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martedì 9 ottobre 2012

Da Atene a Parigi, senza testa

9 ottobre, San Dionigi martire, vescovo di Parigi (III secolo)

Essendo parigino, c'è già qualche filosofo che lo considera l'anticipatore della cibernautica, di internet, di qualsiasi cosa, farsi un corpo senza organi, eccetera.

È incresciosa questa cosa, che ogni anno sbaglio Dionigi.
 Ogni volta mi segno che a inizio ottobre devo parlare di San Dionigi anche se non mi va. A un certo punto guardo sul calendario, dice che San Dionigi è il nove – e vabbe’, pensavo prima, vorrà dire che ci penso il sette, magari l’otto. Arriva la mattina del nove, guardo meglio: opporc…, ma questo non è il Dionigi che pensavo io. Non è l’areopagita, anzi lo pseudoareopagita. È Dionigi di Parigi, che in francese suona assai più elegante (Saint Denis de Paris), quello decapitato a Montmartre ma sepolto nella cittadina ononima a 6 km di distanza, dove si racconta sarebbe giunto a piedi, ma come direte voi, non lo avevano decapitato 6 km più in là? Il miracolo mirabile consiste appunto in questo, che una volta decapitato avrebbe raccattato la testa e se la sarebbe portata sottobraccio fino a Saint Denis, dove evidentemente prevedeva che il buon re Dagoberto quattro secoli più tardi avrebbe fondato un’abbazia in suo onore.
Dunque ora sapete – e sono nozioni che possono sempre servirvi in società – che se vedete in qualche miniatura un tizio con in braccio la propria testa mozza, o è il truculento Bertrand de Borne descritto da Dante in quel maledetto Canto XXVIII dell’Inferno (quello con Macometto sventrato, per intenderci, che rende un po’ complesso procurarsi una traduzione completa della Commedia nei Paesi islamici) o è San Dionigi di Parigi, da non confondere con Dionigi Areopagita. Benché su questa omonimia l’abate Ilduino di Saint Denis ci abbia speculato non poco. Mettetevi nei suoi panni: Dionigi-di-Parigi è poco più di una figurina da miniatura, un tizio con la testa mozzata, per carità, simpatico, ma la Capitale meritava forse qualcosa più prestigioso. L’Areopagita, dal canto suo, può vantare un cameo negli Atti degli Apostoli, nientemeno: sarebbe stato convertito da Paolo di Tarso in persona, diventando insomma cristiano molto molto, molto prima che divenisse cool. Tra l’altro in una situazione molto particolare, perché la tappa ad Atene è universalmente riconosciuta da studiosi cristiani e no come il più grande flop della carriera di Paolo.

Un flop fortemente simbolico: Atene non è mai stata una città come le altre. Efeso e Corinto erano già metropoli , e Tessalonica forse il centro più dinamico dell’Egeo, ma Atene, che ve lo dico a fare, è Atene. I tempi di Pericle erano passati da un pezzo, ma tutti gli altri porti dell’Egeo sembrano pieni di pesci ansiosi di abboccare al nuovo Verbo che Paolo importa dal Medio Oriente. Atene no. Ad Atene l’apostolo delle genti non trova nemmeno dei persecutori sdegnati. Gli ateniesi sono semplicemente curiosi di quel che ha da dire lo straniero: gli offrono addirittura l’Areopago.



Presolo con sé, lo condussero sull’Areòpago e dissero: «Possiamo dunque sapere qual è questa nuova dottrina predicata da te? Cose strane per vero ci metti negli orecchi; desideriamo dunque conoscere di che cosa si tratta». Tutti gli Ateniesi infatti e gli stranieri colà residenti non avevano passatempo più gradito che parlare e sentir parlare.
Paolo non ha mai avuto un palcoscenico tanto prestigioso. Forse troppo, perché il suo discorso è un buco dell’acqua. Eppure aveva studiato: sapeva per esempio che gli ateniesi, troppo saggi per evitare di offendere qualche Dio a loro sconosciuto, avevano eretto un altare anche “al Dio ignoto”, appunto. Quale gancio migliore per un profeta? “Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio!” Lo spunto è buono (continua…)…Ma quando si mette a discutere di resurrezione, l’attenzione del pubblico si disperde in sorrisini di circostanza, sì, sì, interessante la resurrezione dei corpi, le faremo sapere.

Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta». Così Paolo uscì da quella riunione. Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionigi membro dell’Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro.

Eccolo qui Dionigi membro dell’Areopago. È tutto quello che Luca evangelista ci dice di lui, ma è sufficiente per considerarlo il fondatore e primo vescovo della Chiesa di Atene. Parliamo comunque di un greco del primo secolo dopo Cristo. Che ci farebbe a Parigi due secoli dopo? Niente. I Dionigi quindi sarebbero due, uno (tre ottobre) è l’unico ateniese che abboccò al discorso di Paolo di Tarso, e l’altro (nove ottobre) è quello che andava da Montmartre a Saint Denis con la testa in braccio. Tutto chiaro? No, ce n’è un terzo, che è poi il più interessante: l’impostore. Lo chiamiamo infatti da qualche secolo in qua pseudoareopagita, (finto areopagita), o anche pseudoDionigi. È l’autore di alcuni trattatelli che ebbero una fortuna straordinaria nel medioevo, ripresi per esempio da San Tommaso e da Dante. Probabilmente visse anche lui ad Atene, ma tra quinto e sesto secolo, e fu discepolo dei filosofi neoplatonici che andavano per la maggiore in città in quel momento. Qualcuno ha persino fatto il nome di Damascio, l’ultimo neoplatonico, dopodiché l’imperatore sciolse la scuola. È un’attribuzione valida quanto qualsiasi altra (praticamente è stato fatto il nome di tutti gli intellettuali della sua generazione), ma suggestiva perché Damascio trovò un impiego all’estero, presso l’imperatore persiano Cosroe, e il suo pensiero ascetico ha un retrogusto quasi buddista. In realtà il soggiorno persiano andò malissimo, e Damascio probabilmente terminò i suoi giorni ad Alessandria. Non scrisse nulla di anticristiano, a differenza di tanti suoi predecessori (ma ormai veramente non era più aria), e questo ci ha fatto sospettare una certa doppiezza: vuoi vedere che sotto sotto Damascio stava cercando di infiltrarsi anche lui nel cristianesimo, spacciandosi in una serie di scritti per l’unico ateniese battezzato da Paolo? Non lo sapremo mai, ma è indubbio che le opere dello pseudoareopagita siano un tentativo di far entrare una serie di categorie neoplatoniche nell’edificio cristiano.
Tutti in ordine, tutti in fila, tutti in coro, un giramento di sfere millenario, e alla gente piace così.


La parola d’ordine è hierarchia. PseudoDionigi è un fanatico delle organizzazioni gerarchiche, vivesse oggi camperebbe scrivendo le classifiche di cose inutili, Dieci Motivi Per Cliccare Questa Classifica Che Troverete Inutile Già Alla Numero Sei, Ma Ormai Andrete Fino In Fondo E Grazie Agli Inserzionisti Ci Guadagneremo Mezza Pagnotta. Camperebbe malissimo, e se lo meriterebbe, perché scusate, il vero motivo per cui ogni anno me lo lascio sfuggire, lo PseudoDionigi, è che non lo sopporto. Già i neoplatonici mi lasciano freddo, ce n’è senz’altro di geniali, ma l’andazzo generale mi sembra quello di un catalogo di prodotti new age: tutto un parlare di forze ed energie e altre cose non visibili e non dimostrabili. A questa sapiente rifrittura di atmosfera, Dionigi aggiunge il suo essere uno Pseudo, un fake, un poser, uno che fa finta di essere cristiano e ha ancora le unghie sporche di sacrifici agli dei. Si considera appena un po’ meno autorevole degli evangelisti, ma chi lo conosce, poi? Chi lo ha mai visto? Eppure per diversi secoli gli diedero retta, soprattutto in una materia vacua per eccellenza: l’angelologia.La Bibbia di angeli parla pochissimo: li considera semplicemente messaggeri di Dio, non specifica nemmeno se abbiano ali e quante, se siano piumate, se invece preferiscano il teletrasporto, niente. A colmare questa vistosa lacuna arriva lo Pseudodionigi: diabolico, perché da che mondo e mondo gli angeli non si sono mai visti, ma c’è sempre gente che ne vuole sentire parlare e paga, andate a dare un’occhiata in libreria, altro che Dieci Motivi Per Continuare A Sperare Che Internet Ci Dia Da Mangiare Fino Al Prossimo Fine Settimana. No, no, scrivete libri sugli angeli. La gente li compra. E Pseudodionigi vende. Dai neoplatonici mutua l’abilità a popolare una zona vacua della fantasia in una complessa cartografia di entità mai viste. Dai cristiani del suo tempo riprende una certa richiesta di ordine, di organizzazione. Siamo nel 500, l’Impero Romano d’Occidente è appena crollato ufficialmente (non si reggeva in piedi da un secolo in realtà), quello d’Oriente sta tentando la carta della teocrazia. Lo Pseudoareopagita, come una formichina del suo tempo, ha l’istinto a risistemare tutti i fenomeni in costruzioni piramidali, al vertice un Dio perfetto e giù giù a cascare tutte le entità semiperfette, Serafini, Cherubini, Troni, Dominazioni, Virtù, Potestà, Principati, Arcangeli e Angeli in ordine decrescente di perfezione. Un altro mestiere remunerativo che potrebbe fare oggi è il tizio che progetta le carte da gioco che si scambiano i preadolescenti nell’intervallo, ehi tu ce l’hai un Trono? Io ce l’ho un Trono, te lo scambio con due Virtù e tre Dominazioni. Tenete conto che hanno tutti ali fatte e colorate in un modo diverso, e poteri diversi, per esempio il Cherubino se lo giochi in coppia con la Potestà ti neutralizza anche il tris di Principati e la Scala di Arcangeli, no, non è vero, mi sto inventando tutto. Ma anche Pseudodionigi, del resto. Dove le prendeva tutte queste informazioni? Da una letterina di San Paolo.
Molto bene, ora che abbiamo sistemato questa cosa, se non vi dispiace raccolgo le mie cose e me ne vado, ho un rendez-vous.


Scrivendo un biglietto ai cristiani della città di Colosso, Paolo si lascia sfuggire questa affermazione non troppo impegnativa:

poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.
A un lettore contemporaneo, nostro contemporaneo intendo, il senso pare chiaro: Dio ha creato tutte le gerarchie del mondo, sia quelle nella terra, sia quelle in cielo. I troni di cui parla Paolo sono probabilmente troni veri, le signorie sono normalissime signorie, eccetera. Quattro secoli dopo Pseudodionigi prende le paroline di Paolo e le trasforma in misteriose entità (Troni, Signorie, Principati) dotati di ali e funzioni ermetiche diversificate a seconda della posizione gerarchica. Si capisce, leggendolo, che il feudalesimo sta cominciando: tutto ormai ha un senso solo all’interno di un invisibile piramide di senso. Sette secoli dopo passerà Dante a controllare, e troverà la terra ancora circondata dai nove cieli blindati dallo Pseudodionigi, ognuno assegnato al rispettivo coro angelico: bisognerà aspettare Galileo. San Dionigi lo Pseudoareopagita è il patrono di tutti gli impostori, i filosofi farlocchi, i distillatori di vuoto pneumatico, quelli che arrivano all’ultimo momento e ti spiegano tutto con raffinatissime tautologie. Io per me preferisco il parigino con la testa mozza.

5 commenti:

  1. "Macometto" per evitare che un integralista islamico venga a scoprire il tuo post?

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  2. Ma no, me la ricordavo così, dev'essere una lezione accreditata da qualche parte (erano i tempi della pseudoetimologia Mal-Commetto).

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  3. Risposte
    1. Caro Leonardo sei una simpatica canaglia! Attraverso il tuo pezzo ironico ma non irrispettoso mi hai fatto venire voglia di visitare Saint-Denis quest'autunno, la prossima volta che mi capiterà di passare da Parigi; io conoscevo infatti Saint-Denis esclusivamente per le vicende legate ad Abelardo, ma adesso mi è venuta la curiosità di andare a darci un'occhiata (ho visto ci arriva la linea 12 del metro).

      PS: scusa per il commento scritto e poi eliminato, ma per errore avevo postato una bozza.

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  4. Ma sai che questa storia della passeggiata con la testa sottobraccio la si racconta anche di San Donnino patrono di Fidenza?

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