lunedì 23 febbraio 2015

Quando Hollywood riscrive la Storia (Oscar 2015)

The Imitation Game, regia di Morten Tyldum. Oscar per la migliore sceneggiatura originale.

Più che un film a tesi, The Imitation Game è un film a suggestione: Alan Turing avrebbe passato il test di Turing? L'inventore del computer non era in un qualche modo un computer anch'esso, un "autistico ad alto funzionamento"? Dietro alla sua passione per la crittografia, non covava forse la frustrazione di non riuscire a decodificare i normali messaggi degli uomini? Tutto ciò che della biografia dello scienziato non si concilia con questa suggestione viene completamente eliminato o stravolto: persino la sua omosessualità, tema tutt'altro che marginale, è sacrificato in nome della necessità di trasformare Turing in un automa incapace di relazionarsi con gli umani. Gli autistici tendono a compensare la carenza di interlocutori inventandosi amici immaginari, e quindi Turing deve battezzare il computatore col nome del suo unico amico, “Cristopher” – non risulta da nessuna biografia, per tutti il computatore era noto col nome “The Bombe”. Non era un amico immaginario, né il perduto amore, né il figlio impossibile: era un progetto messo in piedi già dai servizi polacchi, che Turing riprese e reinterpretò genialmente. Nel frattempo seguì altri progetti, ma sui manuali c’è scritto che gli Asperger si concentrano soltanto su un progetto alla volta, e quindi l’esperienza di Turing alla base di Bletchley Park viene semplificata: addirittura esiste un solo computatore (in realtà ne vennero costruiti centinaia). La scena dell'illuminazione al pub è un classico esempio di come anche un buon biopic possa per esigenze drammatiche offendere l'intelligenza dei suoi spettatori: l'idea che Turing afferra in quell'occasione (bisogna trovare una frase ricorrente!) è in sostanza l'abc della crittografia.




La teoria del tutto, regia di James Marsh. Oscar al migliore attore protagonista (Eddie Redmayne)

Se The Imitation Game si sforza di trasformare un uomo in un calcolatore, La teoria del tutto può irritare per il motivo opposto: hai uno dei più grandi fisici teorici di tutti i tempi, e decidi di raccontarne solo la vita sentimentale? Per di più, affidandoti alla biografia di un'ex moglie - chi mai appalterebbe il proprio biopic a un'ex moglie? A Stephen Hawking è successo anche questo, e pare che il risultato gli sia persino piaciuto. Ci troviamo dunque davanti a un film accurato? No, pare di no. La teoria del tutto non solo preferisce alle equazioni i sentimenti, ma anche di questi ci dà una versione edulcorata, soprattutto ai danni di Jane (che è forse il motivo per cui Stephan ne è rimasto contento). Del tutto omessa è la carriera accademica di quest'ultima. Completamente stravolti, rispetto al testo, sia il primo incontro che l'episodio della riconciliazione finale.


Selma, regia di Ava DuVernay. Oscar alla miglior canzone (Glory).

Rispetto ad altri film degli ultimi anni, Selma sembra insolitamente fedele alla storia che racconta, anche a scapito della riuscita spettacolare. Raramente si era visto un leader così amletico e scoraggiato come il Martin Luther King di Oyelowo, proprio nel film che dovrebbe cantarne il coraggio e la determinazione. La principale critica che viene mossa agli sceneggiatori riguarda la figura del presidente Johnson, che da saggio politico bianco invano cerca di convincere MLK a un atteggiamento più prudente e attendista. Ai collaboratori di Johnson, neanche a farlo apposta, risulta il contrario: il presidente e MLK stavano lavorando assieme, anzi MLK organizzava le sue marce su diretta indicazione di Johnson. Resta il fatto che nel medesimo periodo la FBI stalkerava casa King con lettere e telefonate minatorie. Un'iniziativa di Hoover, o l'ordine partiva da più in alto? Può darsi che i tentennamenti del personaggio Johnson nascano da un'esigenza narrativa: è quasi l'unico uomo bianco del film dotato di una coscienza. Gli altri odiano senza nemmeno ricordare bene più il perché. Se non ci fosse Johnson, sospeso tra Hoover e MLK, non ci sarebbe un vero conflitto, un vero campo di battaglia.



American Sniper, regia di Clint Eastwood. Oscar al miglior montaggio sonoro.

Oltre a essere un film di enorme successo, American Sniper è anche il caso più esemplare di quanto si possa stravolgere la biografia di un personaggio pubblico, morto da pochissimo, senza che pubblico e critica trovino un granché da ridire. Il Kyle di Eastwood forse assomiglia al suo originale meno di quanto il finto Hubbard di The Master rassomigliasse al vero. Il caso era in ogni caso problematico dal momento che lo stesso materiale di partenza - le memorie di Kyle - mostravano chiari segni di mitomania, alcuni dei quali sono rimasti nel prodotto finale (pensate a quando il cecchino molla la sua postazione, disobbedendo agli ordini, per improvvisarsi infallibile detective). Tra l'autobiografia spaccona e la messa in scena di Eastwood c'è poi la fase in cui il progetto passa per le mani di Steven Spielberg, che preferisce gettarsi alle spalle l'ossessione contemporanea per la "storia vera" e inventarsene una di sana pianta che è un manifesto omaggio al Nemico alle porte di Annaud. Nasce in questa fase la figura dello specialista olimpionico, il terribile nemico per cui Kyle è disposto a esporre i suoi compagni a un rischio inutile. Forse tutto questo nel cervello di Spielberg aveva un senso che Eastwood non coglie: il suo film è molto più concentrato sulla vita quotidiana militare e post-traumatica del cecchino di eccezione, e tanto peggio se metà di quel che racconta è inventato o dal cecchino o dagli sceneggiatori. Peraltro molte cose Eastwood non le vuole o può mostrare probabilmente per motivi legali: l'alcolismo, le risse nei bar, la rivendicata uccisione di due ladri in un parcheggio, o quando Kyle racconta di aver tirato ai sediziosi nello stadio di New Orleans durante l'uragano Kathrina - e infine, la morte misteriosa, a processo ancora in corso. Malgrado tutto questo, American Sniper è piaciuto tantissimo - a riprova che il cinema ha ancora leggi che non conosciamo. Per la vera biografia di Kyle in questione sarà meglio attendere qualche anno, qualche altra guerra.


Whiplash, regia di Damien Chazelle. Oscar per il miglior attore non protagonista (J.K. Simmons, strameritato), il miglior montaggio, il miglior sonoro.

Whiplash non è un biopic, né un film storico, però fonda il suo efficientissimo meccanismo narrativo su un episodio storico probabilmente travisato. Il crudele maestro di musica interpretato da J.K. Simmons racconta più volte alla sua preda la leggenda su come "Charlie Parker diventò Bird": evitando al volo un cembalo lanciatogli dal batterista Jo Jones, irritato dal suo pessimo assolo, mentre suonavano nell'orchestra di Count Basie. Spaventato e umiliato, Charlie Parker si sarebbe chiuso nella sua stanza e avrebbe iniziato a lavorare sodo, fino a diventare, appunto, Bird. È con questo tipo di umiliazioni spettacolari, oltre il limite della molestia, che il maestro Simmons fonda il suo sistema educativo. C'è bisogno di dirlo? Le cose non erano affatto andate così. A detta dei testimoni oculari Jo Jones tirò effettivamente il cembalo, ma ai piedi e non al collo; quanto all'assolo, non era affatto male, ma stava andando per le lunghe: Parker aveva sforato le battute a disposizione in cerca di un climax che non trovava. L'atmosfera generale non aveva niente a che vedere con quella angosciosa che il maestro Simmons crea nelle sue classi: al lancio del cembalo tutti si erano messi a ridere. Insomma dietro al film c'è un'idea completamente di jazz completamente sbagliata (è la tesi di Richard Brody sul New Yorker), fondata su una disciplina militare che non crea musicisti intelligenti, ma al limite fenomeni da baraccone alla Buddy Rich ("Buddy fucking Rich"). Brody non sembra notare la dimensione ironica della vicenda: diventare Buddy Rich non significa necessariamente diventare un buon jazzista, o una buona persona. Non c'è nulla di più solitario epico e inutile di un assolo di nove minuti di batteria: Whiplash è un film straordinario perché ci costringe ad ascoltarlo e a soffrirlo, ma appena scorrono i titoli è chiaro a tutti che non lo riascolteremo mai più, la vita è altrove (e magari anche il jazz).

10 commenti:

  1. Io comunque sarei estremamente curioso di leggere una sua recensione estesa di Whiplash, outsider agli Oscar ma a mio avviso superiore per intensità a tutti gli altri in lizza.

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  2. Mi dai del lei? Arg.

    Devo dire che anch'io ho la sensazione che Whiplash fosse una spanna sopra. Ma non è ancora uscito a Cuneo, ahimè.

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    1. Vabbè, era giusto un po' di cortese deferenza, che qua nel mondo 2.0 s'ha ormai la percezione di poter parlare con chiunque come si parla col piadinaro sotto casa (senza nulla togliere al piadinaro sotto casa, che tra l'altro un "lei" se lo meriterebbe pure lui... sì, insomma, è un discorso complesso XD). Ad ogni modo, speriamo che a Cuneo si diano una mossa allora, così leggo cosa ne pensi in maniera approfondita! Per quanto mi riguarda, né Birdman né il resto della compagnia sono riusciti a darmi lo stesso brivido che ho avuto con [SPOILER] l'ultimo scambio di sguardi sul finale di Whiplash, il primo che i due si danno al di fuori delle convenzioni e dei ruoli. Brividi davvero.

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    2. Imho Whiplash, se gli va bene, è "caricaturale"; dalla trama (specie quando il protagonista diventa una specie di terminator, che, qualunque cosa gli accada, si rimette in piedi al solo scopo di "eseguire") ai dettagli (chessò, le ferite in punti della mano che non sono minimamente sollecitati dalla bacchetta) è un susseguirsi di "ingenuità"; la rappresentazione del mondo musicale che ne vien fuori temo sia al livello di quella del calcio che trovi in Holly e Benji, o della pallavolo in Mimì. Il maestro, a parte l'ossessione toscaniniana per il metronomo e quella paleodavisiana del non voler mostrare i trucchi al pubblico (nel frattempo, per dire, abbiamo avuto Mingus e il periodo elettrico di Davis), non mi pare mostri alcuna particolare competenza musicale (suona quasi pianobar), didattica (lancia oggetti agli allievi perchè quella volta con Charlie Parker averbbe funzionato) e persino logica (per dire: se qualcuno stona, io cercherei innanzitutto tra chi non ha i "tasti" e deve intonare). Un pasticcio, insomma, specie nel trasmettere un'idea di suonare come esercizio eminentemente fisico (il lavoro mentale del musicista è praticamente omesso), reso più spiacevole dai momenti in cui affiora quella concezione della vita survival-of-the-fittest in salsa capitalista (una roba che fa sembrare intrigante pure il programma Aktion T4) e quel modo moderno di swingare (se tale può definirsi), morbido come carta vetrata — interessanti, invece, ma non so quanto realistiche per il contesto, le time signature dei brani.

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  3. [ma per "cimbalo" che si intende (manco da un po' da roma e da un po' "+n" dalle sue sale di musica)...? un "piatto"?]

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  4. Forse, chissà. A volte scrivo parole che non esistono.

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    1. dai, non ti offendere (suvvia, non si offenda).

      ...è che a me i cimbali mi sanno a benhur... e se cerco di immaginare qualcuno dei batteristi che ho conosciuto tirare un cimbalo me strozzo dalle risate, altro che diventare bird...

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    2. Nono, sul serio, a volte non so cosa scrivo. Credo (dagli antichi ricordi di salette strumenti con le confezioni di uova alle pareti) che il nome tecnico sia "timpano". Però ieri ero convinto che fosse "cembalo" e di notte anche "cimbalo".

      Avrei dovuto scrivere "piatto" ma sembra un servizio di porcellana; anche lanciare un "timpano" espone a equivoci il lettore medio, che può comunque osservare il mio rincoglionimento da un punto d'osservazione privilegiato.

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    3. (Il timpano è un tamburo! Piatto era la scelta giusta ;))

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    4. Confermo, qui da noi cymbal = piatto.
      Ha anche più senso lanciarlo, rispetto ad un timpano (per gli anglofoni, peraltro, il timpano della batteria è molto prosaicamente un floor tom).

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