martedì 30 settembre 2014

Il Partito (Democratico) dei Sogni

Dalla parte del principio del piacere

A cinque mesi dal suo insediamento - non molti in fin dei conti - Matteo Renzi ha ancora la pretesa di non essere giudicato per quel che fa, ma per quel che promette. E promette senz'altro tante bellissime cose: come si fa a dirgli di no? Ora vuole cancellare tutti i contratti precari. Tutti. È senz'altro una promessa coraggiosa, nobile, e non stiamo nemmeno a discutere se sia una promessa di sinistra o di destra, scherziamo? Nelle slide della riforma della scuola non c'è scritto soltanto che assumerà tutti i precari di seconda fascia, ma che in un qualche modo riuscirà a farlo a costo zero, non è meraviglioso? Ci ha già dato ottanta euro in più, nella speranza che la ripresa economica fornisse la copertura - la ripresa non c'è stata e allora adesso ce ne sta promettendo altri cento in più, vi rendete conto - ok, in realtà è il Tfr, vuole mettercelo in busta così ci tiriamo su di morale; ha un po' l'aria dell'ultima raschiata nel barile, ma butta via.

Ma insomma sono tutte promesse fantastiche, e di sinistra senz'altro; lui ce le racconta nei giornali, in tv, come se fosse in campagna elettorale, come se la nostra opinione in merito gli interessasse davvero, come se avesse paura che ci fossimo stancati delle promesse di ieri, e gliene stessimo chiedendo di più grosse, sempre più grosse. E invece noi gufiamo, ci distraiamo; invece di concentrarci sulle promesse ci facciamo antipatiche domande su come Renzi potrà mantenerle. È proprio un atteggiamento old school, fortunatamente ormai minoritario anche nella direzione del Pd. I pochi che ancora richiamano l'attenzione su quella cosa antipatica che si chiama realtà sono vecchi leoni animati dal risentimento. È più interessante dare un'occhiata ai giovani, soprattutto quelli che due anni fa avversavano Renzi e poi si sono spostati, e con loro il baricentro del partito. Stupidi non sono: seguono il pifferaio, ma non hanno l'aria rapita e succube dei topolini. Non è che le loro smorfie di soddisfazione siano insincere, ma tradiscono ancora un'ombra di alterigia dalemiana. Se sanno ancora fare due conti, sanno che dietro le chiacchiere di Renzi non c'è un granché - ovvero, ci saranno altre chiacchiere più grosse, ancora più grosse. Però alla fine se qualcuno andrà a sbattere sarà Renzi, loro in un qualche modo si barcameneranno. Nel frattempo, vento in poppa, quando ci ricapita? Essere svegli in un mondo che dorme, non è fichissimo?

Anche stavolta parlare di sinistra e di destra sembra inadeguato. Come ai tempi di Berlusconi, quando più che una sinistra e una destra c'era un partito del Principio del Piacere (il PdL) e un partito del Principio di Realtà (il centrosinistra - Ulivo). Il progetto del primo era farti sognare: un milione di posti di lavoro, un nuovo miracolo italiano, il federalismo fiscale, la libertà dall'oppressione fiscale, eccetera. Il compito del secondo era svegliarti, dare un'occhiata ai conti, rimettere un po' in sesto i bilanci, farti pagare anche una tassa in più - in attesa di cedere di nuovo la palla ai sognatori. Due poli che apparentemente si opponevano, e nei fatti si completavano. Se ieri alla direzione del PD è successo qualcosa di storico, probabilmente è stato questo: il PD è passato ormai quasi del tutto dalla parte del principio del piacere. Non è che Renzi possa sparare le stesse palle di Berlusconi - i tempi sono cambiati - e però il programma è lo stesso, in versione economica: trascinarsi in giro per l'Italia e per il mondo a sorridere e sprizzare ottimismo, con qualche figuraccia internazionale che fa colore. Per quanto il tizio possa restare antipatico, a questo punto si fa anche fatica a volergliene. È un imbonitore, un venditore porta a porta col suo repertorio di barzellette tristi - è colpa sua se è fatto così? è per questo che lo abbiamo scelto. Perché ebbene sì: lo abbiamo scelto noi. Nessun potere forte ce l'ha imposto (si stanno già chiamando fuori, quei bastardi). Ne avevamo abbastanza dei vecchi saggi che con aria compunta ci dicevano tristi verità, volevamo un uomo che ci facesse ridere. Eccoci accontentati e che dio ce la mandi buona. Dopotutto hai visto mai.

Può anche darsi che non ci sia nessuna rovina dietro l'angolo; che la ripresa sia appena appena un po' più tarda ad arrivare; o che l'Italia possa precipitare in moto rettilineo ancora per anni, decenni, secoli, senza impattare contro nessun muro, contro nessuna apocalisse che magari è solo una proiezione dei nostri capricciosi super-io. Anche la realtà, hai visto mai: magari non esiste. Speriamo bene.

martedì 23 settembre 2014

And the wind cries: BOOOOORING!


Jimi (All Is By My Side), John Ridley, 2013.

James Marshall Hendrix detto Jimi è uno dei più grandi musicisti del secolo scorso. Se la chitarra elettrica è uno strumento che si può suonare in un centinaio di modi diversi, a lui ne dobbiamo più o meno novantotto. Cresciuto in una famiglia disagiata, a 14 anni imparò il riff di Peter Gunn su un ukulele con una corda sola. L'anno dopo si procurò uno strumento. Quattro anni dopo lo arrestano su una macchina rubata, anzi due. Un anno dopo è nell'esercito, paracadutista, vittima di molestie sessuali. Un anno dopo suonava per Little Richard. Cinque anni dopo era l'artista più pagato del mondo, dava fuoco alle chitarre, violentava l'inno nazionale. Un anno dopo era morto soffocato, e ne aveva 27. Scrivere e girare un film noioso su di lui sembrava impossibile. John Ridley ci è riuscito. Come diavolo ha fatto.

Certo, farsi negare dalla famiglia i diritti delle canzoni può aiutare. Ma non basta - ricordate quando Todd Haynes riuscì a fare un film su David Bowie usando tutte le canzoni tranne quelle di Bowie - ecco, non sarebbe sufficiente nemmeno eliminare le canzoni per rendere Jimi Henrix noioso. Ci vuole qualcosa di più. Bisogna fare in modo che ogni volta che il musicista apra la bocca, ne escano cose irrilevanti come "Uhm", "non saprei", "d'altronde e così" - finché dopo qualche dozzina di scambi del genere, con interlocutori altrettanto ispirati, non sorga sulle labbra del generoso André 3000 uno di quei memorabili aforismi che ragazzini cercavamo setacciando i volumi Arcana con le traduzioni dei testi, per poi tracciarli con l'uniposca su quegli zainetti che ci avrebbero reso persone interessanti. QUANDO IL POTERE DELL'AMORE VINCERA' SULL'AMORE DEL POTERE IL MONDO SARA' UN POSTO MIGLIORE, amen fratello. Nel film Hendrix se ne esce con questa cosa in una discussione con due Pantere nere - loro vogliono trasformarlo in un artista engagé, ma non hanno fatto i conti con il Potere dell'Incarto del Cioccolatino Perugina!

Ci sono poi le donne (se ne parla su +eventi!)

giovedì 18 settembre 2014

Il francescano volante

La sua gabbia a Osimo. Neanche un trespolo.
San Giuseppe da Copertino (1603-1663), frate e mistico, patrono degli astronauti, amico degli studenti e protettore degli esaminandi

Comporre le classi, in particolare le prime medie, è più un'arte che una scienza. Non ci sono parametri oggettivi, non c'è modo di sapere se quello che stai facendo funzionerà o no. Se tutti si lamentano è un buon segno: se fossero in pochi a lamentarsi probabilmente avresti commesso un'ingiustizia, favorendo qualcuno a scapito di qualcun altro. Se si lamentano tutti almeno sei sicuro di non aver favorito nessuno, il che è già qualcosa.

Una delle difficoltà fondamentali, quando componi le classi, è far vuotare il sacco alle maestre elementari. Esse sanno molto dei ragazzi che tu devi mescolare in un pastone il più possibile uniforme. Sanno senz'altro distinguere i ragazzi talentuosi e i criminali in erba, e tuttavia neanche sotto tortura ti diranno "Omar Pascià è un ragazzo talentuoso!" o "Livio Barazzutti è un criminale in erba". Li hanno avuti in custodia per cinque e più anni, e quindi non glieli tocchi, sono i loro bambini. Sono tutti bravissimi. Sono tutti meravigliosi. Al limite, a volte, aggiungeranno espressioni sibilline come "...è da capire". Per intenderci: se la sua maestra dice che Livio "è da capire", Livio non è semplicemente da capire. È da guardare a vista per evitare che mangi gli altri bambini, o i loro astucci, o li faccia mangiare agli altri bambini (i loro astucci).

"E Giuseppe?"
"Eh, Giuseppe, Giuseppe... è meraviglioso".
"Naturale. Ma a parte questo? Morde?"
"No... no... tendenzialmente no".
"Tendenzialmente".
"È un ragazzo straordinario, con una sensibilità, una fantasia..."
"Quindi non lo mettiamo in prima G".
"Ma no, perché?"
"Perché sarebbe il ventesimo straordinario, sensibile e dotato di fantasia. Anzi facciamo così: da qui in poi, mi dici soltanto quando non sono straordinari e sensibili. Se non dici niente do per scontato che sono straordinari e sensibili. C'è il completamento automatico, vedi?"
"Però Giusi non è come gli altri, lui è un po' di più... come dire..."
"Più sensibile?"
"Insomma va capito".
"O mio dio. Un altro?"
"Ma no, non in quel senso..."
"Non è un maniaco oppositivo violento, mi vuoi dire".
"No, tendenzialmente..."
"Tendenzialmente".
"Anche la neuropsichiatra ci ha confermato che è tutto a posto, non ha niente che..."
"Ehi ehi ehi, ferma, è uno da neuropsichiatria?"
"No, no, assolutamente".
"Ma qualcuno ce l'ha portato".
"Noi no, noi non c'entriamo, per noi era solo un ragazzo che..."
"Senti, ne ho altri settanta da piazzare entro sabato, e non è che io voglia sapere vita morte miracoli. Soltanto se graffia o no".
"Non graffia".
"Oh, grazie".
"Però... vola un po', ecco".
"Ricevuto, lo mettiamo al piano terra".

GIU'! PORTATELO GIU'!

Giuseppe da Copertino volava. Per un santo è quasi una cosa banale. È un po' meno banale il modo in cui confratelli e gerarchie reagivano al miracolo: con fastidio. Il francescano volante passò parecchio tempo in gabbia. Dopo aver tanto penato sui libri per riuscire a diventare sacerdote, alla fine gli toccò officiare nella sua cella, da solo. Questa cosa di levitare a ogni menzione della Madonna o di Gesù, o anche solo per aver fissato un'immaginetta santa, dopo un po' riusciva snervante. Ok, lo abbiamo capito, sei santo, ma adesso vieni giù, comportati come una persona normale. No, niente da fare. Giuseppe non ce la faceva. Guarda che chiamiamo l'Inquisizione!

Per fortuna quella spagnola era impegnata. Si scomodò l'Inquisizione napoletana, forse meno intransigente. Ma chi è questo tizio? Perché non riesce a star fermo? Siamo nel Seicento, è un po' prestino per diagnosticare un deficit dell'attenzione.
"Non riesce a farci niente. Anche mentre gli parli: un momento è qui che ti ascolta, l'attimo dopo è in orbita".
"Ha sempre fatto così?"
"Difficile dirlo, ha già cambiato molte classi... volevo dire, molti conventi".
"Ahi".
"Copertino (Lecce), Martina Franca, Roma, Assisi, Pietrarubbia, Fossombrone, Osimo..."
"Non riesce a tenerlo nessuno. Nel faldone cosa c'è scritto?"
"Bambino meraviglioso"
"Naturale. E poi?" (continua sul Post...)

giovedì 11 settembre 2014

Storia di due mele

Stuck in a device (you can't get out of)

Da quel che ho capito c'è stato uno show; la star era il nuovo iPhone e gli U2 erano la band di spalla ((c) Paolo Madeddu). Da lontano può sembrare una rissa tra dinosauri: sia l'Apple che Bono hanno conosciuto tempi migliori, e però non c'è dubbio che a un certo punto ci sia stato un avvicendamento. Diciamo che fino al 2000, quello che sognavamo, e poi correvamo a cercare nei negozi, erano le canzoni - i cosiddetti contenuti.

Dico 2000 perché è una cifra tonda, ed è l'anno di Naspter. Nel 2001 arriva l'iPod, e il baricentro della nostra attenzione comincia a spostarsi sui supporti hardware. Non so se i più giovani abbiano mai percepito la differenza, ma gran parte di quella passione che oggi porta molti utenti a fare la fila fuori un apple store, vent'anni fa si consumava più facilmente nell'attesa del nuovo disco di un gruppo famoso. Oggi una simile attesa è così poco importante che gli U2 preferiscono l'effetto sorpresa (ma pure Beyoncé). Potremmo concludere che ingegneri designer e programmatori sono le nuove rockstar, e se una simile conclusione traballa un po' potremmo sempre puntellarla col successo dei biopic di Zuckerberg e Jobs. Ma forse è più interessante invertire il punto di vista: e se quello che ieri ci affascinava nelle rockstar fosse proprio quello che oggi troviamo più facilmente nei prodotti hi-tech, l'innovazione tecnologica?

Quest'estate, mentre traducevo le ostiche recensioni di sir Perceval, mi sono imbattuto in un vecchio pezzo scritto nell'imminenza della paventata chiusura di Napster (che in realtà sopravvisse ancora un bel po', e chiudendo non fece che aprire le porte a decine di piattaforme per la condivisione illegale dei file). In quel momento pensavo davvero - beata ingenuità - che il mar Rosso della condivisione on line avrebbe potuto richiudersi di lì in poche ore. E quindi bisognava affrettarsi a scaricare buona musica, ma quale? Io suggerivo i Beatles. Mi permettevo di spiegare che per me le canzoni dei Beatles, anche le più semplici, avevano sempre un carattere sperimentale che le salvava - ogni brano era un tentativo di fare qualcosa di diverso. Quasi tutti erano esperimenti molto circoscritti: introdurre un nuovo accordo, una nuova armonia, un nuovo strumento, un nuovo tempo, ecc. In giro c'erano musicisti assai più scafati che facevano cose ben più complesse, ma pochi come i Beatles danno l'impressione di rischiare tutto, di mettersi completamente in gioco di fronte a un pubblico molto più ampio che in sostanza comprendeva chiunque avesse una radio in casa.

mercoledì 10 settembre 2014

Contenete l'entusiasmo



E dunque, dopo una lunga riflessione, ho deciso che quest'anno vado alla Festa della Rete. Con chi c'è ci vediamo là, a parlar male di quegli altri.

lunedì 8 settembre 2014

I nostri piccoli assassini


I nostri ragazzi (Ivano De Matteo, 2014)

Capita in tutte le famiglie - ricche, o meno, perfette o meno. Capita, a un certo punto, che ci venga ad abitare un perfetto sconosciuto. Di solito si prende la stanza del piccolo, quello tanto carino che è scomparso all'improvviso senza neanche salutare. Si disfa dei giocattoli e si mette a tappezzare le pareti di cose incomprensibili. Non è chiaro chi sia, cosa faccia, cosa guardi sul monitor, cosa scriva sul cellulare; dove passi i pomeriggi e a volte le nottate. La mattina dice di andare a scuola, ma le versioni sue e degli insegnanti non coincidono mai. È fragilissimo, eppure hai la sensazione che potrebbe uccidere qualcuno a mani nude. Non ha affetto da mostrarti, solo favori da chiederti. Sa che non potresti rifiutarti. O potresti?


I nostri ragazzi comincia e finisce col botto, e nel mezzo fa quel che può per non perdersi. È un buon thriller psicologico senza esorbitanti pretese, che arriva nelle sale nel settembre 2014 scontando la sfortuna di assomigliare un po' troppo a un altro film, molto più ambizioso, di cui negli ultimi mesi si è parlato tantissimo: Il capitale umano. Il confronto è inevitabile: di nuovo un romanzo non italiano (stavolta è La cena del danese Herman Koch: per favore, continuate così, questi innesti stanno funzionando); di nuovo due famiglie a tavola e due adolescenti nei guai. Ma è un confronto terribilmente ingiusto, che serve soltanto a evidenziare quello che Virzì era disponibile ad aggiungere e che a De Matteo non interessava. Il primo non poteva rinunciare a fornire ai suoi personaggi coordinate politiche, sociali, geografiche, senza preoccuparsi di scadere nel macchiettismo e anzi aggiungendo siparietti satirici gratuiti (ma irresistibili); a De Matteo la politica non interessa, non interessa la geografia, né la satira dei costumi. Persino gli adolescenti, che da un certo punto in poi si prendono il film di Virzì e lo portano a conclusione: persino loro sembrano ai bordi dell'occhio di bue di De Matteo; animali incomprensibili dietro le cui azioni rituali (fumare - messaggiare - limonare alle feste) si nascondono pulsioni oscure su cui non sembra lecito indagare.

A De Matteo interessavano soltanto i quattro adulti (facciamo tre e mezzo, la Bobulova non ce ne voglia): il modo ovviamente imprevisto in cui reagiscono a uno choc che mette in discussione il loro sistema di valori eccetera. Il rischio di girare un film di tinelli è corso con consapevolezza, tanto più che De Matteo decide di demandare agli arredatori una buona parte della caratterizzazione dei personaggi. Intuiamo il progressismo della coppia Lo Cascio - Mezzogiorno dalla quantità di libri alle pareti (affastellati senza nessuna cura degli accostamenti cromatici); l'insensibilità di Gassman dalla luce gelida e ambulatoriale del lunghissimo corridoio che percorre tra studio e camera del bambino. E poi naturalmente ci sono gli attori, con tutto quello che non riescono a lasciarsi dietro tra un film e un altro, e ci fa immaginare una Mezzogiorno più imbronciata di quanto probabilmente non sia, e quanto a Lo Cascio... ecco, parliamo di Lo Cascio (ne parliamo su +eventi!)

mercoledì 3 settembre 2014

Il piccolo centravanti africano

(I racconti del mese, settembre)

Non è che gli alunni mi salutino mai troppo volentieri, incrociandomi sul corso; ma è ai primi di settembre che cominciano a nascondersi dietro le colonne, quasi vergognandosi di abbronzature perfette. Hanno un gelato in mano e una ben più fredda consapevolezza sulle spalle: non ce la faranno mai a finire i compiti. Li hanno appena iniziati. Forse non vale neanche la pena di provare. Io faccio finta di niente, e penso che forse era più onesto Mahmadou.

Mahmadou era nero e centravanti prima che fosse cool. Non era esattamente un campione - sgambava tra l'area e il centrocampo in magliette sempre troppo larghe sulle spalle, eredità di un fratello maggiore; aveva fiato e un buon tocco, ma era ancora troppo cucciolo per mettere in soggezione terzini e portiere. Anche i suoi compagni più cari lo chiamavano Mamma, soprannome sommamente infelice a cui si era affezionato. Mamma me lo disse chiaro e tondo, quando in giugno fui per dettare i compiti delle vacanze: non se li sarebbe scritti, un po' perché aveva lasciato a casa il diario, un po' perché dai, non ne valeva la pena; quell'anno andava in vacanza anche lui, e non poteva portarsi i libri giù in Africa.

Obiettai che poteva farne comunque un po' prima di partire; mi spiegò che partiva subito, appena finita la scuola; che non ci sarebbe stato nemmeno il tempo di mandare i genitori a ritirare la pagella, l'aereo si stava già scaldando sulla rampa. Né poteva posporli al ritorno, i compiti, perché sarebbe tornato tardissimo, a settembre inoltrato, se non più in là: non dovevamo però preoccuparci, potevamo benissimo cominciare la scuola senza di lui. Portarsi i compiti giù al villaggio? Fuori discussione: anche se si fosse trovato un posticino in valigia - e non c'era - Mamma mi spiegò che la vita nel villaggio è molto diversa da quella che conduciamo qui: c'è tutta una dimensione comunitaria che purtroppo a noi sfugge, blindati come siamo nelle nostre nicchie alienanti. Una volta arrivato laggiù, Mamma si sarebbe messo immediatamente a giocare a pallone coi suoi amici, perché è così che funziona; e non avrebbe smesso finché l'aereo del ritorno non avesse iniziato le procedure di decollo. Mi spiegò, Mahmadou, che la sola idea di dire ai coetanei: "ora non posso giocare, devo fare i compiti" era da rigettare come un ingenuo cascame del mio colonialismo interiore: in una società rurale africana non ci si può isolare dal gruppo, non si possono fare i compiti. La volontà di isolarsi si trasforma immediatamente in uno stigma sociale, quando non somatizza prendendo le forme di una vera e propria malattia. Davvero volevo renderlo un paria, un lebbroso agli occhi dei suoi fratelli? Non poteva fare i compiti; non dipendeva da lui. Eccetera.

"Ora prendi un foglio e te li scrivi lo stesso".
"Ma prof..."
"Qualcuno ha una penna da prestare a Mahmadou?"

Verso i primi d'agosto ormai l'ordine alfabetico degli alunni è un ricordo lontano, che si infrange tra la lettera G e la L. Per quanto possano riempirmi di vita fino a metà giugno, i loro volti svaporano nel giro di due mesi, e così a momenti non riconobbi Mahmadou, un pomeriggio che passai per l'Africa, diretto alla coop. L'Africa in questione era il parcheggio di un centro direzionale affacciato sull'incrocio: un luogo losco a un'ora dal tramonto, ma ideale per il calcetto, a causa di un materiale gommoso, nero, con cui era stato pavimentato, più morbido del cemento - anche se assorbe il calore del primo pomeriggio come una spugna, e non lo lascia andare fino a mezzanotte. Mamma teneva un Supertele in grembo. Lui e i suoi amici indigeni erano seduti sul muretto che delimitava il continente, a prender fiato: sarebbe stato il momento giusto per un sorso d'acqua o magari un gelato, ma avrebbero dovuto lasciare l'Africa nera, attraversare la strada e aprire una linea di credito col barista cinese.

Mahmadou fu di parola: passò tre mesi interi nella sua Africa di quartiere, senza mai venir meno alle regole non scritte della tribù. A settembre tornò tra noi, senza penna né diario. Com'è andata l'Africa, Mahmadou? Bene, prof, bene. Là è tutto diverso, la vita non stinge sotto la pioggia, né imbrunisce col sole. Ogni cosa ha per sempre quel colore con cui uscì dallo stampo.

domenica 31 agosto 2014

Il giorno in cui i polacchi invasero il Terzo Reich, apparentemente.

La stazione radio esiste ancora (a Glivice,
Polonia). È la più alta struttura in legno
in Europa
31 agosto 1939 - Un commando di sabotatori polacchi sconfina nel Terzo Reich e prende temporaneamente possesso di una stazione radio. Adolf Hitler non ha altra scelta che scatenare la Seconda Guerra Mondiale. Ma andò davvero così?

Da settimane tutti i quotidiani del Reich riportavano le inquietanti notizie da Danzica, la città di lingua tedesca che i polacchi avevano avuto in dote come sbocco sul mare al Congresso di Versailles. Persino il fuehrer si era scomodato per denunciare le operazioni di pulizia etnica che i polacchi stavano portando avanti a Danzica. Nel frattempo la situazione alla frontiera stava degenerando - i polacchi avevano già ordinato la mobilitazione generale. Francesi e inglesi, sbigottiti, non si erano ancora del tutto resi conto che il verbale della Conferenza di Monaco era carta straccia. In questa situazione, alle otto di sera di 75 anni fa, migliaia di radioascoltatori tedeschi delle regioni orientali sperimentarono uno choc in diretta. Il programma che stavano ascoltando fu all'improvviso interrotto da grida e rumori frastornanti che i reduci riconobbero subito come spari. Poi si sentì una voce slavofona. Chi masticava un po' di polacco spiegò che qualcuno stava usando una radioemittente tedesca per invitare tutti gli slavi del Reich a ribellarsi dal giogo nazista. Mein Gott, i polacchi ci hanno invaso! Possibile?

sabato 30 agosto 2014

I dieci peggiori blog d'opinione d'Italia

Macchianera Italian Awards 2014: NominationMacchianera Italian Awards 2014: Nomination30 agosto 2008 - un oscuro blog dell'epoca arcaica fa incetta di nomination ai Macchianera Blog Awards, come si chiamavano a quel tempo. Sei anni dopo, c'è ancora qualcuno che lo vota, a dispetto di ogni buon senso e logica commerciale. 

Ciao, siete meravigliosi. Volevo ringraziare tutti gli affezionati lettori e in particolare le batterie di scimpanzé che Gianluca Neri evidentemente mantiene in cattività in un ambiente cablato (probabilmente spera che scrivano l'Amleto o magari qualcosa di meglio) e che anno dopo anno, quando si tratta di votare per i MIA, continuano a spuntare la voce "leonardo", probabilmente per inerzia. Anche quest'anno sono in lizza per il "miglior post" - mai meno meritato - e per il "miglior blog di opinione", inserito in un mazzo di avversari che mi polverizzeranno. Ve li presento qui di seguito, con un'avvertenza: STO SCHERZANDO. In realtà li stimo tutti molto. No, perché c'è chi si è bevuto la storia del critico musicale e quella della Gioconda falsa, e insomma non si mettono mai abbastanza mani avanti.



Dice che si è spento ieri sera alle 21 e 50.
Licenza Politica (www.licenzapolitica.it)

Licenza Politica è (apre la pagina) un "blog controcorrente, dall'anima liberale, liberista e libertaria": complimenti, mi sei già salita sulle palle col sottotitolo. E insomma sarà da vent'anni che sfracassate con la trimurti liberali-liberisti-libertari e ogni volta mi verrebbe da chiedervi: ma perché "libertini" no? Cosa v'hanno fatto i libertini, eh? Eh? Restif de la Bretonne non è forse degno di entrare nella vostra accolita di liberti liberati battenti bandiera liberiana? La notizia in homepage è che Stalin è morto. Giuro. No, è un effetto dei layout con le foto immense. Allora io posso anche sbagliarmi, dopotutto sono in giro solo da un milione di anni, però più grosse ci mettete le foto, più piccole sembrano le vostre opinioni. La più recente è sul fallimento dell'Unità, che sarebbe un "fallimento di mercato". Uhm, se ne può discut- NO. Che altro c'è? Un endorsement a Forza Italia perché a inizio luglio devono aver aperto alle coppie gay - me n'ero già dimenticato, per fortuna che c'è Licenza Politica che va controcorrente e mi ricorda queste verità scomode. "Quindi, chapeau Francesca e chapeau Cav. Se questo è il nuovo inizio di Forza Italia, forse la vera rivoluzione liberale non è ancora perduta". Qualcuno ha visto la salma di Gobetti di recente? Mi saprebbe dire quante rotazioni riesce a compiere nel minuto-secondo? No perché io ho questa idea che se riuscissimo ad attaccare una dinamo alla salma di Gobetti avremmo risolto il fabbisogno energetico di una popolosa provincia italiana. È pur vero che le hanno abolite. E poi lui è al Père-Lachaise direi. E coi francesi non si ragiona, loro hanno il nucleare da rivenderci. Les salauds. Stavamo dicendo?



Byoblu (www.byoblu.com)

Ora se ne va in giro per le capitali europee a spese nostre, ma c'è stato un periodo, ve lo giuro, in cui Claudio Messora sembrava più sfigato di me. Lo so che appare impossibile. Ricordo quando l'ho visto per la prima volta risalire le classifiche, e mi domandavo: ma chi è questo sconosciuto, ma cosa fa nella vita a parte dire di aver vinto il festival di Castrocaro? Niente. Aveva scoperto i blog (nel 2007, quando erano già stati dati per morti cinque o sei volte) e aveva mollato tutto per mettere su un videoblog. Pazzo! Avrei voluto dirglielo in faccia. Folle sconsiderato, torna subito a fare il compositore "con all'attivo molti dischi venduti in numerosi paesi del mondo", o il "Project Manager e Amministratore Delegato in start-up di innovazione tecnologica", qualunque cosa, ma lascia queste acque melmose. Non hai capito che uno su mille ce la fa, ed è comunque Beppe Grillo? Non so se fosse già infeudato con la Casaleggio. So che non se la passava bene e non ne faceva mistero:

Quanto tempo dedichi al blog? Per lungo tempo ho passato anche 2 o 3 giorni senza dormire. Questo è un videoblog e, a parte adesso che sto lavorando al Documentario INTERNET FOR GIULIANI, l’editing video, tra la registrazione, il montaggio, la conversione e via dicendo, è un lavoro massacrante. [...] Quindi la risposta finale è: 24 ore al giorno. Ma solo perché non ce ne sono di più.
Vedo che hai anche pubblicità nel blog e … quanto ti rende? Domanda ambigua cui, per i motivi che spiegavo prima, non credo di essere costretto a rispondere. Però, siccome non ho nulla da temere, ti allego questa immagine, uno screenshot delle entrate AdSense di oggi: click per scaricare. Potrai e potrete constatare che l’incasso di oggi, per il momento (ma la giornata volge al termine) ammonta a € 5,22, di cui €1,78 da proventi dei banner sul blog, e €3,44 da proventi dei banner sui video di YouTube. Non mi sembra una gran fortuna, soprattutto considerato che solo il server (macchina dedicata su Aruba) costa 1600€ all’anno, altri 1000€ se ne vanno per la connessione domestica alla rete, altri 240€ per quella mobile (se mi sposto, devo lavorare), 1500€ costa la videocamera, 500€ tra luci e cose varie, 600€ di microfoni, 2000€ tra Adobe Premiere e vari altri softare di montaggio video, un qualsiasi spostamento per raggiungere un evento o una persona da intervistare significa altre centinaia di euro, più altre spese che sto tralasciando. In più devi considerare che questo è il mio lavoro – non posso e non ho tempo di farne un altro, per cui ho smesso di fare l’informatico, che mi faceva guadagnare bene – per cui oltre alle spese vive dovrei anche riuscire a guadagnare per pagare il mutuo, la macchina, la scuola di mio figlio, la spese, le bollette, l’amministrazione del condominio e… devo continuare? :)

Era una domanda retorica, vero? No, cristiddio, non devi continuare. Ti sei pure fatto lo spazio su Aruba, seicento euro di microfoni, sei matto da legare. Hai un figlio, una macchina, un mutuo, le spese condominiali, qualcuno faccia qualcosa. Ero veramente preoccupato.
Adesso non sono più così preoccupato. So che di recente ha lasciato il ruolo di responsabile della comunicazione del Gruppo Parlamentare del M5S al Senato della Repubblica per assumere il ruolo di responsabile della comunicazione del M5S al Parlamento Europeo. Insomma direi che alla fine i microfoni li ha ampiamente ammortizzati.

venerdì 29 agosto 2014

Il ritorno dell'uomo che insisteva a stroncare i Beatles

29 agosto 1966 - I Beatles terminano il loro tour americano con una data al Candlestick Park di San Francisco. Nemmeno loro lo sanno, ma è il loro penultimo concerto. L'ultimo si terrà tre anni dopo, su un tetto di Londra, ma nessuno lo ricorda davvero volentieri. Nemmeno il nostro beniamino, Sir Perceval R. Deafon, Esq., celebre per aver salutato tutti i loro dischi con abominevoli stroncature che oggi terminiamo di pubblicare (le prime sono qui). Ci tengo comunque a far presente che a me invece i Beatles piacciono. 


Abbey Road (Apple Music, 1969)

Quando l'anno scorso uscì il disco bianco, mi permisi di scrivere che i Beatles erano ufficialmente finiti; che il seguito di un disco così straordinario (nel bene e nel male) mi sembrava inimmaginabile. Avevo ragione. Il disco che segna il ritorno dei Quattro è davvero, in qualche modo, inimmaginabile. Una mossa laterale, che non risolve le tensioni dell'album precedente, ma nemmeno le allevia, prolungando in qualche modo l'agonia di un sodalizio di musicisti ormai in aperto conflitto tra loro, tenuti assieme da qualche obbligo contrattuale e dall'inerzia. Sappiamo che dopo aver seriamente rischiato lo scioglimento - il disco bianco testimonia a suo modo un processo già ben avviato di disgregazione - il gruppo nello scorso gennaio aveva tentato una marcia indietro, nel tentativo di incidere un nuovo disco in presa diretta, come ai vecchi tempi: un tentativo subito abortito. A questo punto cosa restava da fare? Separarsi non aveva funzionato, tornare assieme neppure - è come se, messi di fronte a una decisione importante da prendere, una di quelle che possono consacrare o rovinare la carriera, i quattro milionari si siano semplicemente rifiutati di imboccare una qualsiasi delle strade che avevano davanti, e si fossero messi a chiacchierare del più e del meno sotto le indicazioni stradali, permettendosi anche di fare un po' di musica, nel modo superficiale e inconcludente che è l'unico che ancora gli riesce e che gli riuscirà, temo, finché resteranno assieme a tarparsi le ali a vicenda.

La prima facciata di questo disco non potrebbe illustrare meglio questa impressione: più che un album unitario sembra una compilation di artisti diversi (c'è anche l'ora dell'eterno debuttante, il simpatico Richard Starkey con la sua nuova canzoncina simpatica ma non proprio indispensabile). Non solo non c'è più compatibilità tra le canzoni di Paul o John, ma persino i pezzi di Paul (l'irritante Maxwell's Silver Hammer e il pastiche doo-wop di Oh! Darling) non sembrano davvero composti dalla stessa penna. All'eclettismo del rivale, John reagisce con la reiterazione ossessiva degli stessi temi e persino degli stessi accordi: ormai scrive solo dei blues. A volte li infioretta coi suoi soliti nonsense (Come together), troppo furbi per sembrare davvero ispirati; in altri casi ormai non si preoccupa nemmeno più di scrivere una seconda strofa - l'uomo che ha già riempito otto minuti di un disco pop con una collezione di rumori di fondo può ben permettersi stavolta di cantare nient'altro che "I want you so bad it's driving me mad" per altri sette. Probabilmente si aspetta che lo ringraziamo.

E George? Tutti si stanno congratulando per come è riuscito a uscire dall'ombra dei due colleghi più famosi. Nessuno sembra voler notare che questa emancipazione è avvenuta a scapito dell'originalità: accantonati ormai i sitar e la tabla che pure avevano portato una ventata d'aria fresca in Rubber Soul e nobilitato perfino Sgt. Pepper, Harrison si è messo a scrivere pezzi in perfetto stile Lennon-McCartney: proprio nel momento in cui il vero Lennon e il vero McCartney probabilmente neanche si parlano più. Something e Here Comes the Sun mettono assieme il meglio, ma anche e soprattutto il peggio di entrambi i maestri: la saccarina di Paul e la goffa irresolutezza di John. Poi c'è la facciata B, la definitiva resa dei tre colleghi alle incomprensibili ambizioni di Paul McCartney: questo ventenne che qualche anno fa cantando il rock'n'roll scatenava l'isteria in milioni di ragazzine, e che improvvisamente ha deciso di mettersi a comporre operette per scolaresche primarie e nonnetti orfani di Gilbert e Sullivan. Immaginatelo arrivare negli studi, recuperare una dozzina di abbozzi di canzone mai sviluppati per stanchezza o per disperazione, e appiccicarli assieme senza soluzione di continuità e di buon gusto. Ecco, con questo pastrocchio - impreziosito da involuti aborti di John, rabberciati insieme probabilmente contro la sua volontà - dovrebbe concludersi la traiettoria della rock band più famosa del mondo. Come non rimpiangere i tempi di Tomorrow Never Knows, o il crescendo struggente di A Day in the Life? E invece la storia sembra proprio finire così. Non con un bang, nemmeno con un sussurro, o con la sciocca gara di assoli di The End. La storia finisce con una filastrocca di venti secondi, uno scarto di missaggio in cui Paul McCartney ripromette di farsi la regina. Un finale tanto indegno, imbarazzante, avvilente per il gruppo che più ci ha fatto sognare, è una cosa difficile da accettare. E invece dovremmo sentici sollevati: coraggio, almeno l'agonia è finita.

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