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lunedì 30 maggio 2016

Art. 140: la generazione di Cacciari e Serra ha...

"Qui non si parla di assetto dello Stato, qui si parla di noi!"
Da quel che ho capito sia Massimo Cacciari (classe 1944) sia Michele Serra (1954) voteranno sì al referendum sulla riforma costituzionale di Renzi; da quel che ho capito né Cacciari né Serra stimano Renzi o lo considerano capace di proporre una buona riforma costituzionale. Per Cacciari è stato maldestro, per Serra è addirittura la nemesi della sinistra italiana: e tuttavia è il male minore, e quindi voteranno per lui. Contro un male peggiore che, a quanto pare, si è incarnato in una generazione precisa: ovvero quella di Massimo Cacciari e Michele Serra.

"Abbiamo provato a riformare le istituzioni per quarant'anni, e non ci siamo riusciti. La strada della grande riforma sembra un cimitero pieno di croci, i nostri fallimenti. Adesso Renzi forza, e vuole passare", dice Cacciari (senza menzionare, non si sa se per dimenticanza o dispregio, la non irrilevante riforma del 1999). "Non abbiamo la faccia", noi sinistra, noi classe dirigente del Paese, noi italiani senzienti e operanti tra i Sessanta e il Duemila (e rotti) per giudicare con la puzza sotto il naso il lavoro di un governo di giovanotti avventurosi e forse avventuristi", conferma Serra. E così, insomma, anche questo referendum non sarà l'occasione di parlare della riforma in sé, del senato pleonastico o dell'abolizione delle province e tutte le altre cose un po' strane e noiose, ma un'altro episodio della biografia di una generazione, la solita.

Non è che Cacciari e Serra escludano categoricamente quel che alcuni costituzionalisti denunciano, ovvero che la riforma, abbinata al nuovo sistema elettorale, possa creare un presidenzialismo di fatto: non spendono una sola riga per smentire la possibilità, o per relativizzare il rischio. No, il rischio c'è, ma voteranno Sì lo stesso, perché... perché hanno fretta, la stessa fretta espressa a suo tempo dal presidente Napolitano; e perché è una buona occasione per ricordare a tutti che la Loro Generazione Ha Perso: un messaggio da mandare a tutti i coetanei che li hanno delusi, che hanno perso tempo colle bicamerali e chissà quanti altri sassolini nelle scarpe.

Dove non si capisce per quale motivo una qualsiasi persona più giovane di loro dovrebbe non dico condividere i loro argomenti, ma trovarli degni di nota. Quando si parla di una riforma della costituzione, si parla del nostro futuro: di come abbiamo intenzione di modellarlo. Abbiamo cura della nostra repubblica? Teniamo più alla governabilità o alla democrazia? Vogliamo difenderla dagli assalti periodici degli aspiranti Uomini della Provvidenza, che non saranno necessariamente affabili e umani come Matteo Renzi? Se abbiamo delle responsabilità, le abbiamo nei confronti di chi verrà dopo di noi; quanto alle beghe generazionali, son cose interessanti da scrivere nei libri che i vostri coetanei, assetati di autocritica quanto voi, correranno a comprarsi: oppure da discutere in privato, possibilmente senza disturbare figli e nipoti che farebbero un po' di fatica a capirle, e sarebbe una fatica abbastanza inutile. Avete sessanta o settant'anni, si è capito: il futuro vi interessa relativamente, sta bene: ma perché agli altri dovrebbe interessare di più il vostro passato? Fallimentare o no, è passato.

Io capisco che Cacciari e Serra ci tengano tanto, a ribadire che D'Alema o Veltroni o altri compagni di classe e di strada erano degli inetti; allo stesso tempo non credo sia un motivo sufficiente per votare e imporre ai loro discendenti una riforma brutta e pericolosa. Se proprio ci tengono, se proprio credono sia necessario e significativo, si potrebbe aggiungere una postilla alla Costituzione, magari un articolo finale che reciti: la generazione di Serra e Cacciari ha perso. Basta una riga, e non c'è bisogno di creare un senato di dopolavoristi o sbilanciare l'equilibrio dei poteri. Se sul serio l'autobiografia è l'unica cosa che vi interessa.

sabato 28 maggio 2016

Un figurante nano o un Gramellini, che trasmettano tenerezza

Chissà se ieri il buon Gramellini non avrebbe preferito scrivere il suo Buongiorno su quella richiesta "di un figurante «nano o con altra disabilità che trasmetta tenerezza»" maldestramente pubblicata da una professionista di un'agenzia di casting. Storia buffa, ma anche significativa, ma anche innocua, e quindi, insomma, perfetta per un Buongiorno. Peccato che ieri sera fosse ormai scotta, dopo aver sobbollito in Reta per tutta la giornata. E quindi Grame che fa? Che gli resta da fare? Se la prende con la Rete. In sostanza dice: la smettete di ergervi a giudici? Sottointeso: mi rubate il mestiere.
Aizzata dalle urla dei giustizieri, una folla di persone largamente imperfette si erge a giudice dell’imputato esposto al pubblico ludibrio, accusandolo di non essere perfetto. Difendersi è impossibile e le voci sottili della riflessione sono ridotte al silenzio dall’arroganza di chi cavalca l’opinione tranciante. La sentenza è immediatamente esecutiva: il plotone di esecuzione formato da milioni di tastiere reclama un capro espiatorio, il cui sacrificio placherà la furia popolare fino all’indignazione successiva. Come ogni altra massa anonima, anche la Rete non conosce pietà. E non trasmette tenerezza.
Il grosso guaio della Rete, per come la descrive Gramellini, è che lo rende superfluo. Lui sì che avrebbe saputo esporre l'addetta al casting al pubblico ludibrio con la giusta dose di pietà, quella che meritano i professionisti che sbagliano e non, ad esempio, i detenuti rumeni in gita al mare. Lui sì che avrebbe saputo indirizzare il plotone d'esecuzione senza arroganza, placare la furia popolare con un buffetto. Ma la Rete ormai è troppo veloce, troppo assetata di sangue, scalpita e non si riesce quasi più a cavalcare. Dov'è finita la tenerezza, si domanda l'opinionista. Non trasmettete più tenerezza, senza uno come me a spalmare professionalmente un po' di tenerezza, vi si vede per le belve che siete. In sostanza si sta proponendo nel ruolo di nano.

mercoledì 25 maggio 2016

I mutanti non muoiono mai (quasi)


X-Men: Apocalypse (2016, Bryan Singer)

I primissimi X-Men, quelli con la casacca
della Nocerina. Jean Grey sta già
battendo la fiacca.
Non è facile essere mutanti. Tutti ti odiano perché hai dei poteri incredibili che di solito non riesci a controllare. Ti verrebbe voglia di spaccare tutto - e invece di solito quella voglia è già venuta prima di te ai mutanti cattivi e tu sei nella squadra dei buoni. Il che significa, in linea di massima, che dopo esserti preso parecchie botte o fulmini in testa o raggi cosmici, riuscirai a trionfare sui cattivi ma arriverà l'esercito e ti darà la colpa di tutto il disastro e dovrai nasconderti da qualche parte in attesa del prossimo film. Ah, è facile che nel processo tu perda qualche amico/a che invariabilmente gli sceneggiatori faranno resuscitare, ma a quel punto magari sarai già morto tu. E non finirà mai. Finché i diritti ce li ha la Fox, e perché dovrebbe perderli? Basta fare un film ogni due o tre anni. Non c'è scritto da nessuna parte che debba essere un bel film.

Nei primi anni Sessanta, Stan Lee ottiene inconsapevolmente un dono da cui derivano grandi responsabilità: qualsiasi idea gli frulli per la testa, anche scema, si trasforma immediatamente in oro, tirature esaurite, ristampe, merchandising. E se Superman invece di essere uno solo fosse un gruppo, anzi una famiglia, ognuno con un potere specifico? Li potremmo chiamare... Fantastici Quattro! E se in ragazzino morso da un ragno radioattivo cominciasse ad arrampicarsi sui muri? E se uno scienziato durante un esperimento diventasse una belva irrefrenabile, grigia, anzi verde perché in quadricromia viene meglio? Sessant'anni dopo queste idee ancora funzionano, ancora ci tormentano, ancora macinano soldi. Ma nel 1963 Lee non lo sapeva. Poteva durare ancora pochi mesi, bisognava battere il ferro finché era caldo, la gente voleva leggere di teenagers trasformati in supereroi a causa di qualche incidente atomico o cosmico, ma Lee a un certo punto non sa più che incidenti inventarsi. Decide di buttarla in genetica, e si mette a inventare un gruppo di ragazzi che semplicemente coi poteri ci è nato. Mutati geneticamente, anzi, mutanti. È l'idea più inquietante che gli sia venuta, ma ci mette del tempo a ingranare: forse perché i primi costumini non erano un granché. Poi nel 1975 un giovane sceneggiatore (Chris Claremont) cambia i costumi e gran parte dei personaggi, ma soprattutto decide di dare ai suoi personaggi uno spessore emotivo.

La quintessenza di Claremont: perché
inventarsi dei nemici? I nemici siamo noi.
(Ho perso il conto di quante volte
Xavier ha ripreso l'uso delle gambe).
Scopriamo che tra una missione e l'altra sono tutti tormentati, tutti disperati, tutti innamorati quasi sempre della persona che o non li contraccambia o sta per perire eroicamente in un incidente cosmico. In sostanza i lettori dei giornaletti, in prevalenza maschi, cominciano a leggere telenovelas senza accorgersene: è la rivoluzione copernicana, da lì in poi tutti i supereroi dovranno avere una vita sentimentale tormentata. Gli X-Men, ex supereroi mutanti di serie B, trasformati in freak tormentati e vittime dell'intolleranza dei benpensanti, diventano i supereroi più popolari degli anni Ottanta. Poi Claremont viene sostituito da autori meno dotati e scrupolosi, che inevitabilmente ingarbugliano la novela a livelli insostenibili, ammazzando qualcuno dei personaggi più amati per resuscitarlo a turno. La situazione è già abbastanza compromessa, quando nel 1994 la Fox si compra i diritti, probabilmente al ribasso. Sono anni grami per il cinema di supereroi: anche Batman è finito nelle mani di Schumacher, che lo tratta con sufficienza, un deficiente in costume. Per arrivare al cinema i mutanti devono aspettare il 2000, e un nuovo approccio al genere, più affettuoso, inaugurato da Sam Raimi col primo Spider-Man. La loro prima trilogia non è altrettanto riuscita, né poteva andare altrimenti: troppi personaggi, troppi problemi; sono proprio i fans più affezionati, dopo aver chiesto di vedere in sala tutti i loro eroi e antieroi preferiti, a dichiararsi delusi da film che condensano in due ore saghe affollatissime di personaggi e sottotrame. La cosa più triste è che questo rapporto di amore-odio non si traduce in fallimento al botteghino, anzi il contrario: più sono brutti e confusi, meglio vanno (continua su +eventi!)

I knew right away he was not ordinary

(Riciclo un pezzo scritto per un altro compleanno, in un sito ormai introvabile)

Io dopo tanti anni non l'ho ancora capito se si cresce intorno al proprio stampino primordiale, diventando peri se eravamo semi di pero, fragole se eravamo semini di fragole, eccetera. A me piace pensare che alcune persone al momento giusto abbiano avuto la possibilità di dare una botta all'impasto che cuoceva, una direzione, anche solo un segno. Sennò non farei il mestiere che faccio? O ce l'avevo già nell'embrione, il mio mestiere?

Sia come sia, io sono immensamente grato, per esempio, al prof di Educazione Musicale di cui non ricordo nemmeno il cognome, che a un certo punto della terza smise di insegnarci filastrocche al flauto e cominciò a prestarci dischi, ma seriamente, 33 giri e 1/3, e libri da leggere, e ci commissionò una ricerca multimediale con i media che c'erano allora, le diapositive insomma, ed eravamo divisi in gruppi, tutti volevano ovviamente la musica rock ma a me capitò il folk, e io subito esclamai John Denver! Non ho la minima idea del perché conoscessi John Denver in terza media (forse perché comparsava in una puntata dei Muppets?) e invece, somma vergogna, Bob Dylan no, Bob Dylan non avevo la minima idea di chi fosse, e cinque minuti dopo avevo in mano le cassettine di Bringing It All Back Home e The Times They Are A-Changin', e una monografia che forse era uno dei primissimi libri dell'Editrice Arcana.

D'altro canto non avrebbe funzionato con tutti, voglio dire che ventiquattro studenti su venticinque gliel'avrebbero tirata in testa, la cassettina di The Times They Are A Changin', a metà degli anni Ottanta e con una conoscenza piuttosto limitata dell'inglese bisognava portare nei propri geni interi millenni di autolesionismo per mettersi ad ascoltare roba del genere sul registratore panasonic. Non so se avete presente i suoni di quel periodo, quel tipo di produzione gommosa, la cassa frusciante sparata su entrambi i canali (tanto poi il panasonic era un mono), l'estetica mixarola dei 12 pollici, Revenge degli Eurythmics, e poi all'improvviso ti metti ad ascoltare una voce nasale in un silenzio che puzza d'antico che suona la chitarra per mezz'ora con qualche attacco d'armonica ogni tanto, come passare da Gianni Rodari ai geroglifici egizi. Io invece mi misi ad ascoltare seriamente quella roba, e confesso che fui molto lieto quando Bob passò al blues elettrico, Subterrean diventò subito la mia preferita. Poi dovevo andare a casa della Rebecca che mi stava antipatica ma aveva il giradischi e quindi si era presa i 33 e 1/3. Io avevo questa sfiga che tutte le compagnie raggiungibili ciclisticamente a fine ricerche nel doposcuola eran femmine, e del folk o del blues elettrico proprio non poteva loro fregar nulla, a loro fregava mangiare patatine sancarlo sfogliando MODA guardando le foto di tipe magre e fu la prima volta che pensai che doveva esistere qualcosa come l'omosessualità femminile, ma me ne fregava davvero così poco, soprattutto quando Rebecca mise su il 33 1/3, e io ebbi quella sensazione di saltare dalla sedia, che in una famosa intervista lo stesso Dylan dice che gli capitò la prima volta che ascolto The House of The Rising Sun rifatta dagli Animals; io la ebbi al ritornello di Hurricane. Poi basta perché credo che Rebecca alzò subito la testina disgustata per quei suoni così diversi. A sua discolpa, era davvero qualcosa che non avevamo mai ascoltato prima. Cioè, non era come adesso. Noi non ascoltavamo la musica dei nostri genitori, Battisti per dire era ancora vivo ma non lo avremmo mai considerato ascoltabile neanche per sogno; era lo stesso passato di Charles Aznavour o Chopin, una cosa che non ci riguardava. Non c'erano gli mp3, non c'erano i cd, ma soprattutto non c'era tutta questa industria della nostalgia che c'è adesso. Nel 1986 i Bee Gees erano ridicoli e tutto quello che veniva prima, semplicemente, non si ascoltava, roba da genitori che rompono i coglioni alla fine della festa.

Però Hurricane mi fece saltare sulla sedia, e da quel momento forse il mio destino era segnato. O forse l'avevo nei geni, o forse passare gli anni della formazione musicale tra gli scaffali dei Nice Price era la strategia più conveniente. E' una canzone che non ascolto più da anni, non mi fa più nessun effetto sentire un violino sopra una chitarra acustica e un'armonica e una corista. Garantisco però che fu uno choc, la fine dei miei anni Ottanta (che poi mi dovetti recuperare negli anni Novanta). E poi Dylan mi rimase comunque in una strana dimensione sottopelle, mi misi a studiare la sua discografia ed era davvero come studiare i geroglifici, tutti quegli album e quelle canzoni che non conoscevo e che per anni non avrei comunque ascoltato. Familiare e incomprensibile per tutta la vita, un cugino lontano di cui ogni tanto ti arrivano notizie assurde - si è convertito al cristianesimo - gli è passata - si è convertito all'unplugged - si è messo a stonare tutti i concerti - va al Giubileo - ha fatto sette dischi magri - ha fatto sette dischi grassi.

Forse ero nato per conoscere Dylan, forse no. Si fanno incontri incredibili alle scuole medie. Quella sensazione di scoprire una cosa, qualsiasi cosa, che era lì e ti aspettava, quello svegliarsi ogni giorno nel primo giorno della creazione. Molto difficile da spiegare a chi non frequenta più.

venerdì 20 maggio 2016

Un autobus chiamato 63

La pazza gioia (Paolo Virzì 2016).


Le pazze non sono simpatiche, le pazze sono pericolose. Agli altri e a sé stesse, e lo sanno. La notte si rigirano, telefonano alle solite persone sbagliate, ingollano valium clandestino, tengono lontani i cattivi ricordi a botte in testa. Le pazze, potendo scegliere, guarirebbero stasera. Ci fosse una terapia, un lavoro socialmente utile, una scossa a centoventi volt - o tornare da papà, o tornare dal bambino, tornare indietro. Le pazze vorrebbero solo essere felici.

Da quand'è che Virzì non sbaglia un film? Una volta capitava anche a lui. Ma dopo è come se avesse ingranato una marcia diversa: da lì in poi una serie positiva che fa quasi sgomento. Persino La pazza gioia, quante possibilità aveva di raccontare la malattia mentale senza indulgere al pietismo, senza inveire contro strutture coercitive che in effetti non esistono più, senza trasformare le sue matte in eroine depositarie di una Verità Più Profonda, sconosciuta ai sani di mente? I trailer alimentavano i peggiori timori: Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti che fanno le matte, scappano in decappottabile e si divertono. Sta a vedere che Virzì ha sbagliato un film - beh, prima o poi doveva succedere. Via il dente, via il dolore.

"Il cinema italiano, non so se si rende conto".
Salvo che, ovviamente, La pazza gioia non è quel tipo di film. È una storia di matte che cercano la felicità, perché l'alternativa è l'elettrochoc, o buttarsi di sotto. Non sono simpatiche, non cercano la tua pietà, se potessero metterti le mani nella borsetta non ci penserebbero due volte. Se avessi letto di loro nelle pagine di cronaca, avresti scosso la testa e invocato il manicomio criminale; se stai piangendo da mezz'ora, è perché Virzì, maledetto, ci è riuscito anche stavolta...(Continua su +eventi!)

giovedì 19 maggio 2016

Che farai, Pier da Morrone?

19 maggio - San Celestino V, al secolo Pietro Angelario, il papa che abdicò.

Che farai, Pier da Morrone? Sei venuto al paragone. Ogni tanto capita, in Italia più spesso che altrove, che un ruolo di grande responsabilità sia affidato a un individuo senza esperienza, una persona universalmente riconosciuta e stimata per i suoi ideali, a volte anche per la coerenza con cui li persegue - ma digiuna di politica. Il che a volte è considerato un valore, e in Italia più che altrove: se non capisci niente di politica è meglio, è una cosa sporca, fidati, magari ci firmi due carte e ci pensiamo noi. Può essere un sovrano, un dittatore, un ministro, anche solo un sindaco. Capitò anche a qualche papa. E ogni volta sembra di risentire la strofetta sardonica di fra Jacopone, poeta-frate-combattente contemporaneo di Dante, meno raffinato ma altrettanto italiano: che farai, Pier da Morrone? Vederimo el lavorato che in cella hai contemplato. Vedremo come si realizza nella pratica quello contemplavi nella tua povera cella. Ma s’è ’l monno de te engannato, séquita maledezzone!

Pier da Morrone, lo sanno tutti, non avrebbe davvero voluto fare il Papa. Era un anziano eremita, senza esperienza di politica, né di liturgia. Non parlava neanche bene il latino, in un secolo e in una situazione in cui gli sarebbe davvero servito. Nel suo volgare molisano (Isernia e Sant'Angelo Limosano se ne disputano la paternità), Pier da Morrone avrebbe potuto rispondere subito "No" ai messaggeri che gli portavano la notizia: dopo 27 mesi di stallo, i dodici cardinali in conclave avrebbero scelto te. Te la senti? Bastava un no. Pietro non lo disse. Secondo Petrarca cercò addirittura di fuggire; secondo i suoi biografi fu un po' tirato per il saio dai monaci dell'ordine che aveva fondato, e che in suo onore si sarebbero poi chiamati celestini. Fratel Pietro, tu puoi cambiare tutto. Chi altri se non tu. Fratel Pietro, è Dio che lo vuole. Fratel Pietro, tu puoi risolvere i problemi che infangano la Chiesa, con una sola parola, che è il nostro motto: povertà. Povertà. Fratel Pietro, se i cardinali hanno scelto te, un motivo ci sarà.
La tua fama alta è salita,
en molte parte n’è gita:
se te sozzi a la finita,
ai bon’ sirai confusïone.
I cardinali in realtà non sapevano più a che santo votarsi. Era una di quelle elezioni che non finivano mai: situazione molto incresciosa per i fedeli, giacché se da una parte è normale che dodici teste abbiano dodici priorità diverse, non si capisce perché lo Spirito Santo non debba esprimersi chiaramente in tempi brevi. Già in passato, per evitare situazioni del genere, erano state adottate misure estreme: nel 1268 i viterbesi esasperati avevano chiuso a chiave i cardinali nella grande sala del palazzo papale, dando luogo al primo vero "conclave". E siccome i porporati continuavano a litigare, avevano cominciato a scoperchiare il tetto. Alla fine era stato eletto un buon papa, Gregorio X, che aveva dato disposizioni molto dure onde evitare il ripetersi di un simile scandalo: dopo dieci giorni le porte dovevano essere sbarrate, e la dieta dei principi della Chiesa progressivamente ridotta fino al pane e all'acqua. Questo regolamento era poi caduto in disuso (sarebbe stato proprio Celestino a ripristinarlo), e così prima di eleggere Pietro da Morrone i porporati avevano già passato due anni a litigare, anche solo per decidere dove proseguire la discussione: a Roma, no che c'è la peste, a Rieti, anzi, facciamo a Perugia. Tra i dodici c'erano tre rappresentanti della famiglia Orsini, e due degli eterni avversari, i Colonna. L'equilibrio era quasi perfetto, al punto da suggerire l'idea che tirassero avanti sperando che qualche anziano morisse - un francese effettivamente morì. Nel frattempo i fedeli davano segni di impazienza.

Ma chi me lo fa fare di scendere.
Il segno più evidente lo diede Carlo d'Angiò detto lo Zoppo, re di Sicilia anche se sulla Sicilia propriamente detta non regnava: dal tempo dei Vespri l'isola era passata agli Aragona e Carlo doveva contentarsi della "Sicilia al di qua dello stretto", quella che oggi chiamiamo Italia meridionale. Da tempo Carlo lavorava a una soluzione diplomatica. Era persino riuscito a dividere il fronte degli aragonesi, alleandosi col fratello maggiore, Giacomo II che regnava a Barcellona, contro il fratellino Federico che era reggente a Palermo e non aveva intenzione di andarsene. Ma per firmare una pace seria aveva bisogno di un pontefice che la suggellasse. Se gli Orsini erano chiaramente dalla sua parte, i Colonna stavano con gli Aragona, forse perché finanziati da Federico o semplicemente per il gusto di mettere i bastoni nelle ruote degli Orsini.

A un certo punto Carlo d'Angiò decise di recarsi a Perugia, col manifesto proposito di metter fretta ai cardinali e allo Spirito Santo. Un gesto di arroganza inaudita. Quando irruppe nel conclave, i cardinali riuscirono a sbatterlo fuori, e pare che nell'occasione il più risoluto si mostrasse il cardinale di Anagni, Benedetto Caetani: sì, il futuro Bonifacio VIII. La discussione proseguì finché il decano, Latino Malabranca Orsini, non ebbe la pensata di mostrare una lettera che gli avevano recapitato. Il contenuto, una cosa del tipo 'se non vi sbrigate ci sarà l'apocalisse, sciagure e cavallette, ecc.' era forse la parte meno interessante. Di lettere così dovevano arrivarne di frequente, a tutti i presuli. Più stuzzicante era l'identità del mittente: Pier da Morrone. Non il solito eremita pazzo. Cioè. Eremita senza dubbio, e mediamente pazzo come tutti, ma universalmente conosciuto e stimato. Molto prima di varcare il Sacro Soglio, fratel Pietro era già una celebrità, un santo in terra, sin dai tempi in cui si era recato a piedi a Lione, per il concilio in cui Gregorio X sperava di sanare lo scisma d'oriente, nel 1273. Pietro poco o nulla sapeva di scismi, ma era preoccupato per la sorte del suo ordine, che come tutti quelli di più recente fondazione rischiava di essere sciolto. Tecnicamente si trattava di un ramo dei monaci benedettini, ma la povertà radicale che predicavano e praticavano li inseriva nel più vasto movimento pauperistico del Duecento.
Como segno a saietta,
tutto lo monno a te affitta:
se non ten’ belancia ritta,
a Deo ne va appellazione.
La Chiesa ufficiale non si era mai trovata a suo agio coi pauperisti. Predicare la povertà radicale poteva portare a forme di ribellione contro la proprietà privata e l'ordine costituito - era da secoli che succedeva. Con alcuni pauperisti ci si poteva ragionare: ad esempio Francesco d'Assisi aveva ottenuto il via libera da Innocenzo III, e il suo estremismo iniziale era diventato minoritario nel suo stesso ordine (Francesco probabilmente non era contento della piega che avevano preso gli eventi, ma era morto presto). La differenza tra essere bruciati come eretici e venerati come santi era minima e poteva dipendere da un niente, magari dal sogno di un pontefice che ha fatto indigestione. Gregorio X non solo aveva accolto il povero fratel Pietro con tutti gli onori, ma gli aveva chiesto di celebrare una messa per tutti i padri conciliari. Nessuno ne era più degno di lui, aveva affermato. Gregorio era in contatto diretto con tutti i più grandi personaggi della Chiesa del suo tempo: Tommaso d'Aquino, Bonaventura da Bagnoregio, Alberto Magno, Luigi IX re di Francia: l'Europa brulicava di futuri santi e Gregorio li conosceva tutti. Per cui no, Pietro da Morrone non era il solito eremita convinto che tutti i problemi si possano risolvere digiunando. Perlomeno, era un eremita stimato da papa Gregorio.

MA CHI ME LO FA FARE DI SCENDERE GIU'.
Tutto questo comunque era successo vent'anni prima. Da lì in poi, nulla di particolarmente eclatante era successo nella vita di Pietro: era tornato negli Abruzzi, dove si divideva tra il suo eremo preferito sulla Majella (Santo Spirito) e quello un po' meno estremo, più accessibile a visitatori e fans: Sant'Onofrio al Morrone nei pressi di Sulmona. A parte digiunare e inviare ai potenti della terra qualche profezia di sventura, Pietro non è che facesse un granché, né nessuno si aspettava molto altro. Era idea corrente che l'uomo più santo e meno corruttibile della terra vivesse una vita di privazioni da qualche parte negli Appennini, pregando per i peccati di tutti. Finché al cardinale decano non viene l'idea: e se incoronassimo lui? Ha più di ottant'anni, che male vuoi che faccia. Monsignor Latino Malabranca aveva più fretta degli altri, forse sapeva che non avrebbe passato l'estate (morì in agosto).

A quel punto a Perugia erano rimasti in sei cardinali: gli altri accorsero quando ormai l'idea si era conquistata un nocciolo duro di sostenitori. Non avendo i verbali possiamo ricamare a piacere: immaginare i cardinali che sbattono il pugno sul tavolo e dicono basta, qui mentre chiacchieriamo i cristiani perdono ogni fiducia nelle istituzioni, è ora di dare un segnale forte. Pensiamo fuori dalla scatola, allarghiamo il quadro, e qualche altra di queste menate da consiglio d'amministrazione che in ogni secolo si scrivono in una lingua diversa senza perdere la loro fumosa consistenza. Bisogna mostrare che recepiamo le istanze della base, insomma, quelli non fanno altro che gridare povertà povertà, credono che sia la chiave di tutti i problemi, e noi diamogliela. Pietro è perfetto, non ha mai scritto o detto nulla di lontanamente eretico, e soprattutto... è anziano. Già, quanti anni ha? Non si sa, ma va per i novanta.
Si se’ auro, ferro o rame,
provàrite en esto esame;
quign’ hai filo, lana o stame,
mustàrite en esta azzone.
Che si trattasse di una soluzione transitoria, in attesa di mettersi d'accordo su un nome più importante, era forse chiaro allo stesso monaco, che dopo qualche esitazione scelse di ereditare il nome dal titolare di uno dei pontificati più brevi della storia: Celestino IV, nel 1241, aveva regnato per appena 17 giorni. Pietro non si aspettava di durare parecchio di più. Il fatto è che mentre certi pauperisti muoiono molto presto, stroncati dalle privazioni che si autoinfliggono (Francesco d'Assisi, Caterina da Siena), altri viceversa sono molto longevi (Francesco da Paola). Probabilmente azzeccano la dieta giusta, riducono le frustrazioni e passano la novantina in tutta tranquillità. Un papa povero, digiuno di tutto e quindi anche di politica, poteva essere facilmente manovrabile: ma da chi?

Non ci volle molto tempo per scoprirlo. Re Carlo lo Zoppo da Napoli andò a prenderlo direttamente alla Majella, e non lo avrebbe più mollato. Pietro non riuscì nemmeno a raggiungere i cardinali a Perugia: fu probabilmente Carlo a sconsigliarlo di uscire dai confini del suo regno. Papa Celestino V non risedette mai a Roma, né la cosa dovette dispiacergli troppo: c'era stato da giovane, per studiare, e se n'era andato appena aveva potuto. Fu incoronato nella cattedrale più vicina al suo eremo, all'Aquila: quella basilica di Santa Maria di Collemaggio che secondo la leggenda era stata costruita su sua richiesta (quand'era un semplice eremita aveva trovato riparo in una chiesa diroccata, e la Vergine in sogno gli aveva chiesto una Basilica più grande in loco). Celestino entrò all'Aquila come Gesù a Gerusalemme, a dorso di un asino a cui re Carlo teneva le briglie. La metafora si prestava a diversi piani di lettura (continua sul Post)

giovedì 12 maggio 2016

Ma quindi, insomma, Renzi governa

Ieri è stato uno dei giorni più belli del governo Renzi, che in teoria di cose ne ha già cambiate tante, ma appunto: in teoria. Ci vorrà del tempo per capire se il Jobs Act ha creato posti di lavoro (per ora sembra di no), se la Buona Scuola ha migliorato la qualità delle scuole italiane (vasto programma), se le riforme elettorali e costituzionali renderanno l'Italia più governabile. Invece da oggi le unioni civili esistono: e portano una serie di diritti (comunione dei beni, reversibilità, assistenza in ospedale) che una volta estesi alle coppie omosessuali, difficilmente potranno essere cancellati.

È un passo più corto di quello che molti si aspettavano - anche tra i renziani - ma indietro non si torna. Da qui in poi sarà anche più facile, per queste famiglie, ottenere quella stepchild adoption che i tribunali concedono sempre più spesso (come previsto), con buona pace degli ultras cattolici, alcuni dei quali questa legge l'hanno pure dovuta votare. Ieri è stata una splendida giornata, la dimostrazione che non tutti i governi sono uguali e non tutti i compromessi catastrofici. È un peccato che molti renziani non abbiano potuto godersela.

Stanno già pensando all'autunno, il referendum sulle riforme. Già difendono affannosamente l'assoluta necessità di un senato eletto dai consiglieri regionali, così come difesero l'ineluttabilità di quel bizzarro proporzionale con ballottaggio e premio elettorale - senza tutto ciò, ci spiegano, l'Italia è fottuta, ingovernabile, preda del trasformismo, dell'inciucio contronatura.

E ci potrebbe anche stare - però, scusate. I giorni pari il renziano dice che è impossibile governare l'Italia senza Italicum e riforma. I giorni dispari si sta spellando le mani per i prodigiosi risultati del governo Renzi. Ma quindi, insomma, Renzi sta governando. Con una maggioranza raccogliticcia, con la collaborazione di personaggi discutibili e indigesti a molti elettori del Pd, Renzi è in sella da due anni e più e ha fatto il Jobs Act, la Buona Scuola, le unioni civili, l'Italicum, le riforme costituzionali. Tutte queste cose con la complicità di Alfano, a volte anche di Verdini: e magari gli sono uscite male, ma siamo sinceri: non è che si possa dare la colpa ad Alfano, o a Verdini. Il Jobs Act non è un provvedimento di sinistra inquinato dai centristi: era proprio quella roba che i fan di Ichino sognavano ai tempi della Leopolda. La Buona Scuola di Renzi è proprio la Buona Scuola di Renzi, non di Alfano. L'Italicum, la riforma del senato, non sono pastrocchi a causa di compromessi o larghe intese. Addirittura a un certo punto Renzi ha chiuso con Berlusconi, ma poi le riforme gli sono venute brutte lo stesso: si vede che a lui garbano così. Lo stesso dl Cirinnà arriva al traguardo senza stepchild adoption non solo per l'opposizione di Alfano: sul tema era diviso anche il Pd. Non posso dimostrarlo, ma ho la sensazione che se due anni fa Renzi avesse vinto le elezioni e fosse arrivato a Palazzo Chigi sostenuto da una maggioranza monocolore del Pd, in capo a due anni avremmo più o meno lo stesso Jobs Act, la stessa Buona Scuola, lo stesso Italicum, lo stesso dl Cirinnà. Insomma, Renzi governa. È una buona notizia per i renziani. Già.

Non gli toccasse ripetere, nei giorni pari, che senza riforme questo Paese non si può governare.

Forse non è così vero che le istituzioni italiane condannino la nazione all'inerzia o all'immobilità. Se Berlusconi non ha fatto molto, forse era semplicemente un incapace. Certo, un centrosinistra a dieci partiti aveva un problema strutturale - ma con una coalizione di due o tre partiti anche l'Italia si governa. Il paradosso è che lo sta dimostrando proprio il leader che sostiene il contrario, che la costituzione vada cambiata. Il premio di maggioranza è una rarità nel mondo libero, con precedenti storici inquietanti - il premio assegnato con un ballottaggio nazionale, una specie di referendum, è proprio una novità assoluta. Secondo Renzi è necessario: eppure lo stesso Renzi ne sta brillantemente facendo a meno. Ci ha già fatto sapere che è un prendere-o-lasciare: che in autunno non voteremo per il futuro assetto costituzionale, ma per tenerlo in sella o mandarlo a casa. È un ricatto abbastanza puerile. Quando sarà ora di eleggere i miei rappresentanti in parlamento, esprimerò il mio giudizio su Renzi e il suo partito. Ma quando si parla di costituzione, occorre guardare un po' più in là. Un futuro monocolore Renzi non mi spaventa più di tanto, il tizio ha già dato del suo meglio e del suo peggio. Ma dopo? Qualcuno dovrà pur venire dopo.

martedì 10 maggio 2016

Capitan America 3: una questione privata

Captain America: Civil War (Anhony e Joe Russo, 2016).


A ogni supereroe di segno positivo corrisponde una catastrofe di segno contrario. L'ipotesi che formula Visione all'inizio del film ('Da quando esistono gli Avengers non succedono che disastri. Vuoi vedere che c'è una correlazione?') nella versione a fumetti è dimostrata dal capo da Mr Fantastic con un'intera lavagnata di calcoli. Perché nei fumetti tutto è sempre un po' più complicato. In realtà la formula è semplicissima (eroe + catastrofe = 0) ed è un corollario di quanto il buon Umberto Eco aveva scoperto intorno al mito di Superman mezzo secolo fa. Ciò che rendeva interessante il supereroe, ai tempi ormai remoti in cui Eco cominciava a studiarlo, era il fatto che vivesse più o meno nel nostro mondo; che condividesse i valori di un buon cittadino americano; che si cambiasse nelle cabine telefoniche. E tuttavia un mondo non può rimanere simile al nostro a lungo, se è popolato da eroi potenti come Superman. Per ristabilire l'equilibrio, per evitare che Superman sconfigga i sovietici, risolva la crisi energetica e trasformi il suo mondo in qualcosa di troppo diverso dal nostro, egli deve costantemente essere sfidato da supercattivi potenti quasi quanto lui. Superuomini e supercattivi nascono più o meno nello stesso momento, a volte scaturiscono dallo stesso incidente; hanno poteri complementari e il loro scopo è annullarsi a vicenda, e impedire che il mondo invecchi. Sui fumetti in realtà le cose si sono molto complicate (già Eco stava notando il fenomeno delle realtà parallele, prima che esplodesse), però al cinema, cosa vuoi, cosa pretendi? In due ore devi caricare a molla i superbuoni, i supercattivi e sgomberare. A volte, per risparmiare tempo e idee, si fanno combattere i superbuoni tra loro. Di solito in mezzo c'è un equivoco che si può risolvere (vedi l'ultimo film di Batman e Superman). Altre volte no.

War Machine ha sempre quell'aria da usato sicuro (e invece...)

Quando la Disney divulgò il titolo del terzo film su Capitan America, molti lettori di fumetti in tutto il mondo ebbero un tuffo al cuore. La Civil War cartacea è una delle saghe più complesse mai intrecciate dalla Marvel; tanto più notevole quanto non è l'opera di qualche genio irregolare e solitario, ma un progetto su scala industriale, portato avanti da decine di sceneggiatori e disegnatori: prendiamo tutti gli eroi del nostro mondo fantastico e facciamoli scontrare tra loro - non per il solito equivoco che poi si risolve, ma per un problema fondamentale, una questione politica: gli eroi devono rispondere allo Stato o solo alla loro coscienza? Il solito problema: chi vigila sui supervigilantes? Facciamoli parlare di Libertà e di Responsabilità, mentre si tirano pugni e raggi cosmici. Manteniamo un'ambiguità di fondo e continuiamo a chiedere al lettore: tu da che parte stai? Fu un esperimento pazzesco e forse non del tutto riuscito. Certamente è una cosa che ha lasciato un segno.

Però nessuno, credo, nemmeno il più cieco fan della Marvel pretendeva davvero di ritrovarselo al cinema. Al cinema non c'è spazio per tutti quei discorsi. Non puoi intrecciare le nuvolette, piazzare didascalie dappertutto. Le scene d'azione rubano minuti al fondamentale dibattito, i pugni funzionano sempre meglio che le idee. E manca l'aspetto corale, che poi era anche quello più assurdo: non ci sono in giro per la sola New York migliaia di vigilantes mascherati, gli accumuli e i detriti di mezzo secolo di albi a fumetti; nei film ce n'è giusto una dozzina, più che una guerra ci fai una mischia di football. Insomma, non c'era un modo di fare una vera Civil War in un film. Il massimo che si poteva fare era ridurre i danni. Un bignami dignitoso con qualche buona scazzottata che non tradisse l'impianto problematico della storia originale. I fratelli Russo sembravano quelli giusti: col Soldato d'Inverno erano riusciti a problematizzare persino quel cetriolone blu che risponde al buffo nome di Capitan America. Ora si trattava di farlo litigare coi suoi amici, non per i soliti equivoci che poi si risolvono, ma per una questione di ideali e di politica. Com'è andata?

Ma ha pure le ali sul casco, giuro non ci avevo mai fatto caso.

È andata che le scazzottate sono fantastiche. Hai detto poco: in film del genere le coreografie sono importanti più delle interpretazioni. Il genere supereroistico forse comincia ad accusare un po' di stanchezza: i due titoli migliori degli ultimi mesi (Antman, Deadpool) erano esplicitamente parodici. Nel frattempo I fantastici quattro hanno dimostrato che una grande produzione del genere può ancora sbagliare tutto e floppare (è quasi consolante), e Batman v Superman pur andando benissimo ha lasciato tutti un po' perplessi. Civil War, che tratta temi molto simili a BvS, è un film meno stritolato dalle ambizioni, molto più sicuro dei suoi mezzi. Ogni volta che vedo i Russo al lavoro mi viene questo aggettivo, "fluido". Scorre sempre tutto che è un piacere, non solo i combattimenti: l'intreccio, i dialoghi, il modo in cui i personaggi entrano ed escono e ognuno fa sempre il suo numero senza esagerare. Persino il grande Joss Whedon ogni tanto strappava, e tra una bella scena e un'altra necessaria ti trovavi un pezzo che sembrava attaccato con lo scotch alla sceneggiatura da un galoppino della Marvel. Coi Russo non succede mai, coi Russo va tutto liscio. Al massimo dopo una settimana ti dimentichi di cosa parlasse il film (continua su +eventi!)

lunedì 9 maggio 2016

Fascista io, fascista tu

In questi mesi sapete quante volte avrei potuto tirar fuori tutto il nero che mi cresceva dentro, e invece no.

Tutte le volte in cui si parlava di premio di maggioranza, e avrei potuto far notare che l'inventore del concetto "premio di maggioranza" si chiama Benito Mussolini, e non l'ho (quasi) mai fatto, perché... boh, perché era troppo facile, forse un po' sleale.

Tutte le volte in cui ho sentito dire che la governabilità è importante, e che ovunque nel mondo se arrivi al 40% ti fanno governare lo stesso, salvo che non è vero, tranne forse in Grecia e in Ispagna; e avrei potuto far notare che in comune con questi due Paesi mediterranei abbiamo anche un passato di regimi totalitari; e non l'ho fatto.

E avrei potuto chiamare l'Italicum Acerbo-bis, ma non l'ho fatto, perché non sono tanto accecato dal mio antirenzismo da non notare la differenza tra la soglia del 25% prevista da Giacomo Acerbo nel 1923 e quella del 40% a cui Renzi si è fermato (certo, all'inizio voleva il 35%...)

E quella volta che in una bozza di riforma la Boschi aveva ribattezzato il Senato "Camera delle Autonomie", e aveva previsto che ne facessero parte ventuno membri nominati direttamente dal Presidente della Repubblica “per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario". Ventuno. E avrei potuto scrivere ehi ehi ehi, guardate che l'Accademia d'Italia l'aveva già fondata Mussolini: sarebbe stato un goal a porta vuota, e non ho tirato (almeno ai tempi di Mussolini il Capo di Stato non avrebbe potuto usare un pacchetto così consistente per assicurarsi la rielezione, perché era già sovrano a vita).

E quando la Camera delle Autonomie è ridiventata il Senato, ma comunque un senato assurdo pieno di consiglieri provinciali nominati per cooptazione, quanto sarebbe stato facile parlare di Camera dei Fasci e delle Corporazioni? Ma non l'ho fatto: anche lì, troppo facile. Ma fuorviante.

E tutte le volte che ho letto un titolo sull'"ira di Renzi", e ho pensato che a quasi un secolo di distanza, il trucchetto di Mussolini funzionava ancora, e mi sono chiesto se Renzi fosse consapevole di copiarlo: ma me lo sono chiesto tra me e me, e non l'ho scritto da nessuna parte; perché pensavo che il mondo non avesse bisogno di un altro pezzo dove Renzi era paragonato a Mussolini.

Perché alla fine io non credo che Renzi sia un fascista, o più precisamente un Mussolini.

Certo, è sospinto da un'ambizione ugualmente smisurata. E tende, più o meno come tutti gli autocrati, a circondarsi di mediocri e allontanare i migliori. Ma non si è formato su Nietzsche e Sorel, non disprezza (così tanto) la democrazia parlamentare, non crede nel destino del popoli, non è un violento. Sulla crisi dei profughi, fin qui, è stato persino bravo. Quindi no, non ha senso cogliere nel mucchio tutti i piccoli dettagli che il renzismo ha in comune con quell'altra cosa. E di solito non lo faccio.

Poi un giorno il ministro Boschi mi fa notare che se voto no alla sua riforma costituzionale la penso come Casa Pound. 

E quindi, insomma.

Cara ministra, se io la penso come Casa Pound, lei la pensa come quel tale Giacomo Acerbo che preparò un premio elettorale per far vincere le elezioni a Mussolini. Mus-so-li-ni. Lo sa chi è stato il primo a vincere un'elezione col premio? Mus-so-li-ni. E allora sa cosa le dico, rispettosamente? la sua Camera dei Fasci e delle Corporazioni - pardon, il suo Senato di cooptati dalle regioni, se lo vota lei. Mi dispiace che non è riuscita a reintrodurre gli accademici d'Italia con le loro belle feluche, ma sarà per la prossima volta. Tenga duro, lo sa quanto ci mise Bottai? Ma forse preferisce che le dia del Voi.

Rispettosamente vostro, Eja eja, eccetera.

venerdì 6 maggio 2016

I libri da distruggere della settimana

A chiunque volesse distruggere i libri - so che c'è questa nuova tendenza di andare alle fiere e rovesciarli, o in libreria a strapparli, azioni che io non condivido nel modo più assoluto; tuttavia segnalo a chiunque fosse barbaramente interessato a distruggere libri, che è ancora possibile trovare in commercio un pregevole volume su Filippo Tommaso Marinetti, intitolato Futurista senza futuro. L'ho scritto io, che sono una persona abbastanza brutta, con tanti trascorsi francamente discutibili. Dunque insomma non che io voglia istigarvi a commettere un gesto così nazista ma - cos'aspettate a recarvi nelle migliori librerie e a domandare Futurista senza futuro? Facile che non sia a scaffale, ma si può comodamente ordinare, spesso anche per telefono, su Amazon o IBS, o dal vostro rivenditore di fiducia. Se siete insegnanti usate il Bonus. Poi potete farlo a pezzi anche a casa.

Se qualcuno però preferisse distruggere i libri in cui parlo di terremoti senza averne competenza, direi che il titolo di riferimento è La scossa, edizioni Chiarelettere. Purtroppo esiste solo in versione epub o pdf (anche su Amazon), però se uno veramente ci tiene al limite se lo stampa e se lo distrugge con comodo anche a casa - che so, ci dà fuoco nel camino e magari nel frattempo gira la scena su youtube, nel qual caso vi prego condividetelo, magari diventa virale. Certo, uno che ce l'abbia davvero con me potrebbe frullarlo direttamente in un Kindle o in un Ipad - quello fa il botto di sicuro, milioni di visualizzazioni, insomma pensateci.

Per quelli che mi odiano sul serio, ho una chicca: le ultime copie di un volume introvabile, Storia dell'Italia a rovescio (2006-2001). Non lo trovate in libreria - neanche su Amazon - dovete scrivermi in privato e vi mando il pacchetto, diciamo trenta euro - lo so che è un furto ma guardate che ne ho pochissimi, e una volta distrutti basta, nessuno al mondo potrà più leggere Storia dell'Italia a rovescio. Questo è di carta, per cui bruciarlo o strapparlo è più immediato. Spese di spedizione escluse.

Compresa nel prezzo potete bruciare
una copertina illustrata da Alessandro Formigoni.
E questo è tutto per quel che mi riguarda, però ne approfitto per segnalare un paio di volumi di Pierpaolo Ascari, che in passato ha contribuito in modo occulto a questo blog - se volete distruggerlo in quanto pensatore, il titolo di riferimento è Ebola e le forme, uscito qualche mese fa per il Manifesto Libri. Se preferite il suo coté più creativo e cazzone, richiedete Il manichino della politica, un libro nato su facebook, dettato da una quotidiana esigenza di prendere per il culo il sindaco di Modena che è godibilissimo anche per chi non conosca Modena, io per dire ormai mi perdo tra Rua Freda e Rua Stella ma il libro mi fa ridere lo stesso. È sottile, si strappa che è un piacere, però credo che per procurarsene uno sia necessario recarsi presso Hiro Proshu in Sant'Eufemia, onde affrettatevi. Insomma questi sono i libri da distruggere della settimana, arrivederci alla prossima con tante infiammabilissime novità.


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