Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

domenica 8 febbraio 2004

Quando vi ho detto che di motivi per non mettere i commenti ne avevo più di sessanta, e li avrei pubblicati dieci alla volta, magari pensavate che scherzavassi. E invece no.

E mi rendo conto che tutto questo smetterà molto presto di essere divertente, ma domattina la sveglia è alle sei, così stasera va così. Enjoy.

Ma perché Leonardo non ha i commenti? Motivi dall'#11 al #20

#11 (Lo dico sempre anche al lavoro) Ragazzi, piano. Io sono uno solo, voi siete ventisei. Non posso dialogare con tutti i ventisei, sennò facciamo notte. Piuttosto facciamo così: voi state zitti e buoni e io vi dico tutto quello che voi volete sapere

#12 (sfigato) Vedrete che il giorno che li metterò quel server lì s’incepperà, come si è inceppato le tre volte che ho provato a metterli. Invece il forum di Quicktopic ha avuto i suoi svarioni, ma funziona. Per favore, portate pazienza.

#13 (paranoico - 2) Perché se voi mi chiedete i commenti e io ve li do, poi mi chiederete anche i feed, e dovrò darveli, e poi, e poi, e poi, non c’è limite alla vostra ingordigia. Gli dai un’unghia e ti prendono un braccio. Le mazzate ci vogliono con voi, le mazzate.

#14 (attacco preventivo) Ho un’altra idea: perché non li togliete voi dai vostri siti? Magari vivremmo in un mondo migliore.

#15 (attacco preventivo, 2) Sissignore, io spesso vado a scrivere commenti su altri blog. Non sono io che sono incoerente, sono loro che mi invitano, coi loro link seducenti (“Commenta…”, “Scrivi un altro commento…”). Un giorno una commissione parlamentare stabilirà che i commenti danno dipendenza, e che i titolari dei blog coi commenti sapevano e non hanno fatto nulla per mettere in guardia i loro commentatori. Quel giorno io verrò a ballare sulle vostre tombe, ahah.

#16 (col cuore nell'altra mano) I blog dei miei amici con i commenti mi danno un po’ di angoscia. Ho paura che si offendano se non li commento. Ho paura che credano che non li leggo. Ehm, a volte è vero che non li leggo. Ho paura che se lascio un commento poi loro risponderanno al mio commento e si accorgeranno che io non sono passato a rileggere la risposta al mio commento. Ho paura. Ho paura. Brutte vibrazioni, brutte.

#17 (ormai questa cosa mi ha preso la mano) Adesso mettiamo che mi rimangio tutto e monto i commenti. E se poi non viene nessuno a commentare, che figura ci faccio? Mettetevi in me.

#18 (diciamolo) Con gli svarioni grammaticali che faccio in queste settimane, non mi pare propio il caso.

#19 (perché ho perso tutto questo tempo quando avevo un motivo così buono?) C’è il problema dello spam. In Italia gli spammatori non hanno ancora scoperto i commenti, ma arriveranno, arriveranno. Una volta sui miei commnenti è arrivata un’offerta per la renault twingo. In America ci sono già dei casini. Credo che bisogna limitare l’open publishing sulla rete.

#20 (mi avete sentito bene) Sì, credo che in Rete ci sia troppo open publishing. Non dico che sia sbagliato, dico che ce n’è troppo e che molta gente rischia di confondere la Rete con l’open publishing. Naturalmente stiamo parlando per massimi sistemi. Però credo che sia meglio per tutti se io resto responsabile del mio piccolo contenuto e voi del vostro. Sono un giacobino (o un girondino? boh): quando sogno l’Internet del futuro, immagino un mondo di piccole proprietà intellettuali, un reticolato di siepi, come la Normandia.

Nota: io a dire il vero i Feed di blogger li ho attivati, ma non funzionano e non capisco il perché.

venerdì 6 febbraio 2004

ci abbiamo provato e
abbiamo creduto di farcela:

malgrado le palme
le panchine
le facce di camerieri - in camicie da quattro soldi.


ci abbiamo provato e
abbiamo creduto di farcela:

e abbiamo camminato incontro
a tramonti
muti
che si ha pudore di guardare

e abbiamo dimenticato i nostri corpi inadeguati.
sperduti, abbiamo riso.

le nuvole sono immobili e senza contorno
le nuvole sono immobili e senza contorno

sullo sfondo.






Karaoke esistenziale, ciak! 10
Ravenna, Massimo Volume (Emidio Clementi), 1995

La punteggiatura però è mia (il karaoke è mio).
La foto l'ho presa qui.
Sì, è proprio Ravenna.

giovedì 5 febbraio 2004

Maestri di vita (12): Paul Newman siede al tavolo.

Ognuno di noi è figlio, oltre che di una madre e di un padre, anche di una talvolta complicata, talvolta banale serie di circostanze che hanno fatto incontrare queste due persone invece di chiunque altro. Io, per esempio, sento di dovere qualcosa a Paul Newman.

Questa verità l’avevo sempre sentita tenuta dentro di me, senza riconoscerla, fino al ritrovamento, in un cassetto, di una fototessera di mio padre del 1970. Era come la tessera mancante di un puzzle. La verità, banale e sconvolgente insieme, mi investì di colpo. Tante domeniche pomeriggio d’infanzia, passate a giocare ai lego sul tappeto, mentre in tv davano un film di quell’attore un po’ sbruffone. Perché mi ricordavo solo i suoi film? Perché solo il suo nome? Di colpo ogni tessera andava al suo posto.

Mia madre, da giovane, non si perdeva un film di Paul Newman. Mio padre, da giovane, era l’articolo più somigliante a Paul Newman che la bassa padana potesse offrire. Naturalmente la carnagione era un filo più scura e il formato era ridotto, perché l’altezza media di un popolo è proporzionale al benessere, e la bassa padana fu zona depressa fino al 1950.

Ora, prima che vi mettiate strane idee in testa, è giusto che lo sappiate: io assomiglio a mio padre, ma a Paul Newman, neanche un po’. Ingiusto, ma è così.

E tuttavia a volte mi chiedo se questa assurda, banale circostanza, non potrebbe spiegare qualche aspetto del mio carattere. Io in fin dei conti potrei essere definito una persona pacifica e conciliante, proprio come mio padre (che non mi ha mai detto quei famosi No che aiutano a crescere). D’altro canto, è evidente che io non sono davvero una persona pacifica e conciliante, bensì un egocentrico sbruffone. Da chi ho preso? Da mia madre no, da mio padre nemmeno. E allora?

Credo che Paul Newman sia il mio attore preferito. Di lui ricordo molto bene due film. Il secondo, in italiano, si chiamava Lo Spaccone (The Hustler, 1961). Il ruolo perfetto per lui, no? Ma era uno dei suoi primi, in bianco e nero.
Lo Spaccone, a memoria, mi sembra il film più alcolico che io abbia mai visto. Ci si ubriaca solo a guardarlo, ti alzi dalla poltrona che ti gira la testa. Peggio di così c’è solo Morire a Las Vegas, ma a Las Vegas Nicholas Cage sa benissimo che beve per uccidersi; invece nello Spaccone la gente beve senza neanche rendersi conto che nuoce gravemente alla salute. Si fuma anche molto. È un film di altri tempi (mi ricordo un dialogo pomeridiano tra lui e lei: “Cosa fai oggi?” “Niente”. “Ti va di bere?”)

Lo Spaccone sarebbe un film sul biliardo, ma, come si dice in questi casi, il biliardo non è che una metafora della vita. All’inizio Paul Newman è convinto di essere il più grande giocatore del mondo, e non smetterà di crederci per tutto il film. Ma gli va tutto male, perché? Perché è uno spaccone. A biliardo si gioca così: si gioca con un pollo e si finge di essere più polli di lui: si perde un po’, e quando il pollo è cotto a puntino lo si spenna. Ci vuole concentrazione, sangue freddo, killer instinct. Paul Newman non ha nulla di tutto questo. Invece di cercarsi polli giù al molo, va davanti al più grande giocatore di biliardo vivente e lo sfida a regolar tenzone. E per dimostrare che è sicuro del fatto suo, tra un colpo di stecca e l’altro beve bourbon come una spugna. E vince, stravince, e beve, perché è un genio. Finché dopo dodici ore di stecca non succede qualcosa. Il suo agente gli consiglia di ritirarsi, ma lui deve andare avanti. Non si è accorto che il vecchio maestro lo sta per spennare, da pollo che è.
Dodici ore dopo lo svegliano, abbracciato al termosifone, e lo avvertono che la partita è finita, e lui ha perso tutto. Ma tranquilli, questo è solo l’inizio del film.

Ora, però, visto che non siete degli sprovveduti, e film americani ne avete visti tanti, con un piccolo sforzo potete immaginarvi da soli come continua. È il solito canovaccio: all’inizio del film il giovane di belle speranze fa una brutta figura, cade in disgrazia, ma poi capisce quali sono stati i suoi errori, e verso la fine del film torna sui suoi passi e trionfa nel luogo dove era stato umiliato. In mezzo, di solito, incontra anche una bella ragazza.
Così vanno i film, in America, e così vorremmo che fosse la nostra vita: siamo persone eccezionali che hanno fatto degli errori, ma con qualche piccolo aggiustamento…

Lo Spaccone però non ce la fa. Resta Spaccone fino alla fine, e anche quando vince, in realtà perde tutto. Insomma, è un completo disastro. E un paio di volte alzandomi dalla poltrona coi postumi di una sbronza, mi sono chiesto: ma non avrò per caso preso da lui?

Per fortuna poi penso al primo film che mi ricordo di lui, che è La Stangata (The Sting,1973: abbiamo la stessa età). Per me non ci sono film più belli, ma è anche vero che sono anni che non vado a ricontrollare.
In questo film, se ci fate caso, Paul Newman assume un ruolo vagamente paterno nei confronti del vero protagonista, che sarebbe Robert Redford: lo spettatore tende a immedesimarsi in quest'ultimo. All’inizio del film, poi, Newman non sembra altro che un alcolizzato di mezza età, come se avessero chiuso Lo Spaccone in una cantina e lo avessero tirato fuori dopo quindici anni. Ma poi c’è la scena del poker sul treno.
Newman e Redford sono saliti su un treno per tendere un tranello a un gangster che gioca a poker in un vagone (ma che, ve lo devo raccontare?) È Newman che va a gettare l’esca. Prima però entra in una toilette e si mette a fare gargarismi col bourbon. Che fai, gli chiede Redford. Non lo vedi? Risponde lui. Ci metto un po’ d’acqua. Altrimenti non lo reggo.

Anche se so che non è vero, mi piace pensare che La Stangata sia il seguito dello Spaccone. Che il protagonista sia sempre lo stesso, solo che ora ha finalmente capito il trucco fondamentale della vita (lo stesso che ha salvato i Guns’n’Roses dalla cirrosi epatica): allungare il bourbon. Nella vita non bisogna essere sbronzi. Bisogna sembrare sbronzi. Chi non lo capisce è un fallito, anche se è il miglior giocatore di stecca del mondo. Chi lo capisce non ha più nient’altro da imparare.

Quando Paul Newman arriva nel vagone del poker, col colletto aperto e scravattato, la bottiglia di bourbon in mano e l’aria da imbecille, la partita è sua.
Nello stesso modo (occhi socchiusi, aria da scemo, vestiti spiegazzati: e riflessi pronti, sangue freddo, e lo stesso freddo nel cuore) vorrei sapermi sedere anch’io un giorno al tavolo della vita.

mercoledì 4 febbraio 2004

Parliamo di blog! Bisogna parlare più spesso di blog! Me l’ha detto il dottore.

C’è questa famosa polemica sui commenti, sul fatto che questo sito non ha i commenti, mentre dovrebbe averli.
In realtà blogger non ha un sistema di commenti. Quando io cominciai a scrivere qui, i servizi esterni sui commenti non esistevano: cominciarono a diffondersi in Italia nell’autunno del 2001. Oggi è pieno di sbarbi convinti che sia nato prima il commento e dopo il blog, come la gallina dall’uovo e il cinema dalla tv, e neanche s’immaginano che una volta tutti i blog non si potevano commentare – e si viveva lo stesso (neanche male, vi dirò).

D'altro canto, oggi sarebbe difficile credere in una blogpalla priva di commenti e commentatori.
Io, però, dopo alcuni tentativi proprio nell’autunno del 2001, ho deciso di fare senza. Perché? Non c’è un vero perché. Cioè, se frugo dentro me ne trovo parecchi. Una sera, aspettando un treno, ho cercato di contarli, ed erano più o meno una sessantina. Così ho deciso che farò così: nei giorni in cui non so cosa fare, scriverò qualche decina di motivi per cui non ho i commenti.

Ma perché Leonardo non ha i commenti?

#1: (paternale) Ma perché ha il forum, sciocchini. (E mi sembra già un luogo abbastanza deviante).

#2: (con la mano sul cuore): Questo affare mi toglie già tanto tempo e tanta fatica. Se montassi anche i commenti, rischierei di stare connesso tutto il giorno a rispondere a tutti quelli che passano. Vi prego, risparmiatemi questo calice. Tengo famiglia. (Cioè, ci terrei a farmene una).

#3: (piccato) Prima pagare, poi commenti.

#4: (didattico) A questa domanda mi sembra di averti già risposto sul tuo blog, nel quindicesimo commento a un post che avevi fatto tre mesi fa, in cui appunto dicevo che i commenti tendono a essere dispersivi e a rendere poco reperibili i frammenti di un dibattito. Cioè, mi sembra di averti risposto così, ma non riesco più a trovare il post né il commento, se lo trovi scrivimi un commento… ah, già, non puoi.

#5: (paranoico) Risponderò, ma prima levati il berretto. Voglio controllare se non hai le orecchie a punta. Internet è piena di gente con le orecchie a punta che mi odia. Levati il berretto. Levati il berretto, ho detto! Guarda che sparo.

#6: (viscido) Perché amo troppo i miei lettori per vederli svaccare sui commenti.

#7: (cybersocialdemocratico) Perché io credo che internet sia una democrazia di uguali, e trasformare ogni post in un potenziale forum significherebbe mettersi sopra i miei lettori. Se i miei lettori vogliono discutere di un mio post, possono farlo sui loro blog: in questo modo il rapporto è orizzontale. Ma non voglio essere il vassallo di un'anche piccola comunità di servi della gleba. Commentatori, affrancatevi dalle vostre catene! Siate liberi! Siate anelli orizzontali di una catena democratica!

#8: (sfacciato) Ragazzi, io voglio essere letto da più gente possibile, per cui voglio essere linkato. Per questo scrivo pezzi controversi e provocatori. Se vi do la finestra dei commenti, voi reagite lì, lasciate il vostro link al vostro sito e me ne andate. Non è quello che voglio da voi. Io voglio che voi reagiate non in una finestrella di commenti, ma sulla main page del vostro sito: che mi linchiate, che trasferiate un po’ dei vostri accessi sul mio contatore. Cosa che già fate, ma non abbastanza. Dovete impegnarvi di più.

#9: (stronzetto) Perché non voglio umiliare Quintostato, che dopo tutto il casino sull’Espresso ecc.., ancora non li commenta quasi mai nessuno. Fossi in loro, anzi, li disabiliterei, ci fan più bella figura.

#10: (reo confesso) Perché non voglio essere umiliato da Personalità Confusa ogni volta che scrive un pezzo e lo commentano in centoventi. Preferisco che la gente mi creda una blogstar. Se solo sapessero.

Per oggi basta

martedì 3 febbraio 2004

a volte rischio di dimenticarmeneChiedo scusa a quelli che questo pezzo l'hanno letto ieri su Polaroid, ma ho pensato che non succede niente se lo metto anche qui.

Sai che c’è? C’è che non va

Sabato sera i Lomas hanno suonato al TPO di Bologna. Non lo sapevate e non vi siete persi un granché.
Io l’ho saputo e ci sono andato, perché amo i Lomas e i loro pezzi. Cioè, “amo” è un po’ forte da dire a persone che hanno la barba (e i basettoni). Dirò allora che gli “voglio bene”. Sì: “voglio bene” va benissimo. Io voglio un gran bene ai Lomas e ai loro pezzi. A volte mi chiedo come sia possibile, da un punto di vista meramente statistico, che l’unico gruppo italiano degli anni ’90 a cui non abbia smesso di voler bene sia proprio nato a pochi km da casa mia (e non sia mai andato molto più in là).

Bisogna ricordarsi che nei ’90 la via Emilia era… “trendy” non mi sembra la parola adatta, eh? Assolutamente. Direi piuttosto che la Via Emilia era molto pompata… esclusivamente sulla Via Emilia. Sulla via Emilia c’erano scrittori, musicisti, filmaker, artisti, giornalisti, che non facevano che parlare di scrittori, musicisti, filmaker, artisti, giornalisti sulla Via Emilia. La cosa poteva andare avanti all’infinito e mi dava una certa nausea. Sulle Feltrinelli della Via Emilia, io trovavo libri di scrittori della Via Emilia: li aprivo, mi mettevo a leggere e… rimettevo il libro al suo posto, perché si parlava di una ragazza che anch'io avevo incontrato, mentre passeggiava per la Via Emilia, e allora, insomma, mi suonava tutto così incestuoso.

Che poi, d’accordo, in teoria saremmo la regione più europea d’Italia “per offerta culturale”, ma in pratica finiamo per andare sempre negli stessi posti a fare le stesse cose: in dieci anni di consumo culturale ci siamo praticamente conosciuti tutti, ma proprio tutti, e non sto parlando di sei gradi di separazione. Per tacere del groviglio di relazioni sentimentali e sessuali che, ecco, appunto, taciamone.

I Lomas, in tutto questo? Apparentemente c’erano dentro fino al collo. Basta leggere i titoli delle loro tre raccolte: “Modena, stazione di Modena per Carpi Suzzara Mantova si cambia”; “Porci Ceramiche”; “Mutina Punkae Lomas”; “0.5.9. 1.9.9.8”. Bisogna aggiungere che 059 è il prefisso di Modena, che i suini e le ceramiche sono il principale contributo modenese al Prodotto Interno Lordo, che Carpi-Suzzara-Mantova sono le uniche coincidenze su cui l’altoparlante della Stazione FS tenga informati, da epoche immemori, i viaggiatori? Tutto questo però può suonare incomprensibile se abiti appena a… a… Casumaro.

E se i titoli degli album non ti hanno convinto, prendiamo quelli delle canzoni: “Elena Morselli”, “Claudio Bellei”: sembra l’appello di una scuola media di Bomporto. (Non sto scherzando, io ho fatto e faccio le medie di Bomporto e avevo un compagno che si chiamava così). Però tutto questo localismo secondo me era riscattato da una cosa: i Lomas erano bravi. Di un tipo di bravura che non c’entra tantissimo col saper usare gli strumenti, quanto nel saper cogliere problemi universali con un linguaggio semplicissimo e divertente. Questo è il dono dei classici. E i Lomas, per me, sono dei classici.

Credo che non lo siano soltanto per me, ma per almeno una mezza dozzina di persone, con le quali a volte mi trovo e ci mettiamo a cantare che “dietro un banco c’è un mutuo che il cliente non sa”, oppure “non dire niente, non tacer nemmeno”, oppure “Oh Peggy Peggy uonderbra / non va più lontano di tanto il primo appuntamento”; o anche “lui suona male / ma sei peggio te che non conosci le scale”; oppure “lui verrebbe a prenderti stasera / ma tu trovi sempre un'altra scusa / bussi ma la porta è sempre chiusa / bussi ma nessuno ti aprirà" o anche "e sei tu sei come me non hai mai concluso un cazzo nella vita di concreto / e sei uscito dalle Medie con discreto"; e più spesso “Carpi, che è un posto come tutti gli altri /e sei tu che hai problemi, e non loro”.
E potrei continuare per parecchio, ma temo che mi stia divertendo solo io.

Infatti quelle che ho scritto, che a voi alieni potranno sembrare casualità sconnesse, per noi modenesi sono invece grandi verità della vita, che nessuno ha saputo raccontarci e cantarci meglio dei Lomas. Nessuno, in Italia e forse nel mondo. A me piacciono i Beatles, i Clash, i Lomas. Il resto viene da sé, è una naturale conseguenza: se mi piacciono quelli, mi devono piacere anche gli altri (un sacco di altri).

Poi, naturalmente, mi dispiace che al contrario degli altri due gruppi citati i Lomas non possano essere classici se non per una ristrettissima comunità di persone.
- A volte mi dico che non importa, anzi: i Lomas sono il simbolo di qualcosa di nuovo e importante: la Piccola Proprietà Intellettuale (un po’ come i blog, ogni tanto bisogna parlare un po' di blog). Non importa che tutte le orecchie del mondo ascoltino i Lomas. Ma sarebbe bello che in tutte le piccole città del mondo nascesse un gruppo autoctono e geniale come i Lomas. Prendete le loro canzoni e cambiate i nomi, cambiate i testi, fate quello che vi pare, non credo che s’incazzeranno, e se anche s’incazzano, poi gli passa. Sono anarchici e, se tutti gli anarchici fossero persone ammodo come loro, saremmo anarchici anche noi.

- Altre volte però mi domando se questa ossessione toponomastica non sia stato un po’ un modo per non crescere mai (anche se come uomini sono diventati grandi e lavorano fuori di casa). Varrebbe per loro quello che vale per molti scrittori, musicisti, filmaker, giornalisti sulla Via Emilia: che a furia di parlare di Via Emilia si sono persi sulla Via Emilia, come Pier Vittorio Tondelli quella volta che continuava ad andare avanti e indietro sullo stesso tratto per non perdere il segnale di MondoRadio (cfr. Un Weekend postmoderno). E insomma, quando vi decidete, tutti quanti, a crescere e ad andare per il mondo? (Detta da me, questa frase, è come spiccare un salto per infilare con la testa un cappio al volo. Canestro!).

I Lomas a Bologna sembravano i marziani su Saturno. Fox tra un pezzo e l’altro continuava a dire: “Cioè, ragazzi… noi non vi vediamo, non vi sentiamo, non capiamo chi siete…” Probabilmente aveva ragione lui: non ci si vedeva e non ci si sentiva un cazzo. Ma questo sarebbe stato un problema come tanti sul palco del Left di Tre Olmi, o nella stalla di Libera a Marzaglia, o nel mitico mattatoio X, dove nel 1996 saltò la valvola quand’era pieno di fumo e persone.
A Bologna, invece, i Lomas non credevano semplicemente nella possibilità di comunicare con gli indigeni. E sarò anche stato anche il bere e il mangiare, siam d'accordo, che "dopo duecento birre siamo tutti fratelli, dopo trecento birre abbiamo tutti ragione", però... “Elena Morselli” è diventato un catalogo dei nomi degli istituti superiori modenesi; “Racconti di Modena Est”, senza l’omonimo cortometraggio, un flusso di in-coscienza di Fox. “Tortellino nero” ha funzionato anche, ma in coda nessuno si è accorto che Mucci da dietro i piatti stava cantando il pezzo inedito su Forza Nuova: acustica di merda, siamo d’accordo. Però.
Però non credo che nessun bolognese, davanti al palco, abbia avuto l’impressione che i Lomas cantassero per loro. E invece i Lomas ai bolognesi avrebbero tante cose da dire, secondo me. Non è questione di campanile, di gara a chi ce l’ha più lungo (comunque la Ghirlandina è più lunga): ma l’understatement dei Lomas a Bologna è merce rara, bisognerebbe aprire uno spaccio da qualche parte, e darne via a chili, quintali di understatement sotto i portici bolognesi. Che Bologna è poi un posto come gli altri (e sei tu che hai problemi, e non loro).

L’ho fatta molto lunga, e mi scuso, ma ci tenevo. Il titolo del post è preso da una canzone di Porci Ceramiche, dedicata a un amico che non viene più nel vecchio bar a bere con gli amici perché è diventato una promessa in qualche squadra di calcio locale: “Sai che tutti sanno ormai / che in Serie A tu giocherai / e se la tua squadra perde? / E se perde tornerai”.
I Lomas sono quel tipo di amici lì, per i quali una serata al bar con gli amici vale più di ogni cosa, compresa una folgorante carriera in Serie A. E serata dopo serata, briscola dopo briscola, i loro discorsi cominci a saperli a memoria. E pensi: ma si rendono conto che anche loro, con un po’ di sforzo, se non in Serie A almeno in C1 avrebbero potuto giocarci?
Poi forse hanno ragione loro: l’importante non è quel po’ di gloria che ti trovi per strada: l’importante è bere e mangiare tra amici in un posto ospitale, un banco del bar dove "a volte tiri fuori i tuoi gioielli". Io non lo so. Mi resta il dubbio.

(Se siete curiosi scaricate qui)

lunedì 2 febbraio 2004

Mister Pappappero

Ai giornalisti e ai blog che dopo la sentenza Hutton hanno esclamato: Pappappero!, e anche Noi lo sapevamo da sei mesi, bisogna ricordare che questo è impossibile, perché, affinché la BBC e Gilligan fossero trovati colpevoli di qualcosa, bisognava che Lord Hutton valutasse i pro e i contro, e questo ha richiesto appunto diversi mesi.

(Anche se è pur vero che At the heart of the process is a mysterious lack of logic. On the one hand Hutton spent weeks listening to evidence about the preparation of the Government's case against Saddam in the September dossier, but when it came to writing his report he rejected the need to address the issue of the dossier's truth. 'A question of such wide import ... is not one which falls within my terms of reference.')

Cioè, al massimo Essi hanno azzeccato una previsione. Ma se adesso stessimo qui a contare tutte le previsioni che azzecchiamo. Per dire, io un anno fa sapevo (1) che la guerra si sarebbe fatta; (2) che sarebbero morti un sacco di civili; (3) che sarebbe morta anche più gente durante la successiva “pacificazione”; (4) che la Palestina sarebbe rimasta il disastro che è; (5) che l’opinione popolare nelle comunità islamiche avrebbe preso le parti di Saddam Hussein. E allora chi sono io, Mandrake? Il Divino Otelma? (Molto peggio: sono un comune pessimista).
L’unica previsione che ho sballato sono le Armi di Distruzione di Massa: credevo che alla fine le avrebbero pure trovate (al limite ce le avrebbero messe). Che figura. Tutta colpa di B… di B… di Gilligan. Mi dicono dalla regia che adesso tutta la colpa è di Gilligan.

Però questa cosa, che Essi sapevano già, mi fa pensare. Come facevano a sapere già tutto, Essi?
Forse Essi sapevano qualcosa che Lord Hutton non sapeva (ma perché non glielo sono andati a dire, così si faceva prima?)
Oppure Essi, in quanto esperti di cose inglesi, sapevano che Lord Hutton era già orientato a scaricare tutto il barile sulla BBC, dati i suoi precedenti (che includono anche un voto sull'immunità a Pinochet?)
Però in tal modo, Essi avvallano l’ipotesi che Lord Hutton abbia deciso sulla base alle sue convinzioni ideologiche. Insomma: se Essi stavano zitti, gli rendevano un servizio migliore.

Ma il fatto è che Essi non ce la fanno proprio. Tutto l’anno a copiare, tradurre, lincare, arrampicarsi in su, centimetro di specchio dopo centimetro di specchio. Se per una volta arriva una buona notizia, com’è possibile frenare l’urlo di gioia che viene dal cuore? E tale urlo di gioia è, per l'appunto, assimilabile a un “Pappappero!”

Essi poi dicono a quelli che non sono d’accordo di tacere, sennò il loro Pappappero non si sente forte e chiaro. E io mi chiedo se Essi non si riferissero per caso a me. Ma non credo. Tanto, le cose che scrivo io, Essi non le hanno mai lette, o se le hanno lette, non hanno capito il punto, e neanche le lettere prima del punto.
Io mi sforzo, badate, ma più semplice di così non ci riesco, per cui è l’ultima volta:

La BBC e Gilligan hanno reso più sexy il dossier: questo ha causato indirettamente la morte di una persona, Kelly. Quindi il direttore della BBC e Gilligan si sono dimessi. Bene.
Tony Blair ha raccontato un sacco di balle agli inglesi sulle armi di dimostrazione di massa: questo ha causato la morte di migliaia di persone, civili, effettivi britannici e iracheni. Quindi Tony Blair si deve dimettere migliaia di volte. Non lo fa? Male. Molto male.

Questa cosa, scritta in maniera più breve e sexy, suona così: “ne uccide più una bugia di Blair che venti di Gilligan, pecoroni”. Che è l’unica cosa che io avevo scritto sul caso Kelly. E l’avevo scritta più o meno… sei mesi fa. Ehi! L’ho scritta sei mesi fa! E avevo ragione! Ma forse allora io sono davvero il Mago Otelma!

A Essi raccomandiamo comunque di non tacere, di continuare così, ché sono troppo forti: e anche il giorno che Essi non sapessero cosa dire, per favore, non tacciano, che il contenuto ideologico del Loro blog ne potrebbe soffrire: dicano comunque qualcosa, al massimo facciano dei rumori con la bocca, purché di guerra (perché là fuori c’è una guerra, non lo sapete?): Tatatatatata, Badabum, Craaaak, Ziiiiiiip! Szock! E, si capisce, qualche Pappappero ogni tanto. La vita sarebbe così dura, senza queste piccole soddisfazioni.

Concludo salutando Essi – Essi in realtà sarebbero quasi sempre solo un blog, ma siccome Essi amano parlare sempre di Loro Stessi al plurale, anche io parlo di Essi al plurale, così non si sentono soli.

The BBC is a surprising victim. Of course, Andrew Gilligan was a fool. Of course, Greg Dyke and Gavyn Davies should have investigated Gilligan before they addressed the Government. But that is the extent of their crimes.

Compared to the invasion of a sovereign territory on flawed intelligence they are minor. The issue now is not whether Campbell lied; it is whether he and Blair got it wrong and skewed the processes of government to forge the dossier that took us to war.


A volte un dignitoso silenzio sarebbe più onorevole rispetto a simili imbarazzanti argomenti. Senza speranza.
postato da Essi

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