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Collaborazioni

lunedì 10 agosto 2026

Guccini portava sfiga?

Non lo sapevi, ma cosa hai sentito


Mi erano infatti rimaste due o tre cose da dire, ma nel frattempo ho cominciato a notare un fenomeno: su facebook gli utenti umani (ormai la minoranza) continuavano a pubblicare questo scorcio di tavola. Qualcuno aveva iniziato pochi minuti dopo la diffusione della notizia, quando poteva sembrare irriguardoso; qualcuno continuerà nei prossimi giorni; qualcun altro sente la necessità di aggiungere altre vignette in cui l'autore, il mai troppo compianto Andrea Pazienza, correggeva il tiro, spiegando che Guccini portava sfiga "solo su cassetta", esprimendo ammirazione e simpatia per una personalità con cui nel frattempo aveva fatto amicizia. Guccini tra le altre cose è un personaggio non così secondario della storia del fumetto italiana: di storie ne ha ispirate e scritte diverse, eppure il riflesso condizionato di me e molti miei coetanei non è corso ai più consoni Bonvi o Magnus, coi quali collaborò realmente, ma a queste vignette assurde – parte di un volume assurdo che Pazienza secondo una leggenda disegnò in una notte, immaginandosi partigiano in una brigata capeggiata da Sandro Pertini, a quel tempo presidente della Repubblica. Questo da una parte dipenderà dall'incredibile dinamismo del suo pennarello (non c'è una vignetta in queste sei che non esploda di umorismo, con una ricchezza di dettagli e una sintesi grafica miracolosa: guardate anche soltanto l'ultima, in cui per far entrare tutti i personaggi, rappresentarli in inseguimento e in fuga, e dare il giusto risalto alla canzone, Paz decide genialmente di esagerare la curvatura terrestre). Ma credo dipenda anche dal modo in cui nella tavola viene finalmente espresso ed esorcizzato l'elefante nella stanza: la voce che G. portasse sfiga.

Il fatto che non mi legga quasi più nessuno mi obbliga a immaginare lettori postumi, ai quali sento di dovere delucidazioni più estese: questa "voce" io non posso dire di averla mai sentita esplicitata da nessuno, né prima né dopo Andrea Pazienza. Non era quel tipo di malignità di corridoio che interruppe la carriera di Mia Martini (e forse la salvò a Masini, perché nel frattempo i tempi erano cambiati e il vittimismo funzionava meglio dello stigma). Non ho mai rilevato quelle odiose perifrasi escogitate dai superstiziosi, quelli per intenderci che all'università dicevano "illustre anglista" per non dover dire ad alta voce "Mario Praz", o che a teatro dicono esclusivamente "dramma scozzese" in luogo di "Macbeth". Guccini del resto ha avuto una carriera lunga e fortunata (lui stesso il primo ad ammetterlo), quindi di che stiamo a parlare. Eppure.



Eppure una certa aura aleggiava: e appunto, non aveva a che fare con il suo nome o la sua figura, quanto col suo repertorio – no, non ho mai visto nessuno grattarsi, e però immaginate la situazione: siamo in un dopocena, nell'allegria generale qualcuno impugna una chitarra, qualcun altro suggerisce una canzone, e magari quella canzone è Auschwitz. O Il vecchio e il bambino. Qualcun altro facilmente obietta: no, dai, non è il caso, ma perché non è il caso? L'astante che in quel momento conservasse la necessaria proprietà di linguaggio dovrebbe spiegare che si tratta di canzoni senz'altro meritevoli ma decisamente luttuose, che non s'intonano a un simposio trascorso fino a quel momento all'insegna della spensieratezza; ma anche chi sa spiegarsi bene a quel punto del simposio potrebbe essersi scolato un mezzo fiasco e quindi la prende più corta: son canzoni che portano sfiga, dai, cantiamo Vasco. Guccini insomma sconterebbe il coraggio di aver infranto un tabù, di avere parlato nelle sue canzoni di morte e distruzione non per primo, ma prima di tanti altri cantanti: e con un'insistenza abbastanza ossessiva, soprattutto a cavallo tra Sessanta e Settanta. Vedi il caso di Dio è morto, di cui tutti amano ricordare che fu censurata in Rai e programmata dalla Radio Vaticana, dove evidentemente qualcuno prima di bannare i pezzi si premurava di ascoltarli (forse persino Paolo VI), giusto il tempo di scoprire che il Dio morto resuscitava nella terza strofa e nel terzo giorno, suggellando il messaggio di un brano che sembrava scritto appositamente per diventare l'inno dell'Azione Cattolica postconciliare. Alla Rai erano più papisti del papa? O più probabilmente il dispositivo censorio veniva attivato da parole chiave, proprio come oggi sui social, dove non puoi scrivere la n word nemmeno se stai discutendo di cromoterapia in portoghese. Alla Rai non volevano sentire la parola "Dio",  né probabilmente la parola "morto": figurarsi un titolo con entrambe. Non importava il concetto: certe parole in società non si potevano dire e stop. I cantautori diventano tali proprio perché allargano i confini del dicibile, sempre grazie alla diffusione di un nuovo supporto (il 33 giri) che non solo consente loro di aggirare la censura radiofonica, ma addirittura li stimola a sollecitarla, perché se la radio non ti passa, l'unico modo avrà la gente di ascoltarti è comprare il tuo disco. A fine Sessanta, il primo album di De Andrè ad arrivare in cima alla classifica si intitolerà, spavaldamente, Tutti morimmo a stento. E in effetti se uno mette in fila i brani funebri di De Andrè, da Marinella ad Andrea, si rende conto che il vero cantautore sepolcrale era lui: il solo che avrebbe potuto mettersi in testa di incidere un intero LP di epigrafi di Spoon River. Eppure.


Eppure il repertorio di Guccini sembrava emanare più sfiga: perché? La risposta sta sempre in una di quelle vignette di Pazienza, e in quella canzone. La maledetta canzone che quando appariva su un autoradio ci costringeva a premere FF o a cambiare stazione, perché anche se non credi alla sfiga comunque non ti va di pensare a un incidente stradale mentre guidi; la canzone non innominabile, ma che nessuno comunque sapeva bene come chiamare, perché sui canzonieri e persino sui dischi apparivano due titoli diversi: da cui l'ipotesi che uno dei due fosse davvero una di quelle perifrasi scaramantiche. Bisogna tener conto che prima di internet intorno alle canzoni crescevano facilmente sottoboschi di interpretazioni non verificabili e affascinanti: specie quelle più cantate davanti al fuoco che ascoltate in versioni ufficiali; canzoni che circolavano su canzonieri fotocopiati da altri canzonieri fotocopiati, a volte trascritti a memoria. Ad esempio conservo il ricordo di una ragazza che interviene in una discussione, con energica autorevolezza, affermando che "In morte di S. F." fosse un titolo apocrifo, che circolava appunto senza che nessuno sapesse chi era questa S. F. perché in effetti S. F. non c'entrava niente né con Guccini né coi Nomadi: semplicemente in qualche parrocchia a un certo punto qualcuno aveva distribuito un foglietto con le canzoni di un funerale, tra le quali il brano di Guccini Canzone per un'amica che così si era trovato questo titolo spurio dal quale, di copia in copia, non era più riuscito a liberarsi. L'ho sempre trovata una storia bellissima – l'idea che intorno a un brano del 1967 si fosse già incrostata una patina di informazioni incontrollabili, come nei brani folk e blues registrati dagli etnografi, o coi sonetti trecenteschi recuperati dai palinsesti: e ci sono rimasto piuttosto male quando grazie a Wikipedia ho scoperto che S. F. era la sigla di Silvana Fontana, morta in uno schianto sull'A1 il due agosto 1966: e che i due titoli potrebbero essere dovuti all'esigenza di Guccini di ridepositare il brano alla Siae dopo aver ottenuto l'iscrizione, o a una bizzarra vertenza con l'Anas (è scritto su un libro, ma mi sembra di nuovo una leggenda). Del resto, c'è veramente bisogno di un titolo? Non quando la canzone è antica, popolare, permeata di inconscio collettivo. Come un antico sonetto, merita di essere chiamata col suo memorabile incipit: Lunga E Diritta Correva La Strada. Sì, a dispetto del tanto conclamato crepuscolarismo, Guccini si è impresso nella nostra memoria con due immagini futuriste, due veicoli che sfrecciano in direzioni rettilinee verso due schianti: l'auto di S. F. e la Locomotiva del macchinista ferroviere.


Lunga E Diritta è un brano del 1966/67, scritto a caldo per l'Equipe '84 che aveva appreso la notizia dell'incidente prima di esibirsi al Festival Nazionale dell'Unità a Ferrara davanti a cinquantamila persone. Ripreso quasi subito dai Nomadi, ma inciso in versione "folk" anche da Guccini nel suo primo 33 giri (che nessuno comprò). Non è ancora un brano cantautorale, sarebbe ingeneroso giudicarlo secondo i metri che usiamo per il Guccini maturo dai Settanta in poi. È ancora un brano "beat", ma cos'era il beat in Italia nel 1966/67? Era la musica dei giovani – dunque modulata su quella anglosassone, tra british invasion e il bubblegum pop americano, più appunto un po' di folk alla Dylan, qualche scorcio già aperto sulla psichedelia. Più caratteristici erano i testi, che rivendicavano una concezione tribale della gioventù: una comunità nuova, che a tempo debito avrebbe cambiato il mondo ma nel frattempo doveva scontare la diffidenza degli adulti. È questo contesto a fare la differenza, perché di morte nelle canzoni in realtà ce n'era sempre stata tanta (addirittura la prima canzone programmata dalla Rai era già la parodia di uno specifico genere luttuoso). Ma con Lunga e Diritta la morte entrava nel lessico e nell'enciclopedia dei boomer ventenni. Per la prima volta qualcuno aveva il coraggio di avvertirli che potevano morire anche loro: all'improvviso, senza un senso, mentre correvano verso il mare. E lo faceva nel modo spigliato e disinvolto dei cantanti beat, con un risultato che continua a sembrarmi orribilmente beffardo. Un altro dei motivi per cui non credevo al titolo con "S. F." è che la canzone non mostra per la defunta nessuna pietà: tutto il contrario. Quando si seppellisce una persona si cerca sempre di trovare in lei qualcosa di buono: trattandosi di un'amica ventenne, non sarebbe stato così difficile, ma Guccini non lo fa. Forse non vuole, forse non ci riesce, ribadisco che non è ancora un consumato cantautore (ma è già un poeta notevole: le carcasse delle macchine incidentate, da quel momento, saranno per tutti noi "lamiere contorte"). Guccini decide di resuscitare la defunta per chiederle, con un'insistenza spietata: cos'hai provato? Quando la strada è impazzita? Quando lo schianto ti ha uccisa? Quando anche il cielo di sopra è crollato? Domande, se uno ci pensa, insensate; cosa vuoi che abbia provato: paura, panico, un gran dolore, e speriamo che sia durato poco: ma davvero a un'amica morta giovane vuoi chiedere questo? Ma uno di solito non ci pensa, è ipnotizzato dalla scena tragica e violenta, qualcosa che davvero nessuno aveva ancora messo in una canzone. Rimane però questa sensazione di beffa: ti credevi giovane e stavi morendo, non lo sapevi ma ci stavi andando dritta. Ecco. Quel "non lo sapevi" che per anni mi ha frullato in testa, finché non mi si è accesa la lampadina. Guccini tratta S.F. come i menestrelli del Trecento trattavano certi cavalieri impettiti, che credevano di andare verso una battaglia gloriosa e invece si sarebbero imbattuti in uno scheletro a cavallo – il presagio della morte incipiente. Guccini è il primo della sua terra che ha studiato, e quel "non lo sapevi" potrebbe essere una reminiscenza inconscia del "nol me pensava" che scandisce una delle laude più famose di Iacopone da Todi, Quando t'aliegre, uomo d'altura, va' poni mente alla sepoltura. Quando ti diverti, uomo superbo, ricordati che sarai morto e sepolto. Di canzoni che parlano di morte ce ne sono tante, ma trovatene un'altra in cui un cantante beat vi ricorda che voi, proprio voi dovete morire, proprio voi che siete giovani e allegri e presi bene. C'è di che scappare, come scappano Paz e Pert in quella vignetta. Guccini si annuncia al mondo con un presagio di morte in cui convive la lauda duecentesca e il futurismo delle lamiere contorte: si fosse fermato in quel momento, sarebbe comunque nella storia della canzone italiana. In seguito ha scritto altre canzoni che ascoltiamo più volentieri, ma in un certo senso è come se avesse non dico frenato, ma alzato il piede dall'acceleratore. 

2 commenti:

  1. Potrebbe essere l'inizio della Gucciopedia?
    Speriamo...

    Bel pezzo, e bella interpretazione del mito di quella canzone. Grazie.

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  2. Che poi quelle domande non ti ricordano quelle che Bob Dylan rivolge all'interlocutrice di Like a Rolling Stones? "How does it feel?"

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