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sabato 29 luglio 2017

Il disco che Bob Dylan fu creato per comporre

Saved (1980)
(Il disco precedente: Slow Train Coming
Il disco successivo: Shot of Love).

By Source, Fair use, Link
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Come probabilmente ormai sospettavate, il mondo non esiste più. È finito all'incirca intorno al 1990, quando l'Unione Sovietica, l'Iran e la Repubblica Popolare Cinese hanno attaccato le basi Nato in Medio Oriente. Durante la battaglia di Armageddon, esattamente 40 anni dopo la proclamazione dello Stato d'Israele, il Cristo si è manifestato nella Sua gloria, portando i suoi prescelti con Sé in paradiso. Tra loro il reverendo Hal Lindsay, che leggendo la Bibbia queste cose le aveva previste e rivelate in un best seller già nel 1970: e il grande cantautore cristiano Bob Dylan, che alla predicazione di queste verità aveva dedicato i suoi dischi migliori, nel decennio precedente.
Come probabilmente a questo punto sospettate, voi non siete stati prescelti; bensì condannati a vivere nel peggiore degli inferni: un simulacro del mondo, simile per tutto e per tutto a quello che esisteva prima della Fine, con la differenza che non finirà mai, e ruoterà per sempre trascinando nell'oscurità tutto il suo peccato. In questo simulacro di mondo esiste anche un simulacro di Bob Dylan, che ha dimenticato le sue verità e si è rimesso a cantare canzoni d'amore terreno o di tenebra. Qualche suo vecchio disco cristiano circola ancora, ma lui stesso non capisce perché li ha incisi, perché li ha cantati. In effetti non li ha incisi lui, non li ha cantati lui.
"Vi voglio raccontare una storia. Quattro mesi fa stavamo suonando in un campus, o in un college, non so. Non ricordo neanche dove eravamo... In Arizona, mi pare.
Comunque, si dà il caso che io legga un sacco la Bibbia, e la Bibbia dice alcune cose precise di cui sono diventato consapevole solo di recente, e alle università c'è gente che tipo ha un'istruzione superiore, sapete, gli insegnano diverse cose come... le filosofie, così studiano tutte quelle filosofie, come quella di Platone e... chi altro? Beh, mica posso ricordare tutti quei nomi, non so, Nietzsche, gente così... Ma insomma, la Bibbia dice cose precise... nel Libro di Daniele, nell'Apocalisse, si parla di cose che potrebbero proprio riferirsi ai nostri tempi. Dice che ci saranno presto delle guerre - non saprei dire esattamente quando, ma comunque presto. In quel tempo, beh, cita un Paese all'estremo nord, che ha come simbolo "l'orso". E si scrive R-O-S-H. Nella Bibbia, ora, è un libro che è stato scritto un bel po' di anni fa. Beh, non può che riferirsi a una nazione che io sappia... se voi sapete di un'altra nazione a cui si potrebbe riferire... magari voi ne conoscete un'altra, io no".
Bob_Dylan_-_Saved
Se Self Portrait è, per definizione, il disco più brutto di Dylan, Saved è facilmente il più ignorato. Siamo nel punto più profondo della palude meno frequentata della sua discografia: la trilogia cristiana. Il primo episodio (Slow Train Coming) godeva del vantaggio della novità, e di una produzione fin troppo professionale e radiofonica; il terzo episodio (Shot of Love) contiene già rassicuranti segnali di ritorno al secolarismo. Saved è senza compromessi, già dalla copertina originale, che nel suo Kitsch esibito è una delle più efficaci mai autorizzate da Dylan: questo è un disco per gente che si sente salvata dal Sangue dell'Agnello. Non vi sentite salvati? Trovate la cosa ridicola? Lasciate perdere questo disco. Tanto il mondo sta per finire - vendere qualche milione di copie in più o in meno non è la priorità
Siete pronti a incontrare Gesù?
Siete al posto che vi è stato assegnato?
Quando vi vedrà, Egli vi riconoscerà
O dirà: "Allontanatevi da Me"?
Questa assenza di compromessi lo rende meno antipatico dei suoi due fratelli, concepiti per rendere testimonianza davanti a un pubblico di non credenti - un pubblico al quale Dylan in fondo non aveva molto più da dire che "pentitevi stolti". Anche Saved è una predica, ma ai convertiti: praticamente priva di quei fervorini moralistici che Slow Shot dispensano, incuranti del ridicolo. È un disco che è quasi pura estasi: o la senti o lasci perdere. Lo puoi capire solo se per un attimo ti sforzi di crederci - se non in Gesù Cristo, almeno nel fatto che Bob Dylan ci abbia creduto davvero: sì, risorgerò, i miei occhi vedranno il Salvatore. Non in qualche nuvola lontana, come in certe fantasie cattoliche: questa è la rivelazione evangelicale, una cosa molto più concreta e immediata: il mondo sta per finire e Cristo sta per arrivare, e io lo vedrò con questi occhi - ma sono pronto per una cosa del genere? In Saved Dylan ha più dubbi su sé stesso che su Gesù.
Sono pronto a dare la vita per i miei fratelli,
e a caricarmi la croce?
Mi sono arreso alla Sua volontà
o sto ancora facendo il boss?
Con Saved Dylan sbarca anche negli anni Ottanta, il suo decennio terribile. Ci arriva con un deliberato suicidio commerciale: sarà il suo primo disco dai tempi dell'esordio a non entrare nella top 50 americana. Il primo a non conquistare nemmeno un disco d'oro (500.000 copie). Su Spotify, i nove brani di Saved sommati ottengono un milione e trecentomila ascolti. È una cifra minuscola anche se confrontata ad altri dischi poco brillanti di Dylan - per dire, è meno della metà di Shot of Love. (Ma Saved Shot of Love, sommati, non raggiungono i sei milioni di ascolti del primo brano di Street-LegalChanging of the Guards). Anche chi ha simpatia per i dischi cristiani di Dylan, e non siamo in tanti, ascolta Saved meno della metà di quanto non ascolti Shot of Love; meno di un terzo di quanto non ascolti Slow Train Coming. D'altro canto è pur vero che il dylanita medio non è un tizio da streaming - in molti casi deve ancora assorbire il trauma del passaggio da vinile a cd.
"E poi c'è un'altra nazione che si chiama... non mi ricordo, ma è nella parte orientale del mondo e ha un esercito di 200 milioni di fanti, ora: c'è una sola nazione che potrebbe aver un esercito del genere. Così stavo raccontando queste cose a quella gente... non avrei mai dovuto, mi sono lasciato trascinare... Ho detto loro, attenti! perché la Russia sta per scuotersi e attaccare il Medio Oriente, c'è scritto nella Bibbia! E io ho letto ogni genere di libri in vita mia... riviste libri, e qualsiasi cosa mi capitasse sottomano, e a essere sincero non vi ho mai trovato nessuna verità, se volete sapere la verità. Ma sembra che queste cose nella Bibbia mi abbiano svegliato, e mostrato la verità. Così ho detto che una certa nazione si sarebbe riscossa e avrebbe attaccato, e tutta quella gente... saranno stati cinquantamila persone, qualcuno c'era? No, non so, non ce n'erano cinquantamila, cinquemila magari... beh loro mi hanno fatto: "buuuuuuuh", come fanno di solito, un intero auditorium... Ho detto: "La Russia sta per invadere il Medio Oriente", e "buuuuuuh", non potevano ascoltare, non ci credevano. Beh, un mese dopo, ecco che la Russia invade il... il coso, l'Afghanistan credo, e tutto cambia, sapete".



Da un punto di vista tecnico, descrivere Saved come un buco nell'acqua è abbastanza semplice: si tratta di un disco inciso in fretta, nel posto sbagliato: certo, questo non ha impedito in altre occasioni a Dylan di produrre capolavori, ma a quanto pare non è il caso di Saved. In questa fase del resto Dylan pensa più all'apostolato che al prodotto finito: sta perfezionando uno show tutto gospel, senza un solo brano del vecchio repertorio, con un sacco di inediti. Vuole addirittura farne un film. A metà tour la Columbia gli propone di incidere un disco: lui non fa una piega e torna in Alabama da Jerry Wexler, il mago della Stax che aveva levigato così bene l'album precedente. È una mossa sensata: produttore che vince non si cambia. Ma nel frattempo è cambiato Dylan, come al solito: in fondo non gli è ancora riuscito di incidere due dischi con lo stesso team, neanche quando ci si è impegnato. In questo caso i brani arrivano in Alabama già arrangiati e perfezionati dalla band che sta seguendo Dylan in tour: non c'è più spazio per aggiungere un granché. Per Wexler è un ritorno alle origini: come ai tempi in cui Ray Charles gli telefonava e gli diceva: "tieniti pronto tra tre settimane, facciamo un disco". Stavolta le settimane di preavviso sono ancora meno, e Dylan quando arriva è un po' giù di voce (ma se ne frega) (tanto la fine dei giorni è vicina). I brani sono quasi tutti gospel traboccanti di emozioni, e Wexler quelle emozioni in studio non riesce a ricrearle; neanche ci prova. A lui piacciono i suoni puliti, è un cesellatore; farlo lavorare con un pasticcione come Dylan era stato un esperimento interessante, ma come molti esperimenti la seconda volta il risultato è meno convincente. I brani più trascinanti, come Saved Solid Rock, ringhiano come leoni in gabbia.

Persino Dylan deve essersene conto, al punto di proporre alla Columbia un piano B: un disco con lo stesso materiale inedito, ma registrato dal vivo, da pubblicare col film. Probabilmente alla sola parola "film" i commerciali della Columbia devono averci visto rosso - Dylan aveva appena finito di pagare i debiti di Renaldo & Clara. Ci credeva talmente da proporre di inciderlo a sue spese: niente da fare. Anche il film, girato a Toronto, uscirà dai cassetti solo abusivamente. Si trova su Youtube ed è film-concerto completamente privo dei fronzoli artistoidi del RenaldoEd è... strepitoso (continua sul Post)

lunedì 24 luglio 2017

Ultimo treno per il '96


T2: Trainspotting (Danny Boyle, 2017).

Se stai leggendo questo, è perché circa 20 anni fa hai scelto la vita, dopotutto. Hai scelto un lavoro. Una carriera. La famiglia. Il televisore full hd 42 pollici. Hai scelto la lavatrice, la macchina, lo smartphone e l'apriscatole elettrico. La buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita. Hai scelto il mutuo a interessi fissi. La prima casa. Gli amici. Già, gli amici.

Magari quando hai sentito che usciva il seguito di Trainspotting ti è venuto voglia di risentirli, gli amici (a parte quello che sta in galera, certo). (E quello che non ti perdona un pacco da vent'anni). (Poi c'è quello che sta morendo, quello che si è trovato la fidanzata bulgara ed è il destino più pericoloso di tutti - a questo punto forse ti era passata la voglia di andare a vedere il seguito di Trainspotting 2).

Anch'io d'altronde punterei tutto su Anjela Nedyalkova

Se stai leggendo questo, forse hai anche tu una cameretta dove non torni dagli anni Novanta. Un disco che non oseresti mettere sul piatto - hai paura che ne moriresti. E un po' di voglia di drogarti, ma hai perso tutti i contatti - i cosiddetti amici. E poi lo sai anche tu, che più che voglia di drogarsi è... nostalgia. Quella che ti prende alle spalle, certe volte, davanti a uno scorcio di città o a due foto ingiallite.

Cosa ha riportato insieme Ewan McGregor, Danny Boyle (che per anni non si sono parlati), con lo sceneggiatore John Hodge e l'autore Irvin Welsh (che non ha scritto niente ma fa un cameo)? A parte i soldi, intendo. Anche se i soldi, in effetti, non sono mai stati irrilevanti. Cioè parliamoci chiaro, Trainspotting non era Amici Miei. Le bravate consistevano nel rompere la testa a una ragazza con un bicchiere senza un motivo, il cameratismo serviva a dividere la siringa e si fermava davanti al primo vero mucchio di soldi da dividere. Quindi cosa c'era da rimpiangere? Trainspotting era un film sull'eroina. I personaggi erano esili, intercambiabili, il film non pretendeva di farteli piacere e infatti non ti erano piaciuti; T2 vent'anni dopo li rianima, ma al posto dell'eroina pretende di ravvivarli con la nostalgia. Ma certo.


Chi non ha nostalgia per il 1996? (Continua su +eventi!) Quel momento in cui qualsiasi cosa venisse dalla Gran Bretagna sembrava oro, e con due trucchi da videoclip Boyle sembrava la punta di diamante del cinema giovane mondiale. Ovviamente adesso siamo tutti più sgamati e non ci incanta più, Danny Boyle. Così come i tuoi amici del paese, ora che hai girato la tua parte di mondo, non sei così sicuro di volerli rivedere. C'è stato un momento in cui erano tutto per te: lo yin, lo yang, i punti cardinali. Ma è stato vent'anni fa, cosa ne sapevi in fondo. T2 è un film realizzato senza troppe pretese di verosimiglianza (Begbie evade e nessuno lo va a cercare a casa sua) da un gruppo di persone che non si stimano e che stanno già immaginando dove scapperanno con l'incasso. È un film di truffatori senza truffe - come nel primo episodio, verso la fine i soldi piovono un po' dal cielo (e prendono direzioni inaspettate, ma logiche). È un film molto cinico, ovviamente: ma anche il cinismo che era merce così preziosa nel '96 ormai te lo regalano al discount.

È un film che in mancanza d'altri argomenti si mette a fare il moralista, come se volesse porgerti il conto per tutta la gioiosa amoralità del primo episodio, il che sottopone i personaggi già non troppo spessi a torsioni incomprensibili: Begbie deve diventare un buon padre, ma è anche un assassino; Spud non farebbe male a una mosca ma continua a fottere tutti, e così via. T2 è un film che si atteggia a vecchio duro; che ti guarda di sbieco e ti dice: non sei meglio di me, anche tu non hai avuto più niente di meglio del 1996. Ma si sbaglia: io ho avuto tante cose in seguito e le rimpiango tutte più volentieri di Trainspotting. Un bel lavoro, una carriera, la famiglia, il televisore, eccetera. Non sono neanche andato a vederlo al cinema, figurati. Ma lo fanno giovedì 27 luglio all'Arena di Alba alle 21:45 (e si noleggia già su Youtube a €3,99). Here comes Johnny Yen again...

sabato 22 luglio 2017

Gesù è giusto dietro la curva

Slow Train Coming (1979)
(Il disco precedente: At Budokan
Il successivo è... un mistero).
Nessun servo può servire due padroni; o odierà l'uno e amerà l'altro, o avrà riguardo per l'uno e disprezzo per l'altro. Non potete servire Dio e Mammona (Vangelo di Luca, 16:13).
Un giorno Bob Dylan apparve a Gesù Cristo. Fu in un albergo di Tucson, di tutti i posti al mondo. A Gesù Bob parve stanco, sfibrato, un divo del rock che si stava avvicinando alla curva della quarantina senza né casco né cinture, niente. "Oh Padre", si sarà detto, "Prenderlo all'amo sarà persino troppo facile".
È il primo disco di studio a non avere il volto di Dylan sulla copertina.
È il primo disco di studio a non avere il volto di Dylan sulla copertina.
"Bob, vieni a me, accetta il mio giogo: è molto leggero".
"Eh? Chi ha parlato? Chi sei?"
"Chi vuoi che io sia? Sono Gesù Cristo: la Via, la Verità, la Vita".
"Ma Gesù, sei sicuro? Io... sono Bob Dylan!"
"Nientemeno".
"Sono ebreo!"
"Perché, io no?"
"In effetti".
"Cosa c'è che ti angustia, Bob? A me puoi dirmelo".
"Non lo so neanch'io... credo di essere stanco, soprattutto".
"Stanco di cosa".
"Non lo so. Di essere me, forse".
"Troppi concerti?"
"I concerti sono ok. Mi piace suonare. Se solo non dovessi suonare tutte le volte quelle cazzo di canzoni di Bob Dylan".
"Insomma non ne puoi più di Dylan".
"Puoi capirmi?"
"Altroché. La celebrità è una vera tortura, sai. Ti costruiscono un personaggio e pretendono che tu ci aderisca perfettamente... poi lo innalzano davanti a tutti e..."
"Ti crocifiggono, Gesù".
"Non dirlo a me".
"Ma quindi tu saresti il Messia?"
"E certo, non hai visto i segni? I ciechi tornano a vedere, i sordi ci sentono, Van Morrison ha fatto un bel disco con me, Patti Smith ha dedicato una canzone a Papa Luciani... Sto tornando..."
"Stai tornando?"
"...di moda".
"E io? Cosa vuoi che io faccia? Vendere tutto e seguirti?"
"Non esageriamo. Niente che non ti suggerisca già il buon senso. Datti una ripulita, bevi meno, basta coca. Puoi perfino continuare a uscire con le coriste..."
"Whew".
"Magari una sola alla volta, ecco".
"Ci proverò. Tutto qui?"
"Beh, naturalmente dovrai suonare per me".
"Un disco?"
"Un disco sono buoni tutti, cioè se tu fossi Neil Young mi accontenterei, ma stiamo parlando di Bob Dylan, il rocker più sputtanato del decennio, qui c'è bisogno di un investimento a medio termine".
"Ma Gesù..."
"Tre dischi in tre anni, prendere o lasciare".
"Tre dischi in tre anni? Gesù, sei peggio di Grossman".
"Ehi, pensavi che la Via la Verità e la Vita venissero via con lo sconto? Stiamo parlando di convertirsi, Bob. Rinascere. Tu non hai idea di cosa si scatenerà là fuori tra un po' - il punk è solo un avvertimento, sai".
"L'Armageddon?"
"L'Armageddon sarà una passeggiata al confronto, stanno per iniziare gli anni Ottanta. Il Rock - questo gigante dai piedi d'argilla - sarà rovesciato dal trono, e in suo luogo regnerà prima l'empio Pop, poi il suo nipote degenere, Hip-Hop! E poi bestie ancora più immonde..."
"Non capisco. Stai annunciandomi che la fine è vicina?"
"Oh, la fine! La implorerete, la fine!, mentre nell'aere risuoneranno campionamenti e scratch. Hai bisogno di un altro rifugio nella tempesta, povero Bob. E io ne ho uno".
"Non lo so... sono appena uscito da una storia difficile, forse non dovrei subito impegnarmi..."
"E pensa a un'altra cosa. Pensa a Blowin' in the Wind..."
"Gesù, ormai la odio quella canzone".
"Appunto. Non dovrai suonarla più".
"Sul serio? Ma il pubblico".
"Non dovrai più piacere a loro. Dovrai piacere soltanto a me. Molto più semplice. Basta vecchie canzoni. Mr Tambourine, Knockin', Rolling Stone: puoi smettere di suonarle. D'ora in poi canterai solo le mie lodi".
"Ma per rifarmi un repertorio ci metterò degli anni!"
"Dici? Ma non puoi fare come negli anni '60? Eri molto prolifico al tempo, mi pare di ricordare".
"Eh ma allora era più facile. Bastava suonare il blues".
"Blues, perfetto, adoro il blues".
"Gesù, sei sicuro?"
"Perché? Non crederai mica anche tu a quella storia della musica del diavolo, eh? Basta con le superstizioni".
"Se lo dici tu".
"Ah, e poi voglio più professionismo in sala d'incisione. Ultimamente registravi un po' da schifo, ecco, non deve più succedere. Lavori per Gesù, adesso".
Mark_Knopfler_-1979
Mark Knopfler nel '79, prima di scoprire i benefici della fascia tergisudore.
Un giorno Bob Dylan apparve a Mark Knopfler: un miracolo che fino a qualche anno prima sarebbe stato meno credibile dell'apparizione di Gesù a Tucson. Le rare volte che mi capita di riascoltare Slow Train Coming finisco sempre per pensare a come dev'essersi sentito Knopfler. Hai trent'anni e ascolti Dylan da quando ne avevi undici. Hai imparato a cantare e comporre ascoltando i suoi dischi. Col tempo, mentre ti allenavi nei seminterrati e sbarcavi il lunario nei pub, hai sviluppato una strana schizofrenia artistica: più la tua voce si avvicinava a Dylan, più le tue mani ti portavano nella direzione opposta, verso uno stile chitarristico pulito, preciso, rigoroso. Alla fine sei riuscito a pubblicare un disco, e sta andando bene, e una sera alla fine del concerto si avvicina il tuo Dio e ti fa i complimenti. Vuole che tu suoni per lui. Non è incredibile? Voglio dire, Gesù è apparso a un sacco di gente con un sacco di problemi, non fa neanche notizia ormai; ma Dylan che appare a Knopfler è la fiaba di Cenerentola - e invece è successo davvero. Lo porti giù in Alabama, nella sala d'incisione dove il grandissimo Jerry Wexler ha curato i lavori dei grandi dell'Atlantic e della Stax. Tu e Jerry avete appena finito di lavorare al secondo non indimenticabile disco dei Dire Straits; ma adesso realizzerete il disco che rilancerà Bob Dylan. Ha avuto un periodo difficile, ma adesso sta tirando fuori un sacco di nuove canzoni. Roba buona. Un sacco di blues, beh, se è blues siamo nel posto giusto. C'è solo un problema.
Sono tutte canzoni su Gesù.
Cristo.
Di tutti i momenti in cui ti poteva capitare di incontrare Dylan, proprio quello in cui si è dato anima e corpo al Vangelo. Il principe azzurro si è battezzato, va a catechismo tutti i giorni, vorrebbe convertire persino te. Tu che non hai mai avuto un vero Dio - fin qui ti bastava Dylan. E adesso?
Che tu sia un divo rock, rampante sul palco;
che tu abbia ogni droga, e ogni donna al tuo comando;
che tu sia un uomo d'affari, o un ladro d'alta società;
che ti chiamino dottore o che ti chiamino Maestà...
tu devi servire qualcuno.
Potrà essere il diavolo, o potrà essere il Signore, ma devi servire qualcuno. 
"Guarda, Bob, hai a che fare con un incallito ateo ebreo di 62 anni. Sono senza speranza. Limitiamoci a fare questo disco, va bene?" (Jerry Wexler a Dylan, quando cominciò a parlargli di Gesù).
"Guarda, Bob, hai a che fare con un incallito ateo ebreo di 62 anni. Sono senza speranza. Limitiamoci a fare questo disco, va bene?" (Jerry Wexler a Dylan, quando cominciò a parlargli di Gesù).
Non puoi servire Dio e mammona, diceva Gesù. Devi scegliere, ribadisce Bob Dylan in Gotta Serve Somebody, il sermone introduttivo. Eppure Slow Train Coming mi ha sempre dato l'impressione opposta, di un Dylan servitore di due padroni, deciso a tenere il piede in due scarpe tanto diverse: da una parte l'urgenza del convertito, il sacro fuoco dello zelo religioso; dall'altra il professionismo di Wrexler e Knopfler: la precisione quasi asfissiante con cui al Dylan rinato nella fede viene cucito addosso il vestito più elegante che abbia mai indossato. Gotta Serve Somebody è l'incarnazione di questa ambiguità: la canzone che rifiuta ogni compromesso col demonio è anche un singolo pulito e levigato che corre via che è un piacere, e che riporta Dylan nella top40 di Billboard. Ci vinse pure un Grammy per la "miglior performance vocale". L'ho sempre trovato un buffo paradosso, però forse ero vittima dei miei pregiudizi. Perché il professionismo e la fede religiosa dovrebbero essere due opposti, dopotutto?
Forse ragiono da cattolico. Non trovo credibile un predicatore che non vesta di sacco e non predichi la povertà: ma in America non è così. I pastori evangelicali pubblicano best seller, vanno in tv; non trovano senz'altro sconveniente servire Dio in giacca e cravatta. Il Gesù dei born again non grida ai ricchi di lasciare tutto quello che hanno e seguirlo: è un Gesù più pragmatico, un life-coach, ti chiede di darti una ripulita e sta attento che non ti riattacchi alla bottiglia. Non c'è nessuna contraddizione nell'aver trovato in Gesù un nuovo boss e nel dare al suo messaggio la veste più radiofonica possibile: più gente avrebbe raggiunto, più anime avrebbe salvato. Funzionò talmente bene che alcuni riuscirono ad accusarlo di opportunismo: di aver usato Gesù per attirare l'attenzione, di essersi convertito per aumentare il suo bacino di fan. Solo il flop dei due dischi successivi avrebbe convinto i più cinici che BD aveva veramente preferito Cristo a Mammona. Lo stesso Slow Train Coming è scivolato col tempo nel cono d'ombra della trilogia cristiana, la fase della sua carriera che fan e critici preferiscono aggirare e che lui stesso non frequenta volentieri: eppure quando uscì fu accolto bene. Per quanto in certi punti sembrasse un invasato, il furore religioso che lo animava era tutto sommato preferibile ai lamenti enigmatici di Street-Legal. Anche quando sembra un bigotto che borbotta contro i nemici dell'America, borbotta con una grinta che sembrava aver perduto da anni.
Sembra che Gesù abbia funzionato, dopotutto... (continua sul Post)

mercoledì 19 luglio 2017

La sinistra che odia Recalcati

"Dottore, la prego, mi aiuti..."
"Ma certo, si accomodi. Mi sembra un po' scosso".
"È a causa dell'odio".
"Dell'odio?"
"L'odio della sinistra".
"Mi faccia capire. C'è qualcuno che la sta odiando?"
"Non me, dottore, non me! Sta odiando Matteo Renzi!"
"Matteo Renzi?"
"Quale è il peccato commesso da Matteo Renzi per aver attirato su di sé un odio così intenso?"
"Ma un odio da parte di chi, mi perdoni?"
"Gliel'ho detto, dottore! Da parte della sinistra!"
"La sinistra in che s-".
"La sinistra che odia".
"E perché odia?"
"È nel suo DNA".
"Prego?"
"Fa parte del suo Dna e della sua storia, anche di quella più recente, scatenare l'odio nei confronti di coloro che, dichiarandosi militanti di sinistra, osano introdurre dei cambiamenti che rischiano di minare alla base la sua identità ideologica..."
"Cioè mi sta dicendo che c'è gente che passa il tempo a scatenare l'odio nei confronti di chi mina la sua identità?"
"La sinistra! La sinistra fa sempre così".
"Io non so esattamente cosa lei intende per sinistra, ma ammettiamo per un attimo che sia così: avrebbe un senso evolutivo. Se qualcuno ti mina alla base, tu cerchi di isolarlo e sconfiggerlo, no? Voglio dire, l'alternativa sarebbe farsi minare alla base, e se ti minano alla base poi..."
"Ma Renzi non è così!"
"Non vuole minare alla base?"
"No! Vuole solo mettere la sinistra di fronte al suo cadavere!"
"Matteo Renzi è un cadavere?"
"No! La sinistra è un cadavere!"
"Beh, in tal caso sarebbe comprensibile un minimo di ritrosia da parte del... del cadavere che non sa di essere tale, voglio dire..."
"La vera ragione di tutto questo odio è la difficoltà della vecchia sinistra di fare il lutto della sua fine storica".
"...s'immagini che qualcuno all'improvviso le dica che è morto: lei magari non la prenderebbe bene".

"Se fossi morto non mi si porrebbe più il problema!"
"Ha ragione anche lei".
"E invece la sinistra insiste a odiare Renzi!"
"Si vede che... non è così morta. Ma mi farebbe un esempio?"
"L'accusa di essere un rinnegato o un traditore in questi casi scatta come la salivazione condizionata nel cane di Pavlov".
"Ma veramente il cane di Pavlov non sbavava subito, aveva prima bisogno di una fase di condizionamento in cui... ma sta paragonando la sinistra a un cane?"
"Un cane fanatico!"
"Però non è morto. Perché prima ha detto che era morta, adesso dice che è un cane - un cane stupido, va bene - ma comunque un cane vivo".
"Un cane ringhioso che odia a comando!"
"Ma mi fa un esempio?"
"Un esempio? Vuole un esempio?"
"Ma sì, perché io tutto questo odio per Renzi, francamente..."
"Ma ne ho finché vuole, di esempi".
"Bene, quindi me ne faccia uno".
"La storia ci offre una miriade di esempi, antichi e più recenti".
"Sentiamo".
"La dichiarazione di voto favorevole al Referendum del 4 dicembre è assimilabile, per chi sente di appartenere al mondo della sinistra, a un vero e proprio outing con tutti i fatali effetti di discriminazione che esso comporta".
"Prego? Non si capisce".
"Mi ha sentito? Nel mondo della sinistra, se uno diceva di voler votare favorevole al Referendum..."
"Votare favorevole significa votare Sì, immagino".
"...era come se facesse outing".
"Forse lei intendeva un coming out".
"...con tutti i fatali effetti di discriminazione!"
"E cioè?"
"Cioè cosa?"
"Guardi, lei mi sembra un po' scosso e non si sta spiegando molto bene, ma mi pare di capire che abbia paragonato i disagi di un renziano durante la campagna referendaria a quelli di un gay che fa coming out".
"Esattamente".
"Ora lei magari fa un altro mestiere e le sfuggono quelli che possono essere i disagi di un gay che si dichiari tale di fronte alla sua famiglia, o nell'ambiente di lavoro: a volte si corre il rischio di rompere i contatti coi genitori, o perdere il lavoro, o patire forme di bullismo o di mobbing... c'è persino gente che si suicida".
"Ma infatti".
"Ma lei conosce casi del genere? Qualcuno è stato mobbizzato o bullizzato per aver dichiarato il suo sostegno a Renzi? Ci sono stati tentativi di suicidio?"
"Ma possibile che ogni atto, ogni pensiero, ogni gesto politico di Renzi sia sbagliato?"
"No, aspetti, non cambi argomento. Si rende conto che ha paragonato i renziani ai gay che fanno coming out?"
"È una metafora".
"È molto forte. Ma ha degli argomenti su cui sostenerla? Episodi specifici, non so, discriminazioni sul luogo di lavoro, colluttazioni... qualcosa di reale, insomma".
"Matteo Renzi viene identificato non come la cura, ma come la malattia della sinistra. Una infezione, un batterio, una anomalia genetica".
"Ma da chi?"
"Gliel'ho detto! Dalla sinistra!"
"Ma mi saprebbe citare una sola persona che ha paragonato Matteo Renzi a un batterio?"
"Insomma lei vuole delle citazioni".
"Delle prove, sa com'è. Perché finora l'ho sentita paragonare la sinistra a un morto e a un cane di Pavlov, mentre non ho ancora sentito nessuna persona di sinistra paragonare Renzi a un batterio... ma forse me lo sono perso, sa, ognuno vive nella sua bolla e quindi..."
"Va bene, le farò un esempio".
"Oh, ecco".
"Così si capirà che non mi sto inventando tutto".
"Bene".
"Un intellettuale lucido verso il quale provo solo stima come Tomaso Montanari esigeva eloquentemente che Pisapia facesse autocritica per aver votato Sì al fine di risultare credibile nel suo sforzo di rifondazione di un nuovo campo della sinistra".
"...e quindi?"
"Ma non capisce? Vogliono l'autocritica! Per aver votato Sì!"
"Beh, dal loro punto di vista, mi scusi, se loro erano per il No e Pisapia ha votato Sì... la loro ritrosia a farsi guidare da qualcuno che la pensava in modo diverso da loro mi pare in qualche modo comprensibile..."
"L'odio investe l'altro in quanto eterogeneo e inassimilabile. Renzi per la "sinistra sinistra" è l'incarnazione maligna di una eterogeneità che resiste ad ogni assimilazione".
"Senta, non starà un filo esagerando? Renzi ha proposto una riforma, molte persone a sinistra di Renzi non la gradivano e hanno votato contro. È quel che succede in democraz..."
"È un fenomeno che ricorda il rito tribale di alcune popolazioni dell'Africa nera riportato da Franco Fornari nel suo celebre Psicoanalisi della guerra"
"Addirittura".
"Di fronte alla morte insensata di un bambino, la tribù afflitta anziché incamminarsi verso la via dolorosa dell'elaborazione del lutto preferisce attribuirne la responsabilità alla popolazione confinante e ai malefici del suo sciamano dichiarandole guerra".


"E insomma prima erano morti, poi erano cani, adesso sono tribù primitive, mi sembra che stiamo facendo progressi".
"L'odio che lo investe vorrebbe coprire la fine di una concezione del mondo che ha nutrito l'interpretazione della storia per tutto il Novecento".
"Va bene, va bene, ho capito".
"La lotta di classe, una concezione etica dello Stato, l'identificazione del liberalismo e dei sui principi come Male, la gerarchia immobile del partito, la prevalenza della Causa universale sulle relazioni di cura particolari, una differenziazione paranoide del mondo in forze del Bene e in forze del Male".
"Una differenziazione paranoide, già..."
"L'ho convinta, dottore?"
"Beh, diciamo che mi ha fornito alcuni spunti interessanti... ma non vorrei saltare a delle conclusioni. Credo che lei abbia bisogno di uno specialista".
"Uno... specialista?"
"Quel che mi è sembrato di capire è che lei è reduce da un investimento emotivo molto... molto pesante. Probabilmente ha trasferito su Matteo Renzi un grosso carico di fiducia, e ha vissuto la sua sconfitta al referendum come un trauma. Piuttosto di riconoscere gli oggettivi errori del suo eroe, si è costruito un nemico implacabile a cui addossare tutte le colpe... attingendo dalla retorica anticomunista di qualche anno fa, mi pare: la sinistra-sinistra che fa i processi ai traditori, roba da fine anni Settanta, forse l'imprinting dei primi anni di università..."
"Ma dottore..."
"Credo che un po' di analisi le farebbe bene, e forse so anche chi consigliarle: in città abbiamo uno dei migliori d'Italia, scrive libri bellissimi".
"Dottore, guardi che..."
"Non deve avere paura; l'analisi è solo uno strumento. Lei è venuto qui perché mi voleva parlare: perfetto, le sto soltanto proponendo di parlare con qualcuno molto più bravo di me. Non è una fortuna che esistano specialisti che ci possono aiutare in casi come questi?"
"Ma dottore..."
"Si chiama Massimo Recalcati, davvero, ci vada, lui può fare veramente molto per lei".
"Dottore, sono io".
"Cosa?"
"Massimo Recalcati sono io".


(I brani in corsivo sono tratti da questo editoriale di Massimo Recalcati).

martedì 18 luglio 2017

Il destino è già scritto (ma è comunque un casino)



2:22 - Il destino è già scritto (2:22, Paul Currie, 2017).

Quanti aeroplani atterrano e decollano da New York in un giorno? Quanti incidenti avvengono negli incroci di Manhattan? Quanta gente si è sparata alla stazione Grand Central, se non dal vero almeno nei film? Quante stelle esplodono ogni giorno nella galassia? E se dietro tutti questi avvenimenti ci fosse uno schema? Non sarebbe comunque uno schema troppo complicato?

Dylan Boyd (Michiel Huisman) è un controllore di volo al JFK, con la mania dei pattern. Dietro a ogni avvenimento quotidiano ha sempre la sensazione di intravedere un pattern. Non uno schema, non un disegno; la versione doppiata dice proprio così: pattern. Si vede che era intraducibile, boh. Boyd li vede dappertutto. Infatti a un certo punto un suo collega gli ricorda: ehi, lo sai come chiamano quelli che vedono i pattern?

Grand Central ha già qualcosa di metafisico.

Al che Boyd sbuffa, cambia argomento, ma l'interrogativo rimane: come si chiamano? Googlando poi a casa ho scoperto che si tratta di Apofenia; che è un'ossessione assai affine alla Pareidolia (questa la conoscevo), e che è tipica di chi è portato a notare le coincidenze ma non a considerarle davvero coincidenze, bensì parte di uno schema, un disegno, insomma un pattern. E dunque, così come ogni buon thriller sin dai tempi di Hitchcock è incentrato su una psicosi; se per dire Babadook era un film sulla depressione post-partum (e in generale sulla sindrome dell'impostore di molte madri), Get Out sull'invidia etnica... 2:22 è un film sull'apofenia. La stessa sindrome che a mezza estate mi fa andare per cinema a cercare qualche film un po' irregolare, qualcosa che mi dia un certo tipo di brivido ma che mi faccia anche pensare, alla Predestination: film che assomiglino a puntate lunghe di Ai confini della realtà: ma ho la sensazione che si stiano facendo sempre più rari. È un peccato, perché io in questo periodo dell'anno ho proprio bisogno di vedere cose del genere. Non so perché, sarà un pattern...

Lei si chiama Teresa Palmer e spero di rivederla in film più interessanti.
Oppure: ieri è mancato Martin Landau, e Attivissimo ha notato che i commossi necrologi pubblicati su molti giornali contenevano tutti la stessa informazione sbagliata: il che significa che tutti la copiavano dalla stessa fonte. La cosa curiosa è che qualche anno fa successe la stessa cosa con Lelio Luttazzi, proprio nella stessa settimana dell'anno, e fui io a notare il fenomeno. Curioso, no? Sarà un pattern? (o sarà che in luglio nelle redazioni c'è ancora meno gente del solito e si scopiazza a tutt'andare?) Insomma i pattern sono veramente interessanti e non è che 2:22 sia il primo film che li scopre (lo stesso Hitchcock con La donna che visse due volte stava affrontando la questione). Semmai il problema è che ne infila troppi, creando un grado di complessità che non è poi in grado di sbrogliare: un tipico problema della fiction recente, sia al cinema che in tv. Ci sono le costellazioni e gli incidenti stradali, le rotte aeree e i fatti di cronaca, e dopo un po' si perde un filo. Anche i riferimenti ad altri film sono troppi (si va dal Giorno della marmotta all'Esercito delle 12 scimmie), e finiscono per suggerire l'insicurezza degli sceneggiatori e del regista. Il risultato è confuso, e malgrado l'impegno degli attori si dimentica quasi subito. È un peccato, perché pochi film come 2:22 riescono a restituire l'impressione di vivere in una grande metropoli moderna, un meccanismo apparentemente caotico che invece ogni giorno ti regala lo spettacolo di qualche incredibile coincidenza che forse non lo è, forse è il risultato di un'altissima forma di sincronizzazione. E almeno ho scoperto cos'è l'apofenia.

2:22 è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:30, 22:40), al Fiamma di Cuneo (21:10) e all'Italia di Saluzzo (20:00): sconsigliato a chi ha paura di volare.

lunedì 17 luglio 2017

Gramellini e il calo della fertilità

La brutta notizia di questa settimana è che gli spermatozoi occidentali stanno diminuendo - no, non è più una sensazione: secondo uno studio dell'Università Ebraica di Gerusalemme tra il 1973 e il 2011 si sarebbero dimezzati. La cosa più inquietante non è nemmeno la caduta degli spermini (ce ne sono ancora abbastanza per inguaiarvi a vita, prendete precauzioni), ma il fatto che non sappiamo cosa li stia eliminando. L'inquinamento? Il logorio della vita moderna? Troppo porno? Ma anche i videogiochi, perché no. Negli ultimi vent'anni l'aumento dell'infertilità è stato imputato praticamente a qualsiasi cosa fosse popolare in quel momento: le droghe, ovviamente, e il cellulare; il fumo, Instagram, i pantaloni a vita bassa e poi quelli skinny. A tutt'oggi in realtà gli scienziati non sanno che cos'è che uccide i nostri spermini (e non quelli asiatici e africani). Perché diciamolo, sono un po' ottusi questi scienziati. Tutto il tempo ad analizzare dati, formulare ipotesi e articolare tesi, quando basterebbe domandare a Gramellini.


Gramellini, infatti, sa.


Il calo della fertilità, ci dice, è connesso con un calo del desiderio sessuale. Facciamo meno figli perché abbiamo meno voglia di fare sesso.


Chiaro no? Evidente. Cioè lo sanno anche le capre che il sesso serve a fare i bambini; se nascono meno bambini, significa che si fa meno sesso. Scansati, Sherlock Holmes.


Giuro: sulla prima del Corriere, Gramellini ragiona così. Ha appena letto il lancio di un riassunto di un articolo accademico che dice che gli spermatozoi stanno diminuendo dal 1973. Un essere umano che abbia fatto un minimo di educazione sessuale a scuola - e che non svolgesse l’onerosa professione di editorialista in un quotidiano italiano - ne dedurrebbe che il liquido seminale sta perdendo progressivamente la sua capacità di fecondare l'ovulo. E quindi una coppia standard che desideri un figlio oggi dovrebbe avere per ogni rapporto sessuale una percentuale di successo inferiore alla metà di un’analoga coppia di quarant’anni fa.


Ma Gramellini scrive sul Corriere! e quindi decide che, se gli spermini sono la metà, è perché la coppia del 2011 ha meno voglia di fare sesso, a causa di un calo del desiderio: “si parla continuamente di sesso, ma lo si pratica sempre di meno”. Vi chiederete quali dati, quali evidenze empiriche consentano allo stimato editorialista di affermare una cosa del genere. Nessun dato, tranne forse uno - tenetevi stretti: negli zoo (quali? dove?) i maschi delle tigri vengono trattati con il Viagra "per supplire a una desolante carenza di iniziativa". Fonte? Beh, ho googlato e pare che non sia una fake news. Qualcuno ha davvero pensato di somministrare viagra a una tigre in uno zoo. Ma gli unici articoli che ne parlano risalgono al... 2001, quando il viagra era la novità dell’anno, faceva notizia tutti i giorni e i pizzaioli lo grattugiavano sulle margherite. E si riferiscono al singolo caso di uno zoo di Pechino.


Insomma Gramellini per corroborare la sua ipotesi (il calo del desiderio dei maschi occidentali), usa come esempio la tigre in uno zoo. Che in fondo è una metafora neanche tanto originale (la civiltà come una gabbia) - resta il fatto che lo zoo non è occidentale, che la tigre non è un uomo, che il suo problema non è la scarsità di spermini nel seme, ma (presumibilmente) la disfunzione erettile: e che a quest’ora probabilmente quella tigre in un modo o nell’altro ha superato il problema, visto che sono passati più di 15 anni. Qualcuno che sta leggendo qui era all’asilo. Pensate a quanto tempo può restare un fattoide qualsiasi nella testa di un editorialista del Corriere.


Per fortuna Gramellini sa tante altre cose, per esempio al liceo doveva andare forte in Storia antica ed evidentemente un editoriale sull’infertilità era l’occasione giusta per farcelo notare. “L’imperatore Augusto fu visto battere la testa contro un muro del Senato quando comprese che Roma era diventata così sterile da non essere in grado di sostituire i quindicimila soldati scomparsi nella battaglia di Teutoburgo contro i trisavoli della Merkel, mentre appena due secoli prima era riuscita a rimpiazzare in un batter di ciglia le quasi centomila perdite subite dai cartaginesi, trisavoli dei migranti”. Ok, può darsi che ci sia anche un lieve razzismo qui, ma sapete una cosa? È il dettaglio meno interessante. C’è un imperatore Augusto che entra nel Senato per battere la testa contro il muro (non risulta da nessuna fonte antica, ma non è divertente?) C’è un dato molto approssimativo: Roma non subì “centomila perdite” a causa dei cartaginesi (soltanto durante la seconda guerra punica le perdite di Romani e confederati furono superiori alle 200.000 unità, una cifra spaventosa se riferita a una popolazione complessiva di pochi milioni abitanti) e senz’altro non le rimpiazzò “in un batter di ciglia” - Gramellini è riuscito a scovare proprio la fase storica in cui la Repubblica Romana fronteggiò uno dei suoi peggiori cali demografici e per rimpolpare i suoi ranghi dovette abbassare drasticamente il reddito necessario per entrare nell’esercito. Per contro ai tempi della battaglia di Teutoburgo l’impero era in crescita, e anche l’esercito romano non smise di aumentare in effettivi - anche se fu necessario, per la prima volta, ammettere nelle fila i liberti, ovvero gli ex schiavi. In entrambi i casi, il risultato nel medio termine fu che i cittadini Romani aumentarono.  


A volte Gramellini fraintende per il puro gusto di farlo: “L’associazione inglese «Having Kids» ha considerato l’eventuale nascita di un terzo figlio degli eredi al trono William e Kate «non sostenibile per l’ambiente e l’economia della Gran Bretagna»”. Having Kids è in realtà un ente nonprofit che si occupa di pianificazione famigliare: basta dare un’occhiata al sito per capire che non è che si siano messi a calcolare quante sterline costi un altro piccolo Windsor, o quante querce secolari sia necessario abbattere per scaldarlo: molto più semplicemente, Having Kids vuole sensibilizzare gli inglesi sul controllo delle nascite, e chiede ai Windsor - in quanto famiglia più popolare della Gran Bretagna - di dare l’esempio. Però, certamente, l’idea che ci sia da qualche parte una banda di matti che trova insostenibile un terzo figlio di William e Kate è più divertente.

E allora proporrei di fare così: cominciamo a spargere la notizia che la causa dell’infertilità maschile sono gli editoriali del Corriere. Fonte? Beh, io appena ho letto il titolo dell’ultimo pezzo di Merlo (“Dobbiamo smettere di considerare normale lo «sballo»”) ho perso la voglia di perpetuare l’umanità. E c’è uno zoo nel mondo dove una foca ha inghiottito un editoriale del Corriere e ha smesso di fare sesso per alcuni giorni - dal 1900 a oggi volete che non sia successo? Vi sembrano argomenti pretestuosi? Pensateci bene. L’imperatore Marco Aurelio ebbe da Faustina 14 figli: non leggevano il Corriere. Coincidenza?

sabato 15 luglio 2017

Dylan contro Gozzilla

Bob Dylan at Budokan (1979, ma registrato dal vivo nel 1978 al Budokan di Tokio)
(Il disco precedente: Street-Legal
Il disco successivo arriva lento, ma arriva).
Adagiato sul fondale di un oceano di rimpianto, il Mostro che un Tempo Era Stato Bob Dylan forse avrebbe voluto soltanto riposare per sempre. Dormire, sognare, eh magari. Cosa lo svegliò? Quale attorcigliamento del destino? Un'ondata anomala, una radiazione nociva, un flop al botteghino, un divorzio faticoso, un telegramma con un'offerta che non si poteva proprio rifiutare? Sia come sia, nell'alba del 1978 Bob Dylan si riscosse dal suo torpore e si innalzò sull'orizzonte dell'oceano, in cerca di cibo. Non era più un bardo vagabondo, né la voce della sua generazione. La mutazione era avvenuta: Bob Dylan era diventato un dinosauro. E Tokio lo aspettava.
Tokio va matto per queste cose.
Nippon Budokan 2010
CheapTrick_Live_atBudokanIl Budokan è il palazzetto olimpico, costruito per i giochi del 1964. Un anno dopo entrava nella storia accogliendo i Beatles. Da allora ha ospitato migliaia di artisti occidentali. Senza mai venire meno alla sua vocazione di palestra delle arti marziali, è uno dei luoghi al mondo in cui sono stati registrati più dischi dal vivo. Dev'essere una combinazione di fattori: buona acustica, un pubblico sempre entusiasta ma che non applaude o fischia al momento sbagliato, una questione di prestigio: il Budokan non è immenso, ma riempirlo è il segno che sei un grande - almeno in Giappone. Nel momento in cui la Columbia decise di stampare una versione americana di At Budokan (all'inizio era prevista la commercializzazione soltanto in Asia e Oceania, ma ovviamente le copie abusive non si fecero attendere), sugli scaffali dei negozi potevi trovare un live budokaniano di Eric Clapton, due live di due ex Deep Purple (Ritchie Blackmore coi Rainbow e Ian Gillan, entrambi tornati sul luogo del delitto) e soprattutto il più famoso disco dei Cheap Thrills, che prima di quel live non avevano mai avuto un disco nella top40, ma a Tokio erano stati acclamati come "i Beatles americani". I Cheap Thrills sono il classico esempio di gruppo americano Grande in Giappone: un'espressione proverbiale sulle due sponde del Pacifico. Quando hai tutto quel che ti serve per sfondare, e infatti sfondi, ma non a casa tua: dall'altra parte del mondo. Per gli statunitensi dev'essere particolarmente strano: trionfare in periferia mentre al centro dell'Impero non sanno chi sei. Non era certo il problema di Dylan.
I got the style but not the grace
I got the clothes but not the face
I got the bread but not the butter
I got the winda but not the shutter
But I'm big in Japan (Tom Waits, Big in Japan, 1999).
Deep_Purple_Made_in_Japan
Dylan è sempre stato grande soprattutto nei Paesi anglofoni. Quando arrivò al Budokan, nel febbraio del '78, non faceva un concerto all'estero da dieci anni. Era l'inizio del World Tour: 114 concerti in Giappone, Australia, Europa, USA. Di giri del mondo Dylan ne aveva già fatto almeno uno, e tanti altri ne farà, ma quello del '78 è il World Tour per eccellenza: quello in cui Dylan convinse più all'estero che in patria (dove comunque fece il maggior numero di date). Per la stampa americana era il terzo tour in cinque anni: e rispetto all'"energia" dei concerti con la Band, e alla spontaneità della Rolling Thunder Revue era più difficile mandar giù questo nuovo Dylan in tutina bianca, coi suoi turnisti e gli ottoni. Uno strano Dylan post-Elvis (ma anche pseudo-Springsteen), un Dylan con una scaletta rigorosamente imbottita di grandi successi imposti dagli organizzatori, rivisti con arrangiamenti professionali, un po' impersonali, de-dylanizzati: niente più momenti acustici. In compenso qualche reggae, uno spruzzo di salsa, un filo di funky, qualche pezzo da crociera. Un Dylan, per farla breve, da esportazione.
Un prodotto da turisti. Un Dylan a corto di liquidità (il divorzio e il film si erano rivelati due pozzi senza fondo), che prova a rivendersi ai mercati esteri ma non è affatto sicuro di cosa gli indigeni si aspettino da lui - e allora prova a nascondersi dietro la sagoma di un divo-tipo del rock americano anni Settanta: vi piacerà il sassofono? La E Street Band usa il sassofono, ce lo metto anch'io. E il reggae? La chitarra in levare di Don't Think Twice può risultare sconcertante, ma va calata nel contesto di quella manciata di anni in cui tutti dovevano avere almeno un pezzo reggae nel repertorio.

Veramente tutti.
Veramente tutti.
Da Bowie agli Smiths, la chitarra in levare sembrava l'unica cosa che mettesse d'accordo dinosauri e punk; l'equivalente dell'autotune di oggi, o dei campionamenti negli anni Novanta, o della rucola sulla pizza degli anni Ottanta: qualcosa che fino al giorno prima era esotico e qualche giorno dopo avrebbe stancato chiunque. Anche Dylan ci avrebbe regalato almeno un reggae memorabile, prima di accantonare il genere. Ma al Budokan aveva più di un buon motivo: doveva cucinare per l'ennesima volta Knockin' on Heaven's Door. Che il brano potesse funzionare anche con un tempo reggae lo aveva dimostrato, anni prima, Eric Clapton: magari Dylan non era sicuro di cosa piacesse ai giapponesi, ma aveva capito che amavano Clapton, che al Budokan aveva appena trionfato. E quindi reggae, perché no? La stessa All I Really Want to Do sembra più simile alla cover di Cher che alla sua. Quanto a All Along the Watchtower, dal vivo è sempre stata più hendrixiana che dylaniana - è come se At Budokan fosse un album di tributo a sé stesso: Dylan che interpreta i più grandi interpreti di Dylan. Oggi un concetto del genere potrebbe persino funzionare - nel pieno della rivoluzione post'77, sembrava un suicidio artistico (stavo per scrivere seppuku ma ho resistito) (no, non è vero, alla fine l'ho scritto).
at budokan
Quando uscì in Occidente, At Budokan fu vittima di un vero e proprio accerchiamento. Per alcuni critici era sciatto, per altri troppo rifinito. Qualcuno riuscì a dire entrambe le cose. Era il peggior disco live di Dylan (era anche il terzo in cinque anni) - anzi no, era il peggior disco di Dylan. Qualche critico scrisse che era il peggior disco nella storia del rock, perché no? C'è sempre un peggior disco della storia del rock da qualche parte (il solo Dylan potrebbe averne pubblicati cinque o sei). L'immagine di un Dylansauro che infierisce su Tokio con una collezione di vecchi successi aggiornati al gusto dei tempi era troppo ghiotta per gli operatori di un settore dove se non fai il cinico non ti legge nessuno. Di lì a poco Dylan avrebbe avuto la sua crisi religiosa, accreditando ulteriormente l'impressione che il World Tour fosse stato un passo falso - e se i live in generale soffrono il tempo più dei dischi di studio, questo è vero in modo particolare per At Budokan, un live che cercava con affanno di cavalcare tendenze musicali che Punk e New Wave stavano già dichiarando obsolete.

(A proposito di dinosauri occidentali che cercavano un rilancio:
due anni prima Muhammad Ali si era fatto massacrare gli stinchi dal wrestler Antonio Inoki).

Il risultato di tutto questo è che nel giro di pochi anni At Budokan divenne uno dei dischi meno ascoltati del suo catalogo, una curiosità per appassionati (come forse Dylan aveva previsto che fosse). Insomma io non lo avevo mai ascoltato, At Budokan, ok? Per quale motivo al mondo avrei dovuto farlo? Tutti ne parlavano male, nessuno ne aveva in casa una copia da prestare, ed era un disco doppio! Costava una follia, non conteneva un solo inedito e rappresentava una tipica fase calante della sua carriera. E anche quando la discografia intera approdò su Spotify, At Budokan restava un oggetto ben poco invitante. Il primo brano in cui incappai era quello iniziale, forse la più bolsa Mr Tambourine Man mai realizzata, con Steve Douglas al... piffero!

Oh, sister, when I come to lie in your arms you should not treat me like a stranger.
Oh, sister, when I come to lie in your arms, you should not treat me like a stranger.
Qui entriamo nel terreno delle idiosincrasie: io odio il piffero. Quando non è il flauto traverso di Jon Anderson; quando non viene usato per assoli prog, ma si limita ad accompagnare la melodia, lo trovo insopportabile. Se va per i fatti suoi è una distrazione; se segue il cantato è inutile: in ogni caso ottiene il risultato di precipitarmi a un concerto dei Modena City Ramblers. Se poi il pezzo è Mr Tambourine Man, la situazione è ancora più ridondante: è come se Dylan cercasse di spiegare ai giapponesi il senso della canzone, un turista americano che gesticola: il tambourine man è il pifferaio di Hammelin, capite? Lo stesso Dylan mi sembrava cantasse con scarsissima convinzione: se da una parte dovrei rallegrarmi perché finalmente ha capito come chiedere al mixer di alzargli il microfono, dall'altra mi fa capire quanto è difficile dover cantare con la voce di Dylan: o strepiti, o non sei convincente; e non puoi strepitare tutto il tempo.
Shelter from the Storm è se possibile ancora più desolante: Dylan decide di appoggiarsi alle coriste, col risultato di annullare non solo il sentimento della canzone, ma la stessa melodia: è uno dei suoi primi tentativi di rileggere una canzone su una nota sola - un omaggio al minimalismo nipponico? (Anche in Like a Rolling Stone, senza un apparente motivo, semplifica la scala ascendente delle strofe riducendola a un solo gradino, un solo intervallo di quarta: Do-Fa, Do-Fa, un Dylan per bambini: se ne sarebbero ricordati gli U2 ai tempi di Angel of Harlem).
Insomma non è che inizi nel migliore dei modi, At Budokan..(continua sul Post)

mercoledì 12 luglio 2017

Ammazzarsi in Amazzonia (ma di noia)

Civiltà perduta (The Lost City of Z, James Grey, 2016)

Ma mettetevi per una volta anche nei panni dei Guarani. Ve ne state andando a raccogliere qualcosa da mangiare per la vostra famiglia, quando vi imbattete non in un boa di un quintale, non in un ragno gigante, non in un cane a due nasi, ma in qualcosa di peggio: un esploratore europeo. Allora non è una questione di razzismo, davvero, però non è esagerato dire che il più pulito degli esploratori europei come minimo ci ha la rogna. Anche quello che non intende disboscare il quadrante di foresta e venderti al mercato degli schiavi più vicino, anche quello che più che ai soldi pensa all'avventura, alla gloria, a lasciare un nome minuscolo su una carta geografica che fin lì è rimasta bianca, anche lui, diciamolo: puzza.

Hanno quest'abitudine ad andare sempre in giro coperti di tessuti, sudarci dentro e lamentarsi; e con la scusa dei barracuda, non si lavano mai. Nel posto più umido al mondo. Mio cugino una volta ha dato la mano a un esploratore inglese e nel giro di tre anni tutta la loro civiltà si era estinta, oh, sono cose successe davvero. Dunque quando vi ritrovate davanti un esploratore - non importa quanto piccolo, e simpatico, lo so, certi son proprio carini, verrebbe voglia di portarteli a casa e rosicchiarseli con calma - la cosa più sensata da fare sarebbe farli secchi, una freccia al collo e via: è anche una cosa pietosa, più rapida della malaria o del veleno dello scorpione. E però certe volte come fai? Te ne arrivano di talmente buffi, con quei baffi biondi e quei gingilli lucenti. È come prendere a calci un cucciolo.

A un certo punto si sente anche una nota di flauto.
Allora di solito cosa fa un buon indio che non vuole grane? Saluta e tira dritto. Se l'esploratore insiste (insistono sempre) scusi buon uomo, mi saprebbe dire dove si trova l'Antica Civiltà Eccetera, tu gli indichi l'est, in realtà andrebbe bene qualsiasi punto cardinale ma l'est funziona meglio. Se quello comincia a chiederti: c'è una città laggiù? strade? fortificazioni? vasellame? tu fai sì sì con la testa, certo, certo, non so cosa sia il vasellame ma tu vai a est che non ti sbagli. Così lui se ne va e puoi stare sicuro che non torna più.

A un certo punto del film, il leggendario e sfortunato esploratore Percy Fawcett si ritrova coi suoi fidi compagni su una zattera alla deriva del fiume. È proprio alla deriva. Non sta remando nessuno. Eppure fin qui era stato ripetuto fino alla noia che l'obiettivo di Fawcett era trovare la sorgente di un fiume. Ora io non vorrei millantare tutta queste esperienza di cose amazzoniche, ma per quel che ne so, anche laggiù i fiumi scorrono dalla sorgente alla foce, e quindi insomma, come fa Percy Fawcett a trovare la sorgente - alla fine della stessa scena - senza mai remare controcorrente? Dici vabbe', è solo un blooper, la troupe ha passato mesi in Amazzonia ma forse questa cosa delle correnti non l'ha abbastanza interiorizzata. E però è indicativo di quel che Grey ha capito della foresta. Con le riprese en plein air cercava il realismo, ha ottenuto l'esatto contrario (continua su +eventi!)
Fawcett ha ispirato film
più ispirati, diciamo.


Similmente a Iñárritu, che con Revenant voleva darci il ritratto epico di un uomo immerso nella natura, e dopo mesi di riprese ad alta quota con la sola luce naturale ci ha soltanto mostrato di non aver capito né cosa ci sia di davvero disumano nella natura, né quali siano i veri limiti dell'uomo (il suo Di Caprio sembra un supereroe perduto nel salvaschermo di un pc aziendale). Grey commette lo stesso errore: disbosca un pezzo di foresta per farci passare la troupe, poi inquadra i suoi attori e li costringe a dare due colpi di machete ai bordi di un sentiero un cui passerebbe un fuoristrada - probabilmente c'è appena passato. Poi appena può fa un omaggio a Herzog - magari gli stessi errori li faceva anche Herzog (non ho voglia di controllare). Ma erano tempi diversi, il cinema di avventura era un genere ancora abbastanza codificato, un certo tasso di ingenuità necessario. Nessuno si lamenta se in un western le pistole a tamburo sono anacronistiche. Nessuno si lamenta se in un buon vecchio filmone di esploratori in technicolor i fiumi vanno a rovescio. Se queste cose tornano di moda - l'anno scorso Tarzan è andato abbastanza bene - perché non profittarne?

Eh però loro il fiume lo stavano discendendo.
E invece Grey si è ritrovato in mano questo romanzo crepuscolare sull'ultima ricerca dell'Eldorado, e ha pensato bene di tirarci fuori un biopic: al pubblico estivo che in sala cerca il brivido di un'avventura esotica, ha pensato di propinare il dramma di un buon soldato oppresso dalle convenzioni sociali e contagiato da un'ossessione. L'approccio realistico toglie un bel po' di fascino alla storia, senza nemmeno risparmiarci un sacco di inesattezze storiche (Fawcett non era più quel bel giovanotto interpretato da Charlie Hunnam; quando cominciò a esplorare l'Amazzonia aveva 40 anni). Non solo, ma come ogni biopic noioso che si rispetti deve cercare di mettere al centro della storia i Sentimenti! la famiglia! Anche se è la storia di un tizio che pur di girare alla larga da moglie e figli s'inventava una civiltà in Amazzonia. Bisogna dare spazio alla moglie! Sienna Miller se lo meriterebbe pure, ma noi da un film che si chiama Civiltà perdute ed è ambientato in Amazzonia forse ci aspetteremmo altro: ragni giganti, boa di un quintale, cani a due nasi, tutte cose che Fawcett nella foresta incontrò davvero... ma no, bisogna assistere alla scenata di un ragazzino che si lamenta perché suo padre invece di giocare con lui deve andare alla Prima Guerra Mondiale! Che egoismo. Sembra il Lincoln di Spielberg, che doveva salvare l'America dallo schiavismo ma anche litigare con la moglie, elaborare un lutto famigliare, farsi rimbrottare dal figlio, sempre questi figli che non si sentono abbastanza amati dai protagonisti dei biopic.

 Alla fine The Lost City of Z non è né un rigoroso resoconto dell'ultimo esploratore romantico, né quel filmone avventuroso che meritava di essere. Quel che è peggio è che Grey sembra esserne accorto già a metà script: il film dura due ore e la seconda sembra non finire mai. Riesce ad addormentarti con una battaglia di trincea; riesce a essere prevedibile mentre descrive i luoghi più sconosciuti della terra. Hunnam ce la mette tutta ma per lui è il secondo flop in un anno (dopo King Arthur): che peccato, che spreco. Civiltà perduta è al Vittoria di Bra (21:00), al Fiamma di Cuneo (21:10) e all'Italia di Saluzzo (21:30).