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venerdì 7 maggio 2004

Basic Culture Simulator: The EU Files (2)

Riassunto: nel tentativo di fornire un campionario di luoghi comuni sui nuovi membri dell'UE, il qui presente scredita definitivamente la sua già pencolante immagine di prof di geografia.

3. Adesso la chiamano Repubblica Ceca. Come se le altre non fossero repubbliche.
Nessuno che abbia il coraggio di dire “Cechia”, a parte forse Marcello Lippi un anno che faceva il cronista a Giochi Senza Frontiere. E se ci rimettessimo a chiamarla Boemia, semplicemente? Così sapremmo anche da dove vengono i cristalli.
I Boemi hanno sempre avuto un forte senso d’identità nazionale, probabilmente per il fatto di confinare coi tedeschi a Ovest, a Nord, e a volte anche a Est (a Sud c’erano gli austriaci). In certe mappe antiche la Boemia era raffigurata come un boschetto rotondo in mezzo al corpo dell’Europa: ancora oggi, date un occhio alla cartina politica e ditemi se non sembra disegnata apposta per essere chiamata “spina del fianco della Germania”. Ecco, Hitler aveva un’opinione del genere.
In realtà è molto difficile districare la storia della Boemia da quella del pandemonio germanico. Per dire, la guerra dei Trent’Anni la hanno cominciata a Praga, defenestrando un tale.

Dagli elementi in mio possesso, tuttavia, mi sembra di poter concludere che i ceki sono un popolo pacifico. Avete mai sentito parlare di “invasioni cecoslovacche?”. Quando furono invasi da sovietici, uno studente si diede fuoco per protesta in anticipo sui tibetani (Guccini ci fece un tormentone di cui dev’essersi stancato lui per primo). Nel 1989 hanno fatto la “rivoluzione di velluto”. Nel 1992 hanno rinunciato a metà del loro Paese (la Slovacchia) con un pacifico referendum. Hanno persino perso due finalissime di Coppa del Mondo di calcio (una contro l’Italia fascista) senza mai recriminare. Insomma, mi sembrano un ottimo acquisto.

Tra i popoli slavi di solito fanno la figura dei primi della classe. In effetti nell’Indice dello Sviluppo Umano sono dietro di noi appena di 18 lunghezze. Ma non bisogna nemmeno esagerare. Il loro Pil pro capite è ancora un quarto del nostro. Ne devono mangiare, di crostini.

Quando ero giovane, dalle mie parti i manufatti cecoslovacchi godevano di una misteriosa reputazione. “Questa tenda sì che è ben fatta… è cecoslovacca”. Allo stesso modo, non saprei dirvi il perché, ma “un intellettuale ceko” suona molto meglio di “un intellettuale magiaro”, o “polacco”
Il ceko più famoso del mondo direi che è Kafka, che però scriveva in tedesco (un altro grande scrittore ceko, Kundera, quando ha cominciato a far soldi si è messo a scrivere direttamente in francese). Kafka per noi è un autore enigmatico e angosciante, ma pare che ai ceki faccia un po’ ridere (proprio come i polacchi che ridono dei film di Kieslosky). Lui stesso leggeva i suoi racconti ad alta voce agli amici sghignazzando. (“Dio, Franz, uno scarafaggio, ma quante ne sai…”)

Anche la birra ceka gode di una buona reputazione. Tanto che la Budweiser americana è nata come copia taroccata della Budvar cecoslovacca. Questo, almeno, a detta dei ceki. Difficilmente Rumsfeld confermerà una simile versione dei fatti.

4. Sulla Lituania voi magari sapete un sacco di cose: che dire, bravi. Io ho scoperto solo stasera che si scrive con una t sola, e impararlo dal correttore automatico di Bill Gates è una severa lezione di vita.
In ogni caso, se mi chiedessero qual è il personaggio lituano che conosco meglio, non avrei dubbio: l’ammiraglio Radius, nell’interpretazione di Sean Connery. Anzi, visto che il personaggio pare ispirato a una vicenda reale, suggerirei alla Pro Loco Vilnius di mettere da qualche parte una statua dell’Ammiraglio con qualche bancarella di ricordini (a San Marino l’avrebbero già fatto).
I lituani veri, comunque sono 3 milioni e 600 mila, un po’ meno dei pugliesi, su una superficie appena un po’ più vasta. Dovrebbero essere indoeuropei. Non solo, ma i glottologi sostengono che il lituano è la lingua che meglio si avvicina all’Indoeuropeo originario In pratica, è come se tutte le lingue europee fossero dialetti lituani (a parte i soliti magiari e finlandesi, e i baschi, che non si fanno insegnare una lingua da nessuno). Perciò a volte gli studenti di glottologia particolarmente meritevoli vincevano viaggi premio in Lituania, immaginatevi la loro gioia.
Se quello che ho scritto ha fatto crescere in voi la curiosità per questa bella nazione baltica (dalla bandiera vagamente reggae), siete molto strani. Tutto quel che posso consigliarvi è di leggere le Correzioni, di Jonathan Franzen, che in un paio di capitoli, di sfuggita, racconta molto bene il passaggio dalle porcate dell’occupazione sovietica all’anarchia neoliberista che ne è seguita. (Io non so, poi, se Franzen ci sia mai stato in Lituania, ma spero di sì).

1 commento:

  1. Ottimo articolo, che condivido in buona parte.
    Solo un appunto: la separazione della Cecoslovacchia avvenne pacificamente sì, ma senza referendum stranamente.
    Il problema era che ne sarebbe venuto fuori un plebiscito Ottocentesco. Meglio risparmiare qualche soldo quando si può, no?

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