domenica 24 maggio 2015

L'Arcigay che si boicotta da sola

Oggi, mentre in Irlanda i gay festeggiano la vittoria del referendum sul matrimonio, l’Arcigay chiede a iscritti e simpatizzanti di evitare alcune località del lago di Garda, ree di ospitare i raduni delle Sentinelle in Piedi. È un gruppo di estrazione cattolica (ma anche qualche islamico pare sensibile al messaggio omofobo) che prega nelle piazze contro aborto e matrimonio gay.

La Minaccia Omofoba.
Non essendo numerosi né rumorosi, nessuno se ne accorgerebbe, se i loro avversari non cadessero ogni volta nello stesso trabocchetto, protestando contro di loro in modo più o meno molesto, e trasformandoli nelle vittime che essi pretendono di essere. L’invito dell’Arcigay al boicottaggio è un autogol esemplare: che avranno mai fatto di male ristoratori e commercianti di Desenzano o Salo; di quale reato omofobo si saranno macchiati, se non sono riusciti a impedire a qualche decina di tranquilli fanatici di trovarsi in piazza? Che dovrebbero fare da qui in poi per evitare ritorsioni: chiedere a sindaco o prefetto di impedire una libera manifestazione?

Nei libri si leggerà che in Italia il matrimonio gay arrivò in ritardo rispetto agli altri Paesi dell’Europa occidentale. Gli storici spiegheranno il fatto con l’influenza del Vaticano. Con un po’ di fortuna passerà inosservata l’insipienza dall’Arcigay, che mentre i gay irlandesi vincevano un referendum, se la prendeva coi commercianti di località turistiche assai più gay friendly della media, perdendo tempo in zuffe da cortile con quattro bigotti.

In Italia si chiacchiera, in Irlanda ci si sposa

La repubblica d'Irlanda ha legalizzato le “attività omosessuali” nel 1993: prima costituivano reato. Nel 2010 è stata varata una legge che introduceva le unioni civili anche tra coniugi dello stesso sesso; nel ‘15 queste unioni sono state quasi equiparate al matrimonio; da oggi i gay irlandesi possono sposarsi. È stata un’evoluzione rapida, ma graduale. Questa gradualità è un aspetto importante: la legge del ‘10 magari era insoddisfacente, ma ha consentito a tante coppie di uscire allo scoperto e mostrare la propria normalità. I cittadini, cattolici e no, hanno potuto osservare le coppie gay, si sono resi conto che non costituivano nessuna minaccia sociale, e in capo a cinque anni le hanno accettate e istituzionalizzate.

In Italia che abbiamo fatto per tutto questo tempo? Ne abbiamo discusso. Neanche molto in verità, visto che favorevoli e contrari alle unioni gay sembrano refrattari a qualsiasi compromesso. Eppure tre anni prima degli irlandesi, nel 2007, si discuteva alla Camera dei DiCo: una proposta che non piacque nemmeno a diversi esponenti gay: troppo tiepido, bisognava ottenere di più. Magari tutto. O niente. Non si ottenne niente. Sono passati 8 anni e le coppie gay, in Italia, continuano a non godere di nessun riconoscimento. Ora, con calma, arriverà in parlamento il ddl Cirinnà: e chi non voleva farsi riconoscere qualche diritto da Rosy Bindi, cercherà di ottenerli da Giovanardi. Spero che malgrado tutto ci riesca: è già molto tardi.

sabato 23 maggio 2015

La Card di Lodoli, la sconfitta di Baricco

È come se per Lodoli il prof migliore non fosse quello che si aggiorna professionalmente, bensì colui che nutre la sua mente con libri e spettacoli teatrali. Occorre perciò sollecitarlo in tal senso, corrispondendogli parte del salario in sconti su libri e biglietti e non in denaro (col quale rischia di saldare insulse bollette, invece di elevarsi sul piano culturale). Più che un premio agli insegnanti, la card sembra un’idea per assicurare un indotto minimo a scrittori e teatranti. Lodoli al mattino insegna e la sera scrive e forse pensa: non sarebbe un mondo migliore se i miei colleghi al mattino insegnassero e la sera mi leggessero?

Mi spiace che alla corte di Renzi abbia vinto lui e perso Baricco, pur così applaudito alla Leopolda. Non per il valore letterario, ma perché B. vedeva il problema in modo diametralmente opposto, e un giorno osò scriverlo: basta aiuti al teatro, investiamo tutto nella scuola e nella tv. Inutile foraggiare prodotti culturali di nicchia, se a scuola alleviamo analfabeti; il teatro rinascerà quando e se scuola e tv produrranno cittadini in grado di apprezzarlo. Mi pareva l’unica proposta logica, ma alla Leopolda Baricco non la portò (non ne ebbe il coraggio?) Ha vinto il modello-Lodoli, che insiste a vedere nella classe docente non un insieme di lavoratori che deve adeguarsi a determinati standard professionali, bensì una casta intellettuale che celebra la propria identità andando a teatro, leggendo libri: “cultura”, insomma in senso antropologico.

"In bagno non c'è carta" "Usate la card".

Casomai v'avanzasse qualche euro
sulla card
Sono grato a Marco Lodoli, al suo caratteristico candore che lo ha portato ieri ad ammettere che il nome “La Buona Scuola” non è la pensata di un pubblicitario prestato al marketing politico, ma è sua. Come sua è l’idea della card da 500 euro per l’”aggiornamento professionale” - ma Lodoli è più schietto: lui non pensa a corsi di didattica, ma a libri e biglietti di teatro. “Troppi insegnanti perdono contatto con lo spirito del tempo, con quanto di bello viene prodotto. Dicono che la cultura costa troppo…”

Quanto a pedagogia e didattica, son parole complicate e Lodoli è sospettoso davanti a nomi strani; ad esempio “dispersione scolastica” è difficile, la gente nn capisce, bisogna semplificare, e semplificando si arriva a “Buona scuola”, il contrario di scuola-no-buona. La scuola da cui rincasando, in luogo di recitare il trito ruolo di prof disillusi, i colleghi dovrebbero rinfrancarsi andando a teatro, o leggendo libri nuovi. Insomma la proposta dello scrittore italiano contemporaneo è: comprare più romanzi contemporanei. Un collega replica che avrebbe preferito pagare le bollette. Lodoli nn risponde.

Sono grato a Lodoli, perché dimostra che non è una cieca avversione a Renzi a rendermi indigesta la riforma: ricordo infatti di aver sentito parlare di una card del genere tantissimi anni fa, proprio in un’intervista a Lodoli; e ricordo che già allora mi pareva una stronzata, da Marie Antoniette della cultura: non c’è più carta nei bagni? Si arrangino con gli ultimi romanzi.

venerdì 22 maggio 2015

Il drago italiano è + buono, + sano

Mangia solo drago italiano.
Il racconto dei racconti (Matteo Garrone, 2015)

C'era una volta un regista, seduto su un sofà, che non sapeva più che storia raccontare. Le conosco tutte, ahimè! diceva. Se solo potessi tornare bambino e rivederle con l'occhio di chi è appena venuto al mondo. Io so che c'è ancora quel bambino dentro me, ma non so da che parte tagliare per farlo venir fuori. E piangeva, e strepitava, e prometteva la luna e le stelle al mago che avesse saputo levare quel bambino da lui, scorticandolo se necessario. Finché un giorno non si presentò un signore magro magro, lungo lungo, con un vecchio libro polveroso, e gli disse: sfoglia qui, da qualche parte c'è il rimedio che tu cerchi.

"Ma è napoletano, non si capisce niente".
"Fatti scrivere un riassunto"


Del Racconto dei racconti avevo visto due trailer. Uno prima di Mia madre: sembrava una cosa tra Dune e Alien. Il secondo l'ho visto prima degli Avengers: sembrava Fantaghirò. A quel punto la mia naturale ritrosia per i draghi era stata vinta dalla curiosità: sarebbe riuscito Garrone a camminare su un filo tra due sponde tanto distanti? E da quale parte avrebbe sbandato più spesso? La risposto l'ho avuta dopo un paio di minuti di film: quando al termine di una fuga tra stupendi corridoi, un attore meravigliosamente agghindato da re ha aperto bocca e ha detto una cosa del tipo: "Farei qualsiasi cosa per farti felice".

Farei qualsiasi cosa per farti felice.


Era na vota no cierto re de Longa Pergola, chiammato Iannone, lo quale, avenno gran desederio de avere figlie, faceva pregare sempre li dei che facessero 'ntorzare la panza a la mogliere; e, perché se movessero a darele sto contiento, era tanto caritativo de li pellegrine, che le dava pe fi' a le visole. Ma vedenno all'utemo che le cose ievano a luongo e non c'era termene de 'ncriare na sporchia, serraie la porta a martiello e tirava de valestra a chi 'nce accostava.


Però bisogna avere perso il cuore da qualche parte nella foresta, e aver riempito il buco con un riccio di castagna, per parlar male del Racconto dei racconti; e di un regista che invece di oziare a palazzo raccontando per altri dodici film storie di mala e di uomini contemporanei psicotici e infelici, bevendosi la stima di villici e cortigiani, monta a cavallo ed esce nel bosco. È sicuro che si perderà; che non sarà all'altezza dei mostri che evoca; che maghi e criticoni non saranno necessariamente dalla sua parte; ma perdio, è un giovane cavaliere coraggioso, come si fa a volergli male? Ed è un coraggio di cui tutti abbiamo bisogno; non è la sventatezza criminale di chi senza cultura fumettistica decide di punto in bianco di inventarsi un supereroe italiano, una cosa che se non è mai esistita un motivo ci sarà. È l'audacia di chi ha un tesoro da parte, e deve soltanto trovare il modo di metterlo a frutto. Chi ha mai deciso che il cinema italiano debba ridursi a commedie di quarantenni e drammi su sessantenni che imprevedibilmente invecchiano? Mentre i nostri ragazzi, in tv e al cinema, si consegnano senza fiatare ai mostri e alle fate venuti da lontano? Non abbiamo mostri noi, solo nonni e genitori in tinello?


Altroché se li abbiamo. Abbiamo gli orchi DOP e abbiamo le fate originali. Pure Cenerentola è cosa nostra, salvo che la nostra spezzava la noce del collo a una matrigna col coperchio d'una cassapanca, altro che topolini e cinguettii. Sepolto sotto tonnellate di melassa industriale c'è un mondo di mostri e magia e crudeltà che mozzano il fiato, una vena più barocca che gotica, ma è comunque sangue buono. Basta scavare, e non avere paura - non averne troppa. Le stelle sono favorevoli: in tv i draghi vanno forte anche presso il pubblico esigente; al cinema Hollywood propone fate e principesse a spron battente, problematizzate e modernizzate quanto basta per metter d'accordo le sorelle pre e postpuberi. Se a questa gente riuscissimo a confezionare un film di fiabe, attenzione, non un fantasy che non è roba nostra: un vero film di fiabe violente e senza consolazione, forse attireremmo l'attenzione di chi mangia pizze surgelate da una vita e non ha mai annusato l'origano su una focaccia appena levata da un forno a legna. Con l'industria non potremo mai rivaleggiare, ma se riusciamo a raccontare a tutto il mondo che siamo gli Artigiani originali, siamo l'Eccellenza, insomma la vecchia fiaba del Made in Italy, forse, forse (continua su +eventi...)

giovedì 21 maggio 2015

Un'altra #croce, un altro #bluff

Adinolfi non è mai riuscito a essermi antipatico come dovrebbe e vorrebbe. Anche a causa della stazza, l’ho sempre assimilato a quei personaggi che a scuola capiscono di non poter recitare altro ruolo che quello del bersaglio, e invece di interpretarlo con rassegnazione, vi si spendono con voluttà. Dopo tanto aver penato tra democristiani e democratici; dopo aver cavalcato la battaglia generazionale prima d’altri, ma con minor fortuna; dopo aver venduto i segreti di giocatore d’azzardo (i vincitori di solito se ne guardano bene), Adinolfi s’è ritrovato come al solito da solo: abbastanza solo da giocare la carta del bigottismo antigender, che a dispetto della pubblicità che gli fanno gli avversari, è una nicchia assai piccola: certo, a un passo c’è l’enorme bacino dei cattolici mediamente omofobi, che se prospetti lezioni di omosessualità a scuola, magari si spaventano e ti comprano il giornale… no. Ci ha provato, non ha funzionato. Ma probabilmente lo sapeva dall’inizio. Fu già Ferrara 7 anni fa con la sua lista pazza antiabortista a dimostrare quanto sia poco sensibile a queste novità il ventre molle del cattolicesimo italiano: La Croce era un progetto fallito in partenza, ma fallire è sempre meglio di non esistere. Avrebbe potuto aprire un blog, ma non glielo avrebbe pagato nessuno: lo ha stampato di carta per qualche mese, e adesso ha un argomento per vendervi un abbonamento on line. Contenti voi. D’altro canto, fidarsi di uno che vendeva consigli su come vincere a poker.

mercoledì 20 maggio 2015

La scuola competitiva, nel caso anche un po' islamica

Supponi invece d’essere un docente che a giugno comincia a comporre le prime dell’anno prossimo. Ogni tanto la dirigente passa a dare un’occhiata; all’inizio tutto sembra andar bene. Però passa spesso, come se volesse dirti qualcosa. Un mattino che i corridoi sono sgombri, ti spiega il problema. Troppi cognomi strani. Dove “strano” sapete entrambi che vuol dire. Troppi extra. Alcuni hanno la cittadinanza, altri no, non importa. Che figura ci facciamo? C’è un sacco di gente (alcuni pagano fior di bonus) che quando vedrà il proprio pargolo in una lista tra due cognomi strani, lo ritirerà. La scuola privata un isolato più in là, di cognomi strani ne tiene giusto un paio per classe, a mò di fiore all’occhiello. Noi ne abbiamo troppi.

Tu potresti anche obiettare che alcuni dei “troppi” sono italiani a tutti gli effetti, e arrivano con ottimi voti. Sì ma il genitore che guarda il tabellone mica lo sa, è irrazionale, siamo stati tutti genitori e lo sappiamo, hai paura di tutto, figurati di un cognome che comincia per X o Y. E quindi? Mica possiamo cacciarli.

Certo che non possiamo, spiega la preside. Li concentriamo in alcune sezioni, e in altre ne teniamo uno o due: così restiamo competitivi con le private. Ecco la lista dei genitori che hanno già versato il bonus. Lei sa dove metterli.

Che dice? Razzista io? M’offende. Se un giorno venisse un facoltoso contribuente islamico - e un giorno verrà - io una classe-madrasa gliela apro senza problemi. I soldi non han razza, né religione.

La scuola del merito e dei bonus: una simulazione

Supponi d’essere un giovane docente, assunto da un dirigente che vede in te qualcosa, chissà cosa, nemmeno tu lo sai ancora. Un giorno ti convoca e attacca i complimenti per la didattica innovativa e il buon rapporto coi genitori, anche se l’ing. Pierini è preoccupato per i brutti voti del figlio in matematica. E italiano. E scienze. E insomma non possiamo aiutarlo ‘sto ragazzo?

Al che candido replichi che certo potresti aiutarlo, se studiasse di più e cerbottanasse meno palline di carta. Dovrebbe cambiare atteggiamento. E il preside paziente a spiegarti che è un po’ tardi per cambiare atteggiamento; si fa giusto in tempo a cambiare i voti, sennò Pierini jr rischia d’essere bocciato e suo padre lo iscriverà a un’altra scuola. Così niente lavagna interattiva a settembre. Ci siamo capiti?

Tu lo guardi sorpreso ed è evidente che no, non vi siete capiti. E lui, sospirando: ma ha capito chi è l’ing. Pierini? Lo sai quanto ci può devolvere in school bonus? Vuole rinunciare ai suoi soldi perché il figlio è deficiente? È una disgrazia, ma è anche un’opportunità. Così riusciamo a metter via i soldi per la lavagna. Non mi dica che non le piacerebbe una lavagna.

E non la prenda in questo modo. Non era questo che vedevo in lei. Vedevo un giovane abbastanza intelligente e disperato per capire ed eseguire i miei ordini. Ci rifletta: tra il figlio scioperato di un papà ricco e generoso e un giovane docente inflessibile, di chi posso fare a meno a settembre?

martedì 19 maggio 2015

Max è ancora Max (più matto che mai)

MAD MAX 4: THE MEGAN GALE REDEMPTION.
Mad Max: Fury Road (George Miller, 2015)

Alcuni lo davano per morto, che era la conclusione più logica visto il mondo là fuori. Per quanto altro tempo avrebbe potuto vagare di oasi in oasi, scappando da questo e da quello, col suo magnetismo animale per i guai? Qualcuno prima o poi se lo sarebbe pur mangiato - non prima di averne spremuto il prezioso sangue - per spolparne le ossa e distillarne idrocarburi. Non è il destino di tutti, in fondo?

Altri non si rassegnavano, e col tempo ci avevano imbastito una religione. Avrete notato che funziona quasi sempre così. C'è gente che continua a ricordare un passato, e sperare che prima o poi le cose si sistemeranno, qualche radiazione si dimezzerà, la pioggia non sarà più così acida e la terra ricomincerà a sputar semi buoni da mangiare. È l'idea del paradiso, che a ben vedere crea solo illusioni, civiltà e ogni altra sorta di problemi. Per alcuni è un luogo nel tempo, per altri nello spazio: un walhalla da qualche parte in cielo, o un'oasi al di là della salina. Se hai benzina per duecento giorni di viaggio arrivi ai cancelli dell'Eden: là hanno i prati verdi per giocare a golf e le televisioni con gli show, e state a sentire, per alcuni George Miller è salito su un aereo ad alta quota ed è fuggito laggiù e fa il regista di show con gli animali. Maialini parlanti. È una leggenda così stramba che rischia di essere vera, perché andiamo, chi sarebbe così pazzo da inventarsela? Maialini parlanti, e poi cosa? Pinguini ballerini? (Continua su +eventi!)

Tradurre è un mestiere per signorine?

Dopo la laurea mi capitò di iscrivermi a un corso per traduttori. Detta così ha tutta l'aria di una truffa, e invece tre mesi dopo avevo un contratto a tempo indeterminato. Una volta nella mia città queste cose succedevano. Comunque.

Non ricordo molto del corso, a parte un paio di ragazze che lo frequentavano, e una battuta che a un certo punto fece un relatore: uno dei requisiti essenziali per fare una buona traduzione, spiegò, è avere un marito ricco. Presi nota. Se vado a vedere i miei appunti dell'università e oltre, ci trovo tante battutine argute, troppe. Oggi è la classica cosa che ritwitterei, pentendomi in mezz'ora. Rientra in una concezione un po' sessista del laureato in materie letterarie come "signorina di buona famiglia" che compie gli studi più per tenersi impegnata e incontrare persone interessanti che per reali esigenze economiche. Io purtroppo qualche tipo di esigenza del genere cominciavo ad avvertirla.

Ho smesso molto presto di fare traduzioni, benché l'attività in sé abbia di tutto per piacermi: sei da solo davanti a un testo e lo riscrivi, è meraviglioso (avendo tutto il tempo e i dizionari del mondo). Purtroppo farlo per mestiere significava per me accettare scadenze impossibili, vegliare tutta la notte scrivendo cose che al mattino risultavano indecenti, odiare i propri limiti e (soprattutto) non guadagnare abbastanza. Così dopo un po' ho smesso. Nessuno si è perso niente.

Questo non è un pezzo sul fallimento di ISBN edizioni. Non avrei nulla di originale da dire - quando un'impresa fallisce, molte persone si fanno male. Succede tutti i giorni, peraltro: non è strano che faccia più notizia una piccola azienda che smercia parallelepipedi di carta rilegata rispetto a una qualsiasi altra industria? Qualche mese fa fu Renzi, mi pare, a spiegare che negli Usa è diverso; negli Usa fallire è normale, una cosa che succede a tutti, si fallisce e poi si riparte, ecco, magari è davvero così - resta il fatto che i creditori fanno un bagno. A un certo punto Coppola si lascia sfuggire che gli stampatori avrebbero molti più motivi per protestare dei traduttori. Ma sono imprenditori, non intellettuali: quindi hanno una percezione del problema che il lavoratore cognitivo, magari fresco di laurea, non ha (e meno tempo da perdere su twitter?) Sanno che ogni contratto nasconde una percentuale di rischio: che su nessuno possono confidare al 100%, e in particolare su un editore di nicchia.

Il lavoratore cognitivo è l'anello più debole: ammesso che si renda conto del rischio, lo corre lo stesso perché è "un'occasione da non perdere", o perché non c'è altro all'orizzonte. Anche il fatto di essere in molti casi sottopagato - l'evidenza di avere un bassissimo potere contrattuale - non lo mette in guardia più di tanto. Del resto là fuori c'è sempre qualcun altro che può fare il lavoro che tu non accetti. L'anno scorso, mi pare, ci fu una lunga campagna per convincere cognitari e stagisti a non lavorare gratis, interessante se non altro per come fraintendeva un banale principio dell'economia: se da una parte università e corsi di giornalismo e scrittura creativa sfornano centinaia di migliaia di giovani apprendisti intellettuali disposti a tutto per "farsi un nome", hai voglia a far le campagne. Come puoi impedire loro di soffiare il lavoro ai penultimi arrivati? È cultura, è immateriale, non puoi fare picchetti all'ingresso. Puoi 'sensibilizzarli'. Cioè puoi trasformare una questione economica in un problema etico. Ma funziona? Con me non funzionerebbe - perché uso il condizionale? Con me non ha funzionato.

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