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domenica 23 giugno 2013

10 ragazze a tutta cappella

Voices (Pitch Perfect, Jason Moore, 2012)


Che fine fanno le coriste degli high school musical quando finisce l'high school? Non è certo il caso di Beca (Anna Kendrick), che al liceo si faceva i fatti suoi con un certo successo, visto che nessuno si è mai accorto della sua notevole voce. Per poterla usare evitando qualsiasi rapporto umano è diventata una mash-uppara: ruba le canzoni altrui, le mixa e sovrappone finché non diventano sue e poi ci canta sopra, di nascosto. Vorrebbe ovviamente sfondare nel musicale, ma invece di sostenerla e finanziarla il suo cattedratico padre (che pure avrebbe di che farsi perdonare) insiste che faccia il college, che abbia esperienze, eccetera. Per compiacerlo Beca entra anche in un un competitivo gruppo canoro universitario: quanto scommettete che le cambierà la vita? E il bacio finale al tizio che incrocia a un semaforo il primo giorno del campus, a quanto lo date? Ci sono film che applicano le formule già collaudate con tanta precisione, tanta fiducia nelle regole del gioco, che non ha nemmeno più senso chiamarli convenzionali. Pitch Perfect non è un film convenzionale: è la Convenzione, la pietra di paragone. Da qui in poi i talent movies americani ambientati nei college si potranno misurare in frazioni o multipli di Pitch Perfect, perfetto anche nel titolo (in Italia si è optato per il più immediato Voices, evitando saggiamente qualsiasi variazione sul termine "a cappella", anche se Dieci ragazze a tutta cappella secondo me avrebbe avuto un suo mercato).

La formula in sé non ha nulla di banale: è solo che l'abbiamo già vista e rivista. La giovane adulta impara a condividere il suo talento con i compagni. La sua presenza stravolge l'equilibrio precedente, portando il rap e i mash-up dove prima c'erano soltanto delicate e costipate fanciulle à la Anguilera, del tipo brave-ma-basta, quelle che non passano la seconda puntata di X Factor per intenderci. Accanto a questa rivoluzione però c'è un'evoluzione in senso apparentemente inverso: l'individuo geniale deve sottomettersi, finalmente, ad alcune regole di umana convivenza. E soprattutto accettare che esiste una gara, esistono oggettivi parametri attraverso i quali passerà e in base ai quali sarà giudicato. Il college è una sineddoche della società, un minimondo in cui ci si mette alla prova, con tante miniregole e minicompetizioni da prendere mortalmente sul serio. Scordatevi il liceo, dice un tizio a un certo punto, non siete più qui per ‘esprimervi’ o ‘socializzare’... (continua su +eventi!) Siete qui per cantare (e ballare) bene, e se non sapete farlo siete fuori. Data la formula, si tratta di far convivere nella stessa pellicola originalità e professionalità. Per la seconda non ci sono problemi: tutti gli attori sono ottimi cantanti e ballerini, gli arrangiamenti vocali sono godibilissimi (e anche i mash-up hanno un certo tiro). La prima si risolve con qualche attrice visibilmente fuori dallo standard estetico americano (Rebel "Ciccia" Wilson, e Hana Mae Lee: un'asiatica che sembra un pesce e sostiene in effetti di essere nata con le branchie) e qualche guizzo demenziale, ad esempio le gag sul vomito. Sì, cari amanti di gag sul vomito, era questo il film da andare a vedere: non l'Esorcista che già sapete a memoria. Però un po' di spruzzi di succhi gastrici e una cantante cicciona non bastano a rendere Pitch Perfect un film "diverso", e in fondo nemmeno ci provano. Non ha nessuna rilevanza statistica, ma i due film americani più convenzionali che ho visto quest'anno erano entrambi girati da esordienti: la Frode di Jarecki era un noir che correva liscio senza sbavature, proprio come Pitch Perfect che è di Jason Moore, regista di musical che atterra nel mondo del cinema senza nessuna velleità di cambiare le regole del gioco, con un'aria compunta da primo della classe: molto più simile alle antagoniste perfettine di Beca che a Beca stessa.

Beca - piccolo dettaglio geniale - non ama il cinema. Soprattutto i finali dei film, non li guarda mai, li trova prevedibili, e lo spettatore di Pitch Perfect non può darle tutti i torti. Il suo aspirante fidanzato non si capacita, vuole redimerla - oltre che ovviamente pomiciare - e per ottenere entrambe le cose pensa bene di caricare su un laptop Breakfast Club. (Tutti i "classici" citati nel film sono film degli anni Ottanta, o almeno post - Star Wars: e parliamo di matricole del 2012, gente nata nella seconda metà dei '90). Secondo lui Breakfast Club ha il finale più bello della Storia del cinema. Non ci avevo mai pensato, ma per un attimo ho considerato l'idea. Breakfast Club potrebbe anche lui essere considerato la pietra miliare dei film da high-school, ma non ha un finale prevedibile. Trovate che sia prevedibile? A ben vedere il film stesso è contro le convenzioni, le etichette che in seguito sono diventate così codificate anche nel cinema: la bellona, il nerd, l'atleta, il criminale... È evidente che il breakfast club ha perso, e che tutti hanno smesso di frequentarsi dal giorno dopo, e che il film è rimasto una parentesi chiusa all'inizio di un genere che ha preso, e non poteva non prendere, la strada opposta: l'osservazione dell'adolescente americano attraverso categorie immutabili ed elaborate a priori.

Eppure io mi ostino a pensare che almeno quel breakfast club abbia funzionato, che il criminale abbia continuato a frequentare la principessa, ebbene sì: faccio parte di quella sparuta e interclassista frangia di persone che ogni tanto, soprattutto attraversando un campetto di calcio, provano il desiderio di alzare il pugno ed esultare per segreti motivi che conoscono solo loro. Mentre Jim Kerr canta controvoglia il verso più bello della canzone più commovente di sempre, che fa: La, la la la la, la la la la, la la la la la la la la la la. Una canzone che ti gonfiava il cuore e ti proiettava nel mondo dei sentimenti seri anche se stavi leccando un ghiacciolo all'autoscontro, non ne scrivono più di canzoni così. Nessuno sa perché, semplicemente a un certo punto non se ne sono scritte più. Pensavo fosse una percezione generazionale, ma se le giovani generazioni sul divano continuano a caricarsi il film che guardavo io con la canzone che cantavo io evidentemente il problema si sta trascinando.

La canzone ovviamente, prevedibilmente, convenzionalmente, entrerà nel mash-up finale a cappella che regalerà a chi se la merita la gloria e l'amore, ma non la mia stima. Anzi, l'unica cosa che non posso davvero perdonare alla crew di Pitch Perfect è il massacro di Don't You, un classico degli anni Ottanta che però come tutti i classici degli anni Ottanta ha qualcosa di veramente strano, casuale, irriducibile: tu credi di poterlo mescolare e mesciappare a qualsiasi altra cazzata ma non è così: e sotto sotto credi che anche il Breakfast Club sia una piccola eccezione che conferma la grande regola, ma non è così, non è così, e forse è il motivo per cui i mash-up mi hanno sempre annoiato in modo molesto, e anche le macedonie a cappella che in fondo sono una versione analogica della stessa cosa.

Voices è rimasto al cinema Italia di Saluzzo fino a mercoledì (ore 20 e 22.15): per gli appassionati è una buona occasione per sentirlo in stereo al massimo volume. Tra qualche anno probabilmente lo avremo rivisto alla noia in seconda serata o al pomeriggio in tv, ma non avremo mai il coraggio di settare l'equalizzatore col telecomando per far vibrare i mobili coi bassi umani, per cui se il genere vi piace ne vale la pena. Più che della solita presa in giro con gli occhialini 3d, diciamo.

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