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Collaborazioni

domenica 7 giugno 2026

Milano è troppo piccola (per Landolfo e Grossolano)

7 giugno: Beato Landolfo da Vareglate, vescovo di Asti (1070?-1132?)

A Landolfo di Vareglate capitò questa sfortuna, che quando già aveva fatto un lungo pezzo di carriera presso la curia di Milano, e di lui si parlava come un possibile successore dell'arcivescovo Anselmo IV, ecco che scoppiò la prima Crociata, e non solo Anselmo ritenne indispensabile parteciparvi, ma decise di portarsi con sé anche Landolfo. In Terrasanta i milanesi giunsero un po' in ritardo (partirono nel 1100, Gerusalemme era stata presa l'anno precedente), rimediando in compenso una sonora sconfitta in battaglia; lo stesso Anselmo, ferito, sarebbe morto due anni dopo a Costantinopoli. A questo punto Landolfo si ritenne costretto a tornare a Milano, giusto il tempo per constatare che nella Cattedrale si era installato un altro arcivescovo, Grossolano. Era chiamato proprio così, anche se qualche ricopiatore pietoso preferisce tradurre Gresolano. Malgrado il nome, non veniva affatto dalla campagna, anzi era già vescovo di Savona. In quanto tale aveva ricevuto l'ordine di subentrare temporaneamente ad Anselmo finché l'arcivescovo era in guerra; dopodiché appunto Anselmo era morto, e Grossolano aveva dimostrato un certo attaccamento alla cattedra. Landolfo non era del tutto convinto della regolarità della nomina, tanto che ripartì per Roma per chiedere conferma. La sua insoddisfazione è comprensibile, ma bisogna anche dire che rifletteva un malcontento generale: questo vescovo venuto da lontano non piaceva ai milanesi, perlomeno non a tutti; e arrivava tra l'altro in un periodo in cui nella città ribollivano ancora gli umori del movimento patarino. 

Quella dei patarini è una storia lunga e complicata: nell'XI secolo nascono per opporsi alla nomina imperiale di un vescovo inviso al popolo; raccolgono consensi presso i ceti più umili calcando sempre più l'idea di una Chiesa povera, alienata da ogni possesso materiale: afferrano un concetto (la "simonia", il peccato di chi accede a cariche ecclesiastiche corrompendo il clero) e lo estendono a tutta la gerarchia ecclesiastica: i preti che non sono d'accordo con loro sono tutti simoniaci! Vengono per qualche tempo cavalcati dalla Chiesa ufficiale, quel papa Gregorio VII che della lotta alla simonia aveva fatto un manifesto; dopodiché però Gregorio muore, la sua riforma ormai si è consolidata, e di questi propagandisti arrabbiati col mondo c'è sempre meno bisogno, così che qualche vescovo comincia a perseguirli per eresia; ai tempi di Landolfo e Grossolano il movimento stava rientrando, ma non così rapidamente da poter accettare un arcivescovo piovuto da lontano. Così, anche quando Landolfo a Roma aveva ricevuto conferma della nomina di Grossolano, a sfidare l'autorità di quest'ultimo ci pensò uno degli ultimi grandi leader patarini, prete Liprando. Per quando fosse già stato esiliato, scomunicato e mutilato (i nemici dei patarini gli avevano mozzato orecchie e naso), la sua parola in città valeva ancora qualcosa, e nel 1103 la usò per accusare pubblicamente Grossolano di simonia. 

Liprando non aveva le prove, né riteneva necessario raccoglierle (secondo una logica stringente: se Grossolano aveva abbastanza ricchezze per comprarsi una nomina, poteva anche averne per comprarsi i testimoni che lo scagionassero). Il diritto medievale però gli dava un'altra possibilità, che già ai tempi doveva sembrare il retaggio di un passato barbarico: l'ordalia. Il giudizio di Dio. Liprando avrebbe camminato attraverso due cataste di legna di quercia: se non si fosse ustionato, questo era un segno evidente che Dio stava dando ragione a lui e non a Grossolano. Il quale Grossolano ritenne comunque più prudente lasciare la città prima che Liprando entrasse nelle cataste; e non vi sarebbe rientrato mai più. Liprando in effetti sopravvisse alla prova, generando una grande emozione nel popolo accorso a vedere un miracolo, o (male che andasse) un patarino bruciacchiato. Eppure il cronista che riporta la storia (un altro Landolfo, Landolfo Juniore) ammette che sin dall'inizio intorno al miracolo non ci fu consenso: dopotutto Liprando una mano se l'era scottata (ma forse prima di entrare nelle cataste, quindi non contava), e secondo alcuni anche un piede (secondo altri no, gliel'aveva pestato un cavallo). Il successo di Liprando fu relativo, perché papa Pasquale II, dovendo scegliere se appoggiare il fuggitivo Grossolano o i redivivi patarini, scelse il primo. Grossolano restava vescovo di Milano, anche se a Milano non lo facevano entrare. In attesa che qualcosa si muovesse a suo favore, decise di fare un pellegrinaggio, che era il modo più efficace di sembrare impegnato mentre prendeva tempo. Passò a Gerusalemme, e a Costantinopoli partecipò a delle dispute con vescovi greco-ortodossi. Nel frattempo i milanesi nominavano un nuovo vescovo, Giordano, e papa Pasquale decideva di appoggiare quest'ultimo. Grossolano doveva tornare a Savona: ma piuttosto di subire quest'umiliazione, entrò in un monastero a Roma, dove sarebbe morto nel 1117. E Landolfo di Vergiate, nel frattempo? Perché questa all'inizio era la scheda di Landolfo di Vergiate. 

Landolfo non era stato con le mani in mano, anzi. Già prima dell'ordalia di Liprando aveva riconosciuto Grossolano come vescovo legittimo, ed era stato ricompensato da papa Pasquale con la diocesi di Asti. Che è il motivo per cui secondo gli astigiani, Landolfo sarebbe nato nell'oscura località astigiana di Varigliè, e non in quello che oggi è Vergiate (non Vergate), nel varesotto. Asti è senz'altro più piccola di Milano; in compenso il vescovo vi ricopriva anche le responsabilità del governo civile, come feudatario diretto dell'imperatore. E come feudatario diretto, Landolfo trovò il modo di litigare sia con l'imperatore (che assediò Asti nel 1118), sia con un arcivescovo di Milano: che assediò Asti nel 1130. Ebbe insomma una vita piena e avventurosa, ricoprendo responsabilità importanti e compiendo scelte gravide di conseguenze. Tutto questo perché aveva accettato di essere il primo uomo di Asti, piuttosto che il secondo a Milano. Grossolano aveva fatto una scelta diversa, ma alla fine ognuno fa quel che può, nelle circostanze in cui si prova. Mica nasciamo tutti arcivescovi: e di Milano inoltre ce n'è una sola, ringraziando il cielo.


7 giugno: Beata Marie-Thérèse de Soubiran (1834-1889) fondatrice della Società delle Sorelle di Maria Ausiliatrice

Accade per le congregazioni religiose quel che si nota per tante altre opere dell'ingegno umano, che dopo qualche tempo esigono una loro leggenda: in effetti se esistono qualcuno deve averle create, più o meno dal nulla: benché di solito siano il risultato di infiniti dibattiti, lotte e compromessi, tutto questo noioso lavorìo cooperativo deve essere nascosto sotto il tappeto, e sostituito da una bella leggenda di fondazione che faccia risalire il tutto a una grande personalità, geniale, originale. E così passano i secoli, e noi li passiamo a ricordare che Francesco ha inventato i francescani, Domenico i domenicani, Giovanni di Dio i fratelli della misericordia, e così via. Ma è anche un po' vero il contrario: nel senso che Francesco è una figura leggendaria che i francescani hanno definito e modificato a seconda delle loro esigenze, così come i domenicani hanno definito il loro Domenico, eccetera. Molto spesso, volendo risalire davvero al fondatore storico, si notano le cancellature e le correzioni degli agiografi. Con l'età moderna queste correzioni sono diventate un po' più difficili, ma non impossibili. 

Ad esempio nel 1890 il piccolo ordine delle Sorelle di Maria Ausiliatrice viene sconquassato da uno scandalo che è difficile ricostruire – nessuno ci tiene a dire cattiverie sulle Sorelle di Maria – fatto sta che la madre superiora, Marie-François Richer, si dimette dal ruolo che aveva assunto più di quindici anni prima, fuoriuscendo dall'ordine. Le sorelle, che non sopportavano più le "stravaganze" non meglio definite di Marie-François, non devono semplicemente eleggere una nuova madre superiora, ma riscrivere la loro storia. Se Marie-François non è più l'eroina che le ha salvate dalla bancarotta, chi ha fondato davvero il loro ordine? La nuova superiora ha l'idea di riabilitare chi in quella bancarotta forse le aveva proiettate, ovvero Marie-Thérèse de Soubiran. La proposta ha più di un senso: Marie-Thérèse era stata davvero la prima superiora delle sorelle (quando non aveva ancora vent'anni), nonché la nipote di chi l'ordine l'aveva realmente ispirato, il canonico Louis de Soubiran. Certo, ai tempi in cui rivestiva quel ruolo la sua instabilità caratteriale poteva avere creato problemi e imbarazzi (come Francesco e Giovanni di Dio, Marie-Thérèse sembrava soggetta a cicliche crisi depressive). Ma nel 1890 questo aspetto non impensieriva più le ex consorelle. Marie-Thérèse era infatti morta l'anno precedente, e in quanto tale, diventava una figura molto più malleabile. 

Certo, bisognava riscrivere quella parte della storia che attribuiva a Marie-Thérèse una gestione dissennata, misurabile in un debito societario di più di un milione e mezzo di franchi: si comincia perciò a mettere per iscritto l'idea che il dissesto finanziario fosse stato causato da Marie-François, che già qualche anno prima di subentrare alla superiora nel 1873 aveva iniziato a tenere i conti della società: sarebbe stata lei a costringere l'ingenua fondatrice a firmare qualche contratto di troppo. Come andarono veramente le cose non lo sapremo mai: e però Marie-François, dopo aver ottenuto l'allontanamento di Marie-Thérèse – che era arrivata alla Società già trentanovenne, per interessamento dei Gesuiti – era riuscita a rimettere in sesto la Società e a governarla per più di quindici anni. Dopodiché se n'era andata, sbattendo la porta, ed è cosa nota in tutte le società, non solo religiose: quando qualcuno se ne va, tutte le colpe improvvisamente ricadono su di lui; così nel 1890 Marie-François si attirò le stesse critiche che nel 1873 aveva fatto convergere su Marie-Thérèse. 


sabato 6 giugno 2026

Erri De Luca: Bagatelle per un genocidio

In questi giorni ci siamo messi tutti a parlare un po' di Erri De Luca. E questo è interessante. Non capita così spesso che uno scrittore italiano stimoli un dibattito tanto partecipato. Allo stesso tempo, è un po' deprimente: perché questo dibattito non riguarda le opere letterarie di De Luca, ma un'intervistina al Foglio dove fa professione pubblica di sionismo, e le conseguenti reazioni di chi un certo tipo di retorica sionista non la può proprio più accettare. 

Ora, non c'è bisogno di essere più maliziosi del necessario. Io non voglio accusare Erri De Luca di aver voluto approfittare del genocidio palestinese per attirare su di sé quel po' di attenzione che i suoi libri non ottengono. Non credo che l'abbia fatto consapevolmente: non è da lui, né in generale non è l'atteggiamento tipico della sua generazione, che nei guai si cacciava più per istinto che per riflessione (le riflessioni, sempre molto sentite e sofferte, arrivavano in seguito). E però bisogna giudicare i risultati, non le intenzioni. Erri De Luca può vantare un umiliante primato: è forse l'unico scrittore la cui scarsa rilevanza fu attestata da una corte penale; la quale dieci anni fa attestò che, malgrado De Luca avesse incitato al sabotaggio di un cantiere ferroviario, chi aveva effettivamente sabotato il cantiere non poteva essere stato sensibilmente influenzato da De Luca. Io a quel punto fossi stato in lui non so che avrei fatto: non so se avrei gandhianamente protestato contro una sentenza lesiva della mia reputazione, perché per uno scrittore impegnato l'irrilevanza è quasi peggio della galera. Però, appunto: è quasi peggio, così forse avrei festeggiato come lui. 

Ma non stiamo parlando di me, che sono perfino meno interessante. Stiamo parlando di Erri De Luca. Giulio Mozzi ad esempio si domanda: ma perché se la prendono così tanto, visto che il suo sionismo è un fatto noto da sempre? Ecco, appunto, non è che ce la prendiamo. È perfino possibile che la nozione del sionismo di Erri De Luca sussistesse in un angolino della nostra memoria, ma la cosa in sé non faceva notizia; di sionisti in Italia ce n'è tanti, e finché non sabotano manifestazioni o sparano ai manifestanti, non danno davvero fastidio a nessuno. Cosa potrebbe anche averlo un po' tormentato – voglio dire, esiste un intellettuale se non dà più fastidio a nessuno? 


È solo nel momento in cui ha fiutato un'opportunità, ha intuito che si era creato uno spazio interessante, un cono di luce per uno scrittore che avesse il coraggio, diciamo pure la faccia tosta di definirsi sionista nel 2026 – è in quel momento che il suo sionismo è apparso a molti insopportabile. Anche perché c'è una certa differenza a definirsi sionisti prima e dopo un genocidio: c'è chi in questa situazione ha preso dolorosamente le distanze dal sionismo: io stesso, nel mio piccolissimo, non avevo difficoltà a riconoscere un senso storico al sionismo fino a qualche anno fa: è stato il genocidio a dimostrarne il fallimento, e non lo dico solo io: lo dicono anche persone che nel sionismo ci sono cresciute.

Quel che è seguito alla pubblicazione dell'intervista è una fiera dell'ipocrisia alla quale un intellettuale non dovrebbe prestarsi. Nel momento in cui per la prima volta molti italiani sentivano parlare dello scrittore Erri De Luca, abbiamo sentito dire che Erri De Luca veniva censurato – lo abbiamo sentito da gente che mai fino a quel momento ne aveva pronunciato il nome! E siccome il sionismo, malgrado goda ancora di una certa affettuosa copertura sui quotidiani, è diventata un'ideologia francamente impresentabile nelle strade e nelle piazze, un festival letterario ha chiesto a Erri De Luca di non tenere il discorso augurale. Immagino che altri scrittori, al suo posto, si sarebbero resi conto che un conto è professare un'opinione impopolare: un altro è imporla a un intero festival, col rischio che altri scrittori si dissocino, e un po' di pubblico decida di non venire, o di venire soltanto per fischiare la vedette. Un altro scrittore se ne sarebbe reso conto, e avrebbe responsabilmente accettato uno spostamento di calendario – magari un nome più piccolo sul cartellone. Erri De Luca no: anzi, ha colto l'occasione di dichiarare che era il festival a "escludersi da lui". Ne hanno parlato tutti i giornali, e di nuovo su tutti i giornali abbiamo letto che Erri De Luca veniva censurato. Qualche libreria nel frattempo ha messo i suoi libri in vetrina, perché il risultato di questa censura è che si è parlato più di Erri De Luca nelle ultime due settimane che in vent'anni di carriera. Nessuno gli ha impedito di rilasciare dichiarazioni, nessuno ha sequestrato i suoi volumi, nessuno gli ha bloccato i conti in banca, come pochi giorni fa è successo di nuovo a Francesca Albanese. Giusto per ricordare cosa succede quando qualcuno ha veramente idee un po' scomode. 


Tutta questa attenzione, almeno l'avesse attirata scrivendo qualcosa di intelligente, qualcosa che facesse onore alla sua fama di letterato e biblista autodidatta eccetera eccetera: purtroppo no. De Luca, abbiamo detto, ha intuito che c'era uno spazio d'azione, un'idea condivisa che reclamava un intellettuale che la nobilitasse. Questa idea la potremmo chiamare: sionismo dal volto umano. Si tratta di concedere che quello che è successo a Gaza (ma anche in Libano, e in Cisgiordania, e in Iran) sia stato un disastro, e però... questo disastro non dimostra l'inevitabile esito di un'ideologia nazionalista, no. L'ideologia nazionalista va assolutamente bene. Il problema sono i criminali che, non si sa bene come, si sono trovati al comando: i Netanyahu, gli Smotrich, i Ben Gvir, insomma i tristi figuri a cui il sionismo ha delegato il lavoro sporco. Tra un po' ci saranno le elezioni (ragionano i sionisti-umani), e quei criminali se ne andranno: magari anche in galera, perché no? Tanto quel che dovevano massacrare, lo hanno massacrato. Al suo posto sorgerà un Israele onesto e verginale, che riparerà i torti subiti – come dubitarne? Si tratta semplicemente di portare pazienza, tirare il fiato, e ridimensionare il disastro. Per cui ci si attacca alle definizioni, con la testardaggine di certi molluschi: è un massacro, è orribile, catastrofico, ma... vietato chiamarlo genocidio. Non perché non lo sembri, non perché non lo sia. Ma perché bisogna distinguersi da chi critica il sionismo tout court, bisogna mantenere alto l'allarme antisemitismo: tutto qui. Ecco perché un bel po' di opinionisti in Italia continuano a definirsi infastiditi dall'etichetta "genocidio". 

A Erri De Luca però tocca trovare un'altra spiegazione; il suo ruolo di intellettuale-vedette alla fine consiste in questo. Altri si manterrebbero sul vago, ma a lui il coraggio non è mai mancato – e una certa impudenza, forse. Dunque dopo essersi improvvisato biblista, eccolo di ritorno da un convegno in Israele trasformato al volo in un esperto di diritto penale internazionale, in grado di spiegarci in poche righe perché certi massacri sembrano genocidi e non lo sono. Ad esempio: non è genocidio se prima la popolazione viene spostata. Sul serio, ha scritto questo. 

Se si muovono non è genocidio

Ora provate a pensare ad altri genocidi – no, non a quel genocidio lì, l'IHRA definition vi proibisce anche solo di pensarci – ma ad esempio... il genocidio armeno: immaginate che i Giovani Turchi in quel periodo invitino Erri De Luca a un convegno, e dopo un bel buffet con quei dolci che ti cariano i denti anche solo a guardarli, gli chiedano, ebbene Effendi De Luca, che ne pensa: abbiamo genocidiato gli armeni? Effendi De Luca dovrebbe dire di no: e non per la gratitudine di aver pranzato come un pascià – cosa state a pensare – ma proprio perché il genocidio armeno storicamente è il risultato di una serie di convulsi spostamenti di una popolazione che dopo un po', a furia di essere spostata e non nutrita, scomparve. Ma scomparve mentre veniva spostata, e quindi per Erri De Luca non sarebbe genocidio. 

Bene, ora immaginate Amon Goetz che durante lo smantellamento del ghetto di Cracovia – quindi a quel punto certi ebrei erano già stati spostati due volte, invitasse Herr De Luca... no, scusate, la legge contro l'antisemitismo vi proibisce di immaginare questa situazione. Holocaust Inversion! Non pensatela, ripeto: non pensatela. 

Pensate piuttosto a come ci si può ridurre in Italia, quando si campa vendendo libri, i libri si vendono attirando l'attenzione, l'attenzione la ottieni mettendoti tra il pubblico e un massacro. Del resto ognuno fa quel che può con quel che riesce, nel tempo che gli è concesso di vivere: a Erri De Luca è capitata questa congiuntura e può darsi che sarà l'unica cosa che gli sopravvivrà, in qualche eventuale edizione futura del Dizionario Biografico degli Italiani: scrittore a cavallo tra XX e XXI secolo, tentò di giustificare il sionismo durante il genocidio palestinese.

venerdì 5 giugno 2026

Tutto quello che ho capito dell'Iran

Credo sia ingeneroso affermare che tutto quello ho capito dell'Iran, me l'ha insegnato Marjane Satrapi. Lei stessa, se fosse viva e presente (e so di scrivere una sciocchezza, ma è una persona che non ho smesso di sentire viva e presente), lei stessa mi potrebbe obiettare: ma guarda che dell'Iran, tu, hai capito pochissimo: e comunque io – che meritavo allievi più attenti – non sono l'Iran, non ho mai preteso di esserlo; al massimo sono una persona che è cresciuta negli anni della rivoluzione e della guerra ed è scappata e sopravvissuta per raccontare la sua piccola storia; dopodiché ho fatto tanto altro... ma tu continui soltanto a rileggere Persepolis, a guardare Persepolis; sei uno dei tanti che non riesce ad accettare che sono cresciuta, forse perché non sei cresciuto tu. Tutto giusto, tutto vero, e mi vergogno: mi dispiace non averla seguita dopo Persepolis, è un grosso problema che ho con gli artisti che sopravvivono ai loro capolavori, tenga conto che per vent'anni non ho voluto accettare che Paul McCartney avesse inciso dischi dopo il 1969. Mi dispiace non aver studiato qualcosa in più su una nazione che è sempre più importante – certi capolavori sono come dei segnaposti, leggi Kundera e sei a posto con la Cecoslovacchia, leggi Persepolis ed è così facile, l'Iran raccontato con dei disegnini gradevoli, che bisogno c'è di approfondire. E allo stesso tempo, Madame che posso dirle: qualche mese fa, a guardare tv e leggere giornali, sembrava che il futuro della Persia fosse un tizio di cognome Pahlavi. Ci cascava anche gente molto informata, anzi più si informavano più ci cascavano. Io invece pensavo a lei, ai suoi disegnini apparentemente ingenui, e non ci potevo cascare. Avrò anche capito poco, ma l'ho capito bene. 

Proprio perché non ha mai preteso di raccontare una storia che non fosse la sua; ma raccontandola nel modo più impietoso, più sincero possibile. Persepolis non è l'Iran: è una Teheran che all'inizio si dà ancora arie di capitale cosmopolita. La piccola Marjane è figlia di borghesi intellettuali, e nipote di principi comunisti. I pasdaran non nascono nella notte della ragione: sono operai e contadini che si riprendono la capitale. In una delle scene più illuminanti del film, una signora si accorge che il funzionario che potrebbe concedere un visto al marito cardiopatico, il funzionario che ha il potere di vita e di morte su suo marito, è il suo vecchio lavavetri. Quel che è successo nell'Afganistan dei talebani – ma anche nella Turchia di Erdogan: ci piace continuare a guardare il mondo con le lenti che selezionano gli aspetti religiosi, ma dietro alle vittorie dell'integralismo islamico c'è una mera questione demografica: a volte le campagne pesano più delle grandi città, e questo in Occidente non riusciamo a capirlo. Né Marjane Satrapi voleva più di tanto spiegarcelo: lei si contentava di raccontare la sua storia, e a volte basta questo: una storia raccontata con sincerità, tracciando con attenzione le coordinate storiche, economiche e sociali. Probabilmente agli artisti dovremmo chiedere soltanto questo. Non proclami, nemmeno prese di posizione (quelle dobbiamo  prenderle noi), ma storie sincere. Precise, impietose. Certo, tanta sincerità non è per tutti. Può anche ucciderti – non so se sia stato il suo caso, ma già Persepolis lasciava sospettare una insidiosa fragilità. Quella corazza di bugie, mezze verità e silenzi che noi mediocri lasciamo crescere sulle nostre depressioni e le nostre manie, Marjane Satrapi non se la poteva permettere: aveva messo la sua vita in quei disegnini, e non riusciva più ad averla indietro. Non so più che dire, di solito un coccodrillo serve a sentirsi meglio. Ma non credo che sia giusto sentirsi meglio. Marjane Satrapi è morta, mi ha dato tantissimo, e io non le restituirò mai niente. Credo sia giusto sentirsi di merda.