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Collaborazioni

venerdì 27 marzo 2026

La questione capannonica

Se ora vi mostro questa mappa...



Voi pensate: si è sbagliato, è rosso anche il Friuli. Già, ma in effetti questa non è la mappa del referendum costituzionale 2026. È quella di un referendum costituzionale molto diverso, giustamente dimenticato, che si svolse nel giugno del 2006. Vent'anni fa. E per quanto sia anziano, il corpo elettorale italiano, dobbiamo comunque presumere che molti elettori del 2026 vent'anni fa non votassero; e molti elettori del 2006 non siano più tra noi. Cos'è invece rimasto fermo, in questi vent'anni: cosa porta una porzione molto geograficamente determinata (il Lombardo-Veneto!) ad abbracciare le riforme più bislacche e improponibili, mentre il resto d'Italia resta completamente indifferente?

(Digressione: tra il 2006 e il 2026 c'è ovviamente il 2016. Anche in quel caso l'Italia disse no a una riforma forse persino più bislacca; eppure in quel caso la cartina fu completamente diversa. Se quella del 2006 e del 2026 dimostra il radicamento della Lega Nord, i territori "verdi" della mappa del 2016 disegnavano la dorsale centro-settentrionale che il Centrosinistra ha ereditato dal PCI. A dimostrazione di un semplice fatto: ai referendum non si votano le riforme, si votano i partiti che le promuovono). 

Ogni mappa è una bugia: se la ingrandiamo, se la raffiniamo, ci dirà bugie più sottili e interessanti, man mano che nella miscela comincia a scorgersi qualche verità. Se invece di guardare regione per regione, ci fissiamo sui comuni, ci accorgiamo che non stiamo mettendo a fuoco il Lombardo-Veneto, ma la sua provincia. 

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I capoluoghi di provincia hanno quasi tutti votato no, con eccezioni interessanti ma prevedibili (Verona). È buffo perché si tratta di un referendum sulla magistratura, e i magistrati di solito lavorano in città. In provincia viceversa dobbiamo presumere molti avvocati, a macinare chilometri, da cliente a cliente. 

Questo referendum, celebrato proprio all'indomani della morte di Umberto Bossi, potrebbe esserne l'epitaffio migliore. Umberto B. era uno studente trentenne fuoricorso all'università quando comprese, tra i primi, che la provincia lombarda aveva esigenze e sogni che nessuno stava interpretando: non i partiti, non la Chiesa, senz'altro non il sindacato. Ci si mise lui: e per quanto approssimative e fuorvianti siano state le sue proposte, evidentemente riempivano un vuoto. Che vuoto è rimasto: le città di provincia messe a fuoco dal Sì del 2026 non hanno nessun vero portavoce politico. Della Lega di Salvini, più di tanto, non si fidano; anche l'appeal di Forza Italia ormai è un ricordo lontano (e una Craxi non lo riavvicinerà). Quanto ai Fratelli d'Italia, folklore veronese a parte, non hanno mai cantato la canzone che le città di provincia volevano ascoltare. Nel frattempo Vannacci batte la campagna tuonando contro il politically correct, ma è difficile immaginare che a Gussago o a Conegliano quella sia la priorità. La mappa del Sì del 2026 ci dice, né più né meno, che all'Italia manca un Bossi; uno che sappia interpretare le esigenze della piccola-media industria sfarinata lungo la pedemontana e nelle valli delle acciaierie e delle tintorie. Lui la chiamò a un certo punto Padania, ma era un'esagerazione; si tratta di un territorio più limitato e articolato. A macchie di leopardo, verrebbe da dire, senonché è proprio il contrario: le macchie sono i centri urbani con la loro borghesia tradizionale, il loro terziario più o meno avanzato. Il Nord di Bossi era lo spazio tra una macchia e l'altra.  

Io una volta l'ho chiamato Capannonia, la terra delle Zone Artigianali. E tutto sommato mi sembra che il nome renda ancora l'idea – nel frattempo al mio Paese la Zona Artigianale è diventata una rovina, non sto scherzando, l'erbaccia cresce davanti ai portoni degli uffici delle piccole aziende che un tempo furono leader di settore. Migliaia di mq di cemento e infissi di alluminio che nessun terremoto ha abbattuto e nessun boom economico riuscirà a riscattare. Altrove immagino sia andata meglio, ma il peccato originale della Capannonia è appunto questo: sono stati ricchi e felici per un tempo brevissimo, come Adamo ed Eva nell'Eden: e come Adamo ed Eva non si danno pace. Chi nasce ricco conserva, da qualche parte nella sua coscienza, la nozione di Privilegio, e non importa con quanti cuscini la possa soffocare; ma a chi nasce in case ipotecate dai genitori artigiani e si ritrova all'improvviso piccolo imprenditore nella caldaia della Locomotiva d'Italia, come fai a spiegare che non ci è arrivato per i suoi sacrosanti meriti, ma per una serie di congiunzioni geo-politico-socio-economiche che si sono verificati per vent'anni e potrebbero non verificarsi più per altri duemila? Bossi, se anche l'aveva capito (e non è detto) si guardava bene dallo spiegarglielo. Vale la pena di ricordare che la Lega non nasce con gli elmi cornuti e le ampolle d'acqua del Po; la fuga di Bossi nel fantasy storico arrivò dopo un decennio di richieste molto più concrete, alcune delle quali furono recepite (beffarda ironia) dal centrosinistra di D'Alema: l'unica vera coalizione politica che ha dato a Capannonia qualcosa di concreto; il federalismo sanitario. Grazie all'altro referendum costituzionale, il primo, quello del 2001, veneti e lombardi si sono ritrovati con gli ospedali più ricchi d'Italia; il che non li ha salvati dal Covid, perché puoi coprire di denaro tutte le strutture che vuoi, ma se poi arriva un virus e i capannoni non vanno in quarantena, il risultato è una carneficina. 

Chi riuscisse a trovare una risposta alle esigenze capannoniche, si sarebbe assicurato elettoralmente quei territori per una generazione e più. Non è che nessuno ci stia provando; Conte varò il bonus facciate, Salvini cianciò a lungo di flat tax (a più aliquote). Non è sufficiente e non lo sarà mai: Capannonia è causa del suo male. I suoi cittadini più abbienti e lungimiranti sono i primi ad aver intuito che qualcosa si era rotto per sempre, e tra un pianto e l'altro hanno delocalizzato in Cina o in Romania (mentre Bossi buttava lì persino l'ipotesi dei dazi). Se in questi giorni vi sembrano più nervosi del solito, più del referendum può darsi che sia la constatazione che quell'attico a Dubai non lo rivenderanno mai al prezzo a cui l'hanno comprato. Anche la fiaba del Turismo Nostro Petrolio comincia a puzzare (e poi è una cosa che puoi raccontare a Marostica, al massimo a Crema: ma che turisti mai dovrebbero accorrere a Casalpustarlengo). Capannonia sprofonda, e nel frattempo diventa sempre meno bianca: sì, è un dato curioso, ma questo luogo che sembra senza speranze ne sta tuttora dando a immigrati da tutto il mondo che evidentemente qualcosa da fare lo trovano, ma cosa? Molti lavorano nell'allevamento e nella lavorazione della carne. Siamo pur sempre la macelleria d'Italia: settore sanguinolento e fetido, ma lavoro ce n'è; ed è quel tipo di impiego che non vorremmo mai per i nostri figli. Così abbiamo lasciato che il settore fosse occupato da gente che non parla la nostra lingua e ora li guardiamo con l'orrore con cui si guardano gli animali spazzini spolpare un cadavere. Ci sentiamo accerchiati da chi fa i lavori sporchi per noi, forse così si sentivano i gentiluomini sudisti? E come andò a finire?

Nessuno ci capisce, nessuno ci vuole veramente più rappresentare. Neanche noi sappiamo esattamente cosa vogliamo. Ogni tanto qualcuno butta là una riforma qualsiasi, e noi gridiamo Sì, ma è un riflesso condizionato. 

Chi ha studiato Storia sa, con una relativa sicurezza, che siamo spacciati com'era spacciata Venezia il giorno in cui Vasco De Gama vide le coste indiane: questo non le impedì di vivere ancora secoli di meravigliosa decadenza, e forse anche noi ne abbiamo il diritto. Forse l'Unesco dovrebbe fare qualcosa per i nostri Capannoni, dichiarare il nostro cemento unico al mondo. Capannonia sorgerà come una piccola patria di officine - costruiremo tutto un pezzo alla volta, i carri armati e gli acquedotti e le mura intorno alle nostre Z.I. Nessuno avrà il diritto di farci la guerra, o meglio se ci attaccheranno dovranno farlo ad armi pari, con catapulte costruite secondo le antiche ricette. Verranno i turisti non solo a carnevale, saranno felici di travestirsi da cavalieri o Casanova, il cambio con la lira sarà favorevolissimo. E la legge Merlin, non c'è bisogno di dirlo, abolita. Insomma Capannonia un senso ce l'avrebbe, una storia potrebbe avercela, io che ho studiato storie forse mi ci dovrei applicare, mi domando se in fin dei conti non sia mio preciso dovere di padano...

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