giovedì 31 gennaio 2013

Nascondici o Geminiano


31 gennaio - San Geminiano (312-397), patrono e difensore di Modena, Attila non passerà!

È il 31 gennaio e dovrei parlare di Modena e del suo biancobarbuto patrono, ma non ci ho voglia. Se proprio devo dirla tutta, io ho sempre tifato Attila. Quante volte a un semaforo, o errando alla vana ricerca di un parcheggio, o nel fetore piccionesco del centro l'ho invocato: vieni Distruttore, fin troppo hai errato nella valle, salta fuori dalla nebbia e ràdici al suolo. E invece no, Attila non s'è mai fatto vivo. Era atteso per il 452, aveva già devastato Aquileia - cos'è Aquileia? Niente, appunto, da quando ci passò Attila. Ma prima era la quarta città italiana per grandezza. E poi aveva saccheggiato Padova, Bergamo, e un sacco di altre città che terrorizzate gli aprivano le porte senza neanche provare a resistere. Ma Mutina (Modena) no, Mutina attivò lo schermo protettivo, ovvero invocò il patrono e questi benigno dall'aldilà fece scendere la nebbia. La leggenda tradisce il pregiudizio che Attila fosse un coglione, un subumano, uno che attraversa la Valpadana come una steppa senza fare neanche caso alle strade romane, che pure son lì, sono comode, tu prendi la Aemilia (oggi SS9) a Mediolanum (Milano) in direzione Ariminum (Rimini), e nebbia o non nebbia ci arrivi a Mutina, semmai il grosso rischio è passare oltre e non farci caso perché non è questo granché di città, diciamo, con tutta quella rete fognaria che resterà a cielo aperto fino al Novecento. Ma Attila non era quel buzzurro che si pensa in giro. Sì, era unno, aveva imparato a cavalcare prima di camminare eccetera. Ma era cresciuto a Ravenna, ostaggio degli imperatori di occidente; parlava correntemente latino; è difficile pensare che non riuscisse a orientarsi su un piano padano che è quasi cartesiano. La triste verità è che Attila, Modena, l’ha snobbata: non gli interessava. (continua qui).

martedì 29 gennaio 2013

Non sempre si può perdere

Qualche notte fa, in un oscuro sotterraneo dalle parti di Arcore:

"...insomma, signori, i numeri sono questi".
"Ma non è possibile! Tutti gli altri sondaggi..."
"Tutti gli altri sondaggi, con rispetto parlando, sono specchietti per le allodole. Questi sono i numeri veri e... non hanno pietà".
"Ma com'è potuto succedere! Avevamo otto punti veri di distacco".
"Li abbiamo recuperati abbondantemente, come vede".
"È stato il Monte dei Paschi?"
"È stato un po' tutto l'insieme di cose. Bersani è stato bravo, bisogna ammetterlo".
"Sono stati tutti bravi. Impacciati e confusionari al punto giusto".
"Si capisce che hanno tanta voglia di vincere quanta ne abbiamo noi. E adesso siamo nella merda".
"Via, non precipitiamo...."
"Altro che precipitare. Qui c'è scritto che vinciamo le elezioni, vi rendete conto? Noi! Vincere le elezioni! È un maledetto incubo!"
"Non è ancora detta l'ultima parola..."
"Sentite, il Capo era stato molto chiaro. Aveva detto che voleva il venti per cento. Fine. Voleva divertirsi, fare un po' l'antieuropeista, dettare condizioni, eccetera. E tornare a casa presto. Una cosa tranquilla. Ve lo ricordate, sì? Venti per cento, aveva detto. Al massimo 25, non un decimo di più. Ci andate voi di sopra a dirgli che è già a Palazzo Chigi?"
"Io non so cosa dire, le abbiamo provate tutte. Pure Santoro".
"Lascia perdere Santoro che divento una belva".
"Ma chi poteva aspettarselo... gli avevo scritto apposta quella letterina noiosissima, come facevo a sapere che... sono stati quei due stronzi, veramente stronzi, chi se lo sarebbe aspettato. Gli hanno fatto fare un figurone. Ma senti..."
"Che c'è".
"Magari non gli dispiace poi così tanto vincere".
"No, guarda, proprio non ne vuole sapere. Solo di investimenti ci perde dei milioni con lo spread. E poi che fa una volta che è lì, litiga con la Merkel? Taglia l'Imu, esce dall'Euro? Rinegozia il fiscal compact? Ammesso che sappia cosa sia".
"Ecco, appunto, cos'è?"
"Senti, lascia perdere. Noi non siamo qui per far politica. Siamo qui per far perdere le elezioni a Silvio Berlusconi, che ci paga per questo. Possibile che sia così difficile? È un vecchio bavoso e avido, che altro possiamo aggiungere al pasticcino di merda per renderlo immangiabile? Controlla il calendario".
"Che c'è sul calendario?"
"Non lo so, controlla. Mi do una settimana. Voglio perdere quattro punti in una settimana, perdio, controlla se ci sono delle scadenze importanti, degli anniversari, roba così".
"Mah, è fine gennaio... c'è la Giornata della Memoria".
"Bingo! Lo facciamo andare in qualche luogo simbolico, cerca se ci sono luoghi simbolici in zona".
"A Milano c'è un memoriale della Shoah".
"Lo mandiamo lì e gli diciamo di dire due paroline antisemite".
"Ma sei sicuro?"
"È terrorizzato dall'idea di vincere, vedrai che farà tutto quello che gli diciamo".
"No, dico, sei sicuro che con l'antisemitismo perde punti? Potrebbe anche recuperarne".
"Dici?"
"Non so, forse dovremmo prima fare un focus, qualcosa..."
"Non c'è tempo. Senti, proviamo la carta del vecchietto patetico. Niente antisemitismo, una cosa tipo vecchio zio in braghette sotto la copertina, Mussolini ha fatto tante cose buone, eccetera. E vediamo come va. Cosa abbiamo da perdere?"
"Tutto"
"Mi basta un quattro per cento".


Due sere fa, da qualche altra parte:

"...insomma, signori, i numeri sono questi".
"Ma non è possibile! Tutti gli altri sondaggi..."
"Tutti gli altri sondaggi, con rispetto parlando, sono becchime per capponi. Questi sono i numeri veri e... sono devastanti".
"Ma com'è potuto succedere! Eravamo terzi una settimana fa, una settimana fa! E adesso saremmo in testa?"
"Sono stati tutti molto bravi, bisogna ammetterlo. Bersani che si mette a sbranare a vanvera, quell'altro che sbava su Mussolini... due siparietti da commedia dialettale. E d'altro canto son mica scemi, chi glielo fa fare di vincere?"
"Il senso di responsabilità, per esempio".
"Mi sa che dovremo tirarlo fuori noi".
"Ma neanche per sogno, siam già stati responsabili abbastanza. I patti erano chiari: noi dovevamo fare l'ago della bilancia, metterci il know how. Al consenso popolare dovevano pensarci loro, i cosiddetti partiti di massa. Questa è un tradimento da parte loro, è... diserzione. Molto scorretta".
"E che ci possiamo fare?"
"Tanto per iniziare cominciamo a perdere anche noi dei punti, subito".
"Con tutto il rispetto, abbiamo appena mandato il Capo dai terremotati a prendersi le uova marce, e non è servito a niente, continua a sbancare i sondaggi".
"Il terremoto è troppo settoriale, ci vuole un approccio più generalista".
"Ovvero..."
"Non possiamo più permetterci di fare schifo solo ad alcuni, dobbiamo cercare di fare schifo a più gente possibile nell'unità di tempo. Trovare qualcosa che dia fastidio a tutti. Coraggio, ditemi qualcosa che dà fastidio a tutti".
"Le tasse".
"Le abbiamo già alzate, qualcos'altro".
"Le banche".
"Siamo coperti anche lì".
"La sveglia alla mattina".
"Bello spunto, mi piace. Tutti odiano la sveglia alla mattina. Lavoriamoci sopra. Cos'altro odiano tutti? Il lunedì".
"E vabbe', mica possiamo aumentare i lunedì alla settimana".
"Non possiamo nemmeno allungare la settimana lavorativa, siamo liberisti".
"La settimana lavorativa no... ma quella scolastica sì. Le scuole sono ancora di Stato".
"Grazie al cielo, ma che vuoi fare? Se aumenti l'orario devi pagare di più gli insegnanti, hai voglia".
"No. Non è detto. In luglio non li paghi di più, perché le scuole sono praticamente chiuse, ma loro sono reperibili. Bingo! Un bell'intervento contro le vacanze estive!"
"Tutti amano le vacanze estive".
"Lanciamo un'agenzia, cominciamo a dire che d'ora in poi si frequenta per tutto luglio. Poi ovviamente rettificheremo, ma intanto la voce girerà. Mario Monti contro le vacanze estive. Boom!"
"Quattro punti li perdiamo come niente".
"Ma anche cinque o sei. E poi voglio vedere cosa fanno quei due, ah ah".

Un mese dopo
(ROMA) BERSANI: NON HO MAI "SBRANATO" BAMBINI. SOLO ASSAGGIATI UN PAIO MOLTO CATTIVI. Il segretario del PD ha smentito le affermazioni riportate ieri dai giornalisti, secondo le quali avrebbe ammesso di aver partecipato negli anni '60-'70 a qualche banchetto a base di bambino bianco crudo alla festa dell'Unità di Bettola. "Non siamo dei barbari, noi i bambini li abbiamo sempre cucinati con molta umanità, e se devo dirla tutta non è proprio il mio piatto preferito, ne avrò assaggiato solo un paio ed erano bambini che si erano comportati davvero molto male con le loro mamme e con Stalin".

(MILANO) BERLUSCONI: CULATTONI DI MERDA SONO STATO FRAINTESO, NON INTENDO AVVALERMI DELLO JUS PRIMAE NOCTIS A MENO CHE LE VOSTRE FIGLIE NON VALGANO VERAMENTE LA PENA. Il presidente Berlusconi durante la notte ha pubblicato su youporn un video girato con le sue fidanzate (in tenuta sadomaso-wehrmacht), in cui smentisce di volersi avvalere dello jus primae noctis in modo "universale", come ventilato due giorni fa durante la conferenza stampa a Palazzo Grazioli. "C'è che voi giornalisti siete veramente dei culattoni, non capite... lo vedete questo, sì? Ecco, non lo capite, ora reggimelo, grazie cara". Il presidente ha poi confermato che intende abolire l'IMU e sostituirla "con tua madre", ha detto proprio così, ma forse era sovrappensiero.

(BERLINO) MONTI: INGIUSTIFICATE LE POLEMICHE SUL GATTO A NOVE CODE NELLA SCUOLA ELEMENTARE, sarà esposto soltanto alla parete come deterrente, ma le maestre dovranno limitarsi a bacchettate sulle nocche e gusci di noce sotto le ginocchia.

Continua... (in realtà no).

lunedì 28 gennaio 2013

Non fosse per un piccolo sterminio

Domenica come tutti sapete era l'anniversario dell'apertura dei cancelli di Auschwitz. Sabato, come non tutti sanno, era il settantesimo anniversario di Nikolajewka, l'eroica battaglia in cui gli alpini italiani in ritirata spezzarono l'accerchiamento sovietico pagando un prezzo altissimo: più di ventimila morti e ottantamila prigionieri, per riportare a casa un contingente che Hitler non aveva voluto, che Mussolini aveva comunque ritenuto necessario inviare per dimostrare qualche cosa. Ieri, come tutti sapete, Berlusconi ha anche dichiarato che Mussolini ha fatto tante cose buone.

In seguito ci ha già fatto sapere che è stato ovviamente frainteso, che non intendeva dire quello che ha detto, che "non ci può essere alcun equivoco sulla dittatura fascista" anche se pensava "che questo dato fosse chiaro per tutta la mia storia politica passata e presente". Siccome però nella sua storia politica c'è quella famosa intervista allo Spectator in cui affermò che Mussolini mandava i dissidenti in villeggiatura (2003) o quella volta in cui definì la dittatura fascista una "democrazia minore" (2011), è lecito sospettare che Berlusconi queste sparate non le faccia soltanto per conquistare qualche voto ai nostalgici, che ci creda davvero: che non abbia smesso di provare una sincera simpatia per il Mussolini "troppo buono" dei diari apocrifi fatti pubblicare da Dell'Utri, quello disilluso a cui amava paragonarsi al tramonto della sua esperienza di Presidente del Consiglio. Detto questo, non ha veramente importanza cosa provi Berlusconi per Mussolini dentro di sé. Sarebbero fatti suoi.

Ma il fatto che decida di ricordare pubblicamente che ha fatto cose buone, durante una campagna elettorale, e proprio nel momento apparentemente meno adatto (la giornata della Memoria), ecco, questo è interessante e merita una discussione che vada un po' più in là del semplice compitino a base di indignazione (che continua sull'Unita.it, H1t#164).

Per inciso: probabilmente era quello che desiderava, una bella batteria di editoriali sdegnati su tutti i quotidiani che non siano suoi. Un tentativo di attirare l’attenzione rozzo ma efficace (prova ne è che ne stiamo parlando). Può sembrare paradossale che Berlusconi scalpiti per i riflettori anche nel momento in cui sono puntati sulle eventuali responsabilità dei vertici PD in un caso di malafinanza, ma B. è fatto così: deve stare al centro. Preferisce che si parli male di lui, piuttosto che si parli male degli altri. Per convincere i suoi vecchi elettori a votarlo ha bisogno di essere attaccato, e per essere attaccati ci si può anche ridurre a parlar bene di Satana in chiesa o di Mussolini al Memoriale della Shoah.
“Credo che Berlusconi abbia detto quello che la maggioranza degli italiani pensa su Benito Mussolini” ha affermato oggi Renato Brunetta: non esattamente un osservatore imparziale, ma non è detto che si sbagli. Magari non è (ancora) la maggioranza, ma è una parte cospicua dell’opinione pubblica quella che sostiene, più o meno a mezza voce, che Mussolini non sia poi stato un cattivo amministratore. Non gli fosse venuto questo inspiegabile prurito per certe pratiche hitleriane, quelle sì cattive, cattivissime, “male assoluto”, Mussolini lascerebbe un bilancio positivo, l’Agro Pontino eccetera. Nelle memoria di seconda mano delle nuove generazioni la vita del dittatore diventa simile a quella di certi imperatori tratteggiati dai cronisti romani: validi comandanti, bravi governanti, padri amorosi finché a un certo punto qualcosa va storto, impazziscono, giustiziano i parenti e muoiono di morte violenta. Ma Benito Mussolini non è un fantasma di duemila anni fa: è l’uomo italiano più studiato del secolo scorso. Il fatto che si possa prendere il mandante del delitto Matteotti, l’invasore dell’Etiopia, il responsabile dei bombardamenti di Barcellona, e del disastro degli Alpini in Russia per un bravo ragazzo sviato dalle cattive amicizie, è il segno che qualcosa non ha funzionato nella trasmissione delle minime nozioni di Storia del Novecento. A più di dieci anni dall’istituzione della Giornata della Memoria, forse vale la pena di discutere su questo: e sul fatto per esempio che Amba Aradam sia ancora un simpatico modo di dire, e non il nome di uno dei massacri più orribili messi in atto dall’esercito italiano e no, Adolf Hitler non c’entri nemmeno di striscio.
Ricordare i campi di sterminio è doveroso e necessario, ma se non allarghiamo un po’ il campo a scuola o in televisione rischiamo di suggerire che i nazisti spuntino dal nulla, con tutta la loro malvagità assoluta e irredimibile. Il passo successivo è farne i capri espiatori di tutto il male non assoluto nel Novecento. Forse oltre a proiettare film e documentari sullo sterminio varrebbe la pena di riservare un po’ più tempo al Ventennio nero. Non solo ai delitti di cui Mussolini si macchiò sin dall’inizio, ma anche ai banali indicatori economici, che ci dicono che la sua amministrazione fu rovinosa (dovrebbe essere un dato acquisito dalla maggioranza dei diplomati, e non lo è), e che le guerre combattute dalla metà degli anni Trenta in poi non furono un increscioso incidente, ma l’esito naturale del nazionalismo che Mussolini aveva brevettato molto prima che il verbo di Adolf Hitler uscisse dalle birrerie. A chi spetta ricordarlo, se non a noi. http://leonardo.blogspot.com

domenica 27 gennaio 2013

I miei amici sono anemici

27 gennaio - Sant'Angela Merici, (1474-1540), mistica, fondatrice delle orsoline.



“I miei amici sono anemici”, mi dici,
si sono messi ai margini
di foto con cornici.
Non pranzano con gli astici,
si arrangian con le alici;
la mensa sa di ospizio di Sant'Angela Merìci.

I tuoi amici sono cinici, ci dici,
hanno scialato rendite, non certo in dentifrici.
Non serve essere aruspici per trarne infausti auspici:
staresti molto meglio chez Sant'Angela Merìci.

I miei amici son quei tipici infelici
che han fatto studi classici e ne han tratto i benefici:
non san quadrare i circoli, né estrarne le radici,
proteggerli è un lavoro per Sant'Angela Merìci.

Continua sul Post..

venerdì 25 gennaio 2013

12 anni

(È un pezzo vecchio, sì, ma a partire da un certo punto in poi i compleanni si assomigliano tutti)

Il pregevole blog lo Zibaldone

"Come? Eh? No, le candeline no. Il mio povero cuore.
Volete che vi racconto? Ma probabilmente la storia la sapete già. Sono io che non mi ricordo più bene quando ho cominciato.
Mi sembra di averlo sempre avuto un blog, più o meno dall’… Ottocentoquindici, mi pare… in quel periodo eravamo in pochi, eh, anche perché il layout dovevi farlo a mano… il codice, dico… lo vergavi con la penna d’oca, nei primi tempi… e quindi non eravamo poi così tanti ad avere la costanza, la… manualità… comunque c’era già Giacomo.  Lui con lo Zibaldone era un po’ il mio mito, me l’aveva linkato Pietro Giordani che… aveva questa directory di giovani poeti italiani promettenti, che se ci pensi era una cosa da suicidio, allora, mettere in piedi una directory così… anche oggi certo… però a quei tempi… metti che Foscolo un giorno la consulta e non trova il suo sito… minimo ti sfidava a duello… non gli potevi mica dire: “Scusa, Ugo, ma è una directory di giovani promettenti, e francamente tu…” insomma, c’erano equilibri molto complicati.

Ma dicevo di Giacomo. Di lui non è che si sapesse molto, stava in campagna come molti di noi, e gli volevamo tutti molto bene perché… ma fondamentalmente aveva una costanza pazzesca. Ogni volta che facevi refresh qualcosina la trovavi. Spesso era roba pesante, filosofia, linguaggio, però era due secoli fa, forse allora c’era più mercato per queste cose. A me sembrava uno dell’altro mondo, poi un giorno leggendo capisco che si è trasferito a Bologna… allora vado a impegnare i gioielli della mia povera madre per prendere a nolo un biroccio e in un paio di giorni sono là… però non c’era ancora google street view e anche la segnaletica stradale lasciava molto a desiderare, francamente… sicché entro in un’osteria, sotto le torri, e chiedo a lorsignori se conoscono l’indirizzo del poeta Giacomo Leopardi. Silenzio. “Intendo l’autore del pregevole blog lo Zibaldone”. Mi ridono in faccia. Lì per la prima volta ho capito che… la blogosfera non è proprio esattamente il mondo reale… uscendo alla luce del sole urtai un gobbetto, gli feci cadere una borsa piena di carte e mi mandò al diavolo… mi lasciò un pessimo ricordo Bologna, non saprei neanche dire perché… forse capivo che tra il mondo vero e la blogosfera ormai avevo scelto la blogosfera. Vuoi mettere tra discutere di lettere con IppolitoNievo.It o stare per strada a farsi ingiuriare dai brutti gobbi sgorbi?

Manzoni? Non so, me l’hanno detto poi che c’era anche Manzoni, il punto è che non era già il grande Manzoni, era un ragazzo molto timido, che non usciva di casa volentieri, balbettava... aveva crisi di panico nei luoghi affollati... al giorno d’oggi sicuramente diremmo che è la sindrome di questoquello, ma a quei tempi… Lui stava molto sulle sue e faceva questa cosa, che a me non è mai piaciuta… cioè si cancellava spesso. Magari per un mese scriveva cose fantastiche, fantasie di monache lesbiche, poi un mattino gli saltava il ticchio… cancellava tutto. Magari perché qualcuno gli aveva lasciato un commento livoroso (lui però li bloccava, mi pare), oppure gli era venuta la crisi mistica... Io quelli che fanno così... non li ho mai compatiti veramente. Voglio dire, o fuori o dentro, trovate un vostro equilibrio. Però non voglio fare polemica. L’ultima polemica la feci col Tommaseo, mi pare nell’Ottocentoquarantavattelapesca… quanto a Manzoni, era un altro che non usciva di casa volentieri, aveva crisi di panico nei luoghi affollati…

No, all’inizio no, non c’erano classifiche. Non avremmo saputo cosa conteggiare. Dovete capire che con la tecnologia di allora anche una cosa che per voi sembra scontata… non so, lincarsi. Io per lincare un post di Luigi Settembrini dovevo scrivergli fermo posta, e sperare che filtrasse il firewall austroungarico. Le polemiche sullo sbarco dei Mille, poi, francamente… non si poteva fare liveblogging da Marsala, mettetevelo in testa. I borbonici avevano bloccato il protocollo postale, non avevamo né piccioni né segnali di fumo, e poi c’era questo piccolo particolare che dovevamo scannare nemici a mani nude perché avevamo lasciato i fucili a casa. La prossima volta portatevi l’Iphone, cosa volete che vi dica. I giovani la fanno sempre facile.

Lo devo ammettere, all’inizio il telegrafo mi spaventava. Temevo che uccidesse il blog, lo avevo anche scritto… un post dal titolo il blog è morto. Mi davano soprattutto noia quelle abbreviazioni, anche inglesi, SOS per Salvate le Nostre Anime, che roba è? E poi tutti quegli stop a fine frase, stop, stop, stop… insopportabili. Ma davvero ero convinto che il futuro sarebbe stato sintetico, che quelli che amavano le pagine lunghe e complicate, come le mie, fossero condannati… magari chissà avevo pure ragione… nei tempi lunghi…

Invece Marconi lo adoravo. Mi ricordo quando fece quella presentazione, a Londra… tutti si immaginavano un gadget portatile, magari un telegrafo palmare, ma chi si poteva immaginare un congegno wireless nell’Ottocentonovanta… dico bene? O novantacinque? Va bene, insomma, adesso in che anno siamo? No, fa lo stesso, un anno vale l’altro.

Ma ve l'ho detta quella volta che sono andato a Bologna, perché volevo vedere un blogger, come si chiamava... Entro in un'osteria e..."

giovedì 24 gennaio 2013

Un Lincoln quasi Obama

Lincoln (Spielberg, 2012)

"La bussola ti indica il nord, ma non ti mostra dove sono le paludi", dice più o meno Abraham Lincoln al leader radicale Thaddeus Stevens durante uno dei dialoghi che scandiscono il film. La frase sembra fatta apposta per essere citata, linkata, twittata all'infinito da un certo pubblico che temo sia quello che soprattutto Spielberg aveva in mente (dico "temo" perché ahimè, ne faccio parte): i progressisti moderati, liberal ma non troppo. Quelli che si incazzano con gli amici che votano Ingroia anche se su tanti argomenti starebbero molto più a sinistra di quanto starà mai qualsiasi Ingroia: la nostra bussola indica quel Nord, ma noi abbiamo anche una carta del territorio e sappiamo che in mezzo c'è un'enorme palude e che forse toccherà passare da Sud, attraversando Monti, forse addirittura Casini. Sono cose che succedono e ci fanno vergognare, ma di cosa, poi? Di avere cartine aggiornate?

Spielberg, come il migliore cinema americano, ha la bussola e ha la cartina: non dimentica il nobile ideale a cui tendere (l'abolizione della schiavitù) ma non si sottrae alla complessità del reale (bisogna comprar voti al Congresso uno scilipoti alla volta), anzi ci si tuffa con passione, restituendo agli spettatori una sintesi affascinante anche se, nel caso di Lincoln, più utile a discutere il presente che il passato a cui fa riferimento. Questo è un altro tratto tipico di Spielberg: se la Guerra dei Mondi parlava dell'11 settembre, Minority Report del Patriot Act, Lincoln potrebbe essere definito il primo biopic su Barack Obama. Tony Kushner, lo sceneggiatore di Angels in America e Munich, ha lavorato per più di tre anni, leggendosi scaffali di libri sul personaggio, per poi uscirsene con uno script in cui la first lady e la sua sarta nera (personaggio storico) assistono alle sedute del Congresso, una circostanza veramente poco probabile a metà Ottocento. Di fronte a invenzioni come queste, tanto più sleali quanto più il film sembra garantire la solita precisione filologica spielberghiana di Schindler's o del Soldato Ryan, il regista non ha trovato di meglio che affermare che una ricostruzione come Lincoln è da considerarsi "un sogno". La Storia americana ci mette gli arredi e i costumi, ma sotto barbette e giacche blu i protagonisti siamo sempre noi, sognanti noi stessi. All'inizio del film un pugno di soldati yankee bianchi e neri imbarazza Lincoln recitando un suo celebre discorso a memoria. Gli storici storcono il naso, i soldati della Guerra di Secessione erano perlopiù analfabeti ed è improbabile che cercassero sui giornali testi di discorsi scritti in piccolo per impararli nelle trincee, come i fans di Obama che li trovano su youtube. Ma nel sogno accadono queste cose: che i discorsi schiudano le porte e spezzino le catene, e che i cittadini le imparino a memoria per motivarsi mentre scannano i ribelli. Più tardi il film darà l'impressione di credere che un buon discorso a quattr'occhi di Abe "l'onesto" Lincoln a un deputato avversario possa riuscire dove non riesce l'offerta di incarichi e prebende. La parola è più forte della corruzione. Ci crediamo?


Gli americani ci credono, tanto che spesso si fanno governare dagli avvocati (continua su +eventi)

lunedì 21 gennaio 2013

Le elezioni (più complicate) del secolo

Stavo pensando a come si deve sentire un qualsiasi elettore di Ingroia o Di Pietro, amante della legge e dell'ordine, quando scopre che nello stesso movimento c'è gente di Rifondazione che va ai funerali dei brigatisti. Come ci si deve sentire? Più o meno come si devono sentire i reduci di Genova che dopo aver diffidato per anni di poliziotti e magistrati si ritroveranno, nelle urne, a mettere una croce sull'ex magistrato Ingroia. Sempre meglio dei radicali che hanno rischiato di dover votare per Storace. Per tacere dei leghisti che dopo aver definitivamente chiuso con Berlusconi alle prossime elezioni voteranno, come da 15 anni a questa parte, Berlusconi; i renziani e i vendoliani che si tureranno il naso e voteranno per il Bene Comune; i liberali che avevano scelto Monti per superare le antiche categorie della politica e si ritroveranno perciò come capolista Casini; i democratici che voteranno Bersani ma sanno già che l'accordo con Casini e Monti è necessario, e così via. Persino molti simpatizzanti delle Cinque Stelle gradirebbero un movimento meno Grillo-centrico, ma i tempi sembrano ancora piuttosto lunghi.

Si sa che i partiti politici non possono soddisfare le esigenze di tutti, ma stavolta più che in passato sembra che nessun partito riesca a soddisfare le esigenze di nessuno. Tra le infinite magagne del porcellum c'è quella di aver creato i più inverosimili compagni di letto. Ingroia mette assieme sinistra extraparlamentare e giustizialisti; gli elettori di Vendola storcono il naso all'idea di andare col Pd; quelli del Pd storcono il naso all'idea di doversi poi associare a Monti; molti sostenitori di Monti si domandano che male hanno fatto per ritrovarsi con Casini e Fini, eccetera eccetera. Gli unici forse a non porsi tutti questi problemi sono gli elettori di Berlusconi, per i quali la scelta è relativamente facile: da una parte c'è il loro campione di sempre, dall'altra tutti i suoi nemici. Berlusconi sta risalendo nei sondaggi anche perché è l'unico a potersi permettere una campagna senza toni compromissori: non ha nessuna strana alleanza da dover spiegare ai suoi elettori, tanto più che il bacino a cui si rivolge apertamente è quello degli astensionisti: gente che o vota per lui o proprio non vota. Se i suoi calcoli sono giusti, se l'Italia è ancora quel Paese che ha capito e infinocchiato così bene negli ultimi vent'anni, forse ce la fa anche stavolta.

Perché la politica italiana è così complicata? (eh, chissà. Se ne parla sull'Unita.it, H1t#163).

Perché dopo vent’anni passati a invocare il bipolarismo, ci troviamo con quattro o cinque “poli” tutt’altro che fermi, anzi in perenne oscillazione, alla ricerca di un equilibrio impossibile? Fingiamo per un attimo di fare tabula rasa delle esperienze e delle personalità, e proviamo a immaginare quanti e quali partiti servirebbero per rappresentare l’Italia di oggi. Partendo da sinistra, sicuramente ci dovrebbe essere spazio per un movimento radicale e ancora un po’ operaista, sulla falsariga della Linke tedesca. Poi potrebbe esserci un partito socialdemocratico con ambizioni maggioritarie, una piattaforma chiara sui diritti civili e sull’ambiente. Alla sua destra, e più o meno al centro dell’arco parlamentare, un partito liberaldemocratico che avrebbe già fatta propria l’agenda Monti. Più a destra i conservatori, cattolici o meno; da qualche parte poi si dovrebbe lasciare spazio per un partito neo-populista antieuropeista, dove troverebbero sfogo anche alcuni localismi (gli autonomismi regionali, ecc). Ecco, meno di cinque partiti davvero non sono riuscito a immaginarli, ma questi cinque almeno non creerebbero tanti problemi di identità ai propri elettori. A rendere impossibile un’architettura del genere ci sono diversi fattori: da una parte il settarismo, dall’altra la disperata determinazione di molte queste sette a non scomparire sotto la soglia di sbarramento, che porta ad apparentamenti grotteschi (Storace+Pannella, ma anche Ingroia + sinistra radicale non scherza affatto). Poi ci sono tensioni trasversali; la pervasività dei cattolici rende difficile capire, per esempio, quale di questi poli non stia difendendo i cosiddetti “valori non negoziabili”: se qualcuno vuole che il prossimo parlamento metta all’ordine del giorno il matrimonio gay o imponga l’IMU alla Chiesa, chi deve votare? Non è affatto chiaro. E poi c’è l’ingombro di Berlusconi, che trasforma ogni consultazione in un referendum su sé stesso. Tutto questo rende il quadro di una complessità che troveremmo perfino affascinante, se dovessimo soltanto osservarla da lontano e non viverci dentro.
Altrove è più semplice, o almeno così sembra da qui. Altrove i partiti riflettono le aspirazioni di blocchi sociali più o meno definiti, che possono vincere o perdere le elezioni (o pareggiarle, a volte succede anche questo senza melodrammi o guerre civili). Altrove non si dà per scontato che il leader di centrosinistra debba automaticamente rivolgersi all’elettorato di centrodestra e viceversa: si può anche vincere semplicemente convincendo il proprio naturale bacino elettorale a non disertare le urne, decifrando le sue esigenze e trasferendole in un programma politico (che poi sotto le elezioni va tradotto in slogan di facile presa). La cosa inquietante è che l’unico leader italiano che si sta comportando così sembra essere Silvio Berlusconi. http://leonardo.blogspot.com

venerdì 18 gennaio 2013

Il Siegfried Nero

Django Unchained (Quentin Tarantino, 2012).

 

Alla vigilia della guerra Civile il dottor Schultz (un Christopher Waltz di nuovo divertentissimo) si aggira per il Sud praticando questo mestiere di recente invenzione, il cacciatore di taglie. Django è lo schiavo che ha liberato perché lo aiuti a identificare una banda di criminali. Ma Django (Jamie Foxx) non è un "negro" qualunque, uno come lui ne nasce una volta su diecimila. Ogni volta che lo buttano a terra, risorge in una versione più cool. Dopo l'orgia citazionista di Kill Bill in parecchi lo avevamo dato per perso, Quentin Tarantino, nella sua cineteca di vhs sbiadite: avrebbe frullato per sempre tutto quello che gli veniva in mente per un pubblico che comunque dimostrava di mandare giù qualunque cosa. Abbiamo dovuto ricrederci con Inglourious Basterds, dove il regista ha messo a punto il congegno che ritroviamo perfettamente oliato nella lunga parte centrale di questo film: un'estenuante trappola per gli spettatori, che in Django hanno ancora meno digressioni e siparietti per tirare il fiato - per salvare la sua principessa l'eroe scende in un inferno vero, un luogo dal quale non si risale senza aver venduto un po' d'anima, dove ci attende un luciferino Leonardo Di Caprio e il suo terribile schiavo-patrigno (Samuel L. Jackson, micidiale).  Se in Basterds ci ritrovavamo per qualche minuto a vivere il dissidio e la vergogna di un padre di famiglia che per salvarsi tradisce gli ebrei che ha nascosto, in Django dobbiamo reggere la vista di fuggitivi sbranati senza tradire un sentimento. Tutto questo, per qualche strana alchimia che Tarantino ha raggiunto dopo anni in cui non sembrava nemmeno provarci, capita ai personaggi sullo schermo, ma capita anche a noi sulla poltrona. Siamo cavalieri senza paura ma con moltissime macchie, dobbiamo scegliere con chi stare e il più simpatico spara alle spalle di mestiere (continua su +eventi).

mercoledì 16 gennaio 2013

Il soviet in provincia di Grosseto

Lo so, lo so, ma Castellitto
aveva già fatto sia don Milani che padre Pio.
15 gennaio - Don Zeno Saltini (1900-1981), sovversivo, nomadelfo

Zeno Saltini non è per ora un santo, nemmeno un beato - sua sorella Marianna, lei sì; ma nel suo caso ci sono miracoli documentati. Zeno in compenso ha già avuto la sua fiction, e il processo di beatificazione comunque dovrebbe essere iniziato nel '09, campa cavallo. In realtà non dovrebbe essere così difficile trovare dei miracoli, ma non è probabilmente quel genere di miracoli che interessa al giorno d'oggi. Prendi Nomadelfia. Per come si sono messe le cose dagli anni Cinquanta in poi, il solo fatto che in Italia esista ancora un luogo come Nomadelfia, in cui "tutti i beni sono in comune, non esiste proprietà privata, non circola denaro, si lavora solo all'interno e non si è pagati" è un discreto miracolo. Siamo nel 2013, i kolchoz sono stati tutti privatizzati, la comunione dei beni è un'eresia persino in Cina, e Cuba fa tristezza; ma Nomadelfia resiste, quattro km quadrati per 270 abitanti in provincia di Grosseto, se siete curiosi andateci, è gente ospitale. Io non sono stato in molti posti in vita mia, ma a Nomadelfia ci sono stato. È stato tantissimo tempo fa, l'Unione Sovietica era ancora al suo posto nelle cartine. Ma ho la presunzione che non sia quasi cambiato niente, che i villaggi di prefabbricati siano ancora al loro posto, sulla collina sormontata da un'antenna. Se penso a Nomadelfia la prima cosa che mi viene in mente è un'antenna. C'è un motivo.

San Giacomo Roncole, 2012.
Un'altra cosa che ricordo è il vento battente, una cosa poco familiare qui da noi, che ti spazzava appena mettevi il naso fuori dai prefabbricati. Un vento che "ti mette appetito", dicevano i locali. Era vero, avevo sempre una fame nervosa, per la verità non insolita nelle settimane a cavallo tra dicembre e gennaio. Di solito la combattevo frugando nella mia dispensa, concedendomi generose merende a base di avanzi di pandoro, ma a Nomadelfia si cenava sempre in lunghe tavolate, nei gruppi familiari, e mi vergognavo a chiedere che mi si riempisse di nuovo il piatto. Alla fine circolava questo panforte in fettine sottilissime; fino a quel momento ero stato piuttosto diffidente verso i dolci a base di frutta secca, ma quel panforte mi faceva impazzire. Avrei voluto mangiare tutte le fette dei miei commensali, avrei voluto scappare in cucina e mangiare tutta la scorta di panforte. Fino a quel momento il comunismo era stato per me un orizzonte teorico, non l'avevo mai immaginato in modo concreto, un posto dove anche se hai fame devi aspettare che mangino gli altri. Concettualmente ci arrivavo, ci ero sempre arrivato; ma il mio stomaco, scoprii allora, era un maledetto capitalista.

Danilo "Barile"
Don Zeno non parlava di capitalismo, né di comunismo. Un po' forse nel tentativo (vano) di risparmiarsi qualche guaio con le varie autorità che gli complicarono la vita, un po' perché erano paroloni, lui quando faceva le prediche a metà film amava tenere un registro più basso. Ai tempi in cui mio nonno lo sentiva comiziare a San Giacomo Roncole, lo slogan del suo Movimento per la Fraternità Umana era Fev do mòcc', "fate due mucchi": i poveri da una parte e i ricchi dall'altra, chiaro? Altro che capitalismo: i rècc', i ricchi. Altro che classi sociali: i mucchi. A differenza di altri preti rivoluzionari, che sotto la tonaca nascondevano una formazione classica persin troppo raffinata, Zeno non diede mai nella sua vita l'impressione di semplificare le sue idee per il volgo incolto: le idee di Zeno erano già semplici, e il volgo incolto era quello da cui proveniva lui, che aveva abbandonato la scuola a 14 anni, per poi vergognarsene. Quattro anni più tardi, arruolato alla Grande Guerra, sperimenta lo choc che gli cambia per sempre la vita. Niente bombardamenti, una semplice discussione di politica nelle retrovie con un compagno di branda, un amico anarchico. L'eloquenza di quest'ultimo lo annienta, lo umilia di fronte ai camerati. "Come in una bolgia infernale quasi tutti i soldati presenti cominciarono ad esaltarsi in favore del mio avversario: fischi, sgarberie, urla mi costrinsero al silenzio". Perché non è riuscito a difendere le sue idee di bravo cattolico? Perché non è istruito, l'anarchico sì. Al ritorno dal fronte Zeno informa il suo prete che ha intenzione di studiare teologia e diritto, da privatista. Le prime pagelle saranno agghiaccianti, ma Zeno è determinato: vuole diventare l'avvocato dei poveri. Riesce effettivamente a laurearsi alla Cattolica, ma poi preferisce farsi prete, convinto che i poveri si difendano meglio così. Nel '31, durante la stessa cerimonia prende i voti e adotta il suo primo figlio, "Barile", un giovane ladro di polli molto promettente che era andato a prelevare direttamente alla caserma dei Regi Carabinieri. Il primo di quattromila, dice la biografia ufficiale. Per tenere occupati i suoi piccoli apostoli, Zeno si affida alle sue passioni: il circo e il cinema. Trasforma gli orfani in saltimbanchi e gli affida la spericolata gestione delle sale parrocchiali. Gli porta fortuna la passione per i film americani, boicottati dal circuito delle sale ufficiali fasciste: noleggiarli costa poco, e le sale alla domenica sono sempre piene. A metà spettacolo i ragazzi accendono le luci e don Zeno fa la predica per quelli che a messa al mattino non c'erano, la maggior parte. Però chi a messa ci è venuto entra gratis: fuori dalla chiesa i Piccoli Apostoli ti timbrano il polso, come in disco.

A metà anni Trenta, nella Bassa modenese, i double feature dei Piccoli Apostoli, film+predica, sono lo show più trasgressivo consentito dal regime. Zeno riuscirebbe anche a guadagnarci, se non avesse una famiglia sempre più numerosa e se non reinvestisse parte del ricavato in una tipografia e in una bicicletta di corsa, poi in una moto, poi in una Balilla Torpedo, nel tentativo di simulare l'ubiquità in quello che ormai è un circuito alternativo, cinque sale diverse nel giro di 70 chilometri, in cui si proietta roba americana introvabile (continua sul Post...)

lunedì 14 gennaio 2013

Ma sentiamo adesso la nostra amica stragista

A costo di suonare banale, al limite del lapalissiano, vorrei ricordare a tutti i lettori (e specialmente a quelli scandalizzati del fatto che Emma Bonino non possa tenere un discorso in chiesa) che i cattolici definiscono la propria posizione nella società attraverso princìpi che chiamano, non a caso, valori non negoziabili; che tra questi valori c'è la difesa della vita umana, e che la vita umana, secondo loro, comincia dal concepimento, e quindi se ne deduce, davvero con molta facilità, che un aborto è un omicidio, ed Emma Bonino un'assassina. Ma non un'assassina qualunque, perché di aborti non ne ha praticati due o tre, ma 10141 nel solo 1975: quindi una stragista, una genocida.

Non solo. A differenza di tanti banali esecutori, la Bonino non ha eseguito ordini che provenivano da qualche autorità superiore, ma tutti quegli omicidi li ha commessi in piena coscienza, rivendicandoli a testa alta, al punto di auto-accusarsi all'autorità costituita, quando abortire in Italia era illegale ma lei aveva già fondato il Centro di sterilizzazione e di informazione sull'aborto. In seguito abortire ha smesso di essere un reato, anche grazie a lei, ma i cattolici non hanno cambiato idea e non c'è nessun motivo al mondo per cui la debbano considerare con occhi diversi da quelli con cui la guardavano nel 1975: una lucida assassina seriale che non si è mai pentita, anzi che rifarebbe esattamente tutto. Per questo immaginarsi un prete che accolga Emma Bonino nella sua chiesa durante le esequie di Mariangela Melato, e che le ceda il microfono per un breve discorso, è una di quelle fantasie che possono venire soltanto a uno che in Italia ci venga di passaggio ogni tanto, e sia convinto che gli edifici coi campanili siano una cosa folkloristica gestita da impiegati comunali con buffi abiti tradizionali.

Chi in Italia viceversa ci abita davvero, e con gli italiani ci discute un po', persino coi preti, non è che possa sorprendersi più di tanto: sul serio, questa cosa dell'aborto=omicidio non è uno scherzo, una boutade che si dice ogni tanto per darsi un tono: non mi è mai capitato di sentire un cattolico che non ne sia convinto. Quelli che smettono di crederci di solito smettono anche di essere cattolici, perché da trenta, quarant'anni a questa parte l'opposizione a qualsiasi forma di aborto è diventata un cardine della dottrina pratica della chiesa. Sarebbe interessante discutere del perché sia successo questo, dato che nelle Scritture di aborto non si parla e anche i Padri della Chiesa per lo più se ne disinteressano; a mo' di curiosità si potrebbe ricordare che per secoli il filosofo ufficiale della Chiesa è stato Tommaso d'Aquino, per il quale la vita non aveva inizio col concepimento: sarebbe interessante e qui ogni tanto si tenta di farlo, ma oggi prevale la sorpresa per l'unanime sdegno con il quale si commenta la notizia: non hanno fatto parlare Emma Bonino in una chiesa! Ma perché, povera Emma, cos'avrà mai fatto di male. Ecco, a mo' di ripassino citerei il blog di un consigliere pidiellino del Lazio:
Se ogni politico nasconde qualche scheletro nell’armadio, Emma Bonino cela un cimitero di 10 mila bambini non nati e da lei spesso personalmente eliminati con una indifferenza orgogliosa e agghiacciante
Siete liberi di trovare la cosa assurda; ma di stupirvi francamente no. I cattolici queste cose le dicono a voce alta, da parecchio tempo: se non siete d'accordo magari non sposatevi in chiesa, e chiedete che il vostro corteo funebre non parta da una chiesa. Io in coscienza non ritengo che l'aborto sia equiparabile a un omicidio; non mi sono sposato in chiesa e quanto al mio corteo funebre chi ci sarà farà un po' come gli pare, io quel giorno avrò altri impegni. Ma scandalizzarsi del fatto che un'organizzazione privata (la Chiesa) non lasci parlare dai suoi microfoni una persona che ritiene sua feroce avversaria (Emma Bonino) è secondo me indizio di una certa confusione su cosa la Chiesa sia. Non è un ente governativo, non gestisce edifici pubblici, gli officianti non sono pubblici ufficiali; perlomeno non dovrebbero esserlo, e chi è laico dovrebbe preoccuparsi vivamente che nessuno faccia confusione. Proprio perché si ritiene che la Chiesa debba essere trattata come un soggetto privato, e che debba pagare tutte le sue tasse esattamente come qualsiasi altra organizzazione privata, senza trattamenti di favore. Gli edifici di culto appartengono ai preti: decidano loro chi è ben accetto e chi no, chi può parlare e chi no, esattamente come a casa nostra entra e parla solo chi invitiamo noi. E in cambio di questa riconosciuta autonomia, la libera Chiesa paghi al libero Stato tutte le sue tasse - comprese quelle che servono a finanziare consultori e a continuare l'opera intrapresa da Emma Bonino nel 1975: visto che nel frattempo anche grazie a lei noi cittadini italiani abbiamo deciso a maggioranza che abortire non è una colpa, non è un reato, e che si deve essere liberi di farlo nel modo meno doloroso possibile, senza le pompe da bicicletta che la Bonino era costretta a usare.

Dico un'ultima cosa. Proibendo a Emma Bonino di parlare, il prete le ha reso onore: ribadendo la coerenza della Chiesa, ha riconosciuto anche la coerenza dell'attivista pro-aborto. Molto più di tutti quelli che in queste ore si stanno stracciando le vesti non si capisce esattamente in base a quale sistema di valori, forse di un generico Volemosebbène che dovrebbe scattare ogni volta che muore qualcuno, e ci togliamo i nostri panni ideologici e ci abbracciamo tutti in un'unica grande chiesa da Che Guevara a madre Teresa. Vaffanculo, no, questa cosa non esiste: per i cattolici chi pratica gli aborti va all'inferno e ci resta. Tenetevelo un po' in mente, e fatevi seppellire di conseguenza.

C'è ancora qualcuno che ci fa i patti

Negli ultimi giorni, se ho ben capito, è successo che Santoro e Berlusconi si siano messi d'accordo prima della diretta per parlare solo di certe cose e di altre no, ad esempio delle condanne no. Poi è partita la diretta e Berlusconi dopo un po' si è messo a parlare delle condanne di Travaglio. Santoro urlava che non erano i patti, ma era un po' troppo tardi.

Pochi giorni prima Berlusconi e Lega si erano messi d'accordo per andare alle elezioni assieme: dopo aver promesso per tanti mesi ai suoi elettori che non sarebbe successo mai più, Maroni, a malincuore, ha dovuto accettare un'alleanza. Purché Berlusconi non fosse il candidato premier. Ieri sono usciti i bollini dei partiti e su quello del PdL c'era scritto, com'è naturale, BERLUSCONI PRESIDENTE. La morale di tutto questo è la solita.

Forse Berlusconi stavolta non vincerà, ma ce lo meriteremmo. Senz'altro se lo meriterebbe Santoro, e Maroni, e chiunque pensi che con Berlusconi si può scendere a patti. Non si fanno i patti con Berlusconi. A memoria d'uomo, non si ricorda un solo patto che Berlusconi abbia rispettato, da quello famoso con la Retequattro di Mondadori per dividersi le inserzioni pubblicitarie a partire da un lunedì (che eluse facendo lavorare i suoi collaboratori il fine settimana) alle ultime meno esaltanti stagioni in cui persino le olgettine si lamentano di promesse non esaudite. Il tizio è così, sappiamo tutti che è così, ma per un motivo o per un altro ogni tanto ci è utile convincerci che stavolta andrà diversamente, stavolta sapremo giostrarlo a nostro vantaggio. Come se tra bicamerali e inciuci e leggi elettorali non ci avesse sempre fregati tutti. Ma dopotutto Santoro può essere contento dello share, e Maroni adesso è comunque sicuro di salvare giunte e passare lo sbarramento. Insomma alla fine farsi fregare da Berlusconi conviene ancora a qualcuno. Di sicuro non a noi (continua sull'Unita.it H1t#162).

Quando la settimana scorsa ho scritto che Berlusconi si comporta da provocatore, da troll, e che cedere alle sue provocazioni significa sempre fargli un favore, alcuni mi hanno iscritto al partito trasversale di quelli secondo i quali di Berlusconi non si dovrebbe più parlare. Tutti zitti, alla Veltroni, al limite tappandosi occhi e orecchie nei periodi di particolare recrudescenza, come questo. Mi devo essere spiegato davvero male. Io penso che di Berlusconi si debba parlare, e tanto, ma soprattutto contro B. si debba agire in modo concreto, affinché non danneggi più la democrazia di questo Paese, come ha fatto negli ultimi vent’anni. Se uno ritiene in coscienza che Berlusconi abbia tradito gli italiani, abbia abusato della loro credulità, e abbia approfittato in modo criminoso del credito che gli è stato concesso, non gli offre una tribuna televisiva. Non si scende a patti con ladri e truffatori, mi sembra autoevidente. Se per qualcuno così evidente non è, ebbene, è un motivo in più per continuare a sottolineare quanto B. sia ladro e quanto sia truffatore. Molta gente ancora non l’ha capito, il che dopotutto non è sorprendente visto che a volte fingono di non averlo capito nemmeno Maroni, o Santoro, o Travaglio, o chiunque scelga di venire a patti con lui.
Il problema non è parlare o non parlare di Berlusconi, il problema è sempre come parlarne. Non basta documentare che è un brigante, un incapace e un allupato, visto che a molti italiani piace evidentemente così: brigante, incapace, allupato. Quel che forse bisognerebbe denunciare con più forza è che il brigante, in tutti questi anni, ha rapinato noi: che la condizione orribile in cui si è trovata l’Italia negli ultimi anni è un risultato diretto della sua incapacità: che le mazzette per le sue veline le ha prese dalle nostre tasche; le stesse da cui ha sifonato milioni e milioni di euro per l’operazione più patetica mai vista, il finto salvataggio dell’Alitalia. Gli italiani conoscono il ladro, e lo stimano per la sua indiscutibile faccia tosta: forse dovrebbero ragionare più spesso sull’identità delle vittime, tutto qui. Il resto sono chiacchiere, e delle chiacchiere resta il principe. Anche se lui ha sempre preferito farsi chiamare Presidente.http://leonardo.blogspot.com

venerdì 11 gennaio 2013

La scena cult

Muore Mariangela Melato (la meravigliosa, magnifica, Mariangela Melato) e sulla home di Repubblica compare, accanto ai coccodrilli del caso, il link tutto in maiuscolo: VIDEO: LA SCENA CULT . Siccome hai un debole per i culti, specie quelli che sembra che tutti condividano tranne te, clicchi, e ti trovi di fronte a una clip brevebreve in cui Giancarlo Giannini, dall'alto di una rupe (e di una trucida superiorità antropologico-culturale) le grida, testuale: M'HAIRROTTO LAMMINCHIA!
IO FACCIO QUELLO CHE STRATACAZZOMMI PARE!
TROIA!
MA CHI TI CREDI DI ESSERE!
MAVAFFANCULO, VA'!

Che per carità, forse può essere davvero un modo divertente, intelligente, e soprattutto non snob (bisogna stare sempre attenti a non sembrare snob) di ricordare una grandissima attrice. Mariangela Melato fu Medea, lavorò con Ronconi e Visconti, però se ce la ricordiamo tutti per i film della Wertmüller un motivo ci sarà.

A questo punto viene in mente che quando compì ottant'anni l'altra grandissima, bravissima protagonista del cinema italiano di quegli anni, Monica Vitti, una delle prime cose che si vide in tv fu un montaggio di tutte le botte che aveva preso nelle commedie all'italiana. Botte tremende, con rumori che oggi userebbe soltanto Neri Parenti, ammesso che Parenti faccia ancora dei film, non so, magari ha smesso. Qualche ceffone con lo schiocco se lo prese anche la Melato, d'altronde la commedia all'italiana funzionava così: mostrava l'Italia per quel che era, un posto dove le donne finivano all'ospedale. Ci finiscono ancora adesso che i registi preferiscono mostrare altre cose, quindi forse le cose non sono così migliorate. Anche se, forse.

Forse il punto non è tanto che in Amore mio aiutami Alberto Sordi si vanti delle costole che è riuscito a incrinare alla moglie (anche se non è vero che mandò la controfigura Fiorella Mannoia in ospedale). O che Giannini in Travolti da un insolito destino violenti la sua datrice di lavoro. Il fatto è che entrambi i film sono congegnati in modo da stimolare la complicità dello spettatore - almeno dello spettatore maschio. Quando a metà del film Sordi chiude il pugno e decide di passare alle maniere forti, è come se quel pugno glielo piegasse telepaticamente lo spettatore, che ha visto la Vitti rendersi sempre più insopportabile e non la regge più, Quella lì ha scassato la minchia. Quando Giannini urla il suo proclama, siamo tutti con lui, finalmente qualcuno ha il coraggio di dire a voce alta cosa pensa delle insopportabili borghesi di Milano: troie. E scatta il cult. È lo stesso fenomeno che ha fatto sì che la frase più famosa degli ultimi trent'anni di cinema italiano (almeno in Italia) sia diventata La corazzata Potiemkin è una cagata pazzesca. Non è vero (d'altro canto chi l'ha mai vista, la corazzata in questione, da Fantozzi in poi nessuno ha sentito la necessità di verificare), ma dirlo era tantissimo liberatorio, e il sospetto è che i nostri padri andassero al cinema soprattutto a fare questo: a liberarsi. Un'esigenza tra il fisico e il morale che oggi si sfoga attraverso altre valvole, se siamo incazzati con Berlusconi o Monti o le donne fedifraghe e arroganti che non sanno stare al loro posto gliene diciamo quattro su twitter o facebook e poi stiamo subito meglio. Forse i cinema, quando erano pieni, erano pieni di gente che non avrebbe mai menato la moglie, ma che a vedere una donna menata, giustamente menata, si metteva di buon umore. Con l'alibi della commedia, del paradosso, della critica sociale eccetera.

È morta Mariangela Melato, e la scena a cui tutti pensano, la scena "cult", è quella in cui si sente dare della troia. Un ruolo come un altro in fin dei conti; e poi che senso ha prendersela, gli attori interpretano quello che la gente vuole. Si sarebbe probabilmente meritata film migliori, qualche ruolo meno macchiettistico, e un pubblico meno finto-progressista, meno intimamente devoto al culto del ceffone. Ma è un rimpianto senza senso, ognuno vive la vita che può, recita al meglio i copioni che la vita gli offre. Meglio di Mariangela Melato, qui da noi negli ultimi trenta o quarant'anni, poche. Forse nessuna.

Orientarsi tra le nuvole

Cloud Atlas (Andy e Lana Wachowski, Tom Tykwer, 2011).

Hugo Weaving, avete presente? No. L'agente Smith, il cattivo di Matrix, precisamente, ecco, non è stato formattato, ma ha infettato la memoria fissa di quattro secoli. È diventato un negriero sudista nell'Ottocento, ma anche un killer californiano negli anni Settanta, e una sadica infermiera in un ospizio scozzese nel 2012. Condanna a morte i cloni che a NeoSeul, nel 2144, non vogliono più servire ai tavoli

Siamo nei mari del sud. Ma anche a Edimburgo nel 1936. Halle Berry, nel 1973, sta lavorando a un'inchiesta su una centrale nucleare malfunzionante, e invece dell'ingegnere Jack Lemmon incontra l'ingegnere Tom Hanks che però muore in circostanze misteriose ma è in circolazione 40 anni dopo sotto forma di scrittore burino che lancia i critici dai grattacieli. Siamo a Neo Seul nel 2144, i cloni servono ai tavoli. Siamo alle Hawaii, in un futuro alla Mad Max ma sempre con Tom Hanks e Halle Berry, quanto mi mancavano quelle preistorie all'ombra di rottami tecnologici, perché non ne fanno più? Perché non ne fanno di più? Siamo di nuovo nel 2012, e prima di andare a vedere Cloud Atlas dobbiamo verificare di avere tre ore e di essere gli spettatori adatti. Altrimenti rischiamo di addormentarci o innervosirci molto, e scrivere recensioni che ci sarebbe da buttarci dai grattacieli. Amare i film di fantascienza o d'azione non è una garanzia: metà del film non è ambientato nel futuro, non ci sono sparatorie ma compositori omosessuali disperati, pensionati in fuga dall'ospizio, ciurme ubriache. Io credo comunque di aver messo a punto il test ideale per Capire Se Sei Lo Spettatore Adatto. Una sola domanda, semplicissima, di quattro lettere: Lost?

No, sul serio, se ti dico Lost, come reagisci? Non ti piaceva, non lo hai mai visto? Lascia perdere Cloud Atlas. Ti piaceva finché non è diventato una baracconata? Lascia perdere Cloud Atlas. Ti è piaciuto quasi fino alla fine, ti sei bevuto con piacere anche le puntate ambientate nel Seicento o in Mesopotamia, non hai cambiato canale neanche quando personaggi invisibili hanno ordinato di spostare l'isola di qua e di là nel tempo e nello spazio? e mentre lo guardavi imploravi dio, ma più spesso gli sceneggiatori, di dare un ordine, un filo, un senso a ogni cosa? Forse sei lo spettatore adatto a Cloud Atlas. Non dico che ti piacerà come Lost - è troppo breve per dare quella forma di dipendenza - ma non ti deluderà nemmeno come le ultimissime puntate di Lost, quelle in cui gli sceneggiatori gridano: "Guardate i personaggi!" e intanto scappano con la grana. Per quanto ambizioso, con la sua struttura a sei piani, e non sempre definito nei dettagli, L'Atlante delle Nuvole non lascia alla fine quel senso dolciastro di fregatura. Un senso ce l'ha, una direzione dove andare a parare era prevista.

In certi momenti guardare Cloud Atlas è come sfogliare in piedi un fumetto in libreria (continua su +eventi).

giovedì 10 gennaio 2013

I volenterosi coglioni di Berl.

Quasi sette anni fa - qualcuno se ne ricorderà - Silvio Berlusconi movimentò gli ultimi giorni di campagna elettorale dichiarando che avrebbe vinto perché gli italiani non potevano essere in maggioranza "così coglioni da votare contro i loro interessi". Quel che successe a quel punto illustra bene il funzionamento paradossale del berlusconismo; non fu Forza Italia o la Lega a riprendere la frase e a trasformarla in uno slogan, ma i militanti di centrosinistra, nel tentativo di rovesciarla in senso ironico. Le iniziative di qualche blog (i social network erano ancora pochissimo diffusi) avrebbero avuto comunque un'eco piuttosto ridotta, se Repubblica-Kataweb non avesse deciso di dare un risalto nazionale alla "rabbia sul web" nata dal "tam tam on line", lanciando una petizione e pubblicando gli autoscatti dei lettori che si autodenunciavano ("io sono un coglione"). Le elezioni Berlusconi le perse per un soffio - in un certo senso le pareggiò - ma se si considerano i sondaggi di partenza, la campagna del 2006 fu uno dei suoi più notevoli risultati politici; probabilmente l'episodio dei coglioni non fu determinante, ma ci ricorda le regole del gioco. Mentre avversari (e anche alcuni alleati) convergono verso il centro, nella speranza di attirare gli indecisi, Berlusconi cerca di motivare i suoi elettori esponendosi allo sdegno degli avversari, accreditandosi come la vittima dell'ostilità comunista, giustizialista, eccetera eccetera (continua sull'Unita.it, H1t#161).

L’atteggiamento provocatorio (oggi che siamo tutti su internet potremmo definirlo trolling) gli riesce tanto più congeniale quanto più è istintivo; Berlusconi non ha bisogno di un tavolo di spin-doctors per definire “coglioni” gli elettori di sinistra, o consigliare un otorino a Lilli Gruber, o un ruolo di kapò a un europarlamentare. Sono cose che gli vengono naturali; le dicesse un altro, geleremmo di imbarazzo; le dice lui, ed è una festa per tutti. Non vediamo l’ora di propagarle via twitter o facebook, non vediamo l’ora di condividerle e riderci su. Questo tipo di attenzione scandalizzata è esattamente quello che va cercando, senz’altro con più affanno che in passato. La principale differenza, oltre all’età che si fa sentire, è il presenzialismo televisivo: Berlusconi aveva sempre mantenuto una certa distanza dai talk-show, anche in contesti per lui confortevoli come da Vespa si era sempre fatto organizzare dei monologhi, annessa claque e attrezzi di scena (la lavagna, il contratto con gli italiani). Ora che non può più permettersi di mandare avanti i portavoce, è ragionevole immaginare un’impennata di gaffes e provocazioni – confusamente lo sappiamo tutti, che B. è solo all’inizio, che le “giudichesse comuniste” sono un semplice antipasto. Lo sappiamo e siamo ansiosi che si scateni stasera da Santoro: senonché, che altro potrebbe dire o fare Berlusconi, che non abbia già fatto o detto negli ultimi vent’anni? Un Mussolini statista? Già fatto. Un Obama abbronzato? Fatto. Si è già paragonato a Cristo? Sì. D’altro canto è prerogativa degli artisti riuscire sempre a stupire, ed è ragionevole immaginare che ci riuscirà, e che i titoli più grandi dei giornali di venerdì saranno per lui. Dopodiché, dipenderà anche da quanto siamo coglioni. http://leonardo.blogspot.com

sabato 5 gennaio 2013

Come cinguettare in campagna

Ormai ci siamo, la campagna elettorale sta per iniziare. Tra poco conosceremo i candidati, e a quel punto succederanno cose diverse dal solito. Per esempio, cosa sarà di Twitter? Un mezzo semplice, gratuito, modernissimo, alla portata di tutti: potranno resistere, migliaia di candidati in tutt'Italia, alla tentazione di conquistare un po' di elettori sul social network più sintetico e in voga, lanciando slogan, sperimentando salacissime battute, cercando il dialogo con i follower? Temo proprio di no. Insomma, stanno per aprirsi le cataratte del ridicolo. Bisogna fare qualcosa, qualcosa che non sia necessariamente prepararsi i popcorn. E così, cari aspiranti parlamentari, ecco il mio Decalogo per Cinguettare in Campagna Elettorale Senza prendersi troppe beccate e schizzi di guano. Chi sono io per fare un decalogo? Non ha la minima importanza, sono uno che usa un po' twitter per i fatti suoi come chiunque. Per cui vedi all'art. 1.

1. Qualsiasi espertone voglia prenderti dei soldi per insegnarti a usare twitter ti vuole rifilare un pacco. Non hai speso soldi per imparare ad andare in bicicletta, ce la puoi fare anche con twitter. Tutto quello che ti scriverò qui sotto è orribilmente ovvio.

2. Twitter, in sé, non sposta un voto. Non lo farà. È inutile che cerchi di sembrare interessante, divertente, appassionato, quel che vuoi. E se ci provi per parecchio tempo, ti farai male del male da solo. Infatti, se vai all'art. 3 scopri che

3. Uno degli scopi principali di Twitter è far perdere del tempo a gente che, evidentemente, questo tempo da perdere ce l'ha. Magari anche tu ce l'hai, però tra due mesi si vota, rifletti bene. Porteresti a riparare la tua auto da un meccanico che è su twitter continuamente? Voteresti un tizio che twitta compulsivamente? No, e faresti bene. Per cui: hai già un profilo su twitter, e lo usi per cazzeggio? Chiudilo, sospendilo, metti un cartello che dica pressapoco "sono impegnato a vincere le elezioni e salvare l'Italia, ci vediamo tra un po'". Fa' vedere che non hai tutto questo tempo da perdere, in amore e su twitter vince chi fugge.

4. D'altro canto twitter costa infinitamente meno di un lancio d'agenzia, e quindi, se non hai un profilo ufficiale da candidato, forse è il caso di aprirlo. Per scriverci le stesse cose che dichiareresti ai giornali. E qui arriviamo al vero problema: cosa dichiareresti ai giornali? Che ti ha fatto ridere il tweet del candidato Sarcazzo che non conosce l'0rtografia? Non sei un vitellone al bar, magari lo eri il mese scorso; adesso sei un candidato alla Camera dei Deputati o al Senato della Repubblica, hai comprato almeno una cravatta? Comportarsi bene su twitter costa anche meno (continua sull'Unita.it, H1t#160).

5. Ma cosa li scrivi a fare gli slogan su twitter, sei un deficiente? Per lo stesso motivo per cui non si mettono i manifesti col tuo bel faccione nel punto in cui sei statisticamente sicuro che ci cacherà un cane, non si mettono gli slogan su twitter, dove si possono rimediare soltanto sberleffi e parodie. Tanto comunque non sposti un voto, ma almeno mostri di capire la differenza tra un social network e una bacheca pubblicitaria, magari un elettore su centomila apprezzerà che non interrompi il suo flusso di news e chiacchiere di amici con degli spot pubblicitari; e butta via.
6. E quindi cosa scriverai? Dichiarazioni ufficiali, di quelle assolutamente necessarie. Poche. Brevi. Senza repliche. Agenda degli impegni: nessuno verrà a sentirti a Buco di Sotto perché lo ha letto su twitter, ma almeno sapranno che ti stai dando da fare. E se hai un discorso più lungo e complesso da fare?
7. Se hai un discorso più lungo e complesso da fare, twitter non è il posto adatto. Non fare come i bimbominchia e Veltroni che fanno i tweet a puntate, riflettici bene: hai mai letto un tweet a puntate? Chi si legge i tweet a puntate? Metti il tuo discorso lungo su un blog e linkalo con un titolo interessante su twitter facebook e anche google plus, crepi l’avarizia. Se il titolo è interessante la gente cliccherà e leggerà. Se non sai scrivere titoli interessanti, affitta qualcuno bravo con i soldi che hai risparmiato mandando a quel paese il tizio che voleva farsi pagare per spiegarti come si va in bicicletta o su twitter.
8. Altri replicheranno. Se non è Napolitano Obama o Elvis Presley, ignorali. Tutti i discorsi sul medium orizzontale, lasciali ai gonzi che commentano beppegrillo.it (e Grillo, giustamente, non gli risponde). Nessun social network è veramente orizzontale e tu non hai proprio tempo per rispondere al primo che passa. Hai un lavoro da fare, una missione. Ti fermi solo un attimo per lasciare un avviso con le cose che stai facendo, e te ne vai. La gente ha diritto di prenderti in giro, tu hai il dovere di pensare a cose più importanti. Se non sai gestire  il dibattito lascia perdere twitter, o fallo scrivere a un collaboratore che sappia gestirlo.
9. Si stima che un candidato al parlamento della Repubblica un minimo di 140 caratteri senza errori di ortografia punteggiatura e sintassi dovrebbe riuscire a buttarli giù – Monti non ce l’ha fatta, ma quelli sono bocconiani, mica si può pretendere. Comunque un errore può scappare a tutti: si cancella e si riscrive. Se è passato troppo tempo, amen, la gente ti prenderà in giro: vedi al punto 8. Fregatene; se ti chiederanno conto della cosa risponderai che non sei bravo a trovare gli apostrofi col tablet, forse che importa qualcosa a qualcuno? Hai di meglio da fare che trovare gli apostrofi sui tablet, vivaddio.
10. I cancelletti (#), solo se lo ritieni necessario e sempre con la condiscendenza con cui balleresti la macarena alla festa di compleanno di tua figlia di sette anni. Se non hai capito di cosa sto parlando lascia pure perdere, tanto la possibilità che qualcuno rintracci il tuo fondamentale tweet tra un milione usando il cancelletto è inferiore a quella di conquistare dei voti su twitter, per cui vedi all’articolo 2.
Ecco qui. A dire il vero è parecchia roba, forse è un po’ complicata da ricordare. Ma se vuoi si può sintetizzare così: hai presente Mario Adinolfi? Ecco, il contrario.
E ora vai, giovane candidato (ma anche vecchio), twitter è tuo. Sarai un po’ noioso, non avrai molti follower, non farai molti danni, e alla fine della fiera prenderai gli stessi voti che avresti preso senza. Con qualche figuraccia in meno, sputaci su. http://leonardo.blogspot.com

venerdì 4 gennaio 2013

Puoi vivere senza the Master?

The Master (Paul Thomas Anderson, 2012)

Freddy è un reduce che porta a spasso per gli Stati Uniti del dopoguerra i suoi traumi e la sua passione per i distillati non convenzionali (manda giù il solvente come fosse acqua). L'incontro con Lancaster Dodd, uno scrittore che sta fondando una religione, gli offre una possibilità di riscatto - a meno che il Master non lo stia semplicemente usando come cavia per i suoi esperimenti sul controllo delle menti più impressionabili. Gennaio, diciamocelo subito, sta diventando un mese impossibile per chi si ostina a mettere da parte quei sette, quattordici, ventotto euro da investire in biglietti al cinema. Forse è colpa dei cinepanettoni (è sempre colpa dei cinepanettoni) e della loro logica di occupazione massiccia delle sale durante le feste; l'impressione è che i gestori e i distributori italiani abbiano deciso di organizzare una specie di festival su scala nazionale. C'è una mezza dozzina di titoli imperdibili e altri tre o quattro che promettono bene (e quando mantengono sono sempre le sorprese migliori). Qualcuno per forza ce lo perderemo; ci consoleremo pensando che prima o poi lo recupereremo al videonoleggio - cosa che in molti casi ci dimenticheremo di fare perché siamo già indietro con questa o quella serie imperdibile e poi in realtà la sera siamo distrutti e tutto quello che desideriamo è sonnecchiare davanti a qualcuno che litiga da Floris o Santoro. Quindi passiamo senza indugio alla domanda cruciale: vale la pena di investire parte del proprio budget cinematografico nell'ultimo pluripremiato film di Paul Thomas Anderson, che come praticamente tutti i film di P.T. Anderson da Magnolia in poi (passando per il Petroliere) è già considerato un capolavoro? Dunque. Dipende.

Io, per esempio, ci andrei senz'altro, ma non so se faccio testo, ho una fissa per le religioni e una devozione per Philip Seymour Hoffman - per inciso posso capire i suoi devoti nel film, chi non aderirebbe a una religione fondata da Philip S. Hoffman nella sua versione gioviale e buffoncella? I cinefili non possono senz'altro perdersi il primo film girato in 65 millimetri in quasi vent'anni - sempre ammesso che trovino una sala che lo proietta in quel formato - però un cinefilo mica sta ad aspettare che gliene parli io, di The Master, un film che non ha preso il Leone d'Oro soltanto perché non si può dare allo stesso film a cui si dà la Coppa Volpi per il migliore protagonista, e non si poteva non dare la Volpi ex-aequo a Hoffman e Joaquin Phoenix. Per i profani The Master è semplicemente un film dalla fotografia stupenda, con due attori al massimo della forma. Entrambi avevano già avuto una possibilità di vincere un Oscar interpretando un biopic; peccato che sia successo nello stesso anno 2005, quando il Capote di Hofmann soffiò la statuetta al Johnny Cash di Walk the Line. Per cui se vi piace vedere attori in gara, è senz'altro il vostro film; c'è quasi da vergognarsi pensando a quanto ci stanno dando dentro per gente che se ne sta a guardarli sgranocchiando popcorn. Joaquin Phoenix sembra che sia andato in guerra davvero, ha la schiena deformata da una scoliosi e parla muovendo un solo lato del volto, come Popeye. Sul serio, dopo averlo visto torni a casa e la prima cosa che fai è cercare notizie su internet perché hai paura che non stia bene (continua su +eventi!)

I diavoli in Angela


4 gennaio - Beata Angela da Foligno, mistica, maestra dei teologi, autolesionista

(ATTENZIONE: dettagli repellenti. Poi non dire che non ve lo si era detto).

Dietro a ogni santa di successo c'è sempre un frate. La coppia folignate Arnaldo-Angela somiglia molto a quella, più famosa, formata da Caterina da Siena e Raimondo da Capua. Anche Arnaldo, come Raimondo, all'inizio non immagina nemmeno di essersi imbattuto in una santa: la prima volta che assiste a una crisi ha la netta sensazione di trovarsi di fronte a un'isterica. Sta accompagnando una comitiva di pellegrini alla basilica di Assisi, e all'improvviso quella lontana cugina si accuccia vicino alla porta della chiesa superiore e si mette a urlare Amore Perché M'Abbandoni? Una pazza, insomma, ed è pure sua parente. Angela sta urlando così perché ha improvvisamente perso la connessione con lo Spirito Santo, che l'aveva sorretta durante tutto il viaggio. Sulla scena accorrono altri frati, cominciano a fare domande, ma chi è questa, la conosci? C'è da sprofondare dalla vergogna. Questa è l'ultima volta che la porto. "Mai più in avvenire osasse metter piede in Assisi".

Più tardi alla vergogna per la figuraccia subentra la vergogna per averla saputa aiutare. Se si comporta così, è probabilmente posseduta da qualche spirito maligno: non è suo dovere indagare? Decide di sottoporre Angela a un rigoroso interrogatorio. La cugina si sottomette volentieri, ma le sue risposte sono così interessanti che Arnaldo smette di fare domande e la lascia parlare a briglie sempre più sciolte. Man mano che procede nelle sedute, il frate si convince di avere trovato una mistica di prim'ordine. Quando le rilegge un suo primo abbozzo, lei lo respinge come oscuro, ma soprattutto "privo di gusto": nel frattempo in paese la gente comincia a mormorare, guarda quel frate come le sta sempre attaccato. Le sue trascrizioni, frettolose e furtive, diventeranno il Liber, uno dei capolavori della mistica medievale. La mistica medievale è però piuttosto noiosa, così Angela da Foligno su internet è per lo più citata per quelle due o tre pratiche veramente hard che ha confessato al suo padre spirituale o ai destinatari delle sue lettere. Col rischio di farla apparire ancora più estrema di quanto non fosse: per esempio, non è esattamente vero, come ho letto più di una volta, che leccasse le ferite dei lebbrosi. Una volta, è vero, mentre stava pulendo le ferite putrefatte, bevve l'acqua sporca della bacinella (non fate così io ve l'avevo detto che si andava sul repellente; e siete ancora in tempo); a un certo punto sentì di avere ingoiato un pezzetto di carne, ma, per quanto volesse ingoiarlo, non ne fu in grado. E poi c'è la questione dei carboni ardenti nella vagina (IO VE L'AVEVO DETTO). In uno dei tanti periodi in cui si sentiva torturata e tentata da demoni, Angela ricorse anche a questo diversivo, ma Arnaldo glielo proibì.

Per queste e per altre aberrazioni, Angela può sembrare il personaggio ideale di un pamphlet anticattolico e antireligioso in generale, come ce n'è un po' dappertutto in rete. Anche qui non è che siamo esattamente su Avvenire; e però mi sembra che le cose siano un po' più complesse. Nei pamphlet la fanciulla vivrebbe libera e felice, ma viene costretta da torve famiglie a rinchiudersi in un convento. Non è esattamente il caso di Angela, che semmai era stata costretta a maritarsi, e che aveva avuto più di un figlio. Quando morirono, Angela (già quarantenne) "provò consolazione": finalmente il suo cuore era libero di donarsi a Dio. Nei pamphlet la religione ufficiale inocula nei fanciulli quei sensi di colpa che poi germineranno in masochismo e altre patologie; nel caso di Angela, che non sembrava vergognarsi di aver provato sollievo alla morte dell'intera famiglia, la religione ufficiale non incoraggiò e nemmeno autorizzò gli eccessi masochistici; cercò per quanto poteva di capire cosa stava succedendo alla povera suora. Frate Arnaldo non poteva certo inventarsi la psicanalisi da solo, anche se il caso effettivamente meritava. Fece del suo meglio, a rischio di mettersi nei guai. Era un frate spirituale a cavallo per Due e Trecento: il problema per lui si poneva nei termini: "Santa o posseduta?" Se era posseduta, si poteva ancora guarire. Se invece era una santa, andava incoraggiata (continua sul Post...)

martedì 1 gennaio 2013

Buon anno col prepuzio o senza

1° gennaio - Circoncisione di Gesù.

Fingiamo di lavorare in una cancelleria un trentun dicembre del millequattrocentoquarantanove - quasi millequattrocentocinquanta. Il vostro principe si sposa e voi dovete mandare biglietti di inviti a tutte le corti d'Europa. La data - il primo marzo - dovrebbe corrispondere in tutto il continente; non è ancora arrivata la riforma gregoriana a complicare le cose. Ma l'anno qual è? Eh. Dipende.

Se scrivete a qualche signore di Firenze, o a un pari d'Inghilterra, è ancora il primo marzo del '49: da loro il capodanno si festeggia il venticinque marzo. In fondo ha un senso, visto che gli anni si celebrano dalla nascita di Cristo, e per i cristiani la vita comincia col concepimento... Se però invitate anche qualche dignitario di altre città toscane, come Pisa, attenzione: da loro è già il primo marzo 1450. Pure a Pisa capodanno è il 25 marzo, ma dell'anno prima: anche questo se ci pensate ha un senso, se Gesù nasce il 25 dicembre, deve essere concepito nove mesi prima, non tre mesi dopo. Anche per i veneziani sarà già il 1450, non potete sbagliare: loro festeggiano il capodanno proprio quel giorno lì, il primo marzo. Per i bizantini, i pugliesi e i sardi invece è ancora il '49, e continuerà a essere il '49 fino ad agosto - e anche questo, se ci pensate, ha un senso, anzi forse nel torrido mediterraneo è la cosa che ha più senso di tutte: l'anno vero comincia il primo settembre. In Spagna è già il '50, con loro tutto sommato non si sbaglia mai, basta ricordare che l'anno comincia una settimana prima, il 25 dicembre. Il vero problema è se scrivete ai reali di Francia. In Francia infatti gli anni si contano dalla Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore, e anche questo potrebbe avrebbe un senso (ma non bisognerebbe detrarre 33 anni al computo?) non fosse per la complicazione che ogni anno la Pasqua cade in un giorno diverso. Che razza di casino. Perché? Possibile che per arrivare a sincronizzare i capodanni dell'Europa Occidentale abbiamo dovuto aspettare fino al Settecento? Come potevano resistere i nostri antenati, a tutta questa confusione e incertezza?

Resistevano benissimo. Avevano altre priorità: la maggior parte di loro nasceva viveva e moriva nello stesso luogo; la necessità di intendersi con i forestieri su curiosità come la numerazione dell'anno in corso non li toccava. Siamo noi a vivere l'ossessione della simultaneità, a sentirci obbligati a festeggiare tutti negli stessi giorni se non negli stessi minuti e secondi, con dirette sincronizzate da orologi atomici. L'incubo dell'Anno Mille come ce lo racconta Carducci, con le folle terrorizzate dall'arrivo del primo gennaio manco fosse l'apocalisse maya, "raccolte in gruppi silenziosi intorno a’ manieri feudali, accosciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e ne’ chiostri", è una bufala ottocentesca: la maggior parte degli europei non aveva la minima idea di che anno fosse. Era il tot anno dalla nascita del tal re o imperatore o papa o figlio maschio o vacca da latte; per sapere quanti anni fossero passati dalla nascita di Gesù bisognava chiedere al prete, lui teneva il conto. Forse.

Comunque già alla fine del Seicento la diffusione del nuovo calendario gregoriano portò la maggior parte delle corti europee a uniformarsi (Venezia si arrese soltanto un secolo dopo, con Napoleone) e adottare il calendario che comincia il primo gennaio, secondo quello che è chiamato "stile della circoncisione". Infatti se assumiamo che Gesù sia nato il 25 dicembre, il primo gennaio è il giorno in cui secondo la legge ebraica sarebbe stato circonciso. Dunque noi non contiamo gli anni dalla nascita di Gesù (25/12) né dalla sua procreazione/incarnazione (25/3), ma dal momento in cui è diventato a tutti gli effetti un ebreo. Il primo gennaio è poi diventato ben presto anche il giorno della festa di Maria madre di Dio, ma il sospetto è che sia stato un espediente per dissimulare una verità ovvia quanto imbarazzante: Gesù era un ebreo. Circonciso.

I cristiani invece non sono circoncisi - la maggioranza, almeno (continua sul Post, buon anno a tutti col prepuzio o senza, e anche chi il pene proprio non ce l'ha. Che non è che si perdano 'sta gran cosa, diciamocelo).

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