domenica 2 ottobre 2016

Woody torna a Hollywood, Woody torna a NY

Café Society (Woody Allen, 2016)

Non importa se nel frattempo ti sei scavato il tuo buco in questo mondo: quante mani stringi, quante persone conosci, quanti ti devono un favore. Lì su un divano c'è il tuo primo amore, per quanto hai scavato è riuscito a snidarti. Vuole controllare che stai bene, vuole mostrarti che sta meglio. Chiacchiera di cose che non ti interessano, cose che non ritenevi dovessero interessarle: cose che comunque non avresti potuto permetterti, tutte queste cose teoricamente inutili che ormai stanno tra te e lei. Spalanca una finestra su quel teatrino che avevi messo insieme con due ricordi, quella farsa che chiamavi il passato trascorso assieme: non è trascorso davvero, non eravate realmente assieme: ogni discorso era un equivoco in attesa di una terza, o una quarta persona. Rimane solo un gran vuoto, ogni tanto qualcuno ti avvertirà che lo stai fissando.

Per molto tempo Woody Allen e Hollywood ci sono sembrati due universi lontani, in qualche modo complementari. Poi lentamente qualcosa è cambiato, qualcosa è collassato, e WA si è scoperto un classico. Un comico che aveva cominciato a confezionare film per aggirare le autocensure dei network televisivi, che li girava sghembi e irregolari, senza vergognarsi di prendere in prestito stilemi e soluzioni dai suoi maestri più o meno dichiarati, anno dopo anno, film dopo film, si è ritrovato padrone di un locale in cui era entrato da fattorino, depositario di un enorme repertorio di cose che nessuno viene più a ritirare. Tanta roba di ottima fattura ma un po' fuori moda: lo swing, i telefoni bianchi, perché no; quelle roboanti voci fuori campo del cinema di una volta, quelle sceneggiature squillanti in cui i personaggi fumano come ciminiere, bevono come spugne, dicono tutto quello che gli passa per la testa, compreso "muoio per amore" al primo tizio che ti presentano a una festa - quelle cose che succedevano in quei vecchi film che forse non abbiamo mai visto, ma ormai ce li immaginiamo simili a quelli in costume di Woody Allen.

Cafè Society questa settimana è il film proiettato in più sale, anche nella provincia di Cuneo - se la gioca con la pesciolina Dory - del resto lo abbiamo visto, ormai il marchio Woody Allen è una specie di Walt Disney per la terza età. La gente non va a vedere molti film, ma i suoi sì. Non è un film particolarmente divertente, non è nemmeno una tragedia: è il tipico film del tardo WA. Un cast notevole, costumi stupendi, fotografia pazzesca - in un certo senso è più un film di Storaro che di Allen, luci e inquadrature sembrano più importanti delle chiacchiere pure interminabili dei personaggi. La trama è più evanescente del solito e questo è forse un vantaggio, rispetto agli ultimi anni di canovacci un po' scontati: come se volendo evitare la solita storia, si fosse ritrovato quasi senza storia da raccontare. Siccome i fratelli Dorfman sono una coppia classica del cinema alleniano - il gagster e il giovane innocente di belle speranze - per buona parte del film ti aspetti una svolta tragica che invece, sorpresa! non avviene. Qualcuno viene effettivamente ucciso e nascosto, ma per futilissimi motivi, quasi non se ne possa fare a meno: c'è una pistola sul set, usiamola.

Forse una relativa novità sta nell'idea di mostrare un triangolo sentimentale dal punto di vista del giovane infelice. Sappiamo che per Allen le ragazze sono naturalmente attratte da uomini col doppio dei loro anni: non necessariamente ricchi o potenti (ma aiuta), senz'altro più saggi e colti (continua su +eventi!)

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