domenica 22 aprile 2018

La violenza a scuola e l'effetto bulldog



Gli insegnanti italiani sono sotto assedio, probabilmente lo avete già letto da qualche parte. I casi di bullismo nei loro confronti si moltiplicano. A Ferrara i genitori di un alunno sovrappeso hanno preso a testate un insegnante di educazione fisica; a Bari i genitori di un alunno hanno picchiato addirittura un preside. Nel frattempo su Youtube si moltiplicano i video in cui i docenti vengono ripresi e ridicolizzati, al punto che il ministro Fioroni ha dovuto ribadire con una circolare il divieto di portarsi telefonini in classe. Esatto, Fioroni.

Era ministro dell'istruzione nel 2007.

Tutte le notizie che ho linkato fin qui risalgono alla primavera del 2007. I "telefonini", quelli con i tasti di plastica, producevano già foto e video di qualità discutibile, ma sufficiente a compromettere il quadrimestre di uno studente e la reputazione di un insegnante. Instagram non esisteva; Facebook in Italia era praticamente sconosciuto; Youtube funzionava da due anni e quella ondata primaverile di allarmismo scolastico ci dimostra che stava già diventando mainstream. I siti dei più importanti quotidiani italiani andavano già in cerca di video amatoriali a base di professori sbeffeggiati: avevano già l'abitudine di ripubblicarli, sovrapponendo il loro logo editoriale, aggiungendo un po' di pubblicità e qualche corsivo moralista: Dove Andremo A Finire?

Oggi lo sappiamo: da nessuna parte in particolare. Siamo ancora qui.

Qualche insegnante è andato in pensione, qualcuno un po' più giovane lo ha rimpiazzato, e ogni tanto i giornalisti si rimettono a frugare su Youtube e scoprono che c'è un'emergenza, la solita. Si è rotto il patto educativo! proclama venerdì il Corriere.  Un prof picchiato ogni quattro giorni, echeggia Repubblica. "Ventisei episodi diventati pubblici in centonove giorni".

Peccato che tra questi episodi sia ancora una volta inclusa la storia della "professoressa legata alla sedia con lo scotch" di Alessandria, che non è stata né picchiata né tantomeno legata a una sedia (con lo scotch? quanti rotolini servirebbero a immobilizzare un adulto? Come si fa a mandare in giro roba del genere?) Peccato che nel bollettino di guerra pubblicato da Repubblica giovedì siano stati cucinati nello stesso calderone fatti di cronaca successi in mesi diversi, alcuni nemmeno a scuola, in cui i prof spesso non sono né vittima di percosse né di molestie: a volte sono quelli che le denunciano. Peccato che il video che rimbalzava venerdì sulle homepage dei quotidiani, dove l'ennesimo stronzetto minaccia un professore di scioglierlo "nell'acido" (paura!) sia dell'anno scorso. Ma avrebbe potuto essere anche di due, tre, undici anni fa. Ormai viviamo in un eterno presente. Colpa dei social, del deficit di attenzione, oppure semplicemente su Youtube le date sono scritte in piccolo e qualche giornalista trova comodo non farci caso.

È l'effetto bulldog: a volte basta un niente, una notizia che per qualche motivo riesce ad attirare l'attenzione (in un parco un bulldog morde un bambino). In redazione si accorgono che funziona e decidono di insistere sul genere, si mettono a cercare: ci sono stati altri incidenti simili, altri bulldog mordaci? Va bene anche se non sono bulldog, va bene anche se non hanno morsicato bambini. Nei giorni successivi le aggressioni canine non aumenteranno, ma invece di scivolare indisturbate in fondo alla cronaca locale finiranno tutte in prima pagina e il lettore si convincerà che esiste un'emergenza bulldog. Bisogna anche ammettere che è primavera, la politica è in stallo, l'emergenza immigrazione è improvvisamente sparita dal radar (per una curiosa coincidenza, tutti i giornalisti che la propagavano sui canali Mediaset sono stati ridimensionati) la guerra mondiale in Siria non ingrana, magari anche i bulldog nei parchi sono un po' lenti di riflessi e così, in mancanza di bimbi morsicati e bombardamenti seri, la maleducazione scolastica sta avendo il suo momento di gloria.

Il bullismo tira – pazienza se in realtà "bullismo" vuol dire un'altra cosa, ormai per i giornalisti italiani lo spettro del "bullismo" si estende dalla semplice maleducazione all'omicidio a sfondo razziale. Il bullismo ci smuove qualcosa dentro: siamo tutti convinti di esserne stati vittima, siamo tutti convinti di poterla far pagare a qualcuno. Quel ragazzino petulante, non ti viene voglia di prenderlo a schiaffoni? Quel prof immobile, non lo licenzieresti? Su Youtube trovi tutti i video che vuoi (ci sono canali dedicati), non devi neanche pagarci i diritti. In cinque minuti puoi sbattere in home uno spettacolo che attira lettori dalle idee radicalmente opposte: chi difende gli insegnanti e chi gode a vederli svillaneggiati (oppure fantastica di trovarsi al loro posto, ma dotato di arcani poteri che gli consentirebbero di sospendere alunni per direttissima, bocciarli ad aprile anche se gli scrutini sono in giugno). Gli insegnanti stessi spesso sono i più voraci lettori e propagatori di notizie e video del genere, convinti che una pubblica umiliazione possa servire a denunciare la triste condizione della classe docente eccetera. E non dimentichiamo il target più difficile per i giornali: gli studenti stessi, a cui questa roba indubbiamente piace. Magari se trovano su Repubblica e il Corriere le stesse scemenze che sono virali su Youtube, staranno un po' più su Rep e sul Corriere e un po' meno su Youtube... e pazienza se si scatena l'effetto emulazione.

Già, l'emulazione.

'Ma mi dia retta, s'inginocchi, vedrà che svoltiamo'.
Il video più virale di questi giorni, quello del "chi è che comanda? s'inginocchi", ha davvero tutta l'aria di un teatrino messo in scena proprio per ottenere like, condivisioni, e magari un giro d'onore sui quotidiani. I giornalisti che ci fanno su la morale sono a ben vedere gli istigatori, e gli unici che alla fine ci guadagnano: il ragazzo sarà sospeso, ormai è diventata una questione di Stato, ma il video è sempre lì a portata di clic, e la pubblicità continua a scattare e a portare qualche centesimo nelle tasche di chi chiede a gran voce la bocciatura dei ragazzi e magari ne approfitta per giudicare la professionalità di insegnanti inquadrati per pochi secondi, più che sufficienti ovviamente per farsi un'idea dello stato della scuola pubblica. Susanna Tamaro se la prende (novità!) con Jean-Jacques Rousseau; Massimo Recalcati, dimmi qualcosa di nuovo, con il "Sessantotto". I loro pezzi hanno davvero la qualità dei classici, nel senso che resistono a qualsiasi evoluzione dei tempi e non smettono di dire quel che devono dire. Purtroppo tutto quel che devono dire è il solito Dove Andremo A Finire, una domanda che ci affascina e ci stucca sin dai tempi di Marco Porcio Catone (Continua sul Post).

martedì 17 aprile 2018

Democratico, troppo democratico

Piccolo esperimento mentale. Supponiamo che da un momento all'altro un economista italiano di un certo rilievo dichiari il suo appoggio per il Movimento Cinque Stelle. Riuscite a immaginare lo stesso economista, dopo pochi giorni, tentare di dettare la linea al Movimento, magari minacciando di stracciare una tessera appena presa? Nel M5S sarebbe impossibile.


Infatti è appena successo nel Pd, onorato all'indomani della sconfitta elettorale dall'adesione via twitter del ministro Calenda. Dopo poche ore Calenda già spiegava al Pd cosa doveva fare e non fare per non perdere la sua preziosa adesione. Provate a immaginare la stessa situazione nella Lega, o in Forza Italia – non ha senso. Nel Pd non è nemmeno la prima volta. Ogni tanto arriva qualcuno, prende la tessera e spiega agli altri cosa deve fare il partito.


La stessa avventura renziana, in fondo, è cominciata così: appena otto anni fa anche l'allora sindaco di Firenze era sostanzialmente un outsider. Quel che è successo dopo, a ben vedere, non ha molti precedenti nella storia dei partiti italiani: in una manciata di anni, grazie a un paio di consultazioni di base (le Primarie!), l'outsider si è preso il partito di cui è tuttora, malgrado le dimissioni ufficiali, il leader più rappresentativo. È una traiettoria impensabile in partiti-azienda come Forza Italia o M5S; molto improbabile nella Lega, che ormai è a tutti gli effetti il partito italiano più vecchio in parlamento, l'unico che mostri ancora vagamente una struttura tradizionale novecentesca. Forse è la prova che il Partito Democratico è davvero democratico; di certo è la dimostrazione che è un partito straordinariamente scalabile: che chiunque abbia una visione e un po' di sostenitori – e di finanziatori – può davvero entrare e cominciare a dettare la linea. Gli altri partiti non sono così e gli altri partiti, bisogna ammetterlo, non perdono così tanti voti (più di sei milioni in dieci anni). A questo punto si tratta di capire se quello che doveva essere il punto di forza del Partito Democratico non si sia rivelato la sua principale debolezza: se i segni di vitalità che ci sta mostrando in questi giorni (incontri, dibattiti, correnti che nascono) siano un segno promettente o gli ultimi rantoli di un'entità che non si rassegna al declino. Il Pd non è certo l'unico partito a strutturarsi in correnti, ma è l'unico in cui le correnti diano la sensazione di poter nascere, agglutinarsi, defluire, nel giro di pochi anni o mesi. Matteo Richetti ne ha appena tenuta a battesimo una, "Harambee", affrettandosi a spiegare che si tratta di una parola swahili che non ha un vero e proprio senso: una generica affermazione di volontà e unione, una specie di "daje", "oh issa": non che l'"I care" di Veltroni e il "Big Bang" di Renzi alludessero a significati molto più complessi, ma insomma la sensazione è che siano finiti non soltanto i contenuti, ma ormai anche i nomi per chiamarli.


Il fatto è che in questi dieci anni di vita ormai il Pd le ha provate tutte... (continua su TheVision).

venerdì 13 aprile 2018

Se non bombardi sei isolato in Europa, dice il Pd (lo dice davvero)

Ora può anche darsi che il Movimento 5 Stelle sia una setta di improvvisatori che nella stanza dei bottoni farebbe soltanto danni. Può benissimo darsi. Mentre la Lega è la solita cricca populista, razzista e ultimamente pure filoputiniana: sono abbastanza d'accordo che sia così. Mentre il Pd, quel che resta del Pd, dovrebbe essere il partito responsabile eccetera. Va bene. Però a questo punto, caro partito adulto e responsabile che ha deciso di stare fermo un giro per far giocare gli irresponsabili, spiegami una cosa: perché lasci fuori in giro un tizio come Andrea Romano senza guinzaglio o museruola? A rischio che vada a un talk show ad abbaiare cose?


Cioè mi rendo conto che "abbaiare" è un po' forte, ma come si fa infilarsi in un guaio del genere? Che Salvini sia stato filoputiniano (come lo era Trump prima di entrare alla Casa Bianca, e tuttora ogni tanto gli sale il riflusso) non c'è dubbio, e forse un buon comunicatore politico a questo punto non sbaglierebbe a farlo notare. Che abbia sostenuto Saddam Hussein è ridicolo, una fake news grossa come una casa, il modo più spiccio per mettersi dalla parte del torto. Ma questo è solo un piccolo dettaglio. Con questa meravigliosa abbaiata ponderatissima dichiarazione, Andrea Romano è riuscito a sembrare meno serio di Salvini e più guerrafondaio di lui. E dici: pazienza. Magari non ha il polso del suo elettore-tipo, sai questi giovani geni quando bombardavamo il Kossovo e ci ammazzavano a Nassiriya stavano studiando sodo, sodissimo, e si sono persi le manifestazioni. Recupererà. Crescerà. Eh, ma in calce c'è già scritto: Partito Democratico. Cioè in attesa di sapere chi sta dirigendo il Partito Democratico, la linea agli esteri la ulula Andrea Romano in tv, con questi meravigliosi risultati.



Ovviamente, poche ore dopo non si è mossa soltanto la cancelliera Angela Merkel, per farci sapere che non ha nessuna intenzione di partecipare a un bombardamento della Siria (e non ci voleva molto a immaginarlo, visti i precedenti: ma ecco, pare che l'esperto di Esteri on. Andrea Romano non li conosca). No, a poche ore da questo fantastico tweet ufficiale del Partito Democratico, il capo del governo Gentiloni ha chiarito che "l'Italia non parteciperà ad azioni militari in Siria". Per dire quanto rischia di restare isolata la posizione di Salvini.

Il quale Salvini fin qui che io sappia ha dichiarato soltanto: "Che qualcuno pensi ad una terza guerra mondiale farneticando di bombe e di missili sulla pelle di donne e bambini è assolutamente impensabile". Notate: non propriamente detto che la Siria non ha usato armi chimiche (ma chi non ci vuole credere penserà che Salvini gli dà ragione). Ha invece senz'altro detto che è impensabile scatenare la terza guerra mondiale per questo. Io penso che Salvini sia il leader di una cricca populista fascista e putiniana: mi addolora molto notare come risulti molto più professionale degli attuali portavoce del Pd. Più misurato, più affidabile, temo persino più responsabile – non che ci voglia tantissimo, eh: basta non precipitarsi a bombardare appena Trump e Macron dicono che è il caso. No, basterebbe pochissimo, ma quel pochissimo il Pd in questo momento non ce l'ha. Ha Andrea Romano.

venerdì 6 aprile 2018

Scuole violente o giornalisti un po' esagerati? (indovina)

Lavoro nella scuola dell’obbligo. Fino a qualche anno fa, quando la gente lo scopriva, tradiva una smorfia di compassione: poveraccio, chissà quali incidenti di percorso, quali peccati deve espiare. Ultimamente ho notato che qualcosa sta cambiando; nelle smorfie più recenti ho infatti intravisto una sfumatura di ammirazione. Pare che il mio mestiere stia diventando qualcosa di eroico. Sempre più spesso mi chiedono se sono stato testimone di colluttazioni o fatti di sangue. Si direbbe che insegnare ai preadolescenti sia sempre più pericoloso: scherzi pesanti, botte, coltelli; e se ti lamenti con i genitori pare che vada ancora peggio (ancora più botte, ancora più coltelli). Perlomeno è quello che la gente mi racconta, quando le spiego che lavoro a scuola: è quello che si sente dire.

Chissà se è poi vero.

Può anche darsi che gli adolescenti e i preadolescenti italiani, negli ultimi anni, siano diventati più violenti – non è un’ipotesi che si possa escludere a priori. Ma non abbiamo i numeri per dirlo. Non c’è un aumento di denunce (e anche se ci fosse, non coinciderebbe necessariamente con un aumento della violenza). È il solito discorso dell’albero che cade e della foresta che cresce. Magari avete sentito parlare di un’insegnante accoltellata al volto a Caserta: un fatto gravissimo che ha fatto scattare immediate sanzioni penali. Ma in Italia ci sono 9 milioni di studenti che vanno tutti i giorni a scuola e la quantità di accoltellatori è veramente troppo esigua per poter individuare un trend; un episodio, in sé, non significa niente. Ricordo ancora la prima volta che fui convocato in presidenza: il dirigente che mi aveva appena assunto aprì il cassetto della sua cattedra ed estrasse un coltellaccio da cucina da quattro dita, appena sequestrato dalla classe in cui sarei andato a insegnare. È successo più di dieci anni fa. Significava qualcosa? Non significava niente. Non mi è più capitato di vedere una lama a scuola. E anche questo non significa niente, domani un mio studente potrebbe estrarne una. Sono giovani, sono imprevedibili, e sono 9 milioni. Non è statisticamente così strano che qualcuno tiri fuori un coltello ogni tanto, è uno dei motivi per cui ci assicuriamo. Sapete, i rischi del mestiere.




Però ultimamente potreste aver provato la sensazione che questo lavoro stia diventando più rischioso. Magari avete sentito parlare di un professore picchiato dai genitori durante un colloquio. O di una professoressa presa a pugni perché aveva osato chiedere a un ragazzo di metter via il cellulare. O di una supplente legata alla sedia e picchiata da una classe di “bulli”. Se avete sentito parlare di tutte queste cose, più o meno al ritmo di un fatto di cronaca a settimana... anche questo non significa niente (continua su TheVision).
(C'è anche la versione audio su Radio 3, con infinite grazie a Silvia Bencivelli).

venerdì 30 marzo 2018

Di Maio e Salvini: due populisti inconciliabili?

In seguito magari avremo il tempo per domandarci se un governo M5S-Lega sarebbe stato evitabile: se l’asse tra le due forze populiste non si sarebbe potuto in qualche modo scongiurare. Fin qui però l’impressione è quella opposta. Anche perché chi avrebbe ancora qualche carta in mano per evitare un accordo tra Salvini e Di Maio sembra deciso a non volerla giocare. Berlusconi e il Pd, in particolare, sembrano ormai rassegnati, se non sollevati, all’idea che i populisti e i sovranisti assumano il controllo delle operazioni. Il Pd li guarderà dalla sponda del fiume, mentre Berlusconi addirittura potrebbe appoggiarli.



Berlusconi, lo si è visto nei giorni delle elezioni dei presidenti di Camera e Senato, è un po’ troppo sfibrato per mettersi contro un’ondata che avanza. E poi lo conosciamo: a lui le ondate piace cavalcarle, e proverà a montare anche su questa. Finirà probabilmente disarcionato, ma è la sua natura. Per ora i tg Mediaset hanno smesso di soffiare sull’emergenza criminalità e l’emergenza invasione, un segno abbastanza eloquente. Quanto al Pd, non è proprio sull’Aventino, ma poco ci manca. La linea è ancora quella del segretario dimissionario, ovviamente riassunta in un hashtag: #ToccaALoro. Lasciamoli governare. Vediamo quello che combinano. Sottinteso: non riusciranno a combinare niente, e molto presto ci ricondurranno alle urne. Questo per ora sembra essere l’unico schema del Pd – è anche l’unico schema che preveda una sopravvivenza politica di Matteo Renzi. Ma sembra più il frutto di un’infantile fantasia di rivalsa che di una serena valutazione delle forze in campo. L’idea è che la miscela di Lega e M5S sia talmente instabile da deflagrare prima di trovare un suo equilibrio, come successe per esempio al primissimo Polo delle Libertà del 1994, quello che si spezzò nel giro di sei mesi, portando alla vittoria elettorale dell’Ulivo di Prodi, due anni dopo. Al Pd sembrano pensare che stavolta tutto esploderà anche prima. Eugenio Scalfari su l’Espresso ha aperto i dialoghi di Platone e ne ha tratto auspici favorevoli: facciamogli scrivere una legge elettorale (un’altra!), e poi via che si torna alle urne, anche a ottobre. C’è da dire che lo Scalfari divinatore non va sottovalutato, predisse anche la rielezione di Napolitano al Quirinale. Anche lui sembra convinto che il populismo sia un fenomeno passeggero, intrinsecamente instabile, che appena gli dai un po’ di corda si impicca. Ma alla prova dei fatti non è mai andata così... (continua su TheVision)

domenica 25 marzo 2018

Osanna Matteo (e addio)

La domenica delle palme mi domando seriamente cosa succederà a Renzi, e se mi devo preoccupare per lui. Che possa starsene zitto e buono a Palazzo Madama su uno scranno dell'opposizione, è una cosa che non riesco a immaginare – lui è quello che non andava alle direzioni del Pd quando era un membro della direzione del Pd, finché non è stato eletto segretario del Pd. Cioè non è che non sia in grado di stare all'opposizione: secondo me non è proprio fisicamente in grado di stare seduto a lungo mentre sente parlare gli altri. Una seduta, due, ma poi? Non ci si può nemmeno portare dentro lo smartphone.

Ecco l'agnello
Epperò lo schema è quello: #ToccaALoro (come ogni schema renziano, ha il suo geniale hashtag). Lo si è visto con l'elezione dei presidenti delle camere. Se c'era una minima possibilità di piazzare qualche mina nella terra di nessuno tra Centrodestra e M5S, di sabotare l'accordo di governo prossimo venturo, il Pd si è ben guardato dal coglierlo. È che questo Pd, oltre a non avere nessun genio tattico sul campo, ha una sola, infantile, strategia: l'arroccamento all'Opposizione. Vi guarderemo governare, ah-ah, vediamo cosa combinate. È uno schema apocalittico, ovvero prevede una catastrofe – anzi la auspica! – prima della salvezza finale. Io non credo nella salvezza finale, e trovo che le catastrofi vadano scansate giorno per giorno, senza melodrammi e con applicazione. Sono un riformista. Ho tanti amici apocalittici, ci ho sempre litigato. Di solito erano anarchici, rifondaroli, movimentisti vari, insomma mi precedevano da sinistra. Adesso a sognare la fine dei tempi e la vita-nel-mondo-che-verrà sono i renziani. Non è un buon segno.

E poi penso a Spelacchio.

L'unico albero di Natale di cui ci ricordiamo ancora a Pasqua. Ma secondo me è un simbolo eloquente. Quando il M5S vinse alle comunali di Roma, si pensava che non avrebbero potuto durare. Al primo disastro la gente avrebbe smesso di amarli. La gente evidentemente non funziona così – non pretendo di capire come funziona la gente, ma insomma guardate com'è andata con Spelacchio. La gente che sceglie il M5S, i disastri li mette in conto, ci si affeziona persino.

Il Pd continua a pensare (Renzi continua a pensare) che un eventuale governo M5S-Lega con Berlusconi jolly esploderà subito disgustando gli italiani, ma perché dovrebbe succedere? Anche se Salvini e Di Maio combinassero dei disastri, la gente ci mette del tempo a disamorarsi. Solo a Gesù è capitato di farsi condannare a morte dalla gente che l'aveva osannato cinque giorni prima. Chissà poi dove aveva sbagliato Gesù. Molti sono convinti che fu quella chiassata coi mercanti del tempio, ma forse c'erano equivoci più profondi, per esempio, riavvolgiamo un attimo il nastro, quella famosa folla osannante alla domenica delle Palme, cosa stava osannando esattamente? Cosa vuol dire "osannare"?



Buffo, non è affatto chiaro. Ovvero: il termine ebraico deriverebbe da un salmo, ma il senso dovrebbe essere "salvami". Nei vangeli diventa un grido di esultanza, ma nell'antico testamento era una supplica. Insomma forse Gesù e i suoi seguaci di Gerusalemme non si capivano. Del resto l'ebraico ai loro tempi era già una lingua morta, e poi si sa che Gesù era un forestiero, chissà che strano accento aramaico si conservava in Galilea. Ecco, la tragedia di Renzi mi sembra quella di un uomo che a un certo punto si è visto portare in trionfo ma non ha capito il perché. Pensava che fosse amore, ma forse gli stavano chiedendo qualcosa e non ha compreso cosa. Se solo si potesse riavvolgere davvero (ma certo che si può, pensa lui).

Eh, ma solo il semo che muore dà buon frutto,
credo che la Bibbia dica così,
più o meno.

Oggi è la domenica delle palme e se Renzi va a messa non potrà impedirsi di pensare alla sua storia: osannato nel 2014, fustigato nel 2018, e secondo lui il meglio deve ancora venire. Secondo me no: e mi dispiace, ma se c'era un equivoco è un po' tardi per capirlo. Se invece c'è da fare una colletta per trenta denari, posso anche partecipare. Niente di personale, ma come diceva il sacerdote? è meglio che paghi un uomo piuttosto che tutto un popolo.

venerdì 23 marzo 2018

Beppe Grillo, obsoleto e felice





Il M5s, quelli del “Grillo fondi un partito e vediamo quanti voti prende”, sono diventati a tutti gli effetti una forza di governo – o almeno potenzialmente. Chi pensava che si sarebbero accontentati del ruolo tutto sommato confortevole di oppositori duri e puri al sistema ha avuto il tempo di ricredersi: i grillini ci vogliono provare davvero. Ci stanno già provando, a livello locale: non si sono tirati indietro nemmeno in municipi importanti (Torino, Roma), per nulla scoraggiati dagli inevitabili errori di percorso. Se non sarà Di Maio stavolta, sarà qualcun altro la prossima, ma prima o poi avremo ministri a Cinque stelle. Conviene rassegnarsi, come si è già rassegnato, per esempio, Beppe Grillo. Già, a proposito: quando andranno al governo, cosa succederà a Beppe Grillo?

Qualcosa, a dire il vero, è già successo, anche se forse non abbiamo ancora capito cosa. A un certo punto sembrava addirittura che Grillo avesse lasciato il movimento da lui fondato e lanciato dieci anni fa. Non è esattamente così, o meglio, una scissione c’è stata, ma non nel senso politico del termine. A scindersi sono stati due siti web, lo storico beppegrillo.it e il Blog delle Stelle, che ormai ha tutta l’aria di essere il blog ufficiale del Movimento. Si tratta di una partenogenesi difficile da documentare: Grillo e i suoi redattori hanno infatti sempre approfittato della possibilità di intervenire sugli archivi del blog riscrivendo il passato. Fino a qualche mese fa, la testata “Il Blog delle Stelle” compariva ancora in cima a beppegrillo.it, sopra lo storico sottotitolo, “il primo magazine solo on line”. Dopo le parlamentarie, il 23 gennaio, è avvenuta la famigerata scissione e il Blog delle Stelle è diventato un sito a parte che ha mantenuto la denominazione di “primo magazine solo on line”, mentre all’indirizzo beppegrillo.it è comparso un nuovo blog – è lo stesso Grillo ad ammettere che si tratti di una novità. Più leggero, più rilassato. Senz’altro meno politico.

La prima cosa di cui ci siamo accorti tutti è l’assenza, sul nuovo beppegrillo.it, di qualsiasi riferimento al Movimento 5 Stelle, il che ci ha fatto immaginare chissà quale scontro col vertice e con Roberto Casaleggio; uno scontro completamente smentito dalla partecipazione di Grillo agli ultimissimi eventi della campagna elettorale, e da almeno un’intervista rilasciata dopo le elezioni. Grillo non è più il “capo politico” del M5s, ma non ha ancora tradito un solo accenno polemico nei confronti della nuova dirigenza e del nuovo corso. Quel che è evidente è che nel nuovo sito non ha nessuna intenzione di parlare di politica: persino quando pubblica quel che può sembrare un doveroso ringraziamento agli elettori, evita con attenzione di parlare di voto e anche solo di nominare il Movimento. Beppegrillo.it è diventato uno di quei salotti tranquilli in cui può discutere amabilmente (per modo di dire, visto che i commenti sono stati chiusi), con un’olimpica serenità che davvero non ci si aspetterebbe dal bizzoso fondatore di un movimento che ha appena vinto le elezioni, ma che per ora non ha i numeri per formare un governo. Si ha quasi l’impressione si sia trattata di una svolta dovuta a motivi più “clinici”: Grillo più volte aveva lamentato la stanchezza, lo stress di dover rivestire un ruolo politico per il quale non si sentiva tagliato.

Ora che non deve più dibattersi nelle schermaglie quotidiane tra sostenitori di Salvini, Berlusconi e Renzi, il comico genovese ha più spazio per occuparsi di tante cose, come in fondo ha sempre fatto. Si guardi anche solo al sommario dell’ultima settimana, “una delle più interessanti da quando siamo partiti con il nuovo blog”: c’è di tutto. Accanto a riflessioni sconclusionate, che per ammissione dello stesso Grillo sono il parto di una notte insonne (“Abbiamo il polo nord, il polo sud… Ma il polo est e il polo ovest dove sono?”) ci sono le solite mirabolanti notizie dal mondo dell’hi-tech, tipo che in Arizona stanno per arrivare i taxi che si guidano da soli; due ricercatori del Mit hanno fondato una start-up che vuole fare “il back-up della tua mente”, il primo passo verso l’“immortalità cerebrale”?

Anche il vecchio blog dava molto spazio all’innovazione tecnologica, ma a essere cambiato è l’approccio, oggi più sereno, fiducioso. Da quando calca le scene, Grillo ha sempre usato due maschere: quella tragica e apocalittica in cui gridava “ma siamo impazziti?”, e quella dai tratti più concilianti del guru futurologo che annuncia le grandi promesse del domani, che ok, il mondo presente è un disastro, ma le cose stanno per cambiare. Stampanti 3D, veicoli che si guidano da soli, bio-washball e così via. Grillo ha sempre promesso ai suoi seguaci un paradiso tecnologico oltre il disastro imminente; ora che il Movimento si avvicina alla prova dei fatti, quell’orizzonte per Grillo è sempre più vicino. È anche un modo di dare un senso al suo ruolo di guida della rivoluzione: se non può e non vuole fare il leader politico, può sempre dare un contributo additando la direzione dal balcone virtuale del suo blog – oggi ai militanti M5s, domani ai ministri. Qualcosa di simile al ruolo di Mao negli anni precedenti alla rivoluzione culturale cinese. Non sono certo il primo ad accostare grillismo e maoismo; è un paragone irresistibile anche perché Grillo sul suo blog scrive pensieri sempre più semplici e lineari, leggibilissimi, ormai molto vicini allo stile elementare del Libretto Rosso (L'obsolescenza felice di Beppe Grillo continua su TheVision).





mercoledì 14 marzo 2018

Muoia Sansone e... chi sono i Filistei?

Sansone, martire di Israele



Contro Sansone, eroe biblico dalla forza erculea, i Filistei nemici di Israele non avrebbero avuto nessuna possibilità: finché Dalila non glielo fece trovare addormentato sulle sue ginocchia, e non ne rivelò il segreto: la forza di Sansone era tutta nei capelli. I Filistei lo rasarono, lo incatenarono, lo accecarono e lo portarono nel loro tempio per bullarsi. Poi siccome erano i cattivi di un libro della Bibbia – e quindi sostanzialmente stupidi – si dimenticarono di rasarlo con regolarità e ovviamente il risultato fu che Sansone riacquistò le sue forze e durante una festa, sollevando l’architrave del tempio, ne schiacciò più di quella volta che ne aveva fatti fuori un migliaio a mascellate d’asino. Ma soprattutto in quell’occasione ebbe modo di dire: Muoia Sansone con tutti i Filistei.

Sansone è l’esempio biblico dell’eroe che si auto-immola per creare più danni possibili al nemico. Qualcosa di più violento e radicale del paolino Cupio dissolvi: desidero essere annullato, sì, ma solo per annullare insieme a me un più grande male che mi circonda. Mi è impossibile non pensare a Sansone in questi giorni, quando leggo affermazioni di dirigenti e militanti Pd, tutti comprensibilmente un po’ accecati dallo choc di una sconfitta (che in realtà non era così imprevedibile: però fa male lo stesso). Gli elettori ci vogliono all’opposizione, sento dire. Ancora una volta mi sembra che venga frainteso il senso di un’elezione parlamentare: non è un referendum sul governo. I cittadini eleggono dei rappresentanti alla Camera e al Senato: a questi rappresentanti spetta la decisione di sostenere o no un governo. Esistono coalizioni di governo in tutto il mondo, in particolare in gran parte delle democrazie parlamentari europee, composte anche da partiti che hanno preso percentuali inferiori al 19% del Pd (gli alleati della Dc nel Pentapartito prendevano molto meno e governavano senza che nessuno trovasse la cosa anticostituzionale).


Se cerchi “Sansone” nell’archivio del Post trovi Hedy Lamarr,
ok, non ho obiezioni.
È pur vero che gli elettori non hanno espresso una maggioranza assoluta per il Pd, ma era anche inverosimile che succedesse; tanto che già prima delle elezioni molti si aspettavano una possibile convergenza post-elettorale tra Pd e Forza Italia: una cosa che avrebbe ripugnato molti elettori di entrambi i partiti, ma che si sarebbe comunque fatta senza troppi piagnistei. Gli elettori non l’hanno voluta, ma se è per questo non hanno scelto nemmeno quel governo M5S+Lega che molti rappresentanti del Pd ora sembrano invocare così come Sansone invoca la fine per sé e per i Filistei. Gli elettori di sicuro quando hanno votato a fine inverno non hanno espresso nessun desiderio di tornare a votare a fine primavera: ma se Salvini non vuole governare né col M5S né col Pd, e il Pd non vuole governare né con Salvini né col M5S, che altro possiamo fare?

Possiamo restare calmi. A dispetto di tutti i commenti urlati di questi giorni, uno stallo di questo tipo non ha nulla di eccezionale: è abbastanza normale ogni volta che il voto popolare si coagula intorno a tre o più poli di attrazione invece che due (e no, la soluzione più sensata e democratica non è regalare un premio a chi arriva primo anche per uno scarto minimo: non è Formula 1, è democrazia). In Germania, dopo un risultato elettorale un po’ meno complicato del nostro, ci sono voluti sei mesi per trovare un accordo di governo tra i Cristiano-democratici della Merkel e i socialdemocratici che, almeno all’inizio, sembravano non aver lasciato nessuno spiraglio. In Italia una crisi al buio di sei mesi non si è mai vista: persino nei momenti più spensierati della prima repubblica, quando l’Europa non ci stava addosso e il debito pubblico cominciava a essere abbastanza grande da badare a sé stesso, non è mai capitato di tornare alle urne senza aver tentato nemmeno un governicchio di un anno o due. Questo magari non significa niente. Però i precedenti ci lasciano pensare che nelle prossime settimane molte porte che sono state sbattute in modo teatrale si riapriranno, in modo discreto, anche se il cigolio potrà urtare chi dai politici si aspetta prima di tutto coerenza. Molto dipende anche da come andranno i mercati: il famoso spread potrebbe tornare a farsi sentire e a innervosire elettori ed eletti (forse più dell’instabilità politica italiana dovrebbero preoccuparci le bizze protezioniste del presidente USA: qualsiasi governo avremo tra tre mesi, se scoppia una guerra commerciale saremo comunque nei guai).



Se è veramente troppo presto per capire come andrà a finire, possiamo nel frattempo registrare una notevole mutazione in atto: il PD, il partito che fino a qualche giorno fa era considerato il partito della responsabilità, del Principio di Realtà, dopo il pessimo risultato sta cambiando completamente pelle – sembra aver indossato la pelliccia leonesca di Sansone. Non perché Renzi si sia dimesso (peraltro, anche dimesso, continua a dettare la linea), ma perché nel giro di poche ore si è trasformato nel partito della ripicca, della recriminazione, della fantasia di rivalsa. Gli stessi dirigenti che per mesi ci hanno preparato emotivamente a una scelta dolorosa ma responsabile (pensavano che avrebbe vinto Berlusconi, e che si sarebbero messi d’accordo con lui), quando hanno vinto Salvini e Di Maio hanno improvvisamente mandato all’aria la responsabilità, il bene del Paese e tutto quanto. Governino gli altri, e vediamo di cosa saranno capaci. “Aspetto con ansia ius soli, stepchild adoption per le coppie gay e lesbiche e legge contro l’omotransfobia”, annuncia Ivan Scalfarotto, e il suo sarcasmo lascia un po’ perplessi: non solo immigrati e gay non avranno nulla di ciò (è colpa loro se il Pd ha perso?), ma è abbastanza facile immaginare che un governo Salvini revochi quei pochi, soffertissimi passi avanti che erano stati fatti fin qui: quante speranze ha di resistere il Ddl Cirinnà?

Ogni richiamo alla responsabilità – e capisco che possano suonare stucchevoli, spesso da personaggi che nemmeno hanno votato il Pd – viene respinto al mittente con un tono esasperato che imbarazza lo spettatore: sembra di avere davanti un quarantenne in crisi di mezza età che dopo una delusione professionale o sentimentale si tappa in casa dei suoi: vediamo cosa fa il mondo senza di me. Chi si comporta in questo modo di solito è realmente convinto che il mondo non possa fare senza di lui: uno psicanalista prestato alla cronaca politica potrebbe trovare definizioni molto drastiche (dov’è Recalcati quando serve?) Quel che da lontano può sembrare narcisismo potrebbe però rivelarsi una scelta strategica sensata: chi in questi giorni soffia sulle braci del rancore piddino, sbarrando la strada a qualsiasi possibilità di collaborazione col M5S, cosa immagina che succederà? Qual è il suo piano?

L’altro ieri c’è stata una direzione del Pd e Matteo Renzi, segretario dimissionario, non c’è andato. In compenso ha concesso a Cazzullo, sul Corriere, un’intervista che lascia perplessi, in cui conferma le sue dimissioni e… nel frattempo detta la linea, poi ribadita in direzione dal reggente Martina: no a qualsiasi alleanza, staremo all’opposizione. Ma è un altro il punto dell’intervista dove Renzi svela la sua prospettiva: non quando racconta a Cazzullo che nei prossimi anni ha intenzione di fare il senatore (“non ci crede nessuno”, reagisce Cazzullo, e noi con lui), ma quando afferma, un po’ a sorpresa, che nessuno dei due schieramenti vincitori ha intenzione di tornare subito al voto perché “prenderebbero la metà dei parlamentari che hanno adesso”.

Un’affermazione piuttosto azzardata (continua sul Post).

sabato 10 marzo 2018

Perché ci siamo stancati così presto di Matteo Renzi?

Come ha fatto Matteo Renzi a bruciarsi così presto? Appena quattro anni fa portava trionfalmente il Pd oltre la soglia storica del 40% alle europee (con un’affluenza all’epoca del 58%, contro il 73% delle recenti politiche). Berlusconi era un relitto, la Lega stava al 6%, gli stessi Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio sembravano ormai due vecchi guru disorientati che avevano fatto il loro tempo. La vera novità era Renzi. Il Pd ormai era il suo partito, ben presto anche Palazzo Chigi sarebbe stato suo.
Qualcosa deve evidentemente essere andato storto, perché quattro anni dopo, lo stesso Pd è fermo sotto il 20%, e Renzi sembra diventato una macchietta triste, su cui i giornalisti infieriscono impietosi. La spiegazione più accreditata è che stia scontando l’esperienza di governo: il potere logora, nessun centrosinistra europeo viene confermato alle elezioni, eccetera. Questo spiegherebbe una sconfitta, ma forse non una batosta del genere.

the-vision-renzi

Aggiungi che l’azione di governo di Renzi è stata tutt’altro che disastrosa, e malgrado Bruxelles gli lasciasse esigui margini di manovra, è riuscito a redistribuire qualche risorsa. Ha infilato 80 euro nelle buste paga dei dipendenti, altri 500 nel bonus cultura dei 18enni, ha tolto l’Imu sulla prima casa – misure e misurine non sempre raffinate, ma che qualche effetto sull’aumento dei consumi possono averlo avuto. Ha anche abbassato il canone Rai (aumentando il gettito, un piccolo capolavoro che agli evasori storici però non è piaciuto). Ha ottenuto risultati notevoli nella lotta all’evasione fiscale (e nel frattempo chiudeva l’odiata Equitalia); ha investito nell’edilizia scolastica e nel sostegno della natalità. Non è tutto oro quel che luccica, in particolare il Jobs Act e la Buona Scuola sono leggi molto controverse, ma un bilancio provvisorio non potrebbe essere che positivo. Il Pil è aumentato, la criminalità è diminuita.
Tutti questi risultati Renzi avrebbe dovuto difenderli in campagna elettorale, ma non ci è riuscito. La spiegazione ufficiale è la solita, c’è un problema di comunicazione. Renzi & co. fanno un sacco di cose buone, ma non riescono a spiegarle alla gente. Forse era più facile quattro anni fa, quando Renzi era ancora un rottamatore all’assalto di un partito tradizionale, mentre adesso si trattava di giocare in difesa, di rassicurare. Ma i tempi in cui Mitterand vinceva con lo slogan “La forza tranquilla” sono ormai passati, e nel grande mercato delle notizie i messaggi rassicuranti funzionano meno degli allarmi strillati in tv e sui social. Minniti può adoperarsi in tutti i modi per dimezzare gli sbarchi, ma la gente non smette di credere che dall’Africa sia in atto un’invasione, o che la disoccupazione stia aumentando vertiginosamente malgrado l’Istat registri un lieve calo. Vince chi strilla, e Renzi – pur nato strillatore – una volta al governo doveva per forza cambiare registro, ma a quel punto non ha più trovato il suo. Se è così, la sua sconfitta era inevitabile, così com’è inevitabile la sconfitta di chiunque governerà da marzo in poi, leghista o grillino o chissà. Uno può anche pensarla così.



Io la penso diversamente. Su una cosa sono d’accordo con Renzi e i suoi: è vero che c’è stato un serio problema di comunicazione. Ma non perché Renzi non sia capace di comunicare. È che secondo me stavolta non ha proprio comunicato (continua su TheVision).

martedì 6 marzo 2018

Tre partiti in cerca di autore


(Ieri mattina ho trovato in homepage su TheVision un pezzo dal buffo titolo L’ODIO E L’INVIDIA VINCONO SEMPRE SULL’AMORE; ovviamente ho cliccato e ho scoperto che l'avevo mandato io, un paio d'ore prima; era già un po' vecchio e adesso lo è di più).

Com’era ampiamente prevedibile, l’unica cosa che ci è dato sapere dopo queste elezioni è che in Italia non c’è una maggioranza. Non è una novità, anzi: con questa legge elettorale era l’unico risultato possibile. Nel momento in cui scrivo le proiezioni danno il Centrodestra al 37,5% (con la Lega oltre il 17%, record assoluto, tre punti sopra Forza Italia), il M5S quasi al 32% (il che lo porta a essere il primo partito), il Centrosinistra al 23% col Pd quasi al 19%, minimo storico. Dunque malgrado la comprensibile esultanza del M5S, ha vinto il Centrodestra – e all’interno del Centrodestra, la Lega di Matteo Salvini, che in una legislatura ha quadruplicato i suoi voti. Questo è uno dei dati più importanti, forse il più cruciale: Salvini ha ottenuto un successo clamoroso e l’ha ottenuto anche cannibalizzando il suo partner più importante, Silvio Berlusconi. A questo punto, in teoria, il leader di centrodestra è il leghista (c’era un accordo esplicito, tra i partiti della coalizione: il partito più votato avrebbe espresso il candidato premier). Secondo la prassi istituzionale, il presidente Mattarella dovrebbe offrire l’incarico a lui. Ma quante possibilità ha Matteo Salvini, segretario della Lega (ex Nord), di formare un governo?

Forse adesso è più facile capire quel fuori-onda di qualche giorno fa, in cui Salvini affermava di sperare in un Pd al 22%. Salvini in questi anni ha prosperato, vendendo ai telespettatori rabbia e odio. Ha promesso di ruspare i campi rom ; di respingere i barconi; ultimamente ci ha avvertito di voler vietare l’Islam. Tutte queste cose, Salvini non può realizzarle davvero: non solo perché sono in effetti misure disumane e incostituzionali, ma soprattutto perché una volta esaudite queste promesse, Salvini non saprebbe che altro promettere. Probabilmente sperava di poter rimanere il protagonista dell’opposizione (se Berlusconi fosse riuscito ad arrivare al 20% da solo e a trovare un accordo con Renzi); oppure, se il centrodestra fosse arrivato al 50%, avrebbe potuto portare la Lega in un governo, ma in una posizione subalterna, come la Lega di Bossi che chiese per dieci anni a un governo Berlusconi il federalismo fiscale e poi si accontentò di aprire qualche ministero a Mantova. Ma se sale a palazzo Chigi, Salvini deve passare dall’arte di promettere alla scienza del mantenere. E a proposito di promesse: molti suoi elettori si aspettano che ci faccia uscire dall’Euro. L’ha promesso varie volte – sempre meno convinto, va detto – ma è quello che molti suoi sostenitori si augurano. A quel punto però si ritroverebbe in conflitto con lo stesso Berlusconi: una situazione interessante (magari improvvisamente i canali Mediaset smetterebbero di pompare l’emergenza criminalità-migranti, che alla fine ha favorito l’elemento più estremista della coalizione ai danni di chi quei canali li possiede e ci mette i soldi). Potrebbe, certo, proporre un accordo di governo al Movimento Cinque Stelle. In teoria sarebbe la maggioranza più stabile, sia alla Camera che al Senato. Ma solo in teoria.
Nella pratica, il M5S si trova nella situazione speculare a Salvini: anche loro vendono un prodotto, e non è nemmeno un prodotto così diverso; ma non sempre ha senso mettersi d’accordo con la concorrenza. Basta guardare la cartina: non era forse mai successo nella storia della Repubblica che due partiti si dividessero il territorio in modo così netto. La Lega è il partito delle fabbrichette del nord umiliate dalla globalizzazione e dall’Euro; il Movimento è il partito del meridione depresso e disoccupato. La Lega vuole la flat tax, cioè sborsare di meno; il M5S vuole il reddito di cittadinanza, ovvero intascare di più. Possono mettersi d’accordo? Fino a settembre, magari: poi c’è la finanziaria, e ciao. Entrambi vogliono uscire dall’Euro, a parole: nei fatti, l’uno può fornire una comoda scusa all’altro per non realizzare mai nemmeno questa promessa. Basta che Di Maio affermi “mai con Salvini, è un razzista!” e Salvini “mai con Di Maio, è un populista!” ed entrambi possono rimanere padroni dei rispettivi feudi elettorali, senza troppo compromettersi con la realtà. A quel punto però la realtà chi la può gestire? Una coalizione dei disperati, PD + Forza Italia + Fratelli d’Italia + chiunque ci sta? Anche questa sembra una combinazione troppo instabile.
In particolare, ci sono tre partiti che insieme potrebbero costituire una solida maggioranza, e che stanno per perdere la loro identità pre-elettorale: ormai sono anonimi contenitori di parlamentari.
Il primo è Forza Italia, ormai niente più che il marchio privato di un anziano signore che ha ancora un seguito notevole nel Paese, ma residuale. Potrebbe anche essere stata la sua ultima corsa: molti suoi eletti, una volta installati in Parlamento, non potranno che cercare un migliore offerente. In questi casi si privilegia sempre la stabilità, una cosa che Salvini coi suoi contenuti esplosivi non può offrire. Bisogna guardare altrove (continua su TheVision)

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