamo perso per strada la musica. Forse la musica non abbiamo più voglia di ascoltarla perché sono anni che la assumiamo liofilizzata, in compresse che non sanno di niente, all'inizio forse credevamo di sentire qualcosa, ma ora davvero no, più niente. Anche le canzoni che ho amato negli ultimi anni - e ne ho amate - se le metto assieme mi accorgo che sono piatte, male arrangiate, tirate via (volutamente, ma ormai in certi ambiti si è proprio persa la nozione della qualità: i migliori artisti figurativi contemporanei, anche sforzandosi, un Tiziano non riuscirebbero a fartelo). Che differenza con gli arazzi sonori che era quasi inevitabile ascoltare nei Novanta, qualsiasi genere tu frequentassi: c'era una profondità che non c'è più, perché negli mp3 non passava. Però

Però nel frattempo i fessi si sono riorganizzati. Negli ultimi anni le vendite dei vinile sono decollate, senza altra spiegazione salvo quella del puro e semplice dandismo: il vecchio catafalco a cavallo per il gusto del vecchio catafalco a cavallo, qualcosa di scomodo, che ti fa perdere tempo. Ma forse la musica è esattamente questo: perdere tempo. Se l'assumi a compresse non funziona. Magari ti nutri, ma non la gusti. A quei buffi tizi nelle carrozze a cavallo, a loro la musica però piace ancora. In tutti questi anni hanno continuato a frequentare una profondità che io non riesco nemmeno più a percepire.

Io nel frattempo ho buttato via l'ultimo ricordo vergine che mi è rimasto. È successo una qualsiasi mattina d'estate, quando all'improvviso il mio bambino interiore si è messo a scandire con più chiarezza una cosa che mi aveva cantato altre volte: una specie di uerdouigò frommì, uerdowego from he, where do we go from... here? La stringa. Avevo trovato una stringa. Il bambino che che vent'anni prima non sapeva l'inglese lo aveva in qualche modo miracolosamente imparato, e adesso sapevo che quella canzone a un certo punto diceva: where do we go from here. Da lì in poi:

Un secondo e mezzo su google.
Erano gli America.
Avevo desiderato per più di vent'anni di ascoltare un pezzo degli America.
Una mezz'ora su eMule.
Ascoltato.
Fine della mia infanzia.

Di tutto un passato di sfumature e sensazioni, di ombre infinite e improvvisi bagliori, mi rimane un archivio di compresse, che perdono sapore appena cominci a succhiarle. E per cosa le sto conservando? Per chi?

Più o meno connesso

Io comunque stasera sono alla festa Democratica di Urbino, no, non all'incontro con Margherita Hack, ma a quello che viene dopo.


ore 22.15 FESTA IN DIRETTA. Tele2000 canale 16

e diretta web su www.unita.it
Le parole della Città Ideale: Informazione e Connessione - Serata Unita.it
Con: il Maestro Sergio Staino
Cesare Buquicchio, Giornalista e Coordinatore Unita.it
Giovanni Boccia Artieri, Docente Università di Urbino
Stefano Di Traglia, Responsabile Comunicazione PD Nazionale
Leonardo Tondelli, Blogger



Quindi se ho capito tutto sono anche visibile in tv (Tele2000 canale16).
Speriam bene.

mercoledì 29 agosto 2012

Troppo tardi per amare Arturo

La prima metà degli anni Zero fu quella in cui una cospicua parte di noi scoprì improvvisamente una pulsione fino a quel momento poco conosciuta e persino poco intuibile: l'enciclopedismo. Volevamo sapere tutto (e fu wikipedia), condividere tutto, vedere tutto, ascoltare tutto. Eppure avevamo sempre meno tempo. Proprio per questo, forse, avevamo fretta di accumulare esperienze e file. Gli steccati della proprietà intellettuale si potevano rialzare da un momento all'altro. Ma nel frattempo, per esempio, io potevo diventare un esperto dei Kinks.

Mi erano sempre piaciuti i Kinks. Tutti i pezzi che conoscevo dei Kinks erano forti. Nella fonoteca di Poitiers mi ero acquattato il loro disco migliore ed era bellissimo. Reggeva il confronto con Sgt Pepper, con il grosso vantaggio che non li ascoltava più nessuno (questo era prima che Picture Book diventasse un jingle pubblicitario, che Wes Anderson facesse quei film, eccetera). Per anni era stato impossibile, oppure semplicemente molto costoso. Nel giro di pochi mesi bastava pensare "voglio", digitare una stringa, aspettare che in un paio d'ore una colonnina diventasse verde, e la discografia dei Kinks diventava di tua proprietà. Ma.

Ma come diceva quel professore: non fotocopiate i libri che dovete studiare davvero. Lasciate perdere i diritti d'autore e tutto l'annoso dibattito. La questione è molto più semplice. Fotocopiandoli voi avete l'impressione di studiarli. Ma non li avete studiati. Li avete soltanto sfogliati a rovescio, schiacciandone un po' la costa. A un certo punto successe la stessa cosa con i download. La fine improvvisa di Napster ci aveva lasciato un impulso all'accaparramento. Benché ostentassimo sicumera, da qualche parte sapevamo che quello che facevamo era realmente eversivo, che realmente avrebbe messo in discussione tutto un mercato musicale, il che magari era buono, ma non poteva continuare così per sempre. Prima o poi le acque del Mar Rosso si sarebbero richiuse, bisognava sgaggiarsi e scaricare tutto quello che ci veniva in mente. Io certe volte davvero non riuscivo più a immaginare niente, niente che desideravo ascoltare. Soddisfai tutte le mie voglie proibite e imbarazzanti, mi misi a setacciare allmusic alla ricerca di qualche residua lacuna, immagazzinai tutto quello che valeva la pena e molto di più, perché la pacchia p2p non poteva durare per sempre. I discorsi teorici, gli ideologemi sulla libertà e la condivisione li lasciavo agli altri: io saccheggiavo giorno e notte, e a un certo punto non ebbi più desideri.

E nel frattempo non avevo nemmeno ascoltato tutti quei dischi dei Kinks. Ero troppo impegnato a scaricare.
O meglio: li avevo ascoltati. Ma in sottofondo, facendo altro, pensando altro, perché chi aveva il tempo per ascoltare seriamente un disco, ormai, per girarlo lato a e lato b fino alla noia, fino a oltrepassare la noia, fino a quel momento in cui ti accorgi che lo sai a memoria, che il tuo bambino interiore lo sta cantando al mattino mentre ancora dormi? Era troppo tardi per innamorarsi di Arthur. Mi sarebbe piaciuto. Tornando indietro, tra Sgt Pepper e Arthur non avrei probabilmente avuto dubbi. Ma la cassettina di Sgt Pepper me l'ero procurata a 14 anni: m'era costata 14.000 lire, mille a canzone, e per 14 giorni non avevo più ascoltato nient'altro. 14 giorni per Arthur, nel 2005, non li avevo più. Non era più un problema di soldi, ma lo era mai stato davvero? Era un problema di tempo.

E poi in fondo Arthur non mi piaceva così tanto. Era bellissimo, ma dopo averlo atteso dieci anni, non potevo che restare deluso. Dei Kinks avevo già i greatest hits: senz'altro fino a quel momento mi ero perso qualche perla, ma non così tante. Riempire le lacune significava molto più spesso ascoltare dischi minori, canzoni minori, pezzi riempitivi, perdite di tempo. E il tempo era sempre più prezioso.

martedì 28 agosto 2012

Le pere del male

Sant'Agostino di Ippona (354-430), ladro di pere e dottore della Chiesa.

Eravamo in seconda elementare, quando in mezzo a noi comparve questa bambina nuova, inspiegabile. Perché prima non c'era e adesso sì? Era stata bocciata? Non risultava bocciata. Però a scuola andava male. Da dove veniva, era straniera? Non era straniera, anche se aveva un nome diverso dagli altri. La sua famiglia non la conosceva nessuno, e lei raccontava storie incoerenti, di parenti ricchissimi o poverissimi, a seconda della piega che prendeva la trama di Candy Candy in quella settimana. Io non la sopportavo, per nessun motivo al mondo. Non mi aveva fatto nulla di male, ma per esempio respirava. Durante le lezioni la sentivo respirare con un certo affanno e m'innervosiva, mi distraeva, le dicevo Smettila. Notavo sulle sue guance dei capillari blu, non mi sembravano normali. Un giorno stavamo tutti al nostro posto, aspettando la maestra che aveva avuto un contrattempo. Eravamo una classe tranquilla: per ingannare l'attesa giocavamo a passaparola. Un messaggio passava da orecchio a bocca a orecchio, facendo il giro dell'aula, finché non arrivava a me, che ero il penultimo. Dopo di me c'era la bambina nuova, a cui io avrei dovuto passare il messaggio che mi arrivava. Ma non lo facevo. Ricevevo il messaggio e lo riconsegnavo a un'altra compagna, dall'altra parte dell'aula, e così il giro ricominciava, ignorando la bambina nuova. Nessuno mi aveva detto di fare così, era una mia iniziativa. Nessuno mi aveva corrotto o minacciato, e la bambina non mi aveva mai fatto nulla, salvo respirare. Il male che stavo facendo non aveva nessuna origine al di fuori di me: nasceva in me, e avrebbe causato probabilmente rabbia, dolore, e altro male. Ma a monte di tutto il dolore e la frustrazione c'ero io, un bambino di otto anni a cui nessuno aveva fatto niente.

Scrivere di Sant'Agostino non è come raccontare di un qualsiasi santo tardoantico di cui ci rimane il nome di battesimo e tre dettagli pittoreschi. Non è una leggenda, Agostino: è una delle persone del mondo antico che conosciamo meglio. Forse troppo per affezionarci. Ci si affeziona ai personaggi letterari, che hanno vite avventurose ma comunque ordinate secondo una traiettoria. Che Agostino sia un uomo vero, e non il personaggio di un romanzo, lo si capisce dal racconto della sua conversione, lungo, estenuante, proprio come sono lunghe e tortuose e un po' insensate le traiettorie delle nostre vere vite, tanto più complesse dei romanzi quanto meno belle da raccontare. Agostino non cade di cavallo, non vede roveti ardenti o segni in cielo, Agostino arriva al cristianesimo (o meglio vi ritorna, visto che aveva lo aveva succhiato col latte materno) al termine di un lungo assedio intellettuale; quando si direbbe che ceda per stanchezza.

E dire che il momento è storico: Agostino è stato uno dei più grandi acquisti della Chiesa. Se fosse rimasto alla concorrenza, se il guru manicheo Fausto di Mileve si fosse impegnato un po' di più con lui, oggi forse invece che cristiani non potremmo non dirci manichei, o più probabilmente il nostro cristianesimo avrebbe una forte componente manichea. Ma i manichei avevano il difetto tipico di molte dottrine new age, l'ansia di voler riempire i buchi della conoscenza, di spiegare tutto con teorie, magari per pochi iniziati, ma onnicomprensive. Agostino era un intellettuale, competente di Platone e di Aristotele; non poteva mandare giù l'astronomia for dummies degli opuscoli manichei, un cumulo di favolette che non reggevano il confronto con lo sferragliante ma efficace sistema tolomaico. Cominciò a farsi domande, a porle ai correligionari, e l'unica cosa che gli sapevano rispondere è: aspetta Fausto, lui sa tutto. Ti risponderà su tutto. Fausto però era sempre in tournée, Agostino lo attese nove anni, al termine dei quali si rese conto che aveva aspettato un conferenziere amabile ma abbastanza ignorante, che di astronomia nulla sapeva e lo ammetteva con candore. La fede di Agostino si dissolse in quell'esatto momento, di fronte all'inadeguatezza dell'ennesimo maestro. Se mi permettete la psicologia da strapazzo, anche stavolta Agostino non era riuscito a trovarsi un padre all'altezza. Dev'essere dura rendersi conto di essere il tizio più colto e intelligente in circolazione, proprio mentre ti rendi conto che alla fine non sai quasi nulla, e non c'è nessuno in giro in grado di rispondere alle tue domande. L'Impero Romano stava per rovinare, c'era da ripensare tutta la filosofia della Storia, trovare un nuovo modello, un nuovo senso a tutto quello che sarebbe successo di lì in poi, e Agostino non aveva nessuno che gli mostrasse una strada. Solo la madre (Santa Monica) in un angolo a sgranare paternostri (continua sul Post...)

lunedì 27 agosto 2012

Il giuoco delle perle di musica

Quindi il formato non è un semplice accessorio della musica, ma è la musica stessa? Credo che tra alcuni anni, non molti, quello che scrivo suonerà ancora più assurdo. A quel tempo nessuno parlerà più di formato. Già oggi i formati sono dettagli immateriali che i file manager hanno pudore a mostrarci: le specifiche .mp3, .wav, si leggono sempre di meno. In sostanza spingiamo un bottone e otteniamo musica. Domani forse non dovremo neanche spingere un bottone - ma perché, poi, spingere un bottone è comodo, è da due secoli che spingiamo bottoni e non si vede perché con dieci dita a disposizione non dovremmo continuare.

Invece ieri infilavamo cd nei lettori; l'altro ieri cassette nelle piastre; un po' prima, vinile sui piatti. I formati erano fisici, erano oggetti e gesti. Fino a che punto influivano sul nostro ascolto? Tantissimo. L'idea di musica come flusso continuo, ininterrotto, nasce ascoltando compulsivamente 33 giri, ma si perfeziona quando a inizio anni Settanta si diffondono i nastri. Nello stesso periodo gli album smettono di essere collane di canzoncine e diventano flussi continui in cui ogni dettaglio è organico al tutto, compresi i secondi di silenzio tra un brano e l'altro. E su cassetta era oggettivamente difficile sovvertire le scalette imposte dagli artisti: saltare i brani, mandare avanti e indietro il nastro, erano azioni faticose, sconsigliate. Sarà una coincidenza l'affermarsi del progressive, e in generale l'alta coscienza di sé che avevano gli artisti in quel periodo?

Quando arriva il CD, quella fase è già abbondantemente finita, ma la concezione della musica come flusso resiste. Il CD però è un oggetto radicalmente diverso: non è più un ciclo continuo, ha un inizio e una fine. Ed è fatto di "tracce", numerate automaticamente. L'entusiasmo iniziale era tutto qui: finalmente per sentire la canzone preferita bastava premere un tasto. Si potevano fare cose anche più oltraggiose, come impostare scalette alternative o addirittura randomizzare la programmazione, ma erano giochini di cui ci si stancava alla svelta. Con tutta la loro smagliante comodità, i CD non ammazzarono il flusso. Il flusso resisteva nelle lunghe veglie radiofoniche, nelle cassette che facevamo per noi e per le nostre amiche. Il flusso resistette finché non resistette l'ultima autoradio a cassette. L'espressione di panico che s'impadronì della mia fisionomia mentre mi regalavano un autoradio mp3 reader si spiega forse così. Era un bel regalo, e lo desideravo - ma non così presto. Era comodo, archiviava più musica di quanta ne potessi desiderare, ma era la fine del flusso.

Gli mp3 sono piccole compresse di musica, perline che si possono comporre in infinite collanine diverse, ma non si fondono tra loro. Ognuno resta compresso in sé. Anche tra un movimento e l'altro di una sinfonia, certi insospettabili lettori mp3 non possono esimersi dall'emettere un mezzo secondo di silenzio: il passaggio da un file all'altro, da una perlina all'altra. Sui siti specializzati intanto si parlava di crisi dell'album, di ritorno alla forma canzone. Io era da anni che strappavo canzoni agli album per ricombinarle assieme: la novità è che in formato mp3 le canzoni non si ricombinavano più, ognuna rimaneva perfettamente a sé stante. Fu come se la musica da fluida si fosse raggrumata. Non mi piaceva, anche se aveva i suoi vantaggi. Per esempio, queste perline te le regalavano. E si sa come va in questi casi, no? Una perlina tira l'altra. Magari ce n'è una che non ti piace, ma alla fine la prendi per completare la serie, tanto è gratis. E più ne hai, più ti accorgi che te ne mancano. Finché a un certo punto ti rendi conto che le vorresti tutte. E puoi averle tutte. Diventammo tutti enciclopedisti. L'educazione musicale che ci eravamo procurati fin lì ci aveva dato a disposizione certe determinate - saper distinguere un genere da un altro, un periodo da un altro - ma anche fornito la consapevolezza di lacune sterminate nei nostri ascolti. Se la Musica fosse un immenso schermo bianco in cui ogni pixel è una canzone, e le canzoni da noi conosciute fossero i pixel rossi, fino a dieci anni fa la nostra competenza musicale avrebbe avuto la forma di un sottilissimo arabesco, a tratti neanche percepibile, in mezzo a tutto il bianco dello schermo vergine. Ora potevamo riempire le lacune con larghe colate rosse tra un arabesco e l'altro. Il tutto gratis: per un napster che chiudeva c'erano dieci p2p che aprivano, e gli archivi cominciavano a essere grossi, e allmusicguide e google sempre più esaurienti. Potevamo ascoltare tutto. Diventare esperti di tutto.

Potevamo?

domenica 26 agosto 2012

tan-tan-tan-tan

(Ricordo che oggi, domenica 26, alla festa democratica di Modena, presentiamo la Scossa, il libro di cui forse avete sentito parlare).

...Nel frattempo, siccome non si vive di sole madeleine, si tentava anche di restare aggiornati. Parliamo dei primi anni zero, la svolta prog dei Radiohead, quella fase lì. Proprio in quel momento - ma c'è voluto del tempo e della distanza per accorgersene, e forse anch'io sto semplificando troppo - accadde una cosa interessante alla confezione commerciale della canzone standard, che più o meno era rimasta stabile per tutti gli anni Novanta: un involucro di solito abbastanza ricercato, una specie di tappeto sonoro con tutti gli effetti necessari, tutti i bip e i bump al posto giusto. Ecco, secondo me a un certo punto questa tendenza a iperprodurre si invertì, e si invertì in quel momento, mentre Napster andava forte e tutti cominciavano a scaricare come disperati perché il processo stava per finire e chi lo sapeva, poteva anche essere la fine del free downloading. Proprio in quel momento arrivarono gli Strokes, per esempio, che erano sensibilmente una cosa nuova, proprio perché suonavano come una cosa vecchia. Mettevano assieme pezzi di passato in modo non più nostalgico (si capiva che era un passato non loro), ma archeologico direi; ma non è neanche questo il punto. Ricordo che il batterista veniva accusato di suonare come una drum machine, ecco, fuochino.

Potrei dire che erano grezzi, ma non sarebbe una gran novità, stiamo parlando di rock. Quel che posso dire - e qui escono fuori i miei limiti di non-critico musicale - è che gli Strokes in cuffia davano una sensazione di 16bit, di suonare 16 dei 256bit disponibili. Prendi uno stilema qualunque: la voce effettata. È come saturare i colori per far sembrare le tue foto più artistiche, è il rinunciare a una complessità per privilegiare l'insieme, l'effetto in superficie. Per farla breve, gli Strokes suonavano già compressi: la band ideale per gli mp3. Non mi spingo al punto da spiegare così il loro successo, in realtà in quel momento avevano anche le canzoni più belle nei paraggi, però è curioso. In seguito ci hanno spiegato che l'mp3 non suona affatto bene, che toglie alle tracce un sacco di spessore, di complessità. Simili discorsi non è che impressionavano molto gente come noi, che ascoltava musica nel traffico: noi alla qualità avevamo sempre preferito altre cose, e non potevamo non preferire anche l'mp3. Ma in realtà probabilmente lo avevamo capito al primo ascolto, che l'mp3 era un supporto scadente, e istintivamente ci eravamo messi a cercare musica che si potesse ascoltare senza grosse perdite anche su un supporto così. Meno effetti, pochi strumenti: e i White Stripes fecero il botto. I White Stripes: sostanzialmente, un tizio che canta e strimpella. Lo avremmo immaginato appena due anni prima? La butto lì: senza la diffusione degli mp3 non sarebbe stato neanche lontanamente concepibile. Ma in generale, non fu semplicemente l'arrivo dell'ennesima ondata di nuovi artisti grezzi che dovevano sovvertire l'ondata precedente. Fu una tendenza alla semplificazione che interessò più generi. La compressione dinamica, in generale una certa semplificazione degli arrangiamenti, il ritorno delle chitarre, che è un fenomeno ricorrente e già ricorso tante volte, ma stavolta per esempio erano chitarre senza assoli. Molti blip e bump e zzap scomparvero, ed era anche ora.

Invece, se devo trovare uno stilema degli anni zero, credo sia il tan-tan-tan-tan martellante di tante canzoni degli Strokes, i quattro accordi uguali svelti in battere che troppo spesso il chitarrista ritiene inevitabili, subito ripresi da centinaia di altre band, indie o meno. Per quattro o cinque anni mi è sembrato che tutti suonassero tan-tan-tan-tan, sembrava di essere tornati a lezione di chitarra. Forse anche il punk era stato così, i primi mesi, ma si era immediatamente evoluto in qualcos'altro, perché appena inizi a suonare una chitarra vuoi subito strafare, e ti vergogni subito dei tuoi tan-tan-tan. Invece gli Strokes o gli Interpol o i Franz Ferdinand facevano tan-tan-tan consapevolmente, magari avevano avuto un'educazione classica ma ora avevano deciso di usare la chitarra come un giocattolo, tanto qualunque altro suono più complesso in un mp3 non si sarebbe apprezzato più di un bel tan-tan-tan-tan.

sabato 25 agosto 2012

With dreamland coming on

Io credo che ai posteri la racconteranno così: prima c'era l'industria musicale, che produceva molta monnezza e qualche cosa buona, e la vendeva a consumatori disciplinati sotto forma di dischi, cassette, cd: poi arrivò l'orribile Napster e tutto crollò. Questo è più o meno il modo in cui di solito i fenomeni si squagliano e si ricoagulano in narrazioni semplificate. È pertanto mio dovere cercare di spiegare che non andò così, non proprio esattamente così. Anche prima di internet, intanto, in mezzo ai consumatori disciplinati che facevano girare l'economia c'erano torme di parassiti come me, che vivevano di musica senza quasi comprarne. E quando arrivò internet non è che ci buttammo a scaricare discografie su discografie, come successe in seguito. Non ce lo consentiva la connessione lenta, la mancanza di un sacco di roba on line, e l'inerzia. All'inizio su Napster ci si andava per altri motivi. Per cercare di recuperare le canzoni che non avresti mai trovato in giro, per esempio. Mica rarità sconvolgenti, ma mettiamo che tu abbia voglia di sentire l'originale di Spirits in the Sky, nel 2000. Dove la trovi? Ti attacchi a una radio finché non la programmano? Non passavi più tutto questo tempo in casa - e poi potavano passare anni. Fai una richiesta, come i ragazzini? Vai in un negozio? Ma non è che vuoi comprarla, la vuoi solo ascoltare una volta, così. Oggi si sa cosa fai: Youtube. La centrale degli ascolti occasionali e disimpegnati. Il posto dove vai sempre di meno perché, da qualche anno in qua, hai sempre meno voglia di ascoltare questo o quel pezzo del passato, sarà che il tempo libero si è ristretto, ma è un appetito che avverti molto meno.

Forse perché ormai è troppo facile. Come faceva Spirits in the Sky? Aspetta che digito... fatto. Soddisfazione immediata. Non c'è neanche più il tempo per desiderare. Io quando riascoltai Australia mi resi conto che me la ricordavo, che il mio bambino interiore da qualche parte aveva continuato a canticchiarla per dieci anni, senza più ascoltarla, in autonomia, come un prigioniero. Queste attese sono finite per sempre. Anni passati a domandarsi chi è che aveva inciso una Dreamland psichedelica senza i bonghi che ci metteva Joni Mitchell, poi arriva google, fai una ricerchina di tre minuti, ecco fatto. Quando dico che è finita la musica, forse alludo a questo. Non alla musica in sé, al silenzio che stava tutto intorno. Un silenzio pieno di misteri: canzoni sconosciute, passate in radio a tarda notte, bellissime e anonime, di cui a volte conservavo solo un ritornello in testa. Arrivò Google, e la prima cosa che feci fu cercarle. Arrivò Napster, e me le scaricai, e fu bellissimo per i primi tre mesi, fu l'infanzia ritrovata, e l'adolescenza, e tutti i suoi sogni, tutti in una volta. All saints, all sinners shining.

Prima o poi saltarono tutti i misteri. Bastava ricordare una sola stringa di testo, e prima o poi la canzone saltava fuori. L'unica che resisteva era quella maledetta canzone che ascoltavo sul Panasonic della prima comunione, perché... perché non ricordavo nulla del testo, ero troppo piccolo per riconoscere una sola parola del testo, ricordavo solo survaivor, ma continuavo a incocciare nella colonna sonora di Rocky, che non c'entrava nulla. E intanto il mio bambino interiore cantava, cantava, sempre più eccitato. La ricerca durò anni.

venerdì 24 agosto 2012

Che è successo sotto il fico?

24 agosto - San Bartolomeo Apostolo (primo secolo).
Quando Papa Gregorio XIII
 seppe del massacro, ne fu
molto lieto, e commissionò
al Vasari questa graziosa
scenetta edificante.

Buongiorno! Passata una buona notte di San Bartolomeo? Vi siete ricordati di ferire almeno un protestante o, se non ne avevate a tiro, un miscredente qualsiasi? Neanche una bastonatina, un pestotto di piedi, un buffetto, niente? e vabbe', poi non lamentatevi se si perdono le tradizioni. Comunque ormai il 440esimo anniversario della strage degli ugonotti è andato, concentriamoci sulla figura (piuttosto sanguinolenta, vi avverto) di Bartolomeo Apostolo. Cosa sappiamo di lui?

Quasi niente, come al solito. In sostanza Bartolomeo nei vangeli è una comparsa, un nome. Il nome però è interessante, perché è fatto di una particella aramaica, "Bar", che si usa per costruire il patronimico (vuole dire "figlio di"), e "Tolomeo", che invece è un nome greco con una lunga storia che riassume tutta l'era ellenistica: è il nome del generale macedone che segue Alessandro il Grande in capo al mondo, per ritrovarsi alla fine in Egitto e fondare l'ultima dinastia dei faraoni. In realtà esiste anche il nome "Talmai" in ebraico e in aramaico, però non è da escludere la possibilità che il nome sia diventato popolare nell'area medio-orientale con la diffusione dell'ellenismo, quella forma antica di globalizzazione a cui gli ebrei avevano opposto il loro senso di appartenenza a una tradizione e a un unico Dio. Ai tempi di Gesù comunque ormai la lingua dei colonizzatori, il greco, era penetrata fino ai patronimici, fino a saldarsi con le particelle aramaiche. Quando compaiono nomi come "Bartolomeo", tu capisci che il melting pot ha funzionato. Prendi un accrocchio come "Bart Simpson": all'orecchio mondiale suona perfettamente americano - ed è stato scelto proprio per questo - ma poi cominci a smontarlo e ti accorgi per esempio che in "Simpson" c'è una radice latina, simplex: anche se l'originale inglese era Simme, e non aveva lo stesso significato, il cognome è stato evidentemente scelto per l'assonanza con un termine che allude alla semplicità, diciamo, della famiglia media americana. Poi c'è "son", che in tutta l'area germanica significa "figlio" e come suffisso funziona più o meno come il prefisso "bar" aramaico. Insomma, nelle tre sillabe di Bart Simpson c'è il latino, il germanico, l'aramaico, e in quella "t" resta anche una traccia di greco - ma del nome greco di un macedone diventato faraone d'Egitto. I nomi sono storie, che rimastichiamo tutti i giorni mentre parliamo d'altro (continua sul Post...)

giovedì 23 agosto 2012

E vergognarsi un po', ministro?

Così, dopo un mese di proteste, il Ministero della Pubblica Istruzione ha riconosciuto che molti test di preammissione ai Tirocini Formativi Attivi erano fatti male: che contenevano domande mal poste, a cui corrispondevano talvolta risposte sbagliate. Lo ha ammesso tardi, quando ormai tutti i test erano stati somministrati, valutati, e chi era stato respinto ingiustamente era magari partito per le vacanze. Lo ha ammesso a inizio agosto, ci ha messo altri 15 giorni a "chiudere la procedura di verifica", insomma a far sapere chi è passato e chi no, e a inizio settembre cominciano gli orali: molti candidati che due settimane fa risultavano respinti e ora ammessi non avranno comunque tempo per prepararsi adeguatamente. Per questo pasticcio, che sarebbe scandaloso se non fosse quasi la routine, non è chiaro chi pagherà. Temo nessuno. (Continua sull'Unità.it, H1t#141).

Nulla resterà impolverato

(E ora un attimo di attenzione: domenica 26, alla festa democratica di Modena, presentiamo la Scossa, il libro di cui forse avete sentito parlare).

Che le canzoni avessero una consistenza porosa, che riuscissero a trattenere meglio di qualsiasi altro supporto i residui del tempo passato, era un fenomeno che conoscevo sin da piccolo. Insomma, lo sappiamo tutti, le canzoni ci ricordano noi stessi che le ricordiamo. Sono le nostre madeleines, siamo tutti proust d'allevamento. Mi domando se funzionasse così anche prima dell'introduzione dei supporti magnetici, quando riascoltare la stessa musica eseguita nello stesso modo era un fenomeno molto meno ricorrente. Probabilmente sì, a Sam basta accennare la vecchia canzone per far sospirare Bogart - però in effetti deve essere Sam, deve suonarla come sa farlo lui, bisogna andare fino a Casablanca, in un altro bar magari non funziona. Non lo so. Probabilmente le canzoni hanno sempre avuto una certa natura spugnosa, ma finché viaggiavano sotto forma di partiture le loro potenzialità cronoassorbenti erano meno sfruttate. Mi piace pensare che la musica registrata ci abbia messo di fronte a un'immagine molto più nitida del nostro passato. Come passare dal dagherrotipo alle polaroid. Non solo una qualità migliore, ma il problema della quantità: le istantanee sono sempre troppe e non sai dove metterle, non hai il tempo e lo spazio per tutto questo passato. Devi perderne. Salvarne una su dieci, su cento, e non puoi scegliere tu quale - deve essere il tempo a sancire cosa sì e cosa no, non puoi sapere a vent'anni cosa conserveresti a trenta. Devi dimenticare cose a caso. Passare sopra i nastri registrati. Ma io a un certo punto non ero più così disposto a dimenticare. Ricominciai a comprare nastri vergini, a custodire i vecchi in qualcosa che sembrava sempre di più un archivio.

Smisi di violentare la testina, riabilitai il tasto Pause. Introdussi criteri, certa musica meglio in autunno, altra in estate, così via. Presi a bazzicare fonoteche, disossavo i pezzi buoni dai cd e li gettavo nella broda radiofonica. Non era più avanguardia, era retrospezione, cultura del ricordo. Nel senso che lo coltivavo, cercando di averne sempre migliori. Invece di lavorare sui contenuti - la vita - mi concentravo sul supporto che avrebbe dovuto trattenerla meglio - la musica. Sono ingiusto? Ho anche cercato di vivere una vita interessante, nei miei limiti. Sempre però preoccupato di che musica dovesse sentirsi in sottofondo.

A tutt'oggi, alla gente insicura se la tal cosa sia successa nel 1998 o nel 2000 o nel 2002 io do spesso la risposta giusta, e mi credono così buono. Se sapessero che il tale anniversario corrisponde per me a un ritornello dei depeche mode, a Milton Nascimento che fischietta. Non si può ricordare tutto, ma a un certo punto devo averci provato. Non c'era un angolo che volessi lasciare impolverato. Persino la mia imbarazzante infanzia ora mi interessava. Finivo a tarda notte su certe radio indecenti a setacciare vergognosi successi anni ottanta. Una volta entrai in un noleggio equivoco e chiesi il Meglio di Mango, perché erano 15 anni che non ascoltavo Australia, ed ero curioso. Poi, appena premuto play, il solito incantesimo: il tempo ritornato, come se io avessi sempre ascoltato Australia, sempre saputa a memoria.

Ma spesso era più difficile. Di altri brani non ricordavo il titolo, non conoscevo l'artista. Quella canzone, per esempio, quella nella prima cassetta che mi regalarono, che ascoltavo sul panasonic sul sedile posteriore nei lunghi viaggi estivi in autostrada, chi la cantava? Cosa diceva? Qualcosa del tipo survivor, survival, cioè? Non restava che lasciare la radio accesa e attendere, paziente, fino a domani o a mai. Poi -

poi lo sapete tutti cosa successe. Arrivò Napster.

martedì 21 agosto 2012

La vita tra le tracce

Gli anni intanto passavano - non sarebbe piu' appropriato dire che si intorcigliavano a a spirale come il solco di un LP, ogni giro piu' breve e rapido ma illusoriamente parallelo al precedente, l'estate con l'estate l'inverno con l'inverno? Di giro in giro accadde questa cosa mirabile: che un'abitudine presa per caso e per necessita', quella di metter musica casuale su cassette da viaggio, una pratica senza nemmeno la dignita' di hobby, divenisse a ogni giro piu' importante, fino a prendere le forme della musica stessa.

Non so nemmeno dire quando iniziai, tanto all'inizio la cosa mi risultava poco interessante. So che all'origine non valeva la pena nemmeno di dedicarvi cassette nuove ("vergini", si chiamavano): mettevo in piastra quelle gia' usate e strausate, dimodoche' tra un pezzo e l'altro uno squarcio poteva lasciar riemergere qualsiasi cosa, una lezione in facolta', una strimpellata di chitarra, noi tre che parliamo di Wittgenstein in una sede del PDS, perché? In una vita precedente, anni prima di ascoltare a palla tarzan boy in autostrada, discutevo di Wittgenstein con l'aria di saperne qualcosa? Alcune cassette erano così antiche (le cassette non si buttavano mai) che vi resistevano successi anni 80 incisi davvero negli anni 80: hit that perfect beat incisa col bottone arancione del registratore panasonic appoggiato davanti alla tv durante dj television o peggio. Da qualche parte probabilmente anche la mia prima cassetta in assoluto, una Maxwell donatami con il panasonic per la prima comunione, un nastrone di successi messo assieme nel negozio di dischi di Cavezzo, ultimamente esce sempre fuori Cavezzo. Il negoziante, incurante anche lui del chiodino che conficcava nella bara dell'industria musicale, aveva messo assieme un po' di roba sanremese, qualche cantautore recente e poi, il solito guizzo da dj, un pezzo inglese che al terzo ascolto elessi il mio preferito, con chitarre squillanti ma non moleste e coretti sognanti che a quell'eta' non potevo ancora associare alla west coast, ma senz'altro al secondo segmento dell'estate, il versante nostalgico.

Tutto questo comunque, tempo dieci anni, non era che un ricordo polveroso in qualche cassettone che presto o tardi recuperai per inciderci una lezione o una schitarrata o una scatarrata o i charlatans. Quando sei giovane davvero, della tua infanzia ti frega nulla: ci passi sopra, i disegni dell'asilo son cartacce da bruciare, ti serve spazio.

Passano altri cinque giri, cinque anni, e quel corpus di cassettacce usate, graffiate, staccate, rimesse assieme col bianchetto o l'acetone, cassette anonime, senza custodia, pregne di secoli di polvere incrostata nei cruscotti... erano diventate cose preziose, una collana di pezzi unici, insostituibili. Me ne accorsi soltanto quando fui davvero lontano da casa per un po' di tempo. Quasi tutto quello che mi lasciavo dietro avrei potuto perderlo senza patemi: era già tutto sostituibile, duplicabile, al limite ricomprabile. Ma mio fratello mi aveva spostato le cassettacce e gli feci una scenata: perderne una equivaleva a perdere mesi di vita e di ricordi incrostati tra gli interstizi delle canzoni.

Oggi ho le mie belle cartelle in the cloud, che si riordinano da sole; centinaia di dischi di back up; milioni di canzoni, la maggior parte delle quali non ricordo e non faro' in tempo a riascoltare più. In ogni caso mi bastano pochi minuti per rintracciare qualsiasi artista qualsiasi album qualsiasi brano io abbia in archivio, anche se faccio ancora prima a cercare su youtube. E non c'è più vita tra le tracce, tra i solchi, non ci sono nemmeno più i solchi, la musica non assorbe più i ricordi, forse non c'è più la musica adatta o forse non ci sono più ricordi che valgano la pena.

venerdì 17 agosto 2012

Persone autorevoli, credibili

Senza avere la pretesa di rappresentare nessuno, sono anch'io uno delle migliaia di elettori del PD che l'altro giorno hanno letto le dichiarazioni di Fioroni e si sono fatti andare di traverso la colazione. A un insieme di persone unite in questi mesi da un terribile mal di pancia di fronte alla prospettiva sempre più credibile di dover votare una coalizione con Casini e forse Fini, Fioroni ha ritenuto giusto aumentare la dose, ventilando la possibilità di allearsi anche con "persone autorevoli e credibili" del fu Pdl.

Oltre a essere poco rappresentativo, sono anche in ferie; leggo poco i giornali e me ne scuso, ma non sono in grado di ricostruire la situazione politico-mediatica in cui Fioroni ha ritenuto di fare un'uscita del genere. Voglio dire che se Fioroni stava parlando alla cognata perché intendesse la suocera, io in questo momento non sono in grado di identificare né suocera né cognata né cugini di primo grado. Tutto quel che ho letto è la sua dichiarazione, e centinaia di commenti inviperiti qui sull'Unità, nei social network, più o meno ovunque se n'è parlato. Tutte reazioni perfettamente prevedibili... (continua sull'Unita.it, H1t#140).

giovedì 16 agosto 2012

Diceria del taumaturgo

16 agosto - San Rocco (XIV secolo) taumaturgo.

Intorno al 1370, nel carcere di Voghera viene tradotto un ambiguo personaggio sulla trentina, vestito alla foggia dei pellegrini, che ha rifiutato di rivelare le sue generalità, ma che l'accento denuncia come straniero. Accusato di spionaggio, non fa nessuno sforzo per difendersi, anzi afferma di essere "peggio di una spia". Trascorre le notti in cella flagellandosi, finché non muore, tre o anche cinque anni dopo. Accanto al suo corpo, le guardie trovano una tavoletta su cui è inciso il suo nome: Rocco; e una dedica, "Chiunque mi invocherà contro la peste sarà liberato". Quando sul petto del cadavere viene trovato un angioma rosso a forma di croce, il giudice che lo ha condannato riconosce finalmente un suo lontano parente di Montpellier - sì, nel XIV secolo a Voghera c'era un giudice imparentato con una famiglia nobile di Montpellier, c'è chi ha provato a sostenerlo.

È un modo per tenere insieme almeno qualche pezzo di due leggende diverse: quella che vuole il più celebre protettore contro la peste nato e morto a Montpellier, e quella che lo pretende ingiustamente recluso a Voghera. Ma ce ne sono tante altre, così come probabilmente c'era più di un Rocco in giro per le terre funestate dalle epidemie, tentando di soccorrere, di dare una mano, con qualche trucco da taumaturgo che a volte funzionava a volte no. Può darsi che il più famoso o fortunato si chiamasse Rocco, e che da un certo punto in poi tutti i sedicenti guaritori che arrivavano in città pretendessero di chiamarsi così, come tutti i circhi si chiamano Orfei. E dire che siamo nel Trecento, ormai dovremmo avere a che fare con personaggi storici, non leggende. Ma Rocco è un fantasma trascinato dalla peste, un flagello che surclassa ogni apocalisse scritta o immaginata, arrivando in certe città a dimezzare la popolazione. Muoiono anche i cronisti - a Firenze Giovanni Villani cade con la penna in mano - e la civiltà comunale risprofonda nel medioevo dei miti. C'è un Rocco ad Acquapendente, Viterbo, che guarisce gli appestati con un segno di croce e l'imposizione della mano. Ce n'è uno a Roma che guarisce un vescovo e si fa presentare al Papa, così con l'ortodossia siamo a posto. Ce n'è uno francescano, perché a un certo punto del culto s'impossessano i francescani. C'è quello di Piacenza, che contrae la peste e si ritira in una grotta a Sarmato, dove un cane ogni giorno viene a portargli un pezzo di pane. Ma tanti altri Rocchi ci sono in Francia, e in Germania, e forse nessuno è il Rocco vero. Secondo Pierre Bolle sono tutte rivisitazioni di un San Racho di Autun vissuto nell'alto Medioevo: anche lui imprigionato ingiustamente, ma in una isoletta; perciò a lui ci si raccomandava contro le tempeste. Col passar dei secoli Racho sarebbe diventato Rocco, e le "tempeste" - magari per la disattenzione di un copista - sarebbero divenute la "peste". Bella storia (continua sul Post...)

mercoledì 15 agosto 2012

Sentimmo il taglio finale

Anche questa cosa di Blob merita una spiegazione, perché può risultare incomprensibile, nel momento in cui tutto è diventato Blob, nel momento in cui Rai1 mette una cosa rétro-blob in prima serata tutti i giorni per tre mesi l'anno e sbaraglia gli ascolti. Eppure c'è stato un periodo in cui Blob stava a tutto il resto del flusso televisivo come l'antimateria alla materia, sembrava un artista di avanguardia caricato sulla corriera della gita aziendale, un alieno come ci sono in certi libri di fantascienza, che non avendo una bocca o una lingua come l'abbiamo noi per tentare di comunicare coi terrestri deve copia-incollare lacerti audio o video captati dalle nostre trasmissioni e ricombinarli in stringhe che abbiano un senso diverso, ma compiuto, anche se il più delle volte non comprensibile. Forse perché siamo troppo scemi noi, o è troppo alieno lui, non lo sapremo mai. Blob non era semplicemente l'antologia delle papere dei presentatori e dei cosiddetti momenti trash che ci eravamo persi durante la giornata, anche se al più basso livello di lettura poteva presentarsi così: Blob era un collage, un patchwork, un enigma che essendo senza chiave sembrava straordinariamente intelligente, almeno quanto ci credevamo straordinariamente intelligenti noi che non riuscivamo a resistere ai suoi choc deliberati, ai suoi cozzi di senso improvvisi.

Di lì a poco saremmo andati all'università e avremmo studiato la Theorie der Avandgarde, il montaggio e l'allegoria, la traumatofilia del Baudelaire di Benjamin, e avremmo salutato nei manifesti sbrindellati di Mimmo Rotella le uniche opere d'arte ancora sensate nei '90, ma in realtà stavamo soltanto intellettualizzando la nostra fascinazione per Blob, per il modo in cui ci teneva davanti al video mostrandoci semplicemente il pattume già decomposto del giorno, in anni in cui la differenziata era ancora un'utopia. Se fossimo cresciuti al tempo in cui il Museo era ancora una cosa importante non in senso ironico, quando era il punto di arrivo di un'educazione, e una gita al Museo della capitale poteva essere il sudato traguardo di arrivo di tutto un percorso di studi... ma a noi i Musei li propinavano sin dalle elementari, persino dall'asilo, erano posti in cui perdevamo gli zainetti e trescavamo, non c'era verso che il nostro senso estetico interiore prendesse la forma di un museo, in cui tutto è sacro e conservato sottovuoto... i nostri fratelli maggiori, forse, coi loro impianti Alta Fedeltà, la collezione di crepitanti LP che da qualche anno in qua si è rimessa a crescere, loro sì hanno subito il Museo come modello. Noi invece abbiamo letto alcune frasette di Adorno in cui il Museo è denunciato come una mistificazione borghese, e questo spiegava il mal di testa che ci assaliva al Louvre molto meglio della sindrome di Stendhal o del fumo passivo subito in albergo durante la gita scolastica. Alla fine anche il Louvre per noi prendeva la forma di un blob postmoderno dove pale di altare concepite per la preghiera e la meditazione venivano strappate al loro contesto religioso e rimontate in un'opera nuova con un significato diverso, un'enorme cattedrale postmoderna con tanto di piramidi e shop e

"Cartellino giallo".
"Maccome non ho fatto niente!"
"Hai usato la parola postmoderno".
"Ha ragione mi scusi non lo faccio più".

Era insomma fatale che l'unica cosa che ci interessasse davvero, la Musica, prendesse questa forma nella nostra testa: non una collezione ordinata di LP e CD in ordine alfabetico per cognome di autore, ma un enorme flusso di lacerti fuori contesto, canzoni acefale di cui talvolta ignoravamo l'autore, sicché spesso all'amico che prendevamo a bordo e che ci chiedeva "Forte questo, ma chi è?" dovevamo rispondere "Non ho la minima idea, guarda" (ma non potevamo controllare su google? No testina google l'hanno inventato 15 anni dopo. L'unica cosa da fare era recarsi da certi amici con fama di onniscienza e anche un po' di autismo, e canticchiare la canzone che avevamo strappato a un'oscura nastroteca alle tre del mattino). La Musica si configurava come un palinsesto di manifesti sbrindellati, e più del singolo manifesto contava ormai lo sbrindello in sé. A un certo punto io mandai a quel paese ogni residuo di decenza e smisi di girare con la sicura, il tasto Pause con il quale si proteggeva la testina del registratore: quando sentivo cose interessanti premevo Rec e via. Il risultato all'ascolto erano vere e proprie esplosioni di rumore che deflagravano improvvise nell'abitacolo, da una cassa all'altra a seconda del senso di marcia, pardon, del Lato della cassetta che stavo ascoltando. Erano gli choc definitivi, come i tagli di Fontana, che hanno un senso solo se da secoli ti insegnano che la tela va montata in un certo modo, dipinta in un certo modo, guardata in un certo modo. Registrare senza Pause era l'affronto ultimo all'educazione musicale che avevano cercato di impartirti, al Museo dei Dischi importanti, alla collezione Ricca e Scelta dello zio o del fratello maggiore. Nel bel mezzo di una suite dei Pink Floyd sentivi riiiIIIIPSTTROMPRSBARANG e partiva Tarzanboy di Baltimora. Senza più gerarchie, perché Ghezzi diceva che le sue scale di valori erano tutte escheriane, e il così finalmente il nostro bambino interiore che faceva LaLaLa poteva ascoltare Tarzanboy senza vergognarsi, perlomeno un lacerto di Tarzanboy inserito in un contesto post diverso, stratificato, come uno che guarda i collage di Rotella perché ogni tanto si vedono pezzi di belle ragazze.

martedì 14 agosto 2012

Booo! Ti stavi addormentando?


La strada è l'ambiente più pericoloso che la mia generazione abbia frequentato. Ad altri è toccata l'eroina, l'AIDS ad altri ancora, ma se mi guardo intorno tutti quelli della mia classe che mancano all'appello si sono persi per strada: curve, frontali, attraversamenti, il mio cimitero privato è una carta stradale. Mio padre e mio zio gestivano il prontointervento, una volta al mese in media portavano nel cortile carrozze accartocciate in modi osceni, che un tempo erano state belle automobili e ora accatastate sembravano moniti di lamiera che avrebbero tolto al viandante per sempre ogni velleità di mettersi alla guida - e invece ho guidato anch'io, tantissimo: e quanti incidenti, quante crisi di sonno, quanta imbecillità, quanta fortuna ad essere ancora qua a raccontare. Pensare che a volte si tirava tardi solo per finire di ascoltare una cassetta.

Ma man mano che il decennio proseguiva, e i nodi si approssimavano al pettine, tutto diventava più rapido e necessario, e le cassette cominciarono a rivelare il loro aspetto funzionale: servivano a tenermi sveglio. Come agli aviatori le anfetamine, sì. E quindi che tipo di cassette erano, che tipo di musica serviva. Il puro e semplice chiasso, scoprii abbastanza presto, non funzionava. I Deep Purple a buco in rotazione addormentano esattamente come Bach, non per via dell'educazione classica del povero Jon Lord, ma perché dopo un po' il tuo cervellino si assuefa a qualsiasi rumore, purché costante, mia cugina a un concerto si addormentò sulle casse (dei Nomadi). Invece, se in mezzo a una fuga di Bach ci infili un pezzo dei Deep Purple, boom! Ti svegli. Devi addormentarti un po' per poterti svegliare di botto, c'entra qualcosa l'adrenalina, o i cicli del sonno, o che ne so. In sostanza si tratta di sottoporsi deliberatamente a una serie di choc. È una cosa molto più complicata di quanto sembri: si tratta di farsi le sorprese da soli, nascondere da qualche parte un bambino interiore che ti faccia Booo! Ma come fai a cascarci tutte le volte?

Oggi sapete benissimo come si fa: si preme il tasto della funzione random, o shuffle, o come si chiama sul vostro arnese. Vent'anni fa la cosa era più complessa, ma indiscutibilmente più divertente: si riempivano nastri di musica casuale. All'inizio si cominciava saccheggiando la propria stessa collezione di LP e cassette originali - ma questi nastri stuccavano subito, anche nella loro casualità assomigliavano ancora troppo a chi li metteva assieme, diventavano subito imbarazzanti come il suono della propria voce registrata. Erano ancora troppo simili alle cassette che facevi per la fidanzatina, salvo che ora la tua fidanzatina eri tu, era morboso.

Invece la musica rubata alle radio funzionava benissimo. Negli anni degli studi, quando la radio poteva restare accesa anche cinque o sei ore al giorno, tu lasciavi una cassetta nel deck, e quando sentivi roba interessante premevi pause, poi rec, poi di nuovo pause. Se pensate che la qualità sonora dovesse essere non ottimale, non sbagliate, ma ricordate a quanta musica compressa avete ascoltato negli ultimi dieci anni: credete che un radiorip su un nastro decente fosse di qualità inferiore? Vero è che spesso il nastro non era affatto decente, era un palinsesto sbrindellato inciso e reinciso decine di volte, perché dopo un po' la tal canzone non sorprendeva più e andava sovraincisa. Quindi sì, la qualità faceva schifo ma non era un problema. Ripensandoci, faceva schifo anche l'autoradio, e poi bisogna essere tamarri dentro per esigere alta fedeltà mentre sei al volante di un diesel, ma stattene piuttosto a casa ad ascoltarti la Royal Philarmonic in DDD. Non era la qualità il problema. Il problema era salvarsi la vita, restando svegli mentre la doppia linea di mezzeria cominciava ad accavallarsi, e a tal scopo l'irrompere di My generation nel bel mezzo di un Lied di Battiato, benché discutibile da ogni punto di vista minimamente estetico, funzionava. Era inoltre un furto, sia a Battiato che agli Who, ma di questo si è già parlato. Eravamo ladri gentiluomini, che rubavamo soltanto per tenerci svegli nelle lunghe notti di guardia al nostro destino, e ci contentavamo di copie scadenti, anzi.

Anzi dopo un po' si verificò un fenomeno interessantissimo (mi piace scriverlo a questo punto, quando anche gli ultimi superstiti del mio ideale pubblico stanno sonnecchiando), stavo dicendo, un fenomeno interessantissimo: cominciammo a preferire le copie proprio perché scadenti. Le canzoni acefale, senza attacco e prima strofa, perché hai cominciato a riconoscerle e registrarle dal ritornello. I fruscii, che aggiungevano alla canzone un qualcosa di caldo, di condiviso: era il suono dell'etere, la comunione ideale con gli altri cinque gatti che alle tre del mattino stavano ancora ascoltando la nastroteca di MondoRadio, quello che oggi sono i like o i commenti ai vecchi video su Youtube. L'irruzione del dj con qualche inutile parola, sempre sgradita, ma che al ventiseiesimo ascolto assumeva un senso arcano. Il crepitare di LP non tuoi e quindi automaticamente più fighi dei tuoi, i fruscii, i frastuoni accidentali, le improvvise irruzioni di liscio o di radio Maria o del pezzo sottoinciso che rifiutava l'oblio... Tutto questo a un certo punto sovrastò la semplice forma cassetta, divenne un flusso di incoscienza che ti teneva sveglio, sì, ma in un limbo informe e stratificatissimo. Era diventata arte, forse l'unica forma d'arte possibile. Era l'unica cosa intelligente che ascoltavi, o che vedevi. Era lo Zeitgeist, era tutto.

Era Blob.

lunedì 13 agosto 2012

19 secoli precaria

15 agosto - Assunzione della Beata Vergine Maria, dogma di fede

Ferragosto è la festa più snobbata del calendario. Alcuni ignorano persino che sia un giorno rosso sul calendario: è gente che la pagina di agosto non la degna di uno sguardo, beati loro. Persino tra chi la osserva non c'è accordo su cosa si stia festeggiando: ancora le feriae Augusti, istituite dal primo imperatore romano il 18 avanti Cristo? Sarebbe l'ultima traccia dell'antico impero nel nostro calendario (nel Ventennio si festeggiava anche la fondazione di Roma, il 21 aprile). Molti però sono convinti che Augusto non c'entri nulla, e che si festeggi l'Assunta. Si tratterebbe quindi di una festività nazionale a carattere religioso: una delle due dedicate alla Madonna (l'altra è l'Immacolata, 8 dicembre); ci sarebbe anche il 1° gennaio, Maria Madre di Dio, ma in quel caso il carattere laico ha decisamente preso il sopravvento. Ferragosto è in bilico: a partire dal dopoguerra la transumanza turistica ha svuotato le città dell'entroterra e reso semivuote e malinconiche le processioni con in testa la Madonna in trono. L'Assunta è un po' in crisi, paradossalmente, proprio da quando è diventata un dogma di fede, l'ultimo, nel 1950. Sì, perché prima non c'era molta chiarezza sul fatto che la Madonna fosse stata assunta o no. Ma forse vale la pena spiegare cosa significa "assunta", in cosa consista l'Assunzione.

In sostanza, Maria di Nazareth in questo momento è una delle poche creature (l'unica?) a essere in Paradiso non soltanto con l'anima, ma anche col corpo, come Gesù - però Gesù è Dio; Maria no, è una donna, ma non come tutte le altre: come ufficializzò Pio IX nel 1854, è nata senza peccato originale (da cui la festa dell'Immacolata, appunto), e per questo motivo, seguendo un filo logico, non si vede perché il suo corpo debba essere morto. Se uno guarda le prime pagine della Genesi, nota che la morte è la punizione che Dio commina a Eva, Adamo e tutta la loro stirpe, per avergli disobbedito (il peccato originale). Ma Maria è nata senza - non avrebbe potuto concepire Gesù altrimenti - e quindi non c'è motivo per cui essa debba essere morta, nemmeno nel corpo. Tutti gli altri esseri umani, perfino i più santi, oggi sono in paradiso soltanto sotto forma di anime; i corpi arriveranno soltanto dopo il giudizio universale. Maria no, Maria è già là in anima e corpo, completa. Così la pensavano molti teologi nell'Alto Medioevo (l'Assunzione in Occidente si festeggiava almeno dal VII secolo); così si pronunciò definitivamente Pio XII nel 1950. C'è solo un piccolo, minuscolo problema, che i più sgamati avranno già individuato, ovvero: la Bibbia non ne parla. Mai. Nessuna traccia dell'Assunzione di Maria.

Ma d'altro canto di Maria la Bibbia parla poco in generale (continua sul Post).

domenica 12 agosto 2012

I nastri morti

Sulle cassette, che farebbe più figo chiamare mixtape, o tra amici maschi nastroni, i nostri cari lettori del futuro magari hanno già letto qualcosa. Chi non ha scritto in questi anni almeno una paginetta, due, trecento elegie sui bei tempi in cui si premeva PAUSE prima di REC e si montavano assieme tutte queste canzoni in collanine personalizzate, che in un qualche modo dovevano rispecchiare sia la personalità della destinataria che la sensibilità musicale del donatore, nonché la particolare atmosfera del momento dell'anno e anche un po' di Zeitgeist, tutto in un gran mescolone. Può anche darsi che si siano rotti i coglioni, i cari lettori del futuro, di questo sottoceto di scioperati con niente da fare se non selezionare le canzoni giuste nell'ordine esattamente giusto, e soprattutto di queste donzelle dugentesche che si devono supporre sempre distese sul loro lettino, la palpebra a mezz'asta, ma l'attenzione sempre vigile durante l'ascolto di infinite tdk da 90 minuti. Le cose ovviamente andavano in un modo ben diverso, le poche tdk ascoltate fino alla fine probabilmente sfumavano in un sottofondo mentre la tizia sfogliava Moda, o l'Abbagnano, o magari si divertiva con qualcuno che non eri tu - del resto anche nel Duecento mica te la davano per un sonetto, cioè non sta scritto da nessuna parte, proprio non risulta.

Di questo tipo di doni nuziali, o mixtape, ma in realtà le chiamavamo semplicemente cassette, si è detto tutto e non aggiungerò niente, tranne magari che erano l'ultimo rifugio di una mascolinità in ritirata: milioni di anni trascorsi a portare a casa prima il cibo nelle caverne, poi i soldi in casa, e alla fine semplicemente la musica in cameretta, dando scontato in un qualche modo che noi maschietti, solo noi, fossimo in grado di uscire e procacciarci la musica buona, la musica giusta, la musica adatta. Le ragazze no. Perché? Non c'è veramente un perché, era un gioco sociale, con regole ancestrali: il maschio esce, sperimenta, traffica, trova cose, le porta alla femmina che le ascolta attentamente e le medita dentro il suo cuore. Andava così. L'ho fatto anch'io. A volte funzionava. Di solito comunque a un certo punto la ragazza se ne andava - cioè, nemmeno se ne andava: restava dov'era e tu eri pregato di non avvicinarti più - e le tue cassette se davvero erano buone se le ascoltava con qualcun altro. Storia vecchia, già scritta mille volte, non ci torno più.

Scriverò altre cose su altri tipi di cassette, meno conosciute ma comunque diffuse, ad esempio i nastroni d'automobile. Tra l'auto e il nastrone c'era un'intesa profonda, che per molto tempo neppure il Cd riuscì a mettere in crisi - finché non inventarono lettori che non saltavano a ogni misera cunetta spartitraffico, e nel frattempo era già l'ora di passare all'arnese leggi-mp3. Ma per molto tempo il nastrone sembrò fatto per la strada, la strada per il nastrone. L'affinità emergeva dovunque, anche dal design (la cui evoluzione negli anni seguì quella dei cruscotti, sempre meno spigolosa, sempre più leggera): la cassetta aveva due ruote, una tirava l'altra. Ma soprattutto il nastrone era una lunga e stretta carreggiata a due corsie. Poteva andare avanti e indietro. E poteva sbandare e uscire di strada, e in quei momenti traumatici accadeva qualcosa di impressionante: sentivi un fischio profondo e poi all'improvviso arcane melodie, raffinati controtempi, qualcuno che ti era familiare si metteva a intonare raga indiani - stavi ascoltando la musica dell'altra corsia, a rovescio.

Una delle cose a cui rinunciammo più a malincuore era il concetto, per voi assolutamente insensato, di Lato A e Lato B. Non c'è nessun motivo per cui la musica debba avere due lati, ma per noi la musica era un viaggio, e il viaggio doveva comporsi di un'andata e di un ritorno. Qui la metafora diventava sempre più raffinata: fermarsi all'improvviso e tornare indietro equivaleva a cambiare il lato: passare in un lampo dal quinto minuto al quintultimo. L'autoreverse, quel miracolo tecnologico che già a fine anni Ottanta ci permetteva di non cambiare più la cassetta a mano, sulle prime ci disorientò, ma anche i nostri viaggi stavano diventando più complicati, e non presupponevano sempre punti fissi di arrivo e di partenza. Smettemmo di riavvolgere i nastri, da segmenti percorribili in due sensi diventarono cerchi chiusi, che prima o poi comunque ci riportavano da qualche parte che era ancora casa nostra. L'importante è che ogni sessanta o novanta o quarantasei minuti tutto ricominciasse daccapo. Questo era importante, rassicurante, familiare, in un periodo in cui stavamo sempre meno in famiglia e sempre di più in auto.

Per inciso, se ripenso ai miei anni Novanta mi sembra di essere stato in auto tutto il tempo, in coda a un semaforo o sueggiù per la statale. Se qualche volta per caso scendevo, spesso sui cigli o nei fossati mi capitava di trovare tra cicche e preservativi un rifiuto tipico che oggi non si trova più: grovigli neri o marroncini simili a paillettes in decomposizione. I nastroni morti, persi, usciti di strada.

sabato 11 agosto 2012

Parassita nei '90

Manifesto dei finti pezzenti

Io, per tutta l'adolescenza e la giovinezza - quella fase così cruciale in cui il giovane Consumatore veniva scandagliato e monitorato e segmentato e targettizzato e sifonato - sono stato un pezzente. Un pezzente orgoglioso ed estremamente consapevole, anche un po' ipocrita, un fintopovero, un poser? La cosa era più complessa. C'è un personaggio dostoevskijano che a un certo punto attraversa una lunga seria di peripezie che ho dimenticato, ma in sostanza ha una necessità impellente, cogente, di denaro: ne va della sua vita, del suo buon nome, eccetera eccetera, e quindi lui attraversa steppe e taighe alla ricerca di questo denaro; forse a un certo punto commette anche un orribile delitto, eppure per tutto questo tempo conserva appeso al collo un borsellino con un rotolino di rubli che avrebbe risolto ogni suo problema, ma non lo può toccare, per una questione di onore, ecco, io ero un po' così: non è che mi mancassero i soldi, ma non li volevo toccare. Non mi facevano schifo, i soldi non mi hanno mai fatto schifo. Avevo invece per essi un profondo rispetto, in gran parte dovuto al fatto che non li stavo guadagnando io.

C'entrava tantissimo aver scelto un corso di studi che mi condannava quasi certamente a una carriera improduttiva e profitti modesti. Qui cominciavano ad annodarsi tutti i miei fallimenti futuri: invece di preoccuparmi di come fare a guadagnare, io negli anni della mia formazione ero ossessionato dalla questione di come risparmiare. Mi doveva sembrare più logico, più alla mia portata, chi lo sa. Poi studiavo a Bologna, un luogo dove gli studiosi delle scienze umane dividono il portico con gli accattoni e i pancabbestia, e questo deve avermi probabilmente ispirato tutta una serie di riflessioni, di quelle che si fanno mentre si corre a prendere un treno, e poi non ti mollano più fino a casa.

Insomma io in quegli anni in cui la mia generazione era nel punto di massima esposizione consumistica, nel punto in cui dai nostri consumi dipendeva un giro di affari e di indotto che valeva svariati punti del PIL, composi nella mia testa una specie di Manifesto del Pezzente, in cui in sostanza spiegavo che l'intellettuale (tipo io) è effettivamente un parassita della società, e che è normale che abbia comportamenti parassitari, come appoggiarsi sulle grate della metropolitana per scaldarsi - no, questo veramente lo fanno i barboni, ma secondo me avrebbero potuto farlo anche gli intellettuali, non ci vedevo nulla di male. Non mi lamentavo nemmeno, non è che accusassi il sistema di trattarci da parassiti: no, per me la cosa era abbastanza buona e giusta. Eravamo parassiti, facevamo le cose buone e cattive che di solito i parassiti fanno; segnalare i problemi, tenere pulito l'ambiente metabolizzando i rifiuti, eliminare le carcasse, dare il colpo di grazia a chi se lo merita. Un po' ci credo anche adesso, anche se non reclamo più l'etichetta di "intellettuale". Però per esempio quello che faccio qui, da tanti anni, è ancora una pratica parassitaria: mi nutro di cose che non mi appartengono, punzecchio, irrito, attacco i morti ignari (di essere morti), sono sempre quello lì. E non pretendo di essere pagato per fare queste cose, ci mancherebbe. Mi accontento di quel che riesco a trovare qua e là, un buon parassita deve sapersi accontentare.

D'altro canto essere parassiti negli anni '90 era uno stile di vita che poteva regalare soddisfazioni. Si trattava di comprare il meno possibile, approfittando senza nessuna vergogna - il parassita non si vergogna - della calda brezza che esce dalla grata, dell'enorme offerta culturale che arrivava nelle città, anche piccole. Stavano aprendo biblioteche bellissime; i comuni più illuminati gestivano fonoteche dove noleggiavano CD con sopra scritto "proibito il noleggio". D'estate si riusciva persino a trovare dei concerti notevoli, gratis. E poi ovviamente si duplicava, si masterizzava, si fotocopiava, senza vergogna e anche con un certo orgoglio. Si approfittava delle falle del sistema perché è questo quello che i parassiti fanno. Io sapevo perfettamente che fotocopiando un libro di un mio insegnante gli causavo un danno, e mi andava benissimo. Allo stesso modo non potevo ignorare che copiando un CD di un musicista gli toglievo un guadagno, e la cosa non mi creava nessun problema. Me ne crea adesso, forse perché non sono più un vero parassita, forse perché sono stanco di vivere di espedienti e mi piacerebbe obbligare degli studenti a comprare un mio libro, o essere iscritto a qualche albo che ogni mese mi versasse dei soldi per le opere di ingegno che senza dubbio da qualche parte avrei composto. Me ne crea adesso perché un conto è minare le fondamenta del sistema, un conto è trovarsi a vivere sulle fondamenta dopo che è davvero crollato: si rimane lì un po' perplessi, forse non volevamo davvero che finisse tutto, forse ci bastava soltanto punzecchiare qua, suggere là, per quanto ne dicessimo peste e corna ci eravamo affezionati, alla vecchia carcassa. Forse non ci aspettavamo di essere così tanti.

Ma in effetti non eravamo così tanti. Quel che ha veramente cambiato le cose, da un certo punto in poi, è stata la tecnologia.

venerdì 10 agosto 2012

Di libri basta uno per volta

La mia solidarietà al sindaco di Verona Flavio Tosi, che ieri, nel tentativo di difendere il buon nome di Alessandro Manzoni dalle sparate stagionali del suo ex boss, Umberto Bossi, ha commesso una gaffe tutto sommato comprensibile. Bossi, lo avrete sentito, aveva definito Manzoni "un grande traditore, una canaglia", per via di quel famoso risciacquo dei panni in Arno, grazie al quale gli italiani dell'Ottocento ebbero una lingua letteraria moderna molto prima che una nazione. Per l'ex leader della Lega si trattò di un tradimento, ordito da un "re"; non è ben chiaro quale, visto che nel 1827, mentre Manzoni si stabiliva a Firenze col proposito di migliorare il suo italiano, sul trono sabaudo sedeva ancora l'arcigno Carlo Felice.

A Bossi, comunque, Tosi ha replicato che "Manzoni ha scritto dei romanzi meravigliosi, veramente avvincenti: è un grande della letteratura italiana". Sono parole commoventi, anche se non venissero da un esponente della Lega Nord, anche se le avesse proferite un italiano qualunque: è sempre commovente vedere che malgrado tutti gli sforzi della scuola per farcelo odiare, Manzoni continua ad avere degli ammiratori genuini, anche ingenui, come ad esempio il sindaco Tosi.

L'ingenuità di Tosi è tutta qui... (continua sull'Unita.it, H1t#139).

Guarda indietro con imbarazzo

La mia generazione sarà tenuta prima o poi a render conto di un fatto paradossale e imbarazzante: avevamo una cosa, una cosa sola a cui tenevamo veramente, e l'abbiamo uccisa. Era la musica. Perché lo abbiamo fatto?

Sono cose di cui abbiamo discusso milioni di volte, però stavolta faccio lo sforzo di rivolgermi al futuro, un ipotetico futuro che dia per scontato che in Occidente tra il secondo dopoguerra e i '90 c'è stata un'importante fioritura artistica di questo genere che possiamo chiamare musica leggera - che si è interrotta più o meno nello stesso momento in cui la gente ha definitivamente smesso di comprare le canzoni, grazie al dilagare di tecnologie che consentivano di condividere la musica eludendo il mercato. Potrebbe anche trattarsi di una coincidenza, ma in quel futuro sono quasi sicuri che non lo sia: i soldi sono finiti più o meno quando è finita la creatività. Cosa possiamo dire a nostra discolpa?

Prima scusa: non lo sapevamo. Cioè, potevamo immaginarci che tra il mercato musicale e la creatività ci fosse qualche connessione (io me lo immaginavo almeno nel 2001, quando chiusero Napster), ma non ne eravamo proprio sicuri sicuri. Gli spagnoli non lo sapevano, che portando in Europa l'oro del Nuovo Mondo stavano facendo abbassare la quotazione del medesimo, e causando un generale aumento dei prezzi; pensavano: "ehi, il pane diventa ogni giorno più caro, che si fa? Andiamo a prendere altro oro in America, così risolviamo il problema". Forse ragionavamo così: ci lamentavamo che ogni anno ci fosse sempre meno roba buona, e intanto ne scaricavamo sempre di più. Questa scusa equivale più o meno a invocare l'insanità mentale, e quindi magari per il momento l'accantoniamo.

Seconda scusa: il sistema era tutt'altro che perfetto. Magari voi nel futuro pensate che fosse una cosa semplice: inserisci la monetina, e dall'altra parte c'è un artista che si guadagna l'autonomia per creare qualcosa di nuovo e piacevole. No. Gran parte delle monetine finivano nelle mani di chi produceva mangime industriale. Una piccola percentuale veniva effettivamente reinvestita in ricerca, e in questo modo a un certo punto il mercato riusciva ad accorgersi di artisti interessanti e a metterli a contratto, però tutto questo a noi non sembrava affatto perfetto, ed effettivamente non lo era. Cioè ma vi ricordate quanti soldi facevano i divi negli anni Ottanta? Ne facevano veramente troppi, e spesso sbroccavano. Noi di tutto il sistema vedevamo solo gli eccessi, e non ci piacevano. Non stavamo rubando musica ad artisti disperati sull'orlo del suicidio. All'inizio la stavamo rubando a scapestrati che non sapevano dove sbattere i soldi, e al loro indotto di puttane e pusher, vabbe', pazienza. C'era anche un certo moralismo nel nostro febbrile downloading. Li volevamo punire, perché guadagnavano troppo. C'era anche dell'invidia, certo, noi nel frattempo perdevamo potere d'acquisto - forse esagero, ma a me è capitato di vivere il boom di Napster e di ricevere la mia prima busta paga, orribilmente bassa, nelle stesse settimane, e mi è impossibile non collegare le due cose.

Terza scusa: voi non avete idea (voi del futuro, intendo) di cosa fosse il mondo in cui noi siamo nati e cresciuti, il Consumismo. Vi guardate le vostre clip degli anni Ottanta, tutte restaurate coi colori fluo al posto giusto, e pensate che doveva essere bellissimo consumare tutte quelle cose - ma tutte quelle maledette cose costavano, e noi dovevamo pagare, pagare sempre, sin da piccoli col PacMan, e le centolire non ci bastavano mai, noi forse ci salvammo dall'eroina perché avevamo già iniziato a ragionare da eroinomani a sette anni con le centolire per il PacMan, quando tutto quello che ci interessava veramente era un'altra manciata di centolire. E poi i vestiti, e i dischi, e i libri, e man mano si andava avanti si scoprivano sempre più mondi interessanti, ma non era come oggi: di ogni mondo ti facevano vedere soltanto uno spiraglio, un bagliore ammiccante, e se volevi entrare anche solo a fare un giro dovevi pagare. Per dire: hai notato quel mezzo vecchio video di David Bowie? Interessante, vero? Ti interessa sapere che dischi faceva dieci anni fa? Paga. Sai quanti ne ha fatti? Comincia a mettere da parte i soldi, e prega di trovarne qualcuno a metà prezzo, o uno zio che te ne presti. Magari qualcuno è brutto e non vale la spesa, ma come fare a saperlo? Da qualche parte ci dev'essere anche un libro che ti orienta. Paga. E avresti sempre dovuto pagare, e tutta la cultura che avresti ammucchiato l'avresti conteggiata in multipli di centolire.

Voi che adesso giudicate, voi potete giocare a Pacman gratis dal gabinetto di casa vostra per ore, finché non vi si marmorizza il culo - ma probabilmente Pacman smette di essere interessante nel momento in cui dal destino del mangia-fantasmini non dipende nemmeno un centolire. In pochi minuti vi potete scaricare la discografia completa di Bowie, che non ascolterete mai: chi ce l'ha il tempo e l'attenzione per una discografia completa? Poco importa, su Wiki in pochi clic potrete sapere cosa vi conviene ascoltare e cosa no. Non scoprirete mai nulla che non sappia già il più stupido contribuente alla pagina wiki su Bowie, ma probabilmente il concetto di scoperta personale vi è alieno tanto quanto l'arcana iscrizione INSERT COIN.

Ecco, voi non potete capire che importanza avesse in quegli anni condividere, registrare, duplicare, masterizzare, prestare, non restituire, e poi finalmente scaricare. Era la lotta al Consumismo. Era la resistenza umana. Era l'unico modo per imparare qualcosa in più, perché il mondo era già vastissimo e complicatissimo, e le centolire per accumulare conoscenza non sarebbero bastate mai.

Quarta scusa: eravamo tirchi. Io, almeno, tirchissimo: non per inclinazione, ma per ideologia. Questa magari ve la racconto un'altra volta.

giovedì 9 agosto 2012

Congiunzione di tre crisi

I am thinking of your v o i c e

Magari è solo un fenomeno raro come può essere rara una congiunzione astrale: la congiunzione di tre crisi.

(1) La prima è una crisi personale, di cui ho già reso conto: è un periodo che non ascolto musica. Problema mio.

(2) Poi c'è una crisi commerciale, così evidente che non c'è bisogno di parlarne: la musica vende sempre meno, in Italia e nel mondo. I negozi chiudono, le vendite on line non tengono il passo, qualche musicista si suicida, altri ci danno dentro coi concerti ma in generale guadagnano meno dei loro omologhi di dieci anni fa; potremmo dare la colpa alla crisi globale (quella dei debiti sovrani o quella dei mutui subprime o quella post 11 settembre? boh), però la cosa convince fino a un certo punto: nel passato ci sono state fasi di recessione in cui la gente continuava a comprare dischi. È più facile ammettere che siano stati gli mp3, così facili da scambiare (non solo on line) da far crollare le vendite della musica non compressa. Tutto questo era facilmente prevedibile ed è successo. Forse i negozi di CD non avevano speranza sin dal giorno in cui la voce di Suzanne Vega fu compressa per la prima volta in un mp3. Come i manoscritti dopo la prima Bibbia di Gutenberg: nel giro di pochi anni un supporto prima indispensabile diventa un pezzo da museo, magari più prezioso, ma inutile.

(3) E poi, sotto le altre due, c'è una terza crisi, che è quella su cui ci dovremmo interrogare, ma prima devo ammettere che c'è, che non è un bagliore riflesso dalla congiunzione delle altre due. Una crisi creativa, ma anche industriale. A partire dal dopoguerra, e almeno fino a tutti gli anni Novanta, la musica che all'inizio si definiva "leggera" ha conosciuto un'esplosione creativa senza paragoni, per la quantità e la qualità e la varietà. Dieci anni fa è cominciata una contrazione: si compone e si produce e si suona ancora molta musica (moltissima), ma l'innovazione è rimasta al palo. Le ultime tendenze sono di solito la commistione di cose già fatte in periodi precedenti, magari finiti temporaneamente sotto un cono d'ombra e poi ciclicamente riscoperti. L'ultima grande diva pop, anche a causa di una morte veramente troppo prematura, cantava R'n'B. Ma in generale tutto quello che è saltato fuori di interessante negli anni Zero è comunque scomponibile in fattori primi che esistevano già negli anni precedenti.

Se ammettiamo che oltre alle prime due crisi, c'è anche questa terza, la situazione si fa più preoccupante. Forse il vero motivo per cui non riesco più ad affezionarmi alla musica è che non mi sorprende più, non mi presenta più qualcosa di nuovo. E forse non succede soltanto a me, forse è un problema di milioni di persone in tutto il mondo, milioni di potenziali acquirenti di musica nuova che negli ultimi anni nessuno riesce più a trovare. La crisi n.3, se esistesse, potrebbe spiegare la n.1 e la n.2.

Ma potrebbe anche essere l'inverso. Il venir meno della creatività, nell'ultimo decennio; la lenta trasformazione del concetto di "originalità" da "fare qualcosa di nuovo" a "essere i primi della stagione che scoprono il filone di 23 anni fa che tra sei mesi copieranno tutti" - potrebbe essere il risultato della crisi commerciale. Si sperimenta meno perché non ci sono più soldi, e quando non ci sono soldi nessuno si prende più i rischi, le major tirano i remi in barca e danno alla gente "quel che la gente vuole" ossia le vecchie canzoni rimiscelate. Per questo, oltre che creativa, la definisco una crisi industriale. Perché la musica leggera è anche un'industria, un settore industriale dove da dieci anni non si progetta più nulla di nuovo, non si osa niente. E forse la colpa è mia. Nostra, cioè.

Cosa abbiamo da dire a nostra discolpa?

mercoledì 8 agosto 2012

Lose This Skin

Uno dei difetti strutturali del bloggare è che consiste nel definire regole generali partendo da osservazioni limitate, di solito autobiografiche. Si può fingere che non sia così, dissimulare; però alla fine bloggare significa scendere a far la spesa, stupirsi del prezzo delle zucchine, risalire, scrivere un post sul carovita. Questo è il blog, un posto dove un tizio che quest'anno non ha ancora scaricato un solo mp3 - neanche illegale! neanche gratis! niente - si lamenta perché in giro non c'è più musica buona. Magari ce n'è di buonissima, anzi senz'altro.

In realtà la notizia è tutta nella premessa, ed è una notizia molto intima, da diario privato: *io* non sto più ascoltando musica. È finita. Cioè. Non è vero. Ascolto la solita musica vecchia che ascolto tutti gli anni. Ma anche quella con un orecchio solo. La notizia è che a Natale ho sbattuto via un 'vecchio' laptop, e in quello nuovo non c'è il Mulo, non c'è torrent, iTunes fammi controllare... no (scusate, è che certa roba a volte s'installa da sola). Non sto ascoltando musica. I cd prendono polvere. I vinile l'ultima volta li ho visti nel solaio dei miei. Le cuffiette. Ne rompo ancora una al mese, la novità è che la ricompro due mesi dopo. In fonoteca non so più cosa prendere in prestito, mi sembra di aver ascoltato tutto. Dovrei oltrepassare delle soglie che non m'interessano, cioè un disco dei Jefferson Airplane va bene, è cultura generale, due dischi anche anche, ma io non voglio diventare un esperto dei Jefferson Airplane, nessuno mi pagherà mai, e non ne traggo altre soddisfazioni tangibili. Dovrei passare alla classica, era una svolta prevista a una certa età, ma mi sembra ancora presto e se provo qualche passo incerto mi vergogno di essere rimasto tanto ignorante tanto a lungo. Mi manca l'imprudenza, il coraggio che avrei se tutto questo m'interessasse davvero.

Insomma quando scrivo che la musica è finita, dovrei avere il coraggio di aggiungere: per me. C'è gente che la sta scoprendo in questo esatto momento, e ci scopre un giardino di delizie. Io non ci passo più, la scusa ufficiale è che non ho tempo. Ma ho tempo per cose che una volta erano meno importanti, meno vitali. Un tempo non avrei semplicemente resistito. Quest'anno devo ancora ascoltare una canzone nuova: nel mio diario personale questa è una notizia più rilevante del primo capello bianco. Non è semplicemente "sto invecchiando". Suona piuttosto "sono invecchiato".

Eppure è già successo. Sono fasi. Posso recuperarle con una precisione quasi maniacale perché niente, nella mia vita, ha trattenuto più segni del tempo della musica: ci sono stati mesi e anni in cui improvvisamente ho smesso di ascoltare musica, proprio come in questo già per altri versi apocalittico 2012. Ci sono stati  momenti in cui improvvisamente la musica che ascoltavo sempre non suonava più interessante. Potevano coincidere con cambiamenti di ambiente, di scuola o città o compagnie o fidanzata, o niente di preciso. La metafora migliore che mi viene è con la muta dei serpenti. La musica di sempre, quella che hai portato addosso con orgoglio - e ti serviva anche per mimetizzarti, o viceversa per risaltare in certi contesti - ti si desquama all'improvviso e tu resti lì, atono e scorticato, e non te ne frega niente. Tanto prima o poi cresce sempre un'altra pelle. Di solito è facile come svegliarsi al mattino, e scoprire che c'è di nuovo della musica che ti piace. Non sono soltanto artisti nuovi, nuovi generi: è il disegno delle squame che è cambiato. Nella nuova trama c'è posto anche per canzoni che amavi già; ma adesso le ami a un livello diverso; magari prima per il ritornello, adesso per la strofa, o l'arrangiamento, o la progressione, o la regressione, qualsiasi cosa. Sono periodi delicati. Molta musica che prima ti piaceva, da un momento all'altro potrebbe non piacerti più. E viceversa. Stai per scoprire mondi nuovi, ma stai anche per rinnegarne altri, è complicato.

Ma è anche bello: è il modo che alcune persone hanno di cambiare, di evolversi. Quindi succederà di nuovo, si tratta soltanto di aspettare e di non lamentarsi nel frattempo, di non generalizzare, perché là fuori probabilmente ci sono grandissime cose che tu non conosci: magari il 2012 sarà ricordato dagli storici musicali del futuro come un Anno Mirabile, non sarà il primo che ti sei perso in diretta. Insomma niente panico, aspetta - e soprattutto non scrivere di queste cose. Non scrivere di queste cose su un blog.

E se invece stavolta fosse finita? Non posso desquamarmi in eterno, e nemmeno evolvermi in eterno. Prima o poi si tirano i remi in barca, si prosegue per inerzia. Ma non è solo questo.

È che nel frattempo là fuori, oltre alle cose interessantissime che non riesco più a percepire, c'è una crisi commerciale e industriale. Strutturale. Quella altroché se la percepisco: non credo di avere assistito a una crisi da una postazione così privilegiata, tanto da aver pensato nel 2000 "ma per i negozi di dischi non c'è più speranza", e aver visto i negozi chiudere nel 2008 (e riaprire nel 2011 con più vinile che laser, ma quella è un'altra storia). Magari la musica no, ma il modo in cui la si è prodotta per 50 anni, quello è morto. Ammazzato. E pare che il colpevole sia io.

venerdì 3 agosto 2012

Fin qui nessuna traccia dei nativi

The class they couldn't teach

"Eravamo la classe a cui gli insegnanti non potevano fare lezione, perché ne sapevamo più di loro". Questi due versi di una canzone dei Police, quindi molto vecchia ormai, mi sono tornati in mente lunedì mentre partecipavo a una chiacchierata sull'insegnamento, e in particolare sull'insoddisfazione dei professori. Il pretesto era un rapporto della fondazione Gianni Agnelli, ma a un certo punto qualcuno ha tirato in ballo la questione dei nativi digitali: che è il modo anni '10 di definire i giovani d'oggi, la generazione che è nata davanti al computer e che quindi malsopporta una didattica tradizionale a base di quadernini a righe e quadretti e lavagne di ardesia. Io a quel punto forse sono stato antipatico, forse ho recitato fino in fondo il mio ruolo di insegnante scettico che in tutte queste novità digitali ci crede fino a un certo punto. A mia discolpa posso solo canticchiare una vecchissima canzone dei Police, intitolata Born in the 50s: Sting è del '51, avrà finito il suo percorso scolastico intorno al '68, e già allora condivideva la sensazione di avere una marcia in più rispetto ai suoi insegnanti. Probabilmente è stato sempre così, soprattutto nei periodi di crescita, quando i cambiamenti veloci mettono in discussione le conoscenze del passato e la scuola si scopre improvvisamente come il baluardo di tradizioni inutili. Probabilmente ogni generazione è insoddisfatta dei suoi insegnanti, e il cosiddetto "digitale" è semplicemente il terreno in cui si esprime oggi questa insoddisfazione: finché alla lavagna di ardesia non si sostituisce quella digitale, giusto per scoprire che comunque la lezione bisogna studiarla lo stesso, e che studiare è comunque fatica. Probabilmente la sensazione di "saperla più lunga" l'hanno avuta tutte le generazioni, compresa la mia.

Il fatto è che io, che pure su internet ci passo parecchie ore al giorno, non posso dire di conoscere nativi digitali. So che da un certo punto in poi devono esserne nati, so che a un certo punto arriveranno, posso anche immaginare che siano già tra noi: però non li vedo (i lamenti del barbogio professore proseguono sull'Unità, H1t#138).

giovedì 2 agosto 2012

Non ti sento non ti sento la la la

Se canti questo allegro ritornello

Uno dei motivi per cui di solito quando parliamo di musica non ci capiamo è che in realtà ciascuno parla di qualcosa di diverso. Per alcuni è un linguaggio, per altri un museo, una tappezzeria, un sottofondo, il ritmo cardiaco, un carattere sessuale secondario. Devo dunque procedere a definire cos'è la musica per me. In generale, oggi come 39 anni fa la musica è per prima cosa un bambino interiore che al mattino mi strilla nelle orecchie che vuole ascoltare una canzone. E siccome nessuno gliela canta - di solito è un brano scemissimo ascoltato il giorno prima - me la ripete lui, a squarciagola, nelle orecchie, finché non cedo e mi metto a canticchiarla anch'io, di solito cedo tra gabinetto e cucina.

Questa è la musica per me. Un'ossessione. C'è sempre questo bambino che mi urla nel cervello un ritornello scemo, e io devo venirci a patti. Un sistema è capitolare e cantare quello che vuole lui, foss'anche il ballo del qua qua qua. Può effettivamente succedere che sia il ballo del qua qua, più l'inciso che la strofa. Se invece voglio resistere, combattere, non cedere all'attacco di Romina Power a massimo volume che in effetti potrebbe tranquillamente ricadere nelle forme di tortura sperimentate a Guantanamo, mi servono due tipi di munizioni. Ho bisogno di musica scema, molto scema, perché per esperienza un ritornello cretino può essere sconfitto entro la colazione soltanto da un ritornello ancora più cretino, la moneta cattiva scaccia la moneta buona, i Righeira hanno l'utilità di scacciare Howard Jones, ma poi ci si dovrà porre il problema di scacciare i Righeira, e su questa china se non ci si sa ritirare quand'è ora, molto presto ci si imbatte nel Brano Musicale Più Stupido Della Storia, il chiodo scacciatutto, che è... non ve lo dico. Ma so qual è.

Ho bisogno insomma di musica scema, nel corto periodo, perché sto cercando di placare un bambino interiore che grida e canta incessantemente. Ma ho anche bisogno di buona musica, nel medio-lungo termine. Musica leggera e un po' complicata, musica sofisticata, musica di qualità. Ne ho bisogno perché la prevenzione è meglio della cura, e l'unico modo per evitare che il bimbo intoni Nek domattina è escludere Nek dal mio paesaggio musicale, frequentare solo grandi artisti, finché il bimbo non capisce l'antifona e magari un giorno si sveglia con un'ouverture di Rossini, non chiedo mica molto, Rossini.

Ora forse posso far capire quanto è stato per me importante, vitale, trovarmi in una provincia in cui esistevano radio decenti, con dj magari imbronciati, magari non sempre professionali, ma che ascoltavano musica decente. Ancora oggi poche cose mi deprimono e disgustano come l'ascolto saltuario di una radio commerciale, coi suoi jingle scemi che voi vi dimenticate appena spegnete l'apparecchio, invece io no, io posso svegliarmi dieci anni dopo con in mente un jingle scemo di Albertino; non scherzo, è successo. Rivalutatelo voi Albertino, io quando lo vedo devo cambiar canale immediatamente, ne va della mia salute mentale. Una delle cose che più temevo del mondo del lavoro non erano le otto ore, non era la ripetitività, l'angustia degli spazi e degli orizzonti, no, è che in certi posti tu la musica la devi ascoltare, sei proprio costretto, e poi vai a casa e hai ore di Fargetta in testa e non te le leva più nessuno. Milioni di persone in Italia sono cresciute così negli ultimi 30 anni, e secondo me hanno riportato dei danni. Non voglio dire che abbiano perso gradi di intelligenza, o che gli sia irrimediabilmente precluso l'ascolto di Mahler, non voglio togliere loro il diritto di voto, quasi mai. Però secondo me un bambino interiore che canticchia ce lo abbiamo tutti, chi più forte chi più piano, e se per anni ha ascoltato Radio Utz Utz Utz o Radio Solo Musica Italiana Brutta, quel bambino ora ha dei grossi problemi, è un fatto.

D'altro canto anche questo sta finendo, le radio commerciali sono sempre meno muzak e sempre più chiacchiericcio (fastidioso ma meno frastornante), nei centri commerciali ci sono playlist dedicate di tutto rispetto, e comunque il più delle volte abbiamo le cuffiette e ascoltiamo quel che ci pare. Ma lo ascoltiamo davvero? Ma è ancora musica?