mercoledì 26 febbraio 2014

12 anni di solitudine


12 anni schiavo (12 Years a Slave, Steve McQueen, 2013)

Una sera hai bevuto troppo. Ti svegli in catene e scopri che non sei più un essere umano. Ora sei una massa di muscoli senza storia o diritto di parola, a cui è consentito solamente sopravvivere. Un lotto di carne evasa da rispedire in Georgia; la tua famiglia non saprà mai più nulla di te. Perché ci sono così pochi film sulla schiavitù? Wikipedia ne conta appena una trentina, inclusi titoli che hanno poco a che fare con gli schiavi d'America. La stessa fonte conta 180 film sulla Shoah, esclusi i documentari. Perché la schiavitù è nove volte meno cinematograficamente interessante? È semplicemente l'effetto di un senso di colpa ancora non rielaborato dal pubblico bianco americano? Forse c'è qualcosa di più, se anche l'afro-britannico Steve McQueen ha preferito affidarsi a una fonte eccezionale come l'autobiografia del "free negro" Solomon Northup. Nato libero nello Stato di New York, carpentiere e violinista, Northup nel 1841 è vittima di un sequestro di persona. La sua identità viene cancellata e sostituita con quella di uno schiavo fuggitivo. Northup (Chiwetel Ejiofor, che debuttò con Amistad e difficilmente sarà mai più tanto vicino all'Oscar) non è il solo ad avere perso la sua libertà in questo modo, ma è tra i pochissimi che riuscì a riconquistarla, dopo dodici anni, e l'unico che pubblicò la sua storia. C'è persino chi ha criticato McQueen per avere scelto un'angolazione tanto particolare: l'avventura di Northup è una traiettoria eccentrica rispetto alla storia del popolo afroamericano. I suoi compagni di schiavitù sono satelliti lontani con cui è entrato in contatto per un fatale errore, e che non potranno seguirlo verso la libertà. Ognuno - ce ne accorgiamo più volte nel film - ha un suo destino che non può essere diviso con altri.

E d'altro canto Northup ha il grosso pregio di assomigliare a noi, nati liberi, terrorizzati dalla sola idea di perdere il nostro status. Solo il suo punto di vista poteva fornirci quel biglietto per l'inferno (e ritorno) che McQueen voleva staccare. I film sulla schiavitù, forse, non si fanno perché è difficile riuscire a sintonizzare il pubblico sulla stessa onda delle vittime: con la Shoah è più facile? Ma anche nei migliori film sulla Shoah (Spielberg, Polanski), fate caso all'importanza di quei momenti in cui il cittadino medio-borghese scopre all'improvviso di aver perso il suo status di essere umano. McQueen aveva bisogno di qualcosa del genere: mostrarci un afroamericano educato, una bella casa, splendidi figli, una moglie intraprendente. La stragrande maggioranza dei neri nati schiavi non aveva nulla di tutto questo, ma noi non riusciremmo a empatizzare con gente nata e morta nelle baracche. Tarantino ha risolto lo stesso problema inventandosi un pistolero supercool, ma solo a Tarantino è concesso di risolvere in questo modo i problemi (continua su +eventi!)

9 commenti:

  1. "Chi ha criticato la mano leggera di McQueen nei confronti della religione..."

    A giudicare da questo film e da Shame e Hunger, definirei McQueen un regista molto più interessato alle immagini e alla fisicità che non ai discorsi, eccezion fatta per il dialogo tra Fassbender e il prete in Hunger, in cui però "parla" il torso nudo smagrito dell'attore, il locale spoglio, l'immobilità dei due personaggi.

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  2. questo film è brutto. no, davvero, sono ancora qui a chiedermi da dove spuntino le centoventi nomination all'Oscar e quella per l'attore protagonista mi è ancora più oscura, visto che ha due espressioni facciali due durante tutto il (troppo lungo) film.

    è brutto perchè non c'è un solo momento durante la visione in cui succeda qualcosa di vagamente inaspettato, nel bene o nel male. ed è brutto perchè basandosi su storia vera e non potendo quindi inventare chissà cosa, non è riuscito a farlo con belle immagini o dialoghi.

    si salva la recitazione di Fassbender, non solo schiavista, ma pazzo invasato, si salva la scena fra Northup e l'altra schiava sulla nave, si salvano, ma solo all'inizio, certe inquadrature ravvicinate un po' disturbanti visivamente.

    poi, noia. giuro, noia. e se un film con tante immagini crude, che racconta una storia cruda, ti annoia, significa che è fatto male. pensavo di essere io, ma non c'è una sola persona fra le mie conoscenze che non abbia pensato lo stesso. all'uscita del cinema solo facce a forma di punto interrogativo un po' "meh".

    perchè appunto non c'è alcuna invenzione, guizzo. e se sei un regista o racconti una storia originale, oppure se non lo è devi metterci qualcosa nel "come" la racconti.
    ecco, Mc Queen è stato bravissimo a raccontare in Hunger, con quel piano sequenza eterno. sia con Shame che con questo invece è noioso. un sei politico.

    ultima nota: qualcuno spieghi alla cinematografia internazionale che pù minuti di film non significano necessariamente più bellezza,
    Walt Disney in fondo ci ha abituato da sessant'anni a fare capolavori in 80-90 minuti.

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  3. Premetto che non ho ancora avuto occasione di vedere il film (stavo leggendo questa recensione appunto per capire se valesse la pena oppure se fosse la solita americanata dove i buoni sono buonissimi e i cattivi cattivissimi). Commento quindi il commento.

    La schiavitù è un tema decisamente meno affrontato della Shoah, nonostante sia un tema attualissimo: Leonardo citava i raccoglitori di pomodori nel nostro Sud, ma io aggiungerei le schiave del sesso lungo le strade, oltre all'immenso serbatoio di semi-schiavitù presente nel Sud del Mondo.
    Io credo che sia un rifiuto inconscio in quanto il parlare della schiavitù implica necessariamente porsi delle domande e inevitabilmente si arriva alla domanda chiave: quanto il nostro benessere di europei/nordamericani si fonda sullo sfruttamento di terzi?

    In un certo senso con la Shoah è facile: abbiamo un nemico, etichettato come "male assoluto", il sapere che tale nemico è stato sconfitto è appagante, ci fa sentire più buoni e più generosi.
    Ma con la schiavitù? Se guardiamo la nostra storia, la schiavitù ha permesso di realizzare opere che noi consideriamo "degne" e "civili" (es: il Pantheon a Roma, ma non solo). E inevitabilmente l'occhio cade su di noi, sul nostro stile di vita reso possibile grazie alla schiavitù altrui: giungere alla conclusione che noi stessi siamo il nemico da abbattere non è gratificante né appagante, così come è molto scomodo capire che la nostra comodità si fonda sullo sfruttamento altrui... non era forse quello che sosteneva il movimento altermondista un decennio e mezzo fa?

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  4. Psss: Zanardo non si perde un aggiornamento.

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  5. Condivido tutto: solo una cosa, lascerei perdere il DNA, perché ci sono state tantissime società in cui lo schiavismo non aveva a che fare con il razzismo (specialmente quello biologico). C'è stata un sacco di gente disposta a fare schiave persone che ammetteva tranquillamente fossero uguali a loro, senza andare lontano i Romani.

    A volte penso che il razzismo scientifico è stato inventato proprio perché nella nostra società non si potevano più commettere certe azioni senza avere una scusa che si potesse vendere come oggettiva....

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    1. @camillo La tua osservazione è interessante. In effetti ab antiquo lo schiavo era biologicamente indistinguibile dal padrone; addirittura in alcuni casi allo schiavo veniva riconosciuta una superiorità culturale e il suo compito era pertanto educare i figli del padrone, mi riferisco al fenomeno degli schiavi-filosofi, ossia greci colti fatti schiavi dai romani.

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    2. David Graeber in "Debito" spiega queste cose molto bene (poi parte per la tangente spesso e volentieri, ma resta un libro estremamente interessante)

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  6. Mentre vedevo il film, mi ha assalito più volte la sgradevolissima sensazione di essere brutalmente manipolato. Fra l'altro, con trucchi cinematografici abbastanza evidenti (persino in quello si e` vista una regia mediocre). E` uno di quei film di second'ordine, programmaticamente disegnati per farti incazzare. Basti pensare alla lunga scena in silenzio della semi-impiccagione. O alla giustapposizione di scene di violenza e servizi religiosi (anche in questo non capisco perché parli di mano leggera di McQueen sulla religione).
    Non so che persone frequenti, ma io sono convinto che persino i bianchi del mondo occidentale di oggi sanno che la schiavitù e` una cosa terribile, senza bisogno di fargli vedere la carne maciullata dalle scudisciate. Spielberg non ha bisogno di mostrare gli esperimenti sulle donne incinta per far vedere che i nazisti sono cattivi.
    Sarebbe invece stato molto più interessante fare un film dove si seguiva la storia del processo ai rapitori (di cui veniamo a sapere solo nei titoli di coda), e di far vedere come questi siano alla fine prosciolti, nonostante il processo si celebrasse nel Nord abolizionista. Li` si` che sarebbe stato più stimolante per lo spettatore bianco occidentale, perché lo avrebbe fatto riflettere sull'accidia, una solidarietà con il potere che si esercita a migliaia di chilometri dalle piantagioni di cotone e dagli evidenti atti di barbarie.
    Niente di tutto questo, McQueen ci regala un film di merda: andate a vederlo solo se godete nel vedere un bianco che frusta dei negri.

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