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giovedì 4 marzo 2004

Contro la lingua italiana, 2

Secondo voi, qual è la regola più cretina della lingua italiana? Quella più inutile e assurda? Per me non ci sono dubbi.

Non è proprio una regola, in verità: è un’eccezione a una regola. Un’eccezione universalmente diffusa. Non ho mai capito chi l’abbia introdotta (qualcuno deve pur esser stato): anzi, se qualcuno lo sa, per favore, me lo segnali. Chi è stato a decidere una volta per tutte che “sé stesso” e “sé medesimo” si potevano scrivere anche senza accento? Come gli è potuta venire un’idea del genere? Quali buoni motivi poteva avere? E perché la cosa ha preso così tanto piede?

“Guarda, ti sei sbagliato! Hai scritto sé stesso con l’accento, ah-ah”.
“Non mi sono sbagliato, si scrive così”.
“Ma dai, lo sanno tutti che sé stesso si scrive senza accento”.
“Guarda sul dizionario, vedrai che sono ammesse entrambe le forme”.
“E se sono ammesse entrambe, perché devi usare la più strana?”
“Non è la più strana. Quella senza accento è più strana: infatti di solito l’accento c’è”.
“Ma sembra che tu non sappia la regola…”

È tutto qui: dimostrare di sapere una regola in più. Anche se è una regola immotivata, illogica, idiota. Ipercorrettismo.

Andiamo con ordine: perché “sé” di solito viene accentato? Per distinguerlo da “se”, congiunzione ipotetica: “se io facessi”, “se tu volessi”, “se lei mi amasse”. Naturalmente, anche “se” ha un accento (tutte le parole hanno un accento), e siccome è un monosillabo, non può che cadere sulla “e”: ma gli italiani hanno deciso di non scriverlo, per evitare appunto la confusione con il “sé” pronome riflessivo.

(Tra parentesi: quell’accento sulla “e” è sia tonico che fonetico: oltre a distinguere il pronome dalla congiunzione, dovrebbe indicare anche come si pronuncia la vocale: in questo caso più chiusa che aperta. Ma siccome ogni regione ha una pronuncia diversa, e a scuola nessuno te le insegna, la confusione è grande, e ti capita di trovare l’accento sbagliato anche su libri e giornali. Oggigiorno è la tanto bistrattata correzione automatica di word a metterci una pezza, nella più parte dei casi: per esempio, se scrivo “sè" lui mi corregge automaticamente in “sé”).

Insomma, l’accento serve soprattutto a distinguere le due parole: con l’accento è un pronome, senza accento è una congiunzione. Un criterio abbastanza chiaro, utile, pulito. Potevamo forse esimerci dal complicarlo? E allora dai, inventiamoci delle eccezioni stupide, per dimostrare che siamo andati a scuola e le sappiamo.
Così si è diffusa l’abitudine di scrivere “se stesso” senza accento, “perché tanto non ci può essere confusione”: non solo i dizionari e le grammatiche la tollerano, ma addirittura questa forma viene considerata in un qualche modo più… elegante. Dove si vede che l’eleganza, per molti, non consiste nella semplicità, bensì nell’arte di complicare le cose più elementari per il solo gusto di distinguersi.

La motivazione che “tanto non ci può essere confusione” è straordinariamente cretina. Facciamo degli esempi per assurdo. Conoscete la parola “cielo”? Certo, come no. Vi siete mai chiesti perché è scritta con la “i”, che la maggior parte degli italiani non pronuncia? Storicamente, quella “i” è quel che resta di uno iato latino (i latini scrivevano caelum e pronunciavano qualcosa di simile a “kaelo”). Ma se fosse per quello, la “i” non meriterebbe di resistere. Sopravvive, invece, solo perché è utile a distinguere graficamente il “cielo” dalla prima persona singolare del verbo “celare” (nascondere), che si scrive, infatti, “celo”. Chiaro, no? Anche abbastanza facile.

Bene, e se adesso io dicessi che si può scrivere “celo azzurro” in luogo di “cielo azzurro”, perché davanti al colore “non ci può essere confusione”, voi cosa pensereste di me? Che sono un cretino che perde tempo a complicarsi la vita con regole balorde? Infatti. Ora, l’idea di togliere l’accento dall’espressione “sé stesso” è altrettanto cretina e balorda. Solo che ormai ci siamo abituati.

Come ogni cretineria, oltre a essere inutile, fa correre anche inutili rischi a chi la usa. L’ipercorrettivismo è un virus diabolico. Chi si mette a togliere l’accento da “sé stesso”, finirà per toglierlo anche da “sé stessi”. Commettendo un grave errore, perché al plurale questa grafia non è consentita. Infatti qui la confusione tra “Non credono più neanche in se stessi” e “Ah, se stessi dormendo, stanotte” è possibile eccome. “Ma tanto c’è il contesto”, dirà qualcuno. Sì: c’è sempre il contesto. Ma c’è anche l’accento: si fa così fatica a scriverlo? Posso capire quando si scrive a mano, ma… sulla tastiera? Si tratta di premere un tasto, niente di più, niente di meno.

Io sarò anche un fissato, ma ogni volta che trovo un “se stesso” mi verrebbe da tirare pugni al muro, non a un muro qualsiasi, ma a quello dell’accademia della Crusca. Ma com’è possibile impiegare anche solo un neurone del cervello per ricordare una regola così inutile? E tutti gli italiani dovrebbero ricordarsela? Fanno quasi sessanta milioni di neuroni: tutta intelligenza sprecata che potremmo usare per qualsiasi altra cosa. Per esempio: per imparare a usare gli accenti bene, a distinguere il grave dall’acuto, il tonico dal fonetico. Perché poi il punto è quello: ci rifugiamo dietro le eccezioni per ammettere che non sappiamo che accenti scegliere. Che non ci troviamo a nostro agio, con la lingua italiana.

Una lingua, per difendersi e diffondersi, ha bisogno di regole pratiche, comode, facili da insegnare e da imparare. “Se” congiunzione non si accenta; “sé” pronome si accenta. Non è abbastanza facile? E allora semplifichiamo ancora di più; perché invece preferiamo renderci le cose più difficili? Soltanto per il gusto di sapere una regola in più del vicino e di aspettarlo al varco con la matita rossa? Non abbiamo proprio niente di meglio da fare?

(Vai alla puntata precedente: “gli piacciono”)

2 commenti:

  1. e del sopratutto, soprattutto (con una o due t) ne vogliamo parlare??

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  2. Una regola che mi ha sempre messo a disagio è quella del "qual è" senza apostrofo. In questo caso concordo con Franco Fochi: dovrebbe essere consentita la forma apostrofata.

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