giovedì 21 agosto 2014

E se la Gioconda non fosse 'quella vera'?

21 agosto 1911 - Vincenzo Peruggia, se gli vogliamo credere, esce dal Louvre dove ha passato la nottata. Sotto il cappotto porta una tavola di Leonardo da Vinci che non è ancora il dipinto più famoso del mondo, ma grazie a lui lo diventerà. E se non fosse, davvero, l'originale di Leonardo da Vinci?

Due anni dopo l'affare era ormai archiviato. Poliziotti e gendarmi avevano interrogato chiunque, perquisito dappertutto. Era stato sospettato persino il giovane Pablo Picasso; si era fatto una notte in cella anche il povero Apollinaire per quella sua tirata futurista sui musei da sventrare - ma anche per le accuse di un'ex, mitomane e piuttosto vendicativa. Niente, nessuno ne sapeva davvero niente, e la Gioconda non c'era più. Chissà dove se n'era volata. Che dire: cose che capitano - no, in realtà no, c'è una prima volta di qualsiasi cosa, e il furto della Gioconda fu il primo grande colpo in un museo pubblico. Evidentemente la sicurezza era un po' da ripensare. Fino a quel momento si era probabilmente pensato che certe opere si difendessero da sole: chi mai avrebbe pensato di procurarsi illegalmente un Leonardo originale? Erano ancora begli oggetti che meritavano di essere visti anche a costo di lunghi viaggi e costosi - tanto più che le riproduzioni stampate non potevano assolutamente reggere il confronto con l'originale. Proprio per questo motivo, non c'era ancora la necessità di trasformarli in qualcos'altro: in simboli, cifre, capolavori ineffabili.

Non c'era nemmeno bisogno di esorcizzare il senso di delusione che provi quando arrivi lì e scopri che l'opera è esattamente come l'hai vista su un buon libro - e dunque qual è il senso di tutto il tuo viaggio?

Il senso è che ora, davanti all'originale, stipato con centinaia di altre persone sbuffanti e sudanti e probabilmente altrettanto deluse, tu dovresti provare una qualche straordinaria emozione che valga il biglietto dell'aeroplano e l'albergo e tutto quanto. Qualcosa di sovrumano che se spingi magari sentirai davvero - dipende anche da cos'hai mangiato e quando, e da quanto tempo sei in fila e se fa caldo. La sindrome di Stendhal non era ancora stata diagnosticata - l'omonimo scrittore in fin dei conti accennava solo a un vago batticuore che può venire a chiunque, non a uno stato di alterazione della coscienza descritta dalla psichiatra Graziella Magherini nel 1979. La Gioconda era già riconosciuta come un capolavoro ("la miglior opera di Leonardo al Louvre", secondo qualche guida ottocentesca), ma non era protetta da un vetro anti-esplosioni in una stanzetta tutta sua. Un quadro di qualche anno prima ce la mostra in fila in mezzo ad altre opere pregevoli, che accostate in poco spazio suggeriscono quella sensazione di angoscia che rende faticosi ancora oggi tanti altri corridoi del Louvre: troppa arte, troppa bellezza e tu non hai abbastanza tempo, abbastanza spazio, abbastanza gusto. In quel corridoio si era fermato anche Coupeau, il personaggio dell'Assommoir di Zola che trovava Monna Lisa somigliante a una sua zia.

A un certo punto misero una cornice
vuota (la vide Kafka in gita).
A strappare la Gioconda dal suo rango di capolavoro tra capolavori, a trasformarla nella prima superstar dell'arte-nell'era-della-sua-riproducibilità-tecnica, fu Vincenzo Peruggia. Un artista anche lui, a suo modo - qualcuno l'avrà già scritto. Due anni dopo, quando ormai il posto vuoto della Gioconda era stato preso dal Baldassar Castiglione di Raffaello, a Firenze il collezionista Alfredo Geri riceve una lettera firmata da un misterioso "Monsieur Léonard V", che sostiene il quadro è nelle sue mani, ma non gli appartiene: infatti "appartiene all'Italia perché Leonardo è italiano". Léonard è pronto a cederlo a un museo italiano: si accontenterebbe di cinquecentomila lire (cifra abbastanza considerevole ai tempi) per "le spese". Incuriosito, Geri fissa un appuntamento in un albergo e si porta con se Poggi, il direttore degli Uffizi. Mal che vada smaschereranno un falsario. Invece si ritrovano davanti la tavola originale. Chiedono a Peruggia di aspettare fuori, e Peruggia esce a spasso. Questo è l'unico dettaglio che mi fa sospettare davvero che non fosse del tutto a posto: lo arrestano poco dopo. Confesserà subito. E' un decoratore di Luino, affetto da saturnismo, malattia professionale di chi lavora a contatto con vernici a base di piombo. Due anni prima aveva lavorato in un cantiere del Louvre: una sera aveva deciso di nascondersi in uno sgabuzzino. Sapeva come smontare la teca della Gioconda perché l'aveva montata lui stesso. Era già stato indagato, e la sua casa perquisita: ma la police non aveva trovato il cassetto segreto della sua tavola di cucina, costruito appositamente per nascondere il capolavoro. Racconterà di aver passato serate assai "romantiche", cenando tête-à-tête con Monna Lisa Gherardini. Alla lunga tuttavia il suo sorriso sfuggente doveva essergli venuto a noia - esattamente com'è successo a noi, dopo averlo visto migliaia di volte e sempre di sfuggita. Ma Peruggia è stato all'avanguardia anche in questo: nell'annoiarsi di un capolavoro. Divenne una celebrità, il che forse non aveva previsto. Al processo fu ben consigliato: cercò di coprire la sua richiesta di riscatto sotto il movente patriottico. Raccontò la sua rabbia nell'aver letto su un opuscolo quante e quali opere del Louvre erano bottino di guerra di Napoleone; da cui la decisione di riportarne a casa almeno una. In realtà la Gioconda non era stata sottratta da Napoleone (che tuttavia per un periodo se l'era fatta mettere in salotto; poi forse si era annoiato anche lui). In Francia, molto prima della rivoluzione, l'aveva portata Leonardo stesso, invitato a corte da Francesco I. Non importa: Peruggia aveva scelto la Gioconda perché era comoda, gli entrava nel cappotto. Diventò per la stampa italiana una specie di eroe, proprio mentre si fingeva matto, e uno psichiatra piuttosto accomodante lo metteva nero su bianco in una perizia per il processo.
Psichiatra: Su un albero ci sono due uccelli. Se un cacciatore spara ad uno di essi, quanti ne rimangono sull'albero?
Peruggia: Uno!
Psichiatra: Deficiente! [l'altro sarebbe scappato, ndb].
La sigla in francese sta per
"Ha caldo al culo".
Persino l'opinione pubblica francese guardò al matto italiano con una certa simpatia - i francesi sono incredibili in questo, sessant'anni prima erano riusciti a riconoscere l'eroismo nelle bombe di Felice Orsini - e poi quel che importava è che la Gioconda fosse salva. Il Louvre acconsentì addirittura a un tour italiano, prima agli Uffizi, poi a Palazzo Farnese, poi alla Galleria Borghese. Infine un bel viaggio in treno via Modane: e una volta a Parigi, un ricevimento nel salon carré col Presidente e tutti i membri del governo. Un simile trattamento non era mai stato riservato a nessun quadro. La Gioconda era diventato il primo feticcio dell'era moderna - come capì al volo Marcel Duchamp pochi anni dopo, esponendo una cartolina con pizzo e baffetti. Non era stato il primo a giocare col quadro (anche Peruggia a suo modo era stato un precursore), ma il modo in cui gioca con l'immagine tradisce una consapevolezza nuova: la Gioconda non è più semplicemente un bellissimo quadro: è un'immagine nota e arcinota, il frammento di qualcosa che appena vent'anni prima ancora non esisteva: un immaginario collettivo fatto di riproduzioni in bianco e nero o a colori, cartoline, illustrazioni, vignette. Qualcosa che tutto il mondo conosce anche se non si ferma mai ad ammirarlo davvero - al punto che è disposto a pagare un biglietto costoso, e fare una lunga fila inutile, per togliersi dagli occhi il cliché arcinoto e cercare di recuperare la sensazione del viaggiatore pre-moderno, che apre gli occhi su qualcosa di mai visto prima.

Rimane un dubbio estivo.

Quella che tutti andiamo a vedere al Louvre - perché non ci fidiamo delle nostre sensazioni quando la troviamo su un catalogo o in un video sul rinascimento - è la Gioconda originale. Non nel senso che l'ha dipinta Leonardo - potrebbe aver messo mano anche ad altre versioni dello stesso soggetto - ma nel senso che è proprio quella che ha rubato Vincenzo Peruggia: quella che di conseguenza è diventata più famosa di qualsiasi altra, e riprodotta in centinaia di foto a colori che conosciamo a memoria e che ci confermeranno, una volta al Louvre, di trovarci di fronte all'originale. Dunque è così: Peruggia è il vero autore postmoderno di quel meta-oggetto che chiamiamo Gioconda e che sta al Louvre (e dentro di noi, nel nostro inconscio collettivo nutrito di immagini sin dalla più tenera età).

Ma se ci sbagliassimo tutti? Se la Gioconda che conosciamo noi non fosse la 'vera' Gioconda? (continua...)

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