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mercoledì 30 agosto 2017

Fa un po' male, ma poi (il razzismo)

"Ma hai sentito la storia del mediatore culturale?"
"Come facevo a non sentirla? Sei colonne su Libero".
"Ma come si fa a scrivere una cosa del genere?"
"Nel giorno in cui un missile nordcoreano ha attraversato lo spazio aereo giapponese".
"È un atto peggio ma solo all'inizio, dio mio".
"E poi mezzo Texas sott'acqua, il vertice europeo sui migranti..."
"Ma come si fa a credere a una cosa del genere".
"Eppure Libero aveva in prima pagina soltanto la stronzata di un mediatore culturale - in pratica il dipendente di una cooperativa - definito "capo musulmano"".
"Cioè secondo te la notizia è che Libero ci faccia un titolo?"
"Non un titolo. Il titolo di apertura. A tutta pagina. Per la scemenza di un tizio su facebook. Che diventa miracolosamente la tesi di un capo musulmano".
"Non è una semplice scemenza. Era una stronzata orribile, maschilista, portatrice di una visione arcaica..."
"Più che arcaica forse consolatoria".
"Consolatoria?"
"L'idea che una donna non soffra durante lo stupro. Sembra un'autocensura. Non posso credere che qualcuno soffra per così tanto tempo, e così decido che non è vero, che non sta soffrendo. Più che da una cultura arcaica, credo che sia il risultato di uno choc culturale. Un maschilista puro perché dovrebbe preoccuparsi se la donna soffre o no?"
"Ti stai infilando in una fessura pericolosissima, te lo dico".
"Ma no, è che quando incontro una nozione falsa, mi chiedo sempre da dove salta fuori. Oggi si tende a pensare che le fake news servano a mandare avanti un'agenda politica, o semplicemente ad attirare attenzione e clic. Ma le nozioni false le abbiamo sempre avute, prima della politica e prima dei clic. La maggior parte serviva a proteggerci".
"A proteggerci?"
"Dov'è il nonno? È andato in cielo".
"Serviva a proteggerci?"
"Magari non funzionava, ma non te la raccontavano per altri motivi. Fa molto male? No, solo all'inizio, poi passa".
"Stai cercando di giustificare..."
"Sto cercando di capire".
"Non è che puoi passare la vita a cercare di capire gli ignoranti".
"Ma è proprio quello che dovremmo..."
"No. Non funziona così. Anche perché gli ignoranti sono troppi. Non ce la faremmo mai. Devono essere loro a fare un passo avanti".
"Ma che significa, non è mica un match noi contro loro. Siamo tutti ignoranti di qualcosa. Usiamo tutti qualche falsa nozione per proteggerci".
"Fammi un esempio".
"Ogni agosto, hai notato che a ogni fine di agosto esce una notizia ambientata sulla spiaggia che riassume il nostro approccio stagionale al problema dei migranti? Due anni fa, la foto di quel bambino siriano annegato sul bagnasciuga".
"Non era una falsa nozione".
"Era una foto tra tante, riassumeva un problema generale e complesso, simboleggiò una specie di svolta: la Merkel cambiò atteggiamento, tutti cambiarono atteggiamento - molti perlomeno - per un po' prevalse la linea dell'accoglienza. L'anno scorso, sempre su una spiaggia, il ladro di bambini".
"Me l'ero dimenticato".
"Anche quella volta, paginone di Libero. Tutto rapidamente sgonfiatosi, non c'era stato nessun tentato furto di nessun bambino. Ma riassumeva l'aria che stava tirando. Quest'anno il capo musulmano che insegna su facebook la meccanica dello stupro".
"Riassume la situazione?"
"Serve a difenderci".
"Ma cosa stai dicendo?"
"Vuoi la notizia vera? Quella che non ha dato Libero, e che anche i giornali rispettabili sono un po' restii a comunicare? Per risolvere la cosiddetta emergenza immigrazione, in due mesi abbiamo probabilmente lasciato annegare trentamila persone".
"Forse un po' meno..."
Dati fieramente elaborati dal Ministero degli Interni
Li aggiornano tutti i giorni!
"Non è stato difficile: abbiamo lasciato che la libera informazione criminalizzasse le ONG, e poi le abbiamo fatte sostituire da una banda di pirati che abbiamo deciso di chiamare guardia costiera libica".
"Lo so".
"Nel frattempo abbiamo preso accordi col capotribù che almeno a Tripoli ha preso il posto di Gheddafi, e che istituirà campi di concentramento disumani quanto quelli di Gheddafi. Anche se la Libia continua a essere un po' instabile e quindi, in concerto con l'Unione Europe che plaude al nostro spirito di iniziativa, stiamo pianificando di finanziare campi di concentramento più a monte, nel Sahel".
"So anche questo, ma..."
"In questo modo magari l'estate prossima i trentamila morti moriranno così tanto lontano, o lungo una una filiera talmente sviluppata e complessa, che non ce ne accorgeremo neppure, il che ci farà sentire meno assassini e forse farà vincere le elezioni contro i razzisti ignoranti, noi razzisti consapevoli e pianificatori".
"Senti, ho capito, mi rendo conto che è terribile, ma non andrà così".
"No?"
"Capisco che in questo momento tu possa sentirti..."
"Un po' assassino?"
"Diciamo che siamo tutti colpevoli... di una situazione orribile che..."
"Che si poteva evitare".
"Però non puoi esagerare. Non serve a niente esagerare".
"Sto esagerando?"
"Trentamila morti ogni estate, per esempio. Non è vero".
"È una stima".
"È solo la sottrazione tra gli sbarcati dell'anno scorso e quelli di quest'anno. E può darsi che davvero l'unica causa della differenza, quest'anno, sia che sono annegati. Non c'erano più navi disposte a soccorrerli, e li abbiamo lasciati annegare".
"Abbiamo fatto sì che fossero lasciati annegare".
"È successo. Ma l'anno prossimo non saranno di nuovo trentamila".
"Perché no?"
"Ma è una questione di buonsenso, insomma... quelli che partivano quest'anno, pensavano che sarebbe stato facile come l'anno scorso. Ma l'anno prossimo... ora che lo sanno... partiranno in meno".
"Cioè la strage sarà servita da deterrente".
"Purtroppo sì".
"Ma come fai a saperlo?"
"È buonsenso".
"O forse è un istinto autoprotettivo".
"Cosa?"
"Mi stai dicendo che dopo un po' smette di fare male".
"Non capisco".
"Il massacro. All'inizio fa male, ma dopo la gente si abitua e alla fine magari gode anche un po'".
"Facciamo che non ti sento".

Aspettando il re, trovando una mamma

Aspettando il re (A Hologram for the King, Tom Tykwer, 2016)


Un giorno potresti ritrovarti a vivere in una baracca dall'altra parte del mondo.
Un giorno potresti ritrovarti dietro il volante di un'enorme automobile, in una bella casa, con una bella moglie.
Un giorno potresti chiederti: ma come ci sono arrivato?

Certi film - li riconoscevi dalla locandina - servivano soprattutto a viaggiare. Per il pubblico si trattava di un'alternativa low budget a viaggi veri che non si poteva permettere: film-safari con zebre e rinoceronti e selvaggi. Certi film funzionavano così. Aspettando il re sembra voler perpetuare la tradizione, individuando in Tom Hanks l'Homo Occidentalis per eccellenza, in perenne crisi esistenziale ed economica, e calandolo in una delle mete turistiche tuttora più difficili per gli occidentali: l'Arabia Saudita (ricostruita in Egitto). La prima scena dice tutto: unico non-musulmano su un aereo di linea, mentre gli altri pregano il loro Dio Hanks sogna di vivere nel video di Once in a Lifetime, Talking Heads. Lo seguiremo in un albergo, nel fatiscente cantiere di un nuovo polo tecnologico che è ovviamente un luogo di smarrimento metafisico oltre che una metafora delle vacue velleità delle dinastie dei petrodollari. Insieme a lui cercheremo di capire come si può passare anche solo qualche giorno in un Paese in cui in teoria è vietato bere alcool; grazie a lui daremo una sbirciatina alle festicciole delle ambasciate europee e addirittura riusciremo per qualche istante a intrufolarci alla Mecca, città proibita agli infedeli. Non ci capiremo un granché, proprio come succede ai turisti veri, ma alla fine ci sentiremo comunque arricchiti. Non troveremo Dio ma magari l'amore (caccia via), proprio come in quei vecchi film con gli esploratori biondi e le dive un po' esotiche. Quest'ultima cosa magari non era prevista nell'omonimo libro di Dave Eggers, ma evidentemente lo sceneggiatore e regista Tom Tykwer ne sentiva l'esigenza.


Vogliamo anche ricordare come avevano conciato
Tom Hanks in Cloud Atlas. 
A Hologram è l'ultima aggiunta al suo catalogo, sempre più simile al risultato di un esperimento surrealista: estrarre sei film a caso da Imdb e immaginare che li abbia girati tutti lo stesso autore. Nel suo caso sono usciti: Lola corre, l'ultima sceneggiatura di Kieslowski (ambientata in Italia!), Profumo, un thriller con Clive Owen e Naomi Watts, e poi un fecondo sodalizio con le sorelle Wachowski, con cui ha realizzato Cloud Atlas e la serie Sense8. Dopodiché avrebbe davvero potuto girare qualsiasi cosa, noir thailandesi o documentari sull'Amazzonia. In questo senso A Hologram è un viaggio deludente, non tanto per la destinazione, ma per il punto di vista che sceglie di adottare che è quello dell'occidentale in assoluto più standard e spaesato: l'Americano... (continua su +eventi!)



La storia del manager in trasferta, oberato dai sensi di colpa per aver collaborato alla delocalizzazione e allo smantellamento del Made in USA, sembrava già un po' datata quando uscì il libro - cinque anni fa: ora, con la disoccupazione statunitense in costante calo, suona sinistramente affine a certe tirate elettorali di Trump. All'angoscia vagamente beckettiana evocata da Eggers, Tykwer sovrappone la sensibilità paranoide che ha mutuato dalle sorelle Wachowski; in un paesaggio che è già surreale di suo, tra deserti e grattacieli, non serve molto per suggerire che il venditore di ologrammi Hanks sia vittima di un gigantesco scherzo, un meta-ologramma. Ma chi si aspetta un finale sconvolgente e rivelatore si prepara a una delusione: a un certo punto è come se sulla sceneggiatura fosse caduto un po' di zucchero, se non un'intera zuccheriera. Tykwer sembra sinceramente preoccupato non soltanto per il suo protagonista stanco e disperato, ma per tutti i cinquantenni che lo hanno seguito per più di un'ora, condividendone ansie e disagi a dire la verità più americani che universali (il college della figlia, status irrinunciabile!)


Alla fine non si tratta più di portare in viaggio gli spettatori, ma di confortarli: quella cisti non è necessariamente un tumore, quell'affanno è più panico che infarto; gli affari possono andare male, non è la fine del mondo: e anche i matrimoni, ma se guardi bene da qualche parte c'è già qualcuno disposto a medicarti e consolarti. È un film che in sostanza smette di guardarsi intorno e comincia a cercare la mamma: ma almeno la trova incarnata nelle forme antihollywoodiane di Sarita Choudhury. Vent'anni fa era la Tara di Kamasutra: oggi ne ha cinquanta, è una bellissima signora e non è affatto difficile capire perché l'uomo-Tom Hanks si senta attratto da lei. Quello che alla fine della visione rimane non spiegato è cosa possa aver trovato lei in un americano spaurito e senza direzione. Nei film di una volta sarebbe stata una domanda inutile: l'uomo bianco era affascinante in quanto bianco. Aspettando il re è al cinema Monviso di Cuneo da giovedì 31 agosto a martedì 5 settembre alle 21.

venerdì 25 agosto 2017

Sintetico negli anni Ottanta

Empire Burlesque (1985)

(Il disco precedente: Real Live
Il disco successivo: Biograph)

ABBASSATE-QUELLA-CAZZO-DI-BATTERIA-ELETTRONICA.

***

Where the charity is supposed to cover up a multitude of sins... Nel gennaio del 1985, mentre stava già disordinatamente mettendo da parte incisioni per il nuovo album, Dylan atterrò nella base segreta californiana in cui gli USA for Africa stavano lavorando al singolo benefico We Are the World. Il video in cui cerca di incidere la sua parte è un documento toccante. Dylan è circondato da musicisti immensi – a spiegargli lo spartito c'è Lionel Richie (coautore del brano con Michael Jackson); ad accompagnarlo al piano c'è appena appena Stevie Wonder. Mentre cerca di non steccare troppo sull'attacco, come può Dylan non pensare: che ci faccio qui? Chi voglio prendere in giro? La tonalità è troppo alta per me, io non posso cantare a questi livelli, io sono solo Bob Dylan. Quincy Jones lo incoraggia: vai, questa era ottima. “Se lo dici tu”... QJ probabilmente aveva messo a fuoco il problema: Dylan avrebbe potuto anche cantare meglio di così, ma non sarebbe sembrato più Dylan. Dylan più che un cantante è un funambolo: la gente non vuole sentirlo cantare bene, la gente vuole vederlo oscillare sulle corde non solo vocali; la gente vuole e non vuole vederlo precipitare.



***

La prima cosa che pensi quando tiri fuori Empire Burlesque è: che razza di giacca, che razza di anni.
La prima cosa che senti quando premi play: un coretto. Sono tornati i coretti. Usciremo mai da questi anni Ottanta?
Dopodiché parte quel CAZZO DI BATTERIA ELETTRONICA.

***

Sono il Dritto di Miami, Mister Bob.
I saw thousands who could have overcome the darkness... Dopo la fine del mondo (sarebbbe più preciso dire durante la fine del mondo), una parte della coscienza dell'umanità ha trovato rifugio in un mini-universo artificiale contenuto nella memoria virtuale di un supercomputer, dove il tempo scorre molto più rapidamente (milioni di anni virtuali ogni secondo terrestre). Gli umani-bot che vivono in questo universo sono copie virtuali di persone che erano vive nel momento in cui la notte è venuta cadendo sulla Terra. Per non impazzire al pensiero, nei milioni di anni virtuali che restano a loro disposizione hanno deciso di fingere di essere umani reali, nel mondo reale. In particolare hanno scelto di rivivere il secolo 1950-2050, un periodo storico molto drammatico e interessante ma senza troppe guerre mondiali, e soprattutto facile da ricostruire, grazie alla quantità di materiale anche audiovisivo nelle banche dati – anche se qualcosa si era perso nei backup, per esempio un intero disco del celebre Bob Dylan, un disco per fortuna non imperdibile, inciso proprio a metà degli anni Ottanta.

Gli studiosi-bot lo hanno ricostruito in base a una serie di congetture, nello stesso modo in cui si ricostruisce un tempio greco a partire da un capitello: hanno preso qualche scarto dai due dischi precedenti e dai due successivi e lo hanno rimontato tenendo conto del sound che andava in quel momento storico (quella CAZZO DI BATTERIA ELETTRONICA). Hanno anche creato una copertina, ottenuta sovrapponendo a un'immagine di Dylan nel 1985 un outfit che poteva andare di moda in quel periodo – la giacca l'hanno presa da un telefilm. Il risultato è stato molto criticato dagli altri studiosi-bot. “Bob Dylan non è una funzione matematica”, sostengono. “Non è che puoi fissare sulla retta x lo Zeitgeist, sulla retta y la sua vita personale, e pensare di incontrarlo all'incrocio delle coordinate”: un'obiezione tutto sommato sensata, anche se è buffo che provenga da dei bot.



Altri hanno obiettato che sì, probabilmente il vero Empire Burlesque era molto diverso – ma non necessariamente migliore; che immaginare come avrebbe potuto suonare un disco di Dylan a metà anni Ottanta è un esercizio utile a capire la nostra idea di Dylan e degli anni Ottanta, ma che più di tanto non cambia la traiettoria complessiva: se fosse stato un disco davvero importante avrebbe lasciato più segni di sé. Invece doveva essere uno di quei dischi che nessuno ascoltava più di tre volte – tranne i dylaniti all'ultimo stadio, alla ricerca disperata di qualche motivo per sostenere che non fosse un brutto disco, dai, che fosse sottovalutato. Ma anche solo per sottovalutarlo bisognava ascoltarlo.

***

Never gonna be the same again. Riconosciamoglielo: tra tanti difetti, Dylan non ha mai avuto quello della prevedibilità. Anche Empire Burlesque (quello vero?) a suo modo è una sorpresa. Già dalla copertina, con quella grafica. E poi gli arrangiamenti, con QUELLA CAZZO DI BATTERIA ELETTRONICA. Eppure in un qualche modo Empire non è imprevedibile come dovrebbe essere. Sembra davvero simile al risultato di un esperimento mentale: che disco avrebbe potuto realizzare BD se nel 1985 avesse ceduto di schianto alle tendenze del momento? Vediamo. Per quanto riguarda i testi, suggerirei di ripartire da Infidels togliendo quello sciovinismo che ai fan non era andato giù (a questo punto della sua carriera Dylan non può permettersi di perdere quello zoccolo duro di fan che gli è rimasto); ridurre di un 60% le reminiscenze bibliche, riempire i buchi con qualche battuta da film di Bogart, dopotutto l'immaginario di Dylan è quello di vostro padre se vostro padre aveva 40 anni negli anni '80... aumentare un po' il tasso di Apocalisse, e spolverare di zucchero sentimentale, ché alle porte c'è un secondo matrimonio. Il sound? Raccogliere un po' del r'n'b messo da parte ai tempi di Shot of Love, aggiungere qualche spruzzo di Sly e Robbie che erano ancora nei dintorni, anche Mick Taylor perché no (Knopfler no perché sai che hanno litigato), non lesinare coi synth e puntellare il tutto con QUELLA CAZZO DI BATTERIA ELETTRONICA che il quasi-produttore, Arthur Baker, prende in prestito dai New Order.



(Per quanto possa sembrare irresponsabile l'idea di affidare il suono di un disco di Bob Dylan al produttore dei New Order, beh, sono i tipici esperimenti che si facevano in quel periodo. I Talking Heads che vanno a cercare Brian Eno, i Ramones che si accollano Phil Spector, David Bowie con Nile Rodgers, era un periodo in cui rimescolare le carte era quasi obbligatorio e molto spesso funzionava. Indovinate qual è l'unico grande artista con cui non ha davvero funzionato).


***

I'm gonna get my coat, I feel the breath of a storm. Persino la giacca, quella giacca ha un senso. Immagina Bob Dylan, quarantenne negli anni Ottanta, che decide di aggiornarsi al gusto dei tempi: che giacca si sarebbe messo indosso, almeno per il tempo di un videoclip e di una posa? Qualcosa che avrebbe potuto indossare il protagonista di un serial che Bob Dylan avrebbe potuto seguire in tv nel 1985 – capisci che non può essere che Miami Vice. Nel 1985 tutti i duri della musica volevano recitare in Miami. Frank Zappa fa un cameo. Little Richard! Miles Davis! Dylan probabilmente era troppo timido per fare una telefonata, figurati se Michael Mann non gli avrebbe trovato un ruolo da boss taciturno. O da pappa scorbutico. O da ispettore della narco – marcissimo ovviamente.




***

Primo timido tentativo di coreografia.
If you want somebody you can trust, trust yourself. C'è già capitato di notare come i dischi migliori di Dylan siano stati prodotti in due tempi. Il primo, apparentemente infruttuoso, è quello della sperimentazione: una fase in cui Dylan prova tante cose con tanti musicisti diversi e poi magari butta via tutto. Poi c'è il secondo tempo, quello in cui mette a fuoco quello che vuole fare, magari licenzia i musicisti e ne assume degli altri, scrive un paio di capolavori e incide il tutto in pochi giorni o poche ore. Questo secondo tempo, Dylan non riesce sempre a trovarlo. Ma Empire forse è il primo caso in cui ci rinuncia proprio. L'inizio di una fase (già preannunciata da Shot of Love) in cui i dischi di Dylan non saranno più oggetti dotati di un'identità, ma raccolte più o meno eterogenee di materiale inciso qua e là durante l'anno. L'elenco di session e di musicisti convocati dà il mal di mare. Ci sono un paio di Rolling Stones (in momenti diversi), un paio di elementi della E Street Band che accompagnavano i dischi migliori di Bruce Springsteen, mentre con Dylan non riusciranno a venire a capo di When the Night Comes Falling. Ci sono Sly e Robbie, un po' dei Lone Justice, c'è il caro vecchio Al Kooper ma suona solo la chitarra in un pezzo c'è pure Dave Stewart degli Eurythmics che passava di lì e non ha suonato niente: in compenso ha girato il video di When the Night Comes Falling e si è imbucato sul set come chitarrista – perché no, dopotutto? Non potrebbe averlo prodotto lui, Empire Burlesque: non ha la stessa piaciona oscillazione tra syinth e chitarre distorte dei dischi più venduti degli Eurythmics? Prendi Missionary Man: ci sono tutti gli ingredienti di Empire. Il rocchenroll, la corista scatenata, la CAZZO DI BATTERIA SINTETICA, perfino l'armonica. Salvo che è tutto miscelato a meraviglia, mentre Empire come dire, Empire sembra l'intruglio che ti versa un vecchio zio barman a cui sei affezionato, ma sai che ti servirà una serata intera a mandarlo giù.






I'll go along with the charade until I can think my way out. Ho scoperto che sul retro del singolo americano Tight Connection to My Heart c'è addirittura un brano di Street-Legal... (continua sul Post, con altri simpatici video e gif animate).

martedì 22 agosto 2017

Charlize Theron pesta Berlino

Atomica bionda (Atomic blonde, David Leitch, 2017).

Che cast però.
Immagina per un attimo che gli USA e l'URSS avessero vinto la Seconda Guerra Mondiale, spartendosi l'Europa in due blocchi, a est e a ovest di Berlino; a quel punto avrebbero avuto entrambi la bomba atomica e quindi non avrebbero più potuto dichiararsi guerra. Immagina, come conseguenza, un lungo periodo di tregua armata, in cui alle grandi battaglie di massa si sarebbero sostituiti degli scontri simbolici - come ai tempi dei duelli epici, Paride contro Menelao, gli Orazi contro i Curiazi. Gli eroi protagonisti di questi combattimenti, uomini e donne esperti in ogni arte di combattimento e in ogni sotterfugio, li avremmo chiamati "spie", anche se alla fine non è che avrebbero spiato un granché - più che altro si sarebbero spiati a vicenda, in un gioco a somma zero. Qualche scrittore molto presto si sarebbe messo a raccontare le loro straordinarie avventure, senza preoccuparsi di esagerare. Ne sarebbe derivata tutta una letteratura epica, e poi naturalmente romanzi e film, che a furia di nutrirsi dello stesso immaginario che coltivavano avrebbero reso questa Europa immaginaria in un qualche modo concreta, più coerente di quella vera: un sogno ma tutt'altro che effimero, come la Grecia dei miti o il Far West, sognati da miliardi di persone. Al punto che ne avremmo avuto nostalgia, e un puerile desiderio di averci vissuto davvero, invece di vivere in... già, dove abbiamo vissuto noi?

Speriamo sia make up.
Charlize Theron, nel 1989 in cui crollò il Muro, aveva 14 anni. Adesso ne ha più di quaranta ed è una diva di serie A. Da cosa si capisce? Dalle botte che prende. Certo, ne dà anche parecchie. Atomica Bionda è tra l'altro il film in cui la vediamo uccidere i cattivi a mani nude. Ed è credibile: si fa una certa fatica viceversa a immaginare che un attore possa sopravvivere ai colpi che la Theron tira aiutandosi con quel che trova sul momento - un portachiavi, un fornellino elettrico, un tacco che per un attimo ti aspetti nasconda un qualsiasi gadget da James Bond e invece no, è un semplice tacco neanche troppo appuntito. Ma quello che fa davvero la differenza tra Atomica e altri film di spie più o meno seri (negli ultimi anni c'è stata una renaissance del genere, anche se il pubblico non sembra sempre entusiasta) sta nei lividi, nel sangue; nell'occhio nero con cui il suo personaggio si presenta ai suoi capi e al pubblico all'inizio del film; nel ghiaccio che usa per alleviare il dolore. Nell'abolizione di quella convenzione cinematografica per cui dopo una botta bene assestata l'avversario resta al tappeto in coma vigile - no, in Atomica bionda o muori o ti rialzi, e pare che morire non sia poi così facile.


L'ufficio stampa ci aveva preventivamente spiegato che la Theron, mentre si allenava a incassare sul set, "vomitava praticamente tutti i giorni", che a un certo punto ha perso un dente. Atomica Bionda è un progetto suo: è stata la sua società di produzione a scegliere la graphic novel, a farla riscrivere su misura (la protagonista del fumetto non era nemmeno bionda), a convincere il secondo regista di John Wick ad abbandonare John Wick 2 per girare un film non così diverso. Atomica Bionda è un film voluto, interpretato e scolpito a mani nude sulla carne viva da Charlize Theron, e la cosa non avrebbe dovuto stupirmi così tanto - se solo riuscissi a liberarmi dalla mia prediletta immagine mentale della Theron, che è ancora quella della bambolona riccioluta che sta con Keanu Reeves all'inizio dell'Avvocato del diavolo; se almeno riuscissi a ricordare che la stessa bambolona, in quello stesso film, si trasformava in qualcosa di totalmente diverso, un corpo già slavato e dolente - allora potrei rendermi conto che Atomica Bionda non è semplicemente il film dell'ennesimo divo/a che passata la soglia dei 40 anni (50 per i maschi) si mette a cercare nei ruoli action una seconda giovinezza: che è anche il punto di arrivo coerente di un'attrice che ha sempre lavorato sul proprio corpo, riempiendolo e svuotandolo, rompendolo e riparandolo (continua su +eventi!)

Queste cose nei miei anni Ottanta non si vedevano! (maledizione).
Qualcosa di simile a quello che ha fatto negli ultimi anni Scarlett Johansson? O forse l'esatto contrario. La Johansson lavora per sottrazione: toglie il volto, toglie la pelle, toglie il corpo, come se volesse domandare al pubblico: cosa ti piace di me davvero? La Theron non toglie niente, incassa tutto. A ben vedere lo ha sempre fatto, e ora che può scegliersi i ruoli lo farà ancora di più. Atomica Bionda è un film centrato su di lei, plasmato su di lei, ambientato in una Berlino anni Ottanta che malgrado ogni sforzo filologico sembra finta; messa in scena da scrittori, fotografi e trovarobe scrupolosi ma che sembrano non averli vissuti, quegli anni, né a Berlino né in Europa né sul pianeta Terra: sembrano alieni arrivati almeno dieci anni dopo, molto coscienziosi eppure la loro ricostruzione suona falsa lo stesso. È difficile spiegare perché. Ci si sente come si sarebbe sentito Buffalo Bill davanti ai primi film western, ammesso che ne abbia mai visti.

   

Non è una questione di dettagli, quelli sono tutti al posto giusto, eppure... metti Sofia Boutella. È brava, ha quella sua bellezza insolita che ricorda qualche vecchia esotica Bond girl; il suo ruolo ha un senso, eppure sembra lo stesso lì per caso. Prendi James McAvoy. È bravo. È sempre stato bravo. Ma può essere un veterano del MI6 a Berlino nel 1989? Qualcosa non va e non è il taglio dei capelli, né il giaccone, né qualsiasi altro dettaglio. È che un tizio così, negli anni Ottanta che mi ricordo io, non esisteva. Il suo modo di muoversi, di raccontarsela, di mantenere un'apparenza giovanile in una storia che non lo prevede... Così come non esisteva ancora, negli Ottanta che ricordo io, il lesbismo soft patinato di Atomica bionda, che dieci anni dopo era già un luogo comune. Non che abbia molta importanza: prima o poi era inevitabile che gli Ottanta diventassero un decennio immaginario, come gli anni Venti dei film di Gangster e l'Ottocento del Far West - un mondo fantastico ottenuto sovrapponendo gli oggetti trovati qua e là nei mercatini: la breakdance sulle note di 99 Luftballons, i New Order e Siouxsie. Non c'è neanche da prendersela, se non col tempo che passa e si lascia sempre più alle spalle i nostri ricordi: ma passa anche se ce la prendiamo. Forse dovremmo andare anche noi in palestra, prendere a pugni un attrezzo finché non va al tappeto, o non ci andiamo noi. Atomica bionda è un film di spie che si prendono a mazzate e Charlize Theron è la più tosta di tutte. Il cast è clamoroso. Tra una scena d'azione e l'altra c'è anche una trama non troppo stupida, anche se al cinema, con la musica a palla, è un po' difficile seguirla. Le mazzate invece si sentono benissimo. Al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:10, 22:40); al Vittoria di Bra (20:00, 22:30); al Multilanghe di Dogliani (21:30) e all'Italia di Saluzzo (20:00, 22:15).

venerdì 18 agosto 2017

Nella vecchia fattoria di Maggie

Real Live (1984)
(Il disco precedente: Infidels
Il disco successivo: Empire Burlesque).
Non sono io.No, no, no, non sono io, babe.
Non sono io quello che cerchi, babe
 (migliaia di persone al Wembley di Londra, 27 luglio 1984).

The Plugz (in seguito alcuni divennero i Cruzados).
The Plugz (in seguito alcuni divennero i Cruzados).
Di tutte le svolte improvvise e contraddittorie che hanno segnato la carriera di Dylan, ce n'è una che avviene in poco meno di un minuto, un minuto ridicolo, tragico e imbarazzante. Comincia con una nota dissonante, il che è molto dylaniano. Il nostro eroe sta suonando con i Plugz, un gruppo postpunk ispanocaliforniano, voglio ripeterlo: è un gruppo postpunk ispanocaliforniano col quale sta provando intensivamente da alcune settimane. Che fine hanno fatto i turnisti superprofessonali di Infidels? Accantonati. E i cori gospel? Sono passati appena tre anni, sembra una vita. I Plugz stanno stravolgendo un paio di brani del disco uscito pochi mesi prima che Dylan in teoria dovrebbe promuovere - in pratica sembra volerlo fare a pezzi. È il momento dell'assolo di armonica; Dylan si stacca di dosso la chitarra senza che il sound complessivo ne risenta, afferra un'armonica, l'accosta al microfono nel pugno, comincia a soffiare, ma l'effetto è quello di un clacson di un autobus che nemmeno il postpunk può assorbire incolume. Che sta succedendo? Gli avevano preparato l'armonica sbagliata. Chissà quante volte gli era capitato - del resto secondo voi Dylan si preoccupa di spiegare quale armonica vuole a portata di mano, o in che chiave ha intenzione di suonare la prossima canzone? Il problema è che stavolta sta succedendo in diretta tv nazionale, al David Letterman Show. E per quanto sia solo un piccolo imprevisto della diretta, che quasi nulla toglie alla freschezza dell'esibizione; per quanto lo stesso Letterman alla fine arrivi a stringere la mano a Dylan e a proporgli di tornare da lui "ogni giovedì sera", strappando al mostro sacro una risata, la verità è che abbiamo appena assistito a una delle svolte più nette e tristi della storia di Bob Dylan. Il pendolo stavolta è oscillato in un istante, il brevissimo flirt di Bob col post-punk finisce qui.



E dire che sarebbe bastato così poco - l'armonica giusta al posto giusto? Fino a pochi minuti prima sembrava felice: una telecamera lo aveva sorpreso mentre alzava addirittura un pugno chiuso con entusiasmo da combattente. Stava massacrando Jokerman con la stessa furia con cui nel '74 insieme alla Band aveva affondato Lay Lady Lay, ma il risultato era molto più convincente. Dylan sembrava staccarsi dalle secche dei Dire Straits per avvicinarsi ai promontori dei Talking Heads, dove forse non avrebbe potuto approdare, eppure... Quei ragazzi ispanocaliforniani avrebbero potuto essere suoi figli - in effetti, se non fosse stato per i dischi punk e new wave che ascoltava il suo figlio maggiore, non li avrebbe mai reclutati - ma avevano la grinta giusta per abbattere il Dylansauro e assistere al parto di un mostro nuovo. E invece.
E invece l'armonica era quella sbagliata, Dylan si ritrovò in un attimo sperduto sul set mentre i Plugz continuavano a darci dentro, impassibili, come i professionisti che ancora non erano, ma che quel giorno sarebbero potuti diventare. Qui si potrebbe anche inserire una digressione sul concetto di professionismo, su quanto permei la cultura nordamericana e abbia relativamente smorzato la carica nichilista del primo punk britannico; è un concetto contro il quale Dylan ha combattuto da una vita, scrivendo e cantando canzoni piene di trappole per i virtuosi, canzoni incantabili e insuonabili; eppure anche Dylan non è mai riuscito a liberarsi del tutto dall'imperativo morale del professionismo, dall'ansia della prestazione, dalla vergogna del fiasco. Forse mentre distruggeva Jokerman a pugno chiuso dal vivo ci stava riuscendo; ma l'armonica stonata era troppo anche per lui. Ufficialmente lo show andò bene. Letterman si congratulò, e su Youtube ci sono ancora fan che lasciano un pollice alto e definiscono quel mezzo minuto di panico da armonica una straordinaria epifania televisiva. Ma Dylan, lo abbiamo visto, non è un gran fan di sé stesso. Fa anzi un po' fatica a riascoltarsi, odia la diretta televisiva e ai Plugz, dopo le strette di mano e i saluti, disse soltanto: vi chiamo lunedì. Lo stanno ancora aspettando.
Non lavorerò più per la fattoria di Maggie (Bob Dylan, 1965; ma anche 1976; ma anche 1978; ma anche 1984).

Carlos Santana
Una rarissima foto di Carlos Santana bello (l'unica che ho trovato nell'archivio del Post).
Tre mesi dopo era in tour in Europa, un doppio show con Santana, roba da riempire gli stadi da calcio (in alcune date arrivò anche Joan Baez, ma litigarono e non si sono più rivisti, credo, da allora). Ad accompagnarlo una band di professionisti, tra cui spicca Mick Taylor (l'ex rolling stone è l'unica conferma della super-formazione di Infidels) e Ian McLagan, già (ex Small Faces e Faces). Tutti coetanei affidabili in giro dagli anni Sessanta, nessun ragazzino. Ma nemmeno coriste. In compenso c'è il coro del pubblico - tante grazie, è un live - sì, ma siamo in quella fase post-BobMarleyana in cui i live devono documentare anche l'interazione della star col pubblico, che è sempre più vasto, (non si sentono più voci e fischi, ma un boato indistinto) eppure sembra sempre più disciplinato: è un pubblico-massa ma è anche un pubblico-strumento con una partitura da seguire. Dylan non è che si metta a sollecitarlo a colpi di "Yooo-ooooh", come Marley (o Sting), né lo asseconda come Baglioni, ma gli permette per la prima volta di cantare un ritornello da solo, e di tutti i ritornelli possibili sceglie It Ain't Me. Così su Real Live abbiamo la possibilità di sentire ventimila inglesi che cantano all'unisono: Non sono io, babe. No, no, no, non sono io babe, quello che stai cercando. Quanti in quel momento avranno fatto caso all'ironia?

Sull'erba dello stadio della nazionale inglese c'era gente che lo seguiva ormai da vent'anni: quattro lustri passati a sentirlo cantare che non avrebbe più lavorato per la Fattoria di Maggie. All'inizio magari Maggie erano gli hipster del folk metropolitano che pretendevano che Dylan non giocasse con le chitarre elettriche, o l'industria musicale che pretendeva da lui due dischi all'anno, o il movimento dei diritti civili che voleva arruolarlo come tamburino. In seguito avevano cantato I ain't gonna work for Maggie's Farm i ragazzi americani che non volevano andare in Vietnam e quelli britannici che protestavano contro il governo di Margareth, "Maggie" Thatcher. L'avevano incisa persino gli Specials. L'avrebbero suonata dal vivo anche gli U2. E Dylan nell'estate 1984 poteva forse esimersi? Così in Real Live lo sentiamo cantare, per la duecentoventesima volta dal vivo, che non ha intenzione di lavorare più per quella fattoria (220 non è un numero a caso). No More! Anche in questo caso, l'ironia sembra inconsapevole, o al limite svagata come può essere svagato l'attore che recita per la 220sima volta la stessa barzelletta - sarebbe strano se la trovasse ancora divertente.
real live
Real Live è uno di quei dischi che ti domandi se Dylan si ricorda di averli pubblicati. Uno degli articoli del suo catalogo di cui è più facile dimenticarsi, così com'è difficile dimenticarsi di quel tour (che pure fu il primo in cui calò in Italia). In quell'estate del 1984 Dylan non cantava né troppo male né particolarmente bene; gli arrangiamenti non erano né postpunk come quelli sperimentati al Letterman Show, né gospel, né barocchi come ai tempi del World Tour, né fracassoni come quelli della Revue. È un robusto rock da stadio, impreziosito da una gloriosa ospitata di Carlos Santana in Tombstone Blues. È uno di quei dischi live che all'inizio passa quasi inosservato, ma poi invecchia in modo dignitoso. Come nel caso di At Budokan Hard Rain, c'è una specie di difficoltà iniziale da superare, che facilmente poteva irrigidire i primi recensori: nei primi brani Dylan deve ancora scaldarsi, e non lo aiuta il fatto di dover cantare per la duecentesima volta che Abramo deve uccidere suo figlio sull'Highway 61, e che non ha intenzione di ripresentarsi a quella maledetta fattoria. (E sta succedendo qualcosa e non sai cos'è, figurati: dopo vent'anni ancora stai lì a domandarti cosa succede, Mr Jones?) Uno ovviamente può anche retoricamente chiedersi: ma ha senso pubblicare un live del genere, il quarto in dieci anni?
Un senso c'è sempre, almeno dal punto di vista commerciale... (continua sul Post)

lunedì 14 agosto 2017

Ignoranti e felici, il film

Beata ignoranza (Massimiliano Bruno, 2017)


Riuscireste a vivere due mesi senza connessioni internet? Sì, ma sarebbe un po' scomodo. Se non aveste mai usato internet, riuscireste a diventarne dipendenti nel giro di una settimana? È abbastanza improbabile. Ve li immaginate Giallini e Gassman professori di liceo, uno tecnopatico e l'altro entusiasta digitale, che si scambiano i ruoli? Uhm, in realtà no. Ecco, beh, non ci sono riusciti neanche gli sceneggiatori di Beata ignoranza: non esattamente gli ultimi arrivati, eppure.

In questi giorni sulla mia bacheca Facebook non fanno che parlare di Sarahah. Da quel che ho capito si tratta di un social network che ti consente di ricevere e mandare messaggi anonimi agli altri utenti. Lo ripeto perché secondo me è fortissimo: in questi giorni stanno tutti provando un nuovo servizio on line che - straordinaria novità! - ti fa sentire l'ebrezza di ricevere e mandare messaggi anonimi. Sono quelle cose che mi fanno sentire decrepito, perché mi ricordo ancora bene quando tutta internet era così, un posto di anonimi che si mandavano messaggi (l'anno scorso Facebook mi ha sospeso perché il mio secondo nome non gli risultava) (in effetti il mio secondo nome, tra Leonardo e il mio cognome, era Blogspot, e finché non l'ho cancellato non mi ha riaperto l'account, che evidentemente deve combaciare con quello che risulta all'anagrafe, il che è abbastanza inquietante: avrei potuto sbattere la porta e andarmene, ma la verità è che senza il mio account Facebook ormai farei persino fatica a lavorare) (sì, a lavorare a scuola).

La vignetta più riprodotta del New Yorker è del 1993.
Dice: "Su internet, nessuno sa che sei un cane".
Ho tirato fuori Sarahah e Facebook non perché non abbia voglia di parlare del film - alla fine è un film interessante, per quanto sballato - sembra concepito da qualcuno vecchio come me, salvo che dopo essersi preso male coi blog anonimi verso il 2004 ha chiuso il pc per sempre e non ha più cambiato la sua idea di internet. E nel 2016 ci ha scritto un film. In cui Marco Giallini interpreta un professore che non è mai stato on line in vita sua e per carità, esistono, ne conosciamo tutti, è più che giusto mostrarli nei film. Questo professore dall'oggi al domani, per una scommessa, viene dotato di adsl, di account sociali e quant'altro ed evidentemente anche di amici e followers, perché dopo una settimana sta già chattando a tutt'andare. Un po' curioso, ma si sa che nelle commedie si esagera, no? L'idea portante del film doveva essere appunto questa: mostrare un tizio che diventa dipendente da internet nel giro di pochi giorni (mentre il suo rivale speculare, Gassman, dovrebbe fare il percorso inverso). Era una idea interessante? Magari sì, ma a un certo punto qualcosa dev'essere andato storto, e basta vedere dieci minuti di film per accorgersene.

È un film veramente strano. Sembra essere stato masticato, risputato e rimesso nel vassoio da un cameriere impassibile - che purtroppo è Massimiliano Bruno, da cui sembra ovvio aspettarsi di più. Per dire: tutto comincia con una scena in cui Gassman e Giallini litigano in classe - davanti ai loro studenti! che riprendono tutto col cellulare! Dovrebbe essere lo snodo fondamentale, la crisi da cui scaturisce tutta la storia, epperò in quel momento i due attori principali non sono credibili. Si prendono a male parole, ma c'è qualcosa che stona ed è strano, è chiaro che nessuno dei due è Lawrence Olivier, ma qui sono davvero al di sotto dei loro standard professionali. Più tardi scopriremo che l'effetto era voluto: non stanno litigando davvero, bensì stanno rimettendo in scena un loro litigio precedente; cioè stanno recitando nel ruolo di due attori. Ma non sono bravi attori - cioè, no, Giallini e Gassman sono ottimi attori, ma i loro personaggi no, sono due ex filodrammatici, insomma se uno ha la pazienza di aspettare 80 minuti scopre che all'inizio stavano recitando bene il ruolo di chi recita male. Il problema è che al cinema è anche una questione di imprinting: se tu all'inizio vedi dei cani, ci resti male, e la tua voglia di dare una chance al film ne risente.


Da quel litigio parte la scommessa: Gassman deve rinunciare a smartphone e adsl, Giallini deve cominciare a usarli. Ora non importa tanto che lo sforzo degli autori di rendere una sfida del genere credibile porti viceversa il film nel Reame del Più Contorto Inverosimile (la figlia di uno dei due, non è chiaro di quale, fa la regista! e decide di fare un documentario sulla sfida! Appassionante, no?) Il guaio è che appunto il film sembra scritto da qualcuno che si è disintossicato da internet una decina di anni fa e da allora lo guarda un po' da lontano, con sospetto, come i vegani trascinati in un ristorante di pesce. C'è un preside tutto orgoglioso perché il suo liceo è diventato "smart" grazie all'adozione del registro elettronico! Che roba, eh? Peccato che il registro elettronico sia obbligatorio in tutte le scuole pubbliche da un paio d'anni. Ma più in generale: quali sono le cose che facciamo quotidianamente, oggi, grazie a internet? Le prime che mi vengono in mente: usiamo le mappe stradali. Recensiamo qualsiasi cosa. Manteniamo i contatti con gente che avremmo perso di vista da un pezzo. Incontriamo gente che non avremmo mai potuto conoscere, con la quale condividiamo interessi. Possiamo lavorare a Ferragosto, anche se siamo al mare, come sto facendo io. E i giovani, mi dicono, guardano molto più porno (continua su +eventi...)


Giallini non consulta mappe, porno men che meno, non compra né vende né scrive recensioni (si prende solo venti secondi per stroncare Tripadvisor in toto), non riallaccia nessun contatto, non si pone neanche il problema di come usare internet nel suo ambito professionale. Però si mette a giocare con un suo allievo ripetente a uno sparatutto per playstation. Da professore a gamer in punto in bianco... e va bene, le commedie esagerano. Che altro fa? Corteggia una sua collega... con un nick anonimo. Nel 2017. Non so. È come usare la macchina per attraversare la strada. Se non avessi mai usato facebook, qual è la prima cosa che farei? Storicamente, un sacco di gente cercava gli ex compagni del liceo, e poi è restata perché ha trovato vecchi amici e se ne fa di nuovi. Non sarebbe stato più credibile che Giallini si mettesse a cercare vecchie fiamme, o scoprisse anime gemelle a migliaia di chilometri di distanza? Devi usare facebook per scrivere i bigliettini? Qualcuno lo usa ancora così?

Secondo me no, ma forse non ha nemmeno così senso discuterne. Credo che i primi ad aver capito che la premessa non funzionava sono stati gli stessi autori, che probabilmente hanno riprovato a riscriverlo, a ritagliarlo, a rimontarlo, e poi forse c'era una scadenza in ballo e semplicemente hanno lasciato che Giallini e Gassman gigionassero a piacere, in barba a qualsiasi vaga pretesa di verosimiglianza (si odiano da una vita, non si vedono da 25 anni e al primo problema uno ospita l'altro in casa). Il risultato è un film molto più borisiano di Boris - o magari dello stesso genere del film nel film di Boris, Natale con la Casta: ci sono sequenze quasi surreali, a volte anche molto sofisticate, che portano avanti una trama risibile; situazioni drammatiche ai limiti della tragedia e oltre buttate lì come se fossero gag da cartone animato (a un certo punto esplode una casa); siparietti scolastici che in qualsiasi scuola vera provocherebbero ispezioni e licenziamenti (nella scuola di Beata ignoranza è prassi comune schiaffeggiare gli studenti); c'è persino lo spettro di una defunta moglie amante e madre interpretata proprio da Carolina Crescentini, icona di Boris. Ci sono, soprattutto, un paio di caratteristi che si fanno le canne dall'inizio alla fine del film, il che non è affatto inverosimile, anzi, ma assume un senso preciso nel momento in cui ci rendiamo conto che in realtà sono i due personaggi più lucidi: come se il film fosse visto secondo il loro punto di vista e probabilmente è andata davvero così. Probabilmente c'era un'idea interessante che stava evolvendosi in un film inutile, una scadenza importante che cominciava a mettere ansia, qualcuno che aveva parecchia maria in casa e ha iniziato a distribuirne, e così insomma alla fine ne è uscito un film un po' così. Però simpatico. Gli attori sono molto simpatici. Non si capisce nemmeno chi vince la scommessa, cioè si capisce che la scommessa non era così importante, l'importante è voler bene a chi ami anche se non fa sempre figli con te. Inoltre farsi le canne è meglio che andare su facebook, e vabbe', non è il messaggio più reazionario del mondo in fin dei conti. Dai dai dai.

Beata ignoranza si può vedere gratis a Bra il 17 agosto in via Sobrero, alle 21:30, in occasione della Rassegna itinerante di cinema d'autore. Altrimenti il 25 agosto a Limone Piemonte (ore 21:15). Oppure su Youtube a partire da €3,99.

venerdì 11 agosto 2017

Infedele negli anni Ottanta

Infidels (1983)
(Il disco precedente: Shot of Love
Il disco successivo: Real Live).

Mark Kopfler è questo signore.
Mark Knopfler è questo signore. Nel 1980 volevamo tutti suonare come lui, e lui voleva cantare come Dylan.
Ma vi immaginate se Mark Knopfler, al colmo del suo successo coi Dire Straits, avesse fatto un disco con Mick Taylor, l'unico chitarrista a uscire vivo dai Rolling Stones? E che oltre al fido Alan Clark alle tastiere, alla batteria e al basso avessero chiamato rispettivamente Sly Dunbar e Robbie Shakespeare, la sezione ritmica più blasonata della Giamaica e non solo, due tra i più grandi innovatori della musica leggera dell'ultimo mezzo secolo? Non sareste curiosi di sentirlo, un disco del genere? Ma forse lo avete già ascoltato, perché un disco del genere esiste, e in più è un disco di Bob Dylan. Si chiama Infidels e uscì nel 1983.
Ero incerto se cominciare il pezzo con Mark Knopfler. Già ai tempi di Slow Train mi stavo ponendo il problema: ma i lettori giovani, i famosi millennials ai quali bisognerebbe cominciare a rivolgersi, lo sanno chi è Mark Knopfler? Possono immaginare che nel 1983 vendesse più dischi di Dylan, e che per la mia generazione fosse più famoso di lui? Nel senso che io, ancora per qualche anno, non avrei avuto la minima idea di chi fosse Dylan: ma Tunnel of LoveRomeo and Juliet, le sentivo alla radio. E So Far AwayMoney for Nothing? Ancora ai tempi di Brothers in Arms io non lo sapevo, chi fosse Bob Dylan. Mentre pensavo a queste cose alla mia finestra è giunto distinto il suono della tastiera di Alan Clark che attaccava Walk of Live, nella birreria sotto casa mia una cover band dei Dire Straits stava facendo le prove per la serata. Ok, forse posso iniziare il pezzo di Infidels con Mark Knopfler. Certo, avrei preferito Cyndi Lauper.
Cyndi_lauper_girls_just_want_to_have_funIn effetti la prima idea era cominciare il pezzo con Bob nella solitudine del suo trealberi, alla deriva nei Caraibi, mentre cerca di scrivere canzoni che non abbiano nulla a che vedere con le canzoni che vanno alla radio in quegli anni. Niente contro il punk o la new wave, ma insomma, Bob Dylan è un maestro, è fuori dal tempo, fuori dalle mode! Ma è anche fuori fase, come spesso gli capita. Si distrae, stappa una bottiglia, prova a sintonizzare la radio di bordo sulla frequenza delle previsioni del tempo - ma l'unica stazione che si sente sta trasmettendo il tormentone di Cyndi Lauper, Girls Just Want to Have Fun. Deluso, spegne la radio e si rimette a strimpellare. Niente da fare, l'ispirazione non viene. Passano i giorni, che alle Antille si assomigliano un po' tutti. Lentamente, nella testa di Bob cresce un ritornello. Qualcosa di effettivamente nuovo. Qualcosa di effettivamente mai sentito. Non riesce neanche a metterci le parole, dovrà arrangiarsi con un vocalizzo, un uo-o-o-o-o-o, ma perché no? Forse che il grande Bob Dylan non può concedersi un vocalizzo? Così i critici si renderanno conto che riesce a cantare più di tre note in una frase. Ed è un gran ritornello, diciamolo. L'entusiasmo comincia a salire. Bob sa che non dovrebbe, ma a un certo punto decide di farlo sentire a qualcuno - magari al cuoco che gli porta le triglie, ehi, Ramon, senti questo ritornello:
Jokerman dance to the nightingale tune,
Bird fly high by the light of the moon,
Uo-o-oh, oh, oh, Jokerman
E Ramon, inconsapevole: ah sì, boss, piace anche a me quella canzone. E Dylan, improvvisamente riannuvolato: in che senso? La conoscevi già? Ma sì, boss, non è quella di Cyndi Lauper? Uo-o-oh, oh, oh. Si sente dappertutto.
Volevo iniziare il pezzo così, ma poi ho controllato le date. Mi stavo sbagliando. Mentre componeva Infidels Dylan non avrebbe mai potuto ascoltare la versione lauperiana di Girls, che uscì soltanto in settembre - Infidels era già pronto in primavera. Oggi è famoso soprattutto per una canzone che inspiegabilmente non contiene, Blind Wille McTell. Ai tempi fu salutato come un grande ritorno - più o meno come venivano salutati negli anni Ottanta tutti i dischi dei monumenti degli anni Sessanta - e in effetti non era un pasticcio come il disco precedente, né conteneva quelle canzoni a esplicito tema religioso che i critici musicali schivavano come la peste (in realtà, se manca un riferimento esplicito a un Dio, ce ne sono parecchi al suo contendente, Satana). Così, per un po', Infidels fu considerato il miglior disco degli anni Ottanta di Bob Dylan, quasi una contraddizione in termini.

Dopo i tre dischi cristiani senza il suo sacro volto in copertina, eccone una in cui il 90% della superficie grida: "Bob Dylan" (notate anche quanto è grande il nome rispetto al titolo).
Dopo i tre dischi cristiani senza il suo sacro volto in copertina, eccone una in cui il 90% della superficie grida: "Bob Dylan" (notate anche quanto è grande il nome rispetto al titolo).
In effetti è una cosa che costa fatica accettare: che Dylan sia stato attivo per la maggior parte degli anni Ottanta; che abbia inciso quasi un disco all'anno; che abbia fatto più concerti che nei decenni precedenti, fino a esaurirsi la voce e oltre. Non ha senso, pure è andata così. Sarebbe dovuto andarsene in esilio, come altri dinosauri effettivamente fecero: in attesa che passassero di moda i sintetizzatori e che crescesse una nuova generazione di ascoltatori (e produttori), più rispettosi del bel suono artigianale dei tempi che furono. Dylan e gli anni Ottanta sono due concetti quasi antitetici - è come se a Michelangelo fosse toccato di sopravvivere per tutto il Seicento e passare indenne attraverso il barocco, magari dipingendosi da solo i mutandoni al Giudizio Universale - a Dylan è toccato pure questo.
Egli stesso intuiva di doversi difendere da una scena musicale che non andava, e forse non sarebbe mai più andata, nella direzione a lui più congeniale. In certe fasi si era semplicemente isolato: anche Gesù gli era stato utile in questo. Saved è un disco fuori dal tempo, né Settanta né Ottanta, né nulla. In altri casi aveva provato ad assecondare la corrente, a circondarsi di professionisti e/o giovani. Infidels, ormai lo sappiamo, è l'ennesima fase di un pendolo che dal 1978 oscilla tra due estremi: iperproduzione ed estemporaneità. Street-Legal era stato un disco fin troppo estemporaneo; Slow Train aveva ritrovato il successo anche grazie a una produzione a regola d'arte - ed era stata la prima collaborazione con Knopfler, al tempo un chitarrista dylaniano di belle speranze che aveva appena finito di registrare il suo secondo discoTanta regola aveva finito per stancare Dylan, che in Shot of Love aveva cercato di recuperare un suono grezzo, riuscendoci fin troppo. L'ennesimo flop commerciale gli impone una pausa di riflessione: nel 1982 non pubblica niente, e intanto si rimette in cerca di professionisti in grado di lavorare con lui. Non è che ce ne siano tanti al mondo. Il ritorno di Knopfler - nel frattempo diventato una stella di prima grandezza - può sembrare una mossa scontata: il chitarrista unisce quelle caratteristiche apparentemente antitetiche che Dylan non riusciva a conciliare - è a un tempo un discepolo di Dylan e il suo contrario, ama le strofe debordanti di parole e le improvvisazioni ma è anche un maestro di disciplina in sala d'incisione. Se proprio Dylan doveva incidere dischi negli anni '80, Knopfler era una mossa quasi obbligata, perlomeno ascoltando Sweetheart Like You la sensazione è un po' questa: è un Dylan che potrebbe essere la guest star di un brano dei Dire Straits, è un Dylan che si riprende quello che i Dire Straits gli avevano preso in prestito: quella miscela unica di ruvidezza e sentimento, quel machismo timido che se è ben dosato fa sfracelli.

(Quando finalmente il regista riesce a inquadrarlo con gli occhi aperti, non riesce più a staccarsene: Dylan ripreso da vicino è uno spettacolo, fa un sacco di smorfie molto espressive. Puoi capire perché a Hollywood dopo tanti fiaschi qualcuno fosse ancora disposto a dargli una chance per un film).

Eppure a Knopfler Dylan arrivò quasi per ripiego, dopo aver sondato terreni per lui sconosciuti e insidiosissimi: a un certo punto gli sarebbe piaciuto fare un disco con Bowie, un giorno si presentò a casa di Frank Zappa che diplomaticamente tergiversò (ok, conoscendo entrambi sarebbe stato un macello. Ma Zappa era riuscito a lavorare persino con Captain Beefheart: sarebbe almeno stato un macello molto interessante). Con Knopfler, e con la squadra di turnisti più prestigiosi mai messi assieme, Dylan non discusse più di religione, ma lavorò parecchio e bene. I filmati che ci restano ci danno la sensazione che fosse a suo agio - nello stesso periodo faceva fatica a tenere gli occhi aperti davanti ai registi dei suoi primi videoclip. Però poi successe qualcosa che deteriorò il rapporto e la stessa resa finale del disco. Apparentemente, Knopfler non aveva fretta (doveva andare in tour) e Dylan sì: forse non tanto Dylan quanto la Columbia, che senza un disco di Dylan ogni 18 mesi come è noto rischia di implodere su sé stessa. Il risultato non cambia: Dylan, turbato da qualche data di scadenza, si mise a pasticciare coi missaggi e con la scaletta, dando alle stampe un disco molto inferiore a quello che sarebbe potuto essere. È andata davvero così?


In realtà Infidels è meno rappresentativo del Dylan'80 di quanto appaia a prima vista. Per alcuni aspetti rappresenta un'eccezione: il più appariscente è l'improvvisa scomparsa dei cori femminili, che Dylan aveva cominciato a usare in Self Portrait e di cui non si separava dai tempi di Street-Legal. E siccome i cori erano diventati il marchio di fabbrica del periodo gospel, la decisione di farne a meno introduce un segno di netta discontinuità, che ai tempi dovette fare ben sperare (e invece no, Dylan tornerà presto sui suoi passi). Soltanto la voce di Clydie King fa capolino in Union Sundown: Dylan, che forse aveva già avuto una relazione con la futura moglie Carolyn Dennis, a questo punto faceva coppia quasi fissa con la King, con la quale aveva inciso poco prima un intero album di duetti che la Columbia non riteneva commerciabili e non sono ancora saltati fuori (pensate a che roba è saltata fuori: i duetti con la King ancora no). Alla base della decisione di Dylan di avvalersi dei cori c'era tutto un nodo di motivazioni religiose e sentimentali difficili e imbarazzanti da districare, ma prima ancora una relativa sfiducia nei propri mezzi vocali, che BD nutriva dalla fine degli anni Settanta e si eclissa miracolosamente durante le sessioni di Infidels; sarà una coincidenza, ma in Infidels Dylan canta come non cantava da anni. È sicuro, è intonato, è espressivo, non sbaglia un colpo. E in Jokerman ci regala qualcosa che forse non avevamo mai sentito: un vocalizzo nel ritornello. Uo-o-oh, uo-o-o-o-o-o-oh, Jokerman. A proposito di anni '80. Pensate a che cosa strana è lo Zeitgeist. Nessuno si aspetta che BD debba seguire la moda del momento, anzi. Eppure persino a mille miglia dalla sala d'incisione, nel 1983 sul suo trealberi Dylan finisce per comporre il suo ritornello più anni Ottanta, qualcosa che di lì a poco avrebbe potuto cantare Cyndi Lauper.
Dicevo più su che nel 1983 io non lo sapevo, chi fosse questo Dylan... (continua sul Post)

martedì 8 agosto 2017

Uno psicanalista a Roma (un altro)


Lasciati andare (Woody Allen, 2016)

Elia Venezia (Toni Servillo) è uno psicanalista che ha bisogno di perdere chili. Claudia (Verónica Echegui) è una personal trainer che ha bisogno di mettere ordine nella propria vita, ma che non può evitare di sconvolgere quelle di chi incontra. Se fosse un film, non potrebbero che incrociarsi. Ah, ma è davvero un film! E di Woody Allen! Di nuovo a Roma, stavolta nella magica cornice del Ghetto! Una commedia che è una sarabanda di trovate, dove si riflette ma si ride anche a crepapelle, e finalmente si rivede in forma il Maestro! Magari, in realtà no.

Lasciati andare (Francesco Amato, 2016)

Elia Venezia (Toni Servillo) è uno psicanalista. Si capisce perché assomiglia non tanto a Freud (calvo, la barba bianca, a un certo punto gli mettono in bocca pure il sigaro) ma alle vignette di Freud. Anche i suoi pazienti continuano a sembrare macchiette dei pazienti degli psicanalisti delle barzellette, secondo una tradizione cinematografica italiana che data almeno da Caruso Pascoski e prosegue, purtroppo, nei tardi film di Moretti (mi ricordo che una volta, credo da Fazio, Moretti ammise che nessuno nel suo staff di scrittori era mai andato in analisi, e questo succedeva dopo che erano usciti già almeno due film in cui Moretti interpretava uno psicanalista, che vorrei dire: almeno un po' documentarsi, no? cosa può costare prendere cinque-sei appuntamenti, giusto per capire come funziona? Beh in effetti può costare parecchio, ma non varrebbe la pena? Uno si sdraia, no guardi dottore non ho nessun problema serio, volevo soltanto fare un po' di esperienza perché sto scrivendo un film e non vorrei cadere nei soliti stereotipi? - Tempo tre sedute e stai già confessando che a tredici anni avevi ideato l'omicidio perfetto, ovviamente di tuo padre). (Anche in Lasciati andare, come in Habemus Papam, l'ex moglie dello psicanalista è psicanalista a sua volta - in questo caso è Carla Signoris, che fa piacere rivedere al cinema).


Francesco Amato ha diretto tre film in dieci anni. Il primo (Ma che ci faccio qui!) era la storia fresca, sorprendente, di un ragazzo che scappa da Roma per fare il giro del mondo ma si ferma alla prima spiaggia; il secondo (Cosimo e Nicole) è la storia fresca, sorprendente, di due ragazzi che si incontrano al G8 di Genova e di quel che combinano in seguito. Lasciati andare è il suo terzo film ed è una delle commedie italiane migliori dell'anno. Però non è fresca, né sorprendente.

Francesco Bruni è lo sceneggiatore storico di Calopresti e soprattutto di Paolo Virzì, passato alla regia con Scialla, Noi 4 Tutto quello che vuoi. Nel 2016 ha scritto, con Francesco Amato e Davide Lantieri, Lasciati andare. È esagerato affermare che da una squadra di autori del genere potevamo aspettarci di più di una commedia che, in effetti, gira che è un piacere ed è divertente il giusto, ma sembra approfittare di qualsiasi luogo comune cinematografico e narrativo che incontri sulla strada? Non bastava trasformare Servillo in un sosia di Freud che consiglia best-seller e ipnotizza i pazienti; bisognava anche affiancargli la pur brava Verónica Echegui nel ruolo della classica Manic Pixie Dream Girl, quel personaggio femminile che esiste soltanto nelle sceneggiature e ha il preciso scopo di dare una scossa al personaggio maschile? E se la scelta di ambientare la storia nel Ghetto era almeno qualcosa di originale, valeva proprio la pena caratterizzare il protagonista come uno spilorcio? Ma in generale: oltre allo psicanalista freudiano-quindi-ebreo-quindi-avaro, abbiamo una personal trainer solare e un po' pazza, e infatti spagnola; un capoverdiano che vende il fumo, un brutto ceffo dal coltello facile e l'accento balcanico, un lombardo carrierista e antipatico (Giacomo di Aldo Giovanni e Giacomo) e... un centravanti un po' scugnizzo e criptogay - questo a ben vedere è un luogo comune invertito, ormai banale quanto il luogo comune normale. L'unica scelta un po' originale è il rapinatore balbuziente di Luca Marinelli, che compare soltanto nel terzo atto e non a caso si porta a casa il film. E tuttavia.

Tuttavia alla fine Lasciati andare è un film divertente; Servillo è in forma (e non è meno macchietta che in altri prodotti più blasonati), la Echegui è davvero in parte, la storia è un po' prevedibile ma funziona. Forse il vero test per una commedia del genere sarebbe quello di Woody Allen: ovvero immaginare che cosa direbbero i critici di un film come Lasciati Andare se lo avesse girato lui. Secondo me sarebbero entusiasti. È vero, psicanalista e pazienti sembrerebbero quelli delle vignette, ma non è sempre stato così con Allen? È vero, più che spiazzare gli spettatori la storia sembra andare incontro alle loro attese, ma non è il tratto tipico di tanti film dell'ultimo Allen? La principale differenza è che Lasciati Andare si sarebbe visto in molte più sale e avrebbe incassato assai di più. Lo si può rivedere comunque a Cherasco venerdì 11 agosto, al cortile di Palazzo Gotti di Salerano (ore 21:30); l'ingresso è gratuito e il regista sarà ospite! Altrimenti venerdì 18 e venerdì 25 agosto alle 21:00 al cinema Sangiacomo di Roburent.

venerdì 4 agosto 2017

Una botta d'amore (per Dio)

Shot of Love (1981)
(Il disco precedente: Saved
Il disco successivo: Infidels)
Siete un giovane cantautore italiano in cerca di idee, nel 1981. Quando avete visto in vetrina l'ultimo disco di Bob Dylan eravate un po' increduli. Non sembra un disco di Dylan: non c'è la sua faccia e non c'è nemmeno Gesù, insomma che roba è? Più che l'illustrazione in stile Pop Art, l'ultimo stile che accostereste alla musica di Dylan, a incuriosirvi è il titolo: cosa vorrebbe poi dire, "shot of love"? Il dizionario tascabile d'inglese vi conferma che "shot" è il participio di sparare: uno "sparo d'amore"? L'immagine sembra suggerire un esplosione più devastante: "scoppio d'amore"? Ma magari avete fatto almeno una vacanza all'estero e sapete che lo shot è un bicchiere piccolo: "bicchierino d'amore"? Un vostro amico che è stato a Londra scuote la testa: ma non lo sai che lo shot è l'iniezione (di eroina, ovviamente)? "Schizzo d'amore", bisognerebbe tradurre. Ma chi dice più "schizzo"? Una "pera d'amore"? Oppure una dose, ecco, "Dose d'amore". Che titolo buffo, pensi, e se la dose è troppa cosa ti succede? Ed ecco improvvisa l'ispirazione:

(Vedi alla voce: Crimini contro l'umanità che Bob Dylan ha reso possibili).
Sapete che John Lennon non è praticamente mai stato quarantenne? Giusto un paio di mesi tra il 9 ottobre e il maledetto 8 dicembre 1980, quando Mark Chapman gli sparò sotto casa a New York. Dylan ne rimase comprensibilmente sconvolto. Avrebbe compiuto 40 anni l'anno successivo, e da venti aveva a che fare con fan ossessionati e fuori di testa. Il mondo in generale stava impazzendo. Dylan assunse una squadra di addetti alla security, con il compito di bonificare i palazzetti dove faceva i concerti. Al suo bassista, Tim Drummond, regalò un giubbotto antiproiettile. Ma non avrebbe scritto canzoni su Lennon, per altri trent'anni. Invece un giorno ne scrisse una per Lenny Bruce, che era morto così tanto tempo prima.

Mark David Chapman
Mark David Chapman
Una sera Bob Dylan e Lenny Bruce avevano preso un taxi assieme. Non sappiamo in che circostanze: Dylan non le ha mai chiarite. Dobbiamo presumere che fosse a New York, senz'altro prima che Bruce morisse di overdose, nel 1966, ormai estromesso dal giro dei locali che non volevano essere coinvolti in processi per oscenità. Qualche tempo prima, lui e Dylan furono compagni di viaggio. "Solo un miglio e mezzo, ma sembrò un mese". Chissà cosa significa: c'era molto traffico? Non sapevano cosa dirsi e si annoiavano? Oppure avevano tante idee da scambiarsi, e il viaggio fu troppo breve? Poi Bruce se ne andò e Dylan diventò una stella distante. Aveva testimoniato in suo favore a un processo, quando morì non ne parlò più - del resto se avesse scritto una canzone per ogni compagno di viaggi morto in quegli anni, ne sarebbe uscito un disco doppio o triplo, una Spoon River spaventosa. Poi, un giorno qualsiasi del 1981, prese un foglio e si mise a scrivere: "Lenny Bruce is Dead". Al presente, come se fosse appena successo. A tutti gli intervistatori che gli hanno chiesto cosa ci fa, una canzone sul blasfemo Lenny Bruce, in un disco cristiano, Dylan non ha saputo rispondere. Non ne ho idea, ha detto: l'ho scritta in cinque minuti. Come se la scelta di includerla nel disco non fosse dipesa da lui. E in effetti. Prendi il disco da cui è tratta Lenny BruceShot of Love: ha senso parlarne come se fosse davvero un album e non una raccolta di canzoni scritte in momenti diversi e registrate per caso? Ovvero: ha senso continuare a fare quello che abbiamo fatto fin qui, ora che siamo negli anni Ottanta?

Lenny Bruce (13 ottobre 1925 – 3 agosto 1966), nome d'arte di Leonard Alfred Schneider, è stato un noto comico americano, famoso sopratutto per i temi piuttosto scabrosi che toccava nei suoi spettacoli e per il suo linguaggio spesso volgare. Nel 1964 venne arrestato e processato per 'oscenità'. Nonostante durante il processo testimoniarono a suo favore personaggi come Woody Allen, Bob Dylan e Allen Ginsberg, Lenny Bruce fu dichiarato colpevole. Morì a causa di una overdose di morfina nella sua casa di Hollywood. Nella foto, Lenny Bruce all'aeroporto di New York, l'8 aprile 1963 (AP Photo)
Lenny Bruce (13 ottobre 1925 – 3 agosto 1966), nome d'arte di Leonard Alfred Schneider, è stato un noto comico americano, famoso sopratutto per i temi piuttosto scabrosi che toccava nei suoi spettacoli e per il suo linguaggio spesso volgare. Nel 1964 venne arrestato e processato per 'oscenità'. Nonostante durante il processo testimoniarono a suo favore personaggi come Woody Allen, Bob Dylan e Allen Ginsberg, Lenny Bruce fu dichiarato colpevole. Morì a causa di una overdose di morfina nella sua casa di Hollywood. Nella foto, Lenny Bruce all'aeroporto di New York, l'8 aprile 1963 (AP Photo)
Almeno fino a Saved il concetto di "album di Bob Dylan" aveva un senso. Ogni disco era veramente un episodio della sua storia. Non ce n'era uno uguale all'altro, e tutti assieme creavano la storia di un artista, compositore e performer: coi suoi alti, i suoi bassi, le sue digressioni, gli imprevisti, i ritorni e le delusioni. Tra 1981 e 1989 Dylan pubblica ancora degli album - anche troppi - ma non sono più capitoli di un romanzo, non sono più tratti di un percorso, sono quasi una falsa pista; una di quelle mappe delle regioni in guerra, con tutti i confini sbagliati. A osservarla da lontano, sembra una crisi di ispirazione. È l'esatto contrario. Almeno nei primi anni dopo la conversione Dylan ha il problema opposto: troppe canzoni per la testa, scarsa inclinazione a pubblicarle. Diversi pezzi che comincia a provare, alla prima difficoltà li accantona finché non li perde da qualche parte. Alla fine del 1980 si dimentica letteralmente di incidere un disco. A quel punto non aveva soltanto già scritto Shot of Love (la canzone), ma una serie di brani per niente inferiori a quelli di Saved, ispirati, più che da Gesù, dal concetto di Peccato e da quanto sia faticoso liberarsene: c'è Ain't Gonna Go To Hell For Anybody (sorella maggiore di Tight Connection of My Heart), c'è un rock robusto intitolato Yonder Comes Sin, c'è Caribbean Wind, una cavalcata emozionante dedicata a un amore esotico e sbagliato che avrebbe potuto diventare un classico; c'è un blues tra i suoi migliori (The Groom's Still Waiting at the Altar) e tanta altra roba buona, scritta per lo più durante una vacanza estiva ai Caraibi su una tre-alberi che aveva appena varato. Quando nell'autunno del 1980 ricomincia coi concerti, ha una gran voce, una scaletta in cui si riaffacciano i suoi vecchi classici ma composta in buona parte di materiale inedito - che inedito è rimasto; quando finalmente si deciderà a registrare un disco nuovo, in primavera, scarterà quasi tutto. Solo The Groom verrà riutilizzata come lato B di un singolo, e poi inserita nella versione CD di Shot of Love, di cui resta uno dei brani più solidi. E gli altri pezzi dell'estate-autunno 1980? Forse si era stancato di cantarli in tour; forse se li era dimenticati; possiamo farci un'idea del tutto ascoltando un paio di bootleg abusivi su Youtube (forse saranno il prossimo capitolo della Bootleg Series, forse ormai Dylan ha deciso di lasciarli perdere).



C'è da mettersi a piangere... (continua sul Post)