Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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mercoledì 2 luglio 2008

lo Stato macchia

Voi da quand'è che non date un occhio alla vostra carta d'identità? Io l'ho riaperta ieri, perché tra un po' mi scade, e mi sono accorto per l'ennesima volta di questo fatto strano: manca l'impronta.

In realtà i fatti sono due, non si sa bene quale più strano: sulla mia carta d'identità (probabilmente anche sulla vostra) c'è lo spazio per “l'impronta del dito indice sinistro”). C'è sempre stata, quella casella, sin da quando ero ragazzino. Ma la mia impronta no. Nessuno me l'ha mai chiesta – ci mancherebbe altro! Però lo spazio c'è. È un bel mistero, se ci pensate.

Ora mi chiedo, e chiedo a voi: esiste davvero una norma di legge che prevede che il documento di identità sia contrassegnato con la mia impronta? E se esiste, perché è universalmente disatteso? Sono quelle piccole stranezze italiane – come i limiti dei 50 lungo i boulevard suburbani che nessuno riesce a rispettare, nemmeno tua mamma che non sa trovare l'acceleratore, e quindi tu cresci con l'idea che l'intero codice della strada sia un cumulo di norme fuori dal mondo e inapplicabili (in Francia mettono i 70 e così i bambini imparano il rispetto). Allo stesso modo: devo aver paura di una Repvbblica italiana che mi chiede l'impronta? Ma me la chiede solo per finta, dai. Però magari domani vado in anagrafe e mi chiedono di timbrare col dito, perché la legge dice così anche se per anni si erano tutti distratti. Sarebbe, tra l'altro, un messaggio di uguaglianza: lo Stato non scheda solo gli zingari e gli extracomunitari, ma c'incasella tutti. E poi, già che c'è, potrebbe riconoscere a tutti il diritto di lavoro, di studio e di voto... a quel punto, se il prezzo da pagare fosse imbrattarsi un dito, forse premerei. Ma so che molti di voi non lo farebbero mai, anche se non mi è ben chiaro il perché. A voi è chiaro?

Il fatto è che l'impronta è una specie di tabù. Si associa immediatamente al crimine, ed è intrinsecamente sporca: quest'immagine dell'energumeno che prende il ditino della povera zingarella è davvero una specie di cartolina del Quarto Reich. Anche se a mente fredda devi ammettere che sporcare un dito non è la cosa più brutta che puoi fare a un bambino: per esempio, puoi farlo crescere come un piccolo apolide in balia della famiglia o del clan. Puoi evitare di contaggiarlo, ogni volta che provvedi alla distribuzione di scuole, case, lavoro. Puoi non invitarlo a votare per la repubblica in cui è nato e cresciuto. Puoi lasciarlo in un sottobosco culturale dove si diventa mamme a 15 anni e anziane a 35. Se fai tutte queste cose sei uno Stato Distratto, ma se poi una mattina ti presenti coi tamponi e l'inchiostro, diventi uno Stato Poliziesco, e Famiglia Cristiana s'indigna.

Potrei andare avanti ancora per molte righe a descrivere un mio istintivo fastidio per le impronte che non riesce a tradursi in una proposta alternativa, ma non serve a niente. In realtà questo non è il pezzo di oggi. Il pezzo di oggi era un racconto in cui un gruppo di ragazzini che vivono in una polinesia mediterranea del futuro devono oltrepassare l'ultima prova per diventare uomini, e la prova è tenere per pochi istanti i palmi delle mani in un calderone di acido, onde sfigurare le impronte – e il Sommo Sacerdote spiega che la cerimonia si fa in onore di Mosè, che durante il diluvio guidò il popolo di Dio lontano dalle grinfie del Re-Bobo che pretendeva le impronte di tutti i bambini, ma non sono riuscito a scriverlo perché mi è venuto il mal di testa, forse è il temporale.

lunedì 30 giugno 2008

Non siamo capaci di tacere, certe volte

C'è sempre una risposta, ed è Tua Madre

Insomma, c'è questa 12enne di Treviso che qualche mese fa, per fare un po' di soldi si fotografava nei bagni. Notizia avvilente, ma bisogna dire, non straordinaria. La nudità è sempre stata una risorsa facile, la diffusione dei telefonini l'ha resa ancor più a portata di mano, e di vivere in una società materialistico-esibizionista avevamo già qualche sospetto. Cosa dobbiamo fare? Quello che stiamo facendo già: consumare un po' di meno e dissuadere i ragazzi dal portare i telefoni a scuola. Del resto non è che volessi parlare di questo.

Volevo parlare di Paolo Crepet, “psichiatra, sociologo e docente di cultura e linguaggi giovanili” che conosciamo tutti per distratta frequentazione televisiva – oltre perché il suo volto ci rassicura su tantissime sovraccoperte nei reparti più affollati delle librerie. Crepet si ritrova invischiato nel caso della 12enne di Treviso semplicemente perché qualcuno (forse un giornalista di Repubblica, forse dell'Ansa, non ho capito) gli ha chiesto un parere. E magari Crepet era lì pronto... oppure invece no, magari era molto indaffarato a correggere bozze di un libro, o con un seminario di cultura e linguaggi giovanili, oppure semplicemente si stava scegliendo gli slippini per andare il mare, vai a sapere, squilla il telefono ed è un giornalista che vuole il tuo fondamentale parere su un caso di cronaca di mesi fa, tirato fuori giusto per la chiacchiera sotto l'ombrellone. E siccome sai come funzionano queste cose, tu capisci che i giornalisti, e i lettori, non vogliono sentire un trattato, ma una battuta pronta e precisa, per cui la butti giù così:

“La mamma faccia un po' meno shopping - invita -. Temo che il modello cui quella ragazza aspira da qualche parte in famiglia lo abbia visto”. E al padre Crepet consiglia "di comportarsi come avrebbe fatto suo nonno, cioé incazzarsi come una bestia".


Così il giornalista è contento, e lo psichiatra-sociologo-linguista giovanile può tornare rapisamente ai suoi problemi di psiche o di lingua. Tutti contenti. Cioè, tutti? Per esempio, immaginatevi la madre.

La madre deve essere per forza una sciamannata modaiola? Quante possibilità ci sono che Crepet sia riuscito ad azzeccare il profilo così, al telefono, in due minuti? Diamogli anche il quaranta per cento, in fondo è uno stimato psichiatra e sociologo. Ma se invece fosse una signora normale, vittima della moda più o meno come te e me, con una figlia un po' succube dei costumi delle compagne o dei programmi in tv pensati apposta per quelle della sua età?

C'è persino la possibilità non remota che la figlia abbia iniziato il suo commercio perché la madre, lettrice attenta se non di Paolo Crepet almeno di Asha Phillips, le aveva appioppato uno di quei bei No Che Aiutano A Crescere: no, la cintura D&G non te la compro, così cresci. Ah sì? E allora io mi vendo le chiappe via bluetooth, e alla fine vedrai che il tuo Crepet darà la colpa a te, perché Non Sei Capace Di Ascoltarmi.

Poi per fortuna i prof (che grazie al cielo danno un'occhiata anche ai bagni) si accorgono della cosa – oppure c'è una ragazza un po' più assennata che fa una spiata, la scuola si attiva per far capire alla 12enne che ha sbagliato, la famiglia, messa al corrente, decide di spostare la ragazza, la notizia per fortuna non filtra. Tutto è bene quel che finisce bene, o no? No, perché a giugno fa caldo e quando fa caldo le notizie morbosette filtrano, filtrano. Così questa povera mamma (che magari è davvero una sciamannata modaiola, eh: però nel frattempo potrebbe anche essersi rimessa in discussione) ritrova la storia della figlia scriteriata sui giornali, e in una colonnina uno dei suoi psichiatri televisivi preferiti che, con il tatto e la serenità tipica degli psichiatri, la sputtana ai quattro venti: basta shopping, sgualdrina! Magari è una che si veste all'Oviesse, ma Crepet non aveva tempo di indagare, e poi il giornalismo al giorno d'oggi è fatto così, opera per stereotipi... tu non sei uno stereotipo? fottiti.

E il padre? E il padre si deve incazzare come suo nonno... posso tradurre? Cinghiate. Tutto si può dire tranne che uno psichiatra e sociologo come Crepet non sappia il suo mestiere, quindi suggerisce cinghiate, cinghiate siano. Mi rimane solo un dubbio: ma se il pregiato psichiatra ci suggerisce di comportarsi come i nostri nonni, a cosa serve esattamente tutta la psichiatra e sociologia e tutti i libroni di Crepet che ci siamo comprati nei cinquant'anni successivi? È un po' come se Einstein, dopo una lunga cavalcata di formule su una lavagna, bofonchiasse e ci dicesse: “Beh... quindi Newton aveva ragione dopotutto”.

E se invece il padre fosse quello che incita la ragazzina a truccarsi, a pettinarsi, a farsi vedere come la più bella ragazzina del quartiere? Magari è separato, si fa vedere una volta all'anno e le regala un indumento firmato che lei non sa come abbinare... Cioè, magari no, che ne so? Niente, più o meno quanto Crepet, però Crepet ha già deciso che la madre è una modaiola e il padre no. La madre impari a vivere, e il padre cinghi pure, l'ha detto lo psichiatra sociologo, e quindi ok.

E perché la cosa mi fa arrabbiare tanto? Non lo so. Vedere un pregiato psichiatra che decide di trattare la realtà come uno stereotipo mi urta. Anch'io faccio parte di questa realtà, e non vorrei ritrovarmi nel prossimo stereotipo bofonchiato al telefono da Crepet. E poi c'è questa colpevolizzazione della famiglia. Una ragazzina si fa delle foto? È la famiglia che non dà il buon esempio. Molto comodo, finché non ci va la tua famiglia di mezzo. Ma io ricordo bene che a 12 anni riuscivo già a fare enormi cazzate senza che i miei ne avessero la minima responsabilità. Mi bastava guardarmi in giro – leggere, guardare la tv, tenermi aggiornato.

La famiglia sta diventando il grande alibi. È da un po' che non muore un'anoressica, ma la prossima volta che succederà, fateci caso: chiuderanno tre o quattro irreprensibili personaggi della moda e dello spettacolo in uno studio televisivo, gli chiederanno: “Perché”, e loro risponderanno che è colpa della famiglia. Non è la tv o le sfilate che producono anoressia, ci mancherebbe altro. Infatti non muoiono tutte le ragazze che guardano le sfilate, no? Muoiono solo quelle che hanno problemi famigliari, come volevasi dimostrare. Noi non abbiamo nessuna responsabilità. È tutta colpa della mamma (e al massimo del papà, che non cinghiava come il nonno).

giovedì 26 giugno 2008

Veltroni, troppo Veltroni


abile quando deve lanciare sfide immaginifiche e un po' vacue ma piuttosto scarso come leader di contenuto e organizzativo, [dà] oggi l'impressione di un fresco divorziato un po' stordito dai daiquiri all'uscita di un bar per single. (Falsoidillio)

Un anno di W
  • Mentre oggi è un giorno come gli altri, domani è l'anniversario del Discorso Per L'Italia. Sì. Un anno fa, Veltroni si candidava alle primarie del Partito Democratico. È passato solo un anno, pensate. Prodi era al governo, Bertinotti presidente della Camera: ora sono pensionati e senza partito tutti e due. È bastato così poco.

  • Lo ripeto: questo dibattito Veltroni-sì Veltroni-no non esiste, veramente. Veltroni non sarà più il candidato premier del centrosinistra. Storicamente, chi perde un'elezione contro Berlusconi non ha seconde possibilità: i precedenti (Occhetto e Rutelli) parlano da soli. Lo stesso ruolo di Presidente del Consiglio Ombra ha già l'aria di un'onorevole buonuscita. Se nel frattempo Veltroni resta nominalmente segretario del PD, è giusto per dare il tempo alle famose non-correnti di organizzarsi. Il tempo però potrebbe essere lungo, perché a Roma non sanno cosa sia la fretta: sicuramente pensano già di contarsi alle Europee. Nel frattempo a me, povero elettore di sinistra, tocca di accendere la tv e vedere Veltroni che fa finta di essere il mio leader. Ma non va, dico sul serio, non va. Dopo una batosta del genere nemmeno Wiston Churchill sarebbe credibile. Così accendo il Pc e mi sfogo scrivendo un pezzo il cui senso è: Tiratelo Via il Prima Possibile: nel mio, nel vostro, nel suo interesse. O credete che io possa davvero dar retta a Franceschini?

  • È così: non mi sono ancora riavuto dell'intervista a Franceschini di qualche giorno fa, là dove spiegava che bisogna dar tempo al tempo, che Aznar non ha vinto le sue prime elezioni, né Cameron, né Zapatero, né la Merkel, insomma nessuno (a parte Berlusconi e Prodi, sì, dettagli). Ora il punto è: ci crede veramente, o sono solo chiacchiere per il parco buoi? Spero la seconda, ma è comunque avvilente. Voglio dire, fino a tre mesi fa mi stavano vendendo il Veltroni-Obama, in grado di sovvertire i pronostici, liberarci dal male, moltiplicare pani pesci e voti; e adesso mi devo pure comprare il Veltroni-Zapatero, che perde sempre ma trionferà domani? E cosa posso farci se là dove voi mi puntate Obama, Zapatero, la Merkel, io continuo a vedere sempre solo Veltroni, il povero Veltroni?

  • A proposito: per indulgere a certi paragoni bisognava avere veramente fede. Obama è un outsider, persino fisiognomicamente; Veltroni ha la faccia tipo del notabile DS non troppo sveglio. Obama due anni fa non lo conosceva nessuno, Veltroni nessuno si ricorda la prima volta che ne ha sentito parlare. Obama può risvegliare dal torpore ampie fasce della popolazione che a votare non ci vanno; Veltroni era convinto di dover puntare a una fascia di “indecisi” che alla prova dei fatti si è dimostrata irrilevante.

  • Ma soprattutto: Obama è un grande oratore; Veltroni no. Quante volte, quest'anno, vi siete rivisti il filmato del Discorso Per L'Italia? Sì, lo so, vi eravate totalmente dimenticati che il 27 giugno 2007 Veltroni avesse fatto un discorso per l'Italia. Ecco, il punto è questo: Berlusconi nel '94 registrò una vhs di mezz'ora, e da quel giorno “scendere in campo” ha avuto un significato in più. L'anno scorso Veltroni ha parlato a una platea plaudente per due ore filate, e dopo venti giorni nessuno se ne ricordava. A rivederlo oggi dà lo stesso effetto di certe lettere di vecchie fiamme: Come Ho Potuto Perder Tempo Con Uno Così?



Dall'archivio del 27/6/2007: Arriva W (pelato e spettinato)

mercoledì 25 giugno 2008

Quiz

Giuro che non c'è la metafora politica, qui: ma secondo voi il cartello che vedete nella foto, secondo il Codice della Strada, cosa significa?
Vi do anche delle possibilità:
1) Da qui in poi non puoi sostare né parcheggiare.
2) Da qui in poi puoi sostare o parcheggiare come ti aggrada.
3) Povero peone, hai voluto venire a stare in centro senza garage? E adesso fottiti.

Rispondete numerosi, facciamo finta che sia un sondaggio sulla comprensibilità della segnaletica stradale.

martedì 24 giugno 2008

Ritorno al girotondo

Questo dibattito Veltroni-sì Veltroni-no è paradossale. Veltroni ha già smesso di essere il leader del centrosinistra: e vi piaccia o no in questo momento la carica è esercitata da Antonio Di Pietro. Una ragione in più per sbrigarsi a eleggere un nuovo segretario del PD al posto di quello che già non c'è. Se siete d'accordo su questo non c'è neanche bisogno di continuare a leggere qui.

Cascasse il mondo

Non mi ricordo più chi (non era un blog) scrisse qualche mese fa che dietro a Berlusconi III non c'è soltanto la solita accozzaglia, ma un nuovo blocco sociale. È una tesi che mi convince, e mi spaventa insieme.
In questo blocco c'è l'operaio frustrato del nord che ha votato Lega e il sottoccupato siciliano che ha votato Autonomista; i tassinari romani e gli industrialotti, tutti, giovani e vecchi. È un patto sociale verticale che mi ricorda terribilmente il fascismo (forse perché alla fin fine io solo il fascismo ho studiato; forse avrei dovuto dare un occhio anche a Peron o a Napoleone III: troppo tardi). Tiene insieme una certa aristocrazia, una certa borghesia con un certo proletariato... ai danni, ovviamente, di altre aristocrazie, di altre borghesie, di altri proletari, che però sono talmente disuniti da non aver ancora capito che hanno perso, e cosa hanno perso.

C'è capitato a tutti di criticare il PD perché dietro alla somma aritmetica di un partito di sinistra con un partito democratico cristiano non scorgevamo nessun progetto. E magari eravamo ingiusti, magari un progetto c'era: il problema è che siamo in una fase di recessione, in cui ai progetti non crede nessuno, la gente crede agli scontrini della spesa. Ecco, non si è mai capito quali classi, quali categorie si sarebbero avvantaggiate da un governo PD – e non vale dire “tutte”, perché non ci crede nessuno: i tassisti che fecero i caroselli la notte della vittoria di Alemanno sapevano bene di aver vinto a scapito di un'altra categoria (gli utenti); allo stesso modo il lunedì delle elezioni io sapevo benissimo di aver perso in quanto insegnante statale, mentre i miei colleghi delle scuole private avevano vinto. Ora il punto è: se quel lunedì avesse vinto Veltroni, chi avrebbe fatto i caroselli? Quali categorie, quali classi sociali avrebbero dovuto sentirsi avvantaggiate? Non si sa, non si capisce, nessun dirigente del PD ha mai avuto il coraggio di dirlo. Invece di scommettere su alcune fasce, alcune categorie, hanno cercato di prendere qualche rappresentante di tutte: l'industriale veneto, l'ambientalista, la tipa giovane, il tipo radicale. Con la pretesa di mettere d'accordo tutti a scapito di nessuno. La stessa pretesa, a ben vedere, che aveva logorato l'Ulivo: la grande idea nuova era sostituire i piccoli cespugli ancorati alle loro nicchie geografiche e sociali con una cooptazione mirata dall'alto. Solo che in alto non avevano neppure tutta questa mira, come s'è visto (tutti quei radicali, per esempio, che parte del Paese reale dovrebbero rappresentare?)

In realtà ci sono delle fasce più sensibili al messaggio del PD, ma Veltroni & co. si sono guardati bene dallo scommettere su di loro. Tra queste, vale la pena di sottolinearlo, non ci sono gli operai, che non hanno iniziato a votar Lega in aprile, sono anni che lo fanno. Ma per esempio i migranti (che però non votano, o votano quando ormai lavorano da quindici anni e la priorità è tenere le distanze con quelli che sono arrivati dopo di loro, per cui passano direttamente alla Lega). E ancora, i quadri intermedi. Gli impiegati, non solo statali. E poi tutto quel mondo che stiamo cominciando a chiamare cognitariato, nome brutto ma efficace: i proletari avevano solo la prole, i cognitari hanno solo... no, non i cognati, tranne in qualche caso fortunato.

Ora io mi rendo perfettamente conto che un'alleanza più solida con questa classe media non avrebbe fatto vincere il PD; però almeno poteva essere la solida pietra sulla quale costruire un blocco sociale alternativo. Quest'alleanza avrebbe avuto come suggello l'antiberlusconismo, perché l'antiberlusconismo storicamente è stato per anni la bandiera di quella precisa categoria sociale. Dietro a quella bandiera, poi, ci sarebbero state molte altre cose: un certo rigore giustizialista (l'impiegato medio va fiero della sua fedina penale immacolata), la lotta all'evasione (lui le tasse non può evaderle, e festeggia ogni scandalo finanziario con soddisfazione apolitica), più soldi alle strutture pubbliche e alla ricerca. Però sulla bandiera, già da anni, c'è la belva Berlus in manette: sarebbe lunga spiegare il perché, ma quello è il vitello d'oro intorno al quale abbiamo danzato in girotondo dal '94. Il fatto che Veltroni abbia voluto rinunciarvi non l'abbiamo mandato giù tanto bene, ma se era per vincere le elezioni... però le elezioni alla fine le ha perse, e male, e adesso il vitello lo rivogliamo. Altrimenti votiamo Di Pietro, che è già lì bello comodo.

lunedì 23 giugno 2008

Beware de negher

L'insicurezza percepita

“Signora, aspetti...”
“Ma che fa? Giù le mani!”
“Signora, volevo solo reggerle il portone...”
“Ah, ma è lei! Scusi, ma prima non l'avevo vista bene, mi ha fatto venire una paura...”
“Paura? Signora, paura di che? Sono le dieci del mattino”
“Ma lo sa anche lei, con tutti quei... con tutti quei negri che si vedono adesso nel quartiere...”
“Neri?”
“Ma sì... negri, neri... uguale... io non sono mica razzista, eh, però... cosa ci vuol fare, quando mi fissano mi mettono una paura...”
“Signora, ma non ci sono dei neri, qui”.
“Massì... negri, o marocchini... l'è uguale... sempre in giro dalla mattina alla sera... e mi guardano... cos'avranno da guardare una povera vecchia...”
“Di marocchini ce n'è uno al civico 12, e basta. Creda a me che faccio il postino”.
“Massì, se non sono marocchini saranno extra... albanesi, zingari... tutti uguali...”
“Rumeni. Rumeni ce ne sono tre famiglie all'angolo. Sembra gente tranquilla, eh. Però è vero che i ragazzini son sempre in giro”.
“E fanno una paura...”
“Specie adesso che la scuola è chiusa”.
“Con quelle bici, ti spuntano alle spalle, ti puntano la borsa... ne hanno preso uno un mese fa, c'era sul giornale, ma è possibile che non si possa star tranquilli a uscire per strada?”
“Signora, c'è una cosa che dovrei chiederle...”
“Speriamo adesso, col nuovo governo... mah... che poi tanto sono tutti uguali... parlano, parlano, e poi... ma sa cos'è! Che son tutti vecchi! Si truccano per sembrar dei giovanotti, ma son tutti dei vecchi cancheri come me! Mo quand'è che cominciano a dare un po' di potere ai giovani, eh...”
“Eh, signora, ci vuol pazienza”.
“Lei, per esempio, ma è possibile che un bravo ragazzo come lei stia ancora lì a fare il postino? Che si vede che è uno che ci sa fare, e poi è simpatico, aiuta anche la gente, ma almeno glielo rinnovano il contratto?”
“Vediamo, signora, è un trimestrale”.
“Ma a proposito, lei che è il postino, non è mica che ha una busta per me? Dalla banca? Sarà un mese che sto aspettando questa busta dalla banca...”
“Ecco, signora, volevo proprio parlarle di questo. È arrivata una comunicazione dall'ufficio, vede? Lo sa, che le devono spedire il bancomat”.
“Ecco, appunto, io stavo proprio aspettando il bancomat”.
“Però non le hanno fatto firmare per la praivasi”.
“Ma è una cosa grave?”
“Ma no, signora, non è niente, dovrebbe riempire questo formulario che mi hanno dato, vede? E farmi una firma qui”.
“Oddio, ma non ci ho mica gli occhiali!”
“Se vuole l'aiuto io. Serve nome, cognome, luogo di nascita...”
“Malavasi Neive, sei gennaio quaranta”.
“Codice fiscale...”
“Ma non me lo ricordo mica, povera me. Devo andare su a prenderlo?”
“Eh, signora, forse è meglio di sì. E già che c'è...”
“Sì?”
“L'è arrivato per caso il PIN del bancomat nuovo?”
“Certo, m'è arrivato la settimana scorsa, è per quello che cominciavo a stare un po' in ansia...”
“Ecco, dovrebbe darmi anche quello lì”.
“Come, le devo dare anche il pin? Ma non è una cosa segreta?”
“Signora, cosa vuole che le dica, è per la praivasi. Se vuole lo faccio scrivere a lei, e io non guardo neanche... vede? C'è scritto qui...”
“Va bene, va bene, adesso vado su e prendo il codice fiscale e il pin”.
“Vuole che l'accompagno?”
“Ma no, ma no, non si stia a disturbare... un bravo ragazzo come lei... chissà quante scale gli fanno fare in una mattina...”
“Non mi lamento, signora...”
“E invece dovrebbe! Dovrebbe! Che è una cosa che non riesco a capire, dei bravi ragazzi come voi a fare questi mestieracci, mentre in giro ci sono tutti questi negri che ti guardano, ti guardano, e a me fan tanta paura...”
“Ehm, signora...”
“Sì, sì, va bene, lo so che ha fretta, adesso salgo...”

Modena, 20 giugno 2008 - Un portalettere è stato arrestato dalla polizia postale di Modena poiché apriva le lettere contenenti la tessera bancomat che l'Unicredit aveva inviato ad alcuni clienti di Carpi.
L'uomo, un 35enne residente a Carpi, teneva per sé le tessere e modificava il contenuto del messaggio dell'istituto di credito prima di consegnare la missiva ai clienti, ai quali chiedeva di comunicargli il codice segreto 'pin' gia' in loro possesso prima che la carta magnetica venisse effettivamente recapitata.

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