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giovedì 28 aprile 2016

L'anno che ci colpì in testa

Nel gennaio del 2014 Pierluigi Bersani fu ricoverato - emorragia cerebrale. Tutto sommato gli andò bene, e un mese dopo era già in grado di votare la fiducia al governo Renzi. In aprile fu Gianroberto Casaleggio ad accusare dolori al capo. Anche lui prontamente operato per un edema, anche lui sembrò rimettersi. Bersani è del '51, Casaleggio del '54. Entrambi venivano da un anno molto complicato: la campagna elettorale, la crisi al buio, la sofferta rielezione di Napolitano, la tremolante parabola del governo Letta. In mezzo a tutto questo, la trasformazione del M5S da movimento di opinione a principale forza d'opposizione parlamentare, con le inevitabili defezioni ed estromissioni.

Per la Z era forse previsto
un secondo volume (zuzzurellone!
zimbello! zozzo!)
A distanza di qualche anno forse cominciamo a dimenticarci di quanto fu pesante il 2013. Lo fu per me, che avevo un posto fisso e scribacchiavo - lo fu senz'altro molto di più per personaggi pubblici e leader che si trovarono, contemporaneamente, alla berlina sui media, e soli davanti alle decisioni più importanti. Non è così assurdo ipotizzare che lo stress pre- e post-elettorale sia stato una delle cause del malore di Bersani: e Casaleggio forse negli stessi mesi era sottoposto a una tensione ancora maggiore. In più, doveva far fronte alla curiosità faziosa dei media: un'esposizione a cui Bersani era abituato per formazione, mentre per un consulente-imprenditore come lui si trattava di una relativa, e sgradita, novità.

Certo, Beppe Grillo la taglia un po' troppo semplice quando dice: l'avete ammazzato voi giornalisti. Ed è abbastanza indicativo che di fronte all'intrusione dei media, il cosiddetto guru delle nuove tecnologie abbia reagito alla vecchia maniera, accumulando querele. Diciamo che trasformare un'idea un po' vaga di democrazia dal basso in quella macchina da guerra che è diventato il M5S richiedeva uno sforzo di energia che qualcuno ha pagato. A un certo punto anche Grillo si sentiva "stanchino": Casaleggio era già stato operato almeno una volta. La politica è sangue, sudore, riflessi nervosi, materia cerebrale. I giornalisti certo non usano i guanti, ma in generale è il pubblico che non ha pietà. Io perlomeno nel mio piccolo non ne ha avuta, e lo sfogo di Grillo un po' lo capisco.

mercoledì 27 aprile 2016

Tutti nazisti anche quest'anno, buon 25 aprile

È un discorso che si è già fatto, ma se ripetere non sempre aiuta, sicuramente non nuoce: i rappresentanti della Brigata Ebraica hanno tutto il diritto di partecipare ai cortei del 25 aprile senza essere fischiati.

www.combattentiliberazione.it
A chi li contesta - non sono poi in tantissimi - manca senz'altro un po' di educazione, non tanto nel senso di buone maniere. Da qualche parte c'è una lezione sulla memoria e sulla Resistenza che qualcuno avrebbe dovuto studiare meglio; ci sono concetti come sionismo ed ebraismo che non dovrebbero essere così fumosi. E così via. È una responsabilità che ci dobbiamo prendere un po' tutti sulle spalle, come educatori o anche solo come gente che scrive on line - visto che siamo tutti nel nostro piccolo educatori, siamo tutti gente che scrive on line. Nella nostra ideale festa del 25 aprile è invitato chiunque voglia ricordare i combattenti contro il nazifascismo, e se proprio si vuole contestare qualcuno, si contesta chi rimane a casa.

Ah, e il Gran Muftì non c'entra niente.

Perché se prendersela con tutti gli ebrei per l'occupazione della Palestina è un gesto ignorante e arrogante, accusare tutti i filopalestinesi di intelligenza col nazismo è più o meno sullo stesso livello di ignoranza e arroganza. Anche questo, mi rendo conto, è un discorso trito e ritrito: durante la Seconda Guerra Mondiale ci furono palestinesi che combatterono Hitler e altri (un po' di più) che collaborarono con lui - qualcosa di simile a quel che successe in Italia, tutto sommato. Questo toglie agli italiani il diritto di festeggiare il 25 aprile? Questo dovrebbe impedire ai palestinesi di chiedere la liberazione da un'occupazione militare? Lo sfogo di Peppino Caldarola mi sembra indicativo di un atteggiamento lievemente autoreferenziale: le contestazioni tra filopalestinesi e rappresentanti della Brigata avranno coinvolto al massimo qualche centinaia di persone. È senz'altro un incidente fastidioso e - parlo almeno per me - di una prevedibilità mortale. Si può fare qualcosa per evitarlo in futuro? Non lo so. Ma il punto è che per Caldarola non vale nemmeno la pena: se succede qualcosa del genere, va chiuso il 25 aprile, fine. Ah: e chi sventola una bandiera palestinese è un nazista.

Ecco: io sarei disponibile anche a scrivere tutti gli anni lo stesso pezzo in cui spiego che chi sventola la bandiera della Brigata Ebraica non è responsabile dell'incancrenirsi della questione israelo-palestinese. Ma se dall'altra parte, ogni volta, mi tocca sentire che tutti palestinesi sono nazisti, e anche tutti i loro amici, e anche gli amici dei loro amici... mi sa che ogni anni ripartiremo da zero.

martedì 26 aprile 2016

Kate Winslet è il boss

Codice 999 (Triple Nine, John Hillcoat).

Che fine ha fatto Kate?
Un gruppo di buoni attori, di quelli che li vedi in tanti film e vincono pure i premi, ma da soli non fanno il cartellone, avete presente? Un gruppo di buoni attori senza troppe pretese vuole fare un colpo al botteghino, un film di genere dove esplodono macchine e arti umani, e poi dividersi il bottino. Quante possibilità hanno di riuscirci? Poche, è un segmento molto inflazionato. Però, forse, pescando una sceneggiatura che era in ballo da anni... offrendo alla Winslet un ruolo diverso dal solito... attirando in un tranello Casey Affleck...

Codice 999 è un poliziesco corale, come a dire uno di quei film in cui bisogna incastrare gli impegni di sette od otto attori di primo livello e il rischio che si corre è di sembrare comunque un Heat dei poveri. Il punto di vista oscilla continuamente tra buoni e cattivi, ma è un oscillare del tutto meccanico: se Heat o The Departed ne approfittano per mostrare che i due fronti si assomigliano più di quanto dovrebbero, e che insomma il bene e il male son concetti relativi ecc., Codice 999 è semplicemente un canovaccio scritto così, perché si usa così. I poliziotti sono marci, e i cattivi sono ancora più marci - tanto che alcuni di loro sono poliziotti deviati. Perché sono marciti? Non c'è un perché - cioè, Chiwetel Ejiofor ha decisamente sposato la persona sbagliata (la sorella di una boss russo-israeliana), che tutto sommato può essere un motivo valido per far esplodere le persone. No, la gente marcisce perché sai, la società, tutti sono armati, c'è tanta violenza a New York, Los Angeles, Atlanta - beh, almeno la location è una novità. In realtà no, perché sai come va con le città americane, insomma, grattacieli e sobborghi coi latinos violentissimi che comunque svolgono solo crimini di bassa manovalanza.

Qui era fatto anche il fotografo
Ecco, la cosa più interessante di Codice 999, se non fosse Kate Winslet, sarebbe il modo in cui s'infischia allegramente del politically correct, e ti piazza una gang di afroamericani e latinos ricattati da una gang ancora più cattiva di (D*o ci perdoni), ebrei russi ma di stanza in Israele, che per mettere a segno il colpo impossibile decide di ammazzare l'unico poliziotto non marcio di Atlanta, che occasionalmente è quasi l'unico bianco rimasto sul set: Casey Affleck. (In verità c'è anche Woody Harrelson, suo zio, che è un capo della polizia marcissimo - tira i mozziconi di crack che trova sui luoghi del delitto - ma è ancora un bravo segugio e sa difendere la sua famiglia).

La cosa è talmente smaccata che fino a un certo punto ti aspetti il colpo di scena, cioè dai, è impossibile... (continua su +eventi!)

sabato 23 aprile 2016

Il principe della musica vinile

Lo so che è troppo significativo per essere vero, ma ricordo precisamente quando fui messo al corrente dell'esistenza dell'entità musicale chiamata Prince: fu nell'aula musicale della mia scuola media, perché alla parete c'era un cartellone di quelli di terza. Uno di quelli che sono il risultato del compromesso al ribasso tra un prof di educazione musicale e una classe vivace, composti completamente di titoli e foto di riviste musicali, da Ciao 2001 a Sorrisi e Canzoni; in particolare ricordo benissimo un titolo: È "PRINCE" IL NUOVO RE DEL VINILE. Me lo ricordo perché già in prima media mi sembrava curioso che un tizio chiamato Prince fosse acclamato re, e soprattutto perché io non avevo ancora un'idea precisissima di cosa fosse il vinile. Ancora per qualche anno continuai a pensare che poteva trattarsi di un genere musicale, come il twist o il rap.

Le foto, se ricordo bene, erano repertorio del periodo di Purple Rain, moto e chitarroni. E basta, probabilmente in giro avevo già sentito qualche pezzo di Prince ma non potevo saperlo. Però quell'estate su videomusic ruotò ossessivamente Paisley Park, un pezzo di cui non mi sono più liberato, con un video che faceva venire il mal di testa. Devo aver pensato che era quella, la musica vinile, e che andava contro molte delle mie abitudini, ma tutto sommato non mi dispiaceva. Non pensiate che oggi i ragazzini imparino le cose più facilmente. A monte di tutti i vostri ricordi, di tutte le nozioni che vi fanno sentire individui con una storia personale, c'è un magico momento che avete dimenticato, la soglia tra il Non conoscere e il Venire a conoscenza, tra il Non-averne-mai-sentito-parlare e l'Ah-ecco-cos'era. È quell'onda molto particolare che cavalchi nella scuola media. Se dici: prima guerra mondiale, per qualcuno che risponde già: uff, lo sappiamo, Sarajevo e il Piave, ce ne sono due che chiedono: quante guerre mondiali ci sono state? Tu glielo dici, e loro se lo scordano. Oppure gli resta in mente, ecco: quello è un momento magico. Sono importanti i cartelloni, anche quelli fatti male che non riescono a inquadrare un concetto (peraltro Prince chi mai lo è riuscito a inquadrare). Sono importanti i fraintendimenti, le cose assurde di cui ci convinciamo e che si scioglieranno al sole dell'esperienza - e poi chissà se a metà degli anni Ottanta qualche critico musicale ubriaco non l'avesse pure codificato, il genere vinile. Una musica di plastica, appiccicosa, bianca come il Vinavil, o nera come un 33giri, con riflessi oleosi, iridescenti, in effetti Prince non poteva che essere il re del vinile. Poi quando andavo in terza uscì Parade e venne giù il mondo. Non devi essere bella per farmi andare su di giri. Nessuno lo aveva mai scritto, ma in terza media era una grandissima verità.

Ci voleva poco per ritrovarsi dalla parte di Prince - bastava odiare Michael Jackson, ai tempi ci si divideva in squadre per qualsiasi cazzata, e poi ci si picchiava davvero, nessun compromesso, nessun sincretismo. Questo non significava naturalmente capirci qualcosa, tanto più Prince, che sembrava cambiare genere musicale a ogni pezzo nuovo. Una cosa che credevo di aver capito è che dei due duellanti, Prince era quello Brutto: il santo protettore di noi brutti. Per dire che enormi fette di prosciutto avevo davanti, cioè, ora che lo rivedo in foto la cosa non mi torna assolutamente, cioè Prince non era affatto Brutto - ai tempi era prestante addirittura.

Si potrebbe dire che oltre a un deficit culturale (per cui non riuscivo a capire che in pezzi pur diversissimi come Kiss o When Doves Cry, erano pur sempre evoluzioni di un universo musicale a me sconosciuto) soffrivo di un deficit estetico. Ma non era un problema solo mio. Ancora sul crepuscolo degli anni '80, in un albo di Dylan Dog, Groucho per allontanare un mostro dalla casa appende alla porta un ritratto di Prince, l'entità pop più disgustosa che poteva venire in mente a uno sceneggiatore di fumetti italiano che, bisogna dirlo, non era Tiziano Sclavi. Per dire quanta strada avesse fatto, l'idea che Prince fosse un mostro. Se era l'89, in effetti, che album c'era nelle vetrine dei negozi? Lovesexy?

Potrebbe persino essere il mio disco di Prince preferito, ma non sarei mai riuscito a comprarlo, nel modo fisico e sociale in cui si compravano allora le cose. Sì che non ero un'educanda, e nello stesso periodo ricordo di non essermi fatto scrupolo a sfoggiare in stazione autocorriere album assai più morbosi, ad esempio un giorno un ragazzo che conoscevo mi chiese conto del fatto che avevo in mano The Madcap Laughs, con una ragazza nuda che potrebbe benissimo essere minorenne. Ma Lovesexy? Avrei potuto entrare al Discoclub, sollevare una copia di Lovesexy, mostrarla all'esercente, pagarla, uscire dal negozio e rientrare nella società con quella cosa? Non credo, no, la copertina di Lovesexy era troppo in là per me. L'androginia di Prince era molto più impegnativa di tutte le androginie che avevo recepito fino a quel momento (cioè, credo, David Bowie e poco più). Era un'androginia passiva. Bowie sembrava un viveur a cui non dispiaceva anche andare con gli uomini, ok, fin lì potevo arrivarci. Ma Prince dalla vetrina del Disco Club mi diceva: tu, anche tu potresti desiderarmi. E la reazione mia di adolescente credo sia stata: no, sei brutto. Sei un uomo. Peloso. E nero, quasi dimenticavo: nero. Ma era nero davvero? Era un uomo? Era brutto?

(Quando alzo la voce con qualcuno, mi chiedo se è il rumore dei cigni che piangono. Quando incontro una persona e le cose non vanno bene, penso: meet me in another world, space and joy. Se qualcuno mi chiedesse qual è il senso del nostro essere nel tempo, gli direi: sbrigatevi prima che sia tardi. Innamoratevi, sposatevi, fate un bambino, chiamatelo Nate (se è un maschio). Quando è lunedì mattina - c'è bisogno di ricordare che canzone uno ha in mente il lunedì mattina?)

Prince era sempre un po' più in là. Era nero, ma anche bianco; chitarrista, ma anche ballerino; era maschio, ma incideva canzoni da femmina accelerando la voce. Il falsetto a metà anni Ottanta era un relitto polveroso, i Bee Gees si erano nascosti in una crepaccio, Jimmy Sommerville era precipitato da brava meteora, anche Sting era sceso di un'ottava per cautelarsi. Nel bel mezzo di questa fase di latenza, Prince canta Kiss, e sul finale sembra volersi strappare i caratteri sessuali coi denti. E quella canzone l'ho sentita cantare negli spogliatoi da personaggi che conoscevano solo le parole di Kiss e Bella Bionda Beato Chi Ti Sfonda. Prince prendeva la nostra provinciale omofobia di adolescenti italiani, le dava un passaggio su una Corvette rossa e la faceva sparire in un parcheggio sotterraneo.

Poi per carità, non voglio far finta di aver capito Prince, non è vero. Non ho neanche fatto i compiti, certi dischi non ho avuto il coraggio di comprarli quand'era il momento, e adesso su internet è difficile. Certe cose col tempo le ho capite, ad es. le giacche con le spalline militari ho scoperto che se le mettevano tutti, sembra banale ma per me Prince - oltre al re del vinile - era quello che si vestiva come il commodoro di staminchia e non ne capivo il motivo. Ho scoperto, nell'ordine: i Beatles, Jimi Hendrix, Sly Stone, Joni Mitchell, quel tizio che cantava Superfreak, e buon ultimo ho scoperto anche Michael Jackson, un grandissimo musicista e performer che infatti adorava Prince e credo anche viceversa. Tanti pezzi li ho messi assieme e anche Paisley Park non mi fa venire più quel mal di testa dei bei tempi in cui non capivo niente. Però onestamente non posso dire di aver capito Prince. Interi dischi continuano a suonarmi misteriosi, e dopo Lovesexy c'è il buio. Tante cose che al tempo non capivo, e non me ne preoccupavo, mi dicevo che sarebbe venuto il momento - no, il momento non è venuto mai. La pioggia di porpora, per esempio, che cos'è. Cosa vuol dire che mi vuoi soltanto vedere nella pioggia di porpora. Ecco, credevo che a un certo punto mi sarebbe venuto naturale. Magari quando comincerò a far sesso, pensavo - perché un giorno comincerò, capirò. E invece no.

Tanto che a volte mi domando se ho mai cominciato davvero.

giovedì 21 aprile 2016

Villeneuve non ha pietà



Sicario (Denis Villeneuve, 2015).

Anche qui arriveranno i lupi e i macellai, non c'è confine o barriera che possa contenerli. Reggie e Kate sono due agenti FBI di stanza in Arizona, per lo più indagano sui rapimenti e tirano giù porte coi calci. Un giorno squarciano un muro di cartone e si ritrovano nell'inferno del narcotraffico messicano. La cosa migliore sarebbe farsi trasferire in una piccola città, un posto dove le leggi possano avere ancora senso, dimenticare tutto. Ma Kate ovviamente non può.

Quando qualche anno fa uscì Polytéchnique, un critico scrisse che il regista era riuscito a trasformare un massacro scolastico (ispirato a una storia vera) in un'esperienza estetica. Con Villeneuve si corre spesso questo rischio: storie agghiaccianti fotografate in un modo magnifico. Nessuno è mai riuscito a tirar fuori tanta arte dai profili delle tute antiproiettile stagliate su un tramonto: una ricerca estetica che rasenta il Kitsch e di solito ai registi statunitensi non interessa - rischia di distrarre l'attenzione dall'intreccio.

"Finisci di mangiare".
Villeneuve, canadese, ha il problema opposto: il suo intreccio non è proprio a prova di bomba. In compenso gira come un dio, e non è solo un'iperbole. Villeneuve se vuole può anche mostrarci una scena nei dettagli: scegliere un personaggio a caso e guardarlo con l'attenzione spassionata che un bambino può avere per una formica, un momento prima di schiacciarla. Ma più spesso ci mostrerà il mondo dall'alto: una delle frontiere più incredibili del mondo, come un segno tra due zolle di terra. Laggiù gli uomini si uccidono o mutilano per decidere chi controllerà il territorio. Vista da lontano, la violenza diventa un fuoco artificiale. Dipende anche da noi, scegliere se vogliamo vedere le cose soltanto da lontano, o prendere il tunnel sbagliato e scoprire come stanno le cose.

Il mondo di Sicario lo abbiamo già visto altre volte al cinema o in tv: eppure sin dall'inizio abbiamo la sensazione che stavolta sarà diverso (continua su +eventi!)

mercoledì 20 aprile 2016

Il vero motivo per cui odio i referendum

Sono concepiti come una specie di piano B della democrazia rappresentativa, e quindi sempre più spesso maneggiati da chi vorrebbe che tale democrazia s'inceppasse; sono la droga dei movimenti, che quando non sanno che obiettivo darsi si mettono a raccogliere firme e se alla fine non succede niente sarà colpa degli elettori distratti; sono una colossale perdita di tempo per chi li promuove, per chi raccoglie le firme, per la corte costituzionale, per chi li va a votare e per chi non ci va e deve anche mettersi a spiegare le proprie ragioni; non ci hanno dato il divorzio (c'era già) né l'aborto (c'era già) ma ci hanno regalato perle straordinarie, come l'abolizione del ministero dell'agricoltura e del turismo, e hanno spianato la strada a eroi della politica e dell'antipolitica che meritavano probabilmente di trovarsela ben sbarrata (Pannella, Segni). Tutti motivi per cui io li odio, i referendum abrogativi.

E poi c'è quello vero.

Ci sono tanti modi per valutare una classe di scuola: il più sommario e sbrigativo, quello che si può usare anche quando la classe non c'è, sono i cartelloni. Un'aula con tanti cartelloni dimostra che la classe sta lavorando. A casa o in gruppo. In realtà non è sempre vero; ho conosciuto colleghi validissimi che non facevano mai cartelloni, e senz'altro certi cartelloni a guardarli bene sono uno spreco di tempo, di spazio e di pennarelli; e però vuoi mettere l'effetto che fa entrare tra quattro pareti nude, e invece penetrare in una selva di disegni e schemi e titoli e concetti. Così io cerco di far produrre tanti cartelloni. Mi faccio violenza, perché in realtà non vado matto per i cartelloni, quando ero uno studente non sapevo farli e non ho imparato in seguito. Soprattutto non sono mai stato molto bravo ad attaccarli. E invece adesso mi tocca - a chi altri se non me? Non è mica nel mansionario dei bidelli, e quanto agli alunni, non credo che abbiano il permesso nemmeno di salire su una scala.

Neanch'io uso la scala perché ce n'è una sola nel plesso e non la trovo mai, e comunque spostarla in un'aula con una trentina di banchi addossati alle pareti sarebbe troppo complicato. Quindi per salire in alto uso altri accorgimenti che non credo di poter divulgare adesso qui. Salgo con le puntine da disegno dei cinesi, coi rotoli di scotch dei cinesi (i cinesi hanno aperto uno spaccio di fronte alla scuola), a volte coi chiodi e il martello, mettendo a repentaglio la mia incolumità. Respiro cristalli di pura polvere scolastica, che rimane impregnata nei soffitti fonoassorbenti. Torno a casa che vorrei lavarmi via tutta la prima pelle. Non è una cosa che posso fare quando voglio, anzi è abbastanza difficile trovare il pomeriggio in cui quell'aula non serve a qualche altra riunione. Però quando finalmente ci riesco, la mattina dopo i ragazzi entrano nell'aula e vedono il loro lavoro, e sono contenti. "Avete visto", gli dico, "finalmente ce l'ho fatta, ho attaccato i cartelloni".
"Grazie prof, anche se".
"Lo so, la Finlandia è già caduta, questo maledetto scotch dei cinesi..."
"No prof, è che tra due settimane ci ha detto il bidello che bisogna togliere tutto".
"Come tutto?"
"Dice che fanno un referendum".
"Mapporc... siamo sede di seggio".
"A proposito, che cos'è un referendum?"
"È un momento di grande democrazia e partecipazione... aspetta, ci dev'essere da qualche parte un cartellone che ne parla".
"È qua sotto la Finlandia".
"Ma infatti".
"Lo riattacco?"
"Lascia perdere".

lunedì 18 aprile 2016

Il mattino ha Gramellini in bocca

Come forse saprete, la settimana scorsa un giudice ha revocato il regime di semilibertà a una detenuta che lo aveva ottenuto dopo nove anni, perché Massimo Gramellini aveva reso noto sul suo Buongiorno che la detenuta si era fatta delle foto in cui sorrideva, e le aveva messe su facebook (account privato sotto pseudonimo). Secondo Gramellini questo è una prova che non era stata abbastanza in galera: e siccome se lo pensa Gramellini lo pensano in tanti, anche il giudice molto presto se n'è convinto. 

[Update: mi hanno fatto notare che l'articolo di Gramellini è stato pubblicato nello stesso giorno in cui il giudice ha revocato la semilibertà, e che quindi la sua opinione se la deve essere formata su articoli precedenti, e non sul Buongiorno di Gramellini].

Il fatto che un giudice possa revocare un regime di semilibertà dopo aver sentito il parere di Gramellini, se ci pensate, è uno di quei piccoli fatti assurdi, e tipicamente italiani, che appena li scopre Gramellini ci scrive sopra un Buongiorno: invece stavolta no, è passata quasi una settimana e G. non ha ancora voluto riparlarne. Come mai? La redazione di Leonardo, coi suoi subdoli mezzi, è entrata in possesso di un leak straordinario: la cartella bozze di Gramellini. La pubblichiamo così com'è, uno sguardo senz'altro indiscreto ma interessantissimo nel cestino della carta straccia di un grande giornalista italiano. 

Mai mi sarei aspettato che 

Ok, sono stato uno stronzo

Anche il magistrato però -


Cioè il faccio il mio mestiere, non è che ne vada fiero ma

Mai mi sarei aspettato che il mio Buongiorno di due giorni fa causasse la revoca di un regime di semilibertà. Cioè io alla fine sono solo un cazzone giornalista che ogni giorno deve trovare una storiella e farci la morale, l'altro giorno dovevo scegliere tra il dibattito sul quorum referendario e un'assassina rumena in semilibertà che si spara i selfies. Mettetevi nei miei panni. Il giornale qualcuno lo deve anche vendere.

Cioè io scrivo un fondo e un giudice revoca una semilibertà? Ma è impazzito? Ma siamo tutti impazziti?

Da: gramellini@lastampa.it
a: *********@*******.it
Scusa se ti disturbo, ho appena letto che l'avvocato della Matei dice che il regolamento non le vietava espressamente di accedere a facebook da cellulare, e che quindi al giudice mancherebbe anche questo appiglio per revocare la semilibertà. Hai modo di controllare questa cosa? Vorrei tornare sull'argomento ma capisci che comincia a sentirsi odore di

Il Buongiorno di mercoledì è stato molto criticato. Qualcuno mi ha accusato di volermi sostituire al giudice, se non al legislatore. Avrei voluto rispondere nel mio solito modo sornione, quando un mentecatto di un giudice ha deciso di darvi ragione rimettendo la rumena in galera, ma in che cazzo di Paese viviamo cioè davvero io non lo so. 

Ma avete idea di cosa vuol dire - non puoi parlare male di Renzi e non puoi parlare male degli avversari di Renzi. Se parli male dei vigili, i vigili si lamentano. Se parli male degli insegnanti apriti cielo. Alla fine vi stupite se una mattina mi scappa di prendermela con una rumena in semilibertà. Non si scrive mica da solo quel cazzo di Buongiorno tutte le mattine.

Vorrei chiedere scusa a Doina Matei, di cui ho voluto approfittare una mattina in cui non avevo niente di meglio da dire perché perché perché i  miei lettori sono dei fascisti di merda e io gli devo dare da mangiare tutte le mattine tutte le mattine spalare merda nelle fauci di quei fascisti cannibali basta dio basta. 

Chiedo scusa a Doina Matei: mai mi sarei aspettato che il mio Buongiorno di quattro giorni fa la riportasse tra le sbarre. Io volevo solo lisciare un po' il pelo a quei fascisti dei miei lettori riflettere su quel mistero che è la certezza della pena in Italia. Ma l'idea che le mie parole siano investite di tanto potere da poter riportare una persona in prigione - anche un'assassina, d'accordo, ma se avessi voluto fare il giudice avrei studiato giurisprudenza e adesso non starei diluendo fascismo per i lettori benpensanti

Argomenti Buongiorno aprile

  • Chiedo scusa alla Matei
  • Il libro di Sorgi in cui vendono il Colosseo (originaaaaale!) "Il libro di Sorgi minaccia di aprire un filone. Il Colosseo sì e la Torre di Pisa no? "
  • Il cazzo di dibattito sull'astensione
  • Chiedo scusa alla Matei
  • L'app del Comune di Roma è un flop
  • Mi vergogno a chiedere scusa alla Matei
  • Dicono che è l'aprile più caldo di sempre ma ieri tirava vento, mi sta colando il naso


Voi però non avete idea di cosa voglia dire, venti righe al giorno. E devono sempre essere lisce, parallele all'encefalogramma di voi lettori, non avete idea. Sto andando in analisi, rendetevi conto. L'altro giorno mi ha detto: "Ma cerchi di rimettersi un po' in connessione col mondo, si legga un po' i giornali" "Ehm, dottore, guardi che..." "No, sul serio, sui giornali c'è gente che ogni giorno riesce a scrivere qualcosa di simpatico e non troppo pessimista" "Ma veramente, dottore..." "Il migliore secondo me è uno che scrive sulla Stampa, un certo Gamellini, Garmellini..." "Gramellini". "Esatto". "Dottore, sono io Gramellini". "Ah... però, complimenti!" "Grazie". "E di cosa scriverà domani?" "Pensavo di rivelare al mondo che una tizia che è rimasta in galera per nove anni per aver causato la morte accidentale di una donna durante una colluttazione, ebbene questa tizia dopo aver ottenuto grazie alla buona condotta un regime di semilibertà è andata in spiaggia - dopo nove anni! - e si è fatta un selfie mentre sorrideva". "E allora?" "Pensavo di dire che evidentemente è stata in galera troppo poco, altrimenti non sorriderebbe". "Ma non trova che sia un po' esagerato? In fondo qualche lettore potrebbe anche provar pena per una donna che ha scontato già nove anni di..." "È rumena". "Ah, vabbe', allora".

Tra l'altro a rileggerlo che Buongiorno di merda.

"Quelle immagini indignano e il moralismo non c’entra". No macché, non c'entra proprio, guarda. "Neanche il desiderio di vendetta" Ma infatti. "C’entra la sensibilità". La sensibilità di un voyeur che va a cercarsi il profilo segreto di una detenuta in galera da nove anni, per controllare se per caso non c'è uno scatto in cui sorride, così lo mette sul giornale e poi magari va a domandare ai parenti della vittima cosa ne pensano, e questo è il mio mestiere. Il mio mestiere. Buongiorno. Buongiorno.  

Cari lettori, credo che questo sarà il mio ultimo Buongiorno. Tanto tra un po' faranno un foglio unico e al mio posto ci possono pure mettere Michele Serra che si scola i fiaschi di Petrini. Da piccolo, quando sognavo di fare il giornalista, speravo di cambiare il mondo. Ci sono riuscito, per esempio la settimana scorsa una donna poteva farsi un selfie davanti al mare, poi sono arrivato io e adesso è tornata in galera: il mondo si cambia anche così. Cose di cui andar fiero. Volevo dirvi che parto per un paese più semplice, uno dove non ci siano troppi specchi che riflettano la mia facciona da c

Gli scienziati dicono che è l'aprile più caldo di tutti i tempi (ma come faranno poi a saperlo?) Anche marzo è stato il marzo più caldo di tutti i tempi. Anche febbraio. E gennaio. Insomma, il trend va avanti da un po'. Eppure ieri sono uscito in maniche di camicia e dopo un po' starnutivo anche se

già, i piumini. 

Il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca

"Mi scusi, però, c'è qualcosa che non mi torna..."
"Dica".
"Come fa a sapere che questa rumena si è fatta un selfie?"
"Lo ha condiviso su facebook".
"Su un profilo pubblico?"
"No, privato".
"E lei quindi è suo amico su facebook?"
"Io? E perché mai. No, no".
"Ma allora, mi scusi, come può sapere che la signorina si è fatta un selfie?"
"Alcuni miei colleghi sono riusciti a trovare l'account".
"Ah già, del resto basta avere nome e cognome".
"No, usava uno pseudonimo".
"Il che forse è illegale?"
"Non hanno saputo dirmelo".
"Ma insomma, giusto per capire... i suoi colleghi sono riusciti a rintracciare un profilo di una detenuta, hanno trovato foto in cui sorride, e le hanno pubblicate?"
"Sì".
"Non è reato?"
"Non hanno saputo dirmelo".
"E lei userà queste foto per..."
"Per fare la morale, sì, è il mio lavoro".
"Direi che la seduta è finita".
"Non è un po' presto?"
"Può darsi. Ah, è finita anche la terapia".
"Cioè sono guarito?"
"Direi di no, ma lei mi sta facendo troppo schifo perché io possa continuare a lavorare con lei, capisce".
"Capisco, sì".
"Potrebbe andarsene immediatamente? Il sentimento di repulsione che nutro per lei cresce a ogni istante".
"Vado, vado. Buon..."
"Taccia per favore, addio".

Cara Doina,
fino all'altro giorno non mi conoscevi, adesso probabilmente mi odi. Vorrei dire che ti capisco, è normale, anch'io un po' mi odio. Come forse avrai capito, io non intendevo istigare un magistrato a rimetterti in galera. Dovevo soltanto fare il mio spettacolino quotidiano, a uso e consumo dei lettori. 
Cara Doina, odiami pure, ma considera una cosa: tra qualche anno tu sarai libera. Non abbastanza libera da poter aprire un account su facebook a tuo nome, quello probabilmente mai: ma abbastanza libera per rifarti una vita. Quel giorno io sarò ancora qua, alla mia postazione, a sudar freddo per distillare il mio milligrammo quotidiano di fascismo per il mio pubblico benpensante. Ci credi se ti dico che un po' t'invidio? No, non ci credi, perché sono un giornalista italiano. Non hai tutti i torti. Anzi non ne hai nessuno. 

domenica 17 aprile 2016

Io voto sì (ma stare a casa è lecito)

Oggi andrò a votare. Voterò sì (con l'accento) perché, se proprio interessa il mio parere, credo che le compagnie petrolifere si possono permettere di pagare qualche soldo in più di royalty, e che dovrebbe spettare a loro smantellare le piattaforme. Se questo penalizzerà l'estrazione di idrocarburi in Italia, ebbene, non mi pare che si tratti di un settore così strategico: anzi, ogni occasione è buona per cominciare a pensare ad altre fonti, ad altre soluzioni. Questo è il mio modesto parere, e confesso che non mi sarei preoccupato troppo di formarmelo, se il governo Renzi - che poteva benissimo snobbare la questione - non si fosse messo nelle ultime settimane a far propaganda per l'astensione, con uno zelo un po' sospetto. Non è che mi scandalizzi un presidente del consiglio che chiede ai cittadini di stare a casa: ne ho già visti. Però negare l'election day e poi lamentarsi che i referendum costano, ecco, mi sembra un po' grossa.

Questo mi ha fatto pensare che dietro la questione ambientale se ne nasconda un'altra più pratica, l'ennesima battaglia tra Stato e regioni. Il primo nell'ultima legge di stabilità ha avocato a sé la facoltà di concedere nuove licenze e di incassare le royalty che ne deriveranno; le seconde non ci stanno e promuovono o appoggiano il referendum. Non sono certo un fanatico dell'istituzione regionale (che in Italia è statisticamente la più corrotta), anzi: secondo me andrebbe trasformata in un ente di secondo livello, potenziando invece la provincia. Renzi ha deciso di fare esattamente il contrario, rafforzando la posizione dei presidenti e dei consigli regionali: trovo giusto che adesso se la veda con loro. Insomma io la penso così e per carità, non sono un esperto: sono una persona qualsiasi che s'informa un po' e crede di aver capito per sommi capi la natura della questione.

Per andare a votare, devo ritrovare in un qualche cassetto il mio certificato elettorale, e vincere la lieve ripugnanza che covo nei confronti dei referendum abrogativi. Stavolta ci vado, ma altre volte ho trovato giusto non andarci e non ci sono andato. La manfrina del dovere di votare, o del dovere di non fare propaganda per il non-voto, onestamente non la capisco. Se un indomani passasse una legge, poniamo, sulla stepchild adoption o sulla gravidanza assistita, e un comitato di cattolici integralisti e/o femministe integraliste riuscisse a raccogliere le firme necessarie per indire un referendum, io mi asterrei molto volentieri, e farei campagna per l'astensione. Se vogliono abrogare una legge dello Stato, si facciano il loro partito e se lo votino. Il potere legislativo lo esercitano le camere: i referendum abrogativi nascono da un compromesso (i cattolici volevano avere l'ultima parola sul divorzio) e hanno creato, per lo più, pasticci e frustrazioni: nonché dato il la a quel mito della democrazia diretta che prima superiamo meglio è. L'astensione è sempre stata parte del gioco, specie se il gioco consiste nel dare occasionalmente una specie di potere legislativo a un comitato che riesce a mettere assieme mezzo milione di firme. Le regole, poi, mi sembrano chiare da parecchio tempo. Posso capire i ventenni che hanno il diritto di vedere le cose come se apparissero al mondo per la prima volta: ma i coetanei che ancora discutono sul senso dell'astensione e del quorum mi sgomentano. Sul serio ne stiamo ancora a parlare? No, non ne stiamo parlando sul serio.

giovedì 14 aprile 2016

Ja, Sie werden durchkommen (Sì, passeranno)

Cari eventuali lettori austriaci: ho scoperto in questi giorni, come tutti, che il vostro governo ha pensato di risolvere una futura emergenza migranti alzando un muretto di 250 metri al Brennero.

L'affetto che provo per la vostra bella terra e per voi non mi impedisce di domandarvi: ma voi sul serio ci credete ancora a questa cosa di essere austriaci, che a Robert Musil sembrava un anacronismo già nel 1919? È che ne conosco parecchi a cui sta stretta l'Italia o persino l'Europa: possibile che a voi calzi ancora bene un concetto come l'Austria - per carità, comodo, confortevole, heimlich, ma insomma - pensate solo alle autostrade. È da un po' che si usano. Non ce n'è neanche una diretta tra Innsbruck e Vienna. Si passa, come sapete, dalla Baviera. Lo spazio di Schengen lo avevamo inventato anche per superare questa sciocchezze - voglio dire, due frontiere per andare dal Tirolo a Salisburgo? Sul serio vorreste tornare a un'Europa così?

La seconda è: avete sentito parlare di Mouaz Al Balkhi e Shadi Kataf? In caso contrario vi rimando a Mazzetta. Per farla breve è la storia di due profughi siriani che dopo qualche mese d'attesa nel limbo di Calais, non avendo abbastanza fondi per pagare qualche scafista che li portasse in Inghilterra, si sono comprati due mute da Decathlon e hanno provato a farsela a nuoto. Da Calais a Dover. Il cadavere di uno dei due lo hanno trovato in Olanda, l'altro in Norvegia. Storia abbastanza agghiacciante.

Ora, ditemi voi.

La disperazione che porta un giovane siriano a tuffarsi nella Manica e a tentare di attraversarla a nuoto, qualcuno sul serio pensa di contrastarla con un muretto di 250 metri in fondo al valico? È vero, è gente che non ha mai visto le Alpi.

Ma hanno visto di peggio. Si conteranno i soldi in tasca, magari compreranno un paio di scarponi allo Schoelzhorn Sport, saranno a Gries prima che canti il gallo. Di lì è tutta discesa fino a Schönberg. Se ce l'ha fatta Annibale, credete di fermarli?

mercoledì 13 aprile 2016

Un videogioco ad Auschwitz

Il figlio di Saul (Saul Fia, László Nemes, 2015).

Un giorno o l'altro uscirà un videogioco su Auschwitz. Sarà probabilmente un buon prodotto, assolutamente rispettoso della memoria delle vittime, che riuscirà a terrorizzare e a suscitare un genuino orrore in tutti i volonterosi giocatori. Si potranno interpretare diversi personaggi, sonderkommando o kapò o fuggitivi. Ci saranno missioni da compiere: trovare una macchina fotografica con la quale documentare il terrore; organizzare una rivolta; seppellire il proprio figlio con un rito religioso. Un giorno qualcuno lo farà, e dopo la sorpresa iniziale, non ci sembrerà una cosa così strana o sbagliata. Un modo di esercitare la memoria, di combattere il negazionismo, di far vivere ai giovani qualcosa di lontanamente simile a un'esperienza... Ciononostante le polemiche fioccheranno: è giusto ambientare un'avventura ad Auschwitz? Forse non è giusto, ma ormai ci ha gà pensato il cinema, no? I videogiochi seguiranno.

No, è fatto meglio di così.
Il figlio di Saul ha vinto l'Oscar per il miglior film straniero e il Gran premio della giuria a Cannes, e decine di altri riconoscimenti tra cui uno assolutamente straordinario: è il primo film ambientato ad Auschwitz a essere recensito sui 400 calci, che più che un blog ormai è la Bibbia quotidiana del cinema d'azione. Perché Il figlio di Saul, oltre a essere un buon prodotto, assolutamente rispettoso della memoria delle vittime, è un film d'azione. L'ambientazione è sin dall'inizio data per scontata, del resto ormai escono più film su Auschwitz che western. Il personaggio è un sonderkommando, un prigioniero ebreo addetto ai lavori più orribili: accompagnare i suoi correligionari alle docce, sentirli urlare mentre soffocano, smistare vestiti e oggetti personali, trasportare i cadaveri ai forni, smaltire le ceneri. Durante una giornata di gioco lavoro, Saul fa tutto questo, ma ha anche una missione da compiere: seppellire degnamente un bambino che forse è suo figlio. Bisogna trovare un rabbino, corrompere qualcuno, collaborare con qualcun altro che sta organizzando una rivolta. Ma tutto questo resta sullo sfondo: in primo piano c'è il personaggio, e la sua missione. Tutto l'orrore che gli scorre intorno finisce rapidamente fuori fuoco.

Il figlio di Saul è piaciuto a tutti tranne me... (continua su +eventi!)

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