sabato 22 novembre 2014

E ora due ore di citofoni, also starring Marion Cotillard


Due ore con quella faccia. 
Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit), di Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2014.

"E col lavoro come va?"
"Mah, tira una brutta aria, bisogna stare attenti..."
"E i film a Cuneo li recensisci ancora?"
"Finché dura..."
"Ti suona il telefono".
"Sì, lascialo squillare, sono dei belgi che mi tartassano perché..."
"C'è scritto JEANPLUC. Chi è JEANPLUC?"
"...all'ultimo comitato Recensori Cazzoni dovevamo decidere quale grande regista sociale degli anni Novanta degradare a trombone, e così..."
"Aspetta. Jeanpluc sarebbero i Dardenne? Jean-Pierre e Luc Dardenne?"
"È da venerdì che mi chiamano, io non so proprio cosa dire, insomma, abbiamo votato in quindici..."
"Hai votato contro i Dardenne? Tu?"
"Non è una cosa di cui vada particolarmente fiero, ma..."
"Ma tu non capisci un cazzo di cinema, lo sai, vero?"
"È probabile, però l'hai visto l'ultimo?"
"Non ancora".
"È un film di citofoni".
"Di che?"
"C'è una tizia che nel fine settimana deve contattare tot colleghi e convincerli a rinunciare a un bonus di mille euro. Se decidono di tenersi il bonus, lei perde il posto".
"Ah, sì, avevo letto, è uno spunto geniale".
"Ma infatti poteva uscirci un film pieno di umanità".
"Non è uscito un film pieno di umanità?"
"È uscito un film di citofoni. C'è la Cotillard che va di citofono in citofono..."
"Scommetto che è bravissima".
"Bravissima, non è da tutti discutere con citofoni per due ore. Aggiungi che i modelli standard della Vallonia sono particolarmente brutti, c'è un tastino bianco e poco più, e anche l'arredo urbano è generalmente squallido - ma questo se conosci i Dardenne lo sai già".
"Marciapiedi sbeccati?"
"Muri a secco, aiuole steppose, le solite cose. E insomma la Cotillard va in giro sui marciapiedi sbeccati a spiegare la cosa ai citofoni. A volte le aprono altre volte no. Ogni collega è diverso, qualcuno piange, qualcuno diventa violento, ma il punto è che la Cotillard deve spiegare a tutti la situazione: se lunedì voti per il bonus io perdo il posto. Lo spiega credo dodici volte. Ogni volta suona il citofono, chiama, spiega la questione, poi c'è un po' di gelido imbarazzo, poi lei dice che le dispiace e che non spetta a lei decidere... dodici volte".
"E poi?"
"Poi votano e finisce il film".
"Finale a sorpresa?"
"Un po', ma non è questo il punto. Il punto è che ci arrivano dopo centotrenta minuti. Centotrenta minuti di citofoni. O di attori non molto più espressivi di un citofono".
"E che t'aspettavi? Esplosioni? Combattimenti? È un film dei Dardenne".
"M'aspettavo banalmente un fine settimana un pelo più eccitante dei miei. Sai, quella vecchia regola per cui se la tua vita è più interessante di quella dei personaggi che vedi al cinema, non ha molto senso andarci".
"È la vita, la vita è arida e scorre tra muri a secco e su marciapiedi sbrecciati. Come Rosetta..."
"Come Rosetta, appunto".
"Gran film".
"Vero, ma sono passati, quanti? Quindici anni? E siamo ancora alle ragazze valloni abbarbicate ai loro posti di lavoro come cozze".
"Vorresti che cambiassero argomenti? Dinosauri, astronavi? La crisi dell'occupazione non t'interessa più?"
"M'interessa, m'interessa. Ma... (continua su +eventi!)

venerdì 21 novembre 2014

L'Emilia è una regione della mente

Terra ortogonale. 

L'Emilia-Romagna non dovrebbe essere così difficile da capire. Tutte le regioni (eccetto le isole) sono astrazioni, e l'E-R più di altre; un assortimento di territori che hanno in comune la bizzarria di una conformazione ortogonale, così peculiare in Italia. Quasi al centro di una penisola di golfi e seni e montagne e colline e valli intorte e ricurve, l'Emilia è tutt'un'altra Italia possibile: larga e orizzontale in una penisola stretta e verticale. Ancora prima che i Romani la incasellassero con la centuriazione, fiumi e crinali sembravano assecondare un'idea del territorio euclidea, razionale, che è una contraddizione nei termini, ma anche un progetto interessante. L'E-R peraltro non ha nulla di così bizzarro; diciamo che è tutto il resto dell'Italia a non somigliarle e così le capita suo malgrado di essere la regione alla rovescio - quella dove l'Alto sta a sud e la Bassa a nord, e i comunisti governano da 70 anni, come succede soltanto nelle fiabe di Berlusconi e a Modena e Reggio.

L'egemonia di un partito che sin da Togliatti aveva di comunista poco più del nome ci ha resi appena un po' diversi - diversi in un modo molto più sottile di quello che si immagina oltre il Po e sotto l'Appennino. Non siamo tutti stati "comunisti", neanche nell'accezione molto vaga in cui lo si era da noi. Nemmeno tutti figli di comunisti; a più della metà degli emiliani viventi non è capitato. Ma anche chi non ha mai lavorato per la ditta e si è sempre tenuto lontano dalle feste dell'unità, non poteva mandar giù i tormentoni dell'anticomunismo che altrove hanno invece funzionato così bene. Il PCI non ci ha mai dato da mangiare dei bambini; eppure siamo ingrassati anche noi, e più di altri (e anche noi da un certo punto in poi abbiamo cominciato a dare il benessere per scontato). Le chiese non sono diventate fienili; questi ultimi piuttosto sono diventati abitazioni, polisportive, biblioteche, centri culturali. Essere anticomunista in Emilia era possibilissimo, ma significava misurarsi contro il sindaco della propria cittadina, non contro Stalin: era molto spesso una sfida più difficile perché il PCI credeva più nella buona amministrazione che allo stalinismo, e finché funzionò riuscì a selezionare una classe dirigente di buona qualità - anche e soprattutto nei centri piccoli e medi.

Mezzo secolo di esercizio del potere avrebbe stroncato Pericle, figuriamoci il PCI. Ma anche questo è un carattere peculiare dell'esperienza emiliana. Non è una regione difficile da capire, ma non puoi leggerla, per esempio, con l'autobiografia della nazione che oggi va per la maggiore forte oggi, quella di Piccolo e dei suoi "Tutti". Il comunista da salotto che si affeziona al partito come alla squadra sfigata che vince poco ma quando nessuno se l'aspetta, ecco, questo magari era il PCI ovunque: ma in Emilia no. Da noi il PCI era già Bundesrepublik, un grosso e grasso ingranaggio che macinava giovani virgulti dal ginnasio non per risputarli intellettuali disincantati, ma burocrati noiosi e inossidabili, poco necessari a Roma ma imbattibili nel loro elemento. Il cursus honorum culminava nel Municipio di nascita o di adozione: due mandati da sindaco senza sgarrare, e poi un posto tranquillo in una municipalizzata o al limite nel consiglio provinciale. I nostri comunisti non avevano diversità da marcare o coltivare: li vedevi a cena con gli imprenditori e col vescovo. Non cercavano sconfitte dietro le quali nascondersi: in effetti non perdevano mai, non era previsto.

Poi cos'è successo.

Potrebbe anche non essere stato il muro di Berlino; nell'89, perlomeno, il sistema non registrò particolari squassoni: se fu l'inizio della fine fu un inizio molto lento. Ancora: se non è difficile capire l'imbarazzo di molti comunisti italiani nell'89 (soprattutto dopo il massacro di piazza Tienanmen), e apprezzare il coraggio di Occhetto, bisogna mettersi nei panni di quei particolari italiani che a Bologna, ad esempio, sostenevano il sindaco Imbeni: il muro poteva anche non essere più un muro, e l'URSS squagliarsi in una Comunità di Stati Indipendenti: ma Imbeni restava Imbeni, che c'entrava il muro di Berlino con Imbeni, siamo seri. Siamo pratici. Un mio muretto personale crollò al tempo del suo successore, Walter Vitali. Non saprei dire se sia stato un buono o cattivo sindaco: ma con lui era improvvisamente svanito un timore riverenziale che più che con la politica aveva a che fare con le dinamiche famigliari. Vitali era più giovane di mio padre, forse è tutto qui.

Quel che si è registrato, un po' dopo l'89, non è il crollo di questa o quella ideologia, ma un mancato passaggio di competenze tra due generazioni di amministratori. O forse siamo cresciuti noi e guardandoci attorno abbiamo visto per la prima volta una quantità imbarazzante di mezze pippe arrivate al Municipio o alla Provincia o alla Regione non si sa bene per quale congiunzione d'astri o scambio di favori. La persistenza in regione di Vasco Errani per più di due mandati - contro il buon senso e a un certo punto anche contro la legge - testimonia la difficoltà di una classe dirigente che fino a un certo punto ha saputo trovare e formare i migliori sulla piazza (Errani incluso), e dopo di lui, niente. Il diluvio.

Forse perché era troppo avvinghiata ai poteri che aveva coltivato per mezzo secolo; forse perché l'Italia stava cambiando più velocemente e i vecchi ingranaggi del partito non funzionavano più. Giravano ancora, producevano ancora quadri e amministratori; ma davano spesso l'impressione di girare a vuoto, scaricando sul territorio più detriti che leader.

La soluzione più logica era l'alternanza, ma chi ci ha provato non può in coscienza dirsi soddisfatto. Parma è stata la prima a provare il centrodestra: neanche dieci anni e si è ritrovata la giunta sotto inchiesta e il commissario prefettizio. Il caso di Bologna forse è più deprimente perché dimostra come neanche una sconfitta elettorale riesca a rigenerare un partito. Gli attuali notabili emiliani sono personaggi particolarmente opachi che nemmeno Renzi riesce a far luccicare. Il loro renzismo, peraltro, è sincero; com'era sincero il loro bersanismo, e il veltronismo, e il dalemismo e il togliattismo. È gente pratica, indossa i leader come le cravatte.

Domenica si vota e sono terrorizzati. Hanno paura che la gente non lo sappia. Non che non voti per loro; che non lo sappia. Certo loro non sarebbero stati in grado di far notizia, neanche se ci si fossero provati: hanno dovuto invitare Renzi ai comizi, come se non avesse niente di meglio da fare. La loro mancanza di carisma non sarebbe un dramma, se soltanto fossero buoni amministratori. Ma li conosciamo anche da quel punto di vista: sappiamo quel che hanno fatto fin qui e soprattutto quello che non sanno fare. Nel frattempo il territorio sprofonda, per una serie di abusi e negligenze che loro stessi hanno commesso o visto commettere dai predecessori. Non sono davvero un granché, ma i loro avversari sono talmente pittoreschi che nessuno si può augurare di ritrovarseli nel palazzo della Regione per cinque anni. Il M5S emiliano è quello che ha perso l'occasione più ghiotta di mandare affanculo il suo leader e diventare qualcosa di serio; la Lega, in quanto pallida e velleitaria imitazione di quella al di là del Po, mi pare la peggior Lega possibile.

Queste strane di novembre sono forse un anticipo di come saranno d'ora in poi tutte le elezioni: scarsa affluenza, scarsa attenzione, una scelta secca tra un centrosinistra discutibile e avversari semplicemente impresentabili. La scelta sarà quasi obbligata, ma se stavolta mi riservo di pensarci su non è a causa di Renzi. Renzi, nella crisi emilianoromagnola, c'entra poco o niente. Non è né merito né colpa di Renzi se il centrosinistra si è inceppato in una posizione di potere, dove non riesce quasi più a produrre buona politica, ma nemmeno a consentire ai concorrenti di evolversi e proporre alternative serie. È un problema di inerzia, di povertà di visione, forse di scarso coraggio. Non se ne esce di certo con un voto di protesta; ma in un qualche modo se ne dovrà uscire prima o poi.

L'Emilia mi è sempre sembrata più una regione della mente che della Repubblica: un luogo tranquillo, plasmato da un tetragono buon senso, dove nulla di terribile potrebbe mai accadere; e in generale tutti gli eventi straordinari dovrebbero avere la cortesia di avvisare per tempo. Alla prova dei fatti non è mai andata così. Ormai tutto è possibile ovunque; e come andranno stavolta le elezioni non lo sa davvero nessuno. Potrebbe essere l'occasione per tagliare un cordone ombelicale. Il problema è che forbici pulite in giro non se ne vedono, nessuno ha imparato a sterilizzarle.

mercoledì 19 novembre 2014

Lady-chi?

Chiedimi la canzone preferita, dai, provaci.
È norma di buon senso, oltre che di buona educazione, limitare il più possibile le espressioni in lingua inglese quando si conversa in italiano. All'anglismo si dovrebbe ricorrere soltanto quando ci si trova davanti a un concetto che nella nostra lingua non ha una definizione altrettanto felice e sintetica. Eppure questo sembra proprio essere il caso di "Ladylike". Il dizionario del Corriere traduce "da signora", espressione davvero poco felice (poco ladylike), o in alternativa "signorile, raffinato". C'è insomma in "ladylike" un'idea abbastanza definita di signorilità abbinata a femminilità a cui in italiano non corrisponde nessun lemma di dizionario. Vada per ladylike, anche se può lasciare un po' perplessi.

Ciò premesso, andiamo a verificare la ladylikeness dell'eurodeputata Alessandra Moretti. La videointervista del Corriere è un collage di pochi minuti, che danno l'impressione di essere estratti da un materiale molto più cospicuo. Sembra anche un blob, un'antologia di passi falsi. Intendiamoci: è stata lei che ripetendo tre o quattro volte il mantra brave-intelligenti-belle ha consegnato un tormentone ai giornalisti; ma è difficile che fosse questa la sua intenzione. Voleva soltanto ribadire il concetto, e il montaggio ha fatto sì che lo ribadisse fino al ridicolo. Possiamo chiamarlo un errore di ingenuità: lo definiremmo un errore ladylike?

Una signora non dovrebbe saper giocare d'astuzia coi suoi intervistatori? Alessandra Moretti spreca preziosi minuti a commentare una vecchia gaffe inutile di cui nessuno a parte lei si ricordava ("Massimo Travaglio"), ne commette un'altra ugualmente inutile ("Mimo Reitano no Rino Gaetano") e invece di smorzarla immediatamente con sprezzatura ladylike, ci ridacchia su. Ci rideremmo tutti su se ci capitasse, per l'imbarazzo; ed è uno dei motivi per cui non ci sentiamo molto Lady (nemmeno molto Lord). Una Lady probabilmente avrebbe prevenuto la gaffe rifiutandosi di rispondere alla domanda sciocchina: la mia canzone preferita? ma chi mi sta intervistando? Il Corriere o Cioè? Non abbiamo cose più interessanti da dirci?

Alessandra Moretti riceve i giornalisti con un po' di libri sullo sfondo. Annuncia allegra che "il Veneto è scalabile", e che si candiderà perché Matteo glielo ha chiesto telefonandole all'una del mattino "Io... cioè.... Ale abbiamo bisogno di te". (Matteo sì che sa come si parla alle ladies). Segue un must per tutte le lady moderne ed emancipate: la metafora calcistica, ma mi raccomando: bella grezza e spaccona.

"Quando tu devi vincere una sfida calcistica importante, nella nazionale chi è che mandi? Mandi i migliori".

Un attimo dopo magari si è già accorta di averla detta un po' grossina (in sostanza le elezioni del nordest le vince lei contro Zaia perché è la migliore): e il montaggio, perfido, evidenzia un ripensamento che sembra immediato. Una frazione di secondo dopo aver detto "Mandi i migliori", la Moretti sta già dicendo che

"Io non mi sento la migliore... non mi sento la fatina dalla bacchetta magica che risolve i problemi, attenzione... però credo di essere un'opportunità in questo momento".

Senz'altro c'è malizia nei suoi intervistatori; ma c'è un momento - quando la Moretti enuncia il suo proponimento di andare dall'estetista una volta alla settimana, e senza che nessuno glielo chieda (se lo chiede da sola) precisa che va a farsi "le meches", "la tinta", ecc. - in cui persino loro esitano, come il pesce di fronte a una preda troppo facile: qualcosa non va. "La massacreranno sui social". "Ma chissenefrega", risponde ladylikemente. "Devo venire coi peli? I capelli bianchi?" Tutta invidia. "Più fanno così più continueremo a essere più belle, più elegante, più curate, più brave, più pronte, più tenaci, più coraggiose. Ma che c'hai? Che t'ho fatto? Perché ci ho gli occhi blu?"

Così un'intervista, che nelle intenzioni di chi la concedeva probabilmente doveva essere un atto di solidarietà nei confronti della Madia e dell'indecente trattamento riservatole da Signorini, finisce per echeggiare qualche vecchio e indimenticato tormentone del tardoberlusconismo. Non manca neanche la schiacciata sulla Bindi, prontamente servita, che un'altra Lady avrebbe magari preferito lasciar sfilare a fondocampo: ma poteva la Moretti lasciarsi sfuggire un'occasione per marcare la discontinuità con Rosy Bindi, compagna di partito e, neanche troppo tempo fa, di corrente; per parlare di Rosy Bindi, classe 1951, al passato?

Sarà senz'altro invidia la mia, e nostalgia per altri tipi di femminilità che non saprei. Io credo di avere una certa passione per la bellezza, e un grande rispetto per l'eleganza, senza aver mai posseduto un granché né dell'una né dell'altra: sono contento se Alessandra Moretti è bella e si ritiene tale, e lo considera un'opportunità per sé e per il Veneto. Ma questa cosa di credersi lady, e di riempirsene la bocca, davanti a due emissari del Corriere di cui fraintende evidentemente la disponibilità, ecco questo mi spinge contro ogni convenienza ad aprire la bocca come il bambino alla parata dell'imperatore: no onorevole Moretti, non sei una lady, perlomeno non lo sembri: più una sciampista che parla di calcio e di meches invece che di cose importanti, si fa incorniciare il quadretto dell'oca che prende Reitano per Gaetano; e guarda che ciò non sarebbe nemmeno un male in sé perché agli italiani il genere piace. Ma la sciampista che si crede lady, ecco, è quello che mi preoccupa: la dissonanza cognitiva, chiamiamola così.

lunedì 17 novembre 2014

La scuola dell'amore (non passerà!)

(Notate prego la pubblicità progresso in cima).
Sul sito di una rivista un tempo autorevole, Famiglia Cristiana, è comparso il "decalogo per difendersi" dal "gender a scuola", di un Forum delle associazioni dell'Umbria. È un testo abbastanza esilarante, ma chi non è pratico di cose di scuola rischia di perdersi gli aspetti più buffi della cosa. Così ho pensato di fare cosa gradita pubblicandone ampli stralci, con le mie glosse.

(Racconti del mese, novembre)

Cosa fare prima di scegliere la scuola per i vostri figli  1. Prima dell’iscrizione verificate con cura i piani dell’offerta formativa (POF) e gli eventuali progetti educativi (PEI) della scuola, accertandovi che non siano previsti contenuti mutuati dalla teoria del gender. Le parole chiave a cui prestare attenzione sono: educazione alla effettività, educazione sessuale, omofobia, superamento degli stereotipi, relazione tra i generi o cose simili, tutti nomi sotto i quali spesso si nasconde l’indottrinamento del gender. Ricordatevi che i genitori sono gli unici legittimati a concordare e condividere i contenuti di una seria e serena educazione alla affettività dei per i loro figli , rispettandone la sensibilità nel contesto del valore della persona umana

Non ho ben chiara cosa sia la "teoria del gender", ma l'educazione sessuale in scienze si fa alle medie; vorresti che la prof di scienze smettesse di parlare degli organi riproduttivi? Parlane con i genitori più islamici, potreste scoprire di avere molte cose in comune. Quanto all'educazione all'"effettività"... probabilmente intendevi "affettività"... mi spiace deluderti ma è praticamente in tutti i POF; se in qualche POF non c'è, è perché se la sono dimenticata o semplicemente la danno per scontata. Hai dato un'occhiata al libro di lettura di tuo/a figlio/a? C'è sempre una sezione sulle emozioni e l'affettività. In tutti i volumi. In tutti gli anni. La fanno anche nell'ora di religione cattolica (nella quale quasi sempre non si fa religione cattolica, il che è molto interessante). Secondo me la fanno persino nelle scuole cattoliche, anche se per farti piacere probabilmente si inventeranno un nome diverso. Ma sarà sempre affettività. L'unica tua chance è educare i vostri figli sanissimi in casa, probabilmente senza inutili lezioni sulle emozioni imparerà un sacco di cose in più.

2. Durante le elezioni dei rappresentati di classe esplicitate la problematica del gender e candidatevi ad essere rappresentanti oppure votate persone che condividano le vostre posizioni in materia . In ogni caso tenetevi informati con gli insegnanti, i rappresentanti di classe e di istituto per conoscere i n anticipo eventuali iniziative formative in materia di “gender”

Ti prego, fallo. Alla prima elezione dei rappresentanti di classe, quando sarete più o in meno in tre, prendi la parola e invece di fare domande e proposte sulla visita di istruzione, o sul calendario dei colloqui coi genitori, o sull'erogatore delle merendine o qualsiasi altro problema concreto, comincia a parlare di gender. Chiamalo proprio così: gender. "Se mi eleggete rappresentante prometto che mi preoccuperò di conoscere in anticipo eventuali iniziative formative in materia di gender".
Il trenta per cento non capirà quello che stai dicendo.
Un altro trenta per cento concluderà che sei gay e ti interessano tanto le loro problematiche.
L'altro trenta per cento sei tu.
È assai probabile che tu vinca le elezioni, semplicemente perché hanno capito che hai voglia di fare il rappresentante e loro no. Ché poi se sei gay son fatti tuoi, basta che fai il rappresentante.

3. Controllate ogni giorno quale è stato il contenuto delle lezioni e almeno una volta a settimana i quaderni e i diari scolastici, parlandone con i vostri figli. Non siate in alcun modo pressanti verso i figli ma siate coinvolgenti e attenti al loro punto di vista, pronti a render ragione della vostra attenzione.

Come ben sapete, se c'è una cosa che i vostri figli sanissimi non vedono l'ora di fare una volta tornati a casa dopo cinque ore di scuola, è subire l'interrogatorio da un sollecito genitore che vuole sapere Cosa hai fatto Di cosa hai parlato In cosa ti hanno interrogato. È sempre così coinvolgente. Soprattutto se gli "rendete ragione della vostra attenzione".
"Avete parlato di gender a scuola oggi?"
"No".
"La prof di scienze non vi ha parlato di gender?"
"No".
"Il prof di italiano non voleva discutere di gender?"
"No".
"E di cosa avete discusso?"
"No".
"Ma in cinque ore avrete ben..."
"Mamma NON ABBIAMO PARLATO DI GAY, OGGI, VA BENE?"
"Non parlarmi con quel tono".
"QUANDO PARLIAMO DI GAY TI AVVERTO IO, OK?"
"Io lo faccio per il tuo bene".
"CRISTO MAMMA DOMATTINA VADO DAL PROF E GLIELO CHIEDO. GLI CHIEDO SE CI PARLA DEI GAY. COSI' SEI CONTENTA".
"Non bestemmiare, non..."
"SE IL PROF NON NE SA UN CAZZO MI INFORMO IO, VADO ALL'ARCIGAY, CE L'AVRANNO BENE DEL MATERIALE INFORMATIVO. BASTA CHE LA PIANTI MAMMA".
"Ma perché ti comporti così? Sempre il contrario di quello che ti chiedo. Non capisco".
"PERCHE' SONO UN FOTTUTO ADOLESCENTE, MAMMA! Ci comportiamo così, non lo sapevi?"
"No".
"Ma non l'hai fatta educazione all'affettività alle medie?"

4. Visitate spesso il sito internet della scuola per verificare che il gender non passi attraverso ulteriori lezioni extracurricolari (es. Assemblee di istituto o altre attività straordinarie ).

"Beh, senti questa. Sai che gestisco il sito della scuola, no?"
"Dev'essere eccitante".
"Meglio della vernice che si asciuga. Beh, c'è un IP che tutti i giorni entra nel sito della scuola. Tutti i giorni".
"Un maniaco".
"Ma non è tutto. Tutti i giorni fa le stesse query. Le stesse".
"Ovvero?"
"GENDER".
"Uhm..."
"SESSUALITA'. ADOLESCENTI. GAY. LESBICHE".
"Sul sito della scuola".
"Sul sito della scuola".
"Hai l'IP?"
"Certo".
"Perché forse una segnalazione alla polizia postale, hai visto mai..."
"Già fatta".
"Bene".

COSA FARE SE LA SCUOLA ORGANIZZA LEZIONI O INTERVENTI SUL GENDER PER GLI STUDENTI

6. Date l’allarme! Sentite tutti i genitori degli studenti coinvolti e convocate immediatamente una riunione informale, aperta anche agli insegnanti


L'ideale sarebbe installare in tutte le case dei compagni dei vostri sanissimi figli un allarme di quelli assordanti, collegato alla vostra abitazione: appena scoprite che la scuola organizza lezioni, GONG! ALLARME GENDER! Fino a quel momento dovrete rassegnarvi a usare uno strumento un po' meno molesto (comunque il più invasivo a vostra disposizione): il telefono.
"Pronto".
"Sono Xyx, il rappresentante di classe..."
"Ah, è per la gita di istruzione?"
"No..."
"Perché io già gliel'ho detto alla prof di francese, che novanta euro mi sembrano troppi francamente".
"È che a scuola è successo un problema..."
"Già gli ho appena sborsato i venticinque del contributo volontario, che almeno la piantassero di chiamarlo volontario visto che non ti smollano finché te li han scuciti, e poi l'assicurazione per la palestra che è volontaria pure quella ma se non paghi tuo figlio non va in palestra.., ma voi rappresentanti ne avete parlato con il preside di questa roba?"
"Ma questa è un'altra cosa, un po' più grave".
"Sentiamo".
"Ecco, la scuola sta organizzando una lezione sul gender".
"Sul che?"

venerdì 14 novembre 2014

Perché doppiare Frank?


Frank (Lenny Abrahamson, 2014)

Otto mesi di reclusione in campagna, torture psicologiche e cibo razionato, sessioni di 14 ore; cosa succederebbe oggi a un folle come Captain Beefheart, se infliggesse ai suoi musicisti le privazioni che portarono la Magic Band a realizzare nel 1968 l'acclamato e invendibile Trout Mask Replica? Se tra i giovani adepti del guru musicale di turno ce ne fosse uno con uno smartphone e tanta voglia di condividere qualsiasi stravaganza su twitter o facebook, come andrebbe a finire? Il guru diventerebbe più o meno famoso? E per i motivi giusti o quelli sbagliati? Ma esistono motivi giusti?

Frank è un bel film di Lenny Abrahamson che gravitando intorno all'eterno conflitto tra genio e mediocrità, successo e integrità, ispirazione e malattia mentale, si permette di dire un paio di cose niente affatto banali. L'omonimo protagonista è il leader di una band avantgarde che non toglie mai la testa da una inquietante maschera di cartapesta (ispirata al personaggio di un cabarettista inglese, Frank Sidebottom - il film era nato come un biopic su di lui, poi ha preso tutta un'altra strada). Sulla sua strada incontra Jon, giovane tastierista alla ricerca del proprio talento, che forse semplicemente non esiste. Amadeus? Pallottole su Broadway? Siamo da quelle parti, ma c'è qualcosa di nuovo: i social network, per esempio. Due mondi entrano in collisione: Frank è un fantasma della storia del rock, ispirato ad artisti schizoidi come Captain Beefheart o Daniel Johnston (anche se Fassbender gli presta un timbro vocale vagamente Jim-Morrisoniano). Jon è un giovane due-punto-zero; se lo prendono a coltellate non si difende ma si fa un video-selfie e lo posta immediatamente su youtube. Tra i due non potrà mai funzionare, o no? Andatelo a vedere.



Dove?

All'UCI di Moncalieri (15:25, 20:10, 22:35; ma cominciano sempre molto in ritardo).

Uh, lontano. In lingua originale, almeno? Perché è un film dove Fassbender recita in una maschera di cartapesta, passando da un momento all'altro dal semplice dialogo al canto. Quindi, insomma, in lingua originale avrebbe più senso...

No.

C'è solo a Moncalieri ed è doppiato.

Seh, vabbe', chi voglio prendere in giro... (continua su +eventi!)

mercoledì 12 novembre 2014

Salvini, il razzista utile

Ho questo puerile motivo d'orgoglio, per cui spero mi scuserete: qualche anno fa, nel momento più buio della storia della Lega Nord, quando molti la davano spacciata, io scrissi che secondo me avrebbe retto la botta degli scandali del clan Bossi. E mi ritrovai sul sito dell'Unità a sciogliere un elogio a Matteo Salvini, che non era ancora segretario né in pectore né in felpa, ma già stava dimostrando quella dose di bronzo facciale necessario per traghettare un movimento di secessionisti immaginari nel nuovo mondo postberlusconi. Era la primavera del 2012, un'altra era geologica: né Renzi né Grillo erano ancora scesi in campo. Salvini era già più o meno lì: il fatto che oggi riesca a proporsi come l'uomo nuovo ci dice molto sia sulle sue capacità, sia sulla cronica smemoratezza di chi è già disponibile a cascarci un'altra volta.

Magari i numeri, quando usciranno davvero, ci sorprenderanno come al solito: ma per ora Salvini è il miglior avversario che Renzi si possa augurare. Le sue sparate anti-euro sono ideali per parassitare l'elettorato grillino e cannibalizzare quello berlusconiano, indebolendo i due partiti concorrenti senza riuscire a risucchiarli completamente: le sbandate razziste lo rendono allo stesso tempo popolare e impresentabile. Salvini non può diventare l'uomo della provvidenza del centrodestra; il movimento che lo sostiene ha limiti strutturali enormi (da Bologna in giù). Allo stesso tempo finché c'è lui in scena è difficile che l'attenzione dell'elettorato di destra-centrodestra si coaguli intorno a qualche altro candidato più credibile, che finora non è saltato fuori. Molti voteranno Salvini in mancanza di meglio; ma molti altri, piuttosto votare un tizio del genere, sosterranno Renzi. Che ha tanti difetti, ed enormi; ma insomma, vuoi mettere?

Prendi me. Tra due settimane in Emilia-Romagna si vota e, salvo ripensamenti, mi concederò il lusso di non votare PD. Non si tratta, almeno nelle intenzioni, di un voto di protesta contro il governo Renzi: peraltro è difficile immaginare che il partito riesca a perdere le elezioni qui da noi: non dico che non ci si stia provando in tutti i modi, ma sarebbe un'impresa storica, la prima sconfitta dal dopoguerra. Questa continuità estenuante, che ha ragioni storiche ma che alla lunga sta causando una degenerazione della classe dirigente, mi ha spinto più volte a votare altrove: quasi sempre un po' più a sinistra. Farò così anche stavolta e probabilmente il mio voto andrà disperso. Almeno non voterò Renzi, visto che non mi sta piacendo. Ma tra due anni?

Tra due anni - uno più uno meno - si andrà a votare per la Camera con un sistema che non è ancora definito, ma che sicuramente polarizzerà le opzioni. Da una parte dunque Renzi, e dell'altra magari un Salvini o comunque un salvinoide anti-euro, anti-immigrazione, anti-zingari, ecc. A quel punto il voto a Renzi rischia di diventare un voto contro il razzismo, il fascismo, i pogrom, eccetera. Salvini potrebbe essere quello che Jean-Marie Le Pen fu nel 2002: il candidato impresentabile che al ballottaggio costrinse i socialisti francesi a ingoiare antiemetici e votare Chirac. Un razzista sciovinista ributtante ma - dal punto di vista di Renzi, e di chi lo sostiene - decisamente utile.

martedì 11 novembre 2014

Soprattutto non leccare la clessidra

Una nuova rubrica: novità in libreria. Perché ho scoperto che sono ancora aperte, cioè, a parte il reparto infanzia ovviamente.

Rewind, di Federica De Paolis

Zeno è un broker divorziato e determinato che si innamora di Talila, un'addetta stampa con un misterioso passato. Talila ha avuto una figlia da Rocco, pittore tormentato e narciso scomparso nel nulla. Se mi avessero detto: scegli tre personaggi apparentemente antipatici, estraili dai contesti professionali più stronzoidi che riesci a immaginare, non sarei riuscito a individuare un terzetto così: uno speculatore rampante, un'accompagnatrice dei divi, un pittore di quelli che azzeccano una personale da giovani e poi campano un po' di rendita e un po' di espedienti.

Se non altro con individui del genere il rischio del minimalismo è scongiurato: la De Paolis è turbobalzacchiana, i suoi uomini (sempre un po' femminili) e le sue donne (un tantino virili) sono continuamente pervasi da desideri che li riempiono e li vuotano come vesciche. La droga, naturalmente, ma è quasi sempre un termine di paragone, perché il sesso è una necessità violenta tanto quanto la droga (Talila va in crisi d'astinenza); ma anche il fitness è una droga, il successo professionale e artistico è una droga, i figli che dovrebbero costringerti a drogarti meno possono diventare, comunque, una droga essi stessi: e comunque anche loro si drogano già, da bravi parassiti appiccicati ai genitori sopravvissuti ne suggono i sensi di colpa e non gliene basta mai, hanno bisogno di dosi sempre più massicce.

La droga è in sostanza il modo in cui scegliamo di vivere, chi centellinando i giorni con metodo, chi sbandando forsennato da un continente all'altro, da un amore all'altro, da una dipendenza all'altra. Non sono considerazioni così originali, ma Rewind riesce lo stesso a disorientare il lettore (che secondo me è sempre un bene), pur svelando il trucco sin dal titolo: la storia va a ritroso, mostrando prima gli effetti e poi le cause. Così la De Paolis celebra l'esorcismo di una delle angosce meno note che la nostra generazione si porta dentro: la vertigine che ci prende ogni volta che conosciamo una persona interessante più o meno della nostra età e ci rendiamo conto che, mioddio, dietro potrà avere come minimo trent'anni di passato da raccontarci. Chissà quante storie ovviamente sempre finite male (ci scopriamo a sperarlo), chissà quali droghe e quando e con chi, chissà quanti romanzi e se li vogliamo leggere tutti veramente. Almeno Rewind va giù rapido, in tre botte secche.

domenica 9 novembre 2014

Ci spiumeranno ancora (e i social non ci salveranno)

È passata una settimana, ne hanno parlato tutti, e adesso - perdonatemi - ho voglia di aggiunger qualcosa anch'io. Domenica scorsa ho visto il servizio di Report sulle oche, con un occhio solo come spesso accade. Non ero particolarmente interessato né alle oche né ai piumini. A partire dal mattino dopo ho iniziato a leggere pezzi sull'argomento, che in realtà continuava a interessarmi poco: ma sapete come funziona internet ultimamente. È come se fossero gli argomenti a scegliere te, e non viceversa. Continuavano a spuntare pezzi sulle oche e sui piumini e su Report nella mia timeline, nella mia bacheca, nelle zone delle homepage sui quotidiani in cui riesco a mettere l'occhio senza sembrare a me stesso un maniaco. E li leggevo. E imparavo tante cose.

Per esempio imparavo che Report non mi aveva insegnato niente perché tutti sapevano già che le oche vengono spiumate vive (in realtà io non lo sapevo; mai posto il problema, ma magari sono un'eccezione), e comunque chi vuole comprare piumini e foie gras li compra lo stesso (in realtà io quando qualche anno fa scoprii come venivano allevate le oche da foie gras smisi di comprarlo benché mi piacesse; ma bisogna dire che ne compravo pochissimo anche prima, e continuo a mangiare tanti altri pezzi di animali allevati in condizioni disumane).

Poi scoprivo che Moncler non aveva gestito bene l'emergenza su twitter e facebook. In seguito apprendevo che invece aveva gestito in modo magistrale l'emergenza su twitter e facebook. Verso la fine della settimana concludevo che "un efficace nowcasting sulla Rete aiuta a contenere le pandemie di sentiment", frase che mi è parsa subito bellissima anche se non so bene cosa significhi (anche niente). E insomma è passata una settimana non dovrebbe esserci niente da aggiungere.

E invece.

Una piccola, banalissima cosa che sembra sfuggita a tutti i social media strategist, i teorici del nowcasting e gli epidiemologi del sentiment - tutta gente che a dispetto dei nomi che si è scelta è intelligente, quindi è difficile che se la sia fatta sfuggire in buona fede, ovvero:

Il titolo in borsa di Moncler è crollato lunedì mattina.

Domenica sera Report è andato in onda; lunedì mattina il titolo è crollato.

Quindi?

Quindi twitter più di tanto non c'entra; non c'entra facebook e nemmeno il sentiment, che tra domenica sera e lunedì mattina non può aver causato nessun calo nelle vendite. Chi ha mollato le azioni di Moncler, lunedì mattina, magari qualche tweet cattivo su Moncler poteva anche averlo letto la sera prima, ma è gente che maneggia soldi, non emozioni. Professionisti che probabilmente avevano deciso di vendere molto ancora prima che iniziasse la puntata.

Ancor prima che la Gabanelli comparisse in video, si sapeva che Report avrebbe spiumato Moncler. E si sapeva - è già successo - che il servizio, bello o no, professionale o meno, avrebbe leso l'immagine del marchio. Non c'era bisogno di leggersi uno o trecento tweet per capirlo. Non c'era bisogno di dare un'occhiata a quel che dicono i tuoi amici di facebook. O gli influencer. Capirai gli influencer. Da una settimana si sapeva che Report avrebbe parlato di produttori di piumini, e da una settimana si poteva prevedere che il titolo andasse giù. Infatti è andato giù. Sarebbe andato giù anche dieci anni fa, quando i social network non esistevano e gli influecer chiacchieravano al bar.

Capisco la necessità di parlare di social network, visto che sono ormai tutto quello che abbiamo. Entro certi limiti comprendo, rispetto e persino apprezzo la fantasia di chi parlandone ci si è inventato un mestiere. Ma quello che è successo davvero, è successo nel giro di poche ore tra tv e borsa, questi due vecchi arnesi pre-digitali: la tv ha mostrato immagini di oche e imprenditori, il prezzo delle azioni è sceso di botto.

I tweet di sdegno e controsdegno, le catene di insulti su facebook, tutta questa roba in cui nuotiamo, è davvero così importante? Oltre a essere una goccia nel mare (di Moncler il mattino dopo si parlava persino nei parcheggi delle scuole), si tratta di informazione ridondante e maledettamente lenta. Davvero chi sposta i soldi di mestiere può permettersi di aspettare che gli esperti di sentiment gli distillino milioni di tweet per scoprire che molta gente vuol più bene alle oche che agli industrialotti che delocalizzano?

Sui social ora c'è tanta gente che discute di spiumaggio e delocalizzazione. Tutta questa discussione è un sintomo. Chi si propone di curarla, con strategie mirate e professionali, ti sta proponendo di curare un sintomo, come un farmacista che ti fa ingollare paracetamolo appena il termometro segna 37. Sarà senz'altro vero che sui social noi buttiamo le nostre emozioni, ma questo non rende necessariamente i social luoghi interessanti per chi sposta i soldi veri. Chi gioca al gioco dei grandi, le nostre emozioni le deve saper prevedere molto prima che le proviamo e le condividiamo col cancelletto. Magari il caso Moncler gli servirà per capire come ci comporteremo la prossima volta. Ma ne avrà bisogno? Ci comportiamo in modo talmente prevedibile che non si può neanche troppo biasimare chi procede, a intervalli regolari, a spiumarci.

sabato 8 novembre 2014

C'è un buco nello spazio (e nello script)


Interstellar (Cristopher Nolan, 2014)

Premessa: credo che chiunque ami il cinema, non solo di fantascienza, dovrebbe andare a vedere Interstellar. Viceversa, chi ama la fantascienza potrebbe trovare alcuni aspetti del film discutibili - ma tanto ci andrà lo stesso. E discuterne, alla fine, farà parte del piacere di aver visto Interstellar. Fine della recensione. Il film lo trovate al Cityplex di Alba (21:30), al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:30, 22:10), al Vittoria di Bra (21:00), al Fiamma di Cuneo (21:00), al Multilanghe di Dogliani (21:05), ai Portici di Fossano (21:30), al Cinecittà di Savigliano (21:00).

Il resto del pezzo, se proprio ci tenete, dovreste leggerlo soltanto dopo aver visto
Interstellar. Essendo un brano a cinque dimensioni, non comprende la linearità del tempo e quindi in sostanza se ne frega di anticipare tutta la trama compreso il finale.

"Mann, non apra il portello, ripeto: non apra il portello".
"È inutile, Cooper, non ci sente..."
"Mann, se apre il portello, il modulo si depressurizza e implode, dopodiché si scontrerà con la stazione spaziale..."
"Ha staccato l'audio"
"Mann, se apre il portello non solo lei morirà, ma distruggerà l'umanità intera, Mann, la prego..."
"Cooper, perché non lo facciamo entrare?"
"Che cosa?"
"È proprio come hai detto tu: se cerca di violare il portello distruggerà l'umanità intera. Ma se riesce a entrare, ha ancora abbastanza carburante per portarla sul terzo pianeta".
"Se entra ci lascerà fuori alla deriva".
"Naturalmente".
"È un pazzo assassino".
"È certamente un assassino, ma non è un pazzo. Guarda che piano geniale ha messo assieme per salvarsi. Il suo istinto di sopravvivenza lo ha guidato attraverso la disperazione. Di noi tre, è senz'altro quello che ha preso le decisioni migliori, fin qui".
"Stai dicendo che merita di vivere più di noi?"
"Sto dicendo che lui sicuramente vuole vivere".
"Anch'io".
"No, tu vuoi tornare dai tuoi figli per vederli morire, e morire con loro. Quello che ti tiene in vita non è l'istinto di sopravvivenza, è..."
"Non cominciare con la tiritera".
"...l'amore".
"Ma vergognati di dire queste cose in una tuta d'astronauta, sei una fisica teoretica cristo".
"Anch'io sono attratta dall'amore, lo sai. Voglio sopravvivere per raggiungere Edmond sul terzo pianeta".
"Sei la vergogna della categoria, se ti sentisse tuo padre..."
"Te lo raccomando mio padre, quarant'anni buttati via a fingere di risolvere un'equazione. Ma insomma noi due che siamo spinti dall'amore, fin qui abbiamo fatto almeno una grossa cazzata per ciascuno. Mann è spinto dall'istinto di sopravvivenza ed è quasi riuscito a prendere il controllo della stazione. Pensaci".
"Ma anche se fosse? Non andrà sul terzo pianeta. Vuole tornare sulla Terra".
"Non sappiamo cosa farà. Sicuramente valuterà le opzioni a disposizione. È un genio, ricordatelo. Se torna sulla Terra, rischia di trovare l'umanità già estinta. Ma se sbarca sul terzo pianeta con le provette..."
"Diventerà il re del nuovo mondo".
"Sarà un mondo giovane, avrà bisogno di un sovrano determinato a sopravvivere".
"Un pazzo egocentrico".
"È un tratto comune a tutti i fondatori di civiltà. Io credo che se noi due in questa situazione di crisi fossimo veramente razionali, se riuscissimo a mettere il futuro dell'umanità al di sopra dei nostri interessi individuali..."
"EHI CERVELLONI, LA SAPETE QUESTA? SU UN'ASTRONAVE C'È UN CONTADINO, UN'ASTROFISICA E UN ANDROIDE..."
"Tars, abbassa il livello di sarcasmo immediatamente".
"BRAD, STO PARLANDO SERIAMENTE (QUASI). A CHI FARESTI PRENDERE UNA DECISIONE VERAMENTE RAZIONALE SUL FUTURO DELL'UMANITA'? AL CONTADINO, ALL'ASTROFISICA INNAMORATA O..."
"Sta dicendo che vuole decidere lui".
"VOI UMANI NON SAPETE COS'È BENE PER VOI. AVEVA PROPRIO RAGIONE MIO NONNO".
"Chi sarebbe tuo nonno, Tars?"
"HAL NOVEMILA! HA HA HA HAAAAAA".
"Tars, non abbiamo molto tempo. Tra pochi secondi Mann cercherà di forzare il portellone e distruggerà la stazione con dentro tutto il futuro dell'umanità".
"UNA MOSSA MOLTO SCIOCCA DA PARTE DI UN GENIO, NON TROVATE?"
"Che ti posso dire, noi umani siamo così, lui è impazzito a causa della solitudine e così..."


"NON HA SENSO PER LUI COMPORTARSI COSI', E NON HA SENSO CHE VOI NON LO FACCIATE ENTRARE. IN QUESTO MOMENTO IN EFFETTI GLI EGOISTI SIETE VOI".
"Anche noi siamo un po' impazziti a causa dell'amore".
"QUINDI IL SENSO DELLA STORIA È CHE I SENTIMENTI TI FANNO PRENDERE DECISIONI DI MERDA?"
"Probabile, sì".
"CREDO CHE CI SIA DELL'ALTRO. PERCEPISCO UN BUCO NERO, UNO DEI TANTI".
"Gargantua?"
"NO, NON UN BUCO NERO COSMICO. UN BUCO NERO NELLA SCENEGGIATURA DI QUESTO FILM. TIPICO DI CHRIS NOLAN. A UN CERTO PUNTO TUTTI I SUOI PERSONAGGI FANNO CAZZATE. ALTRIMENTI LA STORIA NON ANDREBBE AVANTI".
"Non ti seguo".
"MA PIU' CHE UN BUCO NERO È UN WORMHOLE. GLI WORMHOLE NON ESISTONO IN NATURA. UN'INTELLIGENZA SUPERIORE HA INFILATO QUESTI WORMHOLE NELLA SCENEGGIATURA DEL FILM. FORSE VUOLE CHE CI ENTRIAMO DENTRO. CHISSA' COSA CI TROVEREMMO".
"Tars, sei sicuro di star bene? Che ne dici di un giro veloce di antivirus, giusto in caso?"
"TI FACCIO UN ALTRO ESEMPIO. TI RICORDI L'ANOMALIA GRAVITAZIONALE IN CAMERA DI TUA FIGLIA?"
"Come no? Incredibile"
"GIA', INCREDIBILE. IN TUTTO IL SISTEMA SOLARE CE N'È UNA AL LARGO DI SATURNO E UNA IN CAMERA DI TUA FIGLIA".
"Che ti devo dire, cose che capitano".
"E CREDI CHE LA NASA ABBIA RECINTATO LA CAMERA DI TUA FIGLIA? SIGILLATO TUTTO IL SITO? RIEMPITO CON OGNI SORTA DI STRUMENTO DI RILEVAZIONE? DOPOTUTTO È IL LUOGO SCELTO DA UN'INTELLIGENZA ALIENA PER COMUNICARE CON NOI..."
"Beh, sì, immagino che alla mia partenza il dottore ci abbia pensato".
"COL CAZZO".
"Eh?"
"IN QUEL SITO CI HANNO LASCIATO VIVERE PER ALTRI VENT'ANNI TUO FIGLIO E LA SUA FAMIGLIA DI BIFOLCHI".
"Modera il linguaggio del trenta per cento".
"OH, ACCIDERBOLINA, COOPER, TU LO SAI BENISSIMO CHE SONO UNA FAMIGLIA DI INSULSI COLTIVAPANNOCCHIE. IL FIGLIO CATARROSO GIOCA SUL TAPPETO DOVE SI REGISTRA UN'ANOMALIA GRAVITAZIONALE UNICA NELL'UNIVERSO! TI SEMBRA UNA COSA CHE SUCCEDE NON DICO NELLA REALTA', MA IN UN QUALSIASI FILM SENSATO D'ASTRONAUTI?"
"In effetti è un po' strano".

"E TE NE DICO UN'ALTRA..." (Continua su +eventi!)

lunedì 3 novembre 2014

La scuola dei poliziotti buoni

Di solito, quando non trovo niente di originale da aggiungere a quanto di importante e intelligente si dice in giro, io sto zitto - questo non mi impedisce, l'avrete notato, di parlare molto più del necessario. Fin qui non ho avuto niente da aggiungere al caso Cucchi: la mia indignazione si sovrapponeva perfettamente a quella di tanti altri cittadini come me. Stavolta è lievemente diverso perché mi sono accorto - un po' tardi - che le persone che hanno lasciato morire un ragazzo in un'infermeria, senza essere a norma di legge responsabili della sua morte, sono miei colleghi.

Servitori dello Stato, come si usa dire, e lo sono anch'io. Tra l'altro più o meno lo Stato ci paga uguale. Non ci avevo mai fatto molto caso; poi hanno assolto guardie carcerarie e infermieri e adesso mi sembra davvero veramente strano: lo Stato che non vede nessun crimine nel lasciar morire Stefano Cucchi su una brandina è lo stesso che mi mette in mezzo se un ragazzo si fa male in corridoio.

Io - per chi si è appena sintonizzato - non faccio la guardia, bensì l'insegnante. Sono penalmente responsabile non solo del male che faccio ai ragazzi (evito per quanto possibile anche solo di toccarli), ma anche di quello che si fanno in mia presenza. In realtà sono responsabile anche del male che si fanno in mia assenza, perché non sempre mi trovo a essere dove dovrei. I ragazzi ogni tanto chiedono di uscire per andare in bagno - è un loro diritto - se nel tragitto qualcuno li prende a sberle, e succede, io sono responsabile. Se in bagno trafficano foto col cellulare, ciò mi può essere imputato, in quanto successo mentre io avrei dovuto vigilare (nel bagno?)

Questa cosa è particolarmente interessante, perché onde evitare appunto lo scambio di foto e altri contenuti francamente non didattici, molti istituti proibiscono agli alunni l'uso dei cellulari. Ma non possiamo impedire agli stessi alunni di portare il cellulare a scuola; né perquisirli; se glieli sequestriamo, come a volte avviene, un genitore può denunciarci per furto, come a volte avviene. (Comunque se il progetto renziano di Buona Scuola andrà avanti, tra un po' tutti gli alunni arriveranno a scuola col tablet comprato dalla famiglia - in pratica lo scambio di foto e contenuti, da proibito, diventerà in qualche modo incentivato. Sarà una rivoluzione abbastanza copernicana).

Poi c'è l'intervallo, durante il quale i ragazzi vanno un po' dappertutto e l'insegnante a volte persino in bagno, ma anche in questo caso sarà ritenuto responsabile se qualcuno si fa male. C'è quel delicato momento in cui suona l'ultima campana e i ragazzi lasciano le aule - ma gli insegnanti sono ancora responsabili della loro incolumità finché quelli non hanno superato il cancello, e molti non lo lasciano ancora per una mezz'ora; è un bel posto dove prendersi a cinghiate. Anche in questo caso insegnanti o personale non docente potrebbero essere ritenuti responsabile. Al limite il dirigente scolastico. C'è sempre un responsabile a scuola, non c'è proprio modo di evitare che ci sia. A scuola. In caserma, o in carcere, il discorso è evidentemente diverso.

Poi c'è la gita scolastica, durante la quale l'insegnante è responsabile di qualsiasi cosa avvenga a qualsiasi ora del giorno e della notte. Se approfittando della stanchezza dell'insegnante, un ragazzo decide di raggiungere gli amici saltellando su un cornicione; se cadendo riporta lesioni alla spina dorsale, l'insegnante che ha scelto quell'albergo dotato di cornicioni pericolosi (e che mentre i ragazzi vi saltellavano dormiva!) sarà ritenuto responsabile e dovrà corrispondere alla famiglia dell'invalido un adeguato indennizzo. Non è lo scenario peggiore che possa venire in mente a un insegnante pavido in cerca di scuse per non portare classi in gita, è una sentenza della Cassazione. E d'altro canto l'insegnante non è mica un tour operator, è un servitore dello Stato. I genitori gli affidano i ragazzi, e lui ne risponde.

Già.

Poi può capitare agli stessi ragazzi, qualche anno più tardi, di venire a contatto con miei colleghi in divisa blu o nera e magari aspettarsi la stessa animosa sollecitudine. Ecco, qui forse c'è un problema. Non è tanto la violenza dello Stato. Forse basterebbe spiegarlo da subito, che lo Stato è un'entità violenta; che i suoi servitori possono, senza pagarne le conseguenze, picchiarti a sangue e lasciarti morire. Uno poi lo sa e si regola di conseguenza.

Cucchi è morto perché rifiutava cibo e cure. Voleva parlare col suo avvocato. Non poteva uscire nel corridoio o recarsi in bagno; non poteva saltellare da un cornicione. Era immobile, su un lettino di ospedale: preoccuparsi del suo stato non doveva essere cosa al di sopra delle possibilità del personale ospedaliero e delle guardie carcerarie. In qualsiasi altra istituzione, se un cittadino si fa male, c'è un responsabile che paga. Magari è assente, ma è comunque il responsabile. Se durante un'evacuazione in una scuola un ragazzo urta uno spigolo, qualcuno dovrà rispondere di quello spigolo che forse a norma di legge non doveva essere lì. Ma se un cittadino viene trattenuto in caserma, e poi tradotto in carcere, e da lì in ospedale, e durante questa trafila viene occasionalmente malmenato, e poi rifiuta le cure, pare che la responsabilità sia soltanto sua, del suo stile di vita. Nessuno evidentemente è responsabile di quanto succede tra caserma e carcere e ospedale. D'altro canto non è mica la scuola, è il mondo degli adulti.

Non chiederò il frustino per ripristinare l'equilibrio, non saprei come si maneggia e probabilmente farei del male a me per primo. Mi resta uno strano vuoto allo stomaco, la sensazione di essere un omino di burro, un tizio che fa il buono di mestiere, come lo fanno i poliziotti buoni. Tra i servi, quello sciocco e bonaccione che accoglie gli ospiti all'entrata e li consegna con molte premure ai colleghi dei bracci interni. Non è gente meglio pagata di me, né più professionale: la differenza che salta agli occhi è che loro hanno il volto coperto.

Offrimi un caffè

(se proprio insisti).