L'anno della Tigre di Carta
“Buongiorno, desidera?”
“Buongiorno, volevo fare una denuncia”.
“Sì, un attimo che accendo il terminale… è un furto?”
“No, veramente no”.
“Atto vandalico?”
“Io veramente ero venuto a denunciare… come si dice… scusi, sono poco pratico, sa? Un’in…”
“Un’intimidazione mafiosa!”
“No, no, un’immigrazione”.
“Ah”.
“Clandestina”.
“Sì, sì, ho capito”.
“Insomma, c’è questa persona qui che è un immigrato clandestino”.
“Sì”.
“E sono venuto a denunciarlo. Perché adesso è reato, no?”
“Ma questa persona, sa come si chiama?”
“Altroché”.
“Conosce il luogo dove abita, o dove lavora?”
“So tutto”.
“E ha ragionevoli argomenti per sostenere che si tratta di un immigrato clandestino?”
“Ne ho le prove”.
“Bene, lei ora mi dirà tutto, io verbalizzerò…”
“E andrete ad arrestarlo!”
“Se lo riterremo necessario”.
“Come necessario! Dovete farlo e basta! In Italia c’è… come si chiama… l’obbligatoria età”.
“L’obbligatorietà dell’azione penale. Certo che lei è un esperto”.
“Grazie. Ho studiato legge, al mio Paese”.
“Anche a me sarebbe piaciuto, ma sa… famiglia numerosa”.
“Non me lo dica”.
“Veniamo al dunque. Lei si chiama?”
“Qi Demei. Q, i, staccato Demei scritto come si pronuncia”.
“Ah, perfetto. E di cognome?”
“Qi”.
“Qi Qi Demei?”
“No, solo Qi staccato Demei”.
“Aaaaaah, ho capito. Scusi, eh, ma con tutti questi cognomi stranieri uno non ci capisce più…”
“Ha tutta la mia comprensione”.
“Bene. Allora, Qi Demei, nato il”
“Tredici luglio 1974”.
“Anno della tigre!”
“Complimenti. Non mi dica che...”
“Sì, confesso, sono anch’io del 1974. Dunque, Qi Demei, nato il tredici luglio 1974 e residente a…”
“Ahem… scriva così: residente a Canton, Cina”.
“Quindi lei non risiede in Italia”.
“No. Però una denuncia la posso fare lo stesso, no? Voglio dire… Se fossi un turista e mi rubassero il portafogli…”
“Giusto. Allora: Qi Demei, nato il 13/7/74 e residente a Canton, Cina, in data 23/9 presente anno si recava nella caserma dei carabinieri di Campogalletti (MU) e segnalava alle autorità competenti, ivi rappresentate dall’appuntato Panunzio Gabriele, la presenza su suolo italiano di un immigrato clandestino, rispondente al nome di-”.
“Sì?”
“Lo chiedo a lei: rispondente al nome di?”
“Eh?”
“Questo immigrato clandestino, insomma, come si chiama?”
“Ah, lui! Si chiama Qi Demei”.
“Cognome?”
“Qi”.
“Kikidemei?”
“No, Qi staccato Demei”.
“Aaaaah. Tra l’altro è un nome che ho già sentito… sta a vedere che ha dei precedenti”.
“Ma veramente…”
“Aspetti. Anche lei si chiama Qi Demei”.
“Non lo nego”.
“Un caso di omonimia, capisco”.
“No, forse non ha capito. Sono sempre io. Sono venuto a denunciare me stesso. Sono un immigrato clandestino. Arrestatemi”.
“Beh… beh… non corriamo”
“C’è la cosa, l’obbligatorietà dell’azione penale”.
“Ma scusi, perché ci tiene così tanto a farsi arrestare?”
“Si metta nei miei panni. Io lavoro ai mercati, faccio il giro della provincia. Tutte le mattine la sveglia alle cinque. Con la pioggia e con la neve. Cinque anni così. Non sono abituato, in Cina studiavo legge. Sono stanco”.
“Poteva anche venire prima”.
“Prima mi avreste rimpatriato come clandestino. Ma adesso non potete”.
“Come sarebbe a dire che non possiamo?”
“Non potete, perché l’immigrazione clandestina è diventato un reato, e quindi mi dovrete processare”.
“E che sarà mai un processo”.
“Ma io ricorrerò in appello”.
“Non mi faccia ridere … voglio dire, se tutti gli immigrati clandestini ricorressero all’appello…”
“Sì? Vada avanti”.
“Si bloccherebbero tutti i tribunali italiani!”
“Questo non è un problema mio. Io sono un indiziato di reato, e come tale ho diritto a un giusto processo – ah, e siccome lavorando io reitero il mio reato, perché rubo il lavoro ai commercianti italiani, credo che mi dovrete mantenere voi, in una prigione o altrove. Le vostre prigioni le ho viste, e confrontate al sottoscala dove dormo non sono male”.
“Ma scoppiano”.
“Già. Probabilmente sarete costretti a mettermi fuori, e a trovarmi un lavoro in attesa del giudizio. Ora, si dà il caso che io abbia studiato i tempi della giustizia italiana. Direi che cinque, sei anni di vitto e lavoro assicurati non me li toglie nessuno”.
“Ma poi la manderanno a casa”.
“Chi lo sa? Nel frattempo sarà cambiato il governo, e faranno una sanatoria. A dire il vero tutto lascia pensare che la sanatoria arriverà molto prima. È un peccato, perché poi mi toccherà tornare ai mercati. Io li odio, i mercati”.
“Doveva fare l’avvocato”.
“è vero. Andiamo avanti, le va?”
“Dunque: Qi Demei... segnalava alle autorità competenti, ivi rappresentate dall’appuntato Panunzio Gabriele, la presenza su suolo italiano di un immigrato clandestino, rispondente al nome di...”
“Qi Demei. Faccia copia incolla”.
“…nato il 13/7 eccetera… residente a?”
“Via Garibaldi tre, è il campanello con gli ideogrammi nel citofono. Se vuole lascio anche il cellulare”.
“Lei comunque la fa troppo facile”.
“Le cose stanno così! Adesso che sapete dove trovarmi siete costretti ad arrestarmi”.
“Ma lei potrebbe anche non essere un vero clandestino”.
“Certo che sono un vero clandestino”.
“Eh, facile a dirsi. Ma può provarlo?”
“Altroché. Non ho nemmeno un documento”.
“Questa non è una prova, al massimo è una mancanza di prove”.
“Sta scherzando?”
“Chi mi assicura, per esempio, che lei non abbia distrutto il suo permesso di soggiorno? Cioè, si metta nei nostri panni. Dobbiamo metterci ad arrestare il primo venuto soltanto perché dice di non avere documenti?”
“Prima lo facevate”.
“Ma prima era facile, con un foglio di via, al limite un bel charter e via al paese natale. Ma se adesso dobbiamo arrestarvi e giudicarvi tutti, eh, hai voglia”.
“Quindi non verrete ad arrestarmi”.
“No, credo di no”.
“La solita Italia. Fatta una legge, trovato l’inganno”.
“Piano con le parole, eh? Altrimenti...”
“Altrimenti?”
“Ti arresto per vilipendio”.
“Perfetto! Cos’è il vilipendio?”
“Sono le offese”.
“Ah, bene. L’Italia è una distesa di giunchi appassiti che oscilla al vento osceno della stupidità”.
“Eh?”
“Era un’offesa alla tua nazione. Arrestami”.
“Era solo una licenza poetica. Al massimo una libera espressione di giudizio. Non ti arresto”.
“Italia merda. Arrestami”.
“Ti piacerebbe, eh? Non ti arresto”.
“Mi devi arrestare! È vilipendio! C’è l’obbligatorietà!”
“No, invece, è satira, non ti arresto”.
“Il presidente è un invertito nazista”.
“Satira, satira politica”.
“Ma va’!”
“Come no? Guarda, rido anche, ah ah ah”.
“Donne italiane tutte puttane”.
“Ih Ih Ih, che spasso”.
...
venerdì 23 maggio 2008
Qi denuncia chi
da
leonardo
il
5/23/2008
26
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!!! tgs: dialoghi, la Cina è vicina, migranti, racconti
lunedì 17 marzo 2008
1/7.000.000.000
Altri stracci
Stavolta scrivo proprio a te, che qualche mese fa hai iniziato a portare uno straccetto rosso per la Birmania, e che poi, un giorno, non lo hai messo più.
E non credere che ti biasimerò per questo. Tra me e te non c'è nessun piedistallo su cui io possa salire anche solo un momento, nemmeno un tappetino, niente. Tu eri quello che portava lo straccetto, io quello che scuoteva la testa, e a distanza di mesi probabilmente sembriamo pirla uguale.
Però c'è stato un giorno – ci deve pur essere stato – in cui hai deciso che non l'avresti messo più. Un mattino in cui hai avuto meno tempo per vestirti o preoccuparti. La vita è fatta di singoli momenti, e non ci mancano certo le preoccupazioni per riempirli, eppure almeno due secondi per dire a te stesso “basta” devi averli spesi. Ti ricordi come ti sei sentito, in quel momento? Non è curiosità. Vorrei soltanto che tu sapessi che anch'io io mi sento così, tutti i giorni. Magari un secondo al giorno, ma la frustrazione è esattamente quella. Per cui lo vedi, alla fine lo straccetto a me non serviva davvero. E magari, per lo stesso motivo, tu hai fatto bene a metterlo. E pensi di rifarlo, adesso?
Gli storici avranno poi un'eternità a disposizione per stabilire se la Cina è diventata il futuro del mondo grazie o nonostante Marx e il suo materialismo storico, grazie o nonostante Mao e i suoi catastrofici balzi in avanti. Fatto sta che lo è diventato, principalmente per una questione demografica, e lo resterà ancora per un po'. Nel frattempo le nostre proteste lasciano il tempo che trovano. Se quel che scrive oggi Rampini non ti basta, ti consiglio un'inchiesta dell'Atlantic uscita sullo scorso Internazionale, che conferma più o meno la stima della riserva valutaria cinese, intorno ai 1000-1500 miliardi di dollari. È un dato che da solo squarcia il velo: la qualità della vita degli americani, quel valore che su tutti Bush riteneva sacro, è in ostaggio dei funzionari cinesi. Gli americani potranno continuare a consumare allegramente solo finché Pechino lo vorrà, e Pechino forse lo vorrà, perché se smettesse di sostenere il consumismo americano (e quindi il nostro) si troverebbe davanti a un'enorme crisi di crescita, senza precedenti storici: una prospettiva di fronte alla quale la repressione etnico-religiosa in Tibet impallidisce – e non credere che queste cose io le scriva a cuor leggero.
Perché sto scrivendo precisamente che il mio benessere di marca occidentale (taroccata a Singapore), già di per sé traballante, è fondato tra l'altro anche sulla repressione del Tibet, e che la globalizzazione è riuscita là dove le famigerate Ideologie del secolo scorso avevano fallito: per quanto possa aver corteggiato le dottrine comuniste io non sono mai stato complice di Pol Pot, ma vivendo in una società neoliberista sono complice di Hu Jintao e di Vladimir Putin, e il massimo lusso che posso concedermi è un dibattito sull'opportunità di boicottare le olimpiadi – rendiamoci un attimo conto, quelli sparano alla folla e noi discutiamo di olimpiadi. In verità vale la pena di assistere a testa alta ai giochi di Pechino, proprio perché celebreranno davvero la fine dell'ultimo sogno del Novecento: il sogno della democrazia, dell'autodeterminazione dei popoli, della libertà. Non c'è democrazia, non c'è libertà, e non ci sono popoli: c'è solo il mercato, e sul mercato l'indipendenza del Tibet non vale abbastanza.
Protestare ha senso? Certamente. Io ho protestato sin da bambino per questa o quella repressione e ho una stima sincera per chi lo fa. Un mio meccanismo di difesa interiore mi impedisce di abbracciare le cause che mi sembrino davvero senza speranza: la protesta può dare un senso alla vita, ma se quel senso è la sconfitta e la frustrazione, io mi scuso e mi chiamo fuori. Ho protestato per Tienammen, perché credevo sinceramente che la Cina fosse al bivio e che la democrazia fosse un'opzione praticabile: solo col senno del poi posso darmi torto. Ho protestato per l'Iraq, per i bombardamenti su Belgrado, e di nuovo per l'Afganistan e l'Iraq, perché ritenevo che nel mondo cosiddetto libero un margine di libertà esistesse davvero, e che la protesta civile lo potesse colmare, richiamando i governanti a più miti consigli. Ho protestato e protesto per la politica di occupazione di Israele, perché sono convinto che l'opinione pubblica occidentale giochi un ruolo in quel conflitto. Ma di fronte alla repressione in Tibet o in Birmania, e in Cina in generale, mi fermo. Non metto straccetti perché non li merito; o forse perché ritengo più dignitosa una posizione di consapevole disperazione. Sei libero di pensarla diversamente e di disprezzarmi pure, ma vorrei dirti un'ultima cosa.
Sono una persona, come te, e come te sono limitato in tutto. Anche nella mia disperazione. La Cina è gigante coi piedi d'argilla, che quella crisi di crescita la vivrà, prima o poi: forse tra trent'anni, quando sarà una nazione di figli unici di mezza età. Nessuno può dire come sarà il mondo per allora, ma per favore non pensare a me come a un disperato che si sfoga su un blog. Io credo di poter migliorare il mondo entro certi margini, e ci provo, tutti i santi giorni. Il mio lavoro, i miei studi, persino questo blog, sono fondati su questo. Da quando sono nato so di essere piccolo: ero un quattro-miliardesimi di umanità, in seguito sono diventato un sei-miliardesimo, e continuo a rimpicciolire, ma questo non vuol dire che io mi ritenga inutile. Non ancora. Se può servire a ricordartelo, a ricordarmelo, quello straccetto lo metterò anch'io. Il problema è che penso già al giorno in cui non avrò più voglia di metterlo, e i problemi saranno ancora là.
da
leonardo
il
3/17/2008
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!!! tgs: attivismo, la Cina è vicina
lunedì 1 ottobre 2007
well, you know
Tutti vogliamo cambiare il mondo...
La premessa è sempre quella: abbasso i dittatori (e i militari) e viva la libertà. In tutto il mondo. Amen.
Detto questo, ammetto che l’idea di vestirmi di rosso (o di zafferano), mi costa qualcosa, e che in questo giorni mi riesce difficile reincarnarmi nel ragazzino che andava in piazza per i giovani di Tienammen. Voi potreste dire che è l’età, la borghesia che si fa strada lungo le rughe. Ma non è solo questo. L’orizzonte che si apre sulla Birmania in questi giorni è oggettivamente più angusto di quello che si scoperchiava in Europa e in Asia nel 1989.
Il mondo del 1989, sotto i resti screpolati della guerra fredda, era un mondo vergine, senza un destino scritto. Nessuno sapeva come sarebbe andato a finire: non c’era più nessun equilibrio internazionale con cui fare i conti. Si andava in piazza perché si aveva la sensazione che il blocco orientale potesse crollare, e trasformarsi all’improvviso in qualcosa di nuovo. Oggi sembra ingenuo, ma in quel momento l’ingenuità era l’unica opzione.
Oggi, viceversa, è un lusso che non dovremmo permetterci. Possiamo vestirci di rosso (o di zafferano), ma dobbiamo ricordarci che la Birmania è un feudo della Cina, e che la Cina ha il suo veto nel Consiglio di Sicurezza; possiamo tifare per i monaci, ma nessuno ha ancora proposto di boicottare le olimpiadi di Pechino del prossimo anno; possiamo farci belli coi nostri accorati inviti alla libertà, ma nel frattempo sappiamo che la Cina entrata nel WTO, con le sue riserve di dollari e la sua manodopera che resterà a basso costo per generazioni, non è obbligata ad ascoltarci.
Accanto alla Cina c’è l’altra ex potenza in crisi, la Russia, molto più potente oggi di quanto non lo fosse nel 1988. Considerate semplicemente questo: Putin può farci passare l’inverno al freddo. È in grado di farlo. Nel 1988, Gorbaciov non poteva. Il mercato globale dell’energia ha reso inutili le testate nucleari: la paura del freddo è uno spettro molto più concreto di quello dei missili. E noi davvero pensiamo di poter fare pressione sull’asse Cina-Russia perché ci stanno a cuore i poveri monaci birmani?
E se un giorno – e mi auguro domani – la libertà arrivasse, la Birmania cosa diventerebbe? Un Paese civile e democratico o un altro fornitore di lavoro sottopagato? Oltre che, naturalmente, una meta per il turismo sessuale? È oggettivamente più difficile, oggi, fantasticare sulla libertà. Abbiamo visto troppe incarnazioni scadenti.
A far finta di niente, a tifare libertà sempre e comunque, si rischia di diventare stucchevoli come i neoconi, che a ogni rivolta vanno in brodo di giuggiole, e subito s’inventano il marchio (rivoluzione arancione, rivoluzione dei cedri, mancava soltanto la rivoluzione zafferano, appunto). È un’esibizione modaiola e a volte fastidiosa, visto che quel che possiamo fare per quelle persone è oggettivamente poco. Lo si è visto qualche anno fa, quando a seguire certi link sembrava che la rivoluzione progressista fosse imminente in Iran. E certo se bastasse un link, per aiutare i rivoluzionari, oggi l’Iran sarebbe una democrazia occidentale. Ma non lo è. Un’altra rivoluzione recente – quella arancione in Ucraina – forse sta per tramontare in queste ore, ed è difficile pensare che nelle cabine elettorali di Kiev non abbia inciso lo spettro di un altro inverno al freddo. E contro il freddo ben poco può l’agitar di bandierine.
I neoconi però insistono: il loro mondo è ancora quello del 1989, la rivoluzione liberale sembra sempre alle porte, se l’ONU continua a opporre dei veti si può anche sciogliere l’ONU, eccetera. Oltre a glissare sulla sostanza economica dei problemi, continuano a dare per scontato un fattore che oggi è in discussione: la forza dell’America, faro delle libertà mondiali... Ma è un faro molto più fioco e intermittente di qualche anno fa. E non è stato certo l’11 settembre a indebolirla. Il responsabile è Bush: doppiamente responsabile, perché non solo ha incastrato l’esercito più potente del mondo in una guerra di logoramento in Iraq, ma in quattro anni non è ancora riuscito a vincerla. In Iraq Bush ha scoperto le carte di quello che doveva essere la principale forza deterrente in mano alle democrazie occidentali: e gli è andata male. Peggio per lui e per noi. Non solo rischia la sconfitta militare, ma ora non può più bluffare; oltre al fatto che il gas russo e le riserve di valuta cinesi fanno comodo anche a lui. E al suo successore, che più di tanto non potrà cambiare le carte in tavola.
Ci sarà forse più libertà, nel mondo d’oggi; probabilmente in molti Paesi la vita è migliore rispetto al 1988. In compenso c’è meno speranza, in generale, al punto che è lecito chiedersi se il cambio sia stato un buon affare. È una sensazione non solo mia, che toglie l’aria e il gusto per la rivolta. Al tg1 l’han capito, e alla Birmania non dedicano nemmeno più l’apertura. Al vecchio panino di Mimun (Berlusconi-Fassino-Berlusconi) hanno sostituito quello nuovo di Riotta: un’esile fettina di Birmania tra due spesse fette di Garlasco. Corsi e ricorsi storici: dopo gli entusiasmi politici, subentrano i peli grigi e ci si butta sui romanzi noir. Ma sono io che invecchio, o il mondo?
Spero di essere io. In fondo mi fa rabbia dover sempre assistere in tv alle rivoluzioni degli altri. Il fatto è che non ho smesso di considerare la libertà come una lotta quotidiana: perciò in un monaco che fa lo sciopero della fame vedo più libertà che nel dibattito sulla finanziaria. Forse non saranno mai più liberi come oggi, mentre marciano e tirano sassi: tifare per loro è scontato, ma io li invidio proprio.
da
leonardo
il
10/01/2007
14
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!!! tgs: Birmania, Bush, la Cina è vicina, neoconi
giovedì 1 febbraio 2007
edizione straordinaria
da
leonardo
il
2/01/2007
16
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!!! tgs: coccodrilli, la Cina è vicina, migranti, Mondo Carpi
giovedì 11 gennaio 2007
tabula rasa!
Bisogna distruggere il latino
Caro Leonardo, hai sentito di quel quindicenne romano che avrebbe scritto all’economista di Financial Times chiedendo se è davvero così utile studiare il latino?
Sì, e ho anche trovato il link: toh.
Ma è scritto in inglese da economisti, non si capisce.
Già, è duro l’inglese, specie se lo studi nei ritagli di tempo tra una versione di latino e una di greco. Per fortuna la rubrica di Harford viene sempre tradotta in italiano da Internazionale: dovrebbe uscire in uno dei prossimi numeri.
Un quindicenne romano scrive all’economista del FT? Ce la beviamo?
Perché no? Dear economist è uno spasso. Harford risponde a qualsiasi domanda, ma con un’impostazione rigorosamente economista. Una volta ha risposto a un tale che chiedeva se in bagno fosse più conveniente abbassare o lasciare alzata la tavoletta. Perché non dovrebbe rispondere al 15enne romano?
L'economista risponde che il latino serve soltanto a discutere col Papa, e che il cinese sarebbe più utile. Tu naturalmente sei d’accordo con lui...
Al 90%. Specie quando sfata la leggenda che il latino ci aiuti a raffinare le nostre capacità logiche. È una sciocchezza. Quale sarebbe esattamente il contenuto ‘logico’ del latino? Le regole di morfologia e sintassi sono costruzioni a posteriori, piene di eccezioni e casi particolari. Al massimo si può dire che il latino sia molto complesso. Ma non più complesso della fisica quantistica o del cinese. Chi sostiene che l’apprendimento del latino renda più ‘elastici’ di una qualsiasi lingua straniera, di solito non ha studiato bene nessuna lingua straniera oltre al latino: insomma, è tutt’altro che un’intelligenza ‘elastica’.
Ma è una tesi sostenuta da molti…
…da molti insegnanti di latino, sì
Eppure chi si diploma al classico con buoni voti se la cava bene in qualsiasi facoltà.
Magari è anche vero. Ma non perché abbia studiato latino; semplicemente perché è una persona intelligente. In una buona percentuale è anche un ragazzo benestante, che gode nella sua famiglia di un’offerta culturale molto superiore a quella che gli offre la scuola. Nelle sua casa ci sono mensole piene di libri, canali satellitari di approfondimento, Internet, quotidiani già sfogliati, parenti laureati con i quali può scambiarsi opinioni. Gente così di solito va a scuola più per intrecciare relazioni che per approfondire conoscenze: se si trattasse solo di questo, potrebbe studiare in casa con molto più profitto.
Da soli? In casa?
Hai colto il problema: non si può. Per questi studenti cosiddetti ‘brillanti’, il liceo è soprattutto un parcheggio. E per un parcheggio quinquennale il latino è la materia ideale: non serve a nulla, ma occupa un sacco di tempo, e impararlo (approssimativamente) dà una certa soddisfazione. Ma non è che il latino ci renda più intelligenti: semplicemente, abbiamo deciso che gli alunni più intelligenti debbano sorbirsi cinque anni di latino. Se un giorno decidessimo di farli giocare per cinque anni a Yu-Gi-Oh, probabilmente il loro rendimento all'università sarebbe simile. Invece storicamente abbiamo scelto il latino, e continuiamo a insegnarglielo. Se almeno lo imparassero davvero.
Non lo imparano?
Una volta lo imparavano, forse. Ma prova a dare in mano l’Eneide a un qualunque diplomato della mia età. Chiedi di leggerlo e tradurtelo all’impronta. Non ce la farà. Ha studiato latino per cinque anni, ma senza vocabolario è un analfabeta. L’ottanta per cento, all’indomani dalla maturità, non riuscirà a decifrarti una banalissima lapide di chiesa.
Perché è una lingua molto difficile.
Forse. Oppure perché gli insegnanti del liceo non sono bravi. Oppure sono bravissimi, ma il metodo è tutto sbagliato. In ogni caso c’è qualcosa che non va. Dedichiamo al latino come minimo cinque anni della nostra vita, eppure nessuno lo sa, nessuno lo parla. Com'è possibile? Se l'insegnamento del latino fosse così efficace, dovremmo sfornare torme di latinisti. Non solo. Com’è che noi italiani abbiamo delle scuole elementari fantastiche e una percentuale di laureati da terzo mondo? Tra l’istruzione elementare e quella accademica c’è un dislivello pauroso: qualcosa in mezzo evidentemente non funziona, e nessuno ci ha ancora spiegato cos’è.
Magari è la Scuola media inferiore.
Magari sì. Però potrebbe anche essere il modello del Liceo, dove si continua a dare tanta importanza a una materia come il latino che – ammesso serva a qualcosa – comunque nessuno riesce a imparare come si deve.
Ma non è un’ossessione, quella del latino? È davvero così importante? Sul Giornale Lorenzo Scandroglio sostiene che il classico ormai è una riserva indiana. "Anche qualora si sia scelto un liceo, dove resistono le ultime sacche di «lingue antiche» sottoposte ad attacchi sempre più pressanti, sono ormai sempre più diffuse le sezioni sperimentali, senza la minima traccia né di latino, né di greco".
Io non so di che territorio parli Scandroglio: posso parlare del mio. Ogni anno mi arriva il libretto con l’offerta formativa delle scuole della provincia. Posso affermare che non esiste un solo liceo scientifico o classico, nella mia città, con una sperimentazione de-latinizzata. Se vuoi studiare spagnolo e tedesco, puoi: però devi farti anche le tue tre-quattro ore settimanali di latino. Affidate al prof di italiano, che di fatto diventerà il Boss del Consiglio di classe. Risultato: l’adolescente sarà istintivamente più motivato a sprecare un pomeriggio sulla versione che a memorizzare le declinazioni del tedesco (che pure sarebbero altrettanto “complesse”).
(Continua, stavolta sul serio)
da
leonardo
il
1/11/2007
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!!! tgs: chiudere i licei (con i prof dentro), la Cina è vicina, lingue morte
giovedì 2 febbraio 2006
- com'eravamo
Torto marcio
"Ma pensa che c'è gente che ancora si vanta di essere andata a Genova nel 2001!"
"Intendi al G8?"
"Tu guarda st'ignoranti..."
"Saputelli".
"Cacasotto".
"Picchiatori"
"Pacifisti".
"Terrioristi. Ma per cosa lottavano, poi, te lo ricordi?"
"Ma quelle cose lì, contro il governo e il commercio globale, non vogliamo un mercato del lavoro troppo competitivo, eccetera. Le solite cazzate da figli di papà"
"Pezzenti".
"Superficiali"
"Pesanti".
"Inconsistenti"
"Testardi. E naturalmente ce l'avevano con Bush".
"Di già? Ma che gli aveva fatto?"
"E che ne so. Il protocollo di Kyoto… Le cazzate sull'inquinamento e il risparmio energetico… La verità è che non si fidavano di un petroliere. I soliti dietrologi".
"Ingenui".
"Catastrofisti".
"Immaturi"
"Veterocomunisti".
"E Bush cosa gli disse?"
"Ma niente, lui era blindato nel porto, manco li vide. Deve aver detto: chi ci contesta ha torto marcio".
"Torto marcio? Come si dice in inglese?"
"E che ne so, lo lessi in italiano. Comunque rende l'idea".
"Aveva ragione. Erano solo dei velleitari".
"Dei nichilisti"
"Anarchici"
"Fascisti. E mi sembra d'aver detto tutto".
"E già".
"Ma cosa stai leggendo?"
"Io? Ah, è il libro di Tremonti. Avvincente. Te lo consiglio".
"Tremonti?"
"Interessante, molto interessante. Non la solita politica italiana da riunione di condominio. È un'analisi geopolitica di largo respiro".
"In poche parole…"
"In poche parole spiega che la società italiana sta correndo dei terribili rischi a causa del Wto, l'Organizzazione del Commercio Mondiale. Specie da quando è entrata la Cina, che non rispetta i diritti civili ed è molto competitiva sul mercato del lavoro".
"Forte Tremonti, eh?"
"Fortissimo. A proposito, hai sentito l'ultima di Bush?"
"Se ne va dall'Iraq?"
"No, no. Al discorso sullo Stato dell'Unione ha detto che gli USA sono dipendenti dal petrolio".
"Ha detto così?"
"Ha detto così: prima o poi dobbiamo ammetterlo, the United States Is Addicted to Oil. Che coraggio, eh?"
"Certo che quando ha ragione ha ragione".
"Cercheranno di importare meno petrolio dall'estero. E investiranno più soldi nei combustibili alternativi".
"Chiamali scemi. Adesso come adesso i soldi del petrolio arabo vanno agli emiri, gli emiri pagano la decima a Hamas, e alla fine col rifornimento di un gippone americano ci si finanzia il terrorista di Hamas. L'unico boicottaggio serio è smettere di comprargli il petrolio".
"Ed è anche una buona idea per l'ambiente. Con tutti 'sti uragani…"
"Quell'uomo è sempre pieno di buon senso".
"Peccato che in giro ci sia così poca gente ad ammetterlo. Specie da noi".
"Eh, ma cosa vuoi. Son tutti dei pecoroni".
"Bastian contrari".
"Carichi di pregiudizi".
"Segaioli".
"Selvaggi".
"Signori «so tutto io»"
"Incompetenti".
"Buoni a nulla e capaci di tutto".
"Smidollati".
"Paranoidi".
"Schizzati".
"..."
(Repeat and fade)
da
leonardo
il
2/02/2006
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!!! tgs: Bush, crisi energetica, Forum Mondiali, G8, la Cina è vicina, neoconi, Tremonti, WTO
mercoledì 11 aprile 2001

Le scuse dei cinesi
(ancora e sempre contro il concetto di differenza culturale)
…Noi però ci domandiamo come mai la Cina pretenda con tanta cocciutaggine delle scuse formali e non si accontenti del dispiacere espresso dagli Stati Uniti. Pensiamo allora che scusarsi abbia, nell'ottica cinese, lo stesso significato del nostro "chiedere perdono" e poniamo quindi la questione a partire da noi, cioè dall'Occidente.
Ed ecco che abbiamo, in scala per fortuna ridotta e soltanto sul piano culturale, almeno fino a questo momento, un tipico esempio di scontro tra civiltà. Se chiedere perdono e scusarsi avessero la stessa valenza, si capirebbe immediatamente perché l'America non accetta e sembrerebbe per lo meno temerario da parte cinese pretenderlo: chiedere perdono implica ammettere la propria colpa e nella nostra civiltà, che è quella della "colpa" - mentre quella cinese sarebbe invece la civiltà della "vergogna" - scusarsi e chiedere perdono hanno lo stesso significato, ovvero rimandano alle stesse categorie morali.
Renata Pisu, "Repubblica" di oggi.
Quanto siamo diversi. Quanto facciamo fatica a capirci. Già fra di noi che ci conosciamo la comunicazione non è che un reciproco patto di fraintendimento. Figurarsi poi quelli che non condividono la nostra lingua, la nostra "cultura"… I cinesi, per esempio. Scrivono con gli ideogrammi. Mangiano con le bacchette. Non bevono latte animale. E chiedono scuse formali quando gli americani violano il loro spazio aereo e fanno schiantare un loro pilota. Che gente strana. Che concetti misteriosi. "Scuse formali". Tradotto in occidentale cosa vorrà dire?
L'altro giorno ho lavorato con una traduttrice cinese. Lei leggeva delle frasi da turista ("Dov'è il bagno", "Mi sono perso", ecc.) e io incidevo. È stata un'emozione, perché il cinese (il mandarino, credo), è una lingua veramente diversa dalle nostre. Ma anche perché ci sono alcune cose che, malgrado millenni di sviluppo linguistico autonomo, malgrado gli ideogrammi, malgrado tanta cultura e tanta civiltà, ho capito al primo colpo. Le parole "mamma" e "papà", per esempio. E poi un tipo d'intonazione veramente universale, che fanno tutti i traduttori del mondo quando leggono una lista: ad esempio, quando arrivano alla penultima voce della lista, che siano persiani, cinesi o modenesi, fanno sempre la stessa nota, una specie di segnale: "e adesso sto per finire" (provate a leggere una lista a voce alta e capirete cosa intendo).
La cosa mi ha messo di buon umore. Va bene, siamo diversi, ma non così tanto. Probabilmente possiamo emozionarci e indignarci per le medesime cose. Purtroppo non avevo ancora letto l'interessante approfondimento culturale di Renata Pisu sulla Repubblica di oggi. No, i cinesi sono veramente diversi da noi, e non li capiremo mai – almeno finché non ce li spiega la Pisu o qualche altro giornalista con velleità antropologicoculturali.
Per esempio: se qualcuno li offende, pretendono che gli si chieda scusa. Ma pensa un po'. In Cina, questo "altro polo dell'esperienza umana", scusarsi, non implica a priori nessun riconoscimento di colpa, è un atto dovuto e senza drammatiche conseguenze, una ritualità da compiere, un'esigenza da rendere presente e da riproporre ogni qual volta se ne presenti l'occasione. Non si riconosce il valore catartico del perdono che per questo non si chiede e, di conseguenza, non viene concesso. Il fatto è che noi viviamo nella civiltà della "colpa", mentre i cinesi vivrebbero nella civiltà della "vergogna". La differenza non mi è molto chiara. I cinesi si scusano anche se non hanno colpa? Gli occidentali costretti a scusarsi non si vergognano? Mi pare di capire che per i cinesi "scusarsi" e "chiedere perdono" sono due concetti diversi. Sarà. Ma mi sembra una finezza, nel caso in questione.
Ecco, parliamo del caso in questione. Un aereo americano intercettato nel mar cinese. Per i trattati internazionali, si tratta di un luogo extraterritoriale. Per i cinesi no, perché è il mare che separa la Cina da Taiwan, e l'indipendenza di Taiwan non è mai stata riconosciuta. Per cui i cinesi si sentono violati, vanno a contrastarlo, succede un po' di confusione e ci scappa il morto. I cinesi sequestrano l'aereo americano, controllano se c'è qualche innovazione tecnologica da far propria, e intanto chiedono scuse formali agli americani, un po' per prendere tempo, un po' per non perdere la faccia con l'opinione pubblica (considerate che due anni fa la Nato gli ha bombardato un'ambasciata per sbaglio, a Belgrado). Gli americani non vogliono scusarsi, perché equivarrebbe a riconoscere che stavano violando lo spazio aereo cinese, cioè a riconoscere la sovranità cinese sull'omonimo mare. Mi sembra che questo sia tutto. Perché scomodare inedite categorie culturali, il confucianesimo, il cristianesimo? Non siamo mica dei barbari che si capiscono a gesti. E, se è per questo, non siamo più neanche tanto cristiani. (Né, sospetto, confuciani).
Il problema è che fino a oggi gli americani non avevano chiesto scusa: il massimo a cui si era arrivati era un "ci dispiace". Come a dire: "Sono cose che capitano". Non bisogna davvero immergersi nella cultura cinese per capire la differenza: un fatto "spiacevole" può avvenire senza la nostra responsabilità. Chiedere scusa invece significa ammettere la propria responsabilità. Quindi chiedere perdono. Forse i cinesi la vedono in maniera differente (da come si sono comportati in questo caso, mi sembra di no). Ma soprattutto: ammettere le proprie responsabilità significa ammettere che si violava lo spazio aereo cinese. Guerriglia diplomatica, altro che scontro culturale.
A meno che… ma che non sia questo il motivo per cui i top gun americani che si divertono a volare sotto le teleferiche nel territorio italiano, provocando decine di morti, non devono chiedere scusa a nessuno? Perché la nostra è la "cultura del perdono"? E allora come mai questa sensazione di… io sento come una specie di… ma sì, di rabbia, d'indignazione. Come mai? Devo avere un lontano parente a Pechino, o a Shanghai.
Ps.
Ho cercato "Sorry" nel bellissimo dizionario inglese-cinese www.zhongwen.com... e non l'ho trovato! E se non esistesse proprio la parola? Alla faccia della Pisu. Mi è andata meglio con "excuse": 
da
leonardo
il
4/11/2001
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!!! tgs: Bush, contro l'identità, cultura, la Cina è vicina, scontro di civiltà
venerdì 9 marzo 2001
Quando è ormai il fine settimana, e non vale la pena di iniziare qualche cosa, ma d'altronde senza cliccare il cliccatore si annoia, che si fa?
Si va nel sito del Manifesto. Li si trova sempre qualcosa di edificante.
Ieri per esempio ho trovato una recensione di certo Roberto Silvestri su La stanza del figlio di Nanni Moretti, di cui riporto un memorabile stralcio:
Più che la stanza, l'astanza, l'avrebbe chiamata Cesare Brandi, il contrario della realtà nella sua flagranza, preconscio e subconscio compresi. Niente naturalismo né realismo né surrealismo, né iper-realismo. E' mistero morettiano. E poi è il nono film e mezzo di Moretti (c'è un bacio vero, e un inizio di nudo di Laura Morante), il regista bradipo del cinema mondiale... Ma. Se a 15 anni avessi chiesto ai miei: "posso fare il sub?" mi avrebbero mandato a quel paese. Per chi abita nelle città di mare, le prospettive, però, son diverse […]
Certo, stralciare in questo modo non rende onore a una recensione che si prolunga per quasi 8000 caratteri, una monografia quasi (un'arecensione, direbbe Vittorio Panzana). Anche la chiusa, per esempio, è memorabile:
Andrea morendo indica una strada più misteriosa e sottomarina. E mette in guardia da una vita-fotocopia del contratto di Ancellotti: no alla vita agganciata alla produttività.
Ancellotti è il famoso allenatore della Juventus, ma forse il lettore medio ignora i termini del suo celebre contratto. Tanto peggio per lui, che pensa di poter arrivare alla pagina del cinema saltando le fondamentali rubriche sportive. La morale è: ci sono cose peggiori della morte, tipo i contratti a rendimento. Voi del resto ve li immaginate, i critici cinematografici del Manifesto con contratti a rendimento? Un tanto a battuta? Tantovale morire, in effetti.
Credo comunque che volesse dire che il film gli era piaciuto, che secondo lui valeva la pena di andarlo a vedere. Però… non so… ormai la trama me l'ha raccontata… mah.
Gli esilaranti calembour del Manifesto
Ma quel che mi rende ogni volta pieno di ammirazione è la capacità dei redattori del prestigioso quotidiano di saper riassumere tutti i fatti, i drammi e le tragedie del giorno, in sapienti giochi di parole, che strappano il sorriso del lettore nel mentre che lo educano a una visione più disincantata della realtà. Vediamo il titolone di oggi (venerdì). Salto Nel Voto. Mah. Non male, ma hanno fatto di meglio.
È difficile capire il perché, ma mi sembra di notare che l'estro dei redattori dia il meglio di sé in occasione di eventi luttuosi o catastrofici. Questa settimana abbiamo due o tre perle da mostrare:
Muore la scrittrice Luce d'Eramo: Una vita piena di Luce. (Un classico, ma funziona sempre).
Si diffonde il virus dell'afta epizotica, terribile per gli animali e i loro allevatori: Afta Siempre.
E (come in un crescendo wagneriano), così viene commentata la peggiore tragedia della settimana, il rogo di 41 bambini cinesi in una scuola (lavoravano alla preparazione di fuochi artificiali): Cina, pirotecnici compiti in classe.
Haaa haaa haaaa. Certo, detti a voce o anche riportati qui, estrapolati dal contesto, questi sapienti calembour perdono un po' del loro smalto, e diciamolo, non fanno così tanto ridere. Fanno però senz'altro meditare con maggiore lucidità sugli orrori del nostro quotidiano. Le smorfie che ci strappano sono l'espressione della nostra intelligenza critica. Afta siempre allevatori. Oggi è mancata la Luce. La classe… operaia va in paradiso. Heee heee heeee.
da
leonardo
il
3/09/2001
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!!! tgs: calcio, giornalisti, la Cina è vicina, Manifesto, Moretti (Nanni)
