giovedì 3 marzo 2016

Ma Trump non è Berlusconi

Un giorno - possibilmente da qui ai primi di novembre - dovrò tentare di spiegare anche a me stesso perché Trump non mi sta spaventando neanche un quinto di quel che mi spaventava il piccolo Bush. Nel frattempo però lascio un appunto sul paragone più banale che sta girando tra i giornalisti: quello con Berlusconi.

Paragone ormai abusato non solo tra giornalisti italiani, a cui non sembra vero poter vantare vent'anni di esperienza di un mitomane col parrucchino (il che dimostra che in vent'anni non hanno messo a fuoco il problema): la cosa sta prendendo piede anche tra gli anglosassoni; per esempio ieri il Financial Times definiva Trump un "Berlusconi americano", benché privo del suo fascino e del suo talento per gli affari ("albeit without the charm or business acumen"). Ok, divertente. E forse la maggior somiglianza col caso italiano non sta nei due personaggi, ma proprio nella reazione incredula e stizzita che scatenano presso il ceto intellettuale, non solo a sinistra: effettivamente il passaggio dalla sottovalutazione all'indignazione al panico qui in Italia l'abbiamo vissuta più di vent'anni fa. E abbiamo capito - purtroppo un po' meno di vent'anni fa - che insistere sulle gaffes del tizio non fa che renderlo più forte verso il suo serbatoio elettorale: del resto in Italia l'anti-intellettualismo lo studiamo da un secolo, siamo passati per il fascismo e il qualunquismo ed evidentemente non abbiamo ancora trovato il vaccino efficace.

Detto questo, chi paragona Trump a Berlusconi mostra di non aver capito qual era il vero problema con Berlusconi: non il parrucchino, non le barzellette e le figuracce, le smorfie ai vertici internazionali (per quanto, via, chiamare kapò un europarlamentare tedesco) e nemmeno l'imbarazzantissima esuberanza sessuale, che è poi il motivo per cui all'estero lo conoscono e ce lo ricordano ridacchiando. Non è nemmeno il populismo - o meglio, il populismo è un problema grave, ma esisteva prima di Berlusconi e non è affatto tramontato con lui. E allora cosa?

C'è bisogno di ricordarlo? A quanto pare sì. Berlusconi possedeva quasi metà dell'etere televisivo, in spregio della normativa (Rete4 avrebbe dovuto finire sul satellite); e quando vinse le elezioni modificò la normativa e mise le mani anche sull'altra metà, quella pubblica. Nel frattempo era uno dei principali editori italiani, e uno dei principali concessionari di pubblicità, che raccoglieva sul mercato e rivendeva alle sue aziende. In sostanza per qualche anno in Italia non ci furono direttori di reti televisive e tg che lui non approvasse direttamente o indirettamente: malgrado fior di opinionisti assunti in queste reti o dai suoi giornali ci spergiurasse che no, Berlusconi non vinceva le elezioni grazie alle televisioni: che il fatto che continuasse a esercitare quel controllo, arrivando a fare i nomi di chi non voleva più in RAI, fosse semplicemente una coincidenza, una cosa che gli capitava di fare perché si sa, la tv è sempre stata il suo pallino.

Quanto a Trump, per quel che ne so è un palazzinaro e una celebrità televisiva. Ma non possiede la CBS, né la FOX, né la CNN né una delle Big Three: che di conseguenza possono decidere di parlare di lui come vogliono. Anche molto male. Forse avrete intravisto anche voi lo spezzone dello show di John Oliver (definirlo "comico" è riduttivo) dedicato a Trump: venti minuti di demolizione sistematica del personaggio, andati in onda su HBO e poi rimbalzati via internet in tutto il mondo. Ecco, questo su un canale televisivo italiano nel 2002 sarebbe stato impossibile. Negli USA invece si fa abitualmente, e si continuerà a fare persino nel malaugurato ma sempre più probabile caso in cui il mitomane di turno vinca le elezioni. Perché davvero, non è che le televisioni siano indispensabili per farti vincere.

Però in Italia aiutano.

Ognuno poi ha i suoi parametri, le sue pietre di paragone: il mio canarino-in-miniera è Giuliano Ferrara, a cui Trump dà un certo fastidio. Per il populismo? Ferrara ne ha avallati di peggiori. Per il cattivo gusto? Parliamo del tizio che si mise il rossetto e andò in piazza col cartello "siamo tutti puttane", per solidarietà col capo accusato di avviare minorenni alla prostituzione. E allora, insomma, cosa c'era in Berlusconi che Ferrara non riesce a trovare in Trump? Secondo me è una questione preconscia: Ferrara non pensa, Ferrara annusa. E per quanto inspiri, non riesce a sentire quell'odore di vero potere che gli darebbe alla testa. Per un Berlusconi si sarebbe messo in mutande; per un Bush era disposto a millantare consulenze con la CIA; per Trump niente. Lo trovo molto indicativo.

11 commenti:

  1. Comincio a pensare che Trump non creda veramente di poter vincere e che vincere non sia mai stato il suo vero obiettivo.
    Penso piuttosto che la campagna di Trump faccia parte della sua strategia imprenditoriale.

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    1. Sono assolutamente d'accordo con te, credo che all'inizio l'idea fosse farsi pubblicita'via elezioni presidenziali, infatti pensavo che avrebbe mollato il colpo a meta'. Invece si e' trovato a riscuotere voti ed e' rimasto impigliato...un po' come Grillo

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  2. maddai. siete sopravvissuti a bush e a truman. state sereni.

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  3. Se Trump fosse circondato un quarto di un decimo degli scandali, delle voci, delle amicizie imbarazzanti di Berlusconi non lo avrebbero nemmeno fatto avvicinare alle primarie, sarebbe stato escluso per indegnità.
    Pure questo marca una differenza non da poco. Trump è un cialtrone populista ignorante, probabilmente avrà qualche scheletro nell'armadio (che però ancora nessuno tira fuori, quindi deve essere un armadio ben nascosto).
    Berlusconi ha fatto fortuna assieme ad uno che adesso è in galera perché condannato per Mafia.

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  4. Gli USA hanno già avuto diversi presidenti cialtroni e ignoranti; anzi: furono proprio la cialtroneria e l'ignoranza a svoltare la carriera di Harry S (lui ci aggiungeva il punto, ma a quanto pare si chiamava solo S, intenzionalmente, per non privilegiare alcun nonno, i cui nomi iniziavano entrambi per S; una simile indecisione, con simile esito, si ebbe più avanti tra uranio e plutonio) quando, fino a quel punto un fallito, riuscì ad evitare la rotta della sua batteria di fronte all'avanzata delle truppe del Kaiser proprio sacramentando urbi et orbi come un portuale.
    Hanno avuto presidenti semplicemente stupidi — uno attualmente oggetto di revival bipartisan diceva che le piante inquinano più delle automobili, e prendeva le decisioni consultando a telefono l'astrologo della moglie.
    Circolano mille leggende circa il qi di Bush figlio, che molti vorrebbero inferiore a 100 — verosimilmente un portato dei suoi abbastanza evidenti problemi ad esprimersi in inglese.
    Alcuni tra i più acclamati presidenti americani sono stati razzisti, e si copre un po' tutto lo spettro: dal razzismo sfacciato e sincero dell'ideatore della Società delle Nazioni a quello discreto, in camera caritatis, raffinato, dell'unico tetracampeon.
    Hanno avuto anche presidenti colti, come il rampollo irlandese cattolico che tirava, quello che parafrasò il detto Kiwis Romanus Sum (ma le università americane non erano le migliori del mondo?) affermando (almeno secondo il NYT) di essere un krapfen.
    Presidenti emananti impagabile figaggine [attenzione, questo lo dice ilPost, se non l'unico, uno dei pochi giornali italiani seri in quanto (a) non ha il boxino morboso e (b) fa il factchecking], come l'attuale mr president, nonchè primo premio Nobel per la pace preventivo, quello alla cui elezione si esultò come quando l'Italia vinse il mundial.
    E persino presidenti intelligenti, come quello che ahilui si illuse che facendo decidere a cervelloni e computer la Società non sarebbe potuta che esser Grande.
    Eppure, Truman a parte (ma per dire: c'è comunque gente che perlaurearsi è costretta a studiare una "dottrina Truman"; che se non altro sarà un record mondiale di ossimoro), è difficile correlare le capacità dell'uomo con i risultati conseguiti.

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    1. La pronuncia "Kiwis Romanus Sum" è probabilmente molto più vicina alla classica di quella che si insegna nei nostri licei (dove in sostanza non si insegna: si pronuncia il latino ecclesiastico).

      Il latini del primo secolo avevano soltanto la C dura, e la loro V era solo la "u" maiuscola: la pronunciavano sempre vocale. Ah e il dittongo ae si sentiva: Cesare si chiamava Kaeser, vivere si pronunciava uiuere, ecc.

      Per intenderci: all'università Traina pronunciava così, e pretendeva da noi una pronuncia simile.

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    2. Ah, e la storia del krafen è in sostanza una leggenda metropolitana

      http://urbanlegends.about.com/cs/historical/a/jfk_berliner.htm

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    3. Per altro basta conoscere un minimo la biografia di Kennedy per sapere che non avrebbe mai pronunciato quella frase in tedesco davanti alla porta di Brandeburgo, sapendo la sua portata storica e la sua risonanza planetaria, senza essere matematicamente sicuro di dire una cosa esatta.
      Berlusconi stesso, celebre per il suo monologo improvvisato di fianco a Bush jr in un inglese imbarazzante, quando fece il discorso al congresso, fece redigere la parte inglese da dei professionisti e si allenò per giorni a pronunciarlo al meglio delle sue possibilità (e infatti fu pressochè impeccabile).

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    4. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    5. So anch'io di "restituta" v. "ecclesiastica", al liceo era una fissa della mia prof del biennio: la cosa che trovavo un po' ridicola era il bigliettino alla Louis Armstrong con quella sottospecie di "trascrizione fonetica" in inglisc: quale che sia la pronuncia che hai studiato, se sei in gamba, in particolare su una frase del genere, non mi vai di bigliettino (che poi è lo stesso usato per le due incursioni in crucco).
      Sul "krapfen", ho scritto apposta che quella è la versione del NYT: secondo i cacciatori di leggende metropolitane, la storia origina da una recensione apparsa successivamente sul NYT; per come la vedo io la questione è mal posta: quell'espressione in certe parti della Germania suona proprio "io sono un krapfen", non a Berlino, dove a quantoi pare il krapfen non è "berliner"; parte del busillis paree sia l'"ein", nel senso che per affermare la propria berlinosità sarebbe più invalsa la forma senza articolo.
      L'idea di essere così preparati da non poter sbagliare ha dei limiti: dipende da chi hai intorno, se nella cerchia in cui si prepara il discorso c'è almeno una persona che può sgamare l'eventuale problema; se fai tutto da solo o hai intorno gente con basse skill di storytelling umanista poi it's Borges all over again. Per giunta l'altro Armstrong sbagliò una frase (a) evidentemente preparata, (b) nel suo idioma e (c) in uno dei momenti più solenni e risonanti della storia dell'(un) uomo.

      Tornando al punto, a me lo svalvolato fa persino più paura del neoconservatore o del neonazionalista; meno male che la controparte di Kennedy durante la "crisi di Cuba" fu ragionevole, perchè due Kennedy portavano dritto dritto ad uno degli scenari di war games. In questo caso, temo l'interventista umanitaria isterica (di cui forse andrebbe capito pure il reale stato di salute). Non è proprio il massimo che sul bottoncino rosso ci sia il dito di un tizio che vede potenziali Ruanda anche in tavernetta.

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    6. Vabbe', a 'sto punto perdonate i refusi (ironia della sorte).

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