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lunedì 25 gennaio 2010

Ho una teoria #7

Una classe tutta bianca

Nell’ottobre dell’anno scorso una scuola dell’infanzia di Luzzara (RE) finì sotto i riflettori. Un preside si era rassegnato a istituire una classe di soli bambini stranieri. A chi lo accusava di segregazione razziale, il preside fece presente che con un 75% di iscrizioni straniere non c’erano poi molte alternative... (continua sull'Unità on line; potete commentarlo lì) (è l'ennesimo pezzo in cui provo a spiegare come funzionano le quote stranieri; però magari stavolta ci riesco).


Nell’ottobre dell’anno scorso una scuola dell’infanzia di Luzzara (RE) finì sotto i riflettori. Un preside si era rassegnato a istituire una classe di soli bambini stranieri. A chi lo accusava di segregazione razziale, il preside fece presente che con un 75% di iscrizioni straniere non c’erano poi molte alternative. A quel punto sui media l’indignazione per il flagrante caso di apartheid si tinse di panico: ma ci sono davvero così tanti stranieri a Luzzara? A molti sfuggì un dettaglio: nella stessa cittadina, a pochi metri dalla scuola incriminata, ce n’era un’altra. Frequentata quasi soltanto da bambini italiani. Era la scuola parrocchiale. Paritaria, ovviamente. Finanziata anche dal comune. A differenza di quella pubblica, questa scuola non era obbligata ad accettare le iscrizioni dei bambini stranieri, ma si era comunque degnata di ammetterne… addirittura otto.

Torno sull’episodio perché illustra alla perfezione la mia teoria: per ogni “classe-ghetto” con alte percentuali di stranieri, c’è da qualche parte (magari a pochi metri) una classe tutta bianca, di cui nessuno parla mai. È la classe che non si vede in tv (dove le scolaresche sono rigorosamente multietniche), che non finisce sui giornali: in compenso è una classe molto ambita. Quasi sempre c’è una lista d’attesa per entrarci. Non è necessariamente una classe cattolica o privata: anche molte scuole pubbliche hanno le loro classi tutte bianche. Naturalmente non le chiamano così: nel Piano dell’Offerta Formativa (il dépliant che viene mostrato ai clienti, pardon, ai genitori) si parlerà di classi speciali, o sperimentali; con lingue straniere un po’ più difficili, con corsi integrativi particolari. Quel che importa è che ci sia una lista: il modo più semplice per compiere una selezione all’ingresso. I genitori che conoscono il meccanismo e iscrivono i figli a questo tipo di classi non sono necessariamente i più abbienti. Sono semplicemente persone che desiderano il meglio per i loro figli. Il più delle volte non si considerano nemmeno razzisti: non hanno niente contro gli stranieri, ma non desiderano che loro figlio finisca in una di quelle classi dove sono addirittura otto o nove… in una di quelle famigerate “classi-ghetto”.

E così il serpente si morde la coda. Sì, perché le classi ghetto esistono soltanto perché dall’altra parte della strada, o del corridoio, o a volte della parete, esistono le classi tutte bianche. Senza le une, le altre non avrebbero ragion d’essere. Non c’è nessuna invasione nelle scuole italiane: su cento studenti italiani gli stranieri sono appena sette. È vero che sono concentrati soprattutto al Nord e nelle città. A quanto pare esistono già 514 scuole primarie in cui il numero di studenti stranieri supera il 30% del totale. Cosa succederà in queste scuole, ora che il ministro Gelmini ha stabilito che la quota del 30% non è più superabile?

È difficile immaginare i bambini stranieri in esubero caricati sui pulmini e portati in qualche altro istituto (magari in un bel quartiere residenziale). Anche perché un altro pulmino dovrebbe fare il viaggio inverso, e scaricare qualche bel bambino bianco nella scuola di un quartiere problematico... pulmini del genere attirerebbero critiche sia da sinistra che da destra, ma soprattutto avrebbero un costo. Il trucco lo ha già svelato lo stesso ministro, affrettandosi a chiarire che la quota del 30% è da intendersi riferita soltanto agli stranieri non nati in Italia. Evidentemente gli stranieri di seconda generazione (un terzo del totale) sono già da ritenersi perfettamente integrati. Una bella fortuna, perché in altri Paesi come Francia o Gran Bretagna è proprio la loro crisi d’identità a creare le premesse delle rivolte razziali. Ma per la Gelmini la seconda generazione non va conteggiata, quindi il problema non sussiste.

C'è poi un altro migliaio di scuole in cui gli stranieri sono già tra il 20% e il 30% del totale. Qui la quota Gelmini, più che a evitare le classi-ghetto, servirà ad istituzionalizzarle. Da questo momento in poi presidi e consigli d’istituto sanno che possono infilare fino al 30% di studenti stranieri in una classe (9 su 27, dieci su trenta) senza il rischio di creare un “ghetto”. Perché la circolare dice, nero su bianco, che non c’è ghetto finché in classe c’è appena uno straniero su tre – attenzione, stiamo parlando di stranieri nati all’estero. Perché poi c’è sempre la possibilità di aggiungere qualche straniero nato in Italia, che come abbiamo visto non conta.

Proviamo con un esempio. Mettiamo che in una piccola scuola con cinque classi s’iscrivano trenta bambini stranieri su un totale di 150. Se l’obiettivo fosse l’integrazione, la soluzione ottimale sarebbe spargerli in quantità uguali: sei per classe. Il Ministro avrebbe potuto chiedere di dividere il numero di stranieri per il numero di classi: sarebbe stato un criterio ragionevole. Ma non lo ha fatto. Ha preferito inventare una “quota” che nel nostro caso consente di ammucchiare gli stranieri in tre classi, e lasciare che le altre due diventino Classi Tutte Bianche. Certo, qualche genitore verrà prima o poi a lamentarsi. Che genitori saranno? Quelli che non conoscono certi meccanismi, che ignoravano l’esistenza di liste di attesa, che temevano di iscrivere il figlio a una classe troppo impegnativa. E poi, naturalmente, ci saranno gli stranieri (anche loro, a Luzzara, hanno protestato). A questi genitori (tra i quali il nostro amico Elmo) i presidi potranno dire che va tutto bene, che la classe è un po’ vivace ma funziona, che è indietro col programma ma recupererà, e che comunque non è ghetto finché sono dieci su trenta: lo ha detto la Gelmini. Una che i problemi li risolve.