venerdì 29 maggio 2015

29/5/12, il giorno che ci ha cambiato la vita (per un po')

Una settimana fa l'allarme ha suonato. Malgrado io scuotessi la testa, i ragazzi si sono messi sotto il banco in un lampo. Succede sempre la stessa cosa. Ho aspettato venti secondi e poi li ho fatti uscire. Solo quando ho visto il dirigente nel cortile sono stato sicuro che si trattava dell'esercitazione a sorpresa. Di ritorno in classe, la solita scena: ragazzi, siete tanto buoni e cari, ma se suona l'allarme è l'anti-incendio, non il terremoto. Non può andare sempre così, che bruciamo vivi ogni sei mesi.

"E l'allarme del terremoto come suona?"

Sospiro. È pur vero che loro non c'erano, e poi non consiste in questo il mio mestiere: nello spiegare sempre le stesse cose nel modo più chiaro possibile? Figliolo, l'allarme del terremoto lo riconosci perché arriva tardi. Se hai bisogno dell'allarme per sentirlo, non è un gran terremoto. Se invece è una scossa seria, fidati, la senti. Molto prima che il bidello azioni l'allarme. Di che stavamo parlando? Dunque, Napoleone cede Venezia agli austriaci, dopodiché...

Fino a un certo punto ci abbiamo creduto. Non so esattamente quale punto. Magari l'anno scorso ci credevo ancora; magari se me l'avessero chiesto avrei risposto che sì, il 29 maggio 2012 era il giorno che ci aveva cambiato per sempre. Non saremmo più stati gli stessi. All'inizio era ovvio. La terra si era messa a tremare sul serio, e non si sapeva quando avrebbe smesso (questo era l'aspetto più angosciante: avrebbe potuto durare per mesi, per anni, nessuno sapeva quanti).

In quei giorni prendemmo alcune risoluzioni solenni. Non saremmo mai più entrati in quel capannone. Non saremmo mai più entrati in nessun capannone. Avremmo dormito in tenda per tutto il tempo necessario. Avremmo fabbricato una seconda casa, di legno. Qualcuna è resistita, ingombra ancora il giardino di qualche villetta. Avremmo ristrutturato tutto a regola d'arte. Non avremmo mai più accettato in classe più alunni di quanti ne consentiva la legge. Era una cosa seria. Non si scherzava più.

La stessa sera dell'esercitazione ero a un concerto, nell'ultimo posto al mondo dove avrei pensato di trovarne uno, la Cantina Sociale di Sorbara - dove fanno il lambrusco.
Forse l'Expo ci ha un po' preso la mano: nei musei mostrano i prosciutti e i concerti li fanno nelle cantine vinicole, sotto un capannone tra un'autoclave e l'altra; in occasione di un festival delle abilità differenti suonava anche l'orchestra dei ragazzi delle medie. Una cosa di un certo livello: c'era il vescovo di Carpi e c'era il sindaco di Bomporto che ha parlato brevemente di come la Cantina si sia rimessa in piedi dopo il disastro. Per un momento ho pensato al terremoto e poi ho capito che si riferiva all'alluvione. A quel punto però mi sono messo a pensare.

Non ci posso fare niente, a volte mi metto a pensare. Avevo ancora un paio d'ore da passare lì, su una panchina, stretto in mezzo ai genitori dei musicisti e compaesani e relatori del festival, alcuni anche internazionali - gente che veniva dall'estero per finire in un'arena ricavata sotto il capannone di una cantina vinicola. A vie di fuga com'eravamo messi? Ce n'è una qui, un'altra là, mio dio, è un carnaio. Ma tanto non succederà niente. E infatti non è successo niente, però non è curioso? Tutta questa gente, appena tre anni fa, non sarebbe entrata qui dentro per tutto l'oro del mondo. Il vescovo credo che non salga in canonica da allora. Ed eccolo qui, che applaude i ragazzini: quanto sono bravi questi ragazzini circondati da qualche centinaio di spettatori, con due sole vie di fuga. Vabbe' ma c'è senz'altro un ingegnere che queste cose le avrà calcolate. Certo. Chissà se succede qualcosa come se la vedrà male, lui.

Tre anni fa - a volte sembra ieri, a volte un secolo - stavo scappando, non esagero, scappando da un luogo dove la terra continuava a bussarti da sotto i piedi. Nulla sarebbe mai stato come prima. È una frase che ho sentito dire tante volte, e non ha mai funzionato. In realtà le cose cambiano continuamente, e mi basta dare un'occhiata qua sotto per rendermi conto che non sono mai la stessa persona. C'è sempre qualcosa che imparo, qualcosa che dimentico. Permane, tuttavia, come una nota costante stesa sotto tutte le armonie della vita, la sensazione di essere sempre lo stesso identico coglione. Mi distraggo pensando ad altro, accendo la tv e in Nepal c'è gente che muore. Ho già fatto il bonifico, quindi mi sento meno a disagio, e comincio a pensare: ma come si fa a restare laggiù? Cioè è vero che tra una scossa forte e l'altra possono passare secoli, ma ugualmente, come si fa? Io se fossi in loro non ce la farei - non ne sarei capace, io.

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