venerdì 11 aprile 2014

Gemma

Nel 1902?
11 aprile - Santa Gemma Galgani, mistica, ragazza (1878-1903)

Rientrano fra le gemme tutte quelle specie e varietà minerali (oltre ad alcune rocce ed alcuni materiali di origine vegetale od animale) che, suscettibili di taglio o lucidatura, possono essere utilizzate in lavori di gioielleria.
La preziosità di queste pietre è determinata dalla loro purezza e dall'intensità del loro colore oltre che dalla loro rarità.


Santa Gemma ha rischiato di chiamarsi Sant'Umberta Pia. Almeno il nonno pare che la volesse chiamare così in onore del nuovo re. Il nome Gemma, suggerito da uno zio, lasciava perplessa la madre, che non trovava nessuna santa omonima sul calendario. Si tratta in realtà di un nome attestato in Toscana già nel medioevo: ma nel lucchese, a fine Ottocento, un nome senza santo in paradiso era una scelta da anarchici o da socialisti. Non era il caso dei Galgani, stirpe di dottori e farmacisti generalmente timorati di Dio. A tagliar corta la questione fu il parroco: se non c'è ancora una santa Gemma, pazienza: magari il posto se lo prenderà la vostra bambina. Bella leggenda, parzialmente guastata dal fatto che il 13 maggio si veneri Santa Gemma di San Sebastiano di Bisegna (AQ).

La gemma è un organo vegetativo che rappresenta il primordio di un nuovo asse vegetale, da cui possono avere origine foglie, rami e fiori.

Gemma Galgani invece è una santa di fine Ottocento. Un secolo complicato per questa rubrica, ci avete fatto caso? Dal Novecento in poi è facile parlare di santi: sono nostri contemporanei, protagonisti o comparse di una storia condivisa. Per contro, i santi anteriori all'Illuminismo sono completamente alieni alla nostra sensibilità, il che in fondo ci libera dalla fatica di capirli: possiamo reinventarli un po' come preferiamo. Tra gli alieni del passato e i nostri contemporanei c'è una frontiera mobile lunga un secolo, che per ora occupa tutto l'Ottocento. I santi ottocenteschi (Giovanni Bosco, Jean-Marie Vianney, Teresina del bambin Gesù, Pio IX) sono particolarmente indigesti, refrattari a qualsiasi trattamento meno che devoto. O li stronchi o li veneri, una terza via è quasi impossibile.
la foto più iconica

L'Ottocento, in generale, è un secolo che sta scivolando giorno dopo giorno oltre l'orizzonte della nostra sensibilità: e forse per un effetto ottico, nell'ultimo istante prima di sparire ci sembra che scorra più lentamente, come il sole al tramonto. La restaurazione e il risorgimento, il romanticismo e il patriottismo, ci abbandonando lentamente, un po' alla volta: facciata ritinteggiata dopo facciata ritinteggiata, convento dopo convento ristrutturato e adibito a hotel o sala convegni. Delle passioni di un secolo ormai ci restano formule vuote, frasi tronfie su targhe di marmo e la geolocalizzazione di ogni tetto sotto cui dormì Garibaldi. Forse ci fu anche un Ottocento felice, di garzoncelli scherzosi, ma il loro lieto rumore è il primo a essere svanito nel frastuono contemporaneo. A resistere, tenace, è una sensazione di tristezza che impregna ancora certi androni: l'Ottocento è lo spettro di molte scuole che abbiamo frequentato, infestate ancora negli sgabuzzini da anime in ginocchio sui ceci. Come si chiamavano? Non lo sanno più, ma i colletti lisi delle loro camicie non potrebbero appartenere a nessun altro secolo.

Le scuole poi stanno migliorando, secondo me, anche nei colori: certi gialli sporchi, certi verdi marci penitenziari ho smesso di vedermeli attorno da un pezzo. Dobbiamo restare lì seduti per sei mattine a settimana e quindi facciamo il possibile per trovarci tutti a nostro agio: un bell'azzurro pastello è in molti casi la soluzione migliore. Ma i muri, e certi sbraghi dell'intonaco da cui affiora l'anima in mattoni, ci ricordano ogni mattina la natura concentrazionaria della nostra istituzione.

In una scuola così, diversi anni fa, ebbi un'allieva che somigliava un po' ai fotoritratti di Gemma Galgani, Di molte altre ricordo ancora meno che il volto. Non sono fisionomista e ho già avuto mezzo migliaio di alunni/e. Altri mi tornano in mente tutti i giorni, come le battaglie devono tornare in mente a un soldato (nel mio caso sono più o meno tutte sconfitte: forse è normale, o forse sono io). Di questa ragazza ricordo lo sguardo vitreo che mi rivolgeva dall'ultimo banco, e che a volte mi dava qualche pensiero: era in trance? o mi guardava? mi giudicava? aveva senz'altro avuto insegnanti migliori. Ripeteva le lezioni diligentemente e consegnava elaborati molto corretti, benché fosse chiaro che la sua anima fosse da qualche altra parte. A me andava bene così, non sono uso nutrirmi dell'anima dei miei studenti.

Gemma con la sorella Angiolina che da piccola la picchiava e che dopo il processo di canonizzazione campava smerciando reliquie della sorella.
Anche Gemma a scuola se la cavava. "Molto silenziosa e sempre obbediente", ebbe a dichiarare la direttrice che la dispensò negli ultimi anni dalla tassa scolastica. Altre colleghe non erano d'accordo: la trovavano "canzonatoria" e "ipocrita" e sabotarono la sua richiesta di ammissione nel convento delle oblate. L'apparente incoerenza delle testimonianze si lascia facilmente comporre con un po' di esperienza di consiglio di classe: alcuni insegnanti si contentano del tuo silenzio, della tua obbedienza. Altri no, vogliono scavarti dentro. Chissà cosa cercano poi, cosa pretendono: e se non riescono ad aprirti, ogni tuo vago sorriso diventa canzonatorio; ogni lezione memorizzata diventa ipocrisia. Il percorso di studi di Gemma si sarebbe interrotto di lì a poco in seguito alla morte del fratello Gino, seminarista, per tisi: aveva 17 anni. Gemma, che ne aveva due di meno, cercò coscientemente di trarre il contagio dai suoi indumenti. Lo stesso male le aveva portato via la madre quando aveva otto anni. Non morì, ma interruppe gli studi. Quattro anni dopo avrebbe perso il padre, raro esempio di farmacista senza senso degli affari: lasciava quattro figli sul lastrico. Gemma cominciava a sentire fitte lancinanti ai reni e alla testa. L'unico conforto erano i discorsi edificanti di Giulia Sestini, una sua ex maestra che l'andava ancora a visitare, molto legata ai padri passionisti: la biografia di un sacerdote passionista in via di beatificazione, Gabriele dell'Addolorata, letta tra un'emicrania e l'altra, la impressionò tantissimo.

La Sestini non fu l'unica maestra che segnò profondamente la vita di Gemma (continua sul Post...)

5 commenti:

  1. Commento un po' off-topic.
    Mi sembra di non essere per nulla d'accordo sulla frase
    "Mi dispiace soltanto, in generale, che per ogni insegnante appassionato alla letteratura non ce ne sia uno altrettanto in fissa con la tavola degli elementi, un altro con l’ingegneria delle strutture, o con la teoria quantistica, la macroeconomia, e così via."
    che mi sembra un po' imbevuta di pregiudizi alla Benedetto Croce [ammetto che, essendo un fisico, probabilmente ho dei pregiudizi nei confronti di Croce].

    Ma forse mi sbaglio.. Leonardo, potresti spiegare un po meglio quella frase, e magari anche i "banali motivi culturali ed economici per cui questo succede?

    Grazie

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    1. Io il capoverso di Leonardo l'ho letto all'inverso, ossia contro Croce.

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    2. Banalmente, la scuola produce molti più appassionati alle culture umanistiche di quanti ne assorba il mercato: quindi una gran parte cerca di re-impiegarsi nella stessa scuola, producendo un noto corto circuito che affligge tutto il sistema.

      Non succede così con gli appassionati alla cultura scientifica, vuoi perché la nostra scuola ne produce di meno (a causa del corto circuito di cui sopra), vuoi perché c'è più mercato.

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    3. Evidentemente ti avevo interpretato male.
      grazie

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  2. " A resistere, tenace, è una sensazione di tristezza che impregna ancora certi androni: l'Ottocento è lo spettro di molte scuole che abbiamo frequentato, infestate ancora negli sgabuzzini da anime in ginocchio sui ceci"
    Bellissimo. Grazie.

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