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martedì 31 gennaio 2006

Nel campo da tennis del bene e del male

(appunti su Match Point) (contiene spoiler).

Allen-Moravia 
Qualcuno sicuramente avrà già provato a paragonarli. Entrambi stacanovisti (un libro all'anno – un film all'anno), stuccano il pubblico tornando ossessivamente sugli stessi temi. Entrambi, visti in prospettiva, sgomentano. Dunque è possibile passare un'esistenza intera a descrivere lo stesso problema senza risolverlo mai. Sì, è possibile, anzi è questo il lavoro quotidiano dello scrittore o del cineasta. Per le soluzioni, rivolgersi all'autorità trascendente. Allen è noioso e inconcludente, Moravia è noioso e inconcludente, la vita è noiosa e inconcludente. Consigli ai giovani scrittori? cambiare mestiere. Anche ammesso di arrivare, dopo un lungo apprendistato, a una completa padronanza dei propri strumenti, il rischio è trovarsi davanti a un impiego più noioso del brokeraggio finanziario. Una pagina al giorno. Un film all'anno. Sempre i soliti problemi. Al limite, c'è il tennis. 

L'Europa è sopra le righe 
Allen è un regista americano che fa film per il mercato europeo. E (se ho ben capito come va a finire Hollywood Ending) è il primo a meravigliarsene. Non che lui non conosca e non ami il cinema europeo. Ma i suoi interpreti? Gli attori americani sono felici di lavorare con Allen (sottocosto), perché le probabilità di conseguire una nomination all'Oscar sono curiosamente alte. Capita spesso, però, di vederli recitare sopra le righe. Ansia di strafare? O fraintendimento culturale? È come se l'americano, sapendo di lavorare a un prodotto d'esportazione, si sentisse obbligato a fare qualcosa di diverso. Mossettine, ammiccamenti… "Ho bevuto troppo", dice la Johansson al futuro cognato. Sembra effettivamente a un passo dal delirium tremens. In realtà noi europei preferiamo una recitazione più sobria, al limite legnosa, proprio come ce la passa Hollywood – ma questo è il punto: forse a Hollywood non lo sanno. Hanno una loro idea di Europa, smorfie e mossettine. Teatrale, in una parola. L'Europa è il continente dove si va a teatro.

Contemporaneo 
Se non si evolve mai (e da un pezzo ha smesso di arrischiare esperimenti), almeno Allen invecchia. Con molta onestà, va detto. Negli anni Novanta il suo protagonista preferito era il vegliardo svitato (su tutti, Deconstructing Harry). Un Dormiglione sempre più anziano e disperato. Dopo qualche tentativo disperato di rianimarlo, facendogli indossare panni di gangster o detective, da qualche anno a questa parte il vecchietto ha definitivamente ceduto lo spazio a una nuova generazione – alla quale non ha nulla da insegnare, come è stato messo in chiaro in Anything Else. Si tratta semplicemente di un passaggio di consegne: i nuovi arrivati vivranno, stanno già vivendo, i problemi che tormentavano il vecchietto (esiste il Bene e il Male, perché mi piace la ragazza del mio amico, eccetera). Ma naturalmente li vivranno a modo loro. Per esempio: in Match Point non c'è un minimo accenno alla psicoanalisi. Niente. Negli anni Novanta i lettini erano ancora onnipresenti nelle sceneggiature alleniane. Stavano sullo sfondo, immarcescibili elementi di una natura eterna, come il ponte di Brooklyn e Central Park. I suoi personaggi andavano a consultarsi dall'analista come gli eroi omerici visitavano l'Ade: periodicamente, per informarsi sui propri problemi. Tanto che il lettino era qualche volta intercambiabile con lo studio di una maga (Brodway Danny Rose, Celebrity) e il risultato non cambiava. Ma adesso basta, l'analisi non c'è più. Usanza di una generazione andata. Il divano di Match Point si apre e contiene un letto: il trampolino di lancio dell'arrampicatore sociale. Per confidarsi basta una panchina in un parco e un amico tennista. Allen è un vecchio onesto, che continua a descrivere gli stessi problemi, ma almeno non ci annoia con le liturgie del passato. Vecchio, ma nostro contemporaneo. E dici poco. 

La fine del perdente 
In Crimini e Misfatti un uomo di successo deve far fuori l'amante chiacchierona. Qual è la differenza con Match Point? Che nel frattempo Allen si è chiamato fuori. Nei suoi film l'istanza morale è sempre affidata al buffone, al clown, al perdente (non dico una novità). È una tradizione che viene da lontano. Ma nel corso degli anni l'immagine del clown si precisa sempre di più. Spesso è un artista (di scarso successo), e un fallimento con le donne. In quel periodo Allen continuava ad accostare criminali 'naturali', che non si pongono problemi di coscienza (oppure smettono di porseli, come in Crimini e Misfatti, perché nessuna giustizia interviene a punirli) a simpatici perdenti che continuano a credere nel bene e nel male, ma che alla fine sono troppo deboli sia per l'uno che per l'altro. Quel che è peggio, è che non sono nemmeno grandi artisti, perché l'artista autentico per Allen è proprio il criminale naturale: il gangster di Pallottole su Broadway o il chitarrista di Accordi e Disaccordi (anche l'Harry-a-pezzi in fondo appartiene a questa famiglia di carogne istintive). Insomma, sul crepuscolo della sua produzione, Allen sembra aver concluso che il vero intoppo è lui. E si è cancellato. Ora la storia fila molto più liscia: non c'è più nessun intellettualoide a filosofeggiare di bene e di male e a consigliare libri e film. La storia fila talmente liscia che fa paura: la cultura non serve più a stimolare le coscienze (che non esistono). È puro entertainment, lusso e pacchianeria, senza soluzioni di continuità. La "Super-Traviata", la biblioteca di libri antichi, la Tate Modern (solo quadri brutti, sarà voluto?), i Diari della Motocicletta, Lloyd Webber. Non c'è niente che dia da pensare. Fa tutto parte della vita e "la vita è meravigliosa", dice la moglie di Chris, "voglio goderne ogni momento". Mi ha fatto venire in mente quel che diceva Diane Keaton nel Dormiglione: Il mondo è pieno di cose meravigliose. Perché deve esserci qualcosa che vien fuori a guastare tutto? C'è il globo, c'è il teleschermo e c'è l'orgasmatic!. Siamo già nel 2173. E ci annoiamo parecchio (da questa parte dello schermo, almeno). Cavalli, tiro al piattello, libri pregiati, Lloyd Webber, brutti quadri… Perché deve esserci qualcosa che vien fuori a guastare tutto? 

L'arrampicatore 
Perché Chris Wilton legge Dostoevskij? Solo per allenarsi inconsciamente ad ammazzare una vecchietta? Ma Wilton non è Raskolnikov. Non si fa nessuna illusione sulla moralità del proprio agire. Il suo vero romanzo è il Rosso e il Nero. Wilton si fa broker finanziario come Julien Sorel si fa prete – e ha lo stesso problema: le donne. Desidera quelle sbagliate. E siccome non riesce a zittirle (specie oggi con tutta questa telefonia), deve ucciderle. Come Julien, Chris non è un ipocrita. È un arrampicatore autentico: chi ne ha conosciuti saprà cosa s'intende qui. Non fingono di provare interesse per l'opera o per Dostoevskij: ci credono davvero. Provano un rispetto sincero per ogni gradino che salgono e per ogni cosa che trovano lungo la salita. Per un'ora buona è impossibile capire se Wilton finga o sia sincero – se legga Dostoevskij perché gli piace o perché gli servirà a fare buona impressione sul padre della ragazza (per motivi analoghi Sorel leggeva Plutarco e ne discuteva coi suoi superiori). Sono vere entrambe le cose. Chris realizza il suo destino senza possedere una vera e propria coscienza, finché non commette l'irreparabile con la donna sbagliata. Da lì in poi avrà una coscienza. Cattiva (che è meglio di niente?) 

Nel campo da tennis del bene e del male 
Se l'Allen-attore non appesantisce più i dialoghi coi suoi dubbi e i suoi riferimenti, l'Allen-regista si attiene più che mai al suo tema preferito: il Dilemma Morale. Devo dire che questo è uno degli aspetti che capisco di meno. È che non abbiamo la stessa idea di Male. Per me il Male è qualcosa di corpuscolare, tenace, corrosivo: dovessi evocarlo, penserei alla polvere, o alla ruggine. Non è qualcosa che si sceglie, è un tarlo che s'insinua. Per Allen, invece, il Male è l'alternativa secca al Bene, e viceversa. Forse non c'era immagine migliore del gioco del tennis per descriverlo. Ogni giocata di una partita da tennis può andare a segno per te o contro di te. Non esistono terze possibilità, zone grigie. Lungo il film assistiamo a una serie di episodi in cui Chris può decidere se agire Bene o Male. In quei momenti l'esitazione è fatale, l'istinto è subdolo, e il pronunciamento è decisivo: da ogni bivio imbucato non si può tornare indietro. 

(7-6) (7-6) 
Dunque il film consiste in due set. Nel primo (un po' lento) è in gioco l'anima di Chris. È un uomo di umili natali e di talento, gentile e sincero, combattuto tra due donne che ama? O è una schifosa canaglia, disposta a mentire al mondo e a uccidere se necessario? Impossibile capirlo. In realtà è entrambe le cose, fino all'ultimo punto. Quando la moglie gli comunica che la vacanza in Grecia è saltata, Chris chiama Nola, poi mette giù. Di bugie ne ha già dette tante, ma questa è la decisiva. Da quel momento Chris non sarà più sincero con nessuno. Gioco, Partita. Il secondo set (molto più divertente, secondo me) riguarda il destino di Chris. Andrà in galera o la farà franca? La trovata del film è mostrarci subito il punto decisivo (l'anello che non cade nel Tamigi), senza spiegarci da che parte è caduta davvero la pallina: è un punto per Chris, o per la Giustizia? Andate a vedere il film. Ma se conoscete Allen, l'esito è scontato. 

La banalità del male (non in quel senso) 
Secondo Allen la differenza tra il Bene e il Male è nitida: unico intoppo, il Bene non sarà premiato e il Male non sarà punito. Dio, che evidentemente ha creato il campo da tennis, ha dato buca la premiazione. Tutto avviene dunque per caso nel migliore dei mondi qualsiasi. Ma cos'è, in pratica, il Male, per lui? Gira che ti gira, molto spesso si riduce al prurito di far sesso con la donna di qualcun altro (e in seguito alla necessità di farla fuori). Che sia Dostoevskij o Stendhal, comunque è Ottocento puro: adulteri e omicidi, omicidi e adulteri. Questo è un altro aspetto che fatico a mandar giù. Ho la sensazione che esistano in commercio forme di Male non solo più corpuscolari, ma anche più interessanti e seducenti. Cito a casaccio: la corruzione, l'inquinamento, la dipendenza (i personaggi di Match Point dicono Droga con la "D", come se fosse una voce enciclopedica), la speculazione… Sono cose alla portata di sceneggiatori anche molto meno dotati. Ieri per esempio ho visto In good company (ancora un po' e la Johansson mi darà la nausea, coraggio). Come film non mi è sembrato un granché: un'occasione mancatissima. Ma c'è comunque un'idea di Male molto più convincente e realistica del solito adulterio: l'incompetenza mascherata da marketing, la prevaricazione mascherata da sinergia, la svalutazione dell'etica del lavoro, la globalizzazione che si boicotta da sola… tutte idee che sono moneta comune, anche presso il pubblico tipico di un film di Allen, ma che Allen non ha mai messo in un film. Insomma, è probabile che esercitando la sua 'naturale' professione di broker, Chris si destreggi tra crimini e devastazioni molto più subdole di un semplice adulterio. Ma per il regista l'unico modo di raffigurare il Male è fargli ammazzare una vecchia e un'amante incinta con un fucile a canne mozze. Roba da Agatha Christie, in fin dei conti. E se Allen fosse, dopotutto, un autore reazionario?

16 commenti:

  1. Io, che sono molto più consumatore di cinema che critico di cinema e che Allen lo amo incondizionatamente, o quasi, dico che sta diventando semplicemente "ripetitivo" e che il film mi è sembrato "un compitino" da svolgere.

    Irritante l'insistenza nel mostrare londra ambientazione per il film tendenzialmente "drammatico", intesa come contrapposizione a new york ambientazione per il film "comico".

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  2. A me woody allen non piace proprio, non so che farci. Magari se capita lo guarderò, intanto finisco di leggere la tua recensione

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  3. A me pare di vedere un nesso causale tra il lavoro da broker che Chris
    comincia a esercitare per compiacere il suocero, e il suo comportamento sempre
    più cinico e infine omicida.
    Quando Chris viene accolto nel giro della ricca famiglia londinese, è sì
    spinto da un'ambizione a farsi strada e arrampicarsi, ma questa ambizione è
    piuttosto vaga, e si mescola (in maniera ambigua) con un modo appassionato e
    sincero di porsi. Perciò direi che l'amore per Nola rappresenta un lato tutto
    sommato positivo (e, in sé, nient'affatto criminale): al contrario del suo
    legame con Chloe, che fin dal principio è solo un mezzo per entrare a far parte
    della famiglia (e della classe privilegiata).
    Per buona parte del film Chris oscilla tra la vita vera e sentita (ma
    socialmente sconveniente) con Nola, e quella tutta apparenza e tremendamente
    noiosa (ma scintillante di potere) con Chloe e la famiglia (e la ditta). Alla
    fine opta per la seconda. E lo fa con una decisione che non tiene conto,
    nonché della vita degli altri (che infine sopprime senza scrupoli), nemmeno
    della propria. Alla fine Chris ha successo nella realizzazione dei suoi fini
    (eliminare un'amante scomoda e vivere senza intoppi nella sua nuova famiglia e
    nel suo nuovo lavoro), ma questi fini sono per lui intimamente disastrosi, sono
    la morte di tutto cio' che lo teneva in vita.
    In tutto ciò, ripeto, mi sembra che il suo lavoro da broker abbia una parte
    essenziale: è proprio quel lavoro, anche se viene tratteggiato solo in poche
    scene, cio' che lo plasma dall'interno e lo rende alienato (si può ancora
    dire?) da sé stesso (sic). Mi sembra che in un certo senso Chris venga
    "invaso" dal ruolo sociale che deve rivestire, fino a spingerlo al delitto (che
    è proprio il contrario del delitto passionale, e ottocentesco; lo chiamerei
    delitto antipassionale). Per usare una metafora un po' goffa, direi che Chris
    è una sorta di burattino messo in moto dalla mano oscura dell'alta Borghesia,
    che cerca sempre nuovi spettri dove reincarnarsi.

    Alvise

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  4. Questo avrebbe un senso, e mi piacerebbe, ma purtroppo non sono riuscito a cogliere, nel film, un solo momento dove Chris sia veramente 'plasmato' dal lavoro che fa. In definitiva io vorrei che Allen mi dicesse che il brokeraggio è un mestiere diabolico, che plasma la gente, ma devo ammettere che non succede: è un'idea mia, non di Allen. Quel che Allen ci mostra effettivamente è un po' di tappezzeria finanziaria, vagamente soffocante (a un certo punto a Chris manca l'aria), ma che non ha molto effetto, secondo me, sulla deriva morale di Chris (forse è più importante il superattico con vista sul Tamigi).

    Anch'io penso di avere amato Allen incondizionatamente, ma ultimamente ho la sensazione di sovraccaricare di senso film che tutto sommato sono più modesti. Non credo che Allen si sia veramente posto un problema 'sociale': l'alta borghesia di Londra, come il ceto intellettuale di Manhattan, non sono classi, sono paesaggi naturali. Allen non si sente un realista borghese; piuttosto un tragico che per una volta nella vita ha voluto ambientare il suo dilemma morale su uno sfondo diverso. Ma il dilemma resta il solito dilemma, e uno sfondo diverso è pur sempre uno sfondo.

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  5. a me è sembrato che allen abbia voluto dire che quel tipo di lavoro lo possono fare tutti, anche l'ultimo pirla di tennista, e che è tutta questione di, appunto, fortuna. un calcio in culo al self made man americano, quello che conta realmente è la condizione iniziale.
    nel film infatti si vede che partecipa a delle lezioni ma appare annoiatissimo e mi è parso di capire che in fondo siano inutili, boh, io l'ho percepita così la storia del lavoro.

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  6. A me ha fatto impressione vedere, in un filmetto leggero come l'ultimo di Woody Allen, una rappresentazione perfetta dell'uomo qualunque e vincente di oggi. Chi può dire di non essere come Chris sul lavoro, in metropolitana, con gli amici e gli amanti?

    ZS

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  7. "a me è sembrato che allen abbia voluto dire che quel tipo di lavoro lo possono fare tutti, anche l'ultimo pirla di tennista"

    Sì, se è un figaccione e si sposa la figlia del boss...

    Forse andare alle lezioni è facile, ma reggere tutta quella high society richiede una certa tempra.

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  8. Complimenti.
    (però era "la Traviatissima"!)

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  9. Il protagonista trasuda piu' sensualita' sul campo da tennis che quando ha a che fare con moglie e amante... che sia rimasto con la testa a Velvet Goldmine?

    Il film non e' affatto astruso. E' inconfessabilmente biografico.

    Poi andiamo... scegliere proprio lui per interpretare UN TENNISTA IRLANDESE!!!

    Al di la' di questi dettagli il film mi e' piaciuto. Molto. Attendo il dvd per togliere i pezzi di musica classica con il computer e rimontare la colonna sonora brit-pop perfetta...

    (tipo: quando si amano nei cami inglesi ci sta meglio "Parklife" o "English country garden"?

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  10. Questa cosa dell'"inconfessabilmente autobiografico" m'incuriosisce.

    Cioè: W. A., già comico brillante, decide di svoltare, sposa Mia Farrow, comincia a produrre film "fatti bene", d'autore, europei, con tutti i dilemmi esistenziali al posto giusto; ma poi si annoia, la tradisce...

    Mah. Oltre un certo limite sono solo fatti suoi.

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  11. non vorrei offendere nessuno ma credo proprio che tu che hai scritto questa recensione non abbia capito granchè il film ne soprattutto Woodie Allen. di W.A. ho visto pochissimi film ma ne basterebbe uno per comprendere il suo punto di vista che è molto simile al mio e forse proprio per questo mi sento in dovere di correggerti in quanto mi sento infastidito dalle erronee considerazioni che hai fatto. al contrario di quello che hai scritto non vi è alcuna considerazione ne sul bene ne sul male, questi sono concetti totalmente superati dal regista, ma sono concetti che a quanto pare tu consideri nella tua vita e che vedi anche dove davvero non ci sono. hai addirittura accennato a dio dove è evidente che woodie allen è ateo. se il film ti è piaciuto è chiaro che ti è piaciuto per i motivi sbagliati, cosa alquanto comune.

    valerio

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