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lunedì 1 ottobre 2012

Il virus Cicerone

30 settembre - San Girolamo (347-420), padre della Chiesa.

Con quel che costava la pergamena, usarla così, uhm, no. 
Oggi quando una ragazza muore di digiuno la gente dice: è colpa delle riviste di moda, e le riviste di moda dicono: è colpa della famiglia - ma nell'antichità? A chi si attribuiva la colpa in mancanza di foto patinate? Ai padri della Chiesa. A Girolamo, perlomeno, che su certe fanciulle della Roma-bene pare che facesse questo effetto: si appassionavano al suo eloquio, si lasciavano catturare dal suo personaggio un po' hobo  - quel tipo di snob figlio di patrizi che passa qualche anno in una comunità in Siria e poi torna con una certa aria di saggezza e i pidocchi nella barba - ne adottavano i costumi vegetariani, e dopo un po' rischiavano di lasciarci le penne. La giovane Blesilla  ci restò secca davvero, dopo qualche mese di dieta, e Girolamo cadde in disgrazia: dovette abbandonare la città. Non aveva ancora quarant'anni ed era già stato segretario particolare di un Papa, il padre Georg di Damaso I; alla morte di Damaso alcuni lo davano già per papabile, ma appunto: i romani possono sopportare molte cose, ma un papa convinto che nell'attesa del Regno dei Cieli imminente non sia più concesso mangiar carne, eh, grazie, anche no. Girolamo se ne tornò nei deserti della sua giovinezza tormentata, la cristianità ci perse un papa vegetariano e ci guadagnò la miglior Bibbia che poteva permettersi. Perché Girolamo, riparato a Betlemme, non ebbe più niente di meglio che riprendere le sue traduzioni del testo sacro in latino, rimaneggiarle ed espanderle. Ci mise altri quindici anni, ma alla fine la latinità aveva un testo leggibile, organico, comprensibile, alla portata di tutti (Vulgata, lo chiamarono), e a suo modo elegante, come doveva essere stato elegante quel patrizio romano sotto gli stracci da asceta che ostentava nei circoli romani.

L'influenza di Girolamo sulla lingua che parliamo milleseicento anni dopo è incalcolabile. Nel senso che davvero è impossibile capire quante parole gli dobbiamo. Un esempio qualsiasi, su milioni che si potrebbero fare: l'aggettivo "geloso". Deriva da "zelotes", un termine che compare due volte nell'Esodo tradotto da Girolamo; in entrambi i casi è riferito a Dio, e in entrambi i casi Dio sta chiedendo al suo popolo di non avere altro Dio. Insomma la prima gelosia della storia è la gelosia divina, di un Dio che si considera Unico ma evidentemente non ne è troppo sicuro - sennò tanta gelosia non avrebbe un senso. Prima della vulgata i latini non avevano una parola per "gelosia": ne avevano il concetto? A leggere Catullo pare proprio di sì, ma così come non marcavano una netta distinzione tra l'azzurro e il verde, gli autori classici non danno la sensazione di distinguere nettamente invidia e gelosia. Forse i concetti sono dei grumi di senso che prendono forma intorno alle parole: finché non esiste una parola, non c'è nemmeno il concetto. Forse non avremmo il concetto di gelosia, se Girolamo non avesse deciso di tradurre un certo termine ebraico in un certo modo.

È un anno che scrivo storie di santi sul Post - ho cominciato proprio il primo ottobre scorso. All'inizio non sapevo bene dove sarei andato a parare, ho proceduto per tentativi. A distanza di un anno mi sembra che il metodo sviluppato consista nella simpatia: si prende un uomo o una donna vissuti secoli o millenni fa, in contesti radicalmente diversi, e si tenta di trovarli simpatici. A volte la cosa è fattibile, altre volte è così disperata che diventa divertente. Come metodo, è il meno serio e il più anti-storico che si possa adottare. Le persone nate secoli fa, in contesti alieni, sono alieni. Non parlano come noi, non pensano come noi, non mangiano le cose che mangiamo noi (Girolamo era vegetariano in un mondo senza pomodoro e senza pastasciutta). Trasformarli in figurine simpatiche (o antipatiche) non serve probabilmente a nulla. E in certi casi è veramente impossibile. Come si fa a provare simpatia per Girolamo, un fanatico ossessionato dall'inferno, che si fece mantenere per tutta la vita dalla nobildonna (Santa Paola) a cui aveva fatto perdere la figlia (Santa Blesilla)? C'è che contrariamente a tutte le aspettative, questo fanatico ossessionato è un grande intellettuale, un bravo scrittore, un incredibile traduttore. E la sua Bibbia in latino è un dono, prezioso anche per quelli che a milleseicento anni di distanza non si considerano cristiani (continua sul Post...)

4 commenti:

  1. Giusto qualche tempo fa scrivevo un breve post interrogandomi sul significato di gelosia e invidia cercando appigli etimologici.
    Potrebbe darmi i riferimenti precisi del testo biblico di cui parla in questo post?

    E oltre a questo, trovo il Suo modo di scrivere e le cose di cui scrive espressione del più sublime dilettantismo (come lo intendeva Alberto Savinio, ha mai letto "Narrate, uomini, la vostra storia"?)...e, anche io, ringrazio!

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  2. Grazie per il riferimento a Savinio, mi è capitato di saccheggiarlo per San Bartolomeo (non quel libro, quello su Milano).

    Nel mio caso però più che dilettantismo bisogna parlare di cialtronaggine; la questione gelosia/invidia è un appunto che mi ero preso migliaia di anni fa all'università e che non ho più trovato da nessuna parte. L'unica cosa che mi sembra di sapere è che "geloso" non è attestato prima della Bibbia, dove nell'Esodo per due volte (20,5 - 34, 14) dio si definisce "Deus zelotes". Non sono nemmeno sicuro che la Vulgata sia la prima traduzione a usare "zelotes".

    Credo che "zelus" in latino e "zelos" in Greco venissero già usati per indicare l'invidia. Ma di sicuro il Dio di Mosè non è invidioso degli uomini.

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  3. Se non sono i dilettanti a potersi permettere di essere un po' cialtroni, chi mai potrebbe farlo?

    Anche se l'ambiguità rimane io, non avendo creato nessun uomo dal fango (non ancora, ma ci sto lavorando) continuerò a non sentirmi autorizzata ad essere gelosa, un po' invidiosa però, ecco, quello sì. Peccato però che sia a livello etimologico, sia nell'uso comune il sentimento di invidia sia collegato più all'augurarsi il male della persona di cui si è invidiosi, che al desiderio di qualcosa che non abbiamo e che qualcuno ha.
    In ogni caso strano che - in questa ambigua danza semantica - il "dio geloso" sia lo stesso che, facendolo incidere sulla pietra, non autorizza nemmeno il desiderio di cose d'altri: la gelosia è ammessa, ci si può sentire proprietari esclusivi di cose, persone e addirittura popoli; ma non il desiderio innocente, quello che non conduce ad azioni violente o malvagie, ma che ci fa innalzare bramando le stesse.
    Forse tutto sommato la scelta dell’Altissimo è anche comprensibile – dopo Babele: le stelle se le è create e se le tiene!

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