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sabato 31 maggio 2014

Fuori format

Dunque il M5S ha perso perché è andato in tv o perché non c'è andato abbastanza? I deputati m5s alla Camera (o perlomeno il loro Staff Comunicazione) la pensano in un modo, Casaleggio in un altro. La verità non l'ha in tasca nessuno: invece nel cestino di molti opinionisti che in questi giorni ci hanno spiegato per filo e per segno gli errori di Grillo e i successi di Renzi, ci sono le bozze di articoli in cui venivano illustrati gli errori di Renzo e si salutava la vittoria di Grillo. Materiale buttato giù appena una settimana fa, ora inservibile.

La politica non ha l'aria di una scienza esatta. L'unica evidenza a nostra disposizione però sembra parlar chiaro: quando Grillo si negava alla tv ed espelleva chiunque si esponesse alle telecamere, il MoVimento vinceva. Oggi che Di Battista e Di Maio sono diventati volti televisivi, e Grillo si abbassa persino a comparire a Porta a Porta, il MoVimento cala. Forse non ha tutti i torti Casaleggio, dopotutto: il M5S è nato fuori dai riflettori e in tv non funziona.

Allo stesso tempo, è comprensibile che i parlamentari m5s insistano sulla tv. Anche se per ora il bilancio è negativo, è solo grazie alla tv che i più intraprendenti deputati e senatori a cinque stelle sono usciti dall'anonimato. Non è una questione di vanità, anche se guardando Dibba qualche dubbio viene. Se non vuole continuare a dipendere da Beppe Grillo, e dalla sua non sempre lucida foga oratoria, il M5S deve riuscire a trovare e imporre facce nuove. La Rete, al di là dei proclami, non riesce a selezionare e dare forma a veri e propri personaggi: se oggi Dibba può vantarsi di avere trecentomila amici su facebook, è grazie alla celebrità che si è conquistato mettendosi in favore di telecamera ogni volta che ne ha avuto l'occasione.

La tv ha ancora un ruolo centrale nella creazione del consenso (continua sull'Unita.it): ce lo dimostra l’assiduità con cui anche Renzi si è fatto intervistare negli ultimi giorni della campagna. Lo stesso Berlusconi non si è risparmiato, ma lo specchio televisivo comincia a essere impietoso nei suoi confronti (e dire che è passato appena un anno da quella sua straordinaria calata a Servizio Pubblico). Quanto a Grillo, la sua visita da Vespa forse è stato l’episodio più significativo di quest’ultima campagna elettorale.

È il caso di ricordare che sullo stesso set Berlusconi ha realizzato i suoi exploit più memorabili (il contratto con gli italiani, e quell’indimenticabile “abolirò l’ICI” al termine di un confronto con Prodi). Un successo da Vespa può fare davvero la differenza: Grillo lo sapeva, ed evidentemente quella differenza gli interessava. Porta a Porta poteva essere l’occasione di parlare a un bacino elettorale diverso da quello dei suoi tour di comizi, ma strategicamente cruciale: i moderati delusi da Berlusconi, tentati dall’astensione, incuriositi da Renzi.
Col senno del poi è facile concludere che il tentativo è fallito miseramente, dandoci l’opportunità di misurare l’ingenuità del vecchio attore che riteneva di poter calcare la scena televisiva improvvisando gli stessi numeri da repertorio che porta in giro nei comizi. Un professionista consumato dovrebbe ricordare che tv e piazza funzionano in modi diversi, e che aggirarsi per lo studio gettando i cameraman in confusione crea più ansia che empatia; ma forse questi ultimi tempi il professionista si è consumato più del necessario. Eppure c’è stato un tempo in cui Grillo riusciva a comunicare anche senza urlare: un tempo in cui gli bastava gettare un’occhiata nel silenzio per catturare l’attenzione del telespettatore. Forse, se si fosse un po’ calmato, e avesse risposto alle domande non perfide di Vespa ostentando il suo buon senso con inflessione genovese, qualche voto moderato avrebbe potuto conquistarlo. Molte repliche di Vespa erano inviti in tal senso: siediti, calmati, spiega agli italiani cosa faranno di pratico i tuoi onesti al governo.
Grillo, per quanto fosse probabilmente consapevole  della necessità di smorzare i toni, non è riuscito a controllarsi. Era impossibile non ripensare a quel famoso incontro con Renzi in cui gli bastò sedersi a un tavolo e subire un paio di repliche per andare in confusione. L’embargo tv imposto da Casaleggio fino all’anno scorso forse era anche un sistema per nasconderci la situazione: l’unico vero personaggio televisivo del M5S, in tv non ci riesce più a stare. Gli altri, per quanto volonterosi, non riescono a far sentire la loro diversità in un circo di talk che a ogni personaggio trova subito la sua gabbia. Forse il problema non è tanto se andare in tv o no, ma: cosa ci andiamo a fare? Replicare i vecchi numeri evidentemente non basta: il pubblico da casa ha gusti diversi. Se davvero l’obiettivo è ancora il 51%, Grillo & co. dovranno farci i conti.http://leonardo.blogspot.com

giovedì 29 maggio 2014

Cosa c'entra Beppe Grillo

Due anni esatti fa, verso le nove del mattino, io avevo appena chiuso questo stesso portatile e stavo radunando le mie cose per andare a scuola, quando sentii un rumore che arrivava da lontano senza lasciarmi un minimo spazio per il dubbio: era il terremoto che veniva a prenderci.

Panic & Publish

Non volevo mettermi a scrivere di questo, ma già che ho cominciato faccio presente che di solito un terremoto è un evento sorprendente e imprevedibile, ma almeno nel nostro caso non andò così: la scossa del 29 venne a bussarci alla porta, e alle finestre, e alle pareti, e al pavimento, come un ospite che ha fatto tutto per avvisarci: e dopo dieci giorni di ambasciate, dieci giorni di sciame e chiese crollate e caseifici, se nonostante tutto questo uno si fa trovare con un mutuo sulla casa, una bimba piccola e in ciabatte, sono anche un po' cazzi suoi. Non era di questo che volevo raccontare; però una cosa che ricordo di aver provato è proprio quel senso di inadeguatezza: la catastrofe mi viene a trovare, dopo tanto girare in tondo ora punta diretta verso me e i miei cari, e io fino a quel momento com'era possibile che me ne fossi restato in ciabatte?Non li avevo visti i segni? Perché non li avevo presi sul serio? Questa pretesa così modenese di poter sempre sopravvivere sul margine semiserio delle cose (e infatti anche quella volta il terremoto ci avrebbe preso soltanto di sbieco; ma non potevo saperlo); non è qualcosa che in fondo merita una punizione, se non da parte di un dio-padre responsabilizzante, perlomeno da madre natura? Cioè io stavo risalendo a mettermi le scarpe, e già razionalizzavo. Già cercavo di prendermi una colpa non mia, come se davvero tutto lo sciame avesse senso perché in mezzo c'ero io che potevo percepirlo come un messaggio da decifrare.

Non volevo mettermi a scrivere di questo, è una storia che ho già raccontato e c'è da sottolineare come tutto sommato a scuola andò tutto bene: d'accordo, la prima cosa che vidi furono i genitori che stavano soccorrendo una mia collega semisvenuta. Ma pure lei, prima di semisvenire aveva evacuato la sua classe. Tutti avevano evacuato la loro classe. Migliaia di studenti in tutta la Bassa, nessun ferito o forse un paio. Voi non avete idea di che rumore fa una scuola quando lo senti arrivare da lontano, quando sai benissimo cos'è, e le ragazzine cominciano con quegli urli spielberghiani all'unisono. Sembra una sciocchezza portarli giù per le scale in fila per due - no, non sembra affatto una sciocchezza. C è anche da dire che, quando arrivai, la mia classe - la classe di cui dovevo prendermi la responsabilità - non esisteva più, perché nell'ora precedente era stata smembrata a causa dell'assenza di un collega: i supplenti di un giorno non ce li possiamo più permettere, e così sparpagliamo questi ragazzi in tante classi diverse, lamentandoci costantemente perché non è professionale e anzi pericoloso, nonché - se proprio vogliamo tenerci alla lettera della normativa - illegale.

Così io mi aggiravo col registro di classe per le aiuole e il campo di pallamano, cercando di capire dove fossero finiti i miei, e intanto dal suolo partivano certe scossette giusto per ricordarci di non avvicinarci troppo al plesso. Ora col senno del poi è possibile persino riderci sopra, ma in quel momento non avevamo la minima idea di cosa stava succedendo (i telefoni non andavano) e di cosa sarebbe successo: ci sarebbero state altre scosse? Ancora più forti? Ogni tanto arrivavano genitori con notizie, non necessariamente vere, ad es. è venuta giù la Gambro. Io sapevo che c'era il Many alla Gambro. I genitori stavano facendo la cosa che avevamo più volte chiesto di non fare: bloccavano il traffico per venire a prendere i loro figli e portarli in altri cortili non necessariamente più sicuri. Molti, in perfetta buona fede, prelevavano anche i nipoti e gli amici degli amici, cinque minuti prima che arrivassero i genitori di costoro a cercare i loro figli, e a non trovarli, e a minacciare i professori che li avevano abbandonati al primo venuto. Ma insomma verso mezzogiorno non c'era più nessuno e ce ne andammo anche noi. L'anno scolastico era finito. I libri e i quaderni sarebbero rimasti aperti sui banchi per un altro mese.

Io tornai a casa - non volevo mettermi a parlare di questo - trovai in cortile tutta la mia famiglia, tutti bene. Il piano era molto semplice: scappare il più lontano possibile, il più velocemente. Bisognava però salire a fare le valigie e fu un altro momento di inadeguatezza - ricordo che da lì a cinque minuti stavo già pensando a che giocattoli portare, cosa fosse più o meno adatto ecc.. ancora razionalizzavo, che in questi casi è la cosa meno razionale da fare. Fummo molto fortunati, perché la scossa dell'una - quella che molti considerano la più forte di tutte, e s'incazzano se gli fai vedere i tracciati dei sismografi - bussò appena fummo di nuovo fuori nel cortile. E poi di nuovo mentre caricavamo i bagagli: fu l'ultima scossa veramente forte, ma non potevamo saperlo. Sembrava viceversa che tutto stesse accelerando, e io in particolare sentivo l'euforia da 11 settembre, quei rarissimi momenti in cui la vita intorno a te prende quella forma tutto sommato snella, scattante, che è prevista dagli action movie. Noi tre sulla terza corsia dell'autostrada ad ascoltare il notiziario del traffico, dice che c'è stata un'altra scossa fortissima! Ah, no, aspetta, è ancora quella delle nove.

Ci fermammo a far benzina ed eravamo già a Cremona: per dire l'ultimo posto al mondo dove mi aspettavo di ritrovarmi quel mattino. Ormai ogni vibrazione ci metteva in allarme: l'ha sentita? dissi al benzinaio. Una scossa, proprio adesso, l'ha sentita? Un matto. Poi ci ritrovammo al lago e decidemmo che lì era un posto sicuro. Non era di questo che volevo mettermi a parlare.

E allora di cosa.

Ma niente, ho solo fatto caso a un fatto buffo, che forse mi mette a fuoco in tutta la mia inadeguatezza eccetera. Fu un giorno molto complicato, come non ne vivevo da un decennio e come mi auguro di non viverne più; non solo per la paura, che in fondo passò presto, ma per l'angoscia di non sapere quanto sarebbe durato ancora tutto quanto: mesi? anni? e non poter ancora calcolare cosa avremmo perso. Eppure.

Eppure se controllo nel mio impietoso archivio, scopro che anche nel giorno in cui il terremoto venne a prendermi a casa, e mi trovò in ciabatte con un mutuo e una bimba piccola; il giorno in cui persi i miei studenti nel cortile della scuola e scappai, e non sapevo quando sarei tornato; pure quel giorno riuscii a trovare il tempo per scrivere un post.

Un post su Beppe Grillo.

mercoledì 28 maggio 2014

Renzi, Ronaldo, Veltroni, altre cose


Cristiano Ronaldo - Ci provo con la metafora sportiva, chissà se funziona. A me Cristiano Ronaldo sta antipatico. A pelle. Poi scende sottocute e diventa antipatia per tutto un tipo di cultura calcistica che mi vien comodo fargli rappresentare. Non tiferei mai per Cristiano Ronaldo. Se lo vedessi rubare la palla a un compagno a centrocampo (non credo che un professionista lo farebbe mai) gli darei del matto egocentrico sconsiderato. Però se a quel punto saltasse tre difensori e la tirasse in porta da millanta metri, che altro potrei fare se non alzarmi in piedi e applaudire? All'estero, perlomeno, fanno così. Se un avversario fa qualcosa di molto rischioso ed eccezionale, tutti applaudono, perché la sportività consiste in questo.

Noi italiani questa cosa forse non l'abbiamo molto capita. Quando finalmente abbiamo cominciato ad avere un po' di tempo libero, cent'anni fa, abbiamo importato dall'Inghilterra una serie di passatempi agonistici ("sports") che laggiù servivano anche a educare l'individuo al rispetto per l'avversario e all'accettazione dei propri limiti. Li abbiamo presi e li abbiamo usati per fare le stesse cose che nel medioevo facevamo con i palii e i tornei: risse tra città e tra quartieri e tra vicini di casa.

Dunque se Matteo Renzi, che non è del mio quartiere - diciamo che è dalla parte sbagliata del mio quartiere - frega una palla a un compagno un po' spompato e la manda in porta da una posizione impossibile, io non posso alzarmi in piedi e applaudire. Se lo faccio, è perché voglio salire sul carro. Come se ci fosse ancora posto. Non posso ammirare, semplicemente, il gesto tecnico? No. Se lo faccio tradisco gli amici, i colori, il papà, il nonno, Berlinguer, Gramsci, Garibaldi.

È un peccato che le cose vadano così, perché la sportività è importante. È una sensibilità diversa dalla politica: io politicamente non ho cambiato idea su Matteo Renzi. Ho ricontrollato, e l'italicum continua a fare schifo come la settimana scorsa. Spero che ora non ne abbia più bisogno (ma purtroppo ci ha messo la faccia...) Spero soprattutto che superi l'atteggiamento di subalternità nei confronti della Merkel, visto che a causa di una complicata serie di fortune e circostanze è diventato nel giro di tre mesi il più importante leader socialdemocratico europeo.



Il prossimo Uomo.Così come non si pecca di trasformismo se ci si limita a riconoscere il carattere epico della vittoria di Matteo Renzi, non si fa del disfattismo a rammentare il dato numerico puro e semplice: Renzi non è che abbia preso proprio tantissimi voti. Li avrà pescati al centro, a sinistra, dalle casalinghe, chi lo sa, ma in ogni caso in un'elezione che era un vero e proprio referendum sul suo destino politico, ne ha presi meno di Veltroni, e nel 2008 ci sembravano pochi. Erano altri tempi, d'accordo, Berlusconi più in forma, ma il punto non è questo. Non si tratta di rovinare la festa ai renziani. Si tratta di riconoscere che nelle praterie dell'astensione c'è tantissimo spazio di manovra, per chiunque volesse davvero provare a creare un nuovo movimento di destra antieuropeo. Renzi ha la fortuna di trovarsi davanti avversari vecchi e litigiosi che non mollano l'osso: se Berlusconi e Grillo fossero abbastanza sportivi da cedere la mano, una sintesi tra il populismo cinquestelle, l'identitarismo leghista e il conservatorismo berlusconiano non dovrebbe poi essere così impossibile. Grazie al cielo manca l'Uomo, ma gli italiani sono così bravi a trovarlo quando gli serve.

C'è chi in questi giorni festeggia come se non avesse mai vinto. Purtroppo non è così: abbiamo festeggiato tante altre volte per un Berlusconi che rinculava o un Bossi che eclissava periodicamente. Quasi sempre erano europee e amministrative. Pensate solo Milano, esattamente tre anni fa. Sono le legislative che da quasi vent'anni ci prendono sempre in controtempo.

Respira ancora. - Non date Berlusconi per finito, per favore. Non è una questione scaramantica: 16% di Forza Italia più 4% di NCD fa 20%. Più altri 4% di Fratelli d'Italia...  se facessero un partito solo sarebbe il secondo. Ovviamente a loro non conviene, ma non è un motivo per fingere che si siano vaporizzati.





Chiedi scusa a Veltroni. C'è anche chi nei commenti è venuto a dirmelo: aveva ragione lui, e i teorici della vocazione maggioritaria. Come se la stessa mossa nel gioco degli scacchi avesse sempre la stessa importanza, a prescindere dalla posizione degli altri pezzi. Quello che fece Veltroni nel 2008, contro un Berlusconi ancora in grado di promettere miracoli, fu sconsiderato e quasi suicida: quasi, perché Veltroni non si suicidò (si lasciò morire di inedia l'anno seguente) ma assassinò una sinistra composita che con tanti difetti aveva sostenuto Prodi lealmente. È impossibile confrontare Renzi e Veltroni anche perché Renzi si trova a giocare in una situazione disperata che Veltroni ha contribuito come pochi a creare. È veramente paradossale che a questo punto il V redivivo si rimproveri di non aver avuto la stessa cattiveria di Renzi: ironia immensa e inconsapevole, perché Renzi avrà anche modi da bullo, ma il vero killer, quello che ha fatto a suo tempo il vero lavoro sporco, è stato lui, l'amabile Valter Veltroni.

lunedì 26 maggio 2014

Palla al centro, Cinquestelle

Manifesti che funzionano.
Ehi, Cinquestelle, vieni qui.

Vieni qui che non mordo. Ti giuro, non mordo.
Non ti sfotterò neanche.
Non sono quel tipo di persona.
(Quel brutto tipo di persona, lasciami aggiungere).
Non siamo mica al bar, qui; non è mica un derby. Anche se qualcosa in comune c'è; per esempio: ogni volta la palla torna al centro. Sul serio.

Ora, capisco che tu possa prenderla molto male. Fino a ieri avevi uno schema. Riempire le piazze, riempire le urne, mandare tutti a casa. Rapidi, disinvolti.

Adesso questo schema non c'è più, però, Cinquestelle, in alto i cuori: hai perso soltanto uno schema, capito? Niente di veramente indispensabile.

E non hai perso nient'altro.

Queste elezioni, per esempio: credi di averle perse? Non le hai perse.
Se credi di averle perse, è solo colpa dei sondaggi. Non dovevi crederci troppo; e però, un giorno dopo l'altro, continuavano a darti sopra al venticinque... tu non volevi crederci, e intanto ogni giorno spostavi l'asticella un po' più su.

E adesso ti sembra di aver perso. Ma cosa avresti perso, sentiamo: cinque punti immaginari? Non li hai persi, perché non esistevano. Questa era la tua prima elezione europea, e tu hai conquistato il VENTI PER CENTO DEI VOTI. Non credo sia mai successo in Italia. Come non era mai successo che un partito - pardon, un Movimento - al suo esordio alle politiche conquistasse il 25%. Sono numeri eccezionali. Non li aveva mai fatti nessuno.

Non solo, ma anche chi ha vinto ha dovuto copiare da voi. No, diciamo la verità: hanno tutti copiato da voi. Renzi che abolisce province e mette all'asta le auto blu, Berlusconi che vuole imitare Equitalia, Salvini con la sua crociata anti-euro... Tutto questo non sarebbe stato possibile senza il M5S. Chiunque vinca sta usando le stesse parole, gli stessi argomenti che avete messo in circolazione, voi. C'è poco da sfottere.

Si tratta solo di capire cosa fare ora. La palla è di nuovo al centro, fidati.
Ti sembra che Renzi sia imbattibile? Non è proprio così. Due dati, giusto per il gusto del paradosso.

1) L'unico partito ad aver mai preso più del 40% nel dopoguerra si chiamava Democrazia Cristiana. Solo alle politiche e solo fino agli anni Cinquanta - Renzi nuovo De Gasperi? Eppure...

2) ...sai quanti voti ha preso davvero il Pd di Renzi? Non in percentuale, quante schede elettorali? 11 milioni e 200 mila. Tre milioni più che Bersani, d'accordo. Ma sai quanti ne prese Veltroni nel 2008? Dodici. 

Sai cosa vuol dire? Cinque anni fa, con un milione di voti in più, le elezioni si perdevano.
Oggi tutti lo portano sugli scudi, e quel che ha fatto negli ultimi mesi è sportivamente ammirabile, ma Renzi non è imbattibile. Se non lo era Veltroni - e decisamente non lo era - non lo è neanche lui.

E poi, vuoi che te la dica tutta? Gli avete dato una grossa mano.

Guarda me, per esempio. A me Renzi non è mai stato simpatico, mai. Le sue proposte di legge mi lasciano sgomento e imbarazzato; non si capisce se le abbia scritte un aspirante tiranno o un rimandato in diritto costituzionale. Fidati che non l'avrei mai votato - se non l'avessi ritenuto, a un certo punto, maledettamente necessario.

Ti garantisco che ha rischiato davvero di perdersi il mio nobile voto. Certe mattine mi svegliavo direttamente nell'Altra Europa con Tsipras. Convinto. Ho persino pensato di astenermi. E intanto però cosa facevano i tuoi amici di Movimento?

Ogni mattina venivano a salutarmi: venduto! a casa! Qualsiasi cazzata scrivessi sull'unità: Servo dei servi! leccaculo! succhiasangue! E sai che non esagero. Ho provato anche pazientemente a spiegare che non ero il servo di nessuno, che scrivevo quello che volevo senza ricevere questo gran compenso - cicisbeo, ruffiano, sei morto, sei mooooorto!

E poi... la peste rossa. No, pensaci bene.
Matteo Renzi, la peste rossa.
A quel punto stavano sbroccando, dai, ammettilo.

Negli ultimi giorni volevano pure fare i processi. Esageravano? Insomma. Vedi, io ci sono già passato. Una volta un tribunale del popolo-on-line stabilì che facevo parte di una rete pedofila. Poi si sgonfiò da solo, ma non ti dico la seccatura di avere a che fare con degli attivisti fanatici convinti di poter giudicare chicchessia senza conoscerlo.

Allora, caro Cinquestelle, può darsi che un "leccaculo" alla volta, un "servo" alla volta, io mi sia convinto che Renzi era un male di gran lunga minore. E può darsi che sia successo a molti come me. Quello che sto cercando di dirti è che lo stile inquisitorio-apocalittico oltre al 20% non ci va. Bisognerebbe provare qualcosa di nuovo.

Non ti sto dicendo - come dicono già in molti - di scaricare Beppe, perché è molto più facile da dirsi che da farsi. Se lo prendete di petto quello si scuote e vi fa crollare il tetto addosso: lui v'ha creato, lui può distruggervi. Andrebbe circondato con dolcezza, da persone che gli vogliono bene e gli riconoscono i suoi indubbi meriti, il carisma e l'energia profusa fin qui, ma che gli ricordino che è un megafono, non un cervello. Né lui né l'amico visionario che voleva circondare il Quirinale. Uno vale uno e quei due forse ultimamente si sopravvalutavano un po'.

I comitati dovrebbero coordinarsi senza passare da lui - senza neanche passare dalla piattaforma, che è roba sua e funziona anche male. Senza timori riverenziali nei confronti dei vostri parlamentari, che poi diciamolo, sono dei miracolati. Forse dovreste anche prendere l'iniziativa di registrare un marchio nuovo (ad es. "Associazione Cinquestelle" tutto attaccato), giusto per dissuadere il non-leader dalla scelta di fine di mondo: ritirare quello che ha registrato a nome suo.

E poi niente, caro Cinquestelle, mica posso dirtelo io cosa devi fare. Una cosa però è abbastanza sicura: non c'è molto tempo. Con numeri così, e un Berlusconi in ospizio, Renzi potrebbe anche decidere di riandare subito a elezioni. Prima di dare a voi e a chiunque altro il tempo per riorganizzarsi. Palla al centro, insomma, ma il tempo stringe. Del resto nessuno ti ha mai detto che sarebbe stato facile, no?

Ah, qualcuno te l'aveva detto?

Di Battista?

Senti, devi sapere che una volta, quando non c'era wikipedia, quelli come lui almeno potevano contare su un mestiere quasi onesto: vendevano encliclopedie di carta. Porta a porta. Mestieri che scompaiono. Sì, ma non possiamo mica scaricare tutti i costi sulla collettività, non trovi? Magari a Chiarelettere han bisogno di un rappresentante. Su la testa - se siete riusciti a tenere il 20% con dei tizi così, figurati quando ci metterete gente credibile.

Ssst, abbiamo vinto

Ciao papà

Credo che fosse inevitabile, e non escludo che possa succedere anche a voi: ieri guardandomi allo specchio ho visto un tizio coi capelli bianchi che votava la DC perché non sopportava Andreotti e non gliela voleva lasciare.

Il successo di Matteo Renzi - un successo così grande che non se l'aspettava nemmeno Matteo Renzi - così fuori misura che complica anche i suoi piani, allontanandolo da un Berlusconi che non ha più nessun interesse a far passare in senato le sue riforme - il successo di Matteo Renzi, che nessuno si aspettava fino ai primi dati del Viminale, e che in seguito tutti hanno trovato logico e inevitabile - forse era davvero logico e inevitabile, ma alzi la mano chi si aspettava un dato oltre al 40%. Cos'è successo, allora. Chi è uscito dalle catacombe?

Qualcuno che non si è fatto sentire fin qui: che non gridava basta euro nelle gabbie dei talk televisivi o sui social. Qualcuno che non ha lanciato neanche un hashtag. Qualcuno che nessuno contava più, perché la sua voce non si sente più da un pezzo, ammesso che si sia mai sentita. L'imprenditore che non si suicida. Il lavoratore che non ha ancora perso il lavoro - oppure l'ha perso ma non crede che Salvini e Grillo possano farci molto. Il risparmiatore che preferirebbe tenersi i risparmi in euro, dopotutto. Gente che non strilla nei bar, non ti tagga su facebook, e non urla in favore di nessuna telecamera. Probabilmente non risponde neanche ai sondaggi, il caro vecchio shy factor. La vogliamo chiamare col suo nome? Perché ce l'aveva un nome questa gente, ricordate?

Coraggio. Un aiutino: sono la maggioranza. Lo sono sempre stati. Esatto.

La maggioranza silenziosa.

È inutile prendersela con loro: non sono qui, non vi rispondono. Hanno fatto i loro conti e non coincidono coi vostri. Vogliono l'Europa, proprio come trent'anni fa. Oggi va molto di moda domandarsi chi mai l'ha voluta quest'Europa, ebbene, state certi che se loro non fossero stati d'accordo, non si sarebbe fatta mai. A loro andava bene Maastricht e andava bene l'euro. Non c'era bisogno di nessun referendum perché l'avrebbero vinto. Una volta votavano DC, PSI, ma anche PCI, e a parte qualche folata ogni tanto non c'era verso di smuoverli. Molti in seguito hanno appoggiato a lungo Berlusconi, e non c'è modo di sapere se oggi se ne vergognino. Adesso preferiscono Matteo Renzi. Una scelta discutibile, salvo che con loro non si discute mai un granché. Di sport, magari, o di cronaca o di gossip. La politica sembra sempre disinteressarli. E però a votare ci vanno e - sorpresa - l'Italia si riconferma la nazione più europeista d'Europa. Com'è logico che sia, per chi sa che l'unica alternativa è l'Africa. Eppure chi l'avrebbe detto mai.

Chi l'avrebbe detto mai, con quattro formazioni cosiddette populiste a raschiare il barile dell'antieuropeismo: grillini, leghisti, fascisti, residui berlusconiani - attenzione, se si mettessero tutti assieme rasenterebbero il 50. E forse un giorno lo faranno. Nel frattempo però si fanno concorrenza tra loro, hanno capi ringhiosi che non vogliono perdere il controllo - e intanto la maggioranza silenziosa li sta scaricando.

Ed eccoci qui. Una volta ci si chiedeva: moriremo democristiani? Dopo le elezioni dell'anno scorso, qualcuno cominciò a soggiungere, sommessamente: magari. Credo che sia inevitabile, per molti di noi, trasformarsi nei propri padri. Per me ormai era l'obiettivo di massima. Ciao papà.

domenica 25 maggio 2014

Gli ultimi Etruschi

Le meraviglie (Alice Rohrwacher, 2014)

C'è stata una guerra qualche tempo fa. Non se la ricorda più nessuno. Chi ha vinto ha riscritto la Storia; chi ha perso e non ci ha rimesso la pelle si è rintanato da qualche parte, nelle foreste e nei buchi ancora agricoli d'Europa, ad aspettare la fine del mondo. La fine purtroppo tarda a venire e i figli crescono, selvaggi e interdetti. La tv continua a cantare che non c'è mai stata nessuna guerra. E se papà e mamma si fossero inventati tutto?

Il secondo film di Alice Rohrwacher ci ha fatto stare molto in pensiero. Quel poco che se ne sapeva era preoccupante: il casolare in Toscana, la natura incontaminata, la tv contaminatrice, Monica Bellucci, i bambini e gli animali. Le creature più difficili da gestire su un set. Ingredienti che ci sono stati miscelati già altre volte, ma il risultato non ci ha mai soddisfatto. I casolari soprattutto: perché sempre casolari voi registi italiani? perché non potete raccontare la realtà post-industriale o il terziario avanzato che sniffa e smignotta? - No aspetta, l'anno scorso a Cannes c'era La grande bellezza, almeno quel terziario lì per un po' lo abbiamo coperto. È impossibile non ripensare al precedente di Sorrentino, quando verso la fine anche la Rohrwacher comincia a piazzare ingombranti animali simbolici. Sarà anche un po' questione di gusti: il cammello che all'improvviso si rimette in piedi per me ha una pregnanza che la giraffa di Sorrentino si sogna. Riesce veramente per un secondo a contenere tutto il film, laddove i fenicotteri in balcone mi sembravano complicazioni barocche: aggiungiamo pure questi, qualcosa vorranno dire.

E comunque anche la Bellucci, a modo suo, brava.

In comune i due film hanno un tema che ci ossessiona da anni – la decadenza – e poco altro. La grande bellezza puntava a Roma come al centro di tutto, offrendo al suo pubblico uno specchio deformato ma comunque intrigante. Le meraviglie si tiene ai margini, racconta la storia di una civiltà dimenticata e dimenticabile (i babyboomers che ritornarono alla terra negli anni ’70) e questo lo condanna a un gramo destino di film d’essai. Eppure chi non ce l’ha un vecchio amico o parente che a un certo punto è scappato in montagna? Le Meraviglie è un film che va visto, proprio perché prende un feticcio cinematografico e culturale (il casolare) e lo demistifica senza pietà, al punto che forse non comprerete mai più un vasetto di miele bio in vita vostra. E soprattutto non è quel film compiaciuto e noioso che temevamo che fosse – intendiamoci, se avete voglia di azione magari Gozzilla o gli X-men saranno una scelta più assennata, ma questo film non consiste di due ore di bambine estatiche che mangiano api. C’è una storia che procede con un certo ritmo, lasciandoci qualche volta persino col fiato sospeso; i personaggi hanno tutti un cammino da percorrere, non fanno nulla di inspiegabile o gratuito.


Ai più piccoli piace saltare su e giù nelle pozzanghere di fango, ma quelle vere, e dopo due anni di Peppa Pig anche questo è molto demistificante.

È vero che i grandi parlano poco, in lingue diverse: ma sono i reduci sbandati di una brigata internazionale (più di Alba Rohrwacher, Sabine Timoteo e Sam Louwyck portano tutte le rughe della sconfitta), tornati da una battaglia di cui hanno poca voglia di parlare. I ragazzini invece non hanno ancora le parole. In compenso sono molto bravi. Dopo Alex Bisconti (La mafia uccide solo di sabato), Matilde Gioli (Il capitale umano), Francesco Bracci (Noi 4), ancora un film italiano che decide di appoggiarsi sulle spalle di un’attrice giovanissima, che lo regge persino con disinvoltura: si chiama Maria Alexandra Lungu e adesso sembra anche a me di conoscerla da una vita. È soprattutto grazie a lei e ai suoi giovanissimi colleghi che il film può indugiare sullo sfacelo di una generazione senza sembrare mai veramente disperato: è sbocciata tanta vita in mezzo al fango, ora basta aspettare il sole e qualcosa ne verrà fuori. Le meraviglie a Cannes ha vinto il gran premio della Giuria. Lo trovate al cinema Fiamma di Cuneo alle 17:40, alle 20:15 e alle 22:40.

venerdì 23 maggio 2014

Io voto PD - senza mal di pancia

1. Kyenge - 2. Schlein - 3. Pradi. 

Questo pezzo è il terzo e l'ultimo di una riflessione cominciata qui e proseguita qui. Ma i capitoli precedenti si possono tranquillamente saltare - a dire il vero si può saltare anche questo, tanto quel che importa è tutto nel titolo: io domenica voterò il PD alle europee, e lo farò serenamente, senza mal di pancia. Sono anzi molto contento di poter scrivere sulla scheda il nome di Cécile Kyenge, per la battaglia di civiltà che in questi mesi ha saputo portare avanti: una battaglia che per la verità non è ancora vinta, e che Renzi non dà nemmeno la sensazione di voler troppo combattere. Diciamo che ha altre priorità; non sarebbe la prima volta che una promozione a Bruxelles occorre a rimuovere un personaggio divenuto scomodo o ingombrante. Resto convinto che persino in un parlamento agli antipodi, la Kyenge riuscirebbe a dare fastidio ai razzisti italiani. L'europarlamento è molto più vicino: spero che potrà continuare là una lotta necessaria per i diritti civili, anche in nome di quei milioni di residenti in Europa senza cittadinanza che votare non possono.

Poi voterò per Elly Schlein e Andrea Pradi, che da quanto ho capito ricadono nell'area civatiana; perché se è vero che la mia equidistanza tra Grillo e Renzi (e Berlusconi!) è quasi totale, basta sostituire a Renzi il PD nella sua totalità e complessità perché il piattino nella bilancia si abbassi all'istante. Mi pare che il dibattito parlamentare sull'Italicum abbia dimostrato come oggi la migliore opposizione a Renzi - la più costruttiva, perlomeno - sia quella interna: persino nel momento di massimo espansione di Renzi c'è qualcuno che non si allinea, che abbozza un progetto diverso: può sembrare un segno di debolezza, ma è lo stesso che ha consentito a Renzi di succedere prontamente a Bersani. Non credo che un'alternativa sinistrorsa al progetto di Renzi possa nascere altrove che nel PD: lo dico con molto rispetto per chi in questi mesi ha lavorato per la Lista Tsipras, che spero possa oltrepassare lo sbarramento e ottenere un buon risultato. Ma credo che nei prossimi anni il quadro sia destinato a semplificarsi, con la convergenza di quelle correnti di populismo che in Italia oggi si odiano soltanto per questioni di bandiera: ormai Grillo Berlusconi e Salvini, al di là della naturale rivalità tra contendenti, dicono le stesse cose. Che siano proporzionali o uninominali, le elezioni dei prossimi anni rischiano di diventare una sfida tra europeisti e antieuropei. Toccherà farsi piacere l'Europa in blocco, o cedere al mito della piccola patria chiusa e felice. Prima ancora che socialdemocratico, io mi considero una persona razionale: qualsiasi ente sovranazionale imperfetto e corrotto mi sembra preferibile a un piccolo mondo antico che forse non è mai esistito e che comunque non ci sarà verso di far ri-esistere. L'Europa, viceversa, esisterà. Ci metterà più tempo del previsto, ma i nostri figli saranno europei.

Il paradosso delle braghe
Potendo scegliere, poi, io li vorrei pure socialdemocratici. Forse chiedo troppo, ma a questo punto il mio voto è scontato. Conosco l'obiezione: il PSE quasi sicuramente resterà abbracciato al PPE in una grossa coalizione centrista. Ora, per spostare verso la sinistra il baricentro del PSE io ho due opzioni: posso votare il PSE, sperando che questo conquisti abbastanza voti da ribaltare i rapporti di forza, e da imporre Martin Schulz come il primo leader europeo salutato da un'investitura popolare; oppure posso votare Tsipras, per "dare un messaggio". Quest'ultima mossa, alla luce degli ultimi vent'anni di esperienza italiana, mi sembra nient'altro che una manifestazione di autolesionismo: se voti a sinistra, il centrosinistra si sposta verso destra. Questo è l'unico messaggio che passa. La cosa potrà non piacere, ma portatemi un solo esempio in cui le cose non siano andate così. Io non ne conosco, per cui voto PSE.

Incidentalmente, voterò anche per Renzi, che senz'altro non si tratterrà dal mettere la sua gioiosa faccia sul mio voto, e di sbandierarlo per dimostrare che la gente è dalla sua e vuole le riforme che piacciono a lui. Tutto questo è senza dubbio fastidioso, ma mi resta pur sempre un blog per ricordare a chiunque interessi che le cose non stanno affatto così. Peraltro la riforma che più di tutte mi preoccupa - l'Italicum - mi sembra ormai destinata ad arenarsi, e di questo devo ringraziare persino la buona tenuta elettorale di Beppe Grillo.

E dunque insomma le cose stanno così: Renzi non mi piace, ma il voto al PD mi sembra l'unico sensato. Il calcolo è stato più complesso del solito, ma una volta terminato la coscienza non registra nessun dissidio interiore. La pancia, in particolare, non prova nessun fastidio; e non capisco nemmeno perché dovrebbe. Sarà perché per me il voto è sempre stato soprattutto un'operazione aritmetica, una banalissima addizione: non un'epifania, o una seduta di autocoscienza, o un modo per esprimere la propria identità più recondita nel chiuso confortevole della cabina elettorale. Prima di fare la mia addizione posso avere un po' di dubbi, ma sono tutti in un certo senso matematici: cosa succederà a y se voterò x? e se votassi z? Eccetera. Dubbi esistenziali non ne ho. La pancia poi sta già pensando ad altro; probabilmente alla scusa da trovare per aprire un pacchetto di pistacchi. Si tratta, ormai l'ho capito, di una pancia atipica rispetto alla media delle pance italiane. Che posso dire: è la mia pancia, non è più raffinata di tante altre pance. Forse è fallata, c'è tutta una gamma di frequenze che non capta e che sono evidentemente indispensabili per capire gli italiani. Io invece sto qui a scrivere, a spiegarmi, quasi come se toccasse agli italiani capire me.

mercoledì 21 maggio 2014

#HaVintoLui

In base a un sondaggio che non si può pubblicare, anche perché nessuno lo ha fatto, io credo di potervi comunque annunciare che Beppe Grillo ha vinto - no, il M5S no, non necessariamente. Ma Grillo sì, anche se non si è candidato. Ha vinto lo stesso, nell'unico modo in cui poteva vincere, che è anche il peggiore. Domenica sera chiuderanno i seggi e spoglieranno le schede, tireranno le somme e ci diranno che Renzi è andato bene, anzi benissimo, o che Berlusconi tutto sommato tiene, e la Lega, eccetera eccetera, ma l'unica vittoria se l'è già presa Beppe Grillo.

200 poliziotti in più! che inseguiranno i ladri a piedi.
Se l'è presa nel momento in cui Silvio Berlusconi ha cominciato ad annunciare nei suoi comizi tv che vuole abolire Equitalia: le stesse esatte parole del programmino che Grillo aveva steso nella fase finale della campagna 2013. "Abolire", "equitalia". Se l'è presa nel momento in cui Renzi ci ha informato che a mò di copertura avrebbe abolito le province, o messo le auto blu su ebay, e poi l'ha fatto davvero. O quando ha cominciato a chiamare i suoi critici #gufi e #rosiconi. Se l'è presa quando Matteo Salvini, prima di cedere la sua piccola attività politica a un curatore fallimentare, si è messo a googlare "euro" "COMPLOTTO" "banche" "svegliaaaa!" e ha trasformato la Lega nel partito antieuro. Se l'è presa in quel momento qualsiasi a cavallo tra '13 e '14 in cui tutti i suoi avversari hanno cominciato ad andare a lezione da lui.

Più fiorini per tutti.
Chiunque avrà vinto lunedì, festeggerà con le parole di Beppe. Magari con gli hashtag di Beppe. Vincerà per aver copiato qualche promessa di Beppe, nel tentativo di strappare a Beppe qualche elettore. In base a un sondaggio che non ha nemmeno più importanza fare, Beppe Grillo ha già vinto.

Berlusconi giustizialista, rifletteteci.
A 77 anni quest'uomo riesce ancora a stupire

E non è tutto sommato la cosa peggiore che poteva capitarci: coraggio, se vince Grillo almeno l'Italicum non si farà. Giustamente: una legge così brutta nemmeno Grillo poteva scriverla. Non è uno scherzo: la proposta di legge elettorale del M5S è comunque bruttina, e a tratti assolutamente balorda. Ma decisamente migliore di quell'offesa al senso comune e alla democrazia buttata già da Berlusconi su cui Renzi doveva assolutamente mettere la sua bella faccia. Grillo non vince soltanto perché le parole d'ordine ormai le detta lui; vince anche perché, di fronte a contendenti costretti a scimmiottarlo, finisce per sembrare quasi il più lucido.

La democrazia in diretta (non funziona)

Non puoi battere la pancia. 

Fino a qualche mese fa succedeva con Berlusconi, oggi capita con Grillo; ogni volta che il demagogo di turno arriva e fa strame della verità e del buonsenso, il giorno dopo ci tocca lo spettacolo degli avvoltoi sedicenti esperti di comunicazione, che gracchiando c'informano che è tutto inutile: il fact-checking? inutile. La controinformazione? Pura velleità. Tanto #vince lui. Vince, sì, perché dice un sacco di stronzate, certo, ma sa parlare alla pancia degli italiani: quindi è un genio. Berlusconi era un genio, perché prometteva un milione di posti di lavoro o di detassare la prima casa, e la pancia degli italiani questa cosa la capisce; la capisce senza chiederti la copertura o altre cose noiose, cose non da pancia. Allo stesso modo è un genio Grillo, perché se la prende con l'euro, gli stranieri che si comprano le nostre imprese e gli Uffizi di nascosto, i politici in combutta coi banchieri eccetera. Scemenze, indubbiamente; però alla pancia piacciono, e chi siamo noi per opporci alla pancia? No, sul serio, chi siamo? Chi ci paga per opporci?

Lo sconforto sembra cogliere anche i più lucidi: Mario Seminerio riconosce a Grillo il merito di "aver definitivamente rottamato (anzi annichilito, vaporizzato, atomizzato) il concetto di fact checking"; Davide De Luca si interroga se sia etico intervistarlo - e non sa cosa rispondersi. E proprio mentre provo a rispondere per conto mio, mi rimbalza sul monitor il trailer di un'intervista inglese a Berlusconi: pochi secondi in cui B., messo di fronte a una delle cose più stupide che ha detto, non sa come rispondere. Nello stesso silenzio c'è la mia risposta: ci sono tanti motivi per cui il giornalismo anglosassone è migliore del nostro, perché non cominciamo dal più banale? Loro i politici li intervistano il più delle volte in differita. Che differenza fa?

Tutta la differenza del mondo. Solo la differita restituisce al giornalista le sue responsabilità. Solo la differita gli dà il tempo di verificare le informazioni, denunciare le bugie, dare all'intervista un determinato taglio dettato dalla sensibilità di chi fa le domande, e non dal narcisismo di chi sbrodola le sue risposte. Solo in questo caso potrà avvenire, come non è mai avvenuto in un'intervista italiana, che un parolaio consumato come B. si ritrovi a disagio, costretto a difendersi anziché attaccare. La differita impedirebbe ai politici di giocare al fiume in piena, che purtroppo è la strategia di tutti i contendenti italiani davanti alle telecamere: tutti ugualmente "geniali" mentre promettono cose e lanciano slogan a cui il giornalista non può opporre che una smorfia scettica.

Forse la mutazione genetica della politica italiana non è avvenuta tanto in virtù di un referendum o di una riforma elettorale, ma nel momento in cui i politici hanno cominciato a riempire i palinsesti televisivi, un'alternativa economica all'intrattenimento intelligente. L'ossessione per la diretta, con i suoi infortuni, il suo "bello", è un'altra caratteristica della tv italiana: i politici vi si sono prestati con generosità, nella speranza di cavalcare un'onda che invariabilmente travolge i meno populisti. Ed eccoci qui.

Ma supponiamo ottimisticamente che si tratti di una sbornia, destinata a finire prima o poi: che faremo a quel punto? Io me ne accorgo un po' ogni giorno: l'unico giornalismo che ancora m'interessa, che consumerei avidamente persino pagando, ma che molto spesso non riesco a trovare, non è quello che mi offre le notizie (ormai mi arrivano in faccia in tempo reale) ma quello che me le smonta. Mi affascina più il fact-checking che i fatti in sé. L'unica intervista politica che guarderei con interesse è quella rimontata da una redazione il giorno dopo, con la classifica di tutte le bugie che il tizio è riuscito a dire in dieci minuti. Per arrivarci, dobbiamo aspettare che la pancia degli italiani si stanchi dell'ennesimo genio gonfio d'aria. Ammesso che si stanchi mai; che non ne trovi un altro ancora più gonfio degli ultimi due, e così via. Ma ci dev'essere pure un limite all'aria che può entrare - e un modo di farla uscire.

martedì 20 maggio 2014

Grillo, dentiere, algoritmi, cazzate

Quante balle ha sparato Beppe Grillo ieri sera a Porta a Porta? Difficile contarle; anche perché, come ogni predicatore professionista, sa mescolare con sapienza verità sacrosante e sciocchezze allucinanti. Qui mi soffermo su due proiettili enormi che Vespa, con tutta la sua studiata diffidenza, gli ha lasciato sparare senza opporre la minima obiezione. Il primo è la tirata sulle stampanti 3d, un tormentone dell'ultima tournée a quanto pare. Come ha osservato la settimana scorsa Michele De Salvo, quando parla di stampanti 3d Grillo non sa semplicemente cosa sta dicendo: non solo dà numeri a caso e contrabbanda notizie false, ma smentisce platealmente le sue stesse premesse, passando nel giro di pochi secondi dal lamento per una "crescita che toglie posti di lavoro" all'elogio per uno strumento che, se davvero producesse dentiere e mattoni come sostiene Grillo, i posti di lavoro non li aumenterebbe senz'altro, anzi.



La seconda è una storia più vecchia: il politometro, quel fantasioso strumento che dovrebbe misurare la corruzione dei politici e consentirci di recuperare le risorse di cui si sono impadroniti - prima di rimandarli a casa. Grillo ha spiegato che il sistema è ormai operativo, che si tratta di un algoritmo o qualcosa del genere: in sostanza, ha rispolverato l'antica bufala dello Zip war aiganon, scoperta due anni fa da Francesco Lanza. Si tratta di una delle più impressionanti supercazzole mai inscenate da Grillo per il suo pubblico: come scriveva Davide De Luca un mese fa "Un “algortimo” non può svolgere la funzione indicata da Grillo. I dati che questo “algoritmo” dovrebbe “intersecare” non sono pubblici ed ottenerli è un reato. È impossibile nell’ordinamento di qualunque democrazia espropriare il denaro di qualcuno senza un processo. Altre mille cose non tornano nel video, come il fatto che quando Grillo gira lo schermo del tablet verso la telecamera per mostrare il famoso algoritmo, sul desktop non si vede assolutamente niente". In questi mesi lo Zip war aiganon è diventato in rete un esempio quasi proverbiale della spregiudicatezza con cui Grillo confeziona e vende il nulla: eppure Vespa, lasciando cadere uno spunto così promettente, ha dimostrato di non averne mai sentito parlare (continua sull'Unita.it, H1t#232)

La dentiera 3d e lo Zip war aiganon sono due casi interessanti che dimostrano, purtroppo, il contrario di quel che Grillo stesso propugna in ogni suo intervento: la vittoria del dibattito in Rete contro la propaganda in tv. Fin qui è l’esatto opposto: ogni volta che la tv ce lo mostra mentre dice una cosa falsa, la Rete prontamente accorre a smentirlo, con dovizia di documentazione. E però tutto questo dibattito rimane confinato entro una cerchia ristretta di lettori: il bacino di utenza di Grillo non ne viene minimamente scalfito, e Grillo può continuare a urlare le stesse balle al prossimo comizio, in favore di telecamera. È una lotta ancora impari – e perduta, probabilmente. Ma qui per quel che si può si combatte ancora.

PS: oggi ricorre il 570simo anniversario della morte di Bernardino da Siena, geniale predicatore quattrocentesco che per tante cose sembra anticipare Beppe Grillo. Gli auguriamo una vita ancora lunga e piena di soddisfazioni, come fu quella di Bernardino, e migliaia di altre piazze gremite da incantare. Non ce ne voglia però se nei parlamenti preferiamo mandare gente un po’ meno estrosa, un po’ più preparata.http://leonardo.blogspot.com

domenica 18 maggio 2014

Only Lovers Left Awake

Solo gli amanti sopravvivono (Only Lovers Left Alive, Jim Jarmusch, 2013).

I miei amici sono anemici, mi dici
Adam ed Eve sono vampiri da prima che fosse cool. Non saltano più al collo delle loro vittime, che volgarità - col cattivo sangue che circola oggigiorno, poi. E allora che fanno. Che fareste voi, se foste in circolazione da cinque o dieci secoli? Vi alzereste tardi, in ambienti intasati di cimeli, e cerchereste di ingannare l'ansia di (non)vivere collezionando altri dischi o libri che comunque conoscete a memoria.  Il sangue ve lo procurereste in ospedale, grazie a ematologi compiacenti e corruttibili. Vivreste in città decadenti o abbandonate, perché l'umanità vi interessa soltanto quando produce opere d'ingegno artigianali, e quindi ultimamente vi interessa pochissimo. Anche se alla fine è l'unica cosa che vi tiene in vita. Sempre un po' in ritardo coi tempi, analogici in un mondo digitale, e quindi perfettamente mimetizzabili sullo sfondo di qualche scena hipster o postrock. Mi ero quasi arrabbiato coi doppiatori quando ho sentito Tom "Loki" Hiddleston usare la vetusta parola "rocchettari", che, fidatevi, oltre il Raccordo Anulare non ha più cittadinanza. Poi però ho pensato che se fossi un vampiro non riuscirei sempre a svecchiare il mio lessico in modo tempestivo ed efficace: malgrado gli sforzi qualcosa mi sfuggirebbe sempre, come quello stetoscopio che tengo nel taschino per sembrare un dottore, salvo che nessun dottore ne usa più uno simile da quarant'anni.

È difficile non immaginare anche Jarmusch da qualche parte sullo sfondo, dietro a un paio di occhiali neri, mentre invia messaggi onirici alle sue creature. Un Jarmusch notturno e recluso, che continua a perseguire progetti artistici economicamente suicidi - ormai fa un film ogni quattro anni, l'ultimo non l'ha visto nessuno, e probabilmente a lui sta bene così. Gli anni in cui cominciava a bussare alle porte dei produttori con un copione di vampiri erano quelli in cui al cinema trionfava la saga di Twilight - un concept di vampiro ricco e glitterato, su misura per l'adolescente emo-ma-non-troppo. Naturalmente quelli di Jarmusch non hanno niente a che fare con questi vampiri industriali: siamo più dalle parti dell'Addiction di Ferrara. Più che pensati per gli adolescenti, sembrano pensati da un adolescente: drogati, saggissimi, coltissimi, e tuttavia la loro saggezza consiste nello stroncare l'umanità che li ha delusi; tutta la loro cultura si esaurisce in uno snocciolare i nomi di un manuale del liceo; Shakespeare, Marlowe, Byron, Shelley, Tesla, Einstein, e pensate un po': Fibonacci.

I veri vampiri, secondo me, dai feticci culturali si tengono lontani come dal sangue infetto. Viceversa, se c’è qualche poeta sconosciuto, mal pubblicato, qualcuno che aveva tutte le carte in regola ma non ce l’ha fatta, ecco: probabilmente i veri vampiri leggono solo quelli. Se il vero autore dell’Amleto fosse in vita, probabilmente guarderebbe con disprezzo alla fan-base della sua opera più famosa; pensano tutti che sia un capolavoro ma è un mostro, ho messo insieme due canovacci diversi e volevo rilavorarci sopra ma la compagnia non me ne diede il tempo, ma sul serio preferite quel brogliaccio ai miei Sonetti?


La sorellina è quella solare e un po’ pazza.

Jarmusch s’intende molto più di musica, e si sente. A sessant’anni compiuti, continua a riempire i film delle sue canzoni preferite del momento, con la stessa ansia del ragazzino che ti ha preparato una cassetta che devi assolutamente sentire e ti cambierà la vita – come la Coppola ma con molto più gusto, per nostra fortuna. E visto che siamo tra pochi intimi, può anche farci assistere a un concerto di una meravigliosa cantante post-rai libanese – purché non lo diciamo troppo in giro, sennò poi diventa famosa.

I suoi vampiri non sono tutti adolescenti perpetui come Adam: Eve per esempio è molto più vitale; probabilmente è stata morsa in una fase più matura. In effetti Tilda Swinton non mi è mai sembrata così allegra: in un anno di travestimenti spericolati (Snowpiercer, Budapest Hotel) non sorprende che quello da vampiro le risulti il più congeniale. E tuttavia il film assomiglia più ad Adam, condannato a un’eternità di depressione e pensieri suicidi. Il risultato è memorabile, anche se un po’ soporifero – chiedo scusa, ma mi ero mangiato una pizza. Sono umano, lo so, che vergogna.

Solo gli amanti sopravvivono (ma l’originale è ambiguo: si può leggere anche “Soli amanti sopravvissuti”) è ai Portici di Fossano alle 18:30 e alle 21:15. Non fa paura.

venerdì 16 maggio 2014

Un tuffo in Boemia

16 maggio - San Giovanni Nepomuceno (1340-1393), patrono degli annegati, dei confessori e della Boemia.

[Si legge intero qui]

Monumento a Giovanni Nepomuceno, a Praga sul ponte di Carlo.Nel centro dell'Europa, perenne spina nel fianco destro tedesco, c'è una nazione che da quattordici anni non sappiamo come chiamare. Sulle cartine c'è scritto Repubblica Ceca. Manco fosse l'unica repubblica d'Europa: per dire, e invece l'Italia cos'è? L'Estonia? E il Lussemburgo? No, aspetta, il Lussemburgo è un Granducato. Però non leggerai su nessuna mappa d'Europa "Repubblica Estone" o "Granducato di Lussemburgo", anche perché ti occuperebbe mezzo Belgio e tutta la Renania. Non è che i cechi siano più repubblicani degli altri: è che in italiano abbiamo l'aggettivo ma non il sostantivo. "Cechia" è una parola che proprio non riusciamo a dire. Qualcuno ci prova: ricordo in tal senso il coraggio di Claudio Lippi nel presentare Giochi Senza Frontiere. E però a un certo punto dovremmo anche rassegnarci: ci sono parole che funzionano e altre che non prendono mai il largo, e "Cechia" in italiano non ce l'ha fatta.

Io sarei per tornare a "Boemia", che suona infinitamente meglio. E però ogni volta che su internet provo a proporre questa cosa, qualcuno protesta che sarebbe un'offesa ai moravi. In realtà non sono mai riuscito a capire perché un moravo dovrebbe offendersi meno se invece che "ceco" lo chiamiamo "boemo" (conoscete un moravo? Glielo chiedete per favore? grazie). I moravi in verità non sono né cechi né boemi. Sono una cospicua minoranza etnica all'interno della Repubblica Ceca: costituiscono il 30% della popolazione e occupano il 30% del territorio. Però non sono cechi. Sono moravi, appunto. Se ci tenessimo davvero alla loro opinione, dovremmo chiamarla Cecomoravia. Per fortuna non sembrano tenerci troppo neanche loro.

Nel Settecento, una volta fatto santo, Jan divenne anche piuttosto bello, grazie a un anonimo di scuola fiorentina che ne dipinse il ritratto più famoso.
Nel Settecento, una volta fatto santo,
Jan divenne anche piuttosto bello, grazie a un anonimo
di scuola fiorentina che ne dipinse il santino più famoso.
"Cechi" è il termine slavo occidentale con cui gli abitanti della Boemia chiamano sé stessi sin dall'alto medioevo. "Boemia" è una parola ancora più antica, derivata probabilmente dai Galli Boi che abitavano nella stessa zona prima di emigrare in Valpadana (non tutti), strappare Felsina agli Etruschi e ribattezzarla Bononia. Similmente agli ungheresi, che tutti chiamano così anche se tra loro preferiscono chiamarsi magiari, i cechi fuori dai loro confini erano conosciuti come boemi: Böhmen in tedesco, bohémiens in francese (che però era anche sinonimo di "zingari", perché si riteneva che venissero da lì; finché per estensione diventarono bohémiens gli studenti squattrinati con ambizioni artistoidi, a metà strada tra hipster e pancabbestia). L'aggettivo "ceco" arriva nelle lingue occidentali nell'Ottocento, il secolo in cui incubano i nazionalismi e i tedeschi per primi scoprono la necessità di distinguere tra boemi di lingua tedesca (Deutschböhmen, concentrati nei Sudeti) e boemi di lingua... ceca (Tscheschien). I moravi però non c'entrano: perlappunto, non sono cechi, sono moravi. La tesi per cui Ceco=Boemo+Moravo non ha nessun serio fondamento, anche se ormai si sta consolidando (vedi la voce di Wiki Italia). Io non sono d'accordo, per cui da qui in poi dirò "Boemia", e credo che tutti dovrebbero imitarmi. Questa sciocchezza della Repubblica Ceca è durata fin troppo.

D'altro canto come potrei definire San Jan Nepomucký patrono della Repubblica Ceca? Una delle nazioni più agnostiche al mondo, dove i cattolici non superano il 10% della popolazione, e nell'ultimo censimento il 35% si è definito "irreligioso" e il 40% non ha nemmeno risposto alla domanda? Jan di Nepomuck era un pio suddito del Regno di Boemia, Stato piccolo ma importante; specie quando alla fine del Trecento il suo re, Venceslao (Václav) il Pigro, riesce a farsi eleggere Sacro Romano Imperatore. Non deve fare una campagna elettorale a tappeto: gli elettori sono sei, uno dei quali è proprio lui. Non solo, ma essendo re di Boemia e principe del Brandeburgo, la Bolla d'Oro gli riconosce il doppio voto (come il jolly ai GSF).

Essendo Imperatore, Re e Principe, Venceslao ritiene di avere il sacrosanto diritto di nominare vescovo un suo sodale; purtroppo nessuna diocesi è vacante. In compenso è appena morto l'abate del monastero di Kladruby; Venceslao converte l'abbazia in diocesi e ordina ai monaci di sospendere le procedure per l'elezione dell'abate. I monaci non lo ascoltano e nel marzo 1393 eleggono il loro collega Olenus. Jan è il vicario generale dell'arcivescovo di Praga, che ratifica la nomina. Venceslao lo fa arrestare insieme ad altri tre membri dello staff; li fa torturare finché gli altri tre non cambiano idea, e infine condanna l'irremovibile Jan a morte per annegamento nella Moldava (il fiume che attraversa Praga - da non confondere con l'omonima repubblica che sta molto più a est). Fin qui Jan ha tutte le carte per diventare il Thomas Becket boemo: un ecclesiastico tutto d'un pezzo che non si arrende ai diktat del potere temporale e difende fino alla morte l'autonomia della Chiesa. E però la fortuna di Jan sarà molto inferiore a quella del collega inglese: i tempi stanno cambiando. Proprio in quel 1393 a Praga un giovane studente squattrinato sta prendendo la laurea breve in filosofia. Si chiama Jan Hus (continua sul Post...)

Il complotto contro un uomo ridicolo

Dopo tanto tempo ho provato a rivedere il vecchio video del vertice di Bruxelles (23 ottobre 2011), e devo dire che non ho cambiato idea: per me la Merkel e Sarkozy non stavano ridendo di Berlusconi. La giornalista, che aveva appena chiesto ai due leader se si sentivano rassicurati dalle riforme promesse dal governo italiano, non aveva rivolto la domanda a nessuno dei due in particolare. Sarkozy era già pronto a rispondere, ma voleva attendere che la collega terminasse di ascoltare la traduzione simultanea: così si voltò verso di lei e sorrise.

Quello che accadde davvero a quel punto - e che comprensibilmente Berlusconi non vuole sentirsi dire - è che risero i giornalisti. Non risero perché pilotati da un complotto ordito a Berlino o a Strasburgo. Non risero della situazione italiana, delle tre manovre promesse e rimangiate durante una psicotica estate trascorsa ad abolire province e ritoccare aliquote sui giornali del mattino, per rimangiare tutto nei talk della sera. Risero perché il re era nudo, perché Berlusconi era ridicolo. Oggettivamente, lo era: non è improbabile che a scatenare quella libera risata internazionale abbia concorso più Ruby Rubacuori che tutti i severissimi editoriali dell'Economist o del Wall Street Journal. Quel che importa è che B. ormai fosse un oggetto impossibile da gestire senza riderci su: all'estero soprattutto, fuori dal cono d'angoscia dello spread. Se anche ci fu un complotto, come racconta l'ex ministro del Tesoro USA Geithner, fu un complotto per convincere le istituzioni italiane a liberarsi di un capo del governo incapace e screditato. Dal mio antiberlusconiano punto di vista, avrei preferito un complotto più efficiente e tempestivo. Una nazione può permettersi di avere politici non all'altezza, se ha i conti in ordine; o può avere i conti nel caos, se ha leader carismatici e autorevoli. Nell'autunno 2011 stavamo precipitando con una squadra di pagliacci in cabina di comando (Continua sull'Unita.it, H1t#231).

Per capire quanto pericoloso e incompetente fosse B. l’Europa ci ha messo vent’anni e una crisi sistemica. Finché le cose non sono andate troppo male, i suoi colleghi erano pronti a tollerarlo anche mentre faceva le corna nelle foto ufficiali; al Partito Popolare Europeo i suoi voti non dispiacevano affatto. Ma verso l’autunno 2011 Berlusconi guidava a vista un governo in stato confusionale; a fine agosto Sacconi si era sbagliato a fare i conti e aveva proposto di tagliare a militari e laureati la reversibilità degli anni di studi e di leva. Poco prima Tremonti aveva deciso di abolire tutte le province piccole tranne Sondrio. Proposte deliranti che lasciavano chiaramente intuire il panico e l’insipienza di chi le dettava. Chi avrebbe comprato i nostri titoli di stato? Bruxelles non avrebbe dovuto preoccuparsi della catastrofe della quarta economia europea?
Come siano andate le cose non lo sapremo mai. Senza perdersi in dietrologie, non si può non rilevare come Geithner abbia scelto di lanciare il suo retroscena nel momento più delicato di una campagna elettorale europea. Il fatto che nel nostro piccolo orto italiano le sue rivelazioni offrano a Berlusconi il destro per gridare al golpe ci distoglie forse dal quadro generale. E il quadro generale che ci dipinge Geithner è quello di un’Europa asservita a una Germania arcigna, “tirchia”, risoluta a non riaprire il “libretto degli assegni” per aiutare le fragili e irresponsabili economie mediterranee; disposta persino a far cadere leader democraticamente eletti (benché universalmente screditati). Più che aiutare un Berlusconi “radioattivo”, Geithner sembra voler regalare argomenti a chi lamenta l’egemonia tedesca nel continente (suggerendo anche un euroleader alternativo alla Merkel: Mario Draghi). Non è un affatto un quadro irrealistico, bisogna ammetterlo. Ma come sempre è interessante il paradosso: mentre ci racconta di un Obama monroviano, assolutamente indisposto a sporcarsi del “sangue” di Berlusconi (“Non possiamo avere il suo sangue sulle nostre mani” diceva Geithner), l’ex ministro sta facendo, nel suo piccolo, esattamente quello che Obama non avrebbe voluto fare: sta intervenendo. Ci sta suggerendo che un’Unione più solida rischia di essere asservita alla Germania; ci sta spiegando come dovrebbe funzionare la BCE; ci sta mettendo in guardia dai vertici comunitari che tramerebbero contro i leader eletti dal popolo. Le forze che si oppongono all’integrazione europea non possono che ringraziare. http://leonardo.blogspot.com

martedì 13 maggio 2014

Ma di che faccia parli, Matteo Renzi

Ormai la faccia di Renzi sta diventando un tormentone, non dissimile dalla testa di quei figli su cui Berlusconi amava giurare. Qualsiasi cosa stia succedendo, una riforma che non parte perché scritta coi piedi (bei piedi, per carità), uno scandalo di tangenti; non c'è nulla a cui Renzi non possa opporre la sua faccia, che evidentemente è un argomento. Dietro a chissà quale strategia mediatica sapientemente congegnata ('rispondi sempre così, abbiamo fatto una ricerca e pare che funzioni') c'è un profondo convincimento: Renzi è convinto di avere una faccia, per così dire, inoppugnabile. Una "faccia pulita", secondo Repubblica avrebbe proprio detto così.

io sono sicuro che tutti dicono chi te lo fa fare perché non ti conviene mischiare la tua faccia pulita con quello che è accaduto, ma preferisco rischiare di perdere qualche punto nei sondaggi per le elezioni che investimenti e posti di lavoro.

Uno potrebbe anche opinare che, se Renzi perde ancora qualche punto nei sondaggi e il M5S vince le elezioni, non è che gli investimenti e i posti di lavoro se la passeranno granché bene; se invece Renzi ci mette la sua faccia pulita di condannato in primo grado per danno erariale... cosa succederà? Non è tanto chiaro, ma pare che la faccia pulita lavi qualsiasi crimine. Non basta nominare commissioni, anzi task force: qualsiasi cosa faccia, Renzi deve farla con la sua faccia, sennò non funziona.

Sarà interessante, nei prossimi mesi o anni, misurare il decadimento della faccia di Renzi: quante promesse disattese serviranno, quante case non pagate e di non proprietà, quante riforme in cui la faccia serve a coprire parti del corpo meno nobili ma utili (e però mai utilizzate, fin qui, per riformare il parlamento e la costituzione). Così come B, ogni volta che giurava sulla testa di un figliolo, dimostrava per prima cosa l'irrisione nei confronti di chi a un giuramento come quello prestava davvero fede, sarà interessante capire quanto la faccia pulita di Renzi continuerà a ridere alla faccia nostra. Io - lo dico rischiando - ho la sensazione che abbia un respiro un po' corto: personalizza davvero tutto, ma dietro di sé non ha come aveva B. un'industria consacrata all'autopromozione. Ogni volta che dice "io", "io, "io", mi sembra un po' più solo. Finché vince, ok: ma fin qui vittorie clamorose non si sono viste. Converrebbe nel frattempo investire in facce nuove.

lunedì 12 maggio 2014

Il Signor G invecchia

Tra tante cose che Primo Greganti potrebbe aver fatto nell'ultimo anno - la magistratura accerterà - ce n'è una sulla quale mi posso già esprimere con una relativa sicurezza: in febbraio dovrebbe aver compiuto settant'anni. All'età in cui tutti ci auguriamo di aver tirato finalmente i remi in barca, il signor G è ancora saldamente attaccato a un telefono da cui passano affari. La sua tenuta in fondo non ci stupisce - non nel paese in cui un 77enne ex presidente del Consiglio non esclude di ricandidarsi, dopo aver estinto la sua pena in una casa di cura dove abitano ospiti anche più giovani di lui.

È forse più sorprendente rendersi conto che nel nel 1993, quando fu arrestato con l'accusa di aver intascato una tangente da un miliardo e 200 milioni di lire, Greganti non ne aveva ancora compiuti cinquanta. Un giovanotto, diremmo oggi. Un funzionario nazionale del PDS, con un ruolo delicato e responsabilità pesantissime: la sua età nel '93 era una non-notizia. A voler cercare il bicchiere mezzo pieno - arte in cui conviene allenarsi - il suo arresto significa che il passaggio generazionale è ostruito anche tra i tangentari. Ci sbagliavamo a immaginarcelo come un mondo di lupi senza scrupoli, un mondo in cui se chini la testa qualcuno è pronto a staccartela. Evidentemente per costruire il know-how di un G. o di un Bisighini servono decenni di relazioni. Eppure G. e Bisighini (e Scajola) hanno in comune di aver cominciato relativamente giovani. In seguito, evidentemente, nessuno è riuscito a scalzarli.

Ora Matteo Renzi promette una task force (continua sull'Unita.it, H1t#230)succede, in casi come questi, di promettere qualcosa in inglese. L’inglese è più succinto, consente ai giornali di usare un carattere più grosso (task force in italiano sarebbe una commissione straordinaria, non suona davvero altrettanto bene). Speriamo che sia la volta buona; sarebbe bello poter pensare che anche le mazzette siano una questione generazionale, una triste abitudine dei nati negli anni Quaranta e Cinquanta. Renzi è del 1975, forse ne siamo fuori. Io però devo confessare una cosa orribile.

Se finalmente arrestassero un tangentaro della mia età, ne sarei quasi sollevato: significherebbe che anche noi siamo in grado di delinquere. Che non siamo una generazione di marziani ancora completamente impermeabili al tessuto sociale che non ci sta assorbendo. Mentre i nostri genitori e nonni continuano a intascare buste per noi. Come se non ne fossimo capaci. E forse davvero non ne siamo capaci. Ma anche l’onestà dovrebbe essere una scelta, non il posto in cui ti rassegni a sedere perché gli altri sono già tutti occupati. http://leonardo.blogspot.com

venerdì 9 maggio 2014

Scuola di velleità

The English Teacher (Craig Zisk, 2013).

Il film si apre sul consueto corridoio di armadietti - esatto, sì, siamo in una high school americana. Chi sarà il protagonista? Questo tizio che limona la cheerleader? Ma no, figùrati. Quest'altro in felpa grigia mogio mogio? Il classico emarginato, magari vittima di bullis... no, aspetta, sta solo trafficando bustine. Poi si apre una porta e ne esce Julianne Moore, e persino chi non ha fatto caso al titolo deve arrendersi all'evidenza: niente adolescenti, stavolta si parla dei prof. Di come siano appassionati e soli. Proprio perché appassionati. Proprio perché soli. Di come il sacro fuoco della letteratura invece di bruciarli li abbia caramellati, imprigionati in una crisalide di ideali e velleità da cui non c'è più il tempo di uscire. Di come abbiano tirato i remi in barca e da una retrovia della Pennsylvania esortino gli studenti più fragili a non arrendersi, a lanciarsi allo sbaraglio laureandosi in cose affascinanti e inutili, a scappare a NY e farsi venire l'ulcera scrivendo drammi disturbanti. Come se il loro fallimento non bastasse, no, devono mettere il nido, rubare le uova alle famiglie per bene e covare altri falliti velleitari che moriranno di cirrosi a cinquant'anni e poi magari tra due generazioni saranno rivalutati da qualche critico annoiato.

Una sera la prof. Moore si imbatte nel suo migliore ex studente, che a vent'anni è già tornato da NY a casa da papà, rassegnato a rimettersi in riga, studiare legge e diventare una persona noiosa. Forse non abbastanza bravo per fare lo scrittore, dopotutto. Per convincerlo a perseverare lungo la strada incerta della gloria letteraria la prof. Moore convincerà la filodrammatica della scuola a mettere in scena l'unico dramma del geniale ex studente, una schifezza ibsen-kafkiana con insetti giganti e tutti i personaggi che si ammazzano.  Come se Broadway e Hollywood potessero davvero assorbire tutti le giovani promesse talentuose che poi diventeranno freelance cognitari e si lamenteranno che li pagano meno di un idraulico. Come se in casa avessimo tutti più necessità culturali che rubinetti. Ma se invece avesse ragione l'ex studente? Se per una volta il protagonista, quello che deve-credere-forte-forte-nel-suo-sogno-così-il-sogno-si-avvererà, fosse un mediocre narciso destinato presto o tardi a svegliarsi e trovarsi un lavoro?

The English Teacher mi è proprio piaciuto, devo dirlo... (ma pare che sia piaciuto solo a me. Scopritelo su +eventi!) Sono contento di esserci inciampato sopra durante la Festa dei Fondi di Magazzino, pardon, del cinema. Tre euro spesi benissimo, quando altri film molto meno interessanti, non faccio nomi, sono in sala da un mese a più del doppio del prezzo. Non c'è ovviamente bisogno di dire quanto sia brava la Moore, che soprattutto nella provincia americana nuota come nel suo elemento. Gli altri attori, adolescenti e meno, sono magari penalizzati dal doppiaggio, ma in un film sulla filodrammatica anche questo ha un senso. Quello che mi è piaciuto davvero è il testo, un congegno teatrale dove ogni battuta ha un senso. Ho anche apprezzato la mise an abîme: un film che racconta la storia di una produzione teatrale che deve finire bene per esigenze economiche, e si conclude con un lieto fine visibilmente imbastito per le medesime esigenze. Con qualche piccolo colpo di genio (la voce fuori campo che litiga coi personaggi nel finale) e senza calare di ritmo nel secondo tempo, come quasi sempre succede. Gli altri tre spettatori borbottavano, ma io non ascoltavo. Per me era già la sorpresa dell'anno.

Poi sono tornato a casa e ho fatto quello che un professionista non farebbe - ho dato un'occhiata a cosa aveva già scritto la critica mondiale. E ho scoperto che, insomma, è piaciuto quasi soltanto a me. E io chi sono? Un insegnante di italiano, con malsopite velleità letterarie, che già l'anno scorso mise in cima ai suoi titoli dell'anno un film sugli stessi argomenti, Dans la maison. Ma quello di Ozon era davvero un gran bel film, tratto da una vera pièce teatrale. The English Teacher, se ci ripenso adesso, ha tanti punti deboli. Personaggi abbozzati, dialoghi quasi sempre efficaci ma mai davvero divertenti. Mi verrebbe da dire che c'è la struttura, ma manca la polpa: il soggetto è buono, lo spunto quasi geniale, il problema che illustra è vivo e riguarda milioni di persone. Ma poi servivano bravi scrittori, e quelli che hanno messo mano al copione non erano abbastanza bravi dopotutto. Sono le cose che si potrebbero perdonare a un esordiente, e almeno il regista lo è - anche se macina ciak sui set televisivi USA da decenni: ha firmato talmente tanti episodi di serie tv che alcuni li ho visti persino io (Scrubs, Nips/Tuck, Weeds).

Allora forse è successo questo: una sera qualunque sono inciampato in un esordiente di talento che aveva una buona storia. Almeno, ho voluto credere che fosse buona. Ma forse quello che mi ha fatto ridere, e piangere, e sgranocchiare nervosamente, non era la qualità della storia, ma il fatto che sembrasse parlare di me. E allora mi sono commosso, in quel modo stucchevole e sentimentale che abbiamo noi insegnanti di materie umanistiche di commuoverci sul nostro solitario destino: quando ci immaginiamo che anche Dickens e Ibsen possano avere finali diversi, magari felici - uscite sul parcheggio da cui uscire riconciliati col mondo. Come se a scuola non ci capitasse tutti i giorni di insegnare l'esatto contrario: è sempre quello tragico, il finale originale.

Buona festa del cinema: The English Teacher (da non confondere con The German Doctor, che è una storia su Mengele) è al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:15, 22:30) e all'Impero di Bra (20:20, 22:30).