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martedì 1 aprile 2003

First we take Bassora, then we take Berghèm, II
(Continua da venerdì)

I cittadini, dicevo, gli abitanti di quella sedicente Repubblica fondata sul lavoro (precario), erano giustamente un po’ perplessi.
Fin dal medioevo essi si erano mostrati molto inclini a dividersi in bande, a sfoggiare emblemi di colori sgargianti, e a dividersi su qualsiasi problema, la politica così come lo sport. Negli ultimi anni l’operazione Libertà Infinita aveva polarizzato la cittadinanza in due grandi fazioni: i pacifisti e i filo-Iperpotenti. Ma non bisognava pensare che tutti i pacifisti fossero di indole pacifica (ad alcuni prudevano parecchio le mani), né che tutti i filo-Iperpotenti fossero convinti assertori della democrazia e della libertà: ma siccome l’Iperpotenza era manifestamente la più forte, ritenevano doveroso tifare per lei, come si tifa per la squadra che vince sempre, che si può permettere i giocatori più costosi e gli arbitri più compiacenti. Come se la vittoria degli altri potesse riscattare la nostra mediocrità: un’idea piuttosto singolare, eppure a quel tempo era credenza condivisa da larghe fasce della popolazione.

They sentenced me to twenty years of boredom
for trying to change the system from within.
I'm coming now, I'm coming to reward them.
First we take Bassora...


Il contrasto tra Pacificisti e Iperpotentisti era stato serrato, un tempo; poi con gli anni si era un po’ moderato: la gente continuava a esporre le bandiere comperate ai vecchi tempi, ma con i colori era un po’ sbiadita la passione. I cortei e i controcortei assecondavano il ritmo eterno delle stagioni: c’era sempre una guerra da sostenere o da avversare. Però non si litigava più come una volta: tanto ormai ognuno aveva fatto la sua scelta di campo, e nessuno si sognava di cambiare idea, o di cambiarla a un conoscente, un famigliare, un collega di lavoro. E ci si annoiava parecchio, francamente.

Finché un giorno, Tac! L’Iperpotenza cominciò a minacciare bombardamenti e invasioni, e all’improvviso fu tutto un fioccare di dubbi, ripensamenti, conversioni: nessuno era più sicuro di niente. Molti iperpotentisti dovettero riconoscere con sé stessi che sì, d’accordo, la democrazia, la libertà erano valori fondanti, ma essere bombardati era pur sempre una grossa seccatura. Così, quatti quatti, senza ritirare la bandiera dell’Iperpotenza dal balcone (che poteva tornare utile in caso d’invasione) iniziarono a prendere contatti col Comitato Pacifista di Quartiere, che si riuniva di solito il martedì sera in Parrocchia.

Ma immaginatevi la sorpresa di un ex guerrafondaio, un timorato padre di famiglia, improvvisamente tentato dal pacifismo gandhiano, quando a queste riunioni sentiva gente della sua stessa età brontolare che sì, d’accordo, l’Iperpotenza era proprio un’Iperarroganza, ma un po’ di bombe in fondo ce le meritavamo, col regime che ci eravamo fatti in casa. Che era una cosa mai vista al mondo: per prima cosa i programmi tv erano uno schifo (curiosamente, il palinsesto tv era sempre in cima alla lista delle lagnanze), e poi le leggi su misura dei potenti, l’inflazione, i lavori sempre più precari, le pensioni sempre più ridotte, gli ospedali e le scuole un macello, le forze di polizia una macelleria, e la tv, soprattutto la tv, mai visto uno schifo simile. “Un po’ di bombe ci vorrebbero, altroché”, diceva il pacifista medio. Certo, soggiungeva, “mica così, un tanto al chilo. Ma un missile ben mirato… su chi ho in mente io…”.
E – sorpresa! – molta gente intorno assentiva con la testa: tutti sembravano avere in mente qualche obiettivo strategico da mirare con precisione.
“Ehm, scusate”, azzardava allora il padre di famiglia. “Ma stiamo parlando di bombe su palazzi, voglio dire, di vite umane”.
“E tu chi sei?”, interveniva il campanaro, “che non ti ho mai visto. Dov’eri quando gli azeri massacravano gli armeni?”
Questo era un vecchio trucco dialettico per mettere in difficoltà il pacifista medio: tirare fuori un massacro un po’ esotico, per il quale sicuramente si era dimenticato di protestare, per distrazione, o per un esame, o perché era troppo giovane. Un pacifista un po’ scafato sapeva reagire, ma il signore in questione era ancora un novellino, ignorava totalmente l’ubicazione dell’Armenia e dell’Azeria, e non replicò.
“Probabilmente eri a casa a guardare la tv di merda. Non ti è mai fregato nulla degli Armeni. E invece dei tuoi connazionali ti frega. Solo perché hanno il tuo stesso colore della pelle. Vergogna”.
Un po’ brusco, ma come dargli torto?

I'd really like to live beside you, baby.
I love your body and your spirit and your clothes.
But you see that line that's moving through the station?


Il Paese era insomma in subbuglio. Bisognava amare gli Iperpotenti, anche quando recavano bombe e carri armati? E chissà che un po’ di bombe e di carri armati non avrebbero risolto certe eterne pendenze… Il Governo, che conosceva i suoi polli, non si era fatto illusioni sulle capacità dell’esercito o dei cittadini di opporre resistenza all’invasore; oltretutto era antica consuetudine, in questo Paese, consegnarsi al nemico appena possibile.
Gli stessi rami del parlamento non promettevano nulla di buono. Il Partito dei Celti non trovava nulla di male che bombardassero il Sud del Paese, purché gli sfollati se ne restassero a casa loro; il Partito della Mafia salutava l’iniziativa degli invasori, che venivano a sopprimere l’ingiusto ordinamento carcerario, il carcere duro già severamente criticato da Amnesty International. Il Partito Fascista Pentito fremeva di rabbia, ma ormai si era pentito e doveva contenersi.
A sinistra le posizioni erano più variegate. I leader si distinguevano in distinguo: alcuni accettavano di essere bombardati, purché sotto l’egida dell’ONU. Altri auspicavano un conflitto lungo e doloroso. Ex capipopolo di marce della pace promettevano: “combatteremo casa per casa: non oltrepasserete mai la linea rossa del bagnasciuga!”
Altri ancora tentavano l’autoanalisi: “Se mi guardo allo specchio”, scrisse un opinionista, “Vedo una parte di me contraria alla guerra, una parte di me che spera di vincerla, un’altra parte che risponde: seeee, figurati, e il naso che non sa mai da che parte stare, s’innervosisce e gli vengono i brufoli. Succede anche a voi?”.

Visto l’andazzo, il Presidente, un vecchio mascalzone non privo di fantasia, tentò di proporre una resa incondizionata all’amico invasore. Si sarebbero così evitati inutili spargimenti di sangue e di costosi armamenti; quanto a lui (ormai in età di pensione), si contentava di una modesta tenuta all’estero e mani libere sui suoi conti in Svizzera. Un buon affare, no?
Ma i diplomatici Iperpotenti, consultati, risposero che la resa incondizionata non bastava. Apprezzavano la buona volontà, ma loro la guerra la facevano anche per smaltire armamenti e mostrare a tutto il mondo quant’era efficace la guerra preventiva. Quindi, prima di arrendersi, i nemici dovevano rassegnarsi a fare un po’ i nemici, suonare le sirene e rifugiarsi in cantina per un qualche sera. Tanto i bombardamenti avevano raggiunto un tale grado di qualità e di precisione, che spesso le città colpite diventavano più belle di prima (e poi ci sarebbe stata la ricostruzione, e tanto lavoro per i piccini e appalti per i più grandicelli, promesso!)

(Continua, sorry).

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