martedì 19 giugno 2018

Sì, non ho votato il PD; no, non mi sono ancora pentito

[Questo pezzo è uscito ieri su TheVision]. Ciao, forse ci conosciamo. Sono più o meno il responsabile di tutto ciò che sta andando storto in Italia negli ultimi tempi. Hai presente quei poveretti in mezzo al mare? Se annegano li avrò sulla coscienza. Ti ricordi qualche settimana fa, quando un ministro dell'economia in pectore non escludeva di uscire dall'euro a causa della "teoria dei giochi" (scrisse proprio così), e lo spread schizzò alle stelle? Sono stato io.

No, non sono George Soros. Neanche sul suo libro paga, fammi controllare – no.

Durante gli ultimi vertici internazionali non hai avuto anche tu la sensazione che l'Italia fosse rappresentato da un prestanome imbarazzato che si tinge i capelli e mette a curriculum anche le visite alla fidanzata? No, sul serio, chi ce l'ha messo a Palazzo Chigi un tizio così? Indovina: sono stato io. E così via. Di' un solo guaio successo negli ultimi due mesi: l'ho fatto succedere io. Proprio io.

Che non ho votato il Pd.

Eppure lo sapevo. Me l'aveva pur spiegato un sacco di gente, con ottimi argomenti. Le scorse elezioni non erano elezioni qualsiasi: stavolta era in gioco molto di più. La nostra permanenza in Europa, l'Europa stessa, la democrazia – la nostra umanità. Ricordo molto bene tutti questi discorsi, rivolti a quel bacino di elettori che in passato aveva votato Pd e che questa volta si sarebbe rivolto ad altre creature: principalmente il M5S, ma non solo. Si tratta di discorsi ai quali sono stato sensibile tante altre volte: benché abbia sempre odiato l'espressione "turarsi il naso" o "votare col mal di pancia", più o meno è quello che mi è capitato sempre di fare, salvo stavolta: e proprio stavolta, guarda che casino ho combinato.

Adesso ogni giorno c'è qualcuno in tv o sull'internet che mi suggerisce di fare autocritica. L'altro giorno Virzì, intervistato dal Foglio, mi ha spiegato che i 5stelle sono fascisti, e che avrei dovuto arrivarci prima – no, non ho votato 5Stelle; ma ho comunque fatto perdere il Pd: avrei pur dovuto capirlo che se perdeva il Pd i 5Stelle avrebbero rivelato il loro fascismo latente alleandosi con la Lega. Queste cose si sapevano già. È un lungo discorso che si può mirabilmente riassumere in una vignetta di Staino, nata apocrifa ma poi confermata dall'autore stesso: "Fascisti, razzisti, incompetenti. Com'è stato possibile tutto questo?" "Sai, mi stava sulle balle Renzi". Insomma tutto questo – la catastrofe umanitaria, lo spread, le figuracce internazionali – è successo perché sono antirenziano.

Magari è davvero così.

Faccio parte di un cospicuo insieme di elettori che non si trovava a suo agio, per usare un eufemismo, con molte delle proposte di Renzi. Appena ci fu l'occasione di farglielo capire (il referendum del 2016), ne approfittai. A quel punto Renzi sembrò fare un passo indietro, ma il Pd a quel punto continuò a sembrarmi un oggetto distante. In particolare la dottrina Minniti mi sembrava indifendibile, e così quando si è tornati a votare non ho votato il Pd. Per molti osservatori avrei comunque dovuto scegliere il meno peggio, il voto utile – è un discorso che capisco, ma a quel punto davvero un voto al Pd non mi sembrava più utile: al contrario, mi sembrava un voto perso... (continua su TheVision).

lunedì 18 giugno 2018

Uno, nessuno, centomila Calogero

18 giugno – San Calogero eremita 

"San Calogero di Girgenti, miracoli non ne fa nienti;
San Calogero di Canicattì, miracoli non ne fa tri;
San Calogero di Naro, miracoli ne fa un migliaro".

Calogero di Agrigento
Di Calogero si sa che fu eremita e fu in Sicilia; su tutto il resto i siciliani disputano. Potrebbe essere vissuto nel primo secolo ad Agrigento o nel decimo a Naro. Potrebbe aver viaggiato l'isola in lungo e in largo, soggiornando in quasi tutte le grotte da cui sgorgano acque termali; potrebbe esser vissuto a lungo, veramente molto a lungo. Per gli abitanti di Naro la questione si risolve come sopra, in modo molto pragmatico: cosa importa il passato? Quel che conta è determinare il Calogero più efficace nel presente, quello che fa più miracoli, e il nostro ne fa mille. Al che gli agrigentini obiettano: "San Calogero di Girgenti, le grazie le fa per nienti; San Calogero di Naro le fa sempre per denaro". Alla fine della disputa ognuno resta col Calogero suo. Siccome poi "Calogero" in greco vuol dire "buon vecchio", non si fatica a immaginare che di Calogeri ce ne siano veramente stati più d'uno, e che a un certo punto della tarda antichità "Calogero" fosse il semplice appellativo con cui i siciliani si rivolgevano i vecchi e saggi eremiti che vivevano nelle grotte. Per non sottoporre i loro fragili corpi alle tentazioni del secolo? Per trovare nel silenzio e nella solitudine una via più diretta all'assoluto? Ma anche perché avevano scoperto che bagnarsi in acque solforose fa bene alla salute e ti aiuta a invecchiare più lentamente.

Di tutte le leggende, quella della cerva avvalora l'ipotesi. Racconta che giunto intorno ai novant'anni, Calogero non riuscisse più a mandar giù nessun tipo di cibo. Il digiuno, che di solito nelle storie dei santi è una pratica autoindotta e consapevole, qui è semplicemente il segno dell'invecchiamento. Calogero dunque si nutre unicamente del latte ad altissima digeribilità prodotto da una cerva che Dio gli invia tutte le mattine. Finché un cacciatore, Siero, non gliela ferisce a morte. La cerva fa giusto in tempo a tornare nella grotta di Calogero e morirgli tra le braccia; il cacciatore che la stava braccando arriva anche lui nella grotta, vede il monaco che l'ha battezzato che chiude gli occhi alla preda che ha ucciso: minchia, pensa, l'ho fatta grossa. Ma il santo lo perdona immediatamente, e già che c'è gli mostra la grotta vaporosa e gli illustra tutte le virtù delle acque che sgorgano in quelle falde, un vero tour guidato al termine del quale Siero diventa un suo discepolo, appena in tempo perché Calogero non sopravviverà alla cerva che per quaranta giorni.

Calogero è un buon vecchio che conosce le virtù nascoste all'interno della terra; lo si venera a Sciacca, il cui monte era dedicato al dio Crono; sul monte di Termini Imerese dove avrebbe scacciato i demoni e lasciato l'impronta della mano; mentre a Vicari avrebbe lasciato quella del piede. Calogero è insomma una figura dell'inculturazione, il nome dietro al quale uno dieci o centomila chierici, forse davvero provenienti dalla Grecia bizantina, scacciarono le antiche divinità ctonie dalle grotte della Sicilia; che poi uno o dieci avessero davvero la pelle scura, non è implausibile; ma il momento in cui San Calogero diventò davvero nero fu quando cominciarono a circolare le sue statue, più spesso in bronzo o in rame. Il bronzo dei Calogeri di Agrigento e di Naro ha anche l'indubbio vantaggio di scintillare al sole, il che deve suggerire durante la processione del pomeriggio di giugno l'idea che anche il santo stia sudando; che il suo sudore sia qualcosa di fisico, che si può trattenere nelle pezzuole e poi usare per curare i malati. Il sudore di Naro pare che funzioni di più di quello di Agrigento (ma che sia anche più costoso).

La negritudine di Calogero nei secoli è stata spiegata con tante ipotesi diverse, nessuna del tutto soddisfacente... (continua sul Post)

venerdì 15 giugno 2018

La ballata di San Vito

15 giugno – San Vito (♱303, patrono di un sacco di posti e di 34 categorie professionali, invocato in tutte le patologie che contemplano convulsioni). 

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Vito era un bambino agitato, alzi la mano chi non lo è stato. Il padre gli diceva: vuoi star fermo? Non è che se smetti di correrci non si chiama più corridoio. E quelle sono posate, non bacchette del tamburo. Ce la fai a star seduto mentre mangi? T'ha punto un ragno, t'ha morso un serpente, si può sapere cos'hai? E Vito, sempre: Scusa papà!, perché alla fine era un bambino perbene: ma non lo tenevi neanche con le catene.

"Io un giorno chiamo Diocleziano e gli racconto che sei un cristiano".
"No papà dai, non lo farò più".
"Non farai più cosa?"
"Non lo so, cosa stavo facendo?"

Vito faceva il distratto, alzi il piede chi non l'ha mai fatto. Perché in verità era cristiano sul serio: l'aveva convertito il suo maestro, che poi era San Modesto. E non aveva ancora finito di asciugarsi dall'acqua del battesimo che si era già messo a fare miracoli a destra e a manca; ora si capisce che un santo i miracoli ogni tanto li deve fare, ma Vito proprio non se li teneva, gli scappavano da tutte le parti. Ti guariva la psoriasi anche solo a guardarlo da lontano, anche solo a pensarci. San Modesto gli diceva: ti vuoi calmare? Hai tolto la rabbia all'intero canile, vuoi mandare sul lastrico i veterinari? Non c'è più un caso di encefalite da Praga a Mazara del Vallo: e i dottori che cosa faranno? Anche Cristo si è fermato a Eboli: tu dov'è che pensi di andare? E Vito, sempre: scusa Modesto! perché alla fine era un bambino onesto: ma niente da fare, come si voltava ricominciava a mollare miracoli dappertutto.

"Guarda che arriva Diocleziano, guarda che scopre che sei cristiano".
Difatti un bel giorno arrivò, lo processò e lo condannò. Ma Vito era un po' iperattivo, chi non lo è stato controlli se è vivo. Vuoi stare un po' fermo, gli diceva Diocleziano mentre lo immergevano nella pece bollente, non vedi che sporchi dappertutto.

"Guarda qui che macello, ci sono macchie di pece fino in Basilicata".

"Scusa Cesare".

"Augusto, io mi chiamo Augusto, Cesare è il mio vice, ma a scuola non la studiate più la tetrarchia?"

"Non lo so, ho perso il diario".

"La solita scusa, anche mio figlio non fa in tempo a scriversi i compiti che..."

"Tuo figlio in realtà è indemoniato".

"Ti dirò che la cosa non mi sorprende affatto".

"Comunque l'ho guarito".

"Meno male, adesso se non ti dispiace potresti smettere di accarezzare quel leone?"

"Ma perché? È così carino".

"Non è carino, è una belva feroce, è anche paurosamente magro, non mangia da una settimana, l'abbiamo liberato in questa arena affinché ti morsichi a morte e tu gli stai facendo i grattini dietro alle orecchie".

"Senti che fusa, senti".

"Va bene, ho capito, portate via il leone, proviamo col supplizio del cavalletto. Io non li sopporto questi cristiani. Han così tanta voglia di morire e poi alla prova dei fatti non muoiono mai. Li immergi nella pece e non si scottano, liberi i leoni e fanno le fusa. Abbassi la scure e la scure rimbalza. Li lanci dalla finestra e s'involano con gli angeli, ma che razza di religione è. Se proprio ci tieni a morire, non puoi star fermo un attimo e aspettare che ti ammazzino? E adesso cosa c'è? Cosa dice il boia?"

"Cesare, si dimena troppo, non riusciamo ad appenderlo".

"AUGUSTO! MI CHIAMO AUGUSTO! È da vent'anni che ho implementato questa cazzo di tetrarchia e ancora i sottoposti non sanno come chiamarmi ma dico io, le leggete le circolari?"

"Ma Maestà..."

"Non si dice Maestà, non siamo in una fiaba medievale, questo è l'impero romano e io devo essere chiamato Au-gu-sto, Au-gu-sto, Gaio Aurelio Valerio Diocleziano per i biografi. E il cristiano nel frattempo che fine ha fatto?"

"Credo che si sia involato con gli angeli".

"No vabbe'. Io esco..." (continua sul Post)

giovedì 7 giugno 2018

Di che scuola sta parlando professore

[Questo pezzo è uscito ieri su TheVision]. Vedrete che tra un po' chiederanno di reintrodurre il frustino. Qualche settimana fa, quando imperversavano gli articoli e i servizi giornalistici sul teppismo scolastico, mi è capitato di dire ai miei colleghi questa cosa. Ero io stesso convinto di esagerare. Eppure ieri sul Corriere un importante opinionista ha scritto una letterina al neoministro dell'istruzione, suggerendo un decalogo che prevede, tra l'altro: (1), la "predella", il gradino rialzato per la cattedra degli insegnanti; (4) l'eliminazione di "qualunque ruolo delle famiglie o di loro rappresentanze nell'istruzione scolastica"; (8) una cineteca obbligatoria, ma veramente obbligatoria, se non la fai ti chiudono il plesso; (9), "Alle gite scolastiche sia fatto obbligo di scegliere come meta solo località italiane. Che senso ha per un giovane italiano conoscere Berlino o Barcellona e non aver mai messo piede a Lucca o a Matera?" Ci sono altre perle, ma il frustino ancora non c'è.

Sembra comunque di intravederlo in controluce, tra le proposte scartate all'ultimo momento, e in fondo è il motivo per cui mi sto mettendo a scrivere: questo tipo di pezzi apparentemente sconclusionati, che sembrano concepiti unicamente per strappare qualche applauso tra vecchi studenti e perfino insegnanti (c'è persino il divieto a convocare i docenti a più di quattro riunioni al mese), in realtà qualche effetto lo ottengono. In gergo giornalistico si chiamano "provocazioni", servono a far discutere, ma anche a spostare un po' più in alto l'asticella del tollerabile. Non importa se la maggior parte dei lettori trova ridicola la predella: nel frattempo ci siamo rimessi a parlarne e qualcuno, anche uno su cento, magari non l'ha trovata una cattiva idea. E così, editoriale dopo editoriale, il frustino diventa uno scenario sempre meno improbabile. Soprattutto se nessuno ogni tanto si sobbarca il fastidio di intervenire per far presente che chi suggerisce una cosa così demenziale come un gradino in mezzo a un'aula evidentemente non conosce le normative in fatto di sicurezza – quelle su cui il personale scolastico è tenuto ad aggiornarsi a intervalli regolari. Proporre anche solo per scherzo una cosa del genere non tradisce solo una scarsa conoscenza della scuola contemporanea, ma un po' di tutto il mondo del lavoro (continua su TheVision).


mercoledì 6 giugno 2018

La repubblica dei padroncini


[Questo pezzo è uscito ieri su TheVision]. Ma insomma alla fine chi ha vinto queste elezioni? Fin qui è abbastanza facile indovinare chi le ha perse, a partire da migranti e famiglie LGBT. Per capire davvero chi ha vinto occorre aspettare che si posi il polverone di promesse e false speranze. Dobbiamo ancora capire quante aliquote avrà davvero la cosiddetta flat tax, e se il reddito di cittadinanza dei CinqueStelle non si ridurrà a "una indennità di disoccupazione un poco rafforzata", come l'aveva definita Giovanni Tria prima di diventare ministro dell'economia. È ancora presto per fare supposizioni; facciamole lo stesso. Secondo me hanno vinto i padroncini.

Si sa che i primi provvedimenti di un ministro hanno soprattutto un ruolo simbolico: Di Maio, arrivato al ministero del lavoro, per prima cosa ha mandato a chiamare Sergio Bramini, un imprenditore brianzolo diventato famoso grazie alle Iene perché... è fallito. La sua impresa di smaltimento rifiuti aveva come clienti lo Stato e altri enti pubblici; lo Stato e gli enti tardavano a pagare e Bramini, piuttosto di dichiarare bancarotta, ha ipotecato la casa; col risultato che gliel'hanno portata via, il suo cane è morto in un canile, e adesso Bramini andrà a Roma ad assistere le piccole imprese. A salvare i padroncini, qui nella Padania periferica li chiamiamo così. Non solo perché sono dirigono aziende piccole, a volte più piccole delle auto di rappresentanza con cui vanno in giro (intestate all'azienda). Non solo perché spesso sono i figli, se non i figli dei figli dei fondatori. Sono quelli che vivono ancora in ville contigue al loro capannone. Una siepe separa il giardino con piscina dal magazzino, dallo sguardo dei facchini indiani. I padroncini.

Forse hanno vinto loro. Il primo messaggio che Di Maio ha voluto dare dal suo ministero è: vi salveremo. A Bramini piace la flat tax, che per il piccolo-medio imprenditore in effetti dovrebbe tradursi in una manna dal cielo. Certo, servono soldi ("coperture", le chiamano), dove prenderli? Per il neoministro dell'economia Tria si può benissimo alzare l'IVA (che è già una delle più alte in Europa). La prima imposta che avete pagato da bambini, quando vi davano i due euro per comprarvi il gelato. Non che il gelataio ritenesse sempre necessario rilasciarvi lo scontrino; ma voi l'IVA la pagavate lo stesso, e presto la pagherete un po' di più. Ne va della sovranità dell'Italia, e poi bisogna salvare i padroncini. "Si tratta di una scelta di policy sostenuta da molto tempo anche dalle raccomandazioni europee e dell’Ocse perché favorevole alla crescita e non si capisce perché non si possa approfittare dell’introduzione di un sistema di flat tax per attuare un’operazione vantaggiosa nel suo complesso". Salvare i padroncini. "Falliscono 320 imprese al giorno", spiega Bramini, uno di quei classici numeri che ogni tanto dava Grillo sul suo vecchio blog. Sono più di centomila imprese all'anno, è abbastanza incredibile. Non solo che chiudano: che in Italia ce ne siano così tante. Eppure Eurostat conferma: ancora nel 2014 avevamo il doppio delle imprese della Germania. Siamo la nazione con più imprese in Europa – siamo anche una delle nazioni che cresce meno.

Potrebbe non essere una coincidenza: l'industria italiana potrebbe avere un serio problema di nanismo. Il caso di Bramini in fondo ci racconta proprio che una piccola impresa che vive di commesse statali rischia di essere strangolata a causa di banali ritardi burocratici. Altrove è lo stesso mercato a favorire la fusione e la creazione di imprese più grandi, in grado di far fronte con più efficienza a crisi di liquidità. Da noi no, da noi occorre salvare l'ecosistema dei padroncini. Quel tessuto sociale di capannoni e villette che era un chiodo fisso di Grillo, che è il Nord della bussola di Salvini (e di Bossi prima di lui). Su tante cose Lega e M5S non andavano d'accordo e probabilmente litigheranno presto; ma i padroncini piacciono a entrambi. Una delle prime destinazioni a cui i parlamentari 5S cominciarono a destinare i loro stipendi da parlamentari fu proprio un fondo salva-piccole-imprese. Nemmeno i panda hanno goduto di tanta attenzione. E come per i panda (orsetti vegetariani che mangiano solo bambù e non lo digeriscono neanche bene) è lecito domandarsi se ne valga la pena; se il modello di sviluppo della piccola impresa non sia per caso condannato dall'evoluzione, che in economia si chiama globalizzazione e ultimamente premia chi riesce ad adattarsi a una tendenza mondiale di livellamento dei prezzi delle risorse e della manodopera.

La risposta è scontata: no (continua su TheVision).

martedì 29 maggio 2018

Ma come? Era solo un piano B!

"Ma guarda un po' chi si vede".

"Rieccoci".

"Sì ma stavolta è diverso, stavolta ero io che ti stavo cercando".

"Rieccoci".

"Sì, sì, fai pure il furbo, stavolta non mi freghi, stavolta ho studiato e parecchio e ho ben chiaro il nocciolo della questione".

"Rieccoci".

"Quindi stammi a sentire: sai quei soldi, quei totmila miliardi che ti devo? Beh, non credo proprio che te li darò".

"Rieccoci".

"Del resto l'hai sempre saputo".

"Rieccoci".

"Lo sapevano quelli che me li hanno dati, lo sapevi tu quando hai comprato il mio debito. Non hai mai veramente pensato di riaverli indietro, no?"

"Rieccoci".

"Tutto quel debito, te lo sei preso soltanto perché credevi che così mi avresti tenuto per le palle, per quanto? Per sempre? Avrei sempre dovuto inginocchiarmi e portarti rispetto, vero? Avrei dovuto usare la tua moneta, rispettare le tue normative, eleggere governanti che ti stessero simpatici, eccetera eccetera, beh, sai cosa ti dico? Io sono un popoloso Paese del Mediterraneo e ti dico: vaffanculo".

"Rieccoci".

"Vaffanculo te e vaffanculo il tuo debito, che poi è il mio, ma tanto non te lo pago più e quindi non esiste. Mi faccio governare da chi mi pare, e se domattina mi vien voglia di stampare coriandoli e usarli come moneta, perché no? Sono un popolo sovrano".

"Rieccoci".

"L'hai capito o no, vecchio rintronato?"

"Rieccoci".

"Quindi adesso me li presti quei venti euro?"

"No".

"Ma come no".

"No".

"Ma senti, non l'hai capito? Era solo tutta una scena... stavo facendo la voce grossa perché tutti vedessero che non ho perso l'orgoglio... ne ho bisogno, capisci? Secondo te voglio veramente usare i coriandoli come moneta?"

"Rieccoci".

"Ma no, dai, mi vedi? Sono un economista stimato, non avrei mai... è solo un bluff, l'hai capito benissimo che è un bluff, no? Lo chiamo piano B, ma figurati se davvero voglio... cioè non sono uno scemo, no? No?"

"Rieccoci".

"Ma scusa eh, ma siamo in due su questa barca, no? Se io faccio un bluff, tu potresti anche far finta di crederci".

"Rieccoci".

"E poi cosa vuol dire il tuo ritornello, stavolta, rieccoci, neanche tutto questo fosse già successo, è già successo?"




Il giorno di Mattarella



(Questo pezzo è uscito ieri su TheVision). 

“Ho fatto tutto il possibile per far nascere un governo politico.” Alle otto e mezza della sera, il Presidente Mattarella è appena entrato in sala stampa. Salvini sta già tuonando su Facebook che rivuole le elezioni; Di Maio e Giorgia Meloni si allenano a pronunciare la parola “impeachment”. Davanti alle telecamere, Mattarella racconta di come è arrivato a una decisione senza precedenti nella storia della Repubblica. La lista dei ministri presentata da Giuseppe Conte è stata bocciata e Mattarella, a domanda, conferma che la trattativa si è arenata su un solo nome: quello del ministro dell’Economia.

Il presidente è visibilmente nervoso, in queste settimane ha ingoiato diversi rospi. Ha atteso più che pazientemente che Cinque Stelle e Lega trovassero un accordo sul programma di governo e sui nomi da coinvolgere. E anche ieri sarebbe stato pronto a firmare la nomina “di un autorevole esponente politico della maggioranza,” purché non fosse “sostenitore di una linea” che avrebbe potuto provocare “la fuoruscita dell’Italia dall’euro.”Non era evidentemente il caso di Paolo Savona, l’autorevole economista ottantaduenne sul quale avevano trovato un accordo Salvini e Di Maio. Savona, che pure si considera un convinto europeista e auspica la nascita degli Stati Uniti d’Europa, con gli anni ha maturato un’opinione sempre più critica nei confronti dell’unione monetaria, e da tempo sostiene la necessità per l’Italia di un “piano B”– l’eventuale uscita, appunto, dall’eurozona. Più che di un’eventualità realizzabile, si sarebbe trattato di un avvertimento da impugnare a Bruxelles: se continuate a imporci il rigore, noi usciamo davvero. Un deterrente, un bluff, ma in economia forse bluffare non è più concesso (continua su TheVision).

venerdì 25 maggio 2018

Netanyahu è d'accordo con Hamas (lo dice lui)

"Siete pronti per una notizia bomba?" Lunedì scorso, quando ormai le notizie da Gaza erano scomparse dal radar, Benjamin Netanyahu si è rifatto vivo sulla mia bacheca con queste parole. "Sono completamente d'accordo coi leader di Hamas".
Così tipico di Netanyahu, promettere bombe – nel senso di rivelazioni sconvolgenti che magari davvero vanno a segno, specie presso un pubblico distratto. Chi invece segue la questione palestinese da un po', per mestiere o per inerzia, o perché non riesce a distogliere lo sguardo dallo spettacolo di una lentissima e inarrestabile decomposizione, di che cosa può stupirsi ancora? Nell'ultimo mese sono morti più di sessanta palestinesi, forse nel modo più assurdo in cui potevano morire: hanno cercato di varcare il confine della Striscia davanti ai cecchini. Qualcuno senz'altro non si rendeva conto dell'assurdità; qualcun altro non aveva nulla da perdere; qualcuno eseguiva gli ordini o pensava alla pensione che Hamas paga ai parenti di ogni martire. Ora sono tutti morti e Hamas li reclama tutti come suoi. Un movimento di protesta che era nato non-violento è stato completamente fagocitato dalla macchina da martiri di Hamas: a un danno simile il sornione Netanyahu deve per forza aggiungere la beffa.


I leader di Hamas, ci spiega, dicono che è ingannevole definire questa protesta "pacifica", e senz'altro è così; molti hanno cercato di passare il confine armati, e hanno piazzato cariche esplosive anche sugli aquiloni. Non c'è nulla di pacifico in tutto questo: lo dice Hamas, lo dice Netanyahu, insomma non c'è da preoccuparsi. Chiunque morirà nei prossimi giorni sarà senz'altro un terrorista. Almeno cinquanta caduti erano militanti di Hamas, spiega Netanyahu: lo ha detto uno dei loro leader, non importa che altri membri di Hamas lo abbiano smentito. Chi segue la vicenda da un po' non ha davvero di che sorprendersi. Tra i due nemici asimmetrici, Israele e Hamas, c'è un obiettivo comune: dimostrare che Hamas e la Striscia di Gaza sono la stessa cosa. Se la Striscia protesta, è perché si mobilita Hamas; se Israele può reprimerli, è perché è in guerra con Hamas. E noi spettatori attoniti, noi che ancora perdiamo tempo a provare pietà, ora dobbiamo scegliere: o stiamo con Israele o stiamo con Hamas, che (Netanyahu ci ricorda) è un'organizzazione terrorista. Vogliono infatti sterminare gli ebrei; poco importa che non riescano più a fare qualche passo oltre il confine senza essere falciati. Hamas è forse il miglior nemico che Israele poteva procurarsi, e in un certo senso se lo è procurato; non mi riferisco tanto alle circostanze che portarono gli israeliani negli anni Ottanta a sostenere un nucleo di integralisti islamici in funzione anti-OLP, ma a tutto quello che è successo dal fallimento di Oslo in poi. I governi israeliani avevano bisogno di dimostrare al mondo che i palestinesi erano fanatici antisemiti: l'anziano Yasser Arafat, malgrado insistesse a portare con sé la pistola nella fondina e chiedesse di morire come martire, non era abbastanza credibile in questo senso (continua su TheVision)


martedì 22 maggio 2018

Chi vuol essere Presidente

Stavo pensando che tutto sommato non si sta poi così male così, e se siete d'accordo si potrebbe anche andare avanti per un po'...

ANNO IV DELL'ERA GENTILONI

Drin Drin

"Pronto".

"Pronto, qui è la segreteria della Presidenza della Repubblica. Parlo col signor Abrami Davide?"

"Oh cazzo".

"Deve rispondere  o No, è la procedura".

"Beh, allora..."

"E deve dire la verità".



"...sono io, sono Abrami Davide".

"Molto bene. L'avvisiamo che dopo un attento esame del suo curriculum..."

"Io non ho mandato nessun curriculum".

"Li scarichiamo direttamente dalla rete. Mi faccia eseguire la procedura. Dopo un attento esame del suo curriculum, lei è stato indicato dai partiti della maggioranza parlamentare come Presidente del Consiglio in pectore. Congratulazioni!"

"Mi posso ritirare?"

"Ovviamente no. Ha visto quel che è successo a Nizzoli Gianfrancesco?"

"Che figura, poveraccio".

"Si era inventato una laurea in medicina, adesso secondo lei quando l'hanno indicato non avrebbe preferito ritirarsi? Ma non si può più".

"Non si può più".

"No".

"Ma perché?"

"Secondo lei?"

"Senta, io non scrivo un curriculum da quindici anni, non ho la minima idea di cosa posso..."

"Il suo curriculum è divertente, ci ha messo anche l'erasmus e l'interrail, piuttosto mi preoccuperei del suo conto, di alcuni bonifici verso il 2005".

"Il 2005? Mi stavo sposando, può darsi che... i miei genitori".

"Molto generosi. Suo padre aveva una piccola attività, mi pare?"

"Sì ecco, faceva l'idraulico"

"Come dice? Non sento".

"L'idraulico".

"BenissiMAHAHAHAHA AHAHAHAHAHAH AHAHAHAHAHAH AHAHAHAHAHAH".

"Mi scusi..."

"No, scusi leiAHA AHAHAHAHAHAHAHAH L'IDRAULICOAHA AHAHAHAHAHAH".

"Questo non è previsto dalla procedura, immagino".

"No, no, la procedura prevede che già in questo momento tutti i suoi dati sensibili siano inviati a tutti gli organi di stampa. Lei è un personaggio pubblico, adesso".

"Ma mio padre..."

"Di solito cominciano a metterla sulla graticola verso le sei del mattino, deve pensare che anche durante la notte ci sono redazioni al lavoro, anche negli USA, sa col fuso orario..."

"Ma che gli frega agli americani di mio padre..."

"Si stanno appassionando, è un format di successo, prima o poi lo esporteremo. Passeranno ai raggi X tutta la sua mediocre carriera, e ovviamente i bonifici non resteranno inosservati. Lei naturalmente può dimostrare che suo padre non stesse adoperando il suo conto corrente per nascondere fondi in nAHAHAHAHAHAHAH AHAHAHAHAH".

"È cardiopatico, perché volete fare questo? Avrà fatto i suoi errori, ma alla sua età... un po' di pietà..."

"Con Renzi l'hanno avuta? Domani verso quest'ora l'avviserò che, per cause di forza maggiore, i partiti della maggioranza hanno deciso di ritirare la sua candidatura e di infierire su un altro poveretto scelto a caso".

"Tutto questo è assurdo".

"Non più di tanto. No. I partiti della maggioranza non vedono l'ora di installare in Italia un governo di Rettitudine e Onestà, e lo faranno, non appena avranno trovato in tutta la nostra penisola un uomo Veramente Onesto, almeno uno".

"Nel frattempo..."

"Nel frattempo resta Gentiloni. La saluto. La telefonata le sarà addebitata, sono cinque euro più due di IVA, totale sette euro".

domenica 20 maggio 2018

La partita di giro

"Oh, ciao, stavo cercando giusto te".

"Ancora".

"Sì, beh, senti, ovviamente è sempre per quei soldi che ti devo, ti ricordi".

"Ancora".

"Sì ma mi è venuta in mente un'altra idea. Questa però è interessante, sul serio, ci ho pensato molto".

"Ancora".

"No, non è la solita idea, questa è diversa. Senti. Siamo usciti dall'ipocrisia. Sappiamo benissimo che io continuerò a chiederti dei soldi".

"Ancora".

"E tu continuerai a darmeli. Sarà sempre così. Lo so io, lo sai tu, lo sappiamo tutti".

"Ancora".

"Però. Però. È anche vero che io un sacco di questi soldi te li devo restituire. Verissimo".

"Ancora".

"Sì, non te li ho ancora dati. Ma pensaci bene. Fa un passo indietro. Non noti niente? Io ti devo dare dei soldi, tu continui a darmi dei soldi. Ci stiamo rimbalzando gli stessi soldi, hai capito?"

"Ancora".

"Insomma è una partita di giro, come si dice".

"Ancora".

"Quindi, se adesso segniamo che te ne devo, per dire, duecento miliardi di meno..."

"Ancora".

"Tu poi me ne darai duecento miliardi di meno, e siamo a posto così, no? Una partita di giro. Bastava pensarci prima".

"Ancora".

"Allora affare fatto? Segniamo duecento miliardi in meno?"

"Ancora".

"Fantastico, lo vedi che a volte le idee migliori vengono ai meno esperti. Adesso, senti, a proposito, oggi pomeriggio devo sempre andare a Bologna..."

"Ancora".

"Ce li hai sempre quei venti euro?"

"No".

"Ma come no, scusa".

"No".

"Aspetta, lasciami capire. Mi stai dicendo che i venti euro farebbero parte della partita di giro?"

"Ancora".

"Ma mettiamoli in un conto a parte, scusa, non è che adesso perché c'è una partita di giro non puoi darmi i soldi che mi servono adesso. Mi servono, lo vuoi capire o no?"

"Ancora".

"Io ho il sospetto che tu non capisca. Sei solo un freddo algoritmo, te ne freghi delle mie reali esigenze".

"Ancora".

"Non mi stai neanche ad ascoltare, in realtà non esisti, sei un'astrazione, sto parlando col nulla".

"Ancora".

"Un nulla a cui devo dare un sacco di soldi, io piuttosto li getterei in un tombino, guarda".

"Ancora".

venerdì 18 maggio 2018

Lo sai anche tu (che non te li darò mai più)

"Oh ciao, ti stavo giusto cercando".

"Già".

"Ti ricordi quei soldi che ti devo..."

"Già".

"Senti, io ci ho pensato molto, e secondo me è ora di uscire dall'ipocrisia".

"Già".

"Cioè lo sappiamo tutti, no? Lo sappiamo tutti che non riuscirò mai a darteli".

"Già".

"Ormai è solo un numero, capisci, un numero astratto che non ha più importanza, potrebbe essere il doppio, potrebbe essere la metà, non ha più tante importanza, no?"

"Già".

"E se dicessimo che è la metà?"

"Già".

"No dai non fare così. Veniamoci incontro. Diciamo che lo abbassiamo di un quarto. Di un quinto".

"Già".

"Duecentocinquanta miliardi. Dai. Tanto lo sai benissimo che non te li darò mai. Dove li trovo? Si tratta solo di... di... di accettare la cosa, ecco, di uscire dall'ipocrisia".

"Già".

"Quindi siamo d'accordo?"

"Già".

"Ecco, vedi? È stato facile. Siamo usciti dall'ipocrisia".

"Già".

"Adesso vado, anzi, senti, scusa, oggi pomeriggio dovrei andare a Bologna, non è che hai venti euro da anticiparmi..."

"No".

"Come no?"

"No".

"Ma certo che ce li hai venti euro, scusa, tu ce li hai sempre".

"Già".

"Ma scusa, proprio adesso che siamo usciti dall'ipocrisia, non mi fai andare a Bologna, cioè non riesci a trovarmi venti miseri euro? Forse credi che non te li restituirò?"

"Già".

"Alla Germania li avresti dati".

"Già".

"E a me no!, vedi, allora lo ammetti".

"Già".

"È tutto un complotto contro di me! I miei genitori hanno fatto tanti debiti e tu te la prendi con me!"

"Già".

"Ma non ti vergogni?"

"Già".

giovedì 17 maggio 2018

Verso il governo Chiunque I

Una settimana fa Di Maio e Salvini chiesero 24 ore per formare il governo. Forse oggi riusciranno a presentarlo a Mattarella. Una bozza di contratto fatta filtrare nelle ultime ore dà l'impressione che l'accordo resti molto fragile. Desta stupore soprattutto l'istituzione di un "Comitato di conciliazione" che dovrebbe essere istituito "per giungere a un dialogo in caso di conflitti". Certo, i vertici a porte chiuse si sono sempre fatti, ma mettere nero su bianco il regolamento su una scrittura privata lascia perplessi. In attesa di scoprire se è costituzionale o no, limitiamoci a trovarlo poco elegante, come certe clausole negli accordi prematrimoniali che ti fanno intravedere il disastro. In questo Comitato, oltre ai due leader, sarebbe prevista la presenza di non meglio precisati "soggetti individuati dal Comitato": e il pensiero corre subito a Davide Casaleggio, che sarebbe così ammesso nelle stanze del potere senza bisogno di passare dalle elezioni. L'idea tradisce la tipica diffidenza Cinque Stelle per gli eletti. Anche per i propri, ai quali il M5S impone un contratto capestro con multe altissime a chi osa abbandonare il gruppo parlamentare o tradire il mandato.

Questa diffidenza non è un incidente di percorso: è uno dei caratteri fondamentali del Movimento. E rischia di essere la sua fondamentale debolezza, ora che prova a cimentarsi con un governo. Il partito che non crede nel principio di delega non ha mai voluto creare una vera classe dirigente. A cinque anni dalla prima clamorosa vittoria elettorale, il M5S è rimasto una truppa di soldati semplici. Anche i volti più riconoscibili alla fine non esprimono che una straordinaria medietà; tutto in loro lascia intendere che chiunque potrebbe essere al loro posto, e in effetti loro sono chiunque; nessuno si stupirebbe se scoprissimo che l'algoritmo di Rousseau li sceglie a caso. Persino i più pittoreschi non tradiscono nessuna particolare personalità: urlano e strepitano perché rappresentano quel tipo di cittadino che urla e strepita. Forse Di Battista era un caso a parte, e per il momento si è dileguato. Roberto Fico sembrava un po' più a sinistra di altri, ma ora ha un incarico istituzionale: promoveatur ut amoveatur.


Quanto a Di Maio, c'è chi gli ha imputato una cattiva gestione della trattativa: ma a mio parere non si sarebbe impuntato per un mese su Palazzo Chigi se non gli fosse stato chiesto di impuntarsi. Di Maio non ha fatto che mettere diligentemente in pratica le direttive che gli erano state impartite. Criticare Di Maio significa riconoscergli una volontà propria, un'individualità che non ha mai dimostrato, anzi: in un partito di uomini qualunque, il segreto del suo successo è proprio il suo essere più qualunque di tutti, persino da un punto di vista somatico. Nessun segno particolare, nessun tic linguistico a parte una nota ritrosia nell'uso del congiuntivo che lo accomuna al 90% della popolazione; Di Maio è talmente standard che non si riesce nemmeno a parodiare. Chiunque ci prova finisce per sembrare uno snob: come fai a prendertela con un segnaposto? Di cosa dovresti ridere, della sua maturità, dei lavoretti estivi, dei congiuntivi? È come ridere di un popolo intero. Si sa che le caricature si realizzano esagerando i tratti più riconoscibili, e Di Maio non ne ha. Se assomiglia a qualcuno, è a George Abnego, il personaggio del racconto Null-P di William Tenn, l'uomo super-medio che diventa presidente degli USA proprio per la sua eccezionale medietà (continua su TheVision)

venerdì 11 maggio 2018

Popcorn, vaccini e ghigliottine (100 anni di orgogliose sconfitte)

Sono abbastanza convinto che Renzi non abbia mai detto "Ora tocco a loro e pop-corn per tutti", come pure ha virgolettato ieri la Stampa. Se poi davvero la frase gli è scappata, sarà successo in una conversazione privata che sarebbe scorretto strumentalizzare, come hanno fatto immediatamente i suoi avversari interni. D'altro canto è per vero che Maria Antonietta non ha mai detto "Che mangino brioches" alla folla che chiedeva il pane (ma l'aneddoto è geniale, una volta sentito non si riesce a dimenticarlo); San Lorenzo non ha mai detto "Voltami, son cotto" ai pagani che lo arrostivano; e Voltaire non avrebbe mai dato la vita per difendere le opinioni dei suoi avversari, poco ma sicuro. Sono tutte storie messe in giro, fake news, e se hanno resistito così tanto è per un motivo che dovrebbe preoccupare anche Renzi. Non sono vere, ma sono efficaci. I popcorn di Renzi  in un qualche modo somigliano a quello che per Berlusconi fu "la culona inchiavabile": una frase mai detta ma che sintetizzava così felicemente il personaggio a cui era attribuita che a un certo punto alcuni berlusconiani la rivendicavano con orgoglio.


C'è che qualsiasi accostamento tra Renzi e il cibo
in qualche modo funziona.
Io non credo che Renzi abbia parlato di popcorn: neanche in privato. Sarebbe stato come ammettere che il suo rifiuto a ogni trattativa, orgogliosamente rivendicato dal quattro marzo in poi, più che una strategia assomiglia alla reazione puerile di un ragazzo escluso dai giochi, che si siede sugli spalti e spera che i contendenti rimasti si picchino a sangue. "Popcorn per tutti" contiene in sé tutto un mondo di sbruffoneria, introducendo anche l'idea di una piccola corte di amici che i popcorn dovrebbero prepararli e gustarli col capo. È a ben vedere una parodia dell'hashtag #ToccaALoro, e Renzi francamente non sembra così autoironico. Certo, se nei prossimi mesi succederà qualche disastro, è probabile che l'espressione gli sarà ritorta contro: hai voluto i popcorn? In realtà no, Renzi non li ha voluti: ma ha pur sempre lasciato intendere che i disastri erano inevitabili o che il suo Pd almeno non avrebbe mosso un dito per evitarli. Una nuova crisi dello spread, una catastrofe umanitaria nel mediterraneo, sono tutte eventualità non così implausibili con Salvini e Di Maio al governo, ma Renzi non sta dando l'impressione di preoccuparsene più di tanto. Nei piani, questo atteggiamento dovrebbe riconciliarlo con gli elettori, una volta che si stancheranno delle promesse non mantenute da M5S e Lega. Si fa un torto a definire questo scenario "strategia del popcorn"? Magari sì, però funzionerebbe: facile da ricordare, scoppiettante, un po' irresponsabile e non troppo sano.

Nei prossimi mesi, se il governo Di Maio-Salvini va in porto, due partiti populisti che si presentavano alle elezioni come diretti concorrenti troveranno un terreno comune e occuperanno i palazzi del potere. Gestiranno le forze dell’ordine. Avranno la possibilità di influenzare l’opinione pubblica attraverso la Rai, che tende sempre a riposizionarsi secondo la maggioranza, mentre difficilmente il conflitto di interessi della Mediaset sarà ritoccato. Con o senza il “benevolo” Berlusconi, Lega e M5S avranno tempo e agio per modificare la legge elettorale a loro piacimento: in fondo lo fanno tutti i partiti che vincono le elezioni in Italia. Tutti questi rischi, una buona parte del Pd ha deciso di correrli; ha pensato che ne valesse la pena. Questa idea che l'avversario politico si combatta non ostacolando la sua ascesa al potere, da dove viene? Purtroppo non è un'innovazione dei renziani, anzi: è uno dei tratti che più li accosta alla tradizione della sinistra italiana.

La strategia del popcorn ha nobili precedenti. Il più immediato è il vaccino di Montanelli... (continua sul Post).

domenica 6 maggio 2018

Players win and Renzi plays

Matteo.

Un attimo.

Matteo dovresti andare via.

Ho detto un attimo.

È già da molto tempo che sei qui.

Sto per andarmene.

E hai già perso molto.

Sì ma all'inizio avevo vinto molto.

Hai perso più di quello che hai vinto.

È così...

È così.

...se me ne vado adesso.

No, Matteo, no.

Perché se invece adesso vinco...

Ma non vinci più Matteo.

E perché non dovrei vincere, sentiamo.

Non funziona così.

Hai visto come ho ridotto Di Maio? Il M5S? Hai visto come li ho mandati a sbattere?

Non li hai mandati a sbattere.

Si sono rimessi a chiedere il referendum sull'Euro, capisci? Li ho fregati.

Hai chiuso al M5S e loro a questo punto si preparano a un'altra campagna elettorale. Slegano il Beppe, è normale.

è orgoglioso
Grazie a me.

Cos'hai ottenuto, Matteo?

Stavano mettendosi a ragionare, e io...

Stavano calando nei sondaggi.

Li ho mandati a sbattere!

Gli hai fatto slegare il Beppe. Così risaliranno nei sondaggi. E se si va a votare?

E se si va a votare magari vinco io.

Non vinci tu, Matteo.

Ho dimostrato di essere più affidabile.

Non è una gara che vince il più affidabile.

E chi lo sa. Magari al prossimo giro...

È patologica questa cosa, Matteo.

Ma ti ricordi che all'inizio vincevo?

È un po' questo il problema. Quella voce nella testa che ti dice...

Se all'inizio vincevo, perché non posso vincere di nuovo?



C'è gente che si è rovinata ascoltando quella voce, Matteo.

Stai insinuando che mi lasciassero vincere per illudermi? Perché sapevano che comunque alla fine avrei lasciato alla cassa anche la camicia? Stai dicendo che sono stato un pollo tutto il tempo?

Sto solo dicendo che dovresti andartene.

Se ora me ne vado sarebbe come ammettere che sono stato un pollo tutto il tempo.

Mentre se resti...

Mentre se resto e faccio un ragionamento serio sulle forze in campo, io...

Quali forze in campo, Matteo? Hai tagliato i finanziamenti ai partiti e stai giocando contro il primo gruppo editoriale italiano e una startup che per prendere un voto spende un decimo di quel che spendi tu

Ma che ragionamenti sono.

Sei tu che volevi fare un ragionamento serio sulle forze in campo. Alle ultime elezioni non avevi i soldi per i manifesti.

Le elezioni non si vincono più coi manifesti. C'è internet.

Tu non stai usando internet benissimo, Matteo.

Forse c'è qualcosa da rimettere a posto, ma...

Va bene, allora esci un attimo a rimettere a posto le cose. 

Se esco un attimo non mi fanno rientrare più. Ci avrò fatto la figura del pollo.

Mentre se giochi un altro gettone...

Magari è quello buono.

Neanche se fosse una slot, Matteo. Neanche se ti stessi giocando i tuoi soldi, e non l'immediato futuro di un Paese popoloso. Neanche se fossi da solo in un bar alle cinque del mattino con quel che resta dello stipendio che hai tirato la settimana scorsa, Matteo. Neanche in quel caso...

Io ci provo.

...Sarebbe una buona idea

Cosa ho da perdere?

Now I'm down a little, in fact, I'm down a lot
I'm on a roller coaster ride that I can't stop
Yeah, my luck has changed, but she'll come back
That's the beauty of a game of chance
I can't lose forever, but I'm doomed to try
Because I keep on hearing a voice inside

Players win and winners play
Have a lucky day

martedì 1 maggio 2018

Perché non ti dai pace, Matteo Renzi?

E dunque ieri sera Matteo Renzi – quello che si era dimesso da segretario del PD, dopo la batosta elettoraleera in prima serata su Rai1, intervistato da Fabio Fazio. Matteo Renzi, che in teoria nel suo partito non ricopre più nessun incarico, a Fabio Fazio non ha raccontato le sue avventure di senatore del collegio di Scandicci, ma ha spiegato che un confronto con Di Maio lo farebbe con lo streaming. Poche ore prima sul Corriere, lo stesso Di Maio aveva pubblicato una letterina-ultimatum in cui i punti salienti di un eventuale accordo si leggevano con chiarezza: reintroduzione dell'articolo 18, assunzione di 10.000 nuovi agenti di polizia, ridiscussione del trattato di Dublino, del Fiscal Compact, eccetera eccetera. Proposte senz'altro discutibili, probabilmente non tutte attuabili, ma in un qualche modo concrete. Matteo Renzi non le ha discusse: Matteo Renzi ha spiegato che gli piacerebbe di nuovo fare il gioco dello streaming. Quella deriva da reality show per cui, giustamente, una volta si prendevano in giro i Cinque Stelle. E infatti loro hanno smesso: adesso hanno un altro tono, mettono proposte nero su bianco, insomma a loro modo stanno crescendo. Matteo Renzi invece vuole lo streaming. Probabilmente ha già preparato qualche frase memorabile, qualcosa di immediatamente hashtaggabile, come "Beppe esci da questo blog!" Forse ve lo ricordate.

Forse no.

Però continuiamo pure a prendere in giro il Movimento Cinque Stelle perché è un partito che nasconde dietro gli streaming una struttura di potere sostanzialmente opaca. Mica come il PD, un partito che elegge i suoi rappresentanti in modo autenticamente democratico.

Ma insomma ieri sera Matteo Renzi – quello che un mese fa aveva detto che sarebbe rimasto zitto per due anni – è andato in prima serata e in sostanza ha fatto a pezzi qualsiasi speranza di un accordo tra M5S e PD. Certo, la decisione non spetta a lui ma al massimo alla direzione del PD che si deve ancora democraticamente riunire perché è gente che lavora e doveva organizzarsi per il ponte (così ha spiegato il presidente del PD, Orfini).


In realtà la direzione avrebbe dovuto riunirsi più di una settimana fa ma i renziani l'hanno fatta democraticamente saltare. Tutto questo accade forse perché Matteo Renzi pensa che dopo aver detto no a Fico e Di Maio, non si potrà che tornare alle urne: e nelle urne lui non sa cosa potrebbe succedere. Perlomeno a Fazio ha spiegato così. Ovvero, di sondaggi ne sono stati pubblicati ormai parecchi, e benché sia necessario sempre premettere che in Italia non ci beccano mai, bisogna dire che sono tutti concordi su un fatto: Lega e M5S stanno crescendo, anche se litigano. L'unico momento in cui il M5S è apparso in flessione, è quando per un attimo è apparsa credibile un accordo di governo M5S e PD. I sondaggi dicono tutti così ma Matteo Renzi, senatore di Scandicci, non è così sicuro. Chi lo sa. Magari invece se si rivota a ottobre vince lui. O magari perde un po' meno di stavolta. Cosa ha da perdere in fondo. Riproviamo (Continua su TheVision).

mercoledì 25 aprile 2018

Michele Serra è inversamente proporzionale al popolo

Se in questi ultimi giorni non siete rimasti chiusi dentro una cella frigorifera, o in un’imbarcazione al centro del grande vortice di plastica del Pacifico settentrionale, o in un campo base alle pendici di un massiccio tibetano, probabilmente sapete già che Michele Serra ha scritto un’Amaca molto dibattuta.

Non è solo che molti sui social ne stanno discutendo: sembra proprio che non riescano a smettere. Se all’inizio aveva tutta l’aria di una discussione politica, a questo punto sembra più un esperimento sulla percezione collettiva. Qualcosa di simile al grande dibattito sul Vestito Nero-Azzurro o Bianco-Oro che catturò l’attenzione di tutti gli internauti nel lontano 2015, forse qualcuno ancora si ricorda. In una fotografia veniva ritratto un vestito che per molti era nero e azzurro, e per molti altri era bianco e oro, e non ci si è mai messi d’accordo su chi dovesse avere ragione. Il solco tracciato da Serra con l’Amaca di venerdì scorso sembra altrettanto profondo.

Riferendosi all’ultima ondata di notizie riguardanti incidenti scolastici, Serra scrive che “il livello di educazione […] è direttamente proporzionale al ceto di provenienza”. Di fronte a un’affermazione così perentoria, l’arena dei lettori si spacca in due: da una parte c’è chi trova l’Amaca assolutamente condivisibile; dall’altra chi la considera di un classismo insopportabile. Entrambe le parti stanno leggendo lo stesso trafiletto; da entrambe le parti troviamo lettori progressisti e conservatori, laureati e non, esegeti acuti e gente che ha letto soltanto le prime tre righe. I pochi che tentano di trovare una soluzione di compromesso (Serra avrebbe ragione, ma l’avrebbe messa giù un po’ troppo brusca) si trovano nella posizione più scomoda: come fai a sostenere pubblicamente che Serra si spiega male in 1500 caratteri? Lo fa da trent’anni.


A questo punto, più di prendere partito per l’uno o l’altro schieramento, si tratterebbe di capire cosa li ha divisi in modo tanto netto. Per molti pro-Serra si tratta di una banale questione di comprensione del testo: da una parte c’è chi ha capito che Serra non sta affermando una verità apodittica, ma denunciando uno “scandalo” (è lui il primo a usare questa parola) che le forze progressiste hanno l’obiettivo di contrastare. Dall’altra parte ci sono gli analfabeti funzionali che non se ne sono accorti, oh, e dire che è così semplice. Lo ha persino scritto: “scandalo”. Lettori troppo distratti che arrivano da link che li orientano male e cliccano via dopo tre righe credendo di aver capito chissà cosa.

E però non tutti gli anti-Serra sono così. C’è anche chi non ha affatto frainteso la sua posizione, ma trova discutibile il suo assioma: non risulterebbe affatto, come sostiene Serra, che la situazione è più grave negli istituti professionali e tecnici rispetto ai licei. In una ricerca ISTAT sul bullismo condotta nel 2014 il 19,4% degli studenti liceali appariva vittima di azioni di bullismo diretto; seguivano gli studenti degli istituti professionali (18,1%) e quelli degli istituti tecnici (16%). Il che non vuol comunque dire che volino più sedie nei licei che nei professionali. Il fatto è che in questi giorni si sta parlando di casi che tre volte su quattro non hanno a che vedere col bullismo. Uno studente che fa una scenata a un insegnante non è bullismo – a volte è pura insolenza o melodrammatica ad usum Youtube. Un genitore che aggredisce un docente non è bullismo. Si tratta di più banale prepotenza, oltre che maleducazione, e non siamo nemmeno sicuri che sia in aumento.

Molti anti-Serra contrappongono all’Amaca le proprie esperienze personali: è quasi un riflesso involontario. C’è il figlio del muratore che ha fatto il classico, chi ricorda con nostalgia un ITI o un IPSIA dove gli insegnanti venivano trattati con rispetto, eccetera. Nessuno di questi resoconti ha un valore statistico in sé; messi tutti insieme però dimostrano una forte resistenza di massa all’assioma di Serra: quell’Italia in cui la maleducazione è direttamente inversa al ceto non esiste più, ammesso che sia mai esistita. È una semplificazione che forse può funzionare in alcune città grandi e medie in cui il giornalista ha abitato, ma che va in pezzi appena si mette un po’ il naso in provincia – e l’Italia, rispetto ad altri Paesi dove l’urbanizzazione è più intensa, ha questa particolarità che a molti osservatori sfugge: è una grande provincia. È un luogo dove a volte non studia chi se lo può permettere, ma chi non ha alternative, mentre i figli dei padroni si contentano spesso di scaldare la sedia cinque anni in un diplomificio privato dove gli insegnanti se la vedono brutta tanto quanto in un professionale. È un’Italia dove è normalissimo incontrare analfabeti in yacht e dantisti in pedalò. È un mondo senz’altro ingiusto e sbagliato, ma ecco, stavolta non è ingiusto e sbagliato come lo descrive Serra, tutto qui. È vero che gli insegnanti dei professionali se la passano peggio che quelli dei licei? Non ci sono concreti dati statistici, ma sembra abbastanza intuitivo. È vero che quei professionali sono frequentati soprattutto dal volgo, mentre al liceo vanno i ricchi? Non proprio, non sempre, e per molti lettori non è questo il punto. Il genitore arrogante che minaccia il prof non è necessariamente un poveraccio insicuro. A volte è un facoltoso – ugualmente insicuro (continua su TheVision)

domenica 22 aprile 2018

La violenza a scuola e l'effetto bulldog



Gli insegnanti italiani sono sotto assedio, probabilmente lo avete già letto da qualche parte. I casi di bullismo nei loro confronti si moltiplicano. A Ferrara i genitori di un alunno sovrappeso hanno preso a testate un insegnante di educazione fisica; a Bari i genitori di un alunno hanno picchiato addirittura un preside. Nel frattempo su Youtube si moltiplicano i video in cui i docenti vengono ripresi e ridicolizzati, al punto che il ministro Fioroni ha dovuto ribadire con una circolare il divieto di portarsi telefonini in classe. Esatto, Fioroni.

Era ministro dell'istruzione nel 2007.

Tutte le notizie che ho linkato fin qui risalgono alla primavera del 2007. I "telefonini", quelli con i tasti di plastica, producevano già foto e video di qualità discutibile, ma sufficiente a compromettere il quadrimestre di uno studente e la reputazione di un insegnante. Instagram non esisteva; Facebook in Italia era praticamente sconosciuto; Youtube funzionava da due anni e quella ondata primaverile di allarmismo scolastico ci dimostra che stava già diventando mainstream. I siti dei più importanti quotidiani italiani andavano già in cerca di video amatoriali a base di professori sbeffeggiati: avevano già l'abitudine di ripubblicarli, sovrapponendo il loro logo editoriale, aggiungendo un po' di pubblicità e qualche corsivo moralista: Dove Andremo A Finire?

Oggi lo sappiamo: da nessuna parte in particolare. Siamo ancora qui.

Qualche insegnante è andato in pensione, qualcuno un po' più giovane lo ha rimpiazzato, e ogni tanto i giornalisti si rimettono a frugare su Youtube e scoprono che c'è un'emergenza, la solita. Si è rotto il patto educativo! proclama venerdì il Corriere.  Un prof picchiato ogni quattro giorni, echeggia Repubblica. "Ventisei episodi diventati pubblici in centonove giorni".

Peccato che tra questi episodi sia ancora una volta inclusa la storia della "professoressa legata alla sedia con lo scotch" di Alessandria, che non è stata né picchiata né tantomeno legata a una sedia (con lo scotch? quanti rotolini servirebbero a immobilizzare un adulto? Come si fa a mandare in giro roba del genere?) Peccato che nel bollettino di guerra pubblicato da Repubblica giovedì siano stati cucinati nello stesso calderone fatti di cronaca successi in mesi diversi, alcuni nemmeno a scuola, in cui i prof spesso non sono né vittima di percosse né di molestie: a volte sono quelli che le denunciano. Peccato che il video che rimbalzava venerdì sulle homepage dei quotidiani, dove l'ennesimo stronzetto minaccia un professore di scioglierlo "nell'acido" (paura!) sia dell'anno scorso. Ma avrebbe potuto essere anche di due, tre, undici anni fa. Ormai viviamo in un eterno presente. Colpa dei social, del deficit di attenzione, oppure semplicemente su Youtube le date sono scritte in piccolo e qualche giornalista trova comodo non farci caso.

È l'effetto bulldog: a volte basta un niente, una notizia che per qualche motivo riesce ad attirare l'attenzione (in un parco un bulldog morde un bambino). In redazione si accorgono che funziona e decidono di insistere sul genere, si mettono a cercare: ci sono stati altri incidenti simili, altri bulldog mordaci? Va bene anche se non sono bulldog, va bene anche se non hanno morsicato bambini. Nei giorni successivi le aggressioni canine non aumenteranno, ma invece di scivolare indisturbate in fondo alla cronaca locale finiranno tutte in prima pagina e il lettore si convincerà che esiste un'emergenza bulldog. Bisogna anche ammettere che è primavera, la politica è in stallo, l'emergenza immigrazione è improvvisamente sparita dal radar (per una curiosa coincidenza, tutti i giornalisti che la propagavano sui canali Mediaset sono stati ridimensionati) la guerra mondiale in Siria non ingrana, magari anche i bulldog nei parchi sono un po' lenti di riflessi e così, in mancanza di bimbi morsicati e bombardamenti seri, la maleducazione scolastica sta avendo il suo momento di gloria.

Il bullismo tira – pazienza se in realtà "bullismo" vuol dire un'altra cosa, ormai per i giornalisti italiani lo spettro del "bullismo" si estende dalla semplice maleducazione all'omicidio a sfondo razziale. Il bullismo ci smuove qualcosa dentro: siamo tutti convinti di esserne stati vittima, siamo tutti convinti di poterla far pagare a qualcuno. Quel ragazzino petulante, non ti viene voglia di prenderlo a schiaffoni? Quel prof immobile, non lo licenzieresti? Su Youtube trovi tutti i video che vuoi (ci sono canali dedicati), non devi neanche pagarci i diritti. In cinque minuti puoi sbattere in home uno spettacolo che attira lettori dalle idee radicalmente opposte: chi difende gli insegnanti e chi gode a vederli svillaneggiati (oppure fantastica di trovarsi al loro posto, ma dotato di arcani poteri che gli consentirebbero di sospendere alunni per direttissima, bocciarli ad aprile anche se gli scrutini sono in giugno). Gli insegnanti stessi spesso sono i più voraci lettori e propagatori di notizie e video del genere, convinti che una pubblica umiliazione possa servire a denunciare la triste condizione della classe docente eccetera. E non dimentichiamo il target più difficile per i giornali: gli studenti stessi, a cui questa roba indubbiamente piace. Magari se trovano su Repubblica e il Corriere le stesse scemenze che sono virali su Youtube, staranno un po' più su Rep e sul Corriere e un po' meno su Youtube... e pazienza se si scatena l'effetto emulazione.

Già, l'emulazione.

'Ma mi dia retta, s'inginocchi, vedrà che svoltiamo'.
Il video più virale di questi giorni, quello del "chi è che comanda? s'inginocchi", ha davvero tutta l'aria di un teatrino messo in scena proprio per ottenere like, condivisioni, e magari un giro d'onore sui quotidiani. I giornalisti che ci fanno su la morale sono a ben vedere gli istigatori, e gli unici che alla fine ci guadagnano: il ragazzo sarà sospeso, ormai è diventata una questione di Stato, ma il video è sempre lì a portata di clic, e la pubblicità continua a scattare e a portare qualche centesimo nelle tasche di chi chiede a gran voce la bocciatura dei ragazzi e magari ne approfitta per giudicare la professionalità di insegnanti inquadrati per pochi secondi, più che sufficienti ovviamente per farsi un'idea dello stato della scuola pubblica. Susanna Tamaro se la prende (novità!) con Jean-Jacques Rousseau; Massimo Recalcati, dimmi qualcosa di nuovo, con il "Sessantotto". I loro pezzi hanno davvero la qualità dei classici, nel senso che resistono a qualsiasi evoluzione dei tempi e non smettono di dire quel che devono dire. Purtroppo tutto quel che devono dire è il solito Dove Andremo A Finire, una domanda che ci affascina e ci stucca sin dai tempi di Marco Porcio Catone (Continua sul Post).

martedì 17 aprile 2018

Democratico, troppo democratico

Piccolo esperimento mentale. Supponiamo che da un momento all'altro un economista italiano di un certo rilievo dichiari il suo appoggio per il Movimento Cinque Stelle. Riuscite a immaginare lo stesso economista, dopo pochi giorni, tentare di dettare la linea al Movimento, magari minacciando di stracciare una tessera appena presa? Nel M5S sarebbe impossibile.


Infatti è appena successo nel Pd, onorato all'indomani della sconfitta elettorale dall'adesione via twitter del ministro Calenda. Dopo poche ore Calenda già spiegava al Pd cosa doveva fare e non fare per non perdere la sua preziosa adesione. Provate a immaginare la stessa situazione nella Lega, o in Forza Italia – non ha senso. Nel Pd non è nemmeno la prima volta. Ogni tanto arriva qualcuno, prende la tessera e spiega agli altri cosa deve fare il partito.


La stessa avventura renziana, in fondo, è cominciata così: appena otto anni fa anche l'allora sindaco di Firenze era sostanzialmente un outsider. Quel che è successo dopo, a ben vedere, non ha molti precedenti nella storia dei partiti italiani: in una manciata di anni, grazie a un paio di consultazioni di base (le Primarie!), l'outsider si è preso il partito di cui è tuttora, malgrado le dimissioni ufficiali, il leader più rappresentativo. È una traiettoria impensabile in partiti-azienda come Forza Italia o M5S; molto improbabile nella Lega, che ormai è a tutti gli effetti il partito italiano più vecchio in parlamento, l'unico che mostri ancora vagamente una struttura tradizionale novecentesca. Forse è la prova che il Partito Democratico è davvero democratico; di certo è la dimostrazione che è un partito straordinariamente scalabile: che chiunque abbia una visione e un po' di sostenitori – e di finanziatori – può davvero entrare e cominciare a dettare la linea. Gli altri partiti non sono così e gli altri partiti, bisogna ammetterlo, non perdono così tanti voti (più di sei milioni in dieci anni). A questo punto si tratta di capire se quello che doveva essere il punto di forza del Partito Democratico non si sia rivelato la sua principale debolezza: se i segni di vitalità che ci sta mostrando in questi giorni (incontri, dibattiti, correnti che nascono) siano un segno promettente o gli ultimi rantoli di un'entità che non si rassegna al declino. Il Pd non è certo l'unico partito a strutturarsi in correnti, ma è l'unico in cui le correnti diano la sensazione di poter nascere, agglutinarsi, defluire, nel giro di pochi anni o mesi. Matteo Richetti ne ha appena tenuta a battesimo una, "Harambee", affrettandosi a spiegare che si tratta di una parola swahili che non ha un vero e proprio senso: una generica affermazione di volontà e unione, una specie di "daje", "oh issa": non che l'"I care" di Veltroni e il "Big Bang" di Renzi alludessero a significati molto più complessi, ma insomma la sensazione è che siano finiti non soltanto i contenuti, ma ormai anche i nomi per chiamarli.


Il fatto è che in questi dieci anni di vita ormai il Pd le ha provate tutte... (continua su TheVision).

venerdì 13 aprile 2018

Se non bombardi sei isolato in Europa, dice il Pd (lo dice davvero)

Ora può anche darsi che il Movimento 5 Stelle sia una setta di improvvisatori che nella stanza dei bottoni farebbe soltanto danni. Può benissimo darsi. Mentre la Lega è la solita cricca populista, razzista e ultimamente pure filoputiniana: sono abbastanza d'accordo che sia così. Mentre il Pd, quel che resta del Pd, dovrebbe essere il partito responsabile eccetera. Va bene. Però a questo punto, caro partito adulto e responsabile che ha deciso di stare fermo un giro per far giocare gli irresponsabili, spiegami una cosa: perché lasci fuori in giro un tizio come Andrea Romano senza guinzaglio o museruola? A rischio che vada a un talk show ad abbaiare cose?


Cioè mi rendo conto che "abbaiare" è un po' forte, ma come si fa infilarsi in un guaio del genere? Che Salvini sia stato filoputiniano (come lo era Trump prima di entrare alla Casa Bianca, e tuttora ogni tanto gli sale il riflusso) non c'è dubbio, e forse un buon comunicatore politico a questo punto non sbaglierebbe a farlo notare. Che abbia sostenuto Saddam Hussein è ridicolo, una fake news grossa come una casa, il modo più spiccio per mettersi dalla parte del torto. Ma questo è solo un piccolo dettaglio. Con questa meravigliosa abbaiata ponderatissima dichiarazione, Andrea Romano è riuscito a sembrare meno serio di Salvini e più guerrafondaio di lui. E dici: pazienza. Magari non ha il polso del suo elettore-tipo, sai questi giovani geni quando bombardavamo il Kossovo e ci ammazzavano a Nassiriya stavano studiando sodo, sodissimo, e si sono persi le manifestazioni. Recupererà. Crescerà. Eh, ma in calce c'è già scritto: Partito Democratico. Cioè in attesa di sapere chi sta dirigendo il Partito Democratico, la linea agli esteri la ulula Andrea Romano in tv, con questi meravigliosi risultati.



Ovviamente, poche ore dopo non si è mossa soltanto la cancelliera Angela Merkel, per farci sapere che non ha nessuna intenzione di partecipare a un bombardamento della Siria (e non ci voleva molto a immaginarlo, visti i precedenti: ma ecco, pare che l'esperto di Esteri on. Andrea Romano non li conosca). No, a poche ore da questo fantastico tweet ufficiale del Partito Democratico, il capo del governo Gentiloni ha chiarito che "l'Italia non parteciperà ad azioni militari in Siria". Per dire quanto rischia di restare isolata la posizione di Salvini.

Il quale Salvini fin qui che io sappia ha dichiarato soltanto: "Che qualcuno pensi ad una terza guerra mondiale farneticando di bombe e di missili sulla pelle di donne e bambini è assolutamente impensabile". Notate: non propriamente detto che la Siria non ha usato armi chimiche (ma chi non ci vuole credere penserà che Salvini gli dà ragione). Ha invece senz'altro detto che è impensabile scatenare la terza guerra mondiale per questo. Io penso che Salvini sia il leader di una cricca populista fascista e putiniana: mi addolora molto notare come risulti molto più professionale degli attuali portavoce del Pd. Più misurato, più affidabile, temo persino più responsabile – non che ci voglia tantissimo, eh: basta non precipitarsi a bombardare appena Trump e Macron dicono che è il caso. No, basterebbe pochissimo, ma quel pochissimo il Pd in questo momento non ce l'ha. Ha Andrea Romano.

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