martedì 30 aprile 2013

Ho sentito degli spari in una via del centro

Benito Mussolini è probabilmente il personaggio politico più odiato e controverso del secolo scorso; tra il 1925 e il 1932, mentre consolidava la sua posizione di potere, scampò ad almeno sei attentati (Zaniboni, Gibson, Lucetti, Zamboni, Schirru, Pellegrino Sbardellotto). Alcuni erano anarchici, altri fascisti delusi, altre matte. Silvio Berlusconi ha più volte sostenuto di essere l'uomo politico vivente più odiato, preso di mira sistematicamente da una parte politica e una concentrazione mediatica: in vent'anni di carriera politica si è preso un treppiede e una madonnina. Ai democristiani nei '70 e negli '80 non era andata altrettanto bene; il brigatismo inflisse perdite pesanti tra le prime e le seconde file. I comunisti nel 1948 a per poco non perdevano Togliatti. I politici sono da sempre nel mirino: sono personaggi pubblici e rappresentano il potere, i motivi per prendersela con loro non sono mai venuti meno. Un tizio che nel 2013 si mette a tirare davanti a Palazzo Chigi può essere disturbato, può essere disperato; senz'altro sarà vittima della società e in particolar modo della determinazione con la quale negli ultimi anni si è abbattuta sui più indifesi l'Imposta sull'imbecillità, alias il videopoker; ma al netto di tutta l'eterogenesi dei moventi, un poveretto che non sa nemmeno che politico mirare e finisce per tirare a un carabiniere qualsiasi; e a momenti ammazza una donna incinta; uno così non fa statistica. Cioè ci sarà anche una rabbia montante, in Italia, nei confronti del ceto politico; sarà in gran parte causata dalla crisi economica che lo stesso ceto politico ha contribuito più a causare che a combattere; potremmo discutere a lungo se Grillo e compagnia ne siano un fattore scatenante o un semplice sintomo, o addirittura uno sfogo benigno che evita eruzioni più violente. Possiamo farlo, facciamolo anche a lungo, ma senza passare sul corpo steso di un tizio qualunque che soprattutto voleva farsi ammazzare. Un episodio del genere fa molto colore; riempie i pomeriggi di giornalisti che non sanno più che retroscena rifriggere; ma la statistica ci dice che in Italia la violenza di matrice politica è ai minimi storici. C'è qualche anarco-insurrezionalista che è riuscito a far recapitare qualche pacco bomba a Equitalia; uno forse nel 2012 ha gambizzato l'amministratore delegato di Ansaldo Nucleare; fine. Se c'è del disagio in Italia oggi - e ce n'è - si esprime soprattutto in altre forme.

Un mese fa ho visto quella che credo sia l'unica vera commedia italiana di successo in questa stagione (come dire: l'unico film italiano che qualcuno è davvero andato a vedere). Nei primi minuti c'è un politico davanti a Montecitorio che all'uscita dall'auto blu viene bersagliato da uova e ortaggi, e chiede il perché. "Come perché, non sei un politico?" "Certo che sono un politico". E giù uova. La cosa interessante è che non sapremo mai di che politico si tratti: durante tutto il film è il portavoce di un partito; ogni tanto si ritrova con altri due rappresentanti di partiti concorrenti; si vestono nello stesso modo ed è impossibile dai loro discorsi capire chi stia rappresentando chi. Nessuna ideologia, solo spartizione del potere. Sono uguali. Nei credits si chiamano "Politico bello", "Politico ruspante" e "Politico col pizzetto". Il Bello è quello che si prende le uova. Durante quella scena qualcuno si è alzato in piedi in sala e si è messo ad applaudire. Gente che va al cinema al mercoledì: vittime dei videopoker? di equitalia? è Grillo che li sobilla? o non sta semplicemente vendendo un articolo per cui c'è veramente molto mercato? Il film è uscito in marzo, ma era stato scritto un paio d'anni prima.

Il 7 marzo 2013, a urne ormai chiuse, Silvio Berlusconi è stato condannato a un anno per aver violato il segreto di ufficio facendo pubblicare sul Giornale l'intercettazione in cui Pietro Fassino maldestramente festeggiava la acquisizioni dell'Unipol dicendo al manager Giovanni Consorte "E allora, siamo padroni di una banca?" Fassino non era diventato padrone di una banca; non controllava l'Unipol; per la cattiva luce gettata su di lui i fratelli Berlusconi lo devono risarcire di 80.000 euro (altri 40.000 euro li dovrebbe ricevere da Fabrizio Favata, l'imprenditore che fornì ai Berlusconi l'intercettazione). Ma Fassino non è l'unica parte lesa. "Abbiamo una banca" fu il tormentone delle elezioni del 2006: insieme a "abolirò l'ICI" fu una delle formule magiche che riportarono in sella la Casa delle Libertà, fino al pareggio finale. La campagna a mezzo stampa che infangò Fassino, i DS e l'Ulivo, l'abbiamo tutti pagata amarissimamente. Non saremo risarciti; questa è la grande vittoria di Silvio Berlusconi. Aver convinto la maggior parte degli italiani che i politici sono tutti uguali, al punto che qualsiasi coglione, se spara, sparerà sempre nel mucchio; e come invariabilmente succede in questi casi, sparerà sempre a quello sbagliato. I gloriosi eletti del popolo, che dovevano mandare a casa la casta, alla fine riusciranno a mandare a casa solo Pier Luigi Bersani: l'unico poveretto disposto a scendere a patti con loro. Si consoleranno fantasticandolo come un tessitore di oscure trame all'ombra dei Paschi di Siena. Intanto alla luce del sole chi si spartisce il vero potere saluta e ringrazia. Erano indaffarati a giurare, gli spari li hanno sentiti per ultimi. Anche delle nostre discussioni devono giungere soltanto echi lontani, un vago starnazzare di inutili galline che si azzuffano per niente.

domenica 28 aprile 2013

Elaborare il PD

La prima fase è la negazione.
Non è vero che abbiamo perso. Per esempio, alla Camera abbiamo vinto noi, guarda che premio di maggioranza che abbiamo. E comunque siamo il primo partito, nella prima coalizione. Certo, ci aspettavamo un risultato migliore, ma considerata la situazione generale, la crisi, l'antipolitica... Non si può proprio dire che abbiamo perso. Altri hanno perso più di noi.

La seconda fase è la rabbia.
Bersani vaffanculo hai sbagliato tutto. Quei giaguari e quei tacchini. Dimettiti! Ah se c'era Renzi. E poi Grillo, ma che vuole, che pretende. È un nazista! anzi peggio, coi nazisti è più facile regolarsi.

La terza fase è la contrattazione.
Aspetta, possiamo ancora metterci d'accordo. Non abbiamo perso finché possiamo metterci d'accordo. I grillini in fondo sono brava gente... (l'elaborazione continua sull'Unita.it, H1t#177).

venerdì 26 aprile 2013

Il panico dell'Uomo d'Acciaio

Mi sembri così freddo ultimamente.
Iron Man 3 (Shane Black, 2013)

Tony Stark non è più quello di una volta. L'adorabile sbruffone che portava lo smoking sotto la corazza, il supereroe ubriacone che si pisciava nel costume, non è più lui. Ha crisi di panico, nessuna armatura gli sembra abbastanza robusta. Oltre alla lotta consueta coi demoni interiori, la formula prevede due nemici, uno con l'accento esotico e l'apparenza inquietante, l'altro americano e biondo, espressione di quel complesso industriale-militare da cui lo stesso Stark vorrebbe affrancarsi. Ci saranno molte esplosioni, il Presidente degli Stati Uniti rischierà di farsi incenerire in diretta tv  e anche Gwyneth Paltrow sarà più volte in pericolo, ma alla fine dimostrerà ancora una volta che dietro a un supereroe c'è sempre una superdonna.

La Marvel sa come si fanno i film di supereroi. Li ha inventati, li conosce, li possiede, e proprio per questo può tradirli con più disinvoltura se ne vale la pena; magari calpestare 40 anni di vita di un personaggio (il Mandarino) e reinventarlo da capo tutto diverso, un Ben Kingsley che dopo Gandhi e Itzhak Stern si ritrova nei panni di un finto Osama e... si diverte un sacco (e noi con lui). Fosse stato chiunque altro, milioni di nerds in tutto il mondo avrebbero gridato Tradimento anche più forte di quella volta che George Clooney fece un Batman gay. Ma se lo fa la Marvel ha un senso, anzi, è una reinvenzione geniale. La Marvel conosce l'arte di ri-raccontare le storie, è abituata a fare e disfare universi di personaggi ogni cinque, dieci, quindici anni. Il primo Iron Man era nato in Vietnam, poi in Iraq, quello cinematografico ha mosso i primi passi nel 2008 in Afganistan. Si è capito subito che avrebbe funzionato. Più di ogni effetto speciale o evoluzione narrativa, la vera idea è stata infilare nella tuta d'acciaio Robert Downey Jr.
Spassoso. Sul serio.

Oggi è difficile immaginare un Iron Man diverso da lui, eppure siamo stati a tanto così da ritrovare nello stesso ruolo Tom Cruise o Nicholas Cage. Sarebbero stati eroi molto diversi. Tom non avrebbe mai pisciato nel costume, non riesco a immaginarmelo. Cage sì, in un altro film di supereroi addirittura piscia fiamme; ma avrebbe fatto smorfie tutto il tempo... (continua su +eventi!)

mercoledì 24 aprile 2013

La bad company

Tiratevi fuori subito

Dalla mia postazione qualsiasi, senza capirne più di chiunque, nella consapevolezza di ignorare alcuni dettagli fondamentali che Napolitano per esempio sa, io continuo a pensare che l'unico modo di saltar fuori da questa montagna di merda è la bad company. Ovvero: il PD farà un governo col PdL e Monti. Lo farà. Era abbastanza chiaro già una settimana dopo le elezioni, a chi non volesse raccontarsi favole. È diventato chiarissimo con quella pagliacciata della trattativa in streaming: il M5S non cercava intese, non le vuole, il M5S vuole che il PD faccia un governissimo con Monti e Berlusconi e il PD lo accontenterà, alla fine il PD accontenta sempre tutti, purché non siano i suoi elettori. Dopodiché il PD morirà, ma non c'è niente di così grave in questo, moriamo tutti prima o poi e nel caso del PD la diagnosi era chiara il giorno dopo le elezioni. Il PD morirà perché non piace agli elettori, e ai pochi elettori a cui piace ha raccontato che non si sarebbe mai alleato con Berlusconi: e diceva la verità, non si sarebbe davvero alleato con Berlusconi. Se avesse vinto.

Ma ha perso.

E siccome ha perso sarà umiliato, sarà abbandonato, svillaneggiato come l'ultima delle zoccole di Berlusconi, che è poi quel che in effetti diventerà.

Ma non tutto.

Non c'è bisogno che vada a finire tutto così. Non è una persona, è un partito: ne puoi staccare un pezzo e trapiantarlo altrove e poi magari ricresce. Quindi: da una parte ci metti il grosso dei gruppi parlamentari, e un altro bel po' di quadri intermedi, che diano l'impressione di una struttura ancora in piedi. Questa è la bad company. Per dirigerla era perfetto Bersani: il più adatto da umiliare, da svillaneggiare, perché era quello in carica quando avete perso. Ma ve lo siete giocati. Stolidamente. E allora servirà un Amato, o un Letta che sembra predisposto per cognome, tutta gente che è già praticamente invotabile adesso. Ma anche qualche giovane, anche qualcuno di loro dovrà sacrificarsi, sennò non la cosa non sarebbe credibile. Costoro perderanno qualsiasi barlume di popolarità entro la prossima settimana; ma continueranno a gestire il marchio del PD per tutta la legislatura breve o lunga che sarà. Immaginiamocela media, due anni e mezzo.

Nel frattempo il partito va rifatto da un'altra parte. Scissione, mitosi, partenogenesi. Qualche deputato, ma pochi! Che all'inizio mica conviene litigare. Però devono votare contro, devono andare all'opposizione. Un'altra struttura, più leggera, che faccia capo a nomi più o meno nuovi, non compromessi con governi precedenti e associabili a successi elettorali locali, che vi immaginate benissimo da soli. Tra due o tre anni poi si rivoterà, ma nel frattempo?

Potrebbero succedere cose molto brutte. Default parziali, prelievi forzosi, chi è al governo sarà ancora meno popolare di quanto non sia adesso, possibile? Lo sarà. Dovrà anche assicurare che Berlusconi e le sue aziende abbiano un trattamento di riguardo, qualsiasi cazzata il boss abbia fatto o rifarà. Per dire, spuntasse in qualche commissariato la nipotina del rais del sarkazzistan, toccherà votare in ordine e compunti per salvare l'onore della nipotina sarcazza. Sarà il governo più odiato e sbeffeggiato del secondo dopoguerra, ma c'è di buono che Berlusconi ci sarà invischiato. Molto di più che col governo Monti. Dovrà metterci i suoi uomini e dovrà difenderli. Quel che più odia è mettere la sua faccia tirata su provvedimenti impopolari. La bad company varerà provvedimenti impopolari e ci metterà anche la sua faccia. Accanto alla faccia di un Amato. Ma Amato non si ripresenterà mai alle elezioni, Berlusconi ancora ci spererebbe. Se ci si muove bene, la bad company può togliergli la voglia.

A proposito, io penso ancora che Cologno debba essere distrutta. Avendo i mezzi, è la prima cosa che farei. In questa situazione, se qualcuno arriva con un piano meno contorto di questo, lo sto a sentire con piacere. Purché non c'entrino in qualche modo i m5s: mi dispiace tanto (sul serio: tanto), ma con quelli non si fa niente. Non collaborano, non gli conviene. Non gli conviene nemmeno vincere le elezioni, non ci guadagnano un granché. Sono venditori di rabbia, non hanno il minimo interesse a farla passare a nessuno.

Quindi, se per una volta nella vita andasse tutto giusto, come nei film, senza incidenti di percorso o qualcuno che ha piani più astuti dei tuoi e informazioni migliori delle tue, magari tra due anni Berlusconi è bollito nel brodo della bad company, mentre la good company vince le elezioni. Quindi.

Quindi Renzi fuori dal PD prima che può, secondo me. Se proprio ci tiene. Ogni minuto che passa è un minuto più tardi. Sono l'ultima persona al mondo qualificata per dagli un consiglio, ma comunque il mio è questo.

Io invece probabilmente resto nella bad company a far scena, avete presente il classico rivoluzionario a vent'anni trombone a quaranta, ecco, collimo perfettamente. Mai pensato di meritare di meglio.

Ma voi ragazzi andate, cazzo ci state a fare ancora qua sotto.

lunedì 22 aprile 2013

La politica, ehm, i soccialnètuor

(Se tutto va come deve andare stasera verso le 19.10 dovrei dire due cose a Impronte Digitali su Radio Città Fujiko su politica, social network, eccetera).

Grillo, o dell'egemonia

L'egemonia culturale, scriveva il direttore, ce l'ha chi riesce attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, a imporre i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione. L'egemonia culturale, oggi, nella politica italiana, ce l'ha il Movimento Cinque Stelle. Vale la pena di riconoscerglielo, anche perché è l'unica cosa che ha: non ha la maggioranza, non ha un quotidiano, ha una webradio scalcinata e un sito che si pianta appena c'è un po' di traffico, eppure ce l'ha fatta. Ce l'ha fatta nel momento in cui intorno ai palazzi di Roma è cominciato a risuonare la domanda #RodotàPerchéNo, e non c'era nessuno che riuscisse ad articolare una risposta. E sì che risposte ce n'erano, e avrebbero dovuto essere comprensibili e condivisibili: ma niente da fare, non si sono sentite. L'unica cosa che abbiamo sentito per quattro giorni è stata la domanda: perché no Rodotà? che riecheggerà ancora probabilmente stamattina nei bar, negli uffici e sulle panchine di mezza Italia. Mentre nessuno si farà la domanda, ugualmente interessante: perché Prodi no? Perché a Grillo non andava bene? L'egemonia è tutta qui: si tratta di due domande equivalenti, ma una è sulle bocca di tutti, l'altra rimane una chiacchiera per addetti ai lavori.

Il PD - ammesso esista ancora - ha tanti problemi. Quello della comunicazione non è secondario (continua sull'Unita.it)

sabato 20 aprile 2013

Twitter ha fatto fuori Bersani?

Il tacchino e i passerotti

Ma sul serio Twitter può aver fatto fuori Bersani? No, sul serio no.

In un certo senso Pier Luigi Bersani non era più segretario del PD già da qualche settimana, anche se la situazione non gli consentiva di cedere un posto in cui, peraltro, nessuno in questi giorni vorrebbe sedersi. In un certo senso il Pd è già finito a febbraio, abbiamo avuto il tempo per elaborare il lutto. Dopo la sconfitta elettorale Bersani più che segretario era diventato curatore fallimentare, con l'incarico di verificare due possibilità: un accordo col M5S (mandato a monte in una storica e avvilente diretta in streaming), e un compromesso più o meno onorevole col PDL. Quest'ultima possibilità richiedeva l'elezione di una persona non sgradita a Berlusconi; l'accordo quindi era possibile, ma a quel punto qualcuno ha detto no. Cioè, molti hanno detto di no. E pare che l'abbiano detto su Twitter (e su Facebook, certo).

Il primo a scriverlo, con tutte le sue tipiche cautele, è stato Luca Sofri: il modo in cui si è arrivati al boicottaggio di Marini, con i Grandi Elettori terrorizzati da quello che leggevano sui loro feed, è qualcosa di nuovo, che nel mondo pre-social-network non avremmo visto. Poi la discussione si è ampliata, ma nel frattempo pare che Bruno Vespa abbia accusato i Grandi Elettori di essere "tutti prigionieri di questo oggetto qua", indicando un Ipad; Ferrara ha proposto di censurare tutto quanto ecc. ecc. Insomma l'argomento è diventato mainstream, ne parla anche chi non sa bene di cosa si tratti. Non è la solita proiezione autoreferenziale dei venticinque sciroccati che senza i social non saprebbero nemmeno se fuori piove o cosa c'è in tv (presente). Pare che Twitter sia diventato importante. E non ha nessuna importanza che lo spaccato di società che offre ai suoi utenti non sia in nessun modo significativo; basta che ne siano convinti i grandi elettori mentre scrollano i loro iPad.

Può darsi che Twitter abbia funzionato proprio perché, paradossalmente, è ancora uno strumento poco diffuso in Italia, poco rappresentativo, poco penetrante; se nei feed ci fosse realmente tutto il Paese reale, la campagna #RodotàPerchéNo scomparirebbe come una goccia nel mare. Ma Twitter non è ancora un mare, è una pozza dove pastura qualche migliaio di utenti a cui è toccata quasi in sorte quella che una volta chiamavamo egemonia culturale. Come i cinquantamila fortunelli che hanno il diritto di decidere il candidato M5S per tutti gli otto milioni di elettori M5S: non ha nessuna importanza che siano così pochi, l'importante è che tutti si convincano che la scelta è stata condivisa con "la gente". Allo stesso modo in cui lo streaming non serve a rendere davvero trasparenti le decisioni, ma a fornire un simbolo di trasparenza. Magari quando tra sette anni si rieleggerà un presidente sarà tutto diverso, magari l'idea di considerare rilevante il flusso di emozioni di qualche migliaio di follower ci sembrerà di nuovo fuori dal mondo. Oppure sarà il concetto stesso di elezione indiretta del presidente della repubblica a sembrarci fuori del mondo: saremo troppo abituati a esprimere giudizi e condividerli continuamente per sopportare che un Presidente venga espresso da intermediari. Ma sarà già una gran cosa arrivarci, nel 2020.

Già da ieri Bersani era stato sostanzialmente sostituito da un'intelligenza collettiva che aveva deciso di bocciare qualsiasi ipotesi collaborazionista con il PdL esprimendo il candidato meno gradito a Berlusconi: Romano Prodi. Si è visto nell'occasione quanto fosse intelligente l'intelligenza, e quanto fosse collettiva la collettività. A questo punto francamente non so cosa succederà, però tutto sommato non mi sembra che la situazione sia tragica: Rodotà, la Cancellieri, perfino D'Alema, sono ancora buoni nomi; rammento quando nella stessa aula si contavano le schede di Forlani o Andreotti, direi che un progresso c'è. Mi dispiace per Bersani, che paga per errori non solo suoi, per Prodi che aveva il curriculum migliore, e un po' meno per il PD, che si è dimostrato sterile come molti ibridi. Avrei preferito che Bersani curasse il fallimento ancora un po', lasciando ad altri il tempo per mettere in piede qualcosa di nuovo e più credibile. Invece adesso diventa tutto più caotico e con gli anni il caos mi piace sempre meno.

Per esempio, in questi giorni mi sembrate tutti incazzati, eccitati. Stracciate tessere, scrivete "mai più", scommettete, litigate, ecc.. Non è che io non capisca tutto questo - e se devo essere onesto sono preoccupato anch'io. Però non ho tutta questa voglia di tifare. Anche l'altra sera, forse qualcuno si aspettava un proclama "mai con Marini", "no all'inciucio" e tutta questa serie di cose. Io in realtà l'ho scritto, che se fosse stato per me avrei preferito Rodotà; ma l'ho scritto in piccolo, in un inciso, perché le mie preferenze in un'elezione indiretta sono abbastanza secondarie. È che in questi giorni tutti tifano, e io non ho nulla contro chi tifa, ma non ho molta voglia. È proprio un atteggiamento: quando tutti fanno una cosa, a me passa la voglia di farla. Questo non mi rende la persona più simpatica al mondo, ma credo sia il motivo per cui questo blog qualche volta (qualche volta) è interessante: se volete qualcuno che scriva semplicemente "votiamo Rodotà!" "No all'inciucio", là fuori è pieno. Sul serio, ce n'è di molto bravi, non avrebbe neanche senso gareggiare.

venerdì 19 aprile 2013

La casa è un libro (senza librerie)

Nella casa (Dans la maison, François Ozon, 2012).

Germaine da giovane scriveva. Ha anche pubblicato un romanzo, ma niente di che. Poi ha capito di essere un mediocre e adesso insegna letteratura in un liceo. Al pomeriggio corregge sul tavolo della cucina temi sempre più banali, ogni anno è peggio. Non ce n'è più uno che sappia scrivere qualcosa di interessante, e questi saranno la Francia di domani? Finché un giorno, dalla pila, non spunta un vero e proprio racconto incompiuto: è il compito di Claude. Come Angel, la protagonista di un altro vecchio film di Ozon, Claude è un talento naturale: non ha cultura, non se la può permettere, ma sa tener vivo l'interesse del suo unico lettore. Se Angel era ossessionata dall'eleganza dell'aristocrazia inglese, Claude è morbosamente attratto dal benessere borghese della famiglia di un suo compagno di classe. Germaine vorrebbe aiutarlo a sbocciare, ma non basta passargli qualche volume di Flaubert e abbozzare uno schemino narratologico alla lavagna: occorre alimentare la sua ossessione, far scoppiare i conflitti di cui ogni buona storia ha bisogno.

Un film francese lo riconosci ancora dalla quantità di libri che vedi inquadrati. La libreria di Germaine, ovviamente, occupa pareti intere. I libri sono merce di scambio, ostaggi, prigionieri, armi contundenti; sono i figli di chi figli non può averne, ce l'ha spiegato Truffaut. Eppure i libri sono in via d'estinzione; nella famiglia borghese adorata da Claude c'è giusto spazio per riviste d'arredamento. Ti domandi se un bel film come Dans la maison sarà comprensibile quando tutti leggeranno soltanto e-book... (continua su +eventi!).

giovedì 18 aprile 2013

Tutto ciò che succede succederà oggi

La battaglia per il Colle 

Test: riconosci i tuoi Presidenti?
Posso sbagliare, ma non credo che ci siano mai state elezioni del Presidente della Repubblica come quelle che cominciano oggi. Magari è un'illusione ottica, il presente sembra sempre in qualche modo più interessante. Però davvero non mi viene in mente nulla di vagamente paragonabile. L'elezione di Pertini non me la ricordo. Quella di Cossiga la rammento come una cerimonia di uomini anziani, e pensa che invece fu il presidente più giovane di tutti. Ricordo benissimo il momento drammatico in cui elessero Scalfaro, e mi pare che le bombe non ci preoccupassero un centesimo di quanto ci sta preoccupando oggi il default: c'è da dire che avevo 18 anni, altre priorità. L'elezione di Ciampi è un'altra che, onestamente, non rammento: come tutto il ventennio berlusconiano sembra entrata in un cono d'ombra. Con Napolitano mi aiuta il blog, ma ricordo soprattutto la delusione di non avere un bersaglio facile come D'Alema al Quirinale. Insomma erano tempi più leggeri; si trattava di nominare un notaio e si dava per scontato che sarebbe stata una figura un po' noiosa e super partes. Invece stavolta sembra una questione di vita e di morte. Forse lo sembrava anche le altre volte e poi, siccome siamo sopravvissuti, ci siamo dimenticati il panico del momento. E forse invece stavolta è davvero diversa, stavolta stiamo davvero per vivere o per morire, chi lo sa.

In mezzo c'è stata l'esperienza del governo Monti, o "del presidente"; il momento in cui ci siamo tutti accorti che nei casi di emergenza l'inquilino il Colle è tutt'altro che un potere simbolico, ma può fare la differenza. Paradossalmente questo è avvenuto durante la fase finale di un settennato estremamente equilibrato: niente a che vedere con gli estri di un Pertini, le mattane di un Cossiga, le prese di posizione di Scalfaro. La situazione si è poi talmente ingarbugliata che mi è capitato più volte di leggere persone fino a poco tempo fa molto lucide insistere sulla possibilità di prolungare il mandato di Napolitano oltre al compimento del novantesimo anno di età - una pazzia. Ma stiamo un po' tutti impazzendo, forse, e forse non è del tutto colpa nostra.

Per esempio è colpa del Porcellum, che ci ha svuotato la democrazia nelle mani. Ormai ci scandalizziamo del fatto che i leader di coalizione - che pure abbiamo votato - provino ad accordarsi su un nome. Meglio Grillo che fa un sondaggino on line, anche se si pianta appena vota qualche migliaio di utenti, anche se i candidati più votati si scoprono farlocchi, non importa, col sondaggino la gente si esprime. Siamo diventati presidenzialisti in mancanza di niente, e il modo in cui vogliamo eleggere il nostro Presidente è internet: appelli, sondaggi, mail bombing ai parlamentari, ecc. Come tutte le cose su internet, da qui non si capisce davvero se siano davvero importanti o se facciano soltanto parte di una bolla intorno a me che scrivo e voi che leggete: sul mio laptop stanotte è in corso una ferocissima campagna anti-Marini e pro-Rodotà, ma non sono sicuro che al bar qui di fronte ne sapranno mai qualcosa.

Un'altra cosa che è cambiata tantissimo rispetto al 2006 è la finestra attraverso cui ci arrivano le notizie. Parlo per me: al tempo leggevo soprattutto quotidiani (già più on line che carta). Oggi tutto mi arriva già socializzato da facebook e twitter, ed è soprattutto in questi casi che si nota la differenza. È tutto straordinariamente drammatizzato. Nel 2006 non ero il solo a nutrire una notevole antipatia per D'Alema, che in seguito la pochezza di altri suoi colleghi ha stemperato; ma quando il suo nome cominciò a essere incluso nelle rosa dei quirinabili non ricordo folle inferocite di elettori di sinistra. Anche Marini era nella rosa, e già allora non brillava per popolarità, ma non ricordo reazioni lontanamente paragonabili a quello che sta succedendo in queste ore, soprattutto su internet. Da ogni finestra, da ogni spiraglio, stanno arrivando messaggi di sdegno degli elettori del PD per l'orribile scelta di candidare al Quirinale uno dei fondatori del PD, Franco Marini. C'è evidentemente qualcosa che non va.

Può darsi che il problema sia la finestra stessa. Stiamo tutti socializzando troppo, non facciamo che comunicare emozioni. Coniamo slogan, facciamo battute, ci incazziamo fortissimo eccetera. A un certo punto qualcuno comincia a dire "Rodotà" - la terza scelta di un referendum on line a cui hanno partecipato poche migliaia di persone - e ci convinciamo che Rodotà sia una scelta popolare, mentre Marini no. Fosse per me, tra l'altro, Rodotà tutta la vita. Ma la maggior parte degli elettori m5s probabilmente non ne ha mai sentito parlare - così come di Marini non ha sentito parlare la maggior parte degli italiani mai tesserati CISL. Del resto anche Napolitano o Scalfaro non erano esattamente dei Vip. Che insomma ci siano fuori, nelle piazze, milioni di persone disposte a incatenarsi per Rodotà al Quirinale mi sembra abbastanza impossibile. Sono twitter e facebook che ci stanno facendo uscire scemi: se poi Grillo fa un sondaggino on line lo prendiamo per una notizia. Su twitter e su facebook poi tutti danno ormai per scontato che un'intesa su Rodotà potrebbe spalancare le porte a un'alleanza Pd-M5S. Lo ha fatto capire Grillo in un filmatino dal camper, e ci stiamo credendo. Ovviamente Grillo potrebbe rimangiarsi la promessa quando vuole. Ovviamente poi Bersani sarebbe accusato di avere abboccato a proposte improbabili, ecc.

Dall'altra parte della finestra, comunque, c'è una situazione che ci sembrerebbe folle anche se non la vedessimo con le lenti deformate dei social network. Il PD ieri è oggettivamente esploso, anche se non lo guardi dalla soggettiva delle schegge, i tweet dei partecipanti all'Assemblea di ieri sera. Marini rappresenta quell'ala margheritina (ma non prodiana) del PD che esiste ormai soltanto nell'apparato, e non ha nessuna presa sugli elettori. Prova ne è che ogni volta che qualcuno della stessa area fuoriesce (Rutelli, la Binetti) il PD non perde un decimo di voto. Lo sa benissimo Renzi, che viene da lì ma che ha un progetto completamente diverso: Renzi sa che non esiste più un centro moderato, ma piuttosto un centro immaginario, da popolare di trovate mediatiche, un centro anche un po' commerciale, con gli Amici di Maria in sottofondo. Alla fine, se togli tutto il melodramma di contorno, sembra quasi un gioco delle parti: mentre Bersani va verso una esecranda alleanza di respiro cortissimo con il PdL (buona giusto per rifare la legge elettorale, a questo punto ai danni del M5S), Renzi può approfittarne per tirare la volata degli antimariniani. Si va insomma verso lo scorporo del PD: la bad company con Bersani, e quelli che vinceranno la prossima volta con Renzi. Se non sbaglio era lo scenario #121. Beh, poteva andarci peggio. Forse.

mercoledì 17 aprile 2013

Il Popolo si è espresso

La democrazia diretta, come pensano che funzioni alla Casaleggio e Associati:


(Secondo me Paint bastava e avanzava per rendere il concetto, ma se uno più bravo di me, ad es. chiunque, vuole fare un grafico più professionale, io questo lo cancello anche subito).

lunedì 15 aprile 2013

Vota anke tu gli Amici di Beppe

I dieci candidati al Quirinale del Movimento Cinque Stelle sono una notizia. Mostrano che almeno una parte del MoVimento è molto più incline alla collaborazione con il PD dei suoi rappresentanti eletti e dei suoi megafoni. Anche se per la verità ne sappiamo molto meno di quel che sembra.

Per esempio non sappiamo quanti hanno votato davvero, e quanti rivoteranno oggi: i responsabili, chiunque essi siano, non ce l'hanno voluto dire. Il blog di Beppe Grillo viceversa è stato estremamente preciso sul numero degli aventi diritto, gli iscritti al Movimento "al 31 dicembre 2012 con documenti digitalizzati". 48.282. Più o meno gli abitanti di Civitanova Marche. Vale la pena di ricordare che alle ultime elezioni hanno votato per il Movimento 8 milioni e 690mila cittadini italiani: per farci un'idea, sono gli abitanti di tutte le Marche, più tutta la Toscana e quasi tutta l'Emilia-Romagna. Di questi, soltanto uno ogni 180 era ammesso a votare. Parlare di democrazia diretta con questi numeri ha un po' l'aria di una presa in giro.

Ma quanti di questi "ammessi" hanno realmente votato? Sarebbe lecito supporre che lo abbiano fatto quasi tutti, visto che si erano preoccupati per tempo di digitalizzare i documenti. Però Grillo non ce lo vuole dire, il che non è che si presti a molte interpretazioni. O i voti sono stati più numerosi degli aventi diritto - il che invaliderebbe la consultazione, e fornirebbe l'ennesima dimostrazione dell'inettitudine informatica dei leader del M5S - o sono molti meno. Fingiamo comunque che abbiano votato "quasi in cinquantamila", come dice Grillo contraddicendosi da solo, e diamo per buoni i suoi risultati. Anche così, però, non sappiamo quasi nulla. Certo, sappiamo che c'è Prodi (ed è una notizia) accanto a Rodotà e alla Gabanelli; ma non sappiamo quanti voti hanno preso, nemmeno in percentuale. Grillo non ce lo sta dicendo, e non è un piccolo dettaglio (continua sull'Unita.it, H1t#175).

sabato 13 aprile 2013

Il pacco del MoVimento

Non so da voi, ma qui la prassi per eleggere i rappresentanti di classe prevede l'inserimento di un bigliettino ripiegato nella fessura di una scatola. Alla fine si apre la scatola e si spogliano, termine che provoca un'inevitabile ilarità, le schede. Di solito è soltanto dopo aver contato i voti con una fila di x sulla lavagna, e consacrato i vincitori, che qualcuno nota che i conti non tornano: ci sono più x sulla lavagna che votanti, più bigliettini nella scatola che alunni nell'aula. Bisogna ricominciare daccapo. Successe persino a Montecitorio, mentre il parlamento in seduta comune tentava di eleggere il successore del presidente Cossiga. È il broglio più semplice da commettere, e non è il più semplice da evitare. Il passaggio dai bigliettini di carta al digitale non rende di per sé la procedura più sicura, anzi.

Casaleggio, lo si è capito, non è un esperto di internet. Non sa come funziona, nemmeno gli interessa, non è un ingegnere. È un pubblicitario. "Internet" per lui è un marchio da vendere. Cosa faccia poi questa benedetta Internet non lo sa nemmeno lui, non ha importanza, di sicuro sarà qualcosa di bellissimo che cambierà le nostre vite, ci renderà più liberi, laverà più bianco. Non è che si possa chiedere a un venditore professionista di essere consapevole dei limiti tecnici del prodotto che sta vendendo; se lo fosse farebbe un altro mestiere. Quindi, se gli chiedono se si possa fare la democrazia diretta con Internet, lui risponderà di sì, che è possibilissimo, anzi facciamolo subito, affare fatto. Quando poi smonti il pacco e ti accorgi che il sistema concretamente non funziona, si pianta ogni volta che provi a usarlo al 100%, lui ha già la risposta pronta che è la versione politica di quella che vi hanno dato centinaia di operatori telefonici quando avevate il PC in panne: "sarà un virus". Nel suo caso "sono stati gli hacker".

Chi ne capisce un po' di più (io no) sostiene che si trattava di un bug, che ha permesso a qualcuno di inviare più voti. In molti casi probabilmente il voto è stato mandato due volte per sbaglio, come capita certe volte che il sistema è lento e non vi fa capire se il messaggio o il tweet o il post è partito o no, e allora voi in buonissima fede cosa fate? Refresh, e poi vedete il messaggio inviato due volte... Ecco, se stavate votando alle primarie m5s per il Quirinale avete appena commesso un broglio, siete malvagi hacker. Nella ricostruzione di Federico Mello:
non c’è stata alcuna intrusione esterna. Lo spiega bene il comunicato della Bnv, l’azienda specializzata che ha “certificato” le operazioni di voto. Dice infatti: «A seguito di uno dei controlli pianificati, relativo all’integrita del sistema, è stata rilevata un’anomalia, i cui effetti sono stati verbalizzati. L’anomalia ha compromesso in modo significativo la corrispondenza tra i voti registrati e l’espressione di voto del votante». Significa che sono stati registrati più votanti degli aventi diritto. Sempre la Bnv specifica inoltre: «Trattandosi di un controllo periodico non è stato possibile determinare con certezza il momento iniziale della compromissione».
Di hacker, non si fa alcun cenno. E non potrebbe essere altrimenti: la Bnv è una azienda di certificazione, non di sicurezza informatica. Nel suo “chi siamo”, spiega: «DNV Business Assurance Italia svolge, da parecchi anni, un’intensa e competente attività nel settore delle verifiche, ispezioni e certificazioni di sistemi di gestione, prodotti in campo industriale e nei settori dei servizi». Insomma, rispetto a procedure concordate, l’azienda verifica che vengano svolte in modo corretto. E non è un caso che abbia fatto dei “controlli periodici”: non ha le competenze informatiche per “difendere” un server, e non ha sistemi di monitoraggio, né di tracking, di tracciamento, per risalire a possibili incursioni.
Io credo che i militanti del M5S che chiedono insistentemente, da mesi, una piattaforma realmente democratica a Grillo e Casaleggio dovrebbero riflettere seriamente su quello che sta succedendo. Se la tanto promessa piattaforma non è mai pronta, forse non si tratta soltanto di un problema di tempo, come a volte avete letto su beppegrillo.it. Casaleggio avrà anche tanti impegni, ma quello che vi ha promesso, tecnicamente, non ve lo può dare. Il fatto che succeda di nuovo un incidente del genere, dopo i disguidi durante le parlamentarie, la dice lunga. Noi non sappiamo esattamente quanti siano gli iscritti al MoVimento al 31 dicembre 2012 (quelli che avevano diritto di votare), ma Casaleggio sì, lui lo sapeva. Ha tutti i dati necessari a capire quanta gente avrebbe votato ieri e a prevedere i possibili picchi di traffico. Ma non ci riesce. O non ne ha i mezzi o, probabilmente, non ne è capace. Ma non ha la minima importanza, così come non ne ha avuta per le parlamentarie. Non si tratta di eleggere veri rappresentanti: si tratta di vendere l'idea del movimento che decide in rete, con tutto il bello e tutto il brutto della rete, compresi i malvagi hacker inquinatori della volontà popolare. Grillo e Casaleggio non hanno la minima idea del futuro che stanno vendendo: è un pacco, intanto lo piazzano, se poi dentro c'è qualcosa che funziona tanto meglio, ma non dipende da loro. Loro fanno il marketing, loro piazzano il pacco.

Viene in mente la teoria di Steve Jobs su come i venditori rovinino le grandi aziende, quando vanno al potere al posto degli ingegneri. Il M5S non è una grande azienda, è un movimento politico, dentro un pacco. Volete che funzioni? Scartate via il pacco, licenziate i professionisti dei fiocchetti. Sono stati molto bravi, ma da qui in poi possono soltanto rovinare tutto.

venerdì 12 aprile 2013

Tom Cruise caduto sulla Terra

È anche un porno per architetti, diciàmocelo.
Oblivion (Joseph Kosinski, 2013).

In un residence sospeso su un pianeta Terra in fase di smantellamento, ogni mattina Jack e Victoria si svegliano, si danno due bacetti e vanno a combattere gli alieni che hanno distrutto la Luna e reso il pianeta inabitabile. Non è che si ricordino molto del passato; comunque la loro missione è difendere le gigantesche idrovore che trasformano l'acqua in energia per il resto della razza umana, che adesso vive su una luna di Saturno. Ma le cose stanno davvero così? No.

E lo spettatore un po' smagato lo capisce subito; diciamo che al primo minuto del film Tom Cruise ha già accennato a una procedura di Cancellazione della Memoria, che è un po' come quando all'inizio del Sesto Senso Bruce Willis sembra che muoia, poi invece sembra di no, poi ti accorgi che nessuno gli sta rivolgendo la parola, e devi restare al cinema per un'altra ora e mezza. Voglio dire, è chiaro che c'è qualcosa che non va, se ti hanno cancellato la memoria. Siamo in un (bel) film di fantascienza; se all'inizio ti cancellano la memoria il minimo che possa succedere è che qualcuno non ti stia raccontando le cose come sono andate veramente. E a questo punto che mi resta da fare, bullarmi perché in sala ho capito il colpo di scena con tre quarti d'ora d'anticipo? Sgattaiolare nella sala di fianco e guardarmi Brignano? Invece no, sono rimasto inchiodato davanti a Oblivion e ne è valsa la pena come poche volte quest'anno.

Certe volte bisogna semplicemente rassegnarsi (continua su +eventi)

Anonima parlamentari

Ieri gli iscritti al Movimento 5 Stelle ("al 31 dicembre 2012") hanno votato on line il loro candidato alla presidenza della Repubblica. È solo il primo turno; lunedì avverrà un "ballottaggio" tra i dieci nomi più votati - il che significa che probabilmente il vincitore della competizione non avrà la maggioranza assoluta dei consensi nemmeno tra gli elettori m5s. È comunque un po' presto per fare previsioni: per ora tra i nomi più frequenti sui social network ci sono per lo più persone che hanno fatto altri mestieri (Gino Strada, Milena Gabanelli), figure che ci dicono molto dell'immaginario grillino (la centralità del videogiornalismo, l'antagonismo barricadero) ma che è difficile immaginare realmente candidati al Colle. Va da sé che qualcuno voterà direttamente Beppe Grillo: non ci è dato sapere quanti, né se a Grillo interessi o serva un trampolino del genere. Si vedrà più avanti.

Per adesso è interessante osservare il modo in cui il MoVimento punta, consapevolmente o meno, a una repubblica di fatto presidenziale, aggirando la Costituzione. Non c'è bisogno di abrogarla là dove prevede che il presidente sia nominato dal parlamento; è sufficiente trasformare il parlamento in una semplice assemblea di esecutori della volontà popolare, pronta a esprimersi in ogni momento attraverso sondaggi on line sulla piattaforma del MoVimento. Qualcosa di simile ai "grandi elettori" che vengono eletti dai cittadini americani in occasione delle elezioni presidenziali, e ai quali, salvo imprevisti, non viene chiesto che votare esattamente il candidato indicato dai cittadini. È in questo modo che assume un senso anche la boutade di Grillo sull'aspirazione del M5S a raggiungere "il 100% dei consensi": il MoVimento non è un partito - e infatti coi partiti non dialoga - il MoVimento è la piattaforma in cui in futuro i cittadini voteranno le loro leggi ed eleggeranno i loro rappresentanti, compreso il Presidente, senza passare attraverso i partiti. Anche se per ora la piattaforma non è ancora pronta, Casaleggio ci sta lavorando ma è molto impegnato; comunque adesso si prova a eleggere l'inquilino del Quirinale e vediamo come va.

È curioso notare come Grillo, che accusa gli altri partiti di aver trasformato i parlamentari in "figure di cartone", in sostanza consideri i senatori e i deputati non molto più che pigia-bottoni, dai quali non pretende nessuna competenze o professionalità: e infatti dopo due mandati li vuole fuori dai piedi. Dal suo punto di vista non ha tutti i torti, un pigia-bottoni non diventa più bravo dopo cinque anni passati a pigiare bottoni; può però abituarsi agli ozi romani e farsi fotografare alla buvette (continua sull'Unita.it, H1t#174).

venerdì 5 aprile 2013

Papà era una scheggia bionda

Fate molto, molto posto
sulla vostra Smemoranda.
Come un tuono (The Place Beyond the Pines, Derek Cianfrance, 2013)

Leggi la recensione su Studio News 24

Ryan Gosling è un mentecatto. No. Ryan Gosling è sempre il bravo attore e sex symbol che sappiamo. Ma all'inizio del film, intendo, Ryan Gosling è un mentecatto che nella vita sa fare una cosa soltanto: correre in moto, come un fulmine. In attesa di schiantarsi, prevedibilmente, come un tuono. Ma finché se ne sta bravo a vorticare nella sua ruota per criceti, l'attrazione della fiera itinerante, va tutto bene. Probabilmente ha una donna in ogni città, per esempio a Schenectady, New York, si vede con Eva Mendes: caccia via. Un anno però quando bussa alla sua porta si trova davanti un neonato. "E questo chi è?" "È tuo figlio". A questo punto qualcosa nella testa comincia a girargli nel modo sbagliato, come una ruota che sta per mollare il mozzo. Ryan lascia il circo e decide di cambiare vita. Il che non significa cambiare la stessa maglietta unta e bucata che sta indossando da mezz'ora alla rovescio (la porta anche in chiesa quando assiste al battesimo). Nel suo caso consiste nell'accamparsi in un garage nei boschi e mettersi a rapinare le banche: è così che si conquistano le madri dei propri figli, non lo sapevate? Facendosi vivi all'improvviso con un sacco di soldi o pacchetti senza perder troppo tempo in spiegazioni, mandando all'ospedale il nuovo compagno di Eva non appena se ne presenta l'occasione. C'è poi il piccolo particolare che Schenectady è una cittadina di sessantamila abitanti, e Ryan ci ha preso gusto e vuole svuotare tutte le filiali di tutte le banche con la stessa semplicissima modalità. In pratica sta solo aspettando di andarsi a schiantare, ma lo schianto avrà conseguenze impreviste su tanti altri personaggi interessanti che non vi racconto (ma continuo su +eventi!)

10.000 aborti, il Bilderberg e un pazzo scatenato

Mara Carfagna la vorrebbe al Quirinale. Micaela Biancofiore è d'accordo. Ma la vera notizia è che un terzo degli italiani, secondo un sondaggio IPR Marketing, vorrebbe Emma Bonino presidente della Repubblica. Quattordici anni dopo la campagna "Bonino for president", che portò una lista radicale alle elezioni europee oltre l'otto per cento (record assoluto), la Bonino gode ancora di una capitale di fiducia e di stima che nessun politico di primo piano oggi in Italia potrebbe vantare. Peccato che al Colle non si salga coi sondaggi: ben pochi degli inquilini precedenti avrebbero vinto una simile gara di popolarità. Le possibilità che Emma Bonino non sia anche stavolta un nome da bruciare in fase di pre-tattica sono abbastanza esigue. Ed è un peccato.

Anche chi non nutre particolare simpatia per il personaggio non può negare che la Bonino abbia tutte le carte in regola per aspirare alla prima carica della Repubblica: ha le competenze, un alto senso delle istituzioni maturato in decenni di esperienza in Italia e soprattutto all'estero; ha combattuto battaglie radicali ma conosce l'arte del compromesso; e ha sempre preferito tenersi ai margini del teatrino mediatico della politica italiana: il che potrebbe essere poi il vero motivo per cui molti italiani la preferiscono ad altri politici e politiche che conoscono meglio. Ciononostante è davvero difficile che questo parlamento la nomini presidente, per almeno tre motivi talmente ovvi che molti osservatori non si preoccupano nemmeno di metterli nero su bianco. Facciamolo qui. Se tra un mese scopriremo di esserci sbagliati, saremo i primi a esserne contenti (continua sull'Unita.it, H1t#173)

giovedì 4 aprile 2013

WWW Isidoro


4 aprile - Sant'Isidoro di Siviglia, dottore della Chiesa, enciclopedista, patrono di Internet.

I posteri non ci leggeranno, i posteri non leggeranno in generale. Smetteranno di imparare l'alfabeto come noi abbiamo smesso di fare le aste e le O. Per capire quel che c'è da capire probabilmente guarderanno cose sospese nell'aria, in fondo lo stanno già facendo. E rideranno di noi. Ci considereranno dei deficienti. Ogni tanto verranno a guardare come si imparava ai nostri tempi - sfoglieranno i libri, guarderanno le figure, e rideranno per cose che non fanno ridere. Un atlante geografico, per esempio, un planisfero, che risate.

"Ma guarda, ahah".
"Cosa c'è da ridere, stronzetto".
"Com'eravate buffi. Pensavate che la terra fosse piatta".
"Ma no, niente affatto".
"E allora perché la disegnavate così?"
"Tanto per cominciare non è un disegno, ma una proiezione. E poi non avevamo scelta, se volevamo raffigurarla su un libro dovevamo proiettarla su una superficie piatta, dal momento che... mi stai ascoltando?"
"No, scusa, sto facendo sesso in chat3d"

Devo scrivere un pezzo su Isidoro di Siviglia, a cui un papa - il terzultimo, ormai - ha affidato il padronato di Internet. Per cui capite che non posso assolutamente far finta che il quattro aprile non si festeggi Sant'Isidoro, il celebre erudito, l'ultimo dottore dell'Antico Occidente, prima dei secoli veramente oscuri; ma questo non vuol dire che ne sappia molto. Solo perché ho una prestigiosa rubrica sul Post la gente crede che io sia un pozzo di scienza ma non è vero, la più parte delle volte do solo un'occhiata su internet il giorno prima. Di solito su wikipedia. Che non è il massimo, eh, ci ha tanti difetti, però è sempre il primo posto in cui vai a cercare. È comoda, a portata di clic. Quando proprio voglio ostentare una profonda conoscenza della materia seguo un paio di link che partono da lì. Mi piacerebbe saperne davvero di più, ma ho tante altre cose da fare, sapeste a che ora mi alzo. Su Isidoro poi pensavo che avrei trovato tantissime cose, ma come succede spesso non è affatto così; dovunque trovo più o meno le stesse tre-quattro nozioni. Ho anche dato un'occhiata ai libri che ho in casa ma non dicono nulla di più; potrei sellare i buoi e recarmi in una biblioteca seria - ma a quel punto mi troverei davanti i venti volumi delle Etymologiae in edizione critica, e poi che ci faccio? Troppo materiale è uguale a nessun materiale.


Isidoro ha scritto migliaia di pagine che non si legge quasi nessuno, ed è stato messo in croce per un disegnino. A un certo punto, dovendo spiegare nella sua enciclopedia di tutto lo scibile umano una questione abbastanza secondaria, una mera curiosità - com'è fatto il mondo? - Isidoro ne traccia uno schizzo semplificatissimo: una T dentro una O. La O è l'Oceano, che circonda le terre emerse; la T è costituita dal Mediterraneo, che a oriente si biforca in due fiumi (il Nilo e il Don) dividendo i tre continenti: Asia in alto (est), Europa a sinistra (nord), Africa a destra (sud). Isidoro sapeva benissimo che il mondo era più complicato di così; probabilmente condivideva l'opinione degli antichi navigatori che lo consideravano sferico e non piatto; lui stesso aveva viaggiato per terra e per mare, emigrando da Cartagine in occasione dell'invasione bizantina, e trovando riparo nella Spagna visigota. Sapeva benissimo che Europa e Africa avevano coste irregolari e frastagliate; il suo schizzo non era una cartina geografica, ci sbagliamo a interpretarlo così. Era un simbolo, un ideogramma, un modo per raffigurare un concetto e mandarlo a mente. La forma circolare non alludeva a una presunta piattezza della Terra - del resto anche noi, con tutte le nostre approfondite conoscenze geografiche, sui libri usiamo ancora figure piatte, pardon, proiezioni. Sappiamo benissimo che tutte le cartine piatte raccontano qualcosa di falso - la Terra non è piatta - semplificando un concetto più complicato. Ma le usiamo lo stesso, sono comode. Anche Isidoro, sappiamo benissimo che aveva conoscenze più approfondite di quelle espresse con la T nell'O. Ma ci è comodo semplificarlo così, inserirlo nella Storia che ci raccontiamo nel ruolo dell'ultimo compendiatore del mondo antico, sul suo terrazzino spagnolo sospeso sull'abisso dei Secoli Oscuri: si fece buio su tutta la terra e la gente smise di viaggiare, pensate che l'unica cartina che ancora si copiavano nei manoscritti era una T iscritta in un cerchio! È anche un'ottima occasione per fare sfoggio di un sano relativismo culturale, visto che di lì a poco in Ispagna arriveranno gli Arabi con mappe assai più precise, schizzate da navigatori che sapevano orientarsi tra un porto e l'altro.

Ma quello di Isidoro è un mondo che nessun navigatore avrebbe potuto esplorare (continua sul Post...).