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domenica 27 luglio 2014

Dormire come in sette

Questa è una versione turca27 luglio - Sette dormienti di Efeso

In una grotta, dalle parti di Efeso (Lidia, oggi Turchia sudoccidentale), forse riposano ancora i Sette Dormienti. Si chiusero nella grotta ai tempi di Decio imperatore, per sfuggire alle sue violente persecuzioni. Si coricarono, e il mattino dopo mandarono uno di loro a comprare il pane. Al tizio la città sembrò subito un po' cambiata. In ogni foro, grandi edifici sormontati da croci. La gente non voleva il suo denaro, e sì che era argento buono, coniato sotto Decio imperatore. Ci misero un po', i Sette, a capire che avevano dormito duecento anni. La loro religione, già proibita, ora era obbligatoria. Inoltre fra Decio e Teodosio imperatore vi erano state almeno tre riforme monetarie, quindi forse era difficile capire cosa si potesse comprare ora col denaro che si erano portati nella grotta, al di là del valore intrinseco. Racconta la leggenda che i Sette morirono quello stesso giorno, dopo aver ringraziato il Signore per averli tenuti in stand-by tutto quel tempo; il che non ha molto senso da un punto di vista narrativo, ma è una pezza necessaria se sei un agiografo e vuoi conservare il loro status di santi - in alcuni calendari vengono chiamati anche martiri, il che è abbastanza incongruo.

È facile immaginare che il mito esistesse già prima dell'avvento del cristianesimo (che a Efeso arrivò prestissimo, già ai tempi di Paolo). Da un punto di vista cristiano, non ha molto senso sottrarsi al martirio durante una persecuzione - anzi in certi periodi era considerato un vero e proprio tradimento: il vero cristiano dimostrava la sua fede andando incontro ai supplizi, non imboscandosi in una grotta. D'altro canto, la leggenda era troppo bella per rinunciarvi. È in sostanza il primo viaggio nel tempo della letteratura di tutti i tempi. Non si può però venerare un dormiente: finché dorme non è in cielo. Deve dunque essere morto, possibilmente subito dopo il risveglio miracoloso.

Che la leggenda sia antica, e famosa, lo dimostra anche la sua presenza in un testo d'eccezione, il Corano. Nella Sura della Caverna, Maometto afferma che i giovani dormirono 300 anni "più nove" (309 anni lunari = 300 anni solari?). Poi si svegliarono freschi e decisero di mandare in città qualcuno ad acquistare il cibo, con gentilezza; questa parola ("comportarsi con gentilezza") pare sia il centro esatto di tutto il Corano. In città vengono scoperti e onorati. Ma quale città? Efeso o Ahl al-Kahf, in Giordania? O a Chenini, in Tunisia, dove si ritiene che dormano ancora senza aver mai smesso di crescere, e quindi non potranno che risvegliarsi giganti? Maometto non lo dice. Non chiarisce nemmeno quanti fossero i giovani, ma di una cosa è sicuro: con loro c'era un cane. Quel cane che ancora è udito dai viandanti nei pressi di Azeffoun, Algeria.
Diranno: “Erano tre, e il quarto era il cane”. Diranno, congetturando sull'ignoto: “Cinque, sesto il cane” e diranno: “Sette, e l'ottavo era il cane”. Di': “Il mio Signore meglio conosce il loro numero. Ben pochi lo conoscono”. Non discutere di ciò, eccetto per quanto è palese e non chiedere a nessuno un parere in proposito. Non dire mai di nessuna cosa: “Sicuramente domani farò questo...” senza dire “...se Allah vuole” (Sura XVIII,22-24)
Il cane è del tutto assente nella versione cristiana. Secondo il Corano anche lui dormì per tutto il tempo, assolvendo comunque la funzione di guardiano: stava sulla soglia e dissuadeva chiunque passasse di lì a curiosare nella caverna. Il cane non è un animale molto apprezzato in ambito islamico, anche se Maometto non sembra considerarlo impuro (si raccomanda però che siano lavate molto bene le stoviglie e i vestiti in cui ha ficcato il muso). Impossibile non pensare al dio egiziano Anubi, guardiano del mondo dei morti, e al suo padrone Osiride, anche lui congelato in uno stato di sonno o animazione sospesa, fino alla vittoria finale del figlio Horus sul suo assassino, il fratello Seth. Anubi per l'occasione dovrebbe anche avere inventato l'imbalsamazione - sempre che non fosse un procedimento criogenico per ibernarlo in attesa dell'arrivo di qualcosa che poi non si è fatto vivo, magari rinforzi da Sirio su dischi volanti - da bambino devo aver letto qualcosa di Kolosimo in merito. Da bambino mi faceva un po' paura Kolosimo, pensavo fosse russo o almeno americano. Poi ho scoperto che è nato a Modena (continua sul Post)

sabato 29 marzo 2014

Capitan America prende a pugni i droni della NSA ma Scarlett è solo un'amica


Captain America - The Winter Soldier (Anthony e Joe Russo, 2014)

"E allora com'era il film?"
"Eh? Non male".
"Non male?"
"Ma sì, dai, salva il mondo come al solito, però in modo non banale, sono abbastanza soddisf..."
"Berlinguer?"
"Eh?"
"Non sei andato a vedere Berlinguer?"
"Ma certo, sì, naturalmente, sono andato a vedere Berlinguer".
"E salva il mondo in un modo non banale?"
"Beh, in un certo senso..."
"Ma è morto, Berlinguer".
"Non del tutto, no... in realtà è solo congelato, vedi... ogni tanto lo riattivano e gli fanno fare delle missioni speciali".
"Berlinguer".
"Ma nel suo cuore resta il ricordo struggente del suo amico che non seppe salvare, come si chiama..."
"Aldo Moro".
"E insomma il mondo ha ancora bisogno di eroi come lui, perché i nuovi politici hanno una visione semplificata dei problemi e minacciano di far decollare piattaforme sociali che distruggeranno..."
"Sei andato a vedere Scarlett".
"Ma che c'entra, scusa".
"Me lo puoi dire. Hai preferito Scarlett Johansson a un documentario su Enrico Berlinguer, per favore, ammettilo".
"Ma non è Scarlett... cioè c'è anche Scarlett, ma un film di Capitan America, ambientato al tempo dell'NSA, dei droni, presenta svariati motivi di interesse che..."
"Si spoglia in automobile anche stavolta?"
"No, maledizione".
"Tu lo sai, vero, che ti stanno prendendo in giro da... quanti film? Tre".
"Sono bei film se ti piace il genere. La Marvel sa veramente il fatto suo".
"Te la piazzano lì in tre scene e ti staccano un biglietto da dieci".
"Non l'ho visto in 3d. Anche se le traiettorie dello scudo magari meritavano".
"Lo scudo?"

"Capitan America ha uno scudo, è la sua arma e il suo simbolo, nonché una metafora dell'America tutta".
"Lo scudo".
"L'America è un bel ragazzo biondo che in qualsiasi parte tu ti trovi al mondo ha il diritto di ammazzarti, però con uno scudo".
"Perché gli americani si stanno soltanto difendendo".
"In realtà no, è più complesso di così. La vera minaccia è sempre interna. In tutti questi film ci sono due cattivi. Possiamo chiamarli il Burattinaio e il Burattino. Per esempio..."
"In Scarlett Johansson si infila un costume nero in macchina aka Iron Man 2 c'era Mickey Rourke".
"Ecco, Mickey Rourke in Scarlett Johansson si cambia in macchina ftg Iron Man faceva il Burattino. Parlava russo, sembrava matto. Anche Ben Kingsley in Iron Man 3. I Burattini sono sempre personaggi esotici con accenti strani".
"Stavolta chi lo fa il Burattino?"
"Un attore rumeno. Interpreta il Soldato d'Inverno, un'ex super-spia sovietica, come Scarlett del resto".
"Si baciano?"
"No. Nel film, cioè. Nel canone ufficiale succede".
"Nel... cosa?"
"Nella continuity, insomma, nei fumetti".
"Hai quarant'anni, ti rendi conto".
"I Burattini all'inizio sembrano la vera minaccia, e in un certo senso danno il sapore al film: per esempio questo è il film in cui Capitan America combatte contro il Soldato d'Inverno. Ma i Burattini non sono mai il vero nemico".
"Il vero nemico è il Burattinaio".
"Ovviamente. E il Burattinaio è sempre un Wasp, un americano bianco e biondo. Sempre".
"Vabbe', è la politically correctness".
"No, è più complicato di così. L'idea che nelle stesse radici della libertà americana si annidi il seme del male, il germe del nazismo..."
"Vabbe' ma se i cattivi sono tutti biondi dopo cinque minuti li scopri comunque".
"Magari i ragazzini ci mettono un po' di più".
"Ho visto che nel cast c'è Robert Redford, niente niente che..."
"SSsssst! Spoiler!" (continua su +eventi!)

sabato 15 febbraio 2014

La strana coppia di Faustino e Giovita

Faustino e Giovita nella Pala della mercanzia di Vincenzo Foppo. Giovita è il biondo ricciolino.
15 febbraio - San Faustino, patrono di Brescia e dei single; San Giovita, patrono soltanto di Brescia (II sec.)

Insomma, come siano davvero andate le cose con San Valentino e la festa degli innamorati non lo sapremo mai. Ogni tentativo di capire dove nasca il popolare abbinamento si scontra con un muro di omertà e una cascata di storielle messe in giro secoli dopo per giustificare una festa che esisteva già. Colpa dei secoli bui? No. Pensate che succede la stessa cosa con la "festa dei single", una celebrazione postmoderna nata negli anni '00, e quindi più giovane di voi che leggete e di me che scrivo. A inventarsi un San Faustino patrono dei single potrebbe essere stata nel 2001 la redazione di un sito internet che si chiama vitadasingle punto net: purtroppo la fonte di questa affermazione è vitadasingle punto net, per cui qualche dubbio rimane.

E dire che abbiamo google - ma cosa può il più potente dei motori di ricerca contro una diceria popolar-commerciale? Troveremo centinaia di articoletti che copiano e incollano la stessa pubblicità di un ristorante che organizza una serata speciale tutto compreso a 69 euro con ricchi premi e cotillons e una sorpresa per lei. Appare abbastanza ovvio che la Chiesa cattolica almeno stavolta non c'entri: e tuttavia non mancano i tentativi di elaborare una mitologia che colleghi il martire patrono di Brescia con gli infelici in amore. Scopriamo così su sapere.it, che "Secondo la tradizione [quale?] San Faustino dava opportunità alle giovani fanciulle di incontrare il loro futuro 'moroso'". Lo stesso pettegolezzo, ricorderete, è stato messo in giro sul conto di Valentino; pare che il ruffiano sia il patrono ideale sia per chi ha il moroso sia per chi lo cerca. Un altro tentativo passa per quello che i tedeschi chiamano Volksetymologie, l'etimologia "del popolo": quando il volgo non conosce la storia di una parola, se la inventa, improvvisando con le sillabe e i sinonimi. Faustino sarebbe diventato il protettore dei single in virtù della sua radice, Faustus: favorevole, prospero, fortunato.
L'intervento dei santi patroni Faustino e Giovita sulle mura di Brescia nel 1438, un pastrocchio del giovane Giandomenico Tiepolo, figlio del più noto Giambattista.

I single hanno senz'altro bisogno di fortuna come tutti. Ma Faustino è semplicemente il primo nome che un tizio ha trovato sul calendario nella casella del 15 febbraio. Il primo. Non si è neanche sforzato di leggere un po' più in là; sennò avrebbe scoperto che proprio il Faustino di Brescia è uno dei santi meno single di tutto il calendario: uno dei pochi che non resta da solo mai, né nelle apparizioni né nella giaculatorie. Ovunque ci sia Faustino, lì nei pressi c'è sempre anche Giovita, il suo partner di lavoro e di martirio. Il patrono dei single è un tizio che fa coppia fissa con un altro da... diciannove secoli, un commendevole esempio di fedeltà.

Ogni città ha i dioscuri che merita.
Non solo. Giovita è un personaggio un po' ambiguo. Non siamo del tutto sicuri riguardo la sua sessualità. La tradizione ufficiale lo vuole soldato inquadrato nel corpo dei cavalieri, come il collega; probabilmente è più giovane, perché quando Faustino viene ordinato presbitero (=prete), Giovita deve accontentarsi del grado subordinato di diacono. Gran parte dell'ambiguità dipende dal nome, Iovita, che forse deriva da Iovis, Giove... ma è della prima declinazione, insomma, finisce in a. Siamo sicuri che sia un nome maschile? No, non ne siamo sicuri sicuri. Tant'è che c'è un doppione, Iovinus, quest'ultimo sicuramente maschile. In altre lingue Iovita diventa un nome femminile: Jowita in polacco, Jovita in spagnolo (ha anche una forma maschile, Jovito). In italiano Giovita è maschile, ma ogni tanto ci si imbatte in qualche curiosa eccezione: per dire, il sito santiebeati.org (che raccoglie acriticamente tutte le informazioni reperibili in rete e sulla pubblicistica cattolica) accanto alla scheda standard sui SS. Faustino e Giovita, ne ha anche una brevissima su una "Santa Giovita" che sarebbe stata "martirizzata con il fratello Faustino, durante l'impero di Adriano, coopatrona di Brescia". Va da sé che una Santa Faustina non sarebbe potuta essere né cavaliere né diacono. Forse per tentare di conciliare le due versioni, i pittori rappresentano il partner di Faustino nel modo più androgino possibile: capelli lunghi, magari un po' ricci, biondi, lineamenti dolci, ampie tuniche che vanno bene in tutti i casi. Quando al tramonto del medioevo i due protettori diventeranno i due eroi guerrieri e salvatori della città, Giovita indosserà un'armatura più aggraziata di quella del capo (continua sul Post...)

venerdì 14 giugno 2013

Più tenebra vi prego

Star Trek into Darkness (J.J. Abrams, 2013)

Siamo ancora troppo vicini alla Terra, Capitano.
Non va bene. Siamo troppo pesanti, si rompe tutto.
Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi dell'astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all'esplorazione di strani, nuovi mondi, eh, magari. No, in realtà siamo ancora in orbita intorno alla Terra o quasi. Siamo nell'universo angusto di Gigi Abrams e Compagnia: un posto così poco "strano", così poco "nuovo" che, per fare un esempio, c'è sempre campo col cellulare. Non so se mi sono spiegato. Quando il Giovane Capitano Kirk nello spazio cosiddetto profondo ha voglia di chiamare Scott che è rimasto sulla Terra a sbronzarsi in un pub, prende il suo cellulare griffato Flotta Spaziale (oscenamente simile a un motorola) lo chiama, e Scott gli risponde. Più veloce della luce. Neanche il tempo di infilare un messaggio registrato, che so, Accetta una chiamata dallo Spazio Profondo, inviata tramite propulsione a curvatura? L'addebitiamo al mittente? Chissà le tariffe, in effetti. Spazio, ultima frontiera. Andremo dove nessuno è mai andato. Ma tranquilli, il cellulare prende anche lì. È solo un dettaglio (benché necessario allo sviluppo della trama), non ti rovina mica il film. Ma secondo me è illuminante. Quattro anni per trovare un soggetto all'altezza delle aspettative, chissà quante trame vagliate e scartate, chissà quanta professionalità, quanta competenza... e poi ti ritrovi con un cellulare che fa le chiamate intergalattiche. Possibile che nessuno al tavolo degli autori abbia detto: ehi, fermi lì, ma non vi sembra un po' inverosimile? Dopotutto è il giovane capitano Kirk, nella serie originale non estraeva mai un telefonino per chiamare terra. Nella serie originale non si vedeva mai, la Terra. Era lontana. Ma cosa vuol dire lontano, ormai.

In Star Trek nella Tenebra, che sarebbe anche un bel titolo - e sarebbe anche un bel film - c'è una scena da film d'azione così trita che io l'ho già vista due volte in sei mesi, e non sono un patito del genere: l'eroe in un palazzo, minacciato da un elicottero di guerra, lo abbatte mediante mezzi non convenzionali. Già visto in: Die Hard 5, Iron Man 3, e adesso Star Trek 12. Deve essere un must per qualche mercato in espansione, l'abbattimento dell'elicottero a mani nude; che so, magari ne vanno matti in Cina. Al termine di questa scena, così poco star-trekkiana, ma soprassediamo, il pilota dell'elicottero scompare. È evidente che si è teletrasportato. Il teletrasporto lo sappiamo tutti cos'è: anche chi ha visto una puntata sola di ST in vita sua sa più o meno cos'è il teletrasporto. E sappiamo che ha dei limiti, non è una magia, è una tecnologia che può incepparsi, che va usata con cautela, ecc. Dunque ci immaginiamo che il nemico sia lì nei pressi, al massimo in un'astronave in orbita; di solito è da lì che ci si teletrasporta. Ma poi Scott scopre che nell'elicottero c'era un affare chiamato "teletrasportatore portatile" o giù di lì, in grado di teletrasportare i nemici dalla Terra al pianeta Klingon, anni luce a strafottere di distanza. Hai capito la tecnologia? Tu premi il pulsante e tac, un istante sei sulla Terra, l'istante dopo sei in mezzo ai Klingon. Ed è portatile, non so se mi sono spiegato: una valigetta. A questo punto però dovreste dirci cosa la paghiamo a fare la flotta spaziale, con tutte le sue esosissime missioni quinquennali pagate con le mie tasse di cittadino della Federazione galattica, se basterebbe una valigetta per trasportarci dove nessuno è mai stato teletrasportato prima. Voglio dire: i Klingon rompono i coglioni? Teletrasportiamo un miliardo di triboli e vediamo quanto rompono ancora i coglioni. E invece no, continuiamo a pagare tutti quei tecnici, tutto quel propellente, tutti quei motori a curvatura... Dev'essere una congiura del complesso militare-industriale, in combutta coi sindacati, Svegliaaaaaaa! Tutte quelle tutine rosse sono in realtà dei mangiapane a tradimento.

Quando cominciò, Star Trek, l'Enterprise era una misteriosa astronave che spuntava dalla Tenebra. La Terra era lontana: ogni tanto inviava messaggi, ordini più o meno vincolanti, ma nessuno chiamava al cellulare. Quando trovava un pianeta, agganciava l'orbita e teletraportava Kirk, Spock e un paio di tutine rosse. La tenebra cedeva lo schermo al colore artificiale dei fari dello studio televisivo. Teletrasportarsi era come sorgere dalla tenebra: un minuto non ci sei, il minuto dopo sei in mezzo a qualsiasi storia stia per capitare, un'ucronia nazista o una rivolta di gladiatori o una guerra termonucleare simulata. Come nella migliore fantascienza americana degli anni '40 e '50, ogni puntata era un racconto, un universo a sé stante, autoconclusivo. Quelli erano i viaggi dell'astronave Enterprise. Ma poi... Ma poi si sa come vanno le cose.

La gente è curiosa (continua su +eventi!)

mercoledì 12 dicembre 2012

La sindone azteca


12 dicembre 2012 - Nostra Signora della Guadalupe (1531) prima fotografia a colori della Storia.

I latinoamericani già sanno, gli altri sospendano l'incredulità: a Città del Messico c'è una foto cinquecentesca della Madonna, a colori. Sembra un dipinto, ma chi ha potuto esaminarlo dice che non lo è, non c'è nessuna traccia di pigmento, e poi l'espressione del suo volto ha un che di irriproducibile. È l'immagine della Madonna più popolare del Sudamerica, e quindi, tra poco, di tutta la cattolicità. Alcune madonne sono finite sugli scudi e negli stemmi, ma Nostra Signora della Guadalupe è l'unica Madonna a essere stata sventolata come bandiera da un esercito, ovviamente rivoluzionario. Ah, e inoltre è probabilmente una divinità azteca sotto falso nome. Ma procediamo con ordine, o quasi.

Sono passati appena dieci anni da quando Cortés si è impadronito della città del Messico, che gli abitanti sopravvissuti al vaiolo e ai conquistadores chiamano ancora Tenochtitlan. Juan de Zumarraga, primo vescovo della Nuova Spagna, riceve la visita inattesa di un contadino azteco di mezz'età, nome di battesimo Juan Diego, al secolo Cuauhtlatóhuac.  Mi manda nostra signora la Vergine di Dio, dice Juan al vescovo, stavo andando alla chiesa di Tlatelolco quando l'ho vista sul colle Tepeyac, mi ha detto di venire da voi perché vuole che le si costruisca un tempio lì. Zumarraga non è un frescone: nel vecchio mondo faceva l'inquisitore, anche nel Nuovo troverà il modo di bruciare qualche prete azteco che forse non aveva del tutto rinunciato ai sacrifici umani. Probabilmente sa che su quel colle fino a poco tempo prima c'era il tempio di una divinità chiamata Tonantzin, "Nostra Cara Terra", insomma diffida. Quando il giorno seguente Juan Diego ritorna da lui, raccontandogli di avere rivisto la Madonna che insiste con la storia del tempio, lo caccia in malo modo e lo fa addirittura pedinare. Juan, disperato, torna dalla Madonna scusandosi e implorandola di trovarsi un migliore avvocato. La Madonna lo esorta a non mollare e gli promette che l'indomani gli farà avere una prova da esibire al vescovo scettico.


Il giorno dopo, però, Juan non si fa vivo. È assente giustificato, suo zio è in fin di vita. Verso sera l'anziano parente gli chiede di andare l'indomani a Tlatelolco a trovargli un confessore. "Ma io veramente avrei già una missione per conto della Madonna, mi ha detto che mi deve dare una prova da esibire al vescovo..." "Madonna o non madonna, se non mi confesso entro domani io vado all'inferno". L'argomento infernale è come sempre decisivo. Juan decide di dare buca alla Madonna, ma invano: quella lo attende al varco l'indomani sulla strada per Tlatelolco. Quando la vede Juan si getta ai suoi piedi e cerca di spiegarsi. Non preoccuparti per tuo zio che sta già meglio, gli dice bonaria Nostra Signora. Piuttosto sali sul solito colle e raccoglimi dei fiori. Fiori? È il 12 dicembre, esattamente 481 anni fa, e il Tepeyac è una pietraia: e tuttavia Juan vi trova dei bellissimi "fiori di Castiglia" (rose?), che raccoglie nel suo mantello (tilma) e corre a offrire a Maria. Questa li manipola per qualche istante e poi li rimette nella tilma: portali al vescovo, vedrai che stavolta ti crede.

Mentre a casa lo zio guarisce miracolosamente, Juan torna per la terza volta dal vescovo inquisitore. Stavolta gli uscieri non lo vogliono nemmeno far entrare: poi notano i bei fiori nella sua tilma e cercano di portarglieli via, ma non si staccano: incuriositi dal fenomeno, vanno a chiamare Zumarraga. "Ancora lui? Cos'hai portato stavolta?" Juan Diego balbetta qualcosa e poi apre la tilma: ZOT! Succede qualcosa di inspiegabile, un flash illumina la stanza e sul tessuto vegetale del mantello di Juan Diego si sviluppa all'istante l'immagine di Nostra Signora della Guadalupe, così come la possiamo vedere adesso nel suo santuario effettivamente costruito alle pendici del Tepeyac (le foto in questo caso non valgono, l'espressione ha un che di ineffabile che si può notare soltanto dal vivo). Va bene, direte voi, ma allora perché non si chiama Nostra Signora del Tepeyac? Perché la vergine avrebbe insistito con Juan per farsi chiamare proprio Vergine della Guadalupe, che è un santuario della vecchia Spagna, e precisamente dell'Extremadura, la terra arcigna donde provenivano tanti conquistadores e in particolare Hernan Cortés? Ci sono tante teorie. Per esempio: forse Juan non ha detto davvero "Guadalupe", ha detto "Tecuatlanopeuh" ("Colei che ha origine dalle cime rocciose"), e gli spagnoli che lo ascoltavano hanno comprensibilmente interpretato con la parola più vicina nella loro lingua, ovvero "Guadalupe" (che per coincidenza era anche un santuario europeo veneratissimo da molti conquistadores, eccetera). Diego avrebbe potuto anche dire "Tecuantlaxopeuh" ("Colei che scaccia chi ci divorava"), o, ipotesi più accreditata, "Coatlaxopeuh", "colei che schiaccia il serpente", bella reminiscenza di Genesi ("Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno") e Apocalisse (la donna insidiata dal drago-serpente). La Madonna fotografata nella tilma non schiaccia un serpente ma sta in piedi sulla luna, come in tante immagini ispirate all'Apocalisse ("una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi"). Vale anche la pena di ricordare che Quetzalcoatl, uno degli dei più adorati dagli aztechi, era il "serpente piumato", un Prometeo locale squamoso e vagamente antropomorfo simile anche a un drago. Un personaggio estremamente complesso, ma per i primi missionari messicani un semplice demone da schiacciare col calcagno (continua sul Post)

mercoledì 5 dicembre 2012

Odino + Turchia = Babbo Natale


6 dicembre - San Nicola vescovo (270-343), taumaturgo, portatore di doni, icona postmoderna

Il santo più popolare del calendario non è Pietro. Lui ha solo la basilica più grossa, e in molte vignette fa il portiere, ma diciamo la verità, non lo invocano in tanti San Pietro. Anche Paolo, e sì che tutta la baracca del cristianesimo in fondo l'ha messa in piedi lui, ma i teologi non sono mai veramente popolari. Non è padre Pio, perlomeno non ancora; Wojtyla il suo quarto d'ora l'ha già avuto; il santo più popolare del calendario, a pensarci bene, dovrebbe essere la Madonna: cioè non c'è gara, pensa solo a quante feste e quante apparizioni, e icone, statue, quadri e tondi - ma proprio mentre sto per dichiarare chiuso il televoto, mi assale un dubbio: la Madonna sarà pure la diva di Lourdes e Loreto, ma quante letterine riceve? C'è un santo che ne riceve tutti gli anni da ogni angolo del mondo, un santo venerato persino dove i cattolici non hanno mai veramente preso piede - in Russia, negli USA, in Turchia - un santo che i bambini imparano a pregare e ad aspettare assai prima di frequentare catechismo. Un santo che da solo nel 2006 riceveva il 90% di tutta la posta recapitata in Finlandia, non male per uno che in Finlandia non c'è mai veramente stato. Quel santo è, ovviamente, Babbo Natale. Cioè Santa Klaus, Sinterklaas, San Nicola. Il vescovo di Myra (Licia), nato a Patara (Licia). Ma dov'è la Licia? Oggi è in un angolino della Turchia in basso a sinistra, ma per molto tempo ha fatto parte del mondo greco, poi romano, poi bizantino. Il modo in cui un vescovo dell'epoca costantiniana sia diventato, in seguito a un complicato sovrapporsi di immagini e racconti, il testimonial della Coca-Cola e il portatore di doni più famoso di tutti i tempi, meriterebbe un libro a parte. Che probabilmente è stato già scritto. Facciamo finta di averlo letto e tracciamone un agevole riassunto.


Antefatto. Nelle lunghe, lunghissime notti antecedenti al solstizio d'inverno, i barbari dell'Europa centrosettentrionale intrattengono e blandiscono i bambini raccontando di Odino, il Dio guercio che cavalca nella notte in testa al suo corteo di demoni. Di uscire di casa quindi non se ne parla, ma se si lascia qualche carotina sul davanzale per Sleipnir, il cavallo a otto zampe di Odino (sulla cui origine incestuosa è meglio sorvolare), e poi si va a letto presto senza fare capricci, Egli lascerà qualche leccornia, o un regalino: balocchi di legno intagliato, noccioline, calze di lana, roba del genere. Le farà passare dal camino. Ma bisogna dormire o almeno tenere gli occhi ben chiusi, Odino mai e poi mai vorrebbe essere sorpreso mentre si intrufola nel nostro camino. Tutto chiaro fin qui? Ora cambiamo drasticamente latitudine.

Dà la vertigine pensare che, a differenza di altri santi popolarissimi, Nicola è realmente esistito, in un mondo diversissimo dal nostro, un mondo senza coca-cola e panettone, ma un mondo non immaginario. Eppure è abbastanza probabile che ci sia stato un vescovo, contemporaneo dell'imperatore Costantino, che si distinse per la condotta irreprensibile, lo zelo con cui difendeva i bisognosi, e perché no, i regali. Era probabilmente il rampollo di una locale famiglia facoltosa, e la carica di vescovo se l'era guadagnata a suon di donazioni. L'impero romano era una formidabile macchina militare e burocratica senza nessun welfare state, niente mutua, niente assicurazioni, la pensione solo ai militari. La Chiesa nasce anche per colmare questa lacuna: i cristiani più ricchi donano del loro alla collettività, e ricevono in cambio ruoli e titoli di prestigio.

In uno dei miracoli di più antica circolazione, Nicola salva tre fanciulle bellissime che il padre, ridotto in miseria, aveva ormai destinate al meretricio. Il metodo con cui Nicola risolve il problema è degno di nota: nottetempo getta attraverso le finestre dei sacchetti pieni d'oro, e scompare. Da buon cristiano non cerca ricompensa sulla terra per le buone azioni che commette. Dei tanti aneddoti riferiti a lui, non è solo il primo riportato nella Legenda Aurea (libro un po' noioso, la maggior parte dei lettori si ricorda solo le prime pagine di ogni capitolo), ma è anche il primo in cui a Nicola sono associati dei sacchi. Al terzo lancio il padre delle ragazze, rimasto sveglio per curiosità, riuscirà finalmente a sorprendere lo strano ladro all'incontrario. Il vescovo gli ordinerà di non fare il suo nome, i regali devono restare un segreto (qualcosa non deve essere andata per il verso giusto, visto che 1700 anni dopo siamo ancora qui a parlarne) (continua sul Post, Ho! Ho! Ho!)

mercoledì 28 novembre 2012

San Budda abate


27 novembre - Santi Barlaam e Iosafat, leggenda.

Più di ogni altra cosa il re indiano Avenir desiderava che suo figlio Iosafat fosse felice. Più di ogni cosa temeva quelle nuove sette che arrivavano dall'occidente, quei corvacci neri che speculavano sulla paura della morte, quei cristiani. Li aveva già visti rovinare uomini ricchi e potenti, dignitari di corte ridotti a vestirsi di sacco e a mendicare. Così quando un astrologo predisse che Iosafat si sarebbe convertito al cristianesimo, per poco non impazzì. Poi decise di nascondere suo figlio al mondo, di crescerlo il più lontano possibile dalla sola idea della morte, della sofferenza. Lo rinchiuse bambino in un palazzo ricolmo di ogni lusso, gli diede amici e amiche in abbondanza, tutti sani e senza difetto: quando qualcuno si ammalava, nottetempo veniva sostituito con qualcun altro in salute; e così Iosafat cresceva senza conoscere né malattia né dolore, eppure non era felice.

C'era come un vuoto che gravava sul suo capo, la sensazione di galleggiare sulla superficie delle cose. Un giorno piantò una grana, non avrebbe più mangiato né bevuto finché il papà non lo avesse lasciato uscire a fare un giro nel mondo. Alla fine il re acconsentì. Preparò l'uscita in ogni dettaglio, infiltrò i suoi ministri nella scorta del figlio, fece per la prima volta ripulire le strade in cui sarebbe passato il corteo principesco, disseminando lungo il percorso danzatori e ballerine, affinché tutto sembrasse il più possibile ameno. Qualcosa però dovette andare storto, perché appena Iosafat uscì, incontrò un cieco e un lebbroso, che lo stupirono molto.
"Sono malanni che capitano agli uomini", risposero gli uomini del re.
"A tutti gli uomini?"
"No, a tutti no".
"Meno male. E si sa già prima a chi accadono questi malanni, o sono imprevedibili?"
"Il futuro nessuno può prevederlo, o sire".
"Quindi anch'io potrei un giorno diventare cieco come questo cieco, o lebbroso come questo lebbroso?"
"Si è fatto tardi, rientriamo".

Il vuoto che gravava sul capo del principe cominciò a riempirsi di angoscia e di paura, sentimenti a cui non sapeva nemmeno dare un nome. Un'altra volta che volle uscire, la security fu più efficiente: non trovò nel suo percorso né paralitici né appestati, tutto andava per il meglio, finché non passò un vecchietto. Un vecchietto assolutamente standard, niente di eclatante, ecco forse perché le guardie non avevano pensato a tenerlo lontano: la faccia un po' vizza, la schiena curva, i denti pencolanti, tutto regolare. Ma Iosafat non aveva mai visto un vecchio.

"E questa che malattia è? Spero che sia un po' più rara della lebbra".
"Sire, questa non... non è una malattia".
"In che senso? Il tizio non si regge in piedi, se non è una malattia questa qui..."
"È solo vecchiaia. Non è una malattia, nel senso che... che viene a tutti".
"A tutti? State scherzando? E si guarisce?" (continua sul Post...)

sabato 24 novembre 2012

La santa Trottolina


25 novembre - Santa Caterina vergine e martire (III secolo)
Caterina trae il suo nome da catha, che vuol dire "universo", e ruina, "rovina", come a significare "rovina universale". Con lei infatti ogni edificio del diavolo cadde in rovina... (Iacopo da Varazze, Legenda Aurea).
Caterina era una principessa che non dormiva mai mai mai, hai presente mai? come dire neanche adesso. Il re suo padre e la regina sua madre ci avevano provato in tutti i modi, con le fiabe di Grimm e di Andersen e di Calvino e di Vladimir Propp, e le canzoni dello zecchino d'oro d'argento e di bronzo i grandi successi di Mina e la Voce del Padrone, ma neanche il libro dei Salmi e la tavola degli elementi facevano addormentare la principessa Caterina, che invece di dormire imparava tutto. Infatti era anche intelligentissima, nonché molto intonata, e tutti potevano udirla alle tre del mattino cantare:
Folle, folle banderuola
folle banderuola segnatempo...
Avendo l'imperatore Massenzio convocato tutti, ricchi e poveri, ad Alessandria (EG) perché immolassero agli idoli pagani, proprio mentre stavano cominciando le celebrazioni sul più bello arrivò Caterina e disse, dai, ma smettila, cosa sono tutti questi affari di ferro e legno e plastica non omologati CE?, non mi piacciono, e sbing e sbleng e sbadabvong in dieci minuti aveva rotto tutti gli idoli del potente imperatore Massenzio, che disse: ma chi sei o giovane fanciulla impertinente?

"Sono Caterina", ella disse, "la patrona delle ruote dei carri-attrezzi e dei filatoi, perché giro tutta la notte e non mi fermo mai".
"Caterina, hai fatto un bel pasticcio. Ma adesso avrai sonno, almeno".
"Sonno io? No mai. Mi leggi un rotolo?"
"Che rotolo? Vuoi scherzare? Qui abbiamo solo papiri pregiati... ferma! stai strappando un Qumran originale!"
"Auff, le figure dove sono?"
"Senti Caterina, non ho tempo, sono il potente imperatore Massenzio, e ho molti idoli da onorare, per cui adesso ci salutiamo, è stato un piacere, buonanotte e..."
"Che noia i tuoi idoli, lo sai che messi assieme non valgono nulla in confronto a mio papà?"
"E chi sarebbe tuo papà?"
"Mio papà è il più grande e il più bello di tutti, inoltre sa come va a finire la fiera dell'est".
"Ah-Ah, Caterina, tu scherzi, nessuno sa a come va a finire la fiera dell'est. Neanche Gugol".
"Lui ne sa più di Gugol, perché è mio papà".
"Dai Caterina piantala".
"No sul serio lui  sa chi uccise il bue che bevve l'acqua che spense il fuoco che bruciò il bastone che picchiò il cane..." (continua sul Post...)

domenica 16 settembre 2012

Teoria narratologica della sf

(Una cosa di cui colpevolmente non m'interesso molto è il festival di filosofia che fanno praticamente sotto casa mia - avete presente quelli che abitano dietro un monumento e non lo visitano mai? Ecco. Mi dispiace che ci sia stata una polemica su Fabio Volo, che secondo alcuni non dovrebbe andare a un festival di filosofia - probabilmente la stessa gente nel Settecento avrebbe snobbato quegli autori di romanzetti dozzinali e satirici, come si chiamavano, Voltaire e Diderot. Comunque. L'unico mio vago contributo al filosofume in cui sono immerso è questo pezzo che scrissi un paio di anni fa per una di quelle belle iniziative di Barabba. Lo riciclo oggi. Era molto più divertente dal vivo (niente dello spessore di un Fabio Volo, comunque)).


Noi vogliamo leggere di eroi: li vogliamo buoni e generosi, positivi e propositivi. Questo la narrativa ce lo può dare. Però li vogliamo anche veder impattare con il nostro stesso mondo (o meglio, un mondo perfettamente identico al nostro). Questo la narrativa non può darcelo senza pretendere qualcosa in cambio. Questo qualcosa lo possiamo definire Sfortuna. Vogliamo degli eroi? Li vogliamo alle prese con le difficoltà del nostro mondo? Dobbiamo accettare che siano molto sfortunati. In caso contrario non si dà verosimiglianza, e senza verosimiglianza non si dà narrativa.
Cerco di spiegarmi meglio. Nel nostro mondo, gli eroi che pretendiamo dalla narrativa non ci sono. Se ci fossero, il mondo migliorerebbe all’improvviso. L’esempio più classico resta Superman: se esistesse, non perderebbe certo tempo a combattere contro il crimine più o meno organizzato: devierebbe un paio di fiumi, risolverebbe il fabbisogno energetico degli Stati Uniti, risolverebbe le controversie internazionali (Eco, 1964). Questo è quanto sarebbe logico aspettarsi da un superuomo verosimile. Quindi, o rinunciamo alla verosimiglianza e caliamo Superman in un altro universo, dove gli sia consentito cambiare la sorte di altri pianeti (e a quel punto avremmo un fantasy di scarso interesse), oppure lo lasciamo in un mondo verosimile fatto di grattacieli realistici e cabine telefoniche identiche alle nostre, operando però affinché, malgrado la sua buona volontà e i suoi poteri ultraterreni, non riesca a rendere il mondo neanche un briciolo migliore di quanto lo abbia trovato. Ma come si fa?
Lo si circonda di sfortuna. Si crea una pletora di antagonisti, a volte in calzamaglia e mantello come lui, che non gli lasciano un attimo di tregua. L’unico modo per ammettere Superman nel nostro mondo è dotarlo di una sfortuna tale da neutralizzare del tutto i suoi superpoteri, affinché alla fine di ogni sua avventura gli enormi sforzi positivi di Superman e le enormi energie negative dei suoi antagonisti diano una somma zero. Il nostro mondo imperfetto diventa così il risultato della lotta titanica tra Superman e i suoi perfidi avversari. Questo alla lunga rischia di rendere Superman e i suoi successori antipatici: con tutti i loro poteri in fondo non fanno che difendere lo status quo, saranno mica per caso eroi di destra? Conservatori, se non addirittura reazionari? Ma è la narrativa a essere in qualche misura conservatrice: per essere interessante ha bisogno di restare in frizione col mondo vero, ma il mondo è quel che è, uno status quo molto discutibile, e la narrativa accetta di non poterlo cambiare. La rivoluzione si fa nelle strade, o al limite nei fantasy: nei romanzi realisti non può che finir male. Poi date la colpa all’autore, ma è colpa vostra che accettate il patto finzionale senza far caso alle clausole scritte in piccolo.
Eroe + Sfortuna = 0
Eroe = 0 – Sfortuna
Sfortuna = 0 – Eroe
In pratica, a ogni azione positiva dell’eroe corrisponde una sfortuna di uguale valore e di segno contrario. Più l’eroe sarà potente, più grande la sfortuna intorno a lui. Più Ulisse è astuto e curioso, più Itaca si allontana. Più Ercole è forzuto, più gli tocca faticare. La sfortuna è in fondo il calco in negativo dell’eroe, e questo si vede in metafisica semplicità nelle opere di Kafka: i suoi quasi anonimi eroi sono definiti esclusivamente dalla sfortuna che li plasma. K esiste finché c’è un Castello che non lo lascia passare, o un Processo che non gli consente di difendersi: rimosso lui, il Castello apre i cancelli e il tribunale si scioglie. Solo un po’ di vergogna sopravvive.
La sfortuna è quindi proporzionale alle capacità dell’eroe. Nel caso di Superman essa tende all’infinito: finché Superman vivrà, l’universo di Metropolis sarà sotto costante minaccia di folli che lo vogliono dominare o distruggere. Fortunatamente di solito gli eroi hanno poteri più modesti, e di conseguenza anche la sfortuna che li contrasta è minore. Prendi i Malavoglia: sono una piccola impresa a conduzione famigliare, i cui membri all’inizio del romanzo appaiono dotati di un minimo di spirito d’iniziativa. Anche se il carico di lupini arrivasse in porto, essi non salverebbero certo il mondo: al limite porterebbero ad Aci Trezza un po’ di moderna mentalità imprenditoriale. Il che però è inammissibile: non perché Verga non lo desideri, ma perché semplicemente ciò non è avvenuto nel mondo reale, a cui l’autore è vincolato da una clausola di verismo: e quindi la tempesta deve infuriare, e la sfiga colpire a ripetizione finché dei Malavoglia non resti che qualche superstite incanaglito e riconvertito al mito arcaico della Casa del Nespolo.
Proseguendo per questa china si arriva agli antieroi: quei personaggi la cui carica è prossima allo zero o addirittura negativa: ebbene, a loro potrà capitare anche qualche occasionale botta di culo, al fine di mantenere l’equilibrio: vedi il caso dell’Idiota. Sappiamo che l’idea iniziale era quella di creare un personaggio “buono”. Dostoevskij all’inizio ha l’aria di pensare che la bontà non sia una qualità, quanto una mancanza di qualità negative: così l’Idiota sarà privo di fondi, privo di salute, privo di malizia… dopo un centinaio di pagine però l’autore si dev’essere reso conto che tutte queste privazioni rischiano di renderlo un osservatore inerte, e allora cosa ti combina? Ma guarda un po’: una zia sconosciuta, un’eredità improvvisa. Il Deus ex machina dei canovacci ottocenteschi.
Il più sfacciato resta comunque Zeno Cosini: chi più fortunello di lui? S’innamora di sua moglie, il suo rivale in amore e in affari s’ammazza per sbaglio. Persino quando il malessere esistenziale sembra prevalere, non ha che da scoppiare una guerra mondiale per trasformarlo in uno speculatore soddisfatto. Zeno doveva evidentemente contenere un potenziale negativo altissimo: non è difficile immaginare che il tizio “un po’ più ammalato degli altri” che si arrampica al centro della terra e la fa esplodere sia egli stesso. Per evitare che ciò succeda, per salvare il mondo (e la verosimiglianza del racconto), Svevo è costretto a servirgli colpi di fortuna a ripetizione.
Per i narratori insomma non c’è scampo: o inventano eroi positivi e li sommergono di sfighe, o s’ingegnano a elaborare colpi di fortuna per antieroi inetti. Di solito quelli più buonisti all’apparenza sono proprio quelli che nascondono in cantina orribili attrezzi con cui tormentare i loro eroi senza macchia. Essi tuttavia amano presentarsi in società come padri di eroi, e quindi un po’ eroici essi stessi, senza troppo insistere sul fatto che ne sono anche i più instancabili persecutori. Del resto, perché dovrebbero insegnare i più oscuri segreti del loro mestiere? La fortuna commerciale di un narratore dipende dalla quantità di dolore, frustrazione e sofferenza che riesce a infliggere ai suoi eroi prediletti. Egli dovrà essere spietato, come si addice a un padreterno. Ma persino il padreterno, tra un diluvio e una pestilenza, ha quei momenti in cui ci terrebbe ad apparire come un tizio misericordioso. Allo stesso modo quando i narratori vanno alle conferenze o ai corsi di scrittura creativa, hanno sempre quell’aria di “io non farei male a una mosca”. Il risultato è che poi da questi corsi escono un sacco di discepoli buonisti che credono che per raccontare una storia sia sufficiente inventarsi un simpatico eroe (spesso aspirante narratore egli stesso), al quale succedono solo cose simpatiche e mai niente di veramente grave, perché la violenza è una cosa ripugnante, no?
Anche quando è violenza su creature immaginarie. Da qui il corollario più interessante della teoria: come si distingue un vero narratore da un aspirante? Dalla pietà per i personaggi. Il vero narratore ne sarà totalmente privo. Ti è venuto bene quel tenero ragazzino, Nemecsek? Bravo Molnár, ora stroncalo con una polmonite fulminante. Generazioni di giovani lettori piangeranno per quello che stai facendo al più eroico soldato semplice delle strade di Budapest. Milioni di fanciulli e fanciulle t’imploreranno e ti malediranno, ma sarà per sempre troppo tardi: Nemecsek è morto, fatevene una ragione, e se non fosse morto il romanzo non sarebbe finito negli scaffali su cui lo avete trovato.
Diventare veri narratori significa accettare il proprio ruolo di assassini di eroi, dispensatori di disgrazie, reggitori di cornucopie di ininterrotta sfiga. Questo è il destino del narratore. Non ti va? Nessun problema, il mondo ha più bisogno di idraulici.

mercoledì 25 luglio 2012

Il gigante e il portachiavi

25 luglio - San Cristoforo, cinocefalo, ex patrono degli automobilisti


"Wof".
"Ciao Cristoforo, qual buon vento! Erano secoli che..."
"Taglia corto. Voglio vedere il capo".
"Il... il capo non riceve, mi dispiace".
"Cosa vuol dire che non riceve. Non ha senso. Io gli devo parlare. Adesso".
"Adesso no, Cristoforo, adesso è in... in riunione".
"Ecco. Parliamo di queste riunioni. Cosa sta succedendo là sotto, me lo vuoi spiegare? Cosa stanno combinando?"
"Ma niente... rimettono a posto il calendario, cose che capitano, d'altronde ogni tot secoli una riforma è necessaria, devi pensare che arriva gente nuova in continuazione, e così..."
"E io che c'entro? Forse che ho fatto qualcosa che non va?"
"Ma no Cristoforo, non c'è niente che non vada, però..."
"È vero che mi tolgono il patronato degli automobilisti? Perché? Forse che non li ho protetti?"
"Hai fatto quel che hai potuto, ma..."
"E poi se li tolgono a me a chi li danno, scusa".
"A Sant'Antonio, pare".
"Antonio? L'eremita?"
"Noo. Quello nuovo, il francescano... Antonio di Padova".
"Il ragazzino? E che ha fatto, scusa, che c'entra lui cogli automobilisti".
"L'hanno visto col Bambino in braccio, miracolo attestato in un processo di canonizzazione".
"Col Bambino in braccio? E io allora? Non ce l'ho un affresco col bimbo in spalla in tutte le cattedrali d'Europa?"
"Cristoforo, eddai..."
"In braccio. Quel francescano smagrito. Ma vuoi mettere. Gesù si tiene sulle spalle. Seduto comodo, in posizione frontale, come un automobilista, appunto. Sennò vabbe', capirai, il bimbo in braccio... allora diamolo pure alla Madonna, il patronato degli automobilisti. Ma chi è questo Antonio. È appena arrivato e già fa le scarpe agli anziani".
"È qui da sette secoli, ormai..."
"Appunto. Una matricola. Io lo sai che sono qui da quando hanno messo in piedi la baracca".
"Forse anche da prima".
"Esatto".
"È un po' questo il problema, Cris. Tu sei veramente un po' antico".
"Arf! Che male c'è?"
"Basta vedere gli affreschi più vecchi, il bambino sembra minuscolo sulle tue spalle".
"Sono un gigante, e allora? Cosa c'è di male?"
"C'è che i giganti non esistono, Cristoforo".
"Che ne sai tu. Una volta, magari..."
"Una volta, una volta. Adesso queste cose si sanno. C'è la paleontologia, l'archeologia. I giganti non sono mai esistiti".
"Magari ero un Neanderthal".
"Eddai Cristoforo, non fare il furbo. È saltata fuori questa cosa imbarazzante della cinocefalia".
"Wof, di che parli?"
"Nelle raffigurazioni più antiche avevi la testa di un cane, Cris" (continua sul Post, con Anubi ed Ermete Psicopompo).

mercoledì 11 luglio 2012

Tutti figli di Bearzot

Per vincere domani


(È un pezzo di due anni fa, stasera ha un po' di senso).
A vederlo da qui, il Calcio italiano sembra avere avuto due incarnazioni, che per comodità possiamo chiamare “in bianco e nero” e “a colori”. Dunque il calcio in bianco e nero è un mondo di leggende, sacrifici, uomini di poche parole dal destino spesso tragico, magliette a strisce strette e senza scritte, riprese accelerate. Il calcio a colori è un mondo di stelle e stelline, scritte ovunque, indossatori di scarpe, spot di telefoni, risse in campo e sugli spalti, azioni al rallentatore. Al centro di questo grande cambio di paradigma, per un curioso accidente, c'è il Mundial del 1982, e la nazionale di Bearzot, coi suoi uomini che hanno un piede nel mondo antico e uno già in quello moderno, ma non appartengono davvero a nessuno dei due.

Aspettate, aspettate, non cliccate via. Non sono venuto qui a dirvi che il nostro mondiale è stato più bello del vostro; vorrei soltanto cercare di spiegare ai più giovani e ai più anziani che per noi, che eravamo al mondo da nemmeno dieci anni, fu qualcosa di diverso e irripetibile, né una saga in bianco e nero né una fiction a colori. Un romanzo, un incredibile romanzo, il primo vero romanzo che abbiamo visto consumarsi tra la tv e i giornali (quanti giornali! E che titoli! Me ne ricorderò sempre uno, che forse non era nemmeno in prima pagina, in un maiuscoletto che pugnalava il cuore: IL CAMERUN CI FA PAURA).

Vorrei spiegare che prima di tutti i grandi romanzi di formazione degli anni Ottanta, prima di Pat Morita che ti fa dare la cera e togliere la cera, prima di Rocky che spacca la legna, persino prima dei napoletani che sfidano a football gli yankees della base Nato e ovviamente si fanno massacrare, finché Bud “Bulldozer” Spencer non si rompe i coglioni ed entra in campo, prima che qualcuno dicesse “coniglio” a Michael J. Fox, insomma, prima di ogni cosa, ci fu quella nazionale pesante, che non riusciva a giocare contro la Polonia, non riusciva a battere il Perù; quella nazionale criticata da tutti che aveva paura del Camerun, quella nazionale passata al secondo turno per una pietosa differenza reti, quella nazionale che quando si ritrovò in un girone a tre con Brasile e Argentina fu data per spacciata dai nostri saggi padri.

Noi invece, non sapendo davvero nulla di calcio, che altro potevamo fare se non sperare, pregare, sognare che i potentissimi sudamericani si liquefacessero come nella Bibbia accade agli empi nemici di Israele. E così fu: il Dio della nostra infanzia ascoltò le querule preghiere dei suoi figli piccoli e quella nazionale, già vergogna delle italiche genti, si rialzò sferragliante come Mazinga prima che gli diano il colpo di grazia, e sconfisse l'Argentina di Maradona, trionfò sul Brasile di Zico e Falcao, passeggiò sulle spoglie della Germania di Muller e Rummenigge, e ci diede il primo vero lieto fine della nostra vita; non una semplice vittoria: una crescita, un riscatto. Lo avevamo sognato, ora il sogno era realtà. Ed era appropriato che i protagonisti di questa avventura avessero nomi bizzarri, da romanzo ungherese: Zoff, Bearzot (anche se poi chi segnava i gol portava cognomi più rassicuranti: Rossi, Tardelli).

L'allenatore, in particolare, fu immediatamente assunto nel nostro olimpo di nonni rassicuranti, con Pertini ed Enzo Ferrari (che per me a nove anni avevano davvero il volto intercambiabile): uomini saggi che tenevano dritto il timone, incuranti delle sconfitte passeggere, essi vegliavano sui nostri sonni e ovviavano ai disastri dei nostri genitori. Senza di loro, Gilles Villeneuve non sarebbe stato che un locale campione d'autoscontro. Erano loro ad aver pescato Paolo Rossi dal vortice del calcioscommesse; ad aver creduto in lui per quattro lunghe partite mentre si aggirava per l'area avversaria struggendosi nel tentativo di rammentarsi le regole del giuoco. E i nostri saggi padri lo fischiavano, maledicendo Bearzot e chi ce l'aveva mandato, e l'Argentina '78 era un'altra cosa, per tacer del Messico.

Come poteva non scattare l'immedesimazione, come potevamo non sentirci tutt'uno con quel Paolo Rossi timido, incapace, distrutto dalle critiche, che a un certo punto si sblocca e piazza tre gol ai brasiliani? Era ovvio che prima o poi sarebbe successo anche a noi: ci saremmo sbloccati. Avremmo spiccato il volo e superato in elevazione tutte le difficoltà. Non è escluso che da qualche parte, nella nostra testa, ci crediamo ancora: ci sbloccheremo prima o poi, la faremo vedere a tutti. Forse sarebbe bastato trovare un saggio maestro, un nonno partigiano, un Bearzot che credesse in noi.

Non ci furono sequel al romanzo: chiusa la copertina Bearzot tornò immediatamente un comune mortale, il selezionatore di nazionali mediocri, che non si qualificarono agli Europei e uscirono agli ottavi in Messico. Ci furono altri mondiali, e anche se non abbiamo mai smesso di tifare per gli azzurri, da qualche parte nel nostro cuore c'era come una resistenza, l'idea che nessuna fiaba sarebbe mai stata bella come quella di Bearzot. Magari piangemmo persino nel '90, quando la cavalcata trionfale di Baggio e Schillaci si schiantò sulla più bituminosa Argentina mai vista: piangemmo, ma qualcosa dentro di noi diceva meglio così, ci sta bene, abbiamo voluto vincere tutte le partite e ci siamo dimenticati che non c'è vera gloria senza sofferenza.

Soffrimmo di più per l'Italia di Sacchi, che in partenza poteva sembrare ancora più arrogante di quella di quattro anni prima, ma poi fu messa in ginocchio da infortuni e squalifiche che la resero un'armata brancaleone, trascinata di peso da Baggio fino al malinconico finale. In seguito i calciatori diventarono sempre meno simpatici, eppure avevano un modo di mettersi nei guai che ti costringeva a credere in loro, a sperare nel riscatto, a cercare nel fondo del nostro cuore il Dio delle vittorie assurde che avevamo pregato nel 1982. Persino l'europeo di Grecia diventò interessante soltanto quando Totti si fece cacciare, e Cassano scese in campo e segnò, ma Svezia e Danimarca fecero melina e allora pianse: sì, Cassano pianse. Due anni dopo, in pieno scandalo Moggi, era di nuovo una questione di riscatto: i nostri gladiatori pompati e tatuati dovevano dimostrare di essere professionisti all'altezza, e forse ce la fecero, ma poi.

Poi, l'ho scritto, almeno in me qualcosa si è rotto – qualcosa, credo, tra la testata di Zidane e la scenetta odiosa di Totti con la coppa in mano. Non riesco più ad appassionarmi, mi sembro una donna che vede ventidue idioti a spasso per un prato e cambia canale. Non capisco - se mai l'ho capito - che senso abbia far giocare miliardi di budget contro milioni di debiti, non riesco più a trovare motivi d'interesse. Non posso nemmeno dire che rimpiango il calcio che fu: se riguardo al Mundial dell'82 con gli occhi di oggi, mi rendo conto che fu una bella impresa, sì, ma come tante altre, nulla di davvero eccezionale: non ci voleva un genio a capire che quel Brasile non sapeva difendersi, e Bearzot probabilmente non era un genio.

L'unica cosa che mi porto dentro, alla quale non voglio rinunciare, è il mio concetto di vittoria, che è quello dei film degli anni Ottanta dove Rocky deve sempre prima andare al tappeto, sanguinare, vedere doppio, spaccare la legna, mettere la cera, togliere la cera... per vincere domani. Il mio concetto di vittoria è che la vittoria in sé non m'interessa. Non voglio essere il più forte, non trovo nessuna gloria nel nascere Maradona. Non ci sarebbe gloria nemmeno nel battere il Brasile, se prima non hai avuto paura del Camerun. Per me l'unica vittoria che abbia senso è la vittoria di Paolo Rossi, che sbeffeggiato dal mondo intero spicca il volo, supera due ciclopi brasiliani in elevazione e la mette dentro. Perciò mi troverete sempre coi perdenti: non perché mi piaccia perdere, ma perché sto aspettando l'unica vittoria che mi farebbe godere realmente: la vittoria di Davide su Golia, di Bearzot sui mostri del calcio, di Pertini sui fascisti i nazisti e i democristiani. Voi tifate pure per la vostra squadra miliardaria: mica vi giudico, e mi fareste un piacere se non giudicaste me. Siamo semplicemente diversi, abbiamo avuto educazioni diverse, ci siamo letti romanzi diversi negli anni in cui leggere i romanzi ci serviva davvero. Adesso per capirsi forse è tardi, voi state da una parte, io dall'altra, e non m'importa quante palle mi mettete dentro: l'importante è la sola palla che un giorno metteremo noi. Ne basterà una sola, a un certo punto ci sbloccheremo, scenderà Bulldozer, il signore degli Eserciti, vi faremo un culo così, la palla schiacciata in meta scoppierà e non ne verranno fabbricate altre, non ci saranno rivincite, il mio romanzo finirà in quel momento.

venerdì 6 luglio 2012

Maria 12 ci perdona, tutti.


5 luglio - Santa Maria Goretti (1890-1902)

La modernità è una crosta sottile, ha scritto qualcuno, in cui vivono solo alcuni di noi, e solo in alcuni momenti del giorno; altre ere, anche arcaiche, sono a portata di mano, letteralmente: afferri il telecomando, accendi la tv al pomeriggio, e non sei più nella modernità. Sei da qualche altra parte, molto prima o molto dopo, comunque altrove. Vedi cose che in altre ore del giorno non capiresti: ad esempio, le file per entrare ai processi. Anche d'estate, col caldo che fa, c'è gente che a certi processi vuole proprio assistere, e alla sbarra di solito non c'è lo speculatore che si è giocato i loro risparmi coi bond tossici; più spesso si tratta di un tizio che forse ha ammazzato qualcuno di cui non sono nemmeno parenti. Ma in quel momento del pomeriggio - sarà che hai caldo anche tu - sei in un'altra era e capisci che il concetto di parentela è relativo, chi è mia madre? chi è mio parente? Se i parenti sono le persone che vediamo tutti i giorni, ormai Sarah Scazzi è nostra cugina.

Possibile persino che ce la sogniamo di notte. Prima o poi qualcuno verrà a riportare un miracolo commesso da Yara Gambirasio, una grazia ricevuta da Ylenia Carrisi. Non credo che diventeranno sante: il calendario della Chiesa cattolica e quello della cronaca nera sono trasmessi ormai su due frequenze diverse. Però su quelle frequenze si trasmettono cose non dissimili, e forse all'inizio la frequenza era una soltanto. Poco prima del bivio, dello switch, c'è Maria Goretti: l'ultima santa antica, la prima protagonista moderna di un fatto di cronaca nera. Le sue eredi non sono più protagoniste di lunghe cause di canonizzazione; però i fiori, e gli altarini, dopo pochi giorni crescono già, abbarbicandosi ai cancelli delle case, spontaneamente. Dopo un po' arrivano anche i primi biglietti, i primi rudimentali ex voto. La modernità è una crosta sottile, se scavi un po' ti accorgi che sotto c'è ancora un Seicento vivo e pulsante che se la cava benissimo. Non teme la tecnologia, anzi: è cablato, ha le antenne, le parabole, tutto quello che gli serve a produrre e vendere devozione. Evidentemente c'è chi compra.


Di Maria Goretti si sa tutto e niente, nel senso che quel tutto più volte scandagliato da agiografi e giornalisti è comunque poca cosa: è nata; è vissuta in un contesto di miseria profonda, in questo contesto ha resistito tre volte alle avances di un uomo (oggi lo chiameremmo ragazzino) che viveva nella sua famiglia allargata; la terza volta è stata trafitta con un punteruolo; è morta soffrendo orribilmente e perdonando il suo assassino, anzi, perdonando tutti. Siccome la storia era tutta lì, la si poteva gonfiare di ideologia come un palloncino. Maria poteva diventare il simbolo della purezza cristiana, la sua storia si prestava a racconti imbastiti sulla stessa trama delle antiche leggende di santi: uomo cattivo, vergine pura, punteruolo, perdono, resurrezione. Fin troppo facile (eppure il processo di beatificazione andò per le lunghe). Al punto che il palloncino a un certo punto qualcuno lo sgonfiò e lo rivoltò dall'altra parte, e Maria Goretti diventò il simbolo di come la Chiesa opprimeva le donne, attraverso la diffusione di figure sottomesse e sessuofobe come la bambinella illetterata. È il palloncino che abbiamo visto più volte sventolare a sinistra, ma non è sempre stato così: fino agli anni Cinquanta la Goretti poteva ancora passare come una figura protofemminista. Sì, la bambina che difende il suo corpo dalla prepotenza dell'uomo fu persino raccomandata da Togliatti come modello alle ragazze comuniste. Secondo un'altra fonte fu un giovane Enrico Berlinguer a proporla, insieme a un altro recentissimo prodotto mitologico, la partigiana sovietica Zoya Kosmodeminskaja: la lotta contro il nazismo e contro la prepotenza maschile erano evidentemente da intendersi sullo stesso piano (continua sul Post...)

martedì 22 maggio 2012

The Uncanny Rita da Cascia

22 maggio - Santa Rita da Cascia (1381-1447), donna dei prodigi.
Con l'aiuto dell'Onnipotente, vincerò!

Erano mesi che aspettavo, ma finalmente oggi è il 22 maggio e vi posso mostrare in tutto il suo splendore la monumentale Santa Rita di Cascia di Santa Cruz, Rio Grande do Norte, Brasile. Coi suoi 56 metri d'altezza, la signorina qui (opera di Alexandre Azedo Lacerda) può serenamente mangiare in testa al Redentore di Rio de Janeiro, e anche la Statua della Libertà deve stare molto, moolto attenta, che Rita è appena un metro più bassa, ma ha l'aria più robusta. Poi che altro dire. Io la prima volta che l'ho vista ho avuto un'illuminazione, ho capito che dovevo tenere una rubrica dei santi da qualche parte. Solo i santi ispirano cose del genere. I santi, i supereroi americani e i robot giapponesi, ma sulla distanza io non scommetterei troppo su Daitarn3 o l'incredibile Hulk. Rita c'era prima di loro e ci sarà anche quando loro se ne saranno andati, con la sua spina retrattile in fronte e il suo crocione contundente. Ma chi era Santa Rita da Cascia? Perché la chiamano la Santa degli impossibili? Ma anche: dove accidenti è Cascia? In provincia di Perugia. Rita è una di quelle sante più invocate che conosciute, e c'è un motivo. La Rita originale, quella su cui si sono incrostati i miracoli più fantasiosi, è un personaggio piuttosto inquietante.


Nata sul finire del difficile XIV secolo (epidemie, recessione economica, terremoti, tutto un repertorio che ormai vi è noto), Rita è un altro esempio anti-romantico e anti-illuminista di donna che vorrebbe disperatamente entrare in convento, se la famiglia non la costringesse a sposare un uomo violento e darle due figli. Il marito, ufficiale di qualche soldataglia di ventura, finirà ammazzato in una delle classiche faide famigliari con le quali si ingannava il medioevo nei piccoli centri. Se Sant'Albano è un Edipo battezzato alla benemeglio, Rita è la Medea cristiana, che per spezzare le catene dell'odio non uccide i suoi due figli, ma prega Dio di prenderseli con sé alla svelta, che alla fine è la stessa cosa. Nel giro di un anno Dio la esaudisce, la faida secolare s'interrompe, ma il senso di colpa la schianta. Forse la spina che le si conficca nel cervello, trent'anni più tardi, ne è ancora un segno. Rifiutata dal convento delle agostiniane, Rita si fa miracolosamente paracadutare entro le mura di cinta dai suoi tre amici altolocati: Sant'Agostino, San Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, non ancora santo ufficiale (ma grazie a lei lo diventerà). Quando se la ritrovano in casa, le sorelle fanno buon viso a cattivo gioco: bisogna dire che all'inizio Rita è la collega ideale, se ne sta sempre confusa sullo sfondo. L'unico episodio singolare avviene nel 1432, quando al termine della funzione del Venerdì Santo sulla sua fronte spunta una spina della corona di Gesù. La badessa proibisce allora a Rita di recarsi a Roma in pellegrinaggio, ché non son cose da mostrare in giro, le suore trafitte da spine. Rita al pellegrinaggio ci tiene molto, ha intenzione di perorare la causa di beatificazione di Nicola da Tolentino: così la spina per qualche giorno si ritrae, e Rita può partire. Ricomparirà miracolosamente al suo ritorno a Cascia. Ha ormai cinquant'anni: porterà la spina in fronte per altri quindici, medicando quotidianamente la ferita, il suo chiodo fisso. Le cronache non riportano altre stranezze, salvo una stravaganza che la vecchierella si sarebbe concessa sul letto di morte: a un parente venuto a trovarla chiese di portarle una rosa del suo vecchio orto. Il tizio osserva, imbarazzato, che siamo in pieno inverno, ma si reca ugualmente nell'orticello e in mezzo alla neve... trova una rosa appena sbocciata. È chiaramente un miracolo postumo, suggerito a qualche anonimo predicatore dall'elemento della spina. Sono postumi, e di origine antichissima, anche i miracoli a base di api, che le avrebbero depositato il miele nella bocca da bambina (lo stesso prodigio è attribuito a Sant'Ambrogio e ad altri). (Continua sul Post...)

venerdì 30 marzo 2012

Crocifissi contro il Nazismo (1x)

"Tu sei il Male, io sono l'Anestesista"
30 marzo - Beata Restituta Kafka (Brno 1890 - Vienna 1943), martire antinazista

Uno potrebbe anche pensare che i tempi ruggenti dell'agiografia siano finiti per sempre - quei secoli, hai presente, in cui c'eri solo tu, in un monastero perso nel nulla, con un po' d'inchiostro e della vecchia cartapecora raschiata, e ti chiedevano: "Oggi è Sant'Albano d'Ungheria, dai raccontaci la storia di Sant'Albano d'Ungheria". "Ma io mica la so, manco so cosa sia, l'Ungheria". "E inventa". Al limite si poteva sempre scrivere: martire sotto Diocleziano (Diocleziano andava sempre bene, Diocleziano li aveva fatti fuori tutti, Diocleziano pasteggiava a carne di martiri e brindava a sangue di vergini, Diocleziano probabilmente in certi eremi andava forte anche come criptobestemmia: ma Dio cleziano! Quel porco! E il priore non poteva dirti nulla).

Oggi ci sono biblioteche in ogni piazza, mal che vada c'è google, oggi non puoi più inventarti niente, o no? Per esempio il 30 marzo si celebra tra le altre la memoria di una Beata novecentesca, Maria Restituta. Su di lei ci sarà ben poco da inventare, penserai. In effetti ci sono i documenti. Sappiamo che è nata Helen Kafka, nel 1890 a Brno, prima impero Austro-Ungarico, poi Cecoslovacchia, poi Terzo Reich, poi di nuovo Cecoslovacchia, oggi Rep. Ceca. Che prese i voti nell'ordine delle francescane della Carità, diventando suor Maria Restituta (detta "Resoluta" per i modi spicci) e che si distinse per la dedizione e la professionalità con cui esercitò la professione di infermiera e anestesista. Sappiamo che è morta a Vienna nel 1943, decapitata dai nazisti per alto tradimento. L'ha beatificata Giovanni Paolo II nel 1998, che l'unica suora decollata dai nazisti non poteva proprio perdersela. E tutto questo è Storia, voglio dire, abbiamo pure le foto. Non ci puoi ricamare, su Helen Kafka: con tutte le monografie che si saranno su di lei, nelle biblioteche, su internet, insomma, se improvvisi ti sgamano. O no?

Ecco, no. Una delle cose fantastiche che scopri studiando i santi è che il medioevo, quello fiabesco delle leggende dipinte sulle vetrate, è a portata di clic. Me ne stavo infatti leggendo la scheda di Famiglia Cristiana, quando mi capita di inciampare sulle ultime due righe. Leggi anche tu:
E in faccia agli assassini, prima che il carnefice alzi la mannaia, suor Restituta dice al cappellano: "Padre, mi faccia sulla fronte il segno della Croce".
Tutto abbastanza verosimile tranne... la mannaia? Va bene, lo abbiamo visto, dei nazisti si può raccontare tutto e nessuno si lamenterà - i nazisti sono un po' il nostro Diocleziano moderno. Ma ce le vedete le SS che tagliano la testa di una suora con la mannaia? Non suona un po' anacronistico? In effetti basta sfogliare un po' di Internet in altre lingue per rendersi conto che suo Maria fu decapitata, sì, ma mediante ghigliottina: il vecchio trabiccolo illuminista che gli Asburgo, per altri versi così diffidenti, avevano importato a Vienna, e che nel 1943 era ancora il supplizio ufficiale per i colpevoli di Alto Tradimento. E la mannaia? Un ricamo di Famiglia Cristiana. Uno solo? Vien voglia di dare un'occhiata più da vicino. (Continua sul Post)

lunedì 13 febbraio 2012

Mezzano nei secoli

È venuto il giorno che attendevate febbrili, quello in cui mi è toccato scrivere di lui.
Ho anche provato a cercare una valentina decente, niente.

Lui che si vergogna anche solo di apparire sulle cartoline, manda avanti gli amorini, e ne ha ben donde. Il mistero di San Valentino è svelato sul Post. Cosa ci tocca far.


14 febbraio – San Valentino martire (273?), inspiegabile patrono degli innamorati.
“Mi sente?”
“Forte e chiaro, però…”
“Bene”.
“Non riesco a vederla, c’è troppa…”
“…luce, non si preoccupi è normale, ci si mette un po’ ad abituarsi. Senta. Devo farle alcune domande, sono formalità, perché in realtà qui sappiamo tutto quello che ci serve. Nome?”
“Valentino”.
“Cognome?”
“Ehm, strano”.
“Non si ricorda?”
“Non capisco”.
“Guardi che è abbastanza normale, nella sua condizione. Data di nascita e luogo di nascita?”
“Ce li ho sulla punta della lingua, eppure…”
“Le do un aiutino: Roma, Terni o qualche luogo imprecisato in Africa?”
“Adesso come adesso non ricordo, non capisco”.
“Per noi va bene comunque, ci risultano Valentini martiri in tutti e tre i luoghi. Data di morte?”
“Questa la so! 14 febbraio 1026 ab urbe condita”.
“Che corrisponde al 273 dopo Cristo. Perfetto”.
“Ma quindi sono morto”.
“Me lo ha appena detto lei”.
“Sì, infatti, mi ricordo vagamente, però…”
“Lei ci risulta decapitato, il minimo che può succederle è qualche falla nella memoria”.
“Ah, ecco decapitato, ricordo… Mi scusi, ma quindi questo è…”
“Il paradiso, vuole sapere? Non proprio, è una specie di vestibolo. Comunque ho una buona notizia per lei”.
“Per me?”
“Lei ci risulta Santo della Romana Chiesa”.
“Io?”
“Non mi dica che non se l’aspettava, si è fatto martirizzare apposta. Le hanno anche dedicato un giorno del calendario, contento?”
“Un giorno? Non capisco”.
“In effetti. Dunque, deve sapere che un centinaio d’anni dopo il suo glorioso martirio, il cristianesimo è diventata la religione di Stato in tutto l’impero”.
“Il cristianesimo”.
“Incredibile, vero? A quel punto vi siete presi il calendario e avete dedicato ogni giorno a un santo della Romana Chiesa, a quel punto ve ne erano già ben più di trecentosessantacinque”.
“Io pensavo che Cristo sarebbe tornato prima”.
“Sì, ehm, ci deve essere stato un equivoco. Comunque non è andata così male per voi, avete controllato l’Europa per mille e più anni, e lei è diventato un Santo molto venerato, lo sa?”
“Io? Quindi qualcuno si ricorda cosa ho fatto in vita? Perché io proprio…”
“No, mi dispiace, nessuno ha una men che minima idea. Sappiamo solo che è un martire. Del resto lo sa come vanno queste cose”.
“No, veramente no”.
“Probabilmente tutti quelli che la conoscevano molto bene sono caduti con lei. Proculo, Efebo, Apollonio, questi nomi non le dicono niente?”
“Già sentiti, sì”.
“Sono i tre discepoli che l’hanno sepolta. In seguito sono stati martirizzati anche loro”.
“Oh poveretti”.
“Quindi, insomma, tutto il ricordo che ci resta di lei è il suo nome. Però è bastato per infilarla nel calendario, e una volta lì per secoli nessuno ha osato toccarla. Ma siccome non sapevano niente di lei…”
“Siccome non sapevano niente di me…”
“Si sono inventati un po’ di cose, capisce? Comunque niente di offensivo, davvero. Lei ha anche ottenuto un patronato molto ehm, popolare”.
“Cos’è un patronato?”
“Le spiego. I santi della Romana Chiesa svolgono la funzione di intermediari tra il cristiano e la Divinità, capisce”.
“Per Divinità intende…”
“Lo sa che cosa intendo. Già ai suoi tempi ogni tanto invocavate San Pietro o San Paolo, no?”
“Ma sì, come esempi di fede, coraggio, rettitudine…”
“Ecco. Col tempo la cosa si è evoluta, in pratica c’è stata una specializzazione per cui, per esempio, San Pietro è il patrono dei portieri, e San Paolo dei giornalisti” (continua…)
“Giornalisti?”
“Brutta gente, lasci perdere. Insomma, chi di mestiere fa il portiere invoca San Pietro, chi si è scottato con l’olio invoca San Giovanni, eccetera…”
“Mi puzza un po’ di pagano”.
“Ma no, perché? È una cosa simpatica, in fondo”.
“A me hanno tagliato la testa, i pagani”.
“E hanno fatto benissimo, così adesso è un martire molto importante”.
“Se così ha voluto Dio”.
“Sempre sia lodato”.
“Nei secoli dei secoli. E quindi mi scusi, io che categoria dovrei rappresentare? Non ho la minima idea di cosa facessi da vivo”.
“Sì, beh, non ha molta importanza. Certi patronati vengono dati un po’ così, come viene viene, non c’è da mica da prendersela”.
“Non me la sto prendendo, mi dica qual è il mio patronato, così posso mettermi al lavoro”.
“Ecco, questo è lo spirito che ci vuole. Prego, dunque, questo è il suo arco”.
“Un arco? Sono patrono degli arcieri?”
“No, no, quello è Sebastiano…”
“…meno male, ché io sono un tipo pacifico, e poi… ehi, ma mi sembra di averlo già visto, quest’arco… è usato?”
“Sì, è un pezzo unico, molto antico”.
“E cosa ci devo fare, insomma?”
“Ecco vede… per prima cosa: non pensi che sia colpa nostra. Noi ci limitiamo a registrare la vox populi. Vox populi vox dei, lei lo sa il latino, no?”
“Me lo sta chiedendo davvero?”
“Già, giusto. Dunque, ehm, non si arrabbi adesso, ma… la vox populi la ha eletta Santo patrono degli innamorati”.
“Innamorati?”
“Conosce il termine?”
“Sì, credo di sì. Ma cosa diavolo…”
“Ehi, ehi, piano con le parole”.
“Scusi, ma non capisco. Innamorati? Io facevo il vescovo, cosa vuole che ne sappia di innamorati? Ma chi è che va in giro a raccontare cose simili alle mie spalle?”
“Ma no, non c’è nessuna malizia, si figuri, è solo che dovevano riempire un vuoto, capisce?”
“E non potevano riempirlo con qualcos’altro? Innamorati? Io – ora rammento – sono un anziano vescovo timorato di Dio. Per quale motivo dovrei badare ai calori giovanili di qualche ragazzino che…”
“Vede, ci sono diverse teorie, anzi, forse lei potrebbe aiutarci a capire. Secondo alcuni restituì miracolosamente la vista alla figlia di un suo carceriere, si ricorda qualcosa?”
“Vagamente. Pregai per lei, mi pare”.
“E alla fine le scrisse una lettera, firmandosi: Tuo Valentino. Le risulta?”
“Ma sta scherzando? Un vescovo di Santa Romana Chiesa? A una vergine? Ma chi è che mette in giro delle infamie del genere? Sono scandalizzato e umiliato!”
“Ma no, ma perché… ma lei non sa di quanto è fortunato, invece… preferirebbe essere il patrono degli agrimensori? Degli affetti da scoliosi? Sono carini gli innamorati”.
“Un anziano vescovo, che ha onorato per tutta la vita i sacri precetti della Chiesa, e poi…”
“Secondo un’altra teoria, riappacificò due innamorati facendoli circondare da uno stormo di piccioni tubanti”.
“Non riesco a immaginare niente di più stupido”.
“Sono leggende, non bisogna prendersela. Secondo altri sposò di nascosto due fidanzati, un centurione e una vergine cristiana in fin di vita”.
“Beh, sono un vescovo, sposare gente era il mio mestiere”.
“Quindi questa è verosimile?”
“Diciamo di sì”.
“Ecco spiegato il mistero. Quindi ora lei prende questo arco e…”
“No, un attimo. Di vescovi che sposano i centurioni e le vergini ce ne saranno stati centinaia. Perché proprio io?”
“Non c’è un perché. La vox populi…”
“Quand’è cominciata questa cosa? Quand’è che hanno cominciato a rivolgersi a me quegli svergognati?”
“Gli innamorati, intende? Ci sono evidenze a partire dal quattordicesimo secolo”.
“Bene. Cioè. Quattordicesimo secolo a partire da cosa?”
“A partire dalla nascita di Gesù, più o meno”.
“Buon Dio”.
“Ha le vertigini? Non si preoccupi, è normale”.
“Sono confuso. Ai miei tempi si aspettava la fine del mondo da un momento all’altro. Sarebbe venuto Cristo e…”
“lo so, lo so. Ci sono state delle complicazioni, diciamo. Comunque intorno al 1380 un poeta inglese, Geoffrey Chaucer…”
“Cos’è un inglese?”
“Ha presente i britanni? Un po’ più biondi. Chaucer, dicevo, scrive un poema dal titolo Parlamento degli uccelli, che recita, testuale:
For this was on seynt Volantynys day
Whan euery bryd comyth there to chese his make
“Cosa significano questi borborigmi?”
“È inglese, inglese del Trecento. Poiché ciò fu spedito nel dì di Santo Valentino / quando il suo compagno ivi cerca ogni uccellino. Non ci risultano connessioni più antiche tra lei e gli innamorati, e anche questa è abbastanza ambigua. Non siamo nemmeno sicuri che si riferisca al 14 febbraio”.
“Ah, perché la mia festa sarebbe…”
“Il 14 febbraio, non gliel’ho detto? Un po’ presto per la stagione amorosa dei volatili in Britannia. Nel secolo successivo a Parigi le cortigiane tengono in suo onore una seduta dell’Alta Corte di Amore, dove discutono di amore sacro e amore profano e leggono poesie e…”
“Senta, lei diceva prima della scoliosi, ma ce l’ha poi un patrono? Perché magari si potrebbe fare cambio, io in effetti soffrivo di dolori di schiena negli ultimi anni, sicché…”
“No. Non è così che funziona. Lei è diventato una celebrità, sa? Soprattutto a partire dal diciannovesimo secolo”.
“Sempre dopo Cristo”.
“Sempre sia lodato. A quel punto gli inglesi si sono espansi parecchio, hanno colonizzato un Nuovo Mondo che gli si è rivoltato contro, ma gli abitanti di questo Nuovo Mondo non scordano ogni 14 febbraio di mandarsi cartoline di San Valentino”.
“Cartoline?”
“Lettere illustrate”.
“Lo trovo disdicevole inopportuno e scandaloso”.
“Ecco, mi dispiace che lei la pensi così, perché una delle sue mansioni sarà precisamente evadere la posta di San Valentino e proteggere emittenti e destinatari, possibilmente garantendo che gli affetti ivi manifestati siano corrisposti”.
“Ma mi spiega come dovrei…”
“E qui interviene l’arco”.
“Ecco, appunto quest’arco cosa diavolo… aspetti. Ecco dove l’ho già visto”.
“Impossibile. Avrà avuto sotto gli occhi una riproduzione”.
“Questo è l’arco del dio Eros”.
“Complimenti, sì, è proprio esso”.
“Ho capito bene? Mi sta dicendo che io, un vescovo di Santa Romana Chiesa, due volte incarcerato e infine decapitato dai pagani, proprio io…”
“È un grande onore, sa? Pensi al patrono degli operatori sanitari. Il patrono delle piaghe da decubito”.
“…Ho ereditato l’ufficio di un dio pagano?”
“Cosa ci vuol fare, è andata così. Avete voluto diventare la religione di Stato? E mò ve la tenete”.
“Ma io non volevo niente. Pensavo che la fine dei tempi fosse vicina”.
“E invece non era vicina, e la gente quando lo ha capito si è messa l’animo in pace e ha cominciato a pregarvi per gli stessi motivi per cui prima pregava noi: San Biagio salvami dal raffreddore, Sant’Agata fammi crescere le zinne, San Valentino aiutami fallo innamorare, eccetera”.
“Un momento. Lei ha detto noi?”
“Eh, come?”
“Un attimo fa. Parlava degli dei pagani e ha detto noi”.
“Ha senz’altro capito male”.
“No, adesso voglio vederci chiaro… non ci fosse tutta questa luce… quindi alla fine avevano ragione gli dei pagani? Sono stato martirizzato per niente?”
“Ehiehiehi, mi meraviglio di lei. Dubitare del suo Dio, proprio in un momento così importante della sua esistenza. Farò finta di non aver sentito”.
“Un attimo… ora capisco… il quattordici febbraio… le Idi… la mia festa in realtà sono i Lupercalia, è così? L’antica indecente sagra della fertilità con gli aristocratici che correvano seminudi per la città e le vergini che cercavano di toccar loro il perizoma, è questo?”
“Sì, no, in realtà i tempi son cambiati, al massimo le capiterà di sovrintendere a qualche corsa in motorino”.
“Che cos’è un motorino?”
“Un perizoma molto elaborato. Comunque vedrà, avrà tutto il tempo per studiare, affezionarsi…”
“Un mezzano. Avete fatto di me un mezzano. Questa è la ricompensa per una vita di studi e sacrifici e…”
“Ma non se la prenda. Sul serio, c’è chi ha passato la vita nel deserto lontano da ogni fetore di vita e si ritrova Santo patrono degli animali da cortile, preferirebbe?”
“Sempre meglio che mezzano. Mezzano per l’eternità”.
“Ma no, mica l’eternità. Prima o poi finisce”.
“Il mondo?”
“Per esempio. Oppure il cristianesimo, magari a un certo punto comincia ad andare di moda qualcos’altro e nessuno vi pregherà più. A quel punto le toccherà passare l’arco al nuovo fighetto di turno, come sto facendo io. Ché era ora, tra parentesi”.
“Quindi gli dei…”
“Si danno i turni, sì. E adesso, se vuole scusare, ho un banchetto e aspettavano solo me. Non che ci sia il rischio di arrivare tardi, per carità, però…”
“No, ma prego, non la trattengo”.
“Gli amorini glieli lascio? Sono carini e non sporcano, e con le frecce possono darle una mano”.
“Ma io sono un uomo di Chiesa, insomma”.
“Appunto, magari nelle cartoline illustrate ci mette loro e si salva almeno la faccia”.
“Rideranno tutti di me, vero?”
“I colleghi? Tantissimo. Ma è tutta invidia, si fidi. A loro tocca pensare ai terremoti e alla sifilide. Lei non si preoccupi, in fondo è divertente”.

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