Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

giovedì 9 giugno 2011

Finché un giorno, un'Onda Anomala

(Postilla al discorso di ieri)

Il giorno che B. cadrà, dunque, è abbastanza facile immaginare un certo traffico intorno ai resti, tra chi viene a reclamare una fetta di merito e chi a scaricare un briciolo di colpa. Il triste è che avranno quasi tutti ragione: il giorno che cadrà, cadrà per milioni di motivi, e sarà merito di tutti, colpa di nessuno. L'eterogenesi dei fini ispirerà centinaia di tesi di laurea in Storia contemporanea; noi però ai nostri bambini vorremo raccontare qualcosa di più semplice, e quindi cosa? Chi ha sconfitto Berlusconi? Bersani, Pisapia, Ruby, Santoro, Beppe Grillo, chi metteremo in groppa al cavallo, chi equipaggeremo di lancia ammazzadrago?

Mettiamo per esempio che SB si prenda una batosta fatale al referendum – animale di cui molti in questi giorni ti vendono la pelle, come se fosse una bazzecola superare il quorum; invece è quindici anni che nessuno ci riesce. Ma mettiamo che. La prospettiva che si spalanca è pittoresca. L'uomo che per trent'anni ci ha rubato le frequenze, corrotto chi scriveva le sentenze, che ha portato leghisti e postfascisti al governo, le veline ai ministeri, eccetera eccetera, non cadrebbe per mano d'uomo o di donna, ma per uno tsunami. Tante ce ne ha fatte, tante ancora avrebbe potuto farcene, ma un giorno ha avuto l'idea nemmeno così empia di riaprire la pratica sulle centrali nucleari – in fondo, perché no? Se usiamo quelle dei francesi, dei tedeschi... e con una maggioranza meno slabbrata, governatori più disciplinati, avrebbe anche potuto farcela. Ma poi dall'altra parte del mondo la proverbiale farfalla ha battuto un colpo d'ali, due faglie si sono strofinate appena un poco, e un'enorme ondata ha mandato in tilt una centrale nucleare che avrebbe dovuto essere dismessa anni fa. E tutti ci siamo ricordati di Chernobyl. E i tedeschi hanno cambiato idea. E la Cassazione ha approvato il quesito. E SB si ritrova a mollo, ma con uno tsunami è il minimo.

La prima volta che ci ho pensato, la cosa mi ha tolto quasi la voglia di andare a votare. Dopo tutta la fatica che ci è costata sopportarlo, dopo tutti i tentativi che abbiamo messo in scena per tirarlo giù, ecco che arriva la Natura Matrigna – con la sua damigella di compagnia preferita, Lady Sfiga – e lo schiaccia così, come un moschino sul davanzale. E ai bambini racconteremo che era brutto, che era cattivo, che ogni giorno voleva una vergine diversa, ma che comunque ce lo saremmo tenuto, finché non arrivò l'ondata. Un po' come i nostri nonni si sarebbero tenuti il duce se non si fosse messo a imitare Hitler dichiarando guerre a casaccio (Scusate. Avevo promesso: niente anni Quaranta per almeno un mese. Quarantena).

Però, riflettendoci bene, la cosa ha una sua poesia. Sì, forse senza Fukushima ce lo saremmo tenuti un altro po'. Sì, hanno dovuto pensarci gli elementi. Sì, era una forza della natura, istintiva e primordiale, contro cui nulla avrebbero potuto le sparuti e divise brigate della Ragione – così a un certo punto la Natura è venuta a riprenderselo. E nessuno, soprattutto, potrà reclamare il merito. La stessa forza che ha disegnato i continenti, che ha sommerso Atlantide e sotterrato Pompei, un bel giorno ha aperto il libro della Storia d'Italia e ha scritto di suo pugno: exit Silvio Berlusconi. Non è un brutto finale, a questo punto forse è l'unico all'altezza.

Per quel che serve io domenica a votare ci vado, quattro sì (non tutti convintissimi, ma vi risparmio i dubbi su chi ripara le tubature).

mercoledì 8 giugno 2011

Ovunque (è piazzale Loreto)

Non dico dagli anni Ottanta, non credo che ce la faremo mai, ma sarebbe bellissimo cercare di uscire vivi almeno dai Quaranta - da questa fiction sugli anni Quaranta in cui viviamo da vent'anni, con finiture di cartapesta sempre più slabbrate. Non dico per sempre, magari giusto qualche mese per vedere se funziona, come le coppie rodate quando vanno in vacanza: io e te, proviamo a vedere se litighiamo anche, boh, alle isole Marchesi. Ecco, allo stesso modo io e voi potremmo passare questo giugno 2011 nel Secolo XXI parlando di calcio-scommesse o questione palestinese o crisi di Berlusconi senza mai nominare (neanche quando ne avremmo tanta voglia): Hitler, il nazismo, l'Olocausto, la conferenza di Monaco, Mussolini, il fascismo, le leggi razziali, Piazzale Loreto, eccetera. Non perché ce ne vogliamo dimenticare, tutt'altro: proprio perché vogliamo conservarli come ricordi preziosi, importanti, da tirar fuori soltanto quando ne vale la pena e non, capitano Buffon, al primo scandaletto che arriva.

Anche perché il fascismo, quel fascismo ruspante che ti abbiamo sempre perdonato finché ci paravi i rigori, Capitano, non è che può trasformarsi in un'enciclopedia buona a tutti gli usi, come accade a quelli che a furia di lamentarsi che a scuola non si insegnano le foibe, e le stragi del triangolo rosso, e a pretendere nei programmi di tutte le scuole le foibe (e il triangolo rosso), dopo un po' l'unica cosa che sanno dirti di tutto il Novecento è che ci sono state delle foibe e un triangolo (rosso). Non dico che non siano storie importanti, ma impariamone altre. Perché non è vero che tutto intorno a noi ci parla di Mussolini. Siamo noi che abbiamo questa fissa per Mussolini e lo vediamo in qualsiasi uomo di potere, da quando Forattini infilava Craxi nello stivale e anche prima.

Altrimenti continuiamo la solita recita: il calciatore fascistone che tira fuori Piazzale Loreto, il blog sinistroide che risponde Ma-gari, sarebbe ora di appendere tutti i disonesti e intrallazzoni eccetera eccetera. Come se fosse una fune che ognuno può tirare dalla sua parte, Piazzale Loreto, mentre invece è un simbolo che dovrebbe unirci, fascisti e antifascisti, nella vergogna. Se ne abbiamo studiato quel poco per sapere che non ci fu nessuna gloria nello sparacchiare e sputacchiare sui cadaveri; che Pertini se ne andò disgustato, che il CLN deplorò immediatamente e unanimemente la "macelleria messicana", e che a tutt'oggi non si è ancora capito chi abbia dato l'ordine di portare lì le salme e appenderle alla tettoia della pompa di benzina. Nulla di cui andare fieri, davvero: Mussolini avrebbe potuto morire da combattente, e si fece catturare travestito mentre fuggiva; quanto agli italiani, Capitano, non ha tutti i torti: hanno questo vizio di tenersi tutta la saliva per quando i potenti cadono in disgrazia. Lei poi stava semplicemente pensando a quella banda un po' sgangherata di calciatori pizzicati a truccare le partite, ma forse nelle ossa ammaccate ha sentito lo Zeitgeist: c'è un'aria strana in questi giorni, a Roma hanno perfino messo in scena una farsa di Gran Consiglio. Poi magari non succederà nulla, come non è successo nulla tante altre volte, ma a Piazzale Loreto in questi giorni ci stanno pensando in tanti: più per mancanza di fantasia che per reale attinenza.

Tanto che io, solito bastianino, sento qui di dover lasciare un piccolo voto: il giorno che Silvio sarà caduto - ma caduto sul serio - domani o tra vent'anni, prometto che non sprecherò una sola cattiva parola, un solo sputo per lui; e ne rispetterò la salma. Magari dagli anni Quaranta si può uscire anche così.

lunedì 6 giugno 2011

They Stoop to Conquer

La nostra epoca batte tanti record, piccoli e grandi, alcuni veramente bizzarri e difficilmente immaginabili in altre epoche (che non ci capiranno); per esempio:

centinaia di culi all'aria non avevano mai fatto tanta paura.

(Ma fanno davvero così tanta paura? L'Islam avanza strisciando, (H1T#77, sull'Unita.it) 
(Scusate il ritardo) (Seh, vabbe', d'accordo, appunto).

Di tutta la disastrosa campagna elettorale di Letizia Moratti, vorrei qui isolare un solo fotogramma, quel manifesto in cui si minacciava l'invasione islamica di Milano, e il modo scelto per raffigurare questa invasione era una pacifica assemblea di musulmani prostrati in Piazza del Duomo. Un'immagine che da sola avrebbe dovuto convincere i milanesi... di cosa? Della minaccia islamica? Ma fa davvero così paura, un gruppo di uomini in ginocchio? Mettiamo da parte la parabola quasi romanzesca del personaggio che quel manifesto lo ha fatto stampare (Magdi-Cristiano Allam). Lasciamo anche perdere la questione “Moschea di Milano”, perché in fondo è un pretesto: Milano è probabilmente la più grande città europea priva di un dignitoso edificio di culto islamico. Che un po' di dignità sia necessaria ai fedeli milanesi della seconda religione in Italia, e che questa dignità sia un valore aggiunto per tutta la cittadinanza, erano consapevoli perfino i membri dello staff della Moratti, prima che la campagna elettorale incendiasse i cuori.

Ma lasciamo perdere, appunto. Quella foto non ha molto a che vedere con la questione islamica in Italia. Quella foto parla soprattutto delle nostre paure. Non mostra due torri che crollano, non mostra pettorine esplosive e nemmeno donne coperte da veli più o meno integrali (sembrano tutti vestiti in modo casual e moderno, del resto sono tutti uomini). Quella foto mostra un gruppo di persone che si inginocchiano, e tanto basta. Tanto, almeno, doveva bastare ad allarmare l'elettore milanese, a dieci anni dall'inizio della Guerra al Terrore – che evidentemente sta vincendo. Non Bin Laden, quello può essere stato catturato, ucciso e disperso nell'oceano: ma il Terrore è ancora qui tra noi, se qualche centinaia di uomini in ginocchio può farci paura a questo modo. Il manifesto riprendeva l'istantanea di una manifestazione realmente avvenuta in Piazza Duomo tre anni fa, che aveva mobilitato molti milanesi musulmani in sostegno ai palestinesi di Gaza durante l'operazione “piombo fuso”. Lo scrivo qui perché non credo che in molti se ne ricordino, anche se Magdi Allam e i suoi sostenitori la considerano una vera e propria ferita aperta nel sentimento cristiano degli italiani. Il corteo pacifico, autorizzato dalla questura, era arrivato in Piazza Duomo quando ormai era l'ora della preghiera serale, il che portò molti musulmani a recitarla sul posto, ovviamente rivolti verso la Mecca.

Il giorno dopo ci fu chi parlò di profanazione, ma in effetti non era successo nulla di penalmente rilevante: i manifestanti non avevano pregato sul sagrato del Duomo, ma in una porzione di una piazza italiana che era stata loro concessa per una manifestazione; non avevano inflitto nessuna offesa all'edificio di culto cattolico; semplicemente avevano pregato un altro Dio in un'altra direzione, ignorando la cattolicità del Duomo come la ignorano tanti milanesi di passaggio. Non solo, ma il giorno dopo alcuni promotori della manifestazione chiesero pubblicamente scusa: non ricordo se la chiesero allo Stato o direttamente alla Curia, ma a quel punto, in effetti, che differenza faceva? A ogni buon conto il ministro Maroni richiamò i prefetti sulla necessità da quel momento in poi di tenere lontane le manifestazioni da aree “di particolare importanza dal punto di vista sociale, simbolico, religioso”, cioè in pratica da tutti i centri storici italiani, ricolmi di luoghi simbolici e – soprattutto di chiese cattoliche. Ce n'è più o meno una in ogni piazza in cui valga la pena di manifestare.

Per come fu annunziata, la direttiva consentiva ai prefetti di proibire in pratica qualsiasi manifestazione che non si svolgesse nelle periferie, eppure la cosa non suscitò l'indignazione di molti: nemmeno di Beppe Grillo, che nelle piazze italiane porta tuttora molti più fedeli del profeta Maometto. Del resto si leggeva, tra le righe, evidentissimo, che la proibizione avrebbe riguardato soltanto le manifestazioni dei musulmani. Sia come sia, sembra che essi abbiano imparato la lezione: l'Italia sarà anche uno Stato laico, tutte le religioni saranno anche uguali davanti alla legge, ma alcune più delle altre e non è evidentemente il caso dell'Islam. Pregare non è un reato; formare associazioni e comunità religiose è un diritto costituzionale, certo, sì; tutto bene finché il Dio non è Allah, finché le comunità non seguono Maometto. Inginocchiarsi in Italia non è mai stato così tanto pericoloso.

Ma lo è davvero? Cosa c'era, cosa c'è di così intollerabile in un gesto umile (in apparenza), da far fremere il sentimento identitario anche di gente che in Duomo non ci metteva i piedi da anni? Se durante una manifestazione politica e religiosa un musulmano incita i suoi correligionari all'odio razziale o al crimine, possiamo perseguirlo per istigazione all'odio razziale o apologia di reato (certo, ce ne accorgeremmo più facilmente se l'istigazione avvenisse in una manifestazione o un luogo pubblico, piuttosto che nello scantinato di una moschea clandestina). Ma i musulmani, a Milano, tre anni fa, non incitarono all'odio o altri crimini (perlomeno, alla procura non risulta). Tutto quello che fecero di rilevante fu inginocchiarsi. E un gesto così semplice bastò a far saltare in aria tutta la nostra tolleranza di facciata.

Forse dovremmo entrarci più spesso, in quel Duomo, anche se non siamo praticanti e spesso nemmeno cattolici – giusto per dare un'occhiata a quei simboli che riteniamo facciano parte della nostra identità e che spesso nemmeno conosciamo. E scoprire che ogni giorno, a intervalli regolari, gruppi di fedeli si inginocchiano anche loro, proprio come quei musulmani là fuori pretendevano di fare. A volte, leggendo i salmi, un sacerdote finge di esultare per la rovina di potenti sovrani – Og, re di Basan, Sicon re degli Amorrei – e interi popoli a cui la Sacra Bibbia sembra voler negare lo stesso diritto all'esistenza. Le nostre radici, se proprio ci teniamo così tanto, sono queste. È vero che sono tra noi. È vero che a volte stentiamo a riconoscerle. http://leonardo.blogspot.com

domenica 29 maggio 2011

Va tutto benissimo


(Veramente benissimo).
La teoria di questa settimana sarà un po' in ritardo, credo che non sia un problema per nessuno.

giovedì 26 maggio 2011

Dharma 740

La dichiarazione dei peccati

“Quindi adesso a chi tocca? Onorato, Osoppo, Oronzo...”
“Mi scusi, io sono Ognibene”.
“Ognibene, avevamo appuntamento un'ora fa”.
“Sì, ecco, io... ero uscito a... a prendere una boccata d'aria, perché qui... non si respira, davvero, stavo per svenire”.
“Vabene vabene vabene, se Onorato accetta di aspettare... Ma c'è Onorato?”
“Ecco, credo sia il signore che è svenuto davvero, lo hanno portato via poco fa”.
“Meglio così. Si accomodi”.
“Certo che fa caldo qui”.
“Non me lo dica, non me lo dica. Ha con sé i documenti? Codice fiscale?”
“GNBDVD73H11HGKJFG fjhkjh lk jj dij fsaokekelleterre678”
“Codice Ibann?”
“OT709834750943446'549'65987'98'97987098760980989809483098043085094860594ì743'097ì063898u'9'29046895i6498690509ì'098098098'0ì0000000000000000000459384790578'60589890'0”
“Numero di Carta di Credito?”
“76896”.
“Pin della Carta di Credito?”
“...”
“Ahahah, stavo scherzando, ci stava per cascare eh?”
“Quanti abboccano?”
“Sempre meno, uno su venti ormai, ne vale comunque la pena. Codice meccanografico?”
“Domodossola Livorno Cagliari Domodossola Domodossola Domodossola Pisa Milano Empoli Domodossola Domodossola Arezzo Frosinone Gaeta Domodossola Domodossola Belluno Klagenfurt Novi Ligure Piazza Al Serchio Altolà Madonna dell'Oppio...”
“Basta così. Peccati da dichiarare?”
“Mah, le solite cose: non ho santificato le feste, non ho meritato la fiducia dei miei clienti, non ho ricambiato l'affetto inesauribile dei miei genitori, ho tradito la mia compagna in miliardi di minuscoli modi e poi...”
“Sì, sì, ma ha portato le notule?”
“Ha ragione, mi scusi, è il caldo. Dunque... qui c'è una vecchia notifica di violazione del terzo comandamento”.
“Questo al massimo sarebbe il sesto comandamento. Lei ha commesso atti impuri”.
“Atti impuri? Io? Ma se non mi ricordo nemmeno come...”
“Sullo scontrino c'è scritto 2004”.
“Aaaaah, sì, il 2004, fu un estate difficile, poi mi ero totalmente dimenticato e...”
“La gente come lei mi fa uscire di matto”.
“Mi scusi”.
“Cioè, ha idea di che mora le faranno pagare per un minuscolo atto impuro del 2004?”
“Non ho idea, davvero”.
“Ma la gente non potrebbe essere più attenta? Dico, cosa ci vuole? Commette un peccato, le rilasciano la ricevuta, lei appena a casa la archivia in un cassetto... ma è chiedere troppo?”
“Io non so gli altri, ma io... forse non ho abbastanza cassetti in casa”.
“È quel che dicono tutti. Sa cosa le rispondo io? Balle. Siete tutti convinti di avere miliardi di peccati da dichiarare”.
“In effetti...”
“Quando alla fine sono le solite due o tre cose tutti gli anni, sa cos'è questa? Superbia. Settimo vizio capitale. La paga lei l'aliquota sul settimo vizio capitale?”
“Di solito no”.
“Forse sarebbe il caso”.
“Se lo dice lei”.
“Vabene vabene. Ha delle esenzioni?”
“Un bonifico per l'onlus ex bambini ciechi...”
“Buono”.
“E poi un contributo al canile municipale”.
“Questo non lo passiamo, mi dispiace”.
“Ma pensavo di fare del bene”.
“Noi contiamo solo il bene che si fa agli esseri umani. Tutti gli anni ve la spiego, questa cosa”.
“Ma non è giusto. Secondo me...”
“Senta, è inutile che mi spieghi l'universo secondo lei. Io sono solo quello che riempie i moduli, lo vede?”
“Mi dispiace. È che con questo caldo...”
“Non lo dica a me. Non lo dica a me. È tutto? Sicuro di non aver fatto nient'altro di buono?”
“Mi sono fermato spesso nel mio luogo di lavoro, dopo l'orario”.
“Quella non è bontà, è lavoro in nero”.
“Ma non per i soldi... l'ho fatto per risolvere dei problemi di cui mi sarei potuto fregare, invece sono rimasto lì, ho aiutato i miei colleghi, credo di aver fatto del bene...”
“Lei si crede importante e insostituibile. È convinto che senza di lei i suoi colleghi non sappiano risolvere un problema. Direi che a questo punto l'aliquota sulla superbia scatta automatica”.
“Ma avevo le migliori intenzioni...”
“Sì, sì, dite tutti così. Che caldo, Signore...”.
“È difficile fare del bene”.
“La cosa più difficile al mondo. Dunque, è tutto?”
“Tutto, sì”.
“Molto bene, allora, lei deve all'Ufficio del Giudizio trentacinque punti karma”.
“Così tanti?”
“Eh, arriva con una pendenza del 2004, cosa pretende?”
“Ma trentacinque punti... cosa mi aspetta?”
“Dunque, mi faccia vedere... noi abbiamo già cominciato a farle i perdere i capelli, direi da tre anni...”
“Da due”.
“Sì, beh, però a questo punto dobbiamo recuperare un'altra decina di punti, non resta che accelerare il passaggio alla calvizie completa”.
“La prego, mi lasci ancora stempiato per un anno. Non voglio diventare come quei quarantenni che si rasano”.
“Eh, la fa facile lei. Dove li prendiamo trentacinque punti? Col fegato come sta messo?
“È un po' grasso”.
“Senta, mi sembra di ricordare che qualche anno fa le avevamo assegnato una dermatite rara”.
“Atipica. Poi c'è stato il condono”.
“Ecco, ricominciamo progressivamente con la dermatite atipica, e dieci punti li abbiamo fatti fuori. Poi, visto che si sente così giovanile, che ne dice di una bella forfora?”
“Forfora?”
“In dodici mesi ci recupera cinque punti, che ne pensa?”
“-Sigh- Vada per la forfora”.
“E poi ci sono i denti”.
“La prego, i denti no”.
“Senta, allora me lo dica lei da dove prendere altri venti punti. La colecisti ce l'ha?”
“Me l'avete presa due anni fa. Però ho ancora l'appendice”.
“L'appendice, che tenerezza. Non conta nulla l'appendice, come i denti del giudizio. Qui ci vuole una bella carie, glielo dico subito, una capsula in un molare”.
“Li ho finiti”.
“Va bene, mi dica lei cosa vuole! Calcoli? Alitosi? Paranoia? Faccia lei. Abbiamo una ventina di punti da recuperare”.
“Non è possibile una dilazione?”
“Un modo c'è. È un pacchetto lancio che stiamo offrendo negli ultimi tempi. Non paghi nulla per cinque anni”.
“E poi?”
“Ischemia cerebrale, invalidità semipermanente”.
“No, non credo che sia il caso, no. Non... non potrebbe aumentarmi la forfora?”
“Magari vorrebbe anche qualche brufoletto?”
“Eh”.
“Senta, bisogna che se ne faccia una ragione. Lei va per i quaranta. Questo non è l'ufficio della fatina del dentino, questo è l'ufficio della dichiarazione dei peccati. L'acne giovanile dei suoi diciottanni non tornerà più".
"Mai più"..
"Al massimo se vuole un herpes”.
“No, non è proprio la stessa cosa”.
“Va bene, sa cosa le dico? Alziamo il livello di tolleranza alimentare”.
“Ma l'abbiamo già alzato l'anno scorso, ormai non mangio più latticini...”
“Perfetto, da qui in poi astensione completa”.
“Quanti punti karma fa?”
“Sette”.
“Auff”.
“Lei è miope? Potremmo abbassare le diottrie”.
“La forfora, l'intolleranza alimentare, gli occhiali più spessi...”
“Senta, noi qui riempiamo solo i moduli con i dati che ci portate voi. È colpa nostra se lei fa oggettivamente una vita di merda?”
“Con tutti gli stronzi che si vedono in giro”.
“Niente turpiloquio”.
“Coi loro denti bianchi, la loro pressione sanguigna nella norma, i loro capelli folti...”
“Senta, è il karma. Ognuno ha il suo. Non deve guardare agli altri. Ognuno se la vede col suo proprio destino”.
“E tutti gli evasori dove li mettiamo?”
“Si reincarneranno in ragionieri. Ma lei deve preoccuparsi di sé. Senta. Un po' di reumatismi?”
“Reumatismi? Mai avuti”.
“Ecco, vede? Un'esperienza nuova”.
“Ma sono dolorosi”.
“Un po' fastidiosi, ma poi ci si affeziona. È come un sesto senso, sentirà la bassa pressione, l'anticiclone delle Azzorre”.
“E vada per i reumatismi”.
“Così la voglio. Positivo e propositivo. Mancano ancora cinque punti. Si sbizzarrisca”.
“Non so...”
“Una disfunzione erettile!”
“Ma no... Senta, la tristezza conta?”
“La tristezza... nel senso di malinconia, no”.
“Maledizione”.
“Nel senso di crisi depressiva, beh, di punti ne facciamo otto”.
“Ho sforato?”
“Sì, ma li recupera sulla dichiarazione dell'anno prossimo, non si preoccupi. Allora stampo?”
“Stampi, stampi”.
“Vuole lasciare l'otto per mille allo Stato Italiano?”
“No, ai Paesi Bassi”.
“Ecco qui. Una firma sul modulo...”
“Aspetti, aspetti un attimo. Mi stavo dimenticando...”
“Ecco, lo sapevo. La buona azione che vi viene in mente all'ultimo momento. Dio quanto vi odio”.
“Io... ho regalato un ombrello a un'anziana signora, tre mesi fa. Conta?”
“Eh, dipende. Stava piovendo?”
“Un acquazzone improvviso, lei non riusciva ad andare avanti, e così io...”
“Si è fatto fare la ricevuta?”
“Sì, ma credo di averla a casa. Mi scusi...”
“Non è possibile”.
“Mi scusi davvero, io... a volte mi dimentico delle cose buone che faccio”.
“Ma è rimasto seduto lì davanti per tre ore. Non poteva farselo venire in mente prima?”.
“È che non riesco a pensare qui dentro. Fa caldo”.
“Lo dice a me?”
“Non si respira. Sembra di stare nell'anticamera dell'inferno”.
“Sembra?”

lunedì 23 maggio 2011

Chi verifica le verifiche?

L'esperto
È uno di cui vi fidate. Ogni volta che trovate il suo nome, leggete fino in fondo, non cambiate canale. È uno di quelli che ne capiscono. Soprattutto, è uno di quelli che sanno citare i dati, che non sparano sentenze a capocchia. L'esperto è affidabile.
Finché un giorno, per caso, l'esperto si mette a parlare di qualcosa che conoscete anche voi. Anche se voi della vita non conoscete molto, pure c'è sempre qualcosa di cui la vita finisce per rendervi esperti, a volte vostro malgrado. Ed ecco che questa persona, che stimate tantissimo, di cui non vi perdete un intervento, per la prima volta vi sembra un po' fuori tono. Distratto, quasi superficiale. Magari è una coincidenza. O è solo la prima volta che ve ne accorgete? Potete fidarvi ancora di lui?

Domenica sulla Repubblica Tito Boeri ha pubblicato un lungo intervento sulla prova Invalsi, che qui viene ricopiato pari pari, con tutte le obiezioni che mi sono venute in mente a una prima, una seconda, una terza lettura. Quello che segue è dunque un pezzo molto lungo, che parla di una cosa un po' specifica, smettete pure di leggere quando vi va.

Il costo della rivolta contro i test Invalsi
Solo a settembre sapremo quali sono le conseguenze della "rivolta" contro i test Invalsi nelle scuole superiori, quanti esami sono stati consegnati in bianco, quanti studenti hanno disertato le prove.
Sapremo anche quanti docenti hanno permesso che i loro studenti copiassero gli uni dagli altri, rendendo il test di apprendimento del tutto inutile. Ma è tempo già ora di organizzare la rivolta di coloro che pagheranno il costo di queste "agitazioni": i docenti, a partire da chi si è visto invalidare il test sulla propria materia da un collega che magari non li ha neanche informati della sua intenzione di boicottare l'esame, gli studenti e le loro famiglie.

Solo a settembre sapremo... sicuri? Questo è uno di quei problemi statistici che non ho mai capito. Se i dati sono stati raccolti male, come faremo a sapere che i dati sono stati raccolti male? Dai dati? Ma sono stati raccolti male. Oddio, laddove un'intera classe abbia messo le stesse crocette sugli stessi pallini, non sarà difficile immaginare un boicottaggio. Ma dove hanno messo i pallini a caso, con in media il 25% di possibilità di azzeccare comunque il quesito? E dove l'insegnante in sede di spoglio dopo aver compilato diligentemente una quindicina di tabulati, ha sbroccato e ha messo a caso l'altra quindicina? A settembre lo sapremo? Ce ne accorgeremo? Mah.

La rivolta contro l´invalidazione degli Invalsi dovrebbe andare ben al di là della difesa di queste prove. Come tutti i test, anche gli Invalsi sono perfettibili [...]

Ecco, i test sono perfettibili. Tre anni che sento dire questa cosa: tante grazie, siamo tutti perfettibili. La Venere di Milo è perfettibile. Don Seppia è perfettibile. La prova Invalsi è senz'altro nell'insieme delle cose perfettibili, ma dopo tre anni che viene svolta, e pubblicata, sarebbe anche ora di cominciare a porci il problema: come possiamo renderla un po' più perfetta di così? Quand'è che cominciamo a discutere nel merito dei quesiti che vengono posti, delle risposte che vengono imposte? Ne vogliamo parlare? O vogliamo continuare ad accettare in blocco la prova così com'è, con la scusa che è perfettibile?

[...] a partire dalle modalità con cui vengono svolte e valutate le prove. Ci devono essere ispettori che controllino che agli studenti non venga permesso di copiare e i risultati devono essere valutati da docenti diversi da quelli degli allievi che hanno sostenuto la prova, che hanno tutti gli incentivi a far fare bella figura ai propri studenti.

Gli ispettori. In tutte le classi. Professor Boeri, ha fatto il calcolo di quanti ispettori servirebbero? Quante classi elementari fanno il test (e lo devono fare tutte nello stesso orario)? Quante prime e terze medie? Quante classi superiori? Dove li troviamo tutti questi ispettori, e come li paghiamo? Ma soprattutto, una volta assoldate queste decine di migliaia di ispettori (probabilmente dai bassifondi delle graduatorie) chi è che si assicura della loro correttezza e professionalità? Bisognerà mandare ispettori degli ispettori a ispezionare gli ispettori... oppure si fa una prova a campione. Ecco, se si fa una prova a campione (ad es. una classe per istituto) ha senso mandare gli ispettori. Ma se davvero volete somministrare un test a livello nazionale, non avete scelta: l'unica rete di funzionari presente sul territorio è la classe docente. Siamo noi. Se volete fare la prova Invalsi, dovete convincerci. Pagandoci, per esempio. Oppure motivandoci in qualche altro modo. Finora avete provato con le minacce. A settembre vedrete se ha funzionato. Forse.

Bisognerebbe, al contempo, raccogliere informazioni sugli studenti assenti alle prove in modo tale da dissuadere gli istituti dall'incoraggiare assenze selettive degli studenti con le performance peggiori.

Sì. Ha un senso. Un po' poliziesco, ma posso capire. Non ci avevo ancora pensato, Boeri sì (a questo servono gli esperti): quando il sistema andrà a regime, le scuole cominceranno a competere furiosamente tra loro, ed evitare che gli studenti peggiori partecipino alla prova nazionale sarà per molte una questione di vita e di morte. Non resta che imporre un apparato poliziesco..

A questo punto i risultati dei test potrebbero essere resi pubblici, scuola per scuola senza timore di fornire segnali fuorvianti alle famiglie. Che devono comunque chiedere alle scuole informazioni aggiuntive rispetto ai test. Ad esempio, nell'era di Internet ogni docente dovrebbe affiggere sulla pagina web della scuola una nota in cui descrive a grandi linee come intende organizzare il programma di insegnamento e illustrare i propri metodi didattici e criteri di valutazione.

Ma per carità, sono d'accordo. Nell'era di Internet, invece di stampare il programma su una fotocopia e allungarlo al genitore (che lo smaltirà nel primo cestino di carta straccia sulla strada di casa), si può sbattere tutto questo materiale on line, con un bel risparmio di foreste. Però non è che prima dell'“era di internet” i programmi degli insegnanti fossero un segreto di Stato, eh. C'è da dire che un insegnante che sa “descrivere a grandi linee” il suo programma e i suoi metodi didattici su una pagina web (o su una fotocopia) non è necessariamente un bravo insegnante, e se ne rendono conto subito tutti: genitori, studenti, colleghi, il prof stesso. La differenza tra saper insegnare e saperla raccontare, a scuola, è enorme. All'università le cose vanno già diversamente. Così l'idea che un genitore possa scegliere una scuola sulla base della paginetta di presentazione dell'insegnante, ecco, è come dire... un po' accademica.

Il nostro sistema scolastico permette alle famiglie, soprattutto nelle grandi città, di scegliere la scuola a cui iscrivere i propri figli. Ci sono vincoli in questa scelta, ma molto meno che in altri paesi, dove l'iscrizione è dettata unicamente dalla residenza.

Altri Paesi. Quali? Perché? In questi non meglio precisati Paesi l'iscrizione è vincolata “unicamente dalla residenza”. In Italia da cosa altro è vincolata?

Questa maggiore possibilità di scelta dovrebbe fondarsi su informazioni adeguate sul valore aggiunto offerto dai diversi istituti alla formazione di chi si prepara per il mondo del lavoro. Invece paradossalmente in Italia ci sono meno informazioni che altrove sui contenuti formativi dei programmi didattici, sugli sbocchi professionali e sull'accesso all'università dei diplomati nei diversi istituti.

Anch'io sono convinto che “altrove” le cose vadano meglio, però non sarebbe male sapere dov'è questo “altrove”, e cosa fanno loro di meglio rispetto alle brochures informative e ai POF dei nostri istituti che, ne sono sicuro, sono perfettibili. Ma qual è il punto? I POF sono poco visibili? (Nell'“era di internet” di solito sono la prima cosa che una scuola mette on line). Stanno diventando tutti uguali? Per forza: sono il settore in cui vanno a incidere i tagli. Una scuola che metteva nel POF la madrelingua, se non ha più soldi per pagarla deve toglierla dal POF; la scuola che teneva aperti tutti i pomeriggi per corsi di potenziamento, ai primi tagli ha dovuto togliere i corsi dal POF. E così via.

A cosa si deve questo paradosso? 

Ai tagli, per esempio.

Ci sono sicuramente barriere di natura ideologica ad ogni tipo di valutazione svolta dall'esterno. C'è poco da argomentare contro i pregiudizi. 

No, l'ideologia no. Sul serio. Non c'è nulla di meno ideologico della resistenza alle prove invalsi. Gli insegnanti non vogliono essere precettati per svolgere un censimento sulle conoscenze dei loro alunni che avrà ripercussioni sul loro reddito e sulla reputazione dell'istituto dove lavorano, e l'ideologia in tutto questo c'entra poco o nulla. Il boicottaggio non l'ha promosso il sindacato trotzkista (ma neanche la Cgil), il boicottaggio lo ha fatto l'insegnante del quartiere svantaggiato che ha paura che lo giudichino inferiore a uno omologo del quartiere non svantaggiato perché è in ritardo col programma (chiamalo fesso).

Bene ricordare un vecchio adagio popolare: "se non ti poni il problema di misurare una cosa, significa che quella cosa per te non ha alcun valore". Chi non vuole misurare la qualità dell'istruzione, non assegna alcuna importanza alla scuola.

Io quell'adagio popolare, giuro, non l'ho mai sentito (in compenso potrei incartare chili di baci perugina con proverbi del tipo: il sapere non si pesa, la cultura non si misura, l'essenziale è invisibile agli occhi eccetera eccetera. Ma lasciam perdere).

C´è poi il rifiuto dei test standardizzati. Molti docenti ritengono che solo loro siano in grado di definire parametri di valutazione adeguati, che tengano conto della specificità del loro programma di insegnamento. La ragione ultima, talvolta inconsapevole, di queste obiezioni è che chi viene valutato vorrebbe sempre costruirsi il proprio test. Quelli standardizzati servono proprio ad evitare che i docenti scelgano di adottare criteri di valutazione favorevoli ai propri studenti, dunque a se stessi. E permettono di svolgere comparazioni del livello di apprendimento prima e dopo l'operato di un docente, oltre che fra classi e scuole diverse.

Non fa una piega. Il problema è che per permettere tutte queste comparazioni i test invalsi devono essere fatti bene. Ma sono fatti bene?

Ci sono poi i timori di alcuni docenti che la valutazione possa ritorcersi contro di loro. Nel caso dei bravi docenti sono paure del tutto infondate:

Beh, ma questa è buona. Siate bravi e nessuno vi farà male. Ma noi temiamo, appunto, di non essere bravi. Perché misuriamo ogni volta la distanza tra la nostra preparazione e il risultato di una prova che non dipende nemmeno dal programma che stiamo svolgendo. C'è un migliaio di modi diversi di essere bravi insegnanti di italiano, ma se la prova invalsi fa una domanda sulla subordinata consecutiva, l'unico insegnante che sarà ritenuto “bravo” è quello che ha perso due settimane di tempo a far entrare nella testa del singolo ragazzo il concetto di subordinata consecutiva. Gli altri magari sono bravi a fare altre cose, ma non è vero che non hanno nulla da temere. Hanno da temere la proposizione subordinata consecutiva, per esempio. Cominciano a sognarsela di notte.

i miglioramenti compiuti dagli studenti nelle loro materie vengono ben monitorati da questi test che, non a caso, sono in genere molto coerenti fra di loro.

Lo trovo discutibile (almeno per le prove che ho somministrato io), e magari un'altra volta lo discuterò. Prendo atto che per Boeri le prove Invalsi sono in generale fatte bene.

Non è neanche vero che le prove distolgano le scuole dal perseguimento dei programmi didattici inducendole a preparare gli studenti per i test, anziché perseguire i programmi didattici. Le conoscenze che i test intendono valutare sono parte integrante degli standard minimi educativi.

La proposizione consecutiva? In terza media? E non me la sono mica inventata io, c'era nel test di tre anni fa. Cioè, terza media di scuola dell'obbligo, un alunno su quattro non è di origine italiana, e secondo voi lo “standard minimo” è che sappiano cos'è una proposizione consecutiva? Ma voi lo sapete cos'è una proposizione consecutiva? La sapreste riconoscere a colpo sicuro in un testo scritto? E soprattutto, ditemi, vi serve così tanto nella vita di ogni giorno? Vi è indispensabile nel lavoro che fate, nell'andare a far la spesa o nel discutere coi vostri vicini? La proposizione consecutiva? Lo standard minimo? E se io invece di insegnarla mi concentro, per dire, sul complemento oggetto, è perché sono un cattivo insegnante, e la mia scuola una cattiva scuola?

E non è affatto detto che il cosiddetto "teaching to the test", insegnamento finalizzato a una migliore performance nel test, sia efficace.

Questo è interessante. Da quando le prove Invalsi sono arrivate a scuola, un sacco di insegnanti ha cominciato a usare le ore di lezione per allenare i ragazzi a riuscire nei test, e gli esperti storcono il naso: quella non è vera scuola. Sì, ma se l'obiettivo diventa riuscire nel test, meglio allenarsi, no? No, non è detto che sia meglio. Sì, ma chi è che non lo dice? Ci sono degli studi in materia, dei dati statistici? Perché professore, finché non mi fa vedere dei numeri, io continuo a far fare ai miei ragazzi dei test a nastro, nella speranza che becchino più o meno le stesse risposte della prova finale: ne va della mia reputazione e del mio salario, mica mi posso fidare dei suoi “Non è detto”.

Ma forse gli ostacoli più forti al miglioramento delle informazioni sulla qualità del nostro sistema scolastico vengono dalla politica. Senza questi dati non è possibile valutare le tante piccole modifiche, più di facciata che di sostanza, apportate da ministri che vogliono solo apporre una bandierina, mostrare di avere fatto una "riforma" che immancabilmente porta il loro nome. 

Ecco, sarei anche d'accordo. Secondo me il primo ad aver boicottato l'Invalsi è stato il Ministero stesso.

La mancanza di valutazione rafforza la discrezionalità della politica. Può fare tutti i cambiamenti che vuole, magari definendoli sperimentali. Tanto poi non ci sarà nessuno in grado di valutarne gli effetti. I test standardizzati permettono di valutare queste pseudo-riforme. Ad esempio, uno studio condotto da Erich Battistin, Ilaria Covizzi e Antonio Schizzerotto dell'Irvapp di Trento e basato proprio sui test Invalsi ha dimostrato che il ripristino dei cosiddetti esami a settembre (al posto del recupero dei debiti formativi in corso d'anno) ha accentuato le differenze quanto a conoscenze linguistiche tra studenti liceali e studenti di scuole tecnico-professionali, peggiorando la qualità dell'istruzione soprattutto per chi viene da famiglie con redditi più bassi. 

Ecco, finalmente una fonte, un rimando a una ricerca sul campo. Sono contento. Ma sono anche un po' perplesso. Non ho potuto ovviamente leggere la ricerca di Battistin Covizzi e Schizzerotto, ma non dubito che si tratti di un lavoro valido. Non capisco però come possa essere basata “proprio sui test Invalsi”, visto che i test delle superiori li abbiamo fatti per la prima volta quest'anno, per la precisione due giovedì fa, e, come diceva lo stesso Boeri, fino a settembre non conosceremo i risultati. Se Battistin e compagni hanno adoperato dei dati su studenti liceali e studenti di scuole tecnico-professionali, non erano quelli delle prove nazionali Invalsi. Oppure si sono basati sulle prove che gli stessi ragazzi avevano svolto alle medie due anni prima?

Sia come sia, il risultato non è questa straordinaria sorpresa. I crediti scolastici si recuperano a scuola aperta. L'esame di settembre si prepara a scuola chiusa. Chi è che riesce a studiare meglio con la scuola chiusa, Pierino Reddito-Medio-Alto o Gianni Reddito-medio-basso? E per scoprirlo bisognava sul serio impartire un test a tutti gli studenti italiani? Non dico che sia sbagliato, ma era necessario?

Chi oggi rifiuta le valutazioni in nome dell'egualitarismo dovrebbe riflettere su questo risultato. Senza le informazioni offerte dai test standardizzati la battaglia contro la scuola di classe rischia di avere le armi spuntate.

Io non sono in linea di massima contro la prova nazionale. Ma non ditemi che è l'unico modo per ottenere dati scientifici. Altrimenti l'Istat ci farebbe un censimento una volta all'anno. Si fanno ricerche di mercato a livello nazionale su campioni statistici di decine di migliaia di individui; possibile che a scuola non bastino?

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