martedì 17 gennaio 2017

Brad Pitt, spia imperfetta (per fortuna)

Allied - Un'ombra nascosta (Robert Zemeckis, 2016)

A un certo punto - non rivelo nessun punto saliente della trama - Brad Pitt e Marion Cotillard stanno scappando in automobile. Brad si ferma un attimo davanti a un negozio perché deve sistemare una questione. Marion lo aspetta a bordo, con la bambina in braccio. Lui ha promesso di far presto, invece ci sta mettendo un po', e quindi lei non sa che fare. Non può entrare con la bambina, non può restare ferma lì. Dentro il negozio in effetti stanno succedendo delle cose, ma niente che non accada tipicamente nei film: rivelazioni, sparatorie. Soltanto un pretesto. Quello che veramente importa è nell'auto: l'attesa, l'angoscia, la bambina che è insieme un ostacolo e il senso di tutto quello che sta succedendo.

A un certo punto pensavamo di aver perduto Robert Zemeckis. Il regista di Ritorno al futuro 2, di Roger Rabbit, della Morte ti fa bella, aveva deciso di concentrarsi sull'animazione, e in particolare di quella branca dell'animazione in digitale che fin qui ha dato a investitori e spettatori meno soddisfazioni: la performance capture. Polar Express e A Christmas Carol erano due esperimenti freddissimi, come certe feste organizzate più per dimostrare le proprie capacità che per mettere a proprio agio gli invitati. La performance capture non è né animazione disegnata né realtà filmata: è una sfida della tecnologia digitale a entrambe. Un giorno vincerà, e gli attori saranno sostituiti da manichini digitali assolutamente identici ai modelli. La carriera delle star degli ultimi trent'anni (una generazione già longeva di suo) si prolungherà di qualche secolo: che bisogno c'è di cambiare le facce quando il pubblico è già affezionato a quelle vecchie? Qualche attore ringiovanito digitalmente lo abbiamo già visto. La scelta della Walt Disney, che dopo la morte di Carrie Fisher ha deciso di non utilizzare più la sua versione digitale, non ci incanta: ci aspettano altri cent'anni di Tom Cruise, di Di Caprio, di Matt Damon. Persino di Brad Pitt.

Non tanto l'uso del green screen, quanto il voler farcelo notare.
A un certo punto ci siamo accorti che Brad Pitt tutto sommato era bravo. Non tanto a recitare quanto a resistere. Non è solo una questione di tenuta fisica - in realtà se l'allestimento di Zemeckis ha un limite, è proprio in quel volto tirato che sembra un po' più finto di quello che dovrebbe essere: un trentenne interpretato da un 50enne - splendido quanto si vuole, ma non è il volto che s'incastrerebbe alla perfezione in quei costumi d'epoca. Non gli giova il confronto con la Cotillard, lei sì perfetta in qualsiasi abito, in ogni fotogramma - una spia ideale, mentre Brad se vuole non farsi scoprire deve paracadutarsi all'ultimo momento e fingere di non sapere le lingue. Come in Basterds, esatto - del resto è sulla consapevolezza dei propri limiti che Pitt ha costruito il suo impero, o almeno ha saputo conservarlo dagli assalti di attori a volte più giovani, e sempre più talentuosi. Alcuni coetanei che sembravano tanto più dotati stanno cedendo terreno, lui tiene botta (continua su +eventi!)

venerdì 13 gennaio 2017

Mr Dylan va a Washington

Live at the Carnegie Hall 1963 (2005)

(L'album precedente: Bob Dylan In Concert – Brandeis University 1963).

Qualcuno qui magari si ricorda di Placanica. Quel ragazzo che sparò a Giuliani a Genova - in realtà dagli atti del processo risulta che sparò in aria ma la pallottola incontrò un sasso, e vabbe'. Qualcuno rammenta che aria tirava nei mesi successivi? Ecco, immaginate che a un'enorme manifestazione, convocata in quei mesi per chiedere verità e giustizia sui fatti di Genova, un giovane cantautore prendesse la chitarra in mano e davanti a tutti cantasse: lasciate stare Placanica, non è mica colpa sua. È solo una pedina nel loro gioco. No, non mi pare che sia successo. Ci sarebbe voluta una certa incoscienza, una certa faccia tosta, una certa miscela di entrambe che è merce rarissima.

Una pallottola da un cespuglio si prese il sangue di Medgar Evers...

Tra il festival alla Brandeis University e il concerto alla Carnegie Hall ci sono appena cinque mesi, ma i tempi stanno decisamente cambiando, non solo per Dylan. Il ragazzo ha iniziato a vendere dischi - non tanto i suoi, all'inizio: è la versione di Blowin' in the Wind di Peter, Paul and Mary a essere entrata in top ten. Ma è Joan Baez soprattutto che lo ha preso sotto la sua ala. Con già tre dischi d'oro all'attivo, la Baez non è soltanto una cantante folk: lei è popolare davvero. Il suo pubblico è molto più esteso di quello del folk festival di Newport (dove comunque chiama sul palco Dylan in luglio); più trasversale della piccola comunità di studenti e hipster metropolitani che cercano nel folk una connessione sentimentale con l'America vera (il Paese reale, lo chiameremmo oggi). Lo si vede chiaramente appena un mese dopo.

Il 28 agosto centinaia di migliaia di manifestanti marciano su Washington per chiedere pace, lavoro e diritti civili. Se guardate le foto, è uno di quei casi in cui in Italia si parla di un milione, un milione e mezzo (centomila per la questura). L'80% erano afroamericani e probabilmente non avevano mai assistito a concerti folk. Ma Joan Baez aveva le carte in regola per prendere il microfono - qualche ora prima che il reverendo Martin Luther King annunciasse "I had a dream" - e intonare Freedom, intonare We Shall Overcome. La Baez però si era portata anche Dylan. Che occasione storica per cantare Blowing in the Wind davanti a centinaia di migliaia di persone, no? Pensate che Dylan la coglierà?

E poi vi stupite che non vada a Stoccolma. A un pubblico così diverso dal solito, il giovane cantautore bianco non propone il suo primo (e fin qui unico) successo, l'unico brano che avrebbero potuto sentire in radio; l'unico di cui qualcuno avrebbe potuto canticchiare un ritornello - è vero che da qualche parte del corteo lo avevano già intonato Peter Paul e Mary, ma nessuno se la sarebbe presa per un bis. A un pubblico tanto affamato di cori da chiesa e/o da stadio, Dylan propone un pezzo che ha appena scritto e non ancora registrato, una canzone che conosce solo lui, ispirata un po' alla Bibbia un po' alla Jenny dei Pirati di Bertolt Brecht, When the Ship Comes In. Nel filmato si vede la Baez arrivare in un secondo momento, un po' a sorpresa, quasi come se avesse capito solo in quel momento che c'era bisogno di dare una mano - ma neanche lei sa le parole, e allora che fa? Canta la melodia. Con l'acustica approssimativa che doveva esserci, con quel benedetto ragazzo che si ostina a masticare parole nuove davanti al microfono, l'unico modo di salvare l'esibizione è far sentire la melodia. Lei se ne rende conto subito, e interviene. Una professionista, lei.

(Non tutti quelli che amano Dylan sono obbligati ad amare la Baez. Ma di solito più conosci lui, più scopri di stimare lei).

Gli sceriffi, i soldati, i governatori sono pagati, e i federali e i poliziotti; ma il povero bianco è nelle loro mani come uno strumento. Nelle scuole gli insegnano dall'inizio che le regole e le leggi sono dalla sua parte, per proteggere la sua pelle bianca e conservare il suo odio perché non veda mai le cose come stanno, e il ruolo che gli è capitato; ma non va incolpato. È solo una pedina nel loro gioco...

"Ma cosa sta dicendo?"
Come autosabotaggio When the Ship non era sufficiente. Quando lo richiamano sul palco centrale, Dylan aggiunge un altro inedito, Only a Pawn in Their Game, che oltre a essere una delle melodie più brutte mai trovate da Dylan in 50 anni di altalenante carriera, è anche il brano che cerca di contestualizzare, se non di minimizzare, le responsabilità individuali di Byron De La Beckwith, l'assassino dell'attivista per i diritti umani Medgar Evers appena due mesi prima. Andrà ancora in giro per molti anni a vantarsi di aver mirato al negro che tornava a casa da una riunione; due giurie di soli bianchi lo proclameranno innocente. Ma è solo una pedina nel loro gioco, dice Dylan. Ha ancora i capelli molto corti, l'inquadratura stringe sul suo bel viso imberbe, la chitarra non si vede e quasi non si sente, non è mai stato così poco cantante e così predicatore. Qualche manifestante sembra sbigottito, ma forse sta solo cercando di capire le parole: l'acustica era pessima. Oggi la definiremmo una provocazione, ma non tanti si accorsero di quello che Dylan stava facendo - lui stesso non era così consapevole: non ancora abituato a essere interpretato e sviscerato per ogni parola e ogni silenzio. E davvero, quel giorno tutti avevano ben altro a cui pensare. Chi c'è stato, ricorda che sulle corriere lo stato d'animo prevalente era l'ansia. Non andavano a una festa, sapevano di potersi prendere gas o pallottole. La marcia su Washington è solo l'inizio: poi ci saranno altre battaglie, e Joan Baez ci sarà quasi sempre. Dylan invece è già a disagio - o è un'impressione?

Due mesi l'artista emergente fa una data al Carnegie Hall. La registrazione è così buona che alla Columbia pensano di farne un disco; hanno già mandato in stampa la copertina quando cambiano idea, non si è mai capito il perché. Live at Carnegie Hall 1963è il disco che ha rischiato di essere il primo live ufficiale di Dylan, dieci anni prima di Before the Flood. I brani hanno circolato per trent'anni su bootleg abusivi prima di entrare, un po' alla spicciolata, nel catalogo ufficiale: una nuova versione di Talkin' John Birch Paranoid Blues e un inedito, Who Killed Davey Moore?, escono nel primo volume della Bootleg Series nel 1991; una Hard Rain e When the Ship Comes In usciranno nel settimo volume, la colonna sonora del documentario No Direction Home di Scorsese. Allo stesso volume viene allegato un minialbum con sei canzoni, che è quello a cui stiamo facendo riferimento adesso, perché Dylan senz'altro ci interessa ma non siamo fanatici. Se fossimo fanatici, potremmo recuperare tutte le canzoni del concerto dall'edizione limitatissima in sette 33giri di tutti le incisioni di Dylan del 63, che la Columbia ha stampato per evitare che dopo 50 anni scadano i diritti (ne esistono soltanto cento copie in vinile).

Restiamo sui brani del miniLP, che ci sarebbe già tanto da dire. Il concerto comincia con quella che dovrebbe essere la prima versione mai incisa di The Times They Are A-Changin', un brano che attualmente su Spotify risulta ascoltato 48 milioni di volte - il doppio di Blowing in the Wind. Tra le canzoni di Dylan, solo Like a Rolling Stone la sorpassa. Io quando l'ho risentita in tutto il suo nudo splendore, sui titoli di apertura di Watchmen, non la ascoltavo probabilmente da 15 anni. È chiaro che quando chiede ai genitori di dont't criticize what you can't understand non mi fa più l'effetto che mi faceva alle scuole medie. È chiaro che se dovessi ridurre tutto Dylan a un verso solo probabilmente sceglierei proprio "don't criticize what you can't understand", che è poi quello che ha ripetuto ai critici per mezzo secolo, invano. (In effetti, cosa stiamo facendo in questo esatto momento?) Ma se ora l'ascolto nella sua prima versione live è perché sto cercando di toglierla dal suo involucro di canzone-famosissima-di-BD e cercare di calarla in un contesto storico, sociale - in realtà qualsiasi contesto andrebbe bene, pur di riuscire ad ascoltarla con orecchie nuove. Per me è sempre stata un buffo ossimoro, una canzone vecchia che parlava di rivoluzione, di cose nuovissime che sarebbero arrivate. Lasciamo perdere.

Restiamo all'ottobre '63; quell'estate Dylan ha visto i manifestanti sul mall di Washington, ha ascoltato il reverendo King; gli hanno chiesto di cantare una canzone ma forse lui non aveva quella giusta da cantare. Pochi giorni dopo il suo amico bluesman e scrittore Tony Glover lo va a trovare nel suo appartamento sulla Quarta Strada. Sul tavolo di lavoro i soliti scartafacci. Glover intravede un paio di versi che già nel '63 sembrano i meno dylaniani in assoluto: "come senators, congressmen, please heed the call". Venite senatori e deputati, per favore, ascoltate l'appello. A quel punto Tony racconta di aver detto: "ehi, ma che roba è?" (What is this shit, man?), per sentirsi rispondere; beh, sai, sembra che sia la roba che alla gente piace ascoltare. Seguirà un mezzo secolo di ritrattazioni, in cui Dylan negherà di aver mai cercato coscientemente di cambiare il mondo con le canzoni, o di aver mai ambito a un ruolo da portavoce di un movimento o di una generazione. Forse l'unico modo di riascoltare The Times con orecchie vergini è tentare un po' di sano revisionismo: c'è stato un momento in cui ci ha davvero provato, in cui si è messo a tavolino e ha tentato di costruire la canzone adatta per la prossima Grande Marcia. La sua We Shall Overcome. E c'è riuscito?

Oso rispondere di no (continua sul Post).

mercoledì 11 gennaio 2017

Diventare mostri a Teheran

Il cliente (Forushande - The Salesman, Asghar Farhadi, 2016)


Rana una sera era stanca. Il trasloco, le prove a teatro fino a tardi. Era appena arrivata nel nuovo appartamento, aveva ancora il trucco addosso e voleva fare una doccia. Il citofono ha suonato e lei ha aperto. Ma non era suo marito. Sono incidenti che purtroppo capitano dappertutto: perché non a Teheran?

A Cannes l'anno scorso c'è stato il festival del degrado urbano cinematografico. In una botta sola Mungiu (Bacalaureat), Ken Loach (Daniel Blake), i fratelli Dardenne e l'ultimo ottimo film di Asghar Farhadi - premiato per la migliore sceneggiatura. Nel complesso, un tripudio di marciapiedi crepati, piastrelle sbeccate, ruggine e polvere, sulla Croisette vanno pazzi per queste cose e un po' li capisco, tutti quegli yacht ancorati proprio dietro il Palazzo del Cinema dopo un po' ti devono venire a noia.

Forushande condivide con Bacalaureat non solo la premessa iniziale - un caso di molestia sessuale, un capofamiglia che cerca di farsi giustizia da solo - ma anche questo torvo accanimento nell'esibire la bruttezza delle periferie. Se Mungiu si dedicava a sbriciolare ogni residuo esotico della Transilvania, portandoci a spasso per i sobborghi sconsolati di Cluj-Napoca, Farhadi ha un gusto per lo squallore, il cemento, la paccottiglia ammassata in un angolo che degrada in rifiuto, che lo innalzano sopra ogni confine culturale. Non importa se là fuori c'è un muezzin che invita alla preghiera, le targhe sono in alfabeto arabo; basta accendere la luce nella cucina di una casa sfitta, ingiallita dall'uso, ed è come se il film parlasse di noi.

Sta davvero parlando di noi... (continua su +eventi!)

giovedì 5 gennaio 2017

Dylan è un rapper?

Bob Dylan In Concert – Brandeis University 1963 (2010).

(L'album precedente: The Freewheelin' Bob Dylan).

Questa qua è a proposito del Picnic sul Monte Orso, che non c'è mai stato... era previsto che ci fosse, ma non è andata così. È stato due anni fa a New York City, quando organizzarono un picnic sul Monte Orso per la gente che era stata in casa lungo tutto l'inverno... vendevano biglietti per il picnic, ma un gruppo di persone si mise d'accordo e cominciò a stampare biglietti falsi per il picnic, e li vendevano anche loro. Così sulla nave alla fine c'era il doppio di persone di quelle che avrebbero potuto starci, sulla stessa nave, cioè... la nave era per tremila persone e ci salirono seimila persone. 
E il picnic non ci fu, perché la nave colò a picco (risate).

The Freewheelin' Bob Dylan esce ufficialmente il 27 maggio del 1963. Due settimane prima Dylan ha partecipato a un festival folk in Massachussetts, presso la Brandeis University. Se nella scena hip del Village era già un personaggio di un certo rilievo, a dieci miglia da Boston è ancora un signor nessuno: non è così scontato che qualcuno si dia la pena di registrarne la performance. Il nastro di Brandeis University (l'originale?) fu ritrovato nell'archivio di Ralph Gleason, critico musicale e cofondatore del Rolling Stone, dopo la sua morte. Siccome non erano ancora passati 50 anni, la Columbia aveva ancora il diritto esclusivo di ripubblicarlo, cosa che fece nel 2010.

Per i dylaniti di stretta osservanza si tratta di un documento importante: c'è la prima registrazione pubblica di The Ballad of Hollis Brown, un blues degli Appalachi secco e gelido, la storia di un contadino affamato del Sud Dakota che col suo ultimo dollaro compra sette cartucce per far fuori moglie, figli e sé stesso. Ispirato da un fatto di cronaca, scartato dalla scaletta dell'album del '63, Hollis Brown diventerà uno dei nuclei emotivi dell'album successivo, The Times They Are A-Changin', il disco più serio, più politico del primo Dylan. L'unico pezzo di The Freewheelin' che suggeriva un'evoluzione del genere era Masters of War, che in questo nastro segue immediatamente Hollis Brown.

L'unica foto che abbiamo. Respect.
In seguito Dylan affermerà e ribadirà ovunque di non aver mai voluto fare politica con le canzoni, ma in questa registrazione c'è almeno un quarto d'ora in cui ascoltiamo un folksinger indignato sobillare gli studenti universitari con slogan pacifisti e bozzetti di denuncia sociale. Se anche a quest'altezza l'immagine di un Dylan barricadero non prevale, è perché un altro quarto d'ora lo passa a intrattenere gli stessi studenti con le sue buffonate preferite - i talking blues. Ne esegue addirittura tre, in poco più di mezz'ora, e malgrado da un punto di vista melodico e ritmico siano in sostanza la stessa canzone ripetuta tre volte, il pubblico mostra di gradire. Ridono. I talking blues sono divertenti. Vale la pena di guardarli un po' più da vicino: In Brandeis dopotutto è il più parlato degli album di Dylan.

Tanto per cominciare, non sono blues. Né da un punto di vista musicale (la progressione degli accordi è diversa) né storico: non nascono in seno alla comunità afroamericana, ma sono la bizzarra invenzione di un mandolinista del South Carolina, Christopher Allen Bouchillon, che aveva un sacco di cose da cantare ma - dicono le cronache - era orribilmente stonato, sicché il produttore che lo snidò a metà anni Venti gli suggerì di limitarsi a declamare i suoi testi mentre strimpellava. Erano comunque versi concepiti per essere cantati, con un pattern abbastanza regolare: quattro tetrametri giambici, accoppiati con rime baciate. C'è già la possibilità di raddoppiare le sillabe accelerando il flow, come faranno i rapper decenni dopo. Un primo effetto comico nasce proprio nel contrasto tra la musica - che sembra assolutamente cantabile - e l'ostinazione della voce solista a ignorare la melodia. Un secondo effetto nasce dall'aggiunta alle strofe di un commento finale senza più vincoli metrici.

Il primo Talking blues Bouchillon lo registrò nel 1927, con un discreto successo. Se volete considerarlo l'inventore del rap, perché no: nella mia lunga vita ho visto consegnare il titolo ad artisti bianchi meno antichi e meritori, da Steve Tyler a Debbie Harry a Joe Strummer a.. a... Celentano. Non c'è dubbio che Bouchillon abbia iniziato a declamare su una nota sola molto prima di loro. Il fatto che la sua tecnica nasca dalla necessità di superare un handicap lo accosta senz'altro a molti rapper di oggi che danno l'impressione di non riuscire a passare dal do al sol senza autotune. Ma Bouchillon non è senz'altro il primo ad aver parlato su un accompagnamento musicale. Altri bluesmen stavano già inserendo recitativi tra i ritornelli cantati, il che si avvicina già più all'idea del rap moderno (Dylan ruberà qualcosa anche da loro, vedi le varie versioni di I Shall Be Free). Malgrado il nome, invece, il talking blues di Bouchillon avrà più successo presso le comunità folk e country. Woody Guthrie si impossesserà della formula aggiungendo soltanto quella sua verve particolare che aveva conquistato il giovane Dylan sin dal primo ascolto ("Era poetico e duro e ritmico. Aveva una tale intensità e la sua voce era come un pugnale [...] Buttava dentro il suono dell'ultima lettera di una parola ogni volta che ne aveva voglia e l'effetto era quello di un pugno"). Dopo Dylan, e grazie a lui, si cimenteranno col talking blues Jonny Cash, Phil Ochs, e in Italia, con devozione quasi filologica, Francesco Guccini.

Il talking blues è il primo tipo di canzone folk che Dylan ha provato a scrivere. Come sappiamo uno dei due brani originali del suo disco di esordio era già un talking affinato e tagliente, Talkin' New York, in confronto al quale A Song to Woody sembra molto più ingenua. Dylan sembra un po' più maturo, più esperto delle cose della vita, quando si esprime coi talking blues: dopo averne scritti un paio può pure raccontare in giro di aver viaggiato in treno merci per il Delta in compagnia di questo o quel bluesemen e aspettarsi che qualcuno gli creda. Ancor prima di Talkin' New York, Dylan dovrebbe aver scritto uno dei pezzi eseguiti alla Brandeis, Talkin' Bear Mountain Picnic Massacre Blues. Noel Stookey (il Paul del trio Paul, Peter and Mary) racconta di aver incontrato Dylan al Gaslight, e di avergli allungato una copia dell'Herald Tribune con un articolo sul tragicomico naufragio di un battello nel fiume Hudson. Il giorno dopo Dylan gli avrebbe fatto sentire la prima versione del suo Talkin'. Curiosamente Stookey rammenta con precisione la data: 19 giugno del 1961. Quando Dylan lo usa per chiudere il suo set alla Brandeis, il brano ha ormai due anni e Dylan lo indossa come un pantalone sformato: ormai ha imparato come allungare il recitativo a fine strofa a suo piacimento. In generale alla Brandeis Dylan dà l'impressione di appoggiarsi sui talking come se li considerasse i brani più sicuri del suo repertorio: anche chi non conosce la nuova promessa del folk newyorchese ascoltando Talkin' Bear Mountain almeno si fa una risata. Di Talkin' World War III abbiamo già parlato: si tratta di uno dei brani più interessanti e personali di The Freewheelin'. 

Beh mi sentivo davvero giù
Non sapevo proprio che fare più.
I comunisti son pronti alla guerra
Arrivan dal cielo, arrivan da terra
(Non mi daranno pace...)

Un discorso a parte lo merita Talkin' John Birch Paranoid Blues, che fu levato dalla scaletta di The Freewheelin' all'ultimo momento (esistono rarissime copie del 33 giri che lo contengono). Non solo: era il brano che Dylan intendeva cantare in tv, all'Ed Sullivan Show, il 12 maggio. È un brano divertente che si prendeva gioco dei membri di un'associazione anticomunista radicata in particolare nel Midwest. La JBS esiste ancora, tra i suoi fondatori ci sono quei fratelli Koch che hanno dato una grande mano anche al movimento del Tea Party. Al tempo accusavano Martin Luther King di essere un pupazzo nelle mani dei sovietici, e Kennedy un traditore della Repubblica. E tuttavia nella primavera del '63 i tempi sembrava che stessero cambiando. Che i giorni della caccia alle streghe di McCarthy fossero alle spalle lo si capisce anche solo dal fatto che lo stesso Ed Sullivan fosse ben contento di presentare il brano: fu il primo a protestare quando gli avvocati della CBS si opposero alla messa in onda. Ma come - chiese il presentatore - possiamo fare sketch sul presidente Kennedy e non su un'associazione di qualche decina di migliaia di membri?

A quel punto, piuttosto di cambiare canzone, Dylan rifiutò di partecipare al programma (continua sul Post)

mercoledì 4 gennaio 2017

Nello spazio nessuno può sentirvi pomiciare

Passengers (Morten Tyldum, 2016)

Ti svegli un mattino su un'astronave generazionale e scopri che c'è stato un errore: tutto il resto dell'equipaggio dorme e non si sveglierà che tra 90 anni. Re-ibernarsi è impossibile, suicidarsi la prospettiva più logica. Mentre ci rifletti, inciampi nella cella criogenica di Jennifer Lawrence, che sulla Terra faceva la giornalista ed era (ovviamente) molto spigliata e simpatica. La svegli? non ci pensi neppure.

Ma il giorno dopo ti svegli e sei di nuovo lì, tutto solo, davanti a Jennifer Lawrence congelata. Basterebbe ficcare un cacciavite nel circuito giusto, e potresti avere Jennifer Lawrence per tutta la vita, senza doverla dividere con nessuno, su un'isola deserta con tutti i comfort (per esempio sull'astronave c'è il karaoke e i ristoranti etnici e una piscina affacciata sullo spazio, altri comfort agli sceneggiatori non sono venuti in mente). Ma sarebbe un crimine, no? Una specie di omicidio, anzi forse peggio. Quindi non ci pensi più.

Ma il giorno dopo sei di nuovo lì, tutto solo, davanti a Jennifer Lawrence - non c'è rimedio a questa cosa. Del resto, se la svegli poi dovresti mentirle per tutta la vita. E convivere con questo orribile segreto (ma anche con Jennifer Lawrence). Che follia. Meglio pensare ad altro.

Ma il giorno dopo? E il giorno seguente?

Là dove l'uomo non è mai arrivato e forse neanche quelle famose foto che tenevo sul telefono.
A un certo punto Hollywood si è resa conto che la fantascienza sul grande schermo sarebbe sopravvissuta meglio di altri generi. Il passo successivo era cercare di allargare il bacino di utenza, che nel caso della fantascienza era perlopiù un sottoinsieme del genere maschile. Che vizzo stereotipo, vero? Però era così. Dunque  il problema era: come convinciamo le donne a sciropparsi film di astronavi?

Una delle strategie possibili era quella di mettere al centro dei personaggi femminili aspirazionali, magari un po' ribelli e atletici, ma femminili: ci facevi bella figura anche dal punto di vista politico. La letteratura giovanile negli USA aveva già inaugurato il trend. E così Jennifer Lawrence divenne l'arciere rivoluzionario di The Hunger Games. Nel giro di pochi anni ragazze eroiche hanno preso il controllo più o meno di tutte le saghe in circolazione - nonché dei lungometraggi Disney e Pixar, e di Star Wars. E finalmente quest'anno avremo Wonder Woman in un film tutto suo. Bene. Cioè. Siamo proprio sicuri che le donne vogliano vedere Wonder Woman al cinema? Cioè il motivo per cui a tante donne fin qui non interessavano le astronavi è che non c'erano donne ufficiali in plancia di comando? Siamo sicuri che queste eroine cazzutissime che abbattono avversari più grossi e armati di loro non siano un fantasma più maschile che femminile? Abbiamo davvero femminilizzato la fantascienza, o non abbiamo semplicemente costretto anche le donne a fare quelle cose odiosamente maschili come le guerre, le conquiste (e a indossare quei ridicoli pigiami da supereroi)?

Ora ti salto addosso in sala mensa,
così anche col femminismo siamo coperti
Un'altra strategia è quella di Passengers: se le donne devono proprio entrare in un'astronave, se è il Mercato che lo richiede, non si può almeno dar loro quello che vogliono? Perché a molte donne piacciono le storie coi sentimenti. Che stereotipo vizzo, già. Però è così (continua su +eventi!)

lunedì 2 gennaio 2017

I 25 film del 2016

Anche questa lista (come l'altra in discesa) in realtà riguarda i film che ho visto nel 2016, diversi dei quali in realtà usciti nel '15 o anche prima. Parlar bene dei film è più difficile che parlarne male, e in particolare trovare i dieci che mi sono piaciuti di più è stata un'impresa. Domani farei una lista completamente diversa. In generale è stato un buon anno per i film bruttini, un brutto anno per i buoni film, un grande anno per il cinema italiano che però ho frequentato pochissimo, forse il segreto è quello. 

25) La notte del giudizio - Election Year.
Magari il terzo capitolo della Purga è uno di quei film di genere che crescono con gli anni (oppure magari no). Magari in futuro ci piacerà tornare a quello scorcio di 2016 in cui pensavamo ancora che il candidato repubblicano sarebbe stato un pretino alla Rubio o alla Rand Paul, e che la Clinton sarebbe diventata una specie di regina del ghetto facendo incetta di voti latinos e afroamericani (oppure magari no). Come quando oggi guardi Rambo III che flirta coi mujaheddin del valoroso popolo afghano. Magari ci vergogneremo pensando che dopotutto quello che non osavamo chiedere al cinema era una scena in cui i vertici repubblicani fanno un'orgia in una chiesa protestante, finché il Resto del Mondo irrompe coi kalashnikov e li secca tutti quanti, il che dopotutto ci abbassa al loro livello, no? Oppure magari no.

24) Captain America: Civil War
I film di supereroi pieni di supereroi che se le danno con altri supereroi. Tutti li vogliono fare, solo la Marvel (la Disney) riesce a farli funzionare. È una questione di tanti piccoli dettagli, di fluidità, di pazienza (dietro c'è un universo costruito in dieci anni, alla Warner vorrebbero metterci sei mesi), di rispetto per gli spettatori e amore per le proprie storie, anche le più assurde.

23) Ave, Cesare!
Se devo dire la verità, non lo so perché i film dei Coen mi piacciono sempre tanto. Anche quelli fatti un po' per scherzo, un po' per sbaglio, un po' perché la Johansson ha una settimana libera e Clooney e Tatum ancora voglia di scherzare sulla loro virilità. Anche quando la trama è un filo esilissimo che serve a mettere assieme le quattro o cinque sequenze che i Coen avevano voglia di girare - un balletto acquatico, un balletto di marinai gay, un sottomarino sovietico che emerge al largo della spiaggia della California. Anche così, a tempo perso, i Coen stanno in cattedra, non c'è chi non dovrebbe prendere appunti.

22) Il caso Spotlight
Più nostalgia del giornalismo vecchio stile che orrore per la pedofilia del clero. Spotlight è un film un po' grigio, un po' noioso, che difende l'idea che le cose andavano meglio quando erano un po' più grigie, un po' noiose. È coerente, è onesto, è un po' una palla al piede.

21) Perfetti sconosciuti
Quest'anno ho visto pochi film italiani, ed erano tutti buoni. Perfetti sconosciuti all'apparenza è il più convenzionale - ritratto di una compagnia d'amici in un tinello. Eppure è un film molto diverso dai suoi antecedenti anche più vicini, meno localista e più universale, sorretto da un'idea forte (anche se abbastanza inverosimile, ma proprio in questo sta la novità: finalmente un film italiano che funziona come un what if).

20) Perfect Day
Benicio Del Toro sembra sempre sul punto di mettersi a ridere. Perfect Day racconta la pagina più oscura degli ultimi vent'anni d'Europa, senza riuscire a prendersi sul serio. (Voleva essere un complimento). Chi faceva il volontario in quegli anni forse può capire - era tutto buffo e serio a un tempo. 


19) Oceania
Ormai anche le principesse ribelli sono un tropo Disney a tutti gli effetti. Moana non sarà la più memorabile, ma non c'è un fotogramma in cui non sia adorabile e tutto funziona che è un piacere.

18) Quo vado?
Essere italiani nel 2016; vergognarsene un po', scherzarci un po' sopra, provare ad andare avanti. Checco Zalone è un furbastro paraculo? Sì. Racconta il nostro mondo? Sì. Fa ridere? Molto. Si può chiedere altro a un comico popolare? 

17) The Nice Guys
Shane Black a volte mi preoccupa. The Nice Guys è talmente gonfio di autocitazioni che forse l'unico modo di goderselo è non conoscere gli altri film di Shane Black. Una specie di testamento, ecco, mi sembra un po' presto per i testamenti. C'è ancora tempo per inventarsi qualcosa di nuovo, o no? Mi ha deluso ma spero in un sequel.

16) Alla ricerca di Dory
Posto che un film malriuscito della Pixar è quasi sempre meglio di quel che fa la concorrenza, Dory non è nemmeno così malriuscito - forse ha un finale un po' troppo fracassone, ma glielo si perdona volentieri. Voglio dire, è un film per bambini sul deficit di memoria a breve termine!

sabato 31 dicembre 2016

Il Bob a ruota libera

The Freewheelin' Bob Dylan (1963).

(L'album precedente: Live at the Gaslight 1962).

Nel 1963 Tom Wilson era un promettente produttore trentenne. Non aveva ancora avuto l'idea di fornire a The Sound of Silence un accompagnamento elettrico, il gesto che di fatto rimise assieme i misconosciuti Paul Simon e Art Garfunkel e li proiettò verso la fama mondiale; non aveva ancora scoperto Zappa, né prodotto i Velvet Underground. Ma aveva già lavorato coi giganti del free jazz, Sun Ra e Coltrane. Quando alla Columbia gli chiedono di aiutare un nuovo folksinger a completare il suo album, non sembra molto convinto: "pensavo che il folk fosse roba da scemi (dumb guys). Lui suonava come quegli scemi, ma quando quelle parole saltarono fuori, restai sbalordito". Si tratta ovviamente del nostro Bob Dylan, che in quei mesi è già diventato uno degli artisti più cool in città. Anche se il suo primo disco ha venduto soltanto 5000 copie; anche se continua a suonare in seminterrati come il Gaslight (però Furio Colombo quando passa nota una fila di ragazzine che cerca di entrare). Anche se le nuove canzoni per ora è più facile leggerle che ascoltarle: gli spartiti di Blowin' In The Wing Oxford Town escono su rivista prima ancora che le canzoni siano incise.

(Persino io ho vissuto qualche anno in cui non sapevo chi fosse Dylan, ma già conoscevo una canzone che faceva Risposta non c'è, o forse chi lo sa, la luna nel vento sarà. La cantavano gli scout più grandi con le chitarre, rintanati sul fondo delle corriere; leggevano testo e accordi su fotocopie di ciclostili che circolavano liberamente, senza più indicazioni di autori e coi titoli sbagliati. Che in fondo era esattamente quel tipo di fama a cui aspirava Dylan prima del '63: spargere le sue note anonime nel mondo, come Woody Guthrie e tutti gli altri bardi più o meno sconosciuti di cui si sognava erede).

Il 1963 cambia tutto, o almeno in seguito ci siamo convinti di questo. In primavera escono due album che in teoria fanno tabula rasa dell'immaginario giovanile e della storia della musica: uno è proprio The Freewheelin' Bob Dylan, il primo capolavoro di Dylan; l'altro è il 33giri di questo nuovo gruppo inglese, i Beatles. Anche loro all'apparenza non fanno nulla di nuovo e neanche di troppo intelligente. Anche i loro brani possono essere smontati pezzo per pezzo, e rivelare gli antecedenti, anche meno clamorosi: c'è ancora molto rock'n'roll (un genere che da qualche anno era passato di moda), qualche ballata, qualche incursione spericolata nel rhythm and blues... nulla di eccezionale. Anche loro un po' scemi, un po' poser, con un'agguerrita fanbase di ragazzine. Quello che fa la differenza, nota Bob (o almeno così racconta 40 anni dopo), è un imponderabile elemento di simpatia. Istintivamente, Lennon e McCartney azzeccano la tonalità della nuova generazione: pur muovendo da radici più complesse, più contorte, Dylan fa la stessa cosa. Più delle parole conta il personaggio che stai costruendo, o meglio: il personaggio che riesci a costruirti, con quelle parole.

Sono mesi intensi. Dylan è diventato maggiorenne (al tempo succedeva a 21 anni) il che ha fornito al suo nuovo manager una scusa per rinegoziare il contratto con la Columbia; è stato addirittura in Europa in una balorda tournée - un regista inglese dopo averlo visto e ascoltato aveva deciso di scritturarlo per un dramma televisivo alla BBC; lui per l'occasione aveva dimostrato quell'inettitudine alla recitazione che tante frustrazioni arrecherà a lui e ai suoi fan più affezionati. Ma insomma, in città i giornalisti cominciano a parlarne bene. Pete Seeger e Dave Van Ronk, l'aristocrazia folk, lo invitano sui palchi, ai festival, sul divano quando c'è bisogno. Il nuovo disco sta crescendo, non è che il ragazzo si trovi sempre a suo agio in sala di registrazione: diversi esperimenti andranno buttati via - però quel che resta sembra proprio roba buona. Più originale del solito. Quasi ogni pezzo ha una sua storia, un suo pedigree, un paio di ballate hanno progressioni armoniche che puoi far risalire al Settecento. Ma basta attraversare la strada, anzi, un corridoio alla Columbia, e c'è già chi la pensa in un modo completamente diverso: il folk? Roba da scemi.

Sono quelle percezioni che ad alcuni dylaniti sfuggono. Oggi dissezionare le radici è fin troppo facile. Woody Guthrie, il blues del Delta, il folklore inglese, sono a portata di clic. È facile rendersi conto che il cantautore ventenne era una spugna imbevuta di antichità europee e americane; le fonti dirette e indirette sono lì apposta per autorizzare qualsiasi deriva erudita: lo stesso Dylan ci tiene a farci sapere che in lui convergono il blues di Robert Johnson, il simbolismo di Rimbaud, l'espressionismo di Jenny dei Pirati. E allo stesso tempo, tutta questa roba è un po' da scemi. Tutto il revival folk, questa sottocultura del Village che tiene in piedi qualche caffè, che se ti sbatti ti può far vendere qualche migliaio di dischi. Roba da studenti. Specchietti per le allodole. È un sospetto che sfiora lo stesso Bob, quando all'inizio del suo blues omonimo avverte: le canzoni folk di oggi le scrivono a Tin Pan Alley (il quartiere degli editori di musica commerciale).

È fin troppo facile oggi prendere The Freewheelin' e smontarlo nei suoi fattori primi - per scoprire che su 13 pezzi Dylan è responsabile sì e no di un paio di melodie (c'è di nuovo un ragtime sparato a cento all'ora Honey, Just Allow Me One More Chance, e a ben vedere anche Don't Think Twice è un ragtime), e che certe invenzioni (la progressione di Girl of the North Country) sono fortuite, magari causate dal fatto che non conosceva gli esatti accordi di Scarborough Fair, o magari l'aveva ascoltata una volta sola e se la ricordava in una scala diversa. È fin troppo facile perdersi nell'enciclopedia dei rimandi, ed è il modo migliore per non capire l'impatto del disco nel 1963. Persino Blowin' in The Wind non era un'aria originale, ma nel '63 chi poteva saperlo? Solo Pete Seeger ricordava di aver sentito il canto degli schiavi ribelli, No More Auction Block, da cui Dylan aveva preso la strofa. Quel che crea veramente la tabula rasa non è Dylan, ma l'ignoranza del pubblico a cui si rivolge. Questi ventenni suoi coetanei, o di poco più giovani, che Guthrie non lo ascoltano e non lo ascolteranno mai. Di Robert Johnson deve ancora uscire un LP. Per loro The Freewheelin' suona assolutamente nuovo e fresco. E Dylan non fa nessuno sforzo per suggerire il contrario: il folk, dice, ormai si fa a Tin Pan Alley. Forse ce l'ha col folk commerciale, quello che sta per riempirgli le tasche appena gli artisti più affermati di lui cominceranno a incidere le sue canzoni. Forse ce l'ha col suo pubblico di finti poveri e hipster (il termine esisteva già, anche se indicava più spesso i bohemién bianchi che ascoltavano il jazz). Forse non ce l'ha con nessuno: sta solo suggerendo di non essere preso sul serio.

Per fare un esempio: una prestigiosa rivista studentesca ha indetto un concorso: scrivete una canzone sui fatti di Oxford. A Oxford, Mississippi, il presidente Kennedy ha dovuto mandare la Guardia Nazionale per tenere aperta l'università - altrimenti i bravi cittadini del posto avrebbero sparato a James Meredith, primo studente universitario afroamericano. Dylan partecipa al concorso con questa canzoncina che sembra incaricarsi di deludere qualsiasi aspettativa: racconta di essere stato a Oxford (non è vero) e di avere incontrato la sua ragazza - e il figlio della sua ragazza - in mezzo ai fumogeni. Nel frattempo è morto qualcuno e bisognerebbe investigare. Fine.

È difficile capire come l'autore di bozzetti del genere possa essere stato identificato come portavoce politico di una generazione (continua sul Post).

venerdì 30 dicembre 2016

Un anno su Twitter (autunno)

23 settembre ·Twitter
Ciao, sono il portiere di casa tua se la gestisse Yahoo. Senti,è da due anni che qualcuno ti ha clonato la serratura, cosa aspetti? Cambiala

25 settembre ·
La Lorenzin buuh, certamente, ma anche i grafici che vogliono essere pagati, mah, parliamone. Cioè si vede roba in giro che, insomma, trovarsi un lavoro?

27 settembre ·Twitter·
Nel corridoio m'imbatto in alcune ex colleghe in pensione. Ci salutiamo. Una mi sorride e mi fa un ganascino. Ho 43 anni.

28 settembre ·Twitter
Di tutti i giorni in cui Renzi poteva scegliere di spararla grossa, proprio quello in cui poi arriva Elon Musk e ci porta su Marte.




Ottobre

1 ottobre ·Twitter
Una volta mi mise le paulaner a 80 centesimi, Caprotti, se ci penso ancora mi commuovo.

Se lo sapeva, non moriva.

L'immagine può contenere: sMS

3 ottobre
Io per due anni a chi mi chiedeva:"cosa scrivi col cell?" "I romanzi della Ferrante". Qualcuno l'avevo anche convinto, maledetti giornalisti.



3 ottobre ·Twitter
Volevo dirvi che Francesco Petrarca si chiamava piuttosto sor Cecco Petracco, ed era, più o meno, un prete:ora potete bruciare il Canzoniere





4 ottobre ·Twitter
Non so, non l'ho mai letta, ma a questo punto mi piacerebbe che un'inchiesta rivelasse il nome di chi ha fatto quelle copertine così brutte.

La cosa che davvero mi lascia perplesso è che svelare le generalità della scrittrice italiana ormai più letta e famosa sarebbe un'operazione maschilista (perché si è scoperto che è una donna sposata a uno scrittore maschio, credo) e addirittura antisemita (perché ha origini ebraiche). Se invece si fosse scoperto che Elena Ferrante era un gay cattolico, sarebbe stata un'operazione omofoba e laicista? A quanto pare esiste una specie di principio di indeterminazione del pregiudizio, nel senso che certi pregiudizi li puoi determinare solo a posteriori, il che rende la parola "pregiudizio" ancora più paradossale.



7 ottobre ·Twitter
Certe notti uno precipita per 40 metri nel Rio Torto e poi se la fa a piedi fino a Lama Mocogno https://t.co/ICmeVVgkPL

8 ottobre ·Twitter
Vota "no" perché sai come si scrive (l'altra parola nessuno l'azzecca, neanche sulla scheda).



9 ottobre ·Twitter
Che poi io Trump, le tictac, me lo immagino mentre ne manda giù scatolette intere, invano



11 ottobre ·Twitter
Domani scriveranno che l'Isis ce l'ha con la cioccolata, e un clic glielo darete, perché ormai più che informarsi è un premiare la fantasia.

13 ottobre ·Twitter
Magari Bob nel complesso no, ma Subterranean Homesick Blues si meritava un Nobel da sola.

Per esempio, se il Nobel l'avessero dato, uh, a Baricco, Dylan non si sarebbe chiesto: ma allora cos'è la letteratura? Al limite si sarebbe chiesto: chi è Baricco? (Ma neanche)



14 ottobre ·Twitter
Sentite:mettete da parte due soldi e istituite un premio allo scrittore con le regole che decidete voi. Che è poi quel che fece Alfred Nobel



17 ottobre ·Twitter
Cari giornalisti, io ho sempre voglia di leggere pezzi su Dylan, e praticamente mai voglia di leggere pezzi su quanto sia giusto premiarlo.

Ciao,siccome non mi sopporti più pensavo di abolire me stesso e poi entrare in casa con un nome diverso(se Renzi fosse consulente coniugale)









22 ottobre ·Twitter
Tutto 'sto fior d'analisti che ha paragonato Trump a Berlusconi non poteva almeno aspettare che Trump vincesse qualcosina? Boh, se li pagano



23 ottobre ·Twitter
Ci ho ripensato, non ha senso dare un nobel a Dylan (se prima non lo dai a Joni)







25 ottobre ·Twitter
Coraggio, ancora due ore a mezzanotte, ancora un paio di dozzine di sapidissime battute sui frigorifer

26 ottobre ·Twitter
La tipa che al mcdrive ti serve e sta già prendendo l'ordine dell'auto successiva continua a sembrarmi la persona più intelligente al mondo





29 ottobre ·Twitter
You have to write a hundred bad songs before you write one good one. https://t.co/nLeytfvrtS

30 ottobre ·Twitter
È normale che fonti diverse, basandosi su sismografi diversi, diano magnitudo un po' diverse: per favore spiegatelo in giro.

Socci in realtà fa progressi: si rivolge a Bergoglio quasi lo considerasse un pontefice legittimo.



31 ottobre ·Twitter
Una scema scrive un tweet scemo, lo cancella subito. Intervengono gli intelligentoni dei social: lo ripubblicano a nastro per 24 ore. Bravi.


Novembre

1 novembre ·Twitter
Mentre vi apriva la mente, il latino vi spiegava che ogni misurazione, anche la più scientifica, è soggetta a un margine di errore?



4 novembre ·Twitter
Alla Leopolda se magari trovano cinque minuti per risolvere questa cosa che Rondolino sta ancora su twitter.

Chi un terremoto lo ha vissuto anche solo di striscio non lo augura al peggior nemico (qualcuno può avere un nemico peggiore del terremoto?)



7 novembre ·Twitter
La psicoanalisi è forte. Se a un congresso politico chiami un oculista per denunciare la miopia degli avversari,non funziona. Cogli psico sì

Ormai io "asfaltare" non lo sopporto neanche quando si parla di manto stradale, mi serve un sinonimo.

8 novembre ·Twitter
Poi ci sono gli scenari strani, tipo: Trump alla Casabianca, Democratici al Senato, e Marijuana legale dovunque.

9 novembre ·Twitter
E ogni volta stupirsi di come hanno disegnato male il Maryland, più di 200 anni fa, e nessuno protesta.

La sensazione che tra una donna e un comodino avrebbero comunque scelto un comodino.

(Ma adesso a Riotta la NSA cambia il software, o diventa un antiyankee accanito? Sarà buffo in entrambi i casi).

Col senno del poi, Nate Silver ai mondiali brasiliani non ne aveva azzeccata una, era meglio concentrarsi sul baseball.

Fondare un'agenzia di sondaggi che fa la media delle altre e poi dichiara l'esatto contrario: sarebbe la più attendibile.

Almeno finirà quella fase in cui sembrava che i Grandi Discorsi Presidenziali fossero una cosa importante.

C'è gente che per 20 anni ci ha scongiurato di non prendercela coi berlusconiani che adesso se la prende col suffragio universale - uhm.


10 novembre ·Twitter
Buongiorno, no, questo è il 10 novembre e anche oggi vi siete svegliati in quella parte del multiverso in cui Trump ha vinto le elezioni.




Gramellini dovrebbe essere meno maschio e, quando gli fanno presente di avere scritto una cazzata, abbozzare

Idea fantastica, tremenda: se adotto massicciamente i favolosi aggettivi di Trump,mi svolteranno enormemente la vita.Non è pazzesco,incredib

11 novembre ·Twitter
E comunque senza Dylan non avremmo avuto Cohen, quindi sì, il Nobel se lo merita Dylan (ma Cohen era più bravo)

Comunque alle mie orecchie ignoranti il discorso della vittoria di Trump sembra molto keynesiano: costruiremo, faremo, sistemeremo, infrastrutture, ponti, muri, lavoro per tutti. Certo, probabilmente non ha intenzione di mantenere molto, ma se invece ci provasse? Servono risorse ma non è che agli americani manchino dopotutto. Cioè a naso capisco che qualcosa andrà storto, ma cosa? Inflazione?

(Il muro di Trump un po' me lo immagino come quello di Pacific Rim: non tiene fuori gli invasori, crea posti di lavoro, e intanto i ricchi si stanno costruendo rifugi più solidi da qualche parte)

Beh, c'è sempre Chris Cohen // As If Apart (Official Video) https://t.co/ZOqoqOsODN

13 novembre ·Twitter
(Il fatto che i musei vaticani non siano sul territorio nazionale non significa che ciò sia giusto).





15 novembre ·Twitter
L'autoradio ha trovato They All Laughed cantata da Tony Bennett, ed è stato come avere Trump a bordo, ora mi sento sporco.

17 novembre ·Twitter
Ma quando a Stoccolma non ci andò Sartre, tutto questo baccano l'avran fatto? Boh.

De Luca è una scheggia impazzita se va avanti così dovranno abbattEHM NO NIENTE.

Il fatto di essermi diplomato in un corso che di lì a poco venne smantellato mi ha sempre un po' lusingato: come se dopo di noi avessero rotto lo stampo. Quando i ragazzi mi chiedevano, prof, ma lei poi che liceo ha fatto? io scuotevo la testa, lascia perdere, storia lunga. Col tempo ho iniziato a raccontarne una: l'hanno chiusa perché era pericolosa, ci facevano studiare troppo, facevamo piangere i ginnasiali, a un mio compagno durante un'equazione esplose la testa, diventavamo così intelligenti che il Potere ci temeva, ecc. Quando non c'è tempo taglio corto e dico che ho fatto la Scuola dei Giovani Talenti del prof. Xavier, ma poi me ne sono andato perché troppo caos onestamente.

18 novembre ·Twitter
Secondo me Dylan ha pure votato per Trump.

Oh ma che carino, If you're feeling sinister compie 20 anni FATEVI DA PARTE ACHTUNG BABY NE FA 25.

19 novembre ·Twitter
Io sarei per il No, ma se stavolta il Sì è davvero scritto con l'accento, nella cabina avrò un tentennamento.

20 novembre ·Twitter
Dovevate fare come me,per 2 mesi non leggere niente di riforma costituzionale. Invece è dall'estate che andate dietro e adesso siete spompi.

e ora accozzateci tutti



21 novembre ·Twitter
Ora telefono che non si sa mai, ma secondo me il 5 dicembre Bottura ha già tutto prenotato.

Tra quelli che sfottono Dibba oggi, c'è già qualcuno che un giorno lo saluterà come un grande comunicatore che capiva gli italiani eccetera.

22 novembre ·Twitter
Se davvero non capto più Cartoonito ho un problema grosso, grossissimo.



24 novembre ·Twitter
La morale del caso Bea Di Maio è che gli esseri umani si comportano proprio come i bot: speriamo non ci facciano il test di Turing.

25 novembre ·Twitter
Io magari tra un po' vado a letto ma non significa che stia smettendo di maledire drupal e chi lo sviluppa.



28 novembre ·Twitter
Se Renzi pensa che la TV sposti dei voti, perché non si occupa del conflitto d'interessi? Se non lo pensa, perché va a Buona Domenica?

Con quella faccia un po' così che fanno i colleghi che hanno dimenticato per la 49esima volta la password e prima o poi dovranno dirmelo.

Ho beccato un vicino che non tirava su la cacca del cane, ha cercato di giustificarsi dicendo che però aboliva il cnel.

Compagni. Quante volte in questi anni abbiamo sentito suonare la ritirata strategica, quante volte abbiamo dovuto concedere al nemico le nostre conquiste, i nostri diritti, la nostra storia, il nostro lavoro? Quante volte ci siamo chiesti: ma scapperemo sempre? Quand'è che finalmente tracceremo una linea e la terremo? Toccherà ai nostri figli o ne saremo capaci? Amici, fratelli, l'ora è suonata. Stavolta non si fugge, stavolta stiamo al nostro posto e non cediamo. Caschi il mondo, il CNEL non cade. Votate no.

29 novembre ·
Ricordo a tutti i moralisti in ascolto che se c'è un modo, un solo modo al mondo in cui gli ereditieri possono rendersi utili alla collettività, è precisamente delapidando il proprio patrimonio, e da questo punto di vista l'unico appunto che si può muovere al giovane Elkann è di non essersi impegnato maggiormente in tal senso. Più Ferrari customizzate, più startup, più coca, più mignotte, più indotto per le economie sommerse e non sommerse, più sabbia nell'ingranaggio dell'accumulazione del capitale. Da questo punto di vista anche la nostra morbosità di spettatori borghesi o neoproletari ha un senso evolutivo, il che ci induce a un esame di coscienza: stiamo facendo tutto quello che è nelle nostre possibilità per convincere i ricchi a delapidare di più, a rimettere più ricchezza in circolo? Ci ricordiamo di mettere un like a ogni balletto di Vacchi che ci passa in bacheca? Quando in tv passa un programma in cui giovani viziati comprano cose stupide, lo snobbiamo, o almeno facciamo finta di guardarlo commentandolo sul tuitte? Possono sembrare piccole cose, e invece sono importanti: l'oceano è fatto di gocce, il deserto è fatto di polvere, e anche l'ereditiere a modo suo.



Raga ma pensate se quando uno si sposa, invece di sposarsi, il pubblico ufficiale gli chiedesse: vuoi separarti da questa persona e vedere i figli solo al week-end? Certamente lui direbbe NO! E questo probabilmente vuol dire qualcosa anche se non so cosa, la gente ragiona in modi misteriosi.

Anche a Trump nelle ultime ore lo staff sequestrò l'account twitter, voglio dire, magari Rondolino è scaramantico.

30 novembre ·Twitter
Se vi foste impegnati a scrivere una buona riforma un decimo di quanto vi state impegnando a vendercela.

Uno ce la mette tutta per non cedere alle paranoie delle banche al potere, e poi arriva Trump.

Non è che una volta clandestini i sondaggi diventino più attendibili.


Dicembre

1 dicembre Twitter
Insomma Prodi dice che la riforma è superficiale e opaca, e la vota perché così modificano la legge elettorale. Ma la modificano lo stesso.

'La vostra riforma fa un po' senso, ma almeno così cambiate l'italicum che fa ancora più senso'.

Il CNEL non si discute, si ama.


2 dicembre · Twitter
Se devi chiedere cos'è il CNEL, non lo capirai mai.



3 dicembre alle ore 16:40 ·Twitter
Nel segreto dell'urna Renzi non ti vede, Dio sì, il CNEL ti aspetta fuori.



4 dicembre  ·Twitter
In questi giorni sono stato un po' preso e ho colpevolmente snobbato la #festadellarete . Però vi devo qualcosa come quattromila grazie.

Io credo che l'unica matita davvero indelebile sia quella che usarono i falegnami sul pavimento di casa mia, non ne fanno più.

Anche se vincesse il No, più di 12 milioni di Sì sarebbero un buon successo per Renzi (alle Europee prese 11 milioni di voti).

Poi magari sto fraintendendo i segnali, ma preferirei avere a palazzo Chigi un capo di governo, non una drama queen.

TUTTO IL POTERE AL CNEL.

5 dicembre  ·Twitter
Renzi parla di sé, di sé, di sé, e poi lamenta l'autoreferenzialità della politica.

Così innamorato di sé e dell'arte del Concession Speech da mandare all'aria il 40% del consenso: un ragazzo. Avevamo a pal.Chigi un ragazzo.

ll culto del "discorso della sconfitta", 4 anni fa come oggi. Passammo da una sinistra che si lamentava di perdere a una che se ne vantava.

Insoma ai mercati alla fine fregava nulla. A posto così. https://t.co/9M9tAFllVH

"Stanotte ho fatto schifo".Sì. "Però lo ho ammesso".Ah beh. "Non è da tutti ammetterlo".Hai comunque fatto schifo. "Però.." HAI FATTO SCHIFO

6 dicembre · Twitter
Si dimette,ma Mattarella non vuole, forse si vota,forse no...cioè non si erano neanche preparati il piano B. (Siamo nelle mani di ragazzini)

Come alcuni sapranno, Anningan è il dio della Luna presso le popolazioni Inuit della Groenlandia. Insegue continuamente la sorella, Malina, la dea Sole, in cielo. Durante questo inseguimento, si dimentica di mangiare, e perciò si assottiglia: da cui le fasi lunari. La necessità di soddisfare la sua fame lo porta a scomparire per tre giorni ogni mese (luna nuova) e poi ritornare pieno per inseguire la sorella di nuovo. Malina ha una vera avversione per il suo cattivo fratello: che è il motivo per cui i due astri compaiono in tempi diversi. Molto interessante l'inversione del maschile e del femminile rispetto alla maggioranza delle mitologie. Simile situazione si ritrova anche NO RAGA VOLEVO SOLO DIRE RENZI MERDAAAAAAAAA!

7 dicembre Twitter
Ma il bambino della Butterfly lo cambieranno tutte le sere? Cioè dopo 5 minuti in grembo al soprano direi che i timpani te li sei giocati.

Quando non gli funziona lo storytelling, lo chiamano post-truth.

Ogni giorno un analista si sveglia e sa che deve trovare un incesto, Recalcati per esempio nella democrazia diretta


Lo psicanalista: "Il mito che sostiene i seguaci di Grillo è di natura incestuosa"
UNITA.TV/INTERVISTE/REC…






Greg Lake, un cantautore tenuto ostaggio da un gruppo prog.




From the Beginning is a song written by Greg Lake and performed by the progressive rock trio Emerson, Lake…



9 dicembre ·Twitter
Ma pensate se i giornalisti cominciano a dirsi addosso "patto Gentiloni" e poi lo googlano, lo trovano su wikipedia, si confondono, caos.

Comunque nel Paese reale se prenoti per un vaccino c'è fila fino a giugno.

10 dicembre
Certi che sfottono Dibba e che domani gli faranno la riverenza: almeno a guardarli ci divertiremo un po.

11 dicembre·
Raga vi voglio bene e capisco le vostre finalità didattiche nonché la sana voglia di dimostrare le vostre competenze in materia di diritto costituzionale, ma se leggo un solo altro messaggio in cui mi spiegate, entro mezzanotte, che il premier non lo eleggono i cittadini ma il parlamento, io passo veramente ai cinque stelle, vi garantisco, non ve ne rendete conto, ma son meno molesti.

C'è un tipo di silenzio, in una classe, che si ottiene solo mettendo su Vai e Vivrai. Nessun paragone (c'è su Ytube)



Africa, 1984. Il Mossad, il servizio segreto israeliano, sta organizzando la cosiddetta "Operazione Mosè" che, con la collaborazione della CIA e dell'NSA sta...
YOUTU.BE/Y8Q5QNRLSQY

13 dicembre  ·Twitter
Vorrei un filoncino e tre michette, possibilmente non eletti dal popolo.

Ho messo su il riso. Se mi si scuoce lascio la politica.

Tra i caratteri sessuali secondari maschili, il più inspiegabile è il polpastrello prensile svita-coperchi.

14 dicembre ·Twitter
I forconi si vedono in giro solo d'inverno, dopo aratura e semina suppongo.

17 dicembre ·Twitter
Il momento in cui senti le fatidiche parole Ho bisogno di soldi devo andare a Bologna.

18 dicembre ·Twitter
Ciao!!! Vuoi sapere come diventare ricco su internet??? Corcà che te lo dico!!!

20 dicembre ·Twitter
So che è una sciocchezza, ma ieri in tv tutti dicevano che il Tiergarten fosse lo Zoo, pure Repubblica, beh, andateci a Berlino ogni tanto.

Ora potrei sbagliarmi ma secondo me per esempio questo è un cinghiale. https://t.co/yUqBxoVcVA



Get the whole picture - and other photos from Leonardo Blogspot
PIC.TWITTER.COM/YUQBXOVCVA|DI LEONARDO BLOGSPOT


Quando PadoaSchioppa disse Bamboccioni si rivelò un cattivo comunicatore. Oggi se Poletti dice Pistola si rivela al massimo un coglione.

21 dicembre ·Twitter
C'è gente che per 20 anni ha ripetuto che le tv non spostano voti, ora è molto preoccupata per i siti di fake news che spostano i voti.

Dimmi.

Offrimi un caffè

(se proprio insisti).