Pages - Menu

giovedì 26 dicembre 2002

Quando dico: insegno italiano ai ragazzi sordi, alcuni mi chiedono: come fai?
Non lo so come faccio. Vado per tentativi.
Qui trascrivo l'ultima lezione che ho fatto prima delle vacanze. Ogni parola che trovate scritta, è stata recitata (da uno che non ha grandi doti d'attore). Alcune le ho anche pronunciate ad alta voce, ma solo per tenermi compagnia.

Ungaretti

Ungaretti scrive Natale, poesia. Poesia è un testo con piccole righe.
Righe piccole si chiamano versi. Ungaretti scrive versi molto piccoli. Va sempre a capo.
Sembra facile, ma Ungaretti pensa per anni e anni a come scrivere i versi.
Lui scrive un verso (scrivo il verso sulla lavagna),
poi ci pensa e mette una virgola
poi ci ripensa (mi gratto la testa) e toglie la virgola
poi la spezza in due
poi dice: no, non va bene, e strappa tutto (accartoccio un foglio e lo getto nel cestino)
poi va a letto.
Il giorno dopo, si sveglia, si stira, pensa: ieri avevo scritto qualcosa, (frugo nel cestino), trova la poesia, dice: oggi mi piace. E mette un'altra virgola.
Poi arriva l'editore. L'editore è la persona che stampa i libri. In questo libro, per esempio, l'editore è Mondadori. Qui invece è Zanichelli. Sulle copertine c'è sempre il nome dell'editore e dell'autore. L'autore scrive, l'editore stampa. Se il libro vende l'editore fa più soldi dell'autore.
Arriva l'editore, chiede: "Sono pronte le poesie?" Ungaretti dice: No. L'Editore: "E questa cos'è?" Ungaretti: "Una poesia, ma non è pronta". L'Editore: "Dai, dai, stampiamo". Ungaretti: No.
Stampano il libro. Il libro vende molte copie. Di solito i libri di poesie non vendono tanto.
Ungaretti apre il libro, trova la poesia, dice: qui manca una virgola. Chiama l'editore, dice: "Qui ci vuole una virgola". L'editore: "Tu sei matto". Eccetera.
Le poesie di Ungaretti sono famose, le conoscono tutti. Non tutti, ma quasi. Le studiamo a scuola, perché sono facili. Anzi, sembrano facili, ma lui ha lavorato anni e anni per scriverle. Sono facili da leggere ma difficili da scrivere. Voi potete dire: "Anch'io sono capace": vedremo dopo se siete capaci. Adesso leggiamo.


Natale
Napoli il 26 dicembre 1916

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare


In questa poesia c'è la data: 26/12/1916. Vi ricordate cosa c'era in Italia nel 1916?
Cosa c'era? La guerra. La prima guerra mondiale. Terribile. Milioni di morti. Ungaretti aveva 28 anni. Era soldato.
Quando era scoppiata la guerra (1915), alcuni ragazzi erano contenti, dicevano: "andiamo a combattere a cavallo, con i fucili, le spade, facciamo duelli!". Ungaretti era entrato nell'esercito come volontario. "Volontario" vuol dire che nessuno lo obbligava, lo ha deciso lui.
Ma poi la guerra è durata molto. Non c'erano battaglie con le spade e i fucili, non c'erano duelli. Si stava tutto il tempo in fossati che si chiamavano trincee (mostro foto di trincea). Tiravano bombe a mano e gas. Passavano aerei, ma molto piccoli, non riuscivano a sparare, solo a guardare. Non c'erano cavalli, ma bisognava strisciare nel fango per attaccare i nemici.
Ungaretti scriveva poesie in trincea. La trincea è il fossato dove stanno i soldati. Fuori bombe, lampi, gas. Dentro fango, polvere. Ungaretti in un angolo (mimare) scrive poesie su un taccuino. Poi mette la virgola. Poi cancella. Bang! Scoppia una mina. Ungaretti scappa. Poi riapre il taccuino e toglie la virgola.

Però vicino alla data c'è scritto: "Napoli" (mostra Napoli sulla cartina). La guerra non era a Napoli, era qui (indica vagamente il Trentino e il Friuli). A Natale Ungaretti è molto stanco, prende una licenza. "Licenza" è la vacanza dei soldati, se il capitano è d'accordo puoi andare via qualche giorno. Lui va a Napoli.
Sapete che a Napoli a Natale fanno molto rumore: petardi, fuochi d'artificio, eccetera, tutti gli anni si fa male qualcuno.
È una città molto grande, ma in centro le strade sono molto strette. A Ungaretti sembra un gomitolo; le strade sono i fili del gomitolo. Nelle strade tutti fanno festa, ridono, cantano, ma Ungaretti pensa: sono stanco, non ho voglia di festeggiare. Resto a casa.

Sente la stanchezza sulle spalle: perché? Cos'hanno i soldati sulle spalle? Hanno lo zaino, come voi. Lui è in licenza, ma sente ancora lo zaino addosso. Non riesce a dimenticare la guerra. I suoi compagni, alcuni sono morti, altri feriti.
Si sente solo, tutti vogliono festeggiare il Natale, ma lui non se la sente. Si sente come un oggetto in solaio (indico in alto) o in cantina (in basso): avete presente? Quando ci dimentichiamo qualcosa in solaio o in cantina? Lui si sente così.

Vuole solo stare davanti al focolare. Focolare vuol dire camino. (Disegna un camino) Voi avete un camino in casa? Io no, ma i miei genitori lo hanno. È bello stare seduti davanti al camino, ti scaldi i piedi, stai bene. Guardi il fuoco, ti imbàmboli (mimare l'imbambolimento), non pensi più a niente, ti addormenti (mimare il sonno).
Ungaretti fissa il fumo, che fa una capriola. Anzi, vede quattro capriole, e lui è in mezzo. Si sente dentro il camino, protetto, al sicuro.
Questo nel 1916. Ungaretti non aveva voglia di festeggiare il Natale, perché fuori c'era la guerra. Sono morte milioni di persone.
Anche oggi ci sono tante guerre. Ma è adesso è suonata la campana. Buon Natale.

mercoledì 25 dicembre 2002

E diedero loro l'uva che matura nel sole
che scioglie i lacci alla lingua e libera le parole
ma essi non dissero mai da dove erano venuti,
i Quattro Cavalieri

E tutte le delizie della Vanità
e le promesse istantanee di immortalità
ma essi pestarono la polvere, gridando: "Insanità!"
i Quattro Cavalieri

Uno veniva dalla frontiera
uno veniva dal monte
uno stava rollando un trombone gigante
incrociarono un autostoppista
che non voleva un passaggio
dai Quattro Cavalieri

Ma tu!
Non ti stai guardando in giro, no?
Non stai cercando qualcosa, per caso?
No, tu non farai mai quel miglio di strada
Non ti metterai mai in gioco

Mi dici che vivi una brutta vita
e anche a me sembra triste
ma è giusto il prezzo che paghi
per ciondolare tutto il giorno.
I quattro cavalieri stanno arrivando per te,
I quattro cavalieri vengono a pisciarti addosso
a te che sei pronto per la panciera, ormai
Quattro cavalieri, e siamo proprio noi

Ci diedero tutto quel che serviva per andar giù di testa
e noi gli vuotammo le tasche e li lasciammo accecati
ce n'è ancora di strada da fare – attento a non perder di vista
quei Quattro Cavalieri

E ci diedero l'uva che matura nel sole
e scioglie i lacci alla lingua e libera le parole
ma noi non dicemmo mai
come sarebbe andata a finire,
noi Quattro Cavalieri

E' morto Joe Strummer, troppo presto. See polaroid for details.

martedì 24 dicembre 2002

Maestri di vita (3) -- Boldrini e il caso Edward Cook. Continua da ieri

...Per qualche settimana vivacchiammo, copiando un po' qua e un po' là, ma il Kaiser non ci lasciava respiro. Finché non avvenne qualcosa di inatteso: una nostra compagna si ammalò e fu assente per un paio di settimane.
Quando tornò, ovviamente non conosceva gli ultimi sviluppi della vicenda di Edward Cook – e potete immaginare quanto questo le dispiacesse.
Per consentirle di rimediare il tempo perduto, il Kaiser fece qualcosa d'inconsulto, su cui c'interroghiamo ancora a distanza di anni: le prestò il suo libro con tutti i dialoghi della fiction, chiedendole di ricopiare le ultime due puntate, a mo' di compito.
Forse non ci conosceva ancora come la Classe Peggiore di Sempre. Forse non sapeva che le nuove generazioni sapevano adoperare una fotocopiatrice con la facilità con cui lei sapeva infornare una torta di mele. Forse si credeva legata ai suoi studenti da un rapporto di rispetto che escludeva i sotterfugi e le disonestà. Chi lo sa. Fatto sta che nel giro di tre giorni avevamo tutte le fotocopie di Edward Cook in mano, comprese le puntate di là da venire. E il fatto di conoscere già il finale non rendeva certo più eccitanti le lezioni al laboratorio.
Jane Austen, dal canto suo, era raggiante. Finalmente i suoi scolari avevano preso il ritmo giusto. Eh, sì, nei primi mesi avevano un po' nicchiato, ma… tutto sommato erano bravi ragazzi. Anche quei due lavativi di Ognibene e Boldrini s'erano messi in riga.

Vennero le vacanze di Natale, con l'ultima consegna: finire di sbobinare Edward Cook. Nessun problema.
A capodanno feci le tre del mattino in casa di amici, era la prima volta. Con la chitarra riuscivo già a suonare tre pezzi degli U2. C'era una brunetta di San Lorenzo della Pioppa che mi faceva sognare. E… le fotocopie di Edward Cook, sulla mia scrivania, da copiare rigorosamente il cinque gennaio. "Edward Cook is in prison for something he didn't do!". Povero fesso. Noi, per "something we didn't do", avremmo festeggiato l'epifania con un bell'otto in inglese…

Nell'ultima puntata il povero Edward era stanco, scoglionato. Non dormiva da giorni. Aveva teso un tranello al nemico, ma la sua ragazza era perplessa. "I know", ribatteva lui, "but what can we so?"
Il senso della frase era abbastanza chiaro: Lo so, ma che altro possiamo tentare, in questa situazione?
La sintassi, invece, era un po' strana.
Io, per esempio, al posto di Edward avrei detto "What can we do?", non "what can we so".
Sì, ma io ero un quindicenne brufoloso, Edward era un testo d'inglese per insegnanti.
E se fosse stato un errore di stampa?
Bah, più probabilmente una frase idiomatica, gli inglesi ne hanno tante.
Strinsi le spalle e ricopiai, nella mia enorme calligrafia: "I know, but what can we so?"

Il sette gennaio, alle nove del mattino, la nostra zia d'America s'introdusse in aula e ci chiese gentilmente di tirare fuori il quaderno: avevamo sbobinato l'ultimo atto di Edward Cook? C'era piaciuto il finale a sorpresa? Ce l'eravamo aspettato? Leggiamolo insieme.
Camminando tra un banco e l'altro, Jane Austen osservava compiaciuta i nostri quaderni aperti. Ogni tanto gridava: "Fagioli!" E Fagioli si metteva a leggere. "Ognibene!" E Ognibene doveva riprendere dal punto esatto su cui era caduto Fagioli. Sconsigliatissimo distrarsi.
Man mano che sgranavamo i paragrafi, sentivo in me crescere l'angoscia. Perché? Tutto era ok, non ero mai stato così coperto. Ma c'era qualcosa che non andava. Cosa?
"Boldrini!"
"I know, but what can we so?"
"Come?"
"I…I know, but what can we so?"

Silenzio.

"Boldrini".
"Beh?"
"Boldrini, dove hai trovato il libro?"
"Eh? Come? Cosa?"
La temperatura in classe stava calando in verticale, ma io non potevo accorgermene. Avvampavo.

"Boldrini, sul libro che io ho in mano c'è scritto: "what can we so"".
"What can we so, è quello che ho detto io…"
"È un errore di stampa. Sulla cassetta che tu hai – che tu avresti dovuto sbobonare per le vacanze – si sente forte e chiaro: 'what can we do'.".
"What can we so".
"No, what can we do. Chi ti ha dato il libro, Boldrini?"
"Eh? Che libro?"
"Boldrini!"

Eravamo venticinque in classe, e ventiquattro sudavano freddo. Questo era qualcosa di più di una marachella, era uno scandalo, un traffico di fotocopie, da rimetterci la gita scolastica. Io, seduto tre file dietro Boldrini, non osavo respirare, non osavo alzare gli occhi sul quaderno davanti a me, dove si leggeva nella mia enorme calligrafia: "I know, but what can we so?". Pure, la tentazione di trasformare quella s in d con un segnaccio era intollerabile. Ma…no! Il Kaiser ha mille occhi, e non resterà certo a lungo su Boldrini…

"Boldrini, quello che hai fatto è molto grave. Voglio da te una risposta, ora".
"Beh, io…".

Per quanto tempo potesse prendere, non faceva che complicare la sua situazione. E comunque non poteva fare altro che tradire tutti i suoi compagni, a partire dalla povera convalescente che aveva universalmente diffuso il libro di Edward Cook. Per nulla al mondo avrei voluto trovarmi nei panni di Boldrini, eppure era chiaro che mi ci sarei trovato di lì a breve. Ma almeno sarei stato in buona compagnia…

"Insomma, Boldrini…"
"Sì, insomma, sono andato a lezione…"
"E allora?"
"La prof che mi fa lezione ha il libro, e me l'ha dato".
"Ti rendi conto di quello che hai fatto?"
"Sì".

Se la cavò con una nota. I suoi 24 compagni tirarono il fiato, molto, molto piano. Presi il correttore e resi illeggibile la mezza pagina intorno a "I know. But what can we so?" Cos'altro potevo fare?
In gita andammo a Vetulonia (Toscana)

Sono passati 15 anni. La Classe Peggiore di Sempre si diplomò nel '92, battendo tutti i record di rendimento. La brunetta d'allora è sposata con un figlio. Io faccio il prof, ma non do molti compiti, e alle feste tiro ancora fuori la chitarra. Boldrini lavora nell'import-export, ogni tanto ci incontriamo in birreria, e se siamo dell'umore giusto (e ci vuole un po' di alcol) possiamo anche metterci a scherzare in inglese:
"And Edward Cook?"
"Edward Cook is in prison".
"For what?"
"For something he didn't do!"
"Ah, ah, ah".

A volte, invece. può capitare che io sia solo, e assolutamente sobrio, e mi rimetta a pensare a quel mattino, a quel diabolico errore di stampa, e al fatto che poteva capitare a me. E giuro, sento ancora i brividi. Come avrei reagito?
"I know, but what can we so?"
"Come?"
"Ehm… I know, but what can we do?"
"Mi era sembrato di sentire so"
"No, no, volevo dire do"
"Fammi vedere il quaderno".
"Ehm… posso uscire?"
"No. Fammi vedere il quaderno".

Non c'è il minimo dubbio. Mi sarei messo a piangere – una scena indecorosa. E avrei tradito tutti i miei compagni. Non tanto per fifa: semplicemente perché in quel momento non mi sarebbe venuto in mente nient'altro da fare.
Ma Boldrini no.

Boldrini, quel mattino, prima ancora di capire cosa avesse sbagliato, col gelido alito del Kaiser addosso, fu in grado in pochi secondi d'inventarsi una storia plausibile, di prendersi tutta la colpa e salvare i compagni. Ci voleva del coraggio, dell'abnegazione, della faccia tosta, ma anche qualcosa di più. Della fantasia. Un lampo di genio nel momento del pericolo. Ogni tanto ci ripenso: meno male che quel giorno toccava a Boldrini. Ma se domani toccasse a me?

lunedì 23 dicembre 2002

Maestri di vita (3) – Boldrini e il caso Edward Cook.

Eravamo al liceo.
Il Linguistico Maxi-sperimentale, di solito, accettava solo studenti licenziati dalle Medie con Ottimo, ma nel 1987 qualche genitore trovò gli argomenti per fare ricorso, e il campione sociale cambiò radicalmente.
Finora si era trattato di una buona scuola per figli di professionisti e classe dirigente; alla fine degli Anni Ottanta cominciavano a farsi sotto i figli dei padroncini di provincia. Padroncini in senso lato: a Sassuolo e dintorni c'era gente che aveva fatto i miliardi vendendo piastrelle fino a Kyoto, e poteva ben pretendere di mandare suo figlio a un linguistico decente. Che imparasse, se non c'era il giapponese, almeno il tedesco.

I prof non capivano. I professori tendono sempre a considerare la svogliatezza degli alunni, in primis, come un'offesa personale. Ma la svogliatezza non è sempre indizio di scarsa intelligenza o scarso impegno. Chi si farà strada nella vita: l'ottuso compilatore di versioni dal latino che passa pomeriggi a sfogliare il dizionario per trovare proprio quella maledetta frase di Tacito… o non piuttosto il ragazzo vivace, dinamico, che dopo due settimane ha già capito chi sono i migliori produttori di versioni nella classe, come e quando corromperli?
I prof non la vedevano in questo modo. "Trovate che il latino sia inutile? Benissimo, facciamo un funerale politico al latino, come ai miei tempi". Ma noi non avevamo nessuna consapevolezza politica: ci consideravamo svogliati e basta. E ci tenevamo anche, alla nostra fama di Classe Peggiore di Sempre.

Non eravamo mica tutti figli di miliardari, naturalmente. La stragrande maggioranza era gente che si era trovata lì per caso, come me e il mio compagno Boldrini.
Quest'ultimo non era neanche uno di provincia: veniva dal quartiere musicisti, che è ridosso dal Centro, e non è un posto di cui ci si possa vantare o vergognare. Ma a suo modo esprimeva una modenesità riconoscibile, sapeva un po' il fumo dei bar sport, canticchiava i cori di stadio. Non era prepotente (aveva più o meno la mia statura) ma un po' discolo. Ogni tanto mi disegnava un pisello sul diario. All'inizio era una cosa innocente, ma quando capì che mia madre non lo sopportava (e che quindi mia madre aveva libero accesso al mio diario) iniziò a disegnarli con regolarità, uno per pagina, per quanto io cercassi di spiegare che la cosa m'imbarazzava profondamente.

Mi sentivo messo in mezzo tra mia madre e Boldrini, due persone con due sistemi di valori entrambi rispettabili, ed era pure accettabile che non andassero d'accordo: ma perché il terreno del loro scontro doveva essere proprio il mio povero diario, ormai ridotto a uno straccio di cesso pubblico? Boldrini disegnava e mia madre strappava. Col tempo smisi di tenere un diario. Non mi ci sono più abituato, e se una sera mi date un appuntamento e non vengo, sappiate che un po' è colpa anche di mia madre e di Boldrini.

Non potendo gestire il mio diario come meglio credevo, s'insinuò il me il diabolico tarlo della svogliatezza: che compiti ci sono per domani? Mboh. Li copierò da qualcuno. Il pomeriggio trascorreva beato (stavo imparando a suonare la chitarra) in questa sicurezza. Ma il mattino era l'angoscia. Copiare cosa, da chi, perché? E certi prof, che nel pomeriggio erano sembrati minacce lontane, la mattina incutevano un vero terrore.
Darei qualcosa per capire – oggi che faccio più o meno lo stesso mestiere – come facevano certe signore sulla cinquantina, dall'aspetto gioviale, a tramutarsi di colpo in arpie e a saper suscitare il panico nei cuori di robusti quindicenni come noi.

La palma dell'angoscia spettava senz'altro alla prof d'inglese, in ragione della sua assoluta imprevedibilità. Quando era di buon umore era la nostra zia d'oltremanica, una simpatica Jane Austen che tutto capiva e comprendeva. E poteva andare avanti così per settimane – ma se qualcosa la contrariava poteva farsi di ghiaccio in un minuto secondo. Ghiaccio acuminato. Ti cavava gli occhi, ti forava il cervello, ti sezionava l'emisfero destro e mandava il referto ai genitori. Io tremavo, come nessun uomo mi ha fatto tremare più, per questa signora che nel tempo libero immaginavo dedita a sfornare torte di mele e mirtilli. La chiamavamo: Frigo, Mastino, Menopausa, Kaiser, e tutta questa serie di nomi che un vero prof sfoggia come medaglie.

Inglese è una bella materia; ma scrivere riassunti in inglese, lettere in inglese (sempre a questi banalissimi corrispondenti immaginari inglesi) alla lunga stanca. Il compito più vessante era per martedì, quando andavamo nel Laboratorio ad ascoltare la puntata di "Edward Cook", fiction sonora a puntate.
"Edward Cook" era un tale che era stato arrestato ed era in prigione "for something he didn't do": dicono tutti così, ma nel suo caso era vero. Una notte di pioggia evadeva, tornava a Londra, individuava i veri colpevoli del misfatto e li consegnava alla polizia. Sarebbe stato anche avvincente… se il Kaiser non avesse preteso da noi la sbobinatura integrale di tutte le puntate. Ripensandoci (oggi che so quanto costa uno sbobinatore a cartella), era incredibile. Avevamo quindici anni! Sbobinarsi dieci minuti di dialoghi in inglese è una cosa che mi metterebbe in difficoltà anche a trenta. Avremmo dovuto protestare, fare la rivoluzione!
Ma non lo sapevamo. Per noi era normale che un prof pretendesse. Com'era normale cercare di sottrarsi alle sue pretese.

Per qualche settimana vivacchiammo, copiando un po' qua e un po' là, ma il Kaiser non ci lasciava respiro. Finché non avvenne qualcosa di inatteso: (continua domani)

giovedì 19 dicembre 2002

C'è gente che mi scrive
E io le rispondo

1
Ciao Leo, sono margherita,
Aspettavo un tuo commento sul condono fiscale...
credi che commenterai?


Ciao Margherita, dunque, il condono.
Mi rendo conto che sia una cosa importante.
Però, giuro, non mi viene proprio in mente nulla di originale. Il condono… il condono è una vergogna, ecco. Tanto più che a me non condoneranno proprio niente.

Su questo sito si pubblicano pezzi conformi almeno a uno dei seguenti criteri:
a. Sono divertenti
b. Se non sono divertenti, almeno fanno pensare
c. Contengono notizie che potrebbero essere sfuggite ai lettori abituali
d. Possono cambiare le cose
e. Sono scritti bene

Sul condono non mi viene in mente nessuna battuta (a), nessuno spunto di riflessione (b); non possiedo informazioni riservate (c); se anche mi abbandonassi all'invettiva, non credo che riuscirei a influire sul dibattito parlamentare (d). Ed è un argomento un po' troppo prosaico per farci poesia (e).
Mi è stato rimproverato più volte di voler fare l'originale a tutti i costi, ma il fatto è che se non ho qualcosa di originale non mi metto nemmeno a scrivere. C'è già così tanta roba da leggere in giro, senza ironia. Non succede niente se per una volta invece di pontificare mi metto io a leggere i siti degli altri. Il tuo per esempio, dove c'è già una bella discussione.

2
Perché non è giusto perdio! Non è giusto che non invece non ci siate voi, tu, l'amico Zu Maestro della Bovisa, Strelnik, il maledetto Arsenio, Pietro BlogOltre , PinoScaccia, lo stesso Chiesa, GianniBigMinà cacciato dalla Sinisca RAI! a dirigere la publicità, l'editoria, le televisioni e tutto il mondo di quelli ch'ho definito i FintoCreativi di Sinisca!

Cara Mariemarion,
sapevo che sarebbe andata a finire così. Ti ho scritto due righe e tu mi hai sepolto sotto un torrente di parole. Mi sono anche commosso, se proprio devo dirlo. Ok, l'ho detto.
Però non credo che io sarei un bravo direttore di pubblicità, editoria e televisioni. Non credo di essere migliore di tanta gente che ha avuto qualche occasione in più di me, e ho sempre pensato che se Stalin fosse rimasto in seminario sarebbe diventato un buon parroco. Il potere logora.
E tanta gente che mi crede senza prezzo, potrebbe prima almeno farmi un'offerta. Così, giusto per sincerarsi.

3.
Se vuoi aiutarci ti chiederei di rispondere a questa mail, raccontandoci perchè hai deciso di aprire il tuo blog, oppure semplicemente indicandoci quelli che a tuo parere possono essere i motivi che spingono molti blogghisti a creare blog.
Ti chiedo inoltre se sei disponibile ad una intervista via mail in cui approfondiremo alcuni aspetti del fenomeno
.

Ragazzi, non stiamo per caso esagerando? È la terza intervista in una settimana (vedi anche Blogoltre).
Credo di aver parlato già ampiamente di tutto ciò, varie volte. Poi per forza uno passa per grafomane.
Posso capire l'intervista a una persona famosa, a un professionista di un settore, ecc.. Posso capire la curiosità di chiedere a un calciatore qual è il suo poeta preferito.
Ma un bloggatore che non fa che parlare di sé, mi sembra un tantino esagerato intervistarlo sul medesimo argomento. È chiaro che, se avevo qualcosa da dire, ho già avuto tutto il tempo e lo spazio per dirlo. E se c'è qualcosa che non voglio dire, glisserò anche stavolta.
(No, era solo per tirarmi un po'. Speditemi pure le domande, rispondo ghiottamente).

4.
Una tiratina d'orecchie al mitico Leo, perche' ultimamente "parla" un po' troppo da solo...


Ok, mitico Wile, mi considero tirate anche le orecchie.
Non è che hai tutti i torti, però vedi, l'arte del blog è l'arte di saper dosare il proprio egocentrismo. E io ho notato che sono più egocentrico quando parlo con gli altri che quando parlo da solo.
Guarda questo post, per esempio. Il tasso di egocentrismo è quasi insostenibile. Meglio fermarsi qui.

5.
ps: linkami ancora, ma di nascosto... mi è piaciuto...

oh, sì....

mercoledì 18 dicembre 2002

Quando la nostra opera sarà compiuta, la misura del nostro successo sarà semplicemento il numero di persone che non saranno più capaci d'immaginare la loro vita senza 3 (The Group Managing Director)

Premetto un'altra volta mi capito una situazione simile, si trattava di Blu. (Faby)

Il diabolico piano delle Tre Supertope

Ma cosa sta cercando di venderci 3? Cellulari, credo. Ma c'è proprio bisogno delle tre supertope autonome e disinibite, più o meno le stesse dell'ultimo video degli Aerosmith?

Se fossero sottotitolati, gli spot di 3 direbbero così:

"Salve, siamo gli ultimi arrivati nella telefonia mobile, il colpo di coda della New Economy (che muore scalciando) e nei prossimi mesi cercheremo di venderti un nuovo tipo di cellulare, che adesso però non è ancora pronto. Nel frattempo ti mostriamo un po' di supertope autonome e disinibite, così puoi fideizzarti al nostro Marchio. Ed il Marchio è tre".

E se si potesse rispondere, io alzerei la cornetta e risponderei così:
"Gentile Marchio, grazie per le supertope, lei sì che conosce i gusti di noi italiani. Tuttavia non credo che riuscirò a fideizzarmi, sa.
Lei non ha idea di quanta gente ci stia provando. Ormai vogliono farmi una tessera anche per acquistare i broccoli al mercato. Così poi mi mandano la newsletter a casa. A casa mia infatti è pieno di newsletter. Non mi danno fastidio, a parte doverle scartare dal cellophane quando faccio la raccolta differenziata.

Ma da qui a fideizzarsi, ce ne passa.
In fondo l'unica vera fideizzazione che funziona è quella degli spacciatori: "vai tranquillo, la prima dose è gratis".
Con Internet avete fatto così, e ha funzionato: adesso non riesco più a vivere senza.
Per la verità anche la seconda dose era gratis, e la terza, e la quarta… ogni tanto avete provato, a farmele pagare, ma non ce l'avete fatta. Anche come spacciatori, non siete stati molto brillanti. Ma v'invito a non demordere.
Così, se proprio avete a cuore la mia fideizzazione, perché non mi spedite in casa il vostro prodigioso cellulare, quand'è pronto, con un abbonamento gratis per… diciamo… sei mesi?
Magari dopo sei mesi non riesco più a stare senza. Magari mi abituo a fotografare tutti i gatti che trovo e spedirli alla Pizia per telefono. O qualsiasi altra puttanata resa possibile dalle vostre rivoluzionarie tecnologie. Magari, chissà. Non vi garantisco niente, però proviamo.

Dite di no. Preferite provare a fideizzarmi con le supertope autonome e disinibite.
Ma siete sicuri che la vista di una supertopa m'ispiri fedeltà al vostro Marchio? Chi ve l'ha raccontata, questa superpanzana? Qualche superconsulente di marketing? E l'avete pagato a peso d'oro?
Sveglia! Non avete capito? È un complotto delle Supertope per conquistare il mondo!

Voi credete che grazie loro ridurrete i vostri clienti in schiavitù, ma è il contrario! Siete voi che non riuscite più a fare marketing senza di loro! Non vi ricordate neanche più cosa mi volevate vendere, avete in mente solo di mostrarmi supertope, supertope, supertope. E un bel giorno, dopo aver firmato l'ultimo assegno all'ultima supertopa testimonial, vi troverete sul lastrico!

Non avete visto cos'è successo alla omnitel italiana? Hanno trovato una tipina simpatica, tale Megan Gale. Spot dopo spot, si è mangiata tutta la omnitel. Adesso e sua! Se non fanno uno spot con lei, crollano le vendite.
E Blu? Non vi dice niente Blu? Avevano avuto un'idea geniale, rivoluzionaria: niente Supertope, qualcosa di mai visto nel marketing: un neonato.
Dodici mesi dopo il neonato era miliardario, e i dipendenti della Blu andavano a protestare davanti a Montecitorio per la chiusura dell'azienda! Li ho visti coi miei occhi.

Per questo, Tre, se vuoi un bel consiglio, te lo dico coi versi immortali di Edgard Lee Masters:
Anime ambiziose, ascoltate:
il sesso è la rovina della vita!


… o qualcosa del genere. Lascia perdere gli ormoni. Lascia perdere le campagne promozionali a base di supertope. Spediscimi a casa quel cellulare con un credito di trecento euro, e vediamo se funziona.

Se non è pronto il cellulare, mandami i contanti, cercherò di fideizzarmi lo stesso.
Meglio in biglietti di piccola taglia".

martedì 17 dicembre 2002

Maestri di vita (2): l'ammiraglio Ramius

Caccia a Ottobre Rosso non è un film da esposizione, no. Non so neanche chi sia il regista... Ah, ecco: John McTiernan. Non è nemmeno il film trash con possibilità di passare alla Storia in virtù di qualche colossale difetto. Resta nel mezzo, un'americanata come tante nell'heavy rotation dei palinsesti tv, dove abbiamo avuto la possibilità di vederlo tantissime volte, assai più spesso di film più popolari. Si vede che sul piccolo schermo funziona meglio di altri, ha quel tipo di ritmo che se te lo trovi davanti alle undici e mezza di sera non cambi canale. C'è Connery che fa il vecchio energico – come in tutti i film da vent'anni a questa parte, ma uno come lui non fa venir voglia d'invecchiare più alla svelta?

Ci sono i sottomarini: soffitti e luci basse, gente in giacca che guarda sottecchi e non c'è da fidarsi. Il privé di una discoteca in fondo al mare. Ci sono personaggi potentissimi, che fanno telefonate, premono bottoni, c'è un tale somigliantissimo a Colin Powell che verso la fine del film mostra un tesserino a un soldato e poi gli dice: "Mi ascolti bene: io non sono mai stato qui". Perché Caccia è soprattutto l'ultimo, grande film di guerra fredda, sin dal titolo. All'inizio un ingegnere americano, tra l'allibito e l'ammirato, esclama: "Ma come, ci sono già arrivati?" I Cattivi, i Rossi, sono già arrivati a un nuovo tipo di sottomarino nucleare silenziosissimo. I sonar USA non lo possono captare (tranne se alle cuffie c'è un ingegnere afroamericano con una passione per Pavarotti). C'è il rischio che i falchi del Cremlino ne vogliano approfittare, attaccando il sonnolento gigante americano per primi (strike first, vergogna!). Non a caso il sottomarino si chiama Ottobre Rosso, come quel maledetto mese che ha sconvolto il mondo.

Per fortuna che c'è l'ammiraglio Ramius, un vecchio lituano che ha servito fedelmente i Soviet giocando a rimpiattino coi sonar americani per trent'anni nelle acque gelide della guerra fredda, e che ora ha deciso di disertare, d'accordo con il suo secondo (che ha la fissa di voler fare l'allevatore in Montana, un'idea piuttosto stramba per un ufficiale di marina sovietico). Non solo: siccome Ramius è al comando di Ottobre Rosso, ha intenzione di consegnarlo agli americani. Così URSS e USA saranno di nuovo alla pari e potranno continuare a giocare a nascondino nei secoli dei secoli, senza sparare un colpo. Il sogno di Gorbaciov?

Sappiamo che non è andata a finire così, eppure quando uscì il libro fece molto scalpore. Le forze armate USA e la Cia lo trovarono un po' troppo realistico, ci si chiese se per caso l'autore (Tom Clancy) non avesse accesso a fonti confidenziali. Ma allora, chissà che non fosse tutto successo davvero… Magari era solo un'abile campagna pubblicitaria, ma a quei tempi credevo a tutto quello che leggevo. Ero piccolo.

Il film, come tutti i film, comincia bene e continua come può. Nel primo tempo Connery legge la Bibbia e la Bhagavad-Gita, nel secondo è coinvolto in una sparatoria nel sottomarino, tra le testate nucleari. A un certo punto il secondo di Ramius salva il suo comandante, interponendosi tra lui e una pallottola, e muore mormorando: "Mi sarebbe piaciuto il Montana". A volte penso che il vero cinefilo è colui che è decide di guardare solo i primi tempi, che all'intervallo ha il coraggio di alzarsi e salvare il bei ricordi.
Però nel secondo tempo di Caccia a Ottobre Rosso c'è anche la scena del siluro, che è quella che volevo raccontare.

Si tratta di questo:
in seguito a circostanze complicate e non troppo verosimili, Ottobre Rosso è braccato da un altro sottomarino sovietico a pochi minuti dalle acque territoriali USA. L'inseguitore è un ufficiale giovane e stronzetto, un allievo di Ramius. Sul suo ponte di comando c'è una luce verde intensa, che sia a tutti chiaro che è il cattivo e che è terribilmente invidioso del Maestro (del resto i sottomarini sono un po' tutti uguali, gli scenografi hanno pensato bene di distinguerli con le luci).

Ottobre Rosso, invece, assomiglia a certi Sputnik degli anni Settanta, con gli equipaggi metà USA e metà CCCP. Ramius e gli ufficiali a lui fedeli hanno simulato un incidente nucleare per fare evacuare l'equipaggio, poi hanno agganciato una scialuppa pressurizzata con a bordo Alec Baldwin, un agente CIA che sa tutto di Ramius (ha perfino scritto un libro su di lui) e un comandante USA con la pistola nella cintura, che non si sa mai: "guarda", dicono i russi, "c'è un cowboy". Davanti a loro Ramius ufficializza la sua intenzione di disertare. Squilli di tromba? No, è l'allarme sonar: c'è un siluro in traiettoria.
È già molto vicino. Troppo vicino. L'uomo-sonar dice quelle tipiche cose, "trenta secondi all'impatto, venticinque…"
Ramius ordina di virare. Per scansare il siluro? No, per andargli addosso. Baldwin, che si è improvvisato timoniere, è un po' smarrito. Il comandante-cowboy, ovviamente, non è d'accordo. Ma Ramius è il più grande pilota di sottomarini dell'Unione Sovietica, così Baldwin abbozza e obbedisce al disertore.
Dopodiché, invece di star lì a sentire la solita litania ("venti secondi all'impatto!"), Ramius si mette a far salotto.
"Dice che ha scritto un libro su di me? Ma quale. Ah, quello? Sì, l'ho letto. Tutto sbagliato, sa?"
"Dieci secondi all'impatto, quattro, tre, due, uno…"

(È incredibile come non si riesca a fare a meno di socchiudere gli occhi, in questi casi. Anche se sai benissimo che il sottomarino non esploderà, con tutti gli attori più importanti dentro).

Il sottomarino, infatti, non esplode. Si sente un tunc! contro lo scafo, ed è tutto.
È una tattica di guerra, spiega il cowboy, didascalico. Quando il siluro è già in scia, invece di evitarlo, si può provare ad andargli addosso, così non gli diamo il tempo di armarsi. Da tentarsi solo in casi disperati. E richiede una certa freddezza.

Che io possa sempre capire per tempo quando sfuggire ai miei problemi, e quando invece saltargli addosso, prevenirli, stupirli, non dar loro il tempo di esplodermi in faccia. Con determinazione e con freddezza, la freddezza degli abissi del mare, delle guerre non guerreggiate, la freddezza dell'ammiraglio Ramius.

(Ci sono varie imprecisioni).

sabato 14 dicembre 2002

Non sappia la tua destra.

Bisogna essere veramente dei senza cuore per parlare male di Telethon, ma d'altronde…

Secondo voi qual è la peggior sfortuna: nascere in Italia con una malattia genetica o nascere sano nelle regioni amazzoniche dell'Ecuador?
Domanda difficile. Oggi un bambino italiano affetto da malattia genetica può avere una speranza di vita, grazie alla ricerca, grazie a Telethon, grazie alla Banca Nazionale del Lavoro che sponsorizza l'iniziativa.
Per contro, un bambino sano nato e cresciuto nelle foreste dell'Ecuador può morire di malattie respiratorie e cancro a causa dell'estrazione di petrolio. O può morire (è già successo) negli scontri tra l'esercito e la popolazione che non vuole la costruzione dell'OCP.
L'OCP è un oleodotto che si mangerà altri duemila ettari di foresta, in una zona ad alto rischio vulcanico, idrogeologico e sismico. E che sarà costruito anche grazie alla Banca Nazionale del Lavoro, che finanzia l'iniziativa.

Voi questa come la chiamate? Incoerenza? Io la chiamo umanità. È profondamente umana quest'abitudine a commettere buone azioni e atti spregevoli, insieme, anche nell'arco di 24 ore. "Io sono una persona abbastanza onesta", dice Amleto alla povera Ofelia (Atto III), "eppure potresti accusarmi di cose talmente terribili che sarebbe stato meglio se mia madre non mi avesse mai messo al mondo". È vero per tutti noi, un po' tutti i giorni. Magari vogliamo andare a fare un versamento a Telethon. È una buona azione. Usciamo con la macchina, ma c'è da fare rifornimento. Ci fermiamo all'Agip. Ahi. L'Agip è del gruppo Eni, il gruppo Eni co-finanzia l'oleodotto OCP. E siam daccapo.

Ma se queste cose succedono a noi, uomini piccoli (e un po' pigri, bastava cercare un altro distributore, o tirar fuori la bici) perché non dovrebbero succedere ai pezzi grossi? Prendiamo Luigi Abete, presidente della BNL (ex presidente Confindustria, qualcuno lo rimpiangerà). Non è senz'altro uno sprovveduto. Il 30 aprile di quest'anno rassicurava gli azionisti con queste parole (I am myself indifferent honest...):

"Vorrei rassicurare tutti ricordando che, come in passato, così per il futuro, Bnl dedica la massima attenzione a tutti i valori e tra questi anche alla valorizzazione e salvaguardia dell'ambiente";
Fuori dalla sala qualche manifestante stava appunto protestando per dell'oleodotto OCP.
"Purtroppo spesso le informazioni ed i giudizi sono parziali. Quello in Ecuador è un investimento a cui Bnl ha partecipato solo come finanziatore insieme a tante altre banche internazionali ed italiane di massimo livello verificando nel momento in cui ha investito che le documentazioni, anche di compatibilità ambientale, fossero regolari"

Ha ragione, Abete: spesso le informazioni ed i giudizi sono parziali. Purtroppo la banca ''non fa nessuna attività ulteriore, se non quella di verificare che le coerenze del progetto siano man mano rispettate''.
(I virgolettati sono un'agenzia ansa, 10:58 del 30 aprile 2002).

Sono passati sei mesi. Novità? Il cantiere dell'oleodotto va avanti. I quichua della comunità di Sarayacu e gli attivisti del Movimento hanno continuato a rompere i coglioni in Ecuador e un po' in tutto il mondo, con fortune alterne. La più autorevole agenzia di rating, (qualcuno mi spiegherà poi cos'è il rating), Moody’s, ha retrocesso l’OCP nella sua lista di valutazione, proprio a causa dei rischi associati agli impatti socio-ambientali. Il massimo esperto in materia, Robert Goodland, ha dichiarato che l'OCP viola le linee guida socio-ambientali della Banca mondiale: linee guida che lui conosce bene, avendo lavorato in Banca mondiale fino allo scorso anno. In Italia, l'investimento ecuadoregno della BNL è stato criticato dagli stessi sindacati interni alla Banca (CGIL, CISL, UIL e altri).
E Abete?

I soliti rompicoglioni, tra cui i militanti di Attac Roma, sono andati a trovarlo giovedì scorso, a un convegno. Messo alle strette, Abete ha minimizzato: ''Bnl e' una delle tante banche italiane [ci sono anche Unicredit e Banca Intesa] e internazionali che parecchio tempo fa hanno partecipato al finanziamento di un progetto", con appena "50 milioni di dollari, il 5% del totale''. La nostra attivita', ha continuato, ''e' semplicemente un'attivita' di finanziamento, di partecipazione ad una linea di credito assunta prima che Goodland facesse la relazione nell'agosto di quest'anno''.
Ne deduco che Abete ammette che ehm, sì, in Ecuador qualcuno usa i soldi della BNL per violare i diritti umani, ma questo è saltato fuori dopo la firma del contratto, il contratto non lo prevedeva, e il contratto va rispettato. ''Vorrei che non confondessimo una giusta aspirazione alla legalita' e alla tutela dell'ambiente con un rapporto di diritto privato regolato da un contratto'' (AGIS (ECO) - 11/12/2002 - 15.37.00).

Dove mi pare di capire che la l'"aspirazione alla legalita' e alla tutela dell'ambiente" sia "giusta" solo finché non subentra questo terribile "contratto", che nessuno, a quanto pare, né in cielo né in terra, può più sciogliere. Ma sarà vero?
Non lo so. Io credo che a volte bisognerebbe avere una mentalità più positiva, varcare la soglia della speranza (Wojtyla), andare oltre la paura (D'Alema). Insomma, se possiamo sconfiggere le malattie genetiche, possiamo anche riuscire a stracciare un contratto, tanto più che in fondo non si tratta che di un piccolo 5%.

E mi resta un sospetto. Che Abete e gli altri dirigenti, in fondo, questa buona azione avrebbero potuto farla, prima o dopo la valutazione di Moody's, prima o dopo il rapporto Goodland. Non credo che si siano astenuti per malvagità o avidità. Credo che valga anche per loro, ingrandito, lo stesso problema che viviamo noi, ogni giorno, quando decidiamo di fare il pieno alla pompa più vicina, anche se è Agip. Una fondamentale questione di pigrizia. Che è, io credo, il peggior vizio dell'umanità, me compreso.

Quel contratto andava stracciato, quei milioni recuperati e reinvestiti: lo imponeva l'etica aziendale e l'immagine stessa della BNL. Ma ci sarebbe voluto tempo, riunioni, telefonate, litigate, gli azionisti non avrebbero capito, ecc. ecc., e in più c'era anche Telethon da organizzare in dicembre.
Invece, questi ambientalisti, questi militanti, questi rompicoglioni, ma dove le trovano tutte le energie? Chi li finanzia? Chi li paga? Stamattina volantineranno nelle sedi della BNL, proprio durante Telethon. Eh, no!, dice Abete [(AGI) 111537 DIC 02] "È inopportuno usare una manifestazione nobile come Telethon come cassa di risonanza e per mischiare le cose".

Inopportuno, già.
E poi cosa c'entra, una malattia genetica in Italia e un oleodotto in Ecuador, che in otto anni svuoterà il Paese del suo petrolio e lo lascerà più povero di prima (teste Goodland)?
Cosa hanno in comune i bambini ecuadoregni e quelli italiani?
Niente. Proprio niente.
Ormai sono due specie diverse.

(Grazie a Riccardo Liburdi, Attac Roma, per le ineusaribili rassegne stampa)

giovedì 12 dicembre 2002

"Ma il Signore gli disse:"Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!" Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque lo avesse incontrato. (Genesi 4.15)

Nessuno tocchi Placanica

C'è qualcuno che lo vuole morto e glielo manda a dire.
Noi non sappiamo chi ci sia dietro i "brigatisti 20 luglio" (o "20 truglio", come già scrive qualcuno: Truglio è uno dei superiori di Placanica presente in Via Tolemaide). Non abbiamo elementi per concludere che si tratta di "anarcoinsurrezionalisti", come vorrebbe il Ministro, o i soliti "pezzi deviati", come vorrebbe il Movimento.
Non abbiamo la pazienza e la competenza di seguire gli inquirenti nelle loro sofisticate interpretazioni, di spremere messaggi in codice da ogni imprecisione (ce ne sono parecchie). Per esempio, è curioso che i "brigatisti 20 luglio" parlino di una «pentola a pressione piena di polvere nera»: l'unica pentola del genere in Italia fu trovata a Bologna il 18 luglio 2001, due giorni prima della morte di Giuliani.

Non ci facciamo molte illusioni sulle perizie sintattico-grammaticali, retaggio dei verbosissimi comunicati dei brigatisti di una volta. Non è più tempo dei ciclostile e delle risoluzioni strategiche, gli anarcoinsurrezionalisti e i pezzi deviati si danno del tu e chattano quotidianamente su indymedia. È chiaro che alla lunga finiscono per mutuare lo stesso stile, un impasto di tribunale, caserma e centro sociale okkupato. La filastrocca con cui inizia il comunicato ne è un saggio disgustoso. È una parodia della tristissima filastrocca di Pinochet cantata dagli aguzzini di Bolzaneto, ma riesce a essere persino più penosa dell'originale:

''1-2-3 di sbirri morti ne vorremmo trentatre, 4-5-6 ma ce ne bastano anche sei…"
Messaggio in codice, o pura e semplice manifestazione d'idiozia? Eppure chi ha scritto questa roba sa procurarsi esplosivi e sa trasformarli in ordigni ad alto potenziale. Sa dove piazzarli e ha la cautela di rendere inservibili le telecamere di sorveglianza mentre lo fa.

Noi non sappiamo nulla in realtà, tranne una cosa: qualcuno vuole morto Placanica, o almeno lo minaccia. Perché? Chi ha interesse alla sua morte (o alla sua paura)?

Nella ricostruzione ufficiale dei fatti di Piazza Alimonda, Placanica è l'anello debole. È un ragazzo spaventato, che arriva all'ospedale in stato di shock e continua a chiedere: "dov'è la mia pistola?". Si autodenuncia. Poi ritratta. Cambia versione più volte, finché il suo avvocato non si dimette. Per molti giorni è praticamente agli arresti, senza la possibilità d'incontrare nemmeno i suoi genitori. Teme di non poter più fare il carabiniere, poi si sente abbandonato dall'Arma, alla fine si dice fiero di farne parte.

Placanica è un ragazzo che non è sicuro della sua verità, e non è bravo a raccontare le bugie. Finché Placanica è vivo, il caso Piazza Alimonda resta aperto. Chi lo vuole uccidere, vuole chiudere il caso Piazza Alimonda.
Per questo motivo è il caso di gridare forte: Nessuno tocchi Placanica. Lo si difenda con ogni mezzo necessario. Non gli si faccia fare la fine del povero Marco Biagi. Nell'interesse della giustizia e della verità.

Perché a Genova è già morto un ragazzo di troppo.
Perché – sarà anche una banalità – il sangue non si lava col sangue.
E perché Placanica è tra quei pochi che sanno veramente come sono andate le cose quel giorno, ed è l'unico che un giorno potrebbe decidersi a parlarcene.
Non è una sorpresa, a ben vedere, che qualcuno sogni di toglierlo di mezzo.
Non deve sentirsi molto bene, in questo momento. Può fidarsi di chi gli sta vicino?

mercoledì 11 dicembre 2002

Costava meno tenerli al Ritz

(bozza)

Alla cortese attenzione del Sindaco di Modena.

Gentile Sindaco,

le scrivo per condividere con Lei le mie preoccupazioni sul Centro di Permanenza Temporanea di Modena, che ha aperto due settimane fa, e da cui è già fuggito un inquilino.
Io comprendo che il problema della sicurezza della città sia molto sentito da Lei e da tutta l'Amministrazione, e forse non a torto.
Tuttavia non mi sembra che il Centro stia risolvendo questo problema. Anzi, per ora è il contrario. Buona parte degli agenti di polizia, invece di pattugliare i quartieri a rischio, stanno di guardia al Centro (con risultati che lasciano a desiderare, per ora).
E siccome la struttura è destinata ad accogliere Clandestini fermati in tutta Italia (non solo a Modena, come aveva promesso il senatore Guerzoni mesi fa), più che un Centro di Permanenza rischia di rivelarsi… un Centro di Smistamento Clandestini forestieri a Modena. Il che non è un grosso passo avanti, per la sicurezza della nostra città.

Ma il problema è un altro. Ho sentito dire – e la prego di confermare – che il Comune spenderà per il Centro di Permanenza qualcosa come due miliardi e mezzo di vecchi lire l'anno. Mi rendo conto che l'amministrazione di una città sia abituata a ragionare in termini di grandi numeri, ma… due miliardi e mezzo l'anno mi sembrano veramente troppo, per ospitare sessanta clandestini.
Capisco pure che l'allestimento di un Centro "dal volto umano", con pareti color pastello e colazione inclusa abbia i suoi costi, però… Considerato che una doppia all'hotel Ritz di Modena (tre stelle, colazione a buffet inclusa) costa 95 euro al giorno (184.000 lire), trenta doppie per 365 giorni verrebbero… 2.014.204.867 lire (Due miliardi, quattordici milioni e duecentoquattromilalire), con un risparmio netto di quasi mezzo miliardo, che non è poco. Neanche a voler ragionare in termini di grandi numeri.

Certo, mi rendo conto della difficoltà di obbligare sessanta stranieri clandestini ad alloggiare all'hotel Ritz, visto che ha soltanto tre stelle, invece delle cinque promesse.
Però tutto sommato c'è la colazione a buffet, le camere sono doppie (nel cpt ci sono le camerate), i bagni sono in camera (nel cpt no), le docce si possono miscelare (nel cpt sono a pulsante).
Credo che i clandestini, potendo scegliere, lo preferirebbero senz'altro al Cpt, non fosse per la comodità di alloggiare vicino al Parco Ferrari e al Centro Storico, invece che in un casermone recintato di fianco al carcere. In fondo loro non hanno fatto nulla di male, fino a prova contraria!
E non solo. Credo che anche noi contribuenti, dovendo scegliere tra lo spendere due miliardi e mezzo per tenere in un recinto degli innocenti e spenderne due soltanto per alloggiarli in un albergo, sceglieremmo la seconda opzione.
Mi chiedo allora perché l'Amministrazione non ci abbia pensato.
Forse ci sono ragioni (urbanistiche?) che mi sfuggono.

La prego di tener conto della mia preoccupazione, che è quella di un qualunque cittadino modenese. Da quest'anno nella mia città c'è un casermone color pastello in più. E una ventina di miliardi in meno nella casse comunali. Con quei soldi si poteva mettere a posto qualche marciapiede, finire il piano del traffico, magari mettere in cantiere lo stadio nuovo… invece, per ora, tutto il risultato è qualche clandestino in più e qualche poliziotto in meno in giro per Modena.

Suo,

martedì 10 dicembre 2002

Non possiamo non dirci un po' ignoranti

Quest'anno, come vi sarete accorti, non c'è stato nessun ponte dell'Immacolata. Questo malgrado giornalisti stampati e televisivi abbiano continuato a insistere sul concetto fino a sabato pomeriggio (maltempo: a rischio il ponte dell'Immacolata…).
Non si è trattato – come qualcuno avrà opinato – di un complotto del malvagio governo di centrosinistra, o di qualunque altro governo ci sia in Italia oggi. È una mera questione di calendario: la festività dell'Immacolata Concezione quest'anno cadeva di domenica.
L'Immacolata sarebbe poi la Madonna, come tutti ben sappiamo. Siamo infatti (e ce ne gloriamo, ultimamente), una civiltà cristiana. Possiamo poi scegliere di vivere in questa civiltà da non praticanti, da non credenti, da atei. Ma per tutti noi vale ancora l'antico monito di un grande laico italiano, Benedetto Croce: "non possiamo non dirci cristiani".
E infatti non ci sogneremmo mai di rinunciare, in nome della nostra Laicità, al ponte di Ognissanti o dell'Immacolata. (Al massimo ci sfoghiamo su quegli infedeli musulmani che colla scusa del Ramadan si prendono giorni di ferie).

La Madonna, dunque. Un cardine della nostra civiltà. E cosa sappiamo di lei?
Varie cose. Sappiamo una preghiera a memoria, e non è poco: Ave Maria, piena di grazia, benedetto il frutto del seno tuo, ecc.
Sappiamo, inoltre, che si chiamava Maria. Suo marito, Giuseppe. Che è la madre di Gesù. Sappiamo che i Cristiani (non noi, quelli che ci credono sul serio) hanno idee singolari su come siano andate le cose, dal concepimento al parto. Questa è sicuramente la prima cosa che ci è venuta in mente di Maria, la cosa che più c'intriga di più: non tanto il frutto del suo seno, ma il seno medesimo.
Va bene. E poi?
E poi basta. Non sappiamo nient'altro.
Un po' poco, per gente che non può non dirsi cristiana.
Ma… i Cristiani? Quelli veri? Quelli che non lo sono per civiltà, ma per scelta? Loro ne sanno molto di più?

Maria compare pochissimo nei Vangeli – a parte i primi capitoli di Luca, quelli che più si avvicinano alla nostra idea del Presepe.
Per di più, se con la nostra sensibilità moderna ci mettiamo a cercare i rari versetti in cui Cristo parla a sua madre o di sua madre, ci restiamo male. Gesù non corrisponde alla nostra idea di figlio affettuoso e devoto. Già a 12 anni, alla madre angosciata che lo cerca tra i dottori nel tempio di Gerusalemme ("Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco che tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo") risponde piccato: "Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?" (Luca 2.48-49).
Crescendo, diventa se possibile più brusco: alle nozze di Cana, quando la madre suggerisce timidamente che "non c'è più vino", reagisce così: "Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora". (Giovanni 2.3-4). Maria, probabilmente avezza a scatti di questo tipo, reagisce come se nulla fosse e si fa portare dai servi i barili vuoti. E infatti Gesù il miracolo lo fa, ed è il primo in pubblico.
Andando avanti, Gesù dimostra sempre meno sensibilità filiale, al punto di disconoscere la propria madre in un discorso pubblico, quando è ormai un predicatore famoso in tutta la Palestina: Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: "Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano" (poco prima Marco aveva accennato al fatto che lo sono venuti a prendere perché lo credono ammattito) . Ma egli rispose loro: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?"
La risposta è sconvolgente, anche dopo anni di liturgia domenicale: Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: "Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre".

Snobbata dai vangeli, Maria si prende la rivincita sul calendario. Su quello di quest'anno ho contato 15 festività mariane. Insomma, Maria è celebrata più o meno 30 volte più di Pietro, il primo Papa, che divide la sua festa con Paolo, l'apostolo delle genti (il Nuovo Testamento parla quasi più di Paolo che di Gesù).
Di queste 12 ricorrenze, tre (1 gennaio, 15 agosto, 8 dicembre) sono anche festività civili – almeno quando non cadono di domenica. La laica Repubblica Italiana tributa a Maria un rispetto ben maggiore di quello mostrato dal Figlio.

In ognuna di queste ricorrenze, Maria è festeggiata con una diversa denominazione. Del resto, se uno degli scopi della liturgia cattolica dei Santi è l'umanizzazione della santità (la possibilità di identificare la Santità in esempi umani, concreti, vicini a noi), io confesso di aver sempre pensato alla Madonna come a una povera donna costretta a girare da 15 uffici diversi per sbrigare l'ordinaria amministrazione di preghiere, desideri, voti, grazie da ricevere, pentimenti in fin di vita, ecc.. Ufficio della Buona Maria Vergine di Lourdes. Ufficio del Cuore Immacolato…
A volte è una questione geografica: Lourdes, Fatima, Monte Carmelo. Altre volte si ricorda una giornata particolare: Annunciazione, Visitazione, Assunzione (è facile fare confusione). Alcune feste sono addirittura consacrate a singole parti della Madonna: il suo "Cuore Immacolato" o il suo "Santissimo Nome". Nessun altro Santo, mi pare, goda di un simile trattamento.

Altre feste invece insistono su particolari dottrinali. L'"Assunzione", per esempio, è una festa importante per l'identità cattolica, perché solo i cattolici credono che Maria non sia morta, bensì assunta in cielo in tarda età. Gli ortodossi, invece, gestiscono tuttora la tomba di Maria, a Gerusalemme, di fianco all'Orto degli Ulivi.
Ma come – sento obiettare – e la Morte di Maria del Caravaggio? Era un ortodosso? E quelle classiche pale d'altare con la tomba aperta e gli apostoli a bocca aperta sotto la Madonna che vola in cielo? Se c'è una tomba era morta, no?

Bravi. In storia dell'arte vi meritate un sette più. Ma in religione siete ancora sotto la sufficienza. Artisti cattolicissimi hanno dipinto le scene della morte della Madonna, perchéla Chiesa Cattolica ha sancito l'Assunzione in cielo 'senza passare dalla tomba'… solo nel 1950!. I vangeli, naturalmente, non ne parlano. Quindi se un pittore volesse ridipingere oggi l'olio del Caravaggio, incorrerebbe in una severa reprimenda delle autorità religiose. Ora lo sapete.

Altra festa tipicamente dottrinale è l'Immacolata Concezione, che significa "creata senza peccato originale". Lo sapevate, no? No? Cosa direbbe Benedetto Croce, se vi sentisse! (Ma Croce le sapeva queste cose?)
Il peccato originale è quello che tutti noi ereditiamo da Adamo ed Eva, e no, non consiste nel fatto che Adamo ed Eva nel giardino dell'Eden fornicassero. Cosa mi tocca sentire. Il sesso non c'entra niente col peccato originale – il Signore aveva esplicitamente chiesto ai due di crescere e moltiplicarsi.
Il peccato originale consisteva nel fare l'unica cosa che non si poteva fare, mangiare l'unica mela messa lì per non essere mangiata. Un evidente tranello, ma tant'è. Grande è il Signore, imperscrutabili sono le sue vie. La mela di Adamo ed Eva è rimasta sulla coscienza di tutti quanti, fino a Gesù – ma non a Maria. Lei è stata creata senza peccato originale.

La cosa curiosa, è che lo sappiamo soltanto dal 1854 – benché il problema abbia affascinato teologi ed esegeti fin dall'antichità. La Bibbia, come al solito, mantiene un omertoso silenzio. I teologi ci hanno litigato sopra per 19 secoli, finché Pio IX non taglia la testa al toro e scrive la bolla Ineffabilis Deus: Dio è Ineffabile, cioè non ti spiega quasi mai perché fa quello che fa (Giobbe ne sa qualcosa). Per fortuna che c'è l'autorità papale a chiarire i punti controversi: Maria è nata senza peccato originale. Punto.

Del resto per noi laici non fa molta differenza che questo peccato originale ci sia o no. Già. Quello che c'interessa invece, a noi morbosi materialisti, è l'eterno dibattito sull'imene. Mentre, guarda un po', il calendario non festeggia mai Maria in quanto vergine. Al massimo dice che è vergine "a Lourdes" o "a Fatima". Ma la verginità, in sé, non sembra un tema così importante. Invece, dall'Ottocento in poi, i Papi hanno insistito sull'assenza di peccato originale, che è una verginità dell'anima. Ma noi non ci facciamo caso. Per molti di noi il cattolicesimo è ancora e sempre quella buffa religione in cui le vergini fanno i bambini.

Maria, invece, è un personaggio più complesso. Ed è quasi miracoloso come questa complessità sia potuta scaturire e crescere da quei pochi versetti in cui non viene nemmeno trattata tanto bene.
È una presenza silenziosa, triste, sollecita. Molto femminile, io trovo, e penso a quanto sarebbe maschile il calendario senza di lei. Anche nelle apparizioni (che sono poi la vera ragione del suo successo postumo) mostra una certa condiscendenza nei confronti delle nostre miserie, dispute teologiche incluse. Per esempio, non si è mai dichiarata "Immacolata Concezione" prima del 1854. Solo nel 1858 si è presentata a Bernardette con la nuova denominazione.

Spero di non essere sembrato troppo iconoclasta nei suoi confronti – per la verità io voglio bene alla Madonna, anche se, come tanti suoi figli, faccio una certa fatica a dimostrarglielo. Però mi hanno detto che adesso torna di moda, che in tv c'è gente che tira fuori il rosario di tasca come una volta si faceva coi preservativi, e mi son detto: proviamo. Hai visto mai…

Dici che vado all'inferno?
Per un post? Naaa…

sabato 7 dicembre 2002

Dice che se non avesse niente di meglio da fare (tipo salvare il Paese, fare tutte le Riforme, porre fine alla Guerra Fredda, portare la Russia nell'Unione Europea), la salverebbe lui, la Fiat.
E siccome come imprenditore sa il fatto suo, e poi s'è fatto da sé, noi non ne dubitiamo, anzi, già stiamo fantasticando il successo mondiale di cui godrebbe una

MediaFiat
Per prima cosa, direi, due begli air-bag di silicone, che i ragazzi ne vanno matti.
E per vivacizzare il parabrezza (che mostra sempre la stessa strada, una noia), ogni 500 metri le Tergicristalline uscirebbero a farsi un balletto, sulle note dell'hit del momento (il momento dura un paio di mesi).
Quando fai un sorpasso, partono le risate finte.

Per i format... ehm, intendevo, per i modelli, è inutile investire tempo e denaro nella ricerca, con tutto il ben di Dio che c'è all'estero e basta copiarlo: poi, una volta individuata una linea che piace al pubblico, continuare a propinarla per vent'anni in tutte le salse. Al salone di Torino presentata la 25esima versione della MediaFiat "Costanzo", quest'anno con poltroncine reclinabili di serie e autoradio auto-sintonizzzz…
Certe volte ci provano, a inventarsi (a copiare) qualcosa di nuovo, tipo quella station wagon sigillata all'interno da cui si può entrare e uscire solo ogni sei mesi. In tutto questo tempo l'automobilista è costretto ad andare in giro per l'Italia (seminudo, perché il riscaldamento è a 36° fisso) e tutti sono liberi di farsi i c a z z i tuoi. Il primo anno è stato un successone, ma ha stancato subito. Quest'anno la grande novità è la stessa station wagon, però col karaoke di serie. Uno strazio.

Qualche optional rigorosamente fabbricato all'estero, Olanda o Brasile, che fa più chic. Una MediaFiat non ti lascia mai a piedi. Tranne, naturalmente, se per disgrazia si spegne un anabbagliante: in questo caso inchioda e non vuole ripartire (brevetto geom. Galliani).

Una macchina così, gli italiani la comprerebbero per forza - anche perché non avrebbero alternativa. Sarebbero infatti liberi di scegliere soltanto tra MediaFiat e veicoli RAI, Ridicole Automobili Italiane, una partecipazione statale ormai dismessa in cui vengono parcheggiati gli ingegneri MediaFiat che avanzano e i progetti non strategici. Oppure si va in bici e in motorino. Curiosamente, la percentuale di gente in bici e in motorino aumenterebbe di colpo, ma smetterebbe di essere conteggiata nelle statistiche, perché è un dato che non interessa a nessuno.

La proprietà manterrebbe coi propri lavoratori un rapporto franco e collaborativo. E in Sicilia, si guarderebbero bene da licenziare chicchessia.
"Come sono andate le trattative coi dirigenti Mediafiat?"
"Beene, molto bbene, direi… gli abbiamo spiegato che i lavoratori e i collaboratori della MediaFiat sono una grande famiglia, ah? E che anche lorsignori tengono famiglia, non so se mi sono spiegato…"
"E poi".
"E poi gli abbiamo fatto una proposta che non possono proprio rifiutare".

****

Comunque Berlusconi ha ragione…
…quando pone il problema del rapporto Fiat-Ferrari.
A cos'è servito spendere miliardi su miliardi (più di qualsiasi altra scuderia) per avere una monoposto che vince tutte le gare, mentre le vetture di serie sprofondavano nell'anonimato?
Forse scrivere "Fiat" sulle monoposto non sarebbe una cattiva pensata.
Invece l'idea opposta (applicare lo stemma del cavallino sui cofani delle Punto) è veramente idiota.
Purtroppo gli idioti sono il target ideale della Mediafiat.

giovedì 5 dicembre 2002

Compartecipazione psichica
Senz'altro non è un bel modo di esprimersi. Il composto "Compartecipazione" andrebbe radiato dal dizionario, in quanto inutilmente ridondante (cosa distingue una compartecipazione da una semplice partecipazione?). L'aggettivo "psichico", dal suono sinistro e dalla pronuncia disagevole, dovrebbe essere circoscritto alle pubblicazioni mediche, e sostituito ove possibile con "mentale". Insieme, queste due parole, fanno un certo effetto. Specie se sono scritte sul pezzo di carta che ti manda in prigione.

Di "compartecipazione psichica" si parla a pagina 53 dell'ordinanza di custodia cautelare della procura di Genova. (Ma nessuno, al momento, è agli arresti per compartecipazione; i "compartecipanti" sono indagati a piede libero). Leggendo di qua e di là, non sono riuscito a capire se si tratti di un'espressione prevista dal codice penale, o di un'infelice invenzione linguistica del Gip.
La "compartecipazione psichica", si spiega, è una forma di concorso in reato che si verifica "nella fase di ideazione". Se non è cospirazione, insomma, poco ci manca.
Il gip la distingue in due tipi: la "determinazione", "che fa sorgere in altri un proposito criminoso che prima non esisteva"; e l'"istigazione", "che si limita a rafforzare in un'altra persona un proposito criminoso in essa gia' esistente". Determinatori e istigatori non si sporcano le mani con spranghe o estintori, ma sono di fronte alla legge ugualmente colpevoli, perché… perché "psichicamente compartecipi".

È, insomma, un modo lambiccato di dire una mezza ovvietà: che gli organizzatori e i complici dei devastatori di Genova sono ugualmente colpevoli. Resta da capire perché, invece di parlare di istigazione a delinquere, complicità, apologia di reato, ecc.… il gip scelga una formula tanto inquietante.

Un'"istigazione" prevede un istigatore e un istigato. Una "determinazione" richiede un determinatore e un determinato. Il reato ha come una direzione: c'è un mittente (mandante) e un esecutore. Ma la "compartecipazione" è qualcosa di diverso. È un modo di descrivere i fatti che si adegua un po' meglio a quanto è successo in certe piazze di Genova. Prendiamo per esempio i blecbloc di Piazza Paolo da Novi, descritti da Giulietto Chiesa in "Genova/G8" (Einaudi)

si trovavano diversi gruppi di giovani molti dei quali vestiti di nero, con passamontagna calati sul volto, caschi, maschere, fazzoletti; non scherzavano, erano impegnati a scavare, a fare emergere dal selciato le pietre; alcuni svellevano parte della segnaletica stradale, altri spezzavano le recinzioni metalliche delle aiuole. L'impressione era quella che non ci fosse nessuno che dava ordini, ciascuno faceva per conto proprio, ma comunque si trattava di un lavoro organizzato..

Non c'è un portavoce, uno stratega, un capopopolo: l'organizzazione non è verticale, ma orizzontale: non istigata, ma "compartecipata". Ironia della sorte, una delle parole d'ordine del Movimento, la "partecipazione" (vedi la democrazia partecipata, i bilanci partecipativi), qui gli si rivolge contro. In polemica con chi sostiene che le devastazioni furono episodi circoscritti, il gip evoca una "guerriglia urbana preordinata" e ampiamente compartecipata.

E a questo punto – mi pare di capire – nessuno dei manifestanti di Genova è al di sopra del sospetto. Io, per esempio, nel primo pomeriggio di venerdì mi sono trovato nel mezzo di quello che credevo fosse il corteo dei Cobas, già pieno di gente con le facce coperte e le spranghe in mano, dagli intenti evidentemente criminosi. Intenti che in quel momento mi sono ben guardato di ostacolare. Ma in questo modo non ho forse con la mia passività "rafforzato in un'altra persona un proposito criminoso"? C'è modo di provare davanti a una giuria che in quel momento non ero "psichicamente compartecipe" dei primi cassonetti dati alle fiamme? Mediante perizia psichiatrica? Macchina della verità? Ipnosi?

Tutto questo, naturalmente, non reggerebbe di fronte al tribunale del riesame. Ma intanto i potenziali indagati aumentano in misura esponenziale. È sufficiente esser stato fotografato o ripreso nei pressi di uno scontro, o di un atto di vandalismo, in atteggiamento "compartecipe". Naturalmente gli eventuali organizzatori, portavoce, ecc., sono anche loro "compartecipi" per aver "fatto sorgere" o "rafforzato" in altri un "proposito criminoso".

Per un anno e mezzo abbiamo collezionato, ingrandito e scandagliato qualsiasi fotogramma riguardante Piazza Alimonda e il caso Giuliani-Placanica. Era solo l'inizio. Nei prossimi giorni, mesi, anni, assisteremo alla moltiplicazione dei fotogrammi. Per ogni arrestato presente e futuro troveremo le immagini che ne provano l'innocenza e quelle che ne provano la colpevolezza, o meglio, la "compartecipazione". Ci saranno processi e controprocessi, sentenze annullate e ribadite. È facile pensare che parecchi innocenti si ritroveranno la vita rovinata. È lecito sperare che, in mezzo a tutto questo, si farà anche un po' di luce sui fatti di Genova e sui misteriosi blecbloc.

Ma in questo gioco al massacro il Movimento rischia qualcosa di più: di 'baschizzarsi', di appassionarsi alla causa dei "compagni in carcere" fino a perdere di vista i suoi ideali e i suoi contenuti. Di trasformarsi nella solita accolita di rancorosi reduci dalle galere, un po' suonati, che hanno mille sacrosante ragioni di lamentarsi, e che oltre a lamentarsi non sanno più che fare. Ne abbiamo visti tanti, finire così – siamo sicuri di essere migliori?

Il comunicato stampa del Genoa Legal Forum

mercoledì 4 dicembre 2002

In Piazza Alimonda, ancora

Nei giorni scorsi su indymedia è apparso un nuovo dossier sul caso Giuliani-Placanica, uno zip nascosto in un mp3, pubblicato dal solito Franti. È un documento avvincente e, insieme, repellente. Franti e il suo collega Arto hanno il merito di aver trovato belle foto e messo in piedi una ricostruzione interessante. Ingrandendo una foto del defender che ha investito Carlo Giuliani, hanno scoperto che il profilo del "terzo uomo", il Tenente Colonnello che non era né al volante né dietro con la pistola in mano, è molto simile al profilo dello stesso Placanica. E siccome Placanica non è mai stato sicuro di aver sparato in testa a qualcuno (ha cambiato versione diverse volte), ogni tipo di dietrologia è consentita.

Franti e Arto sembrano sapere il fatto loro. Esibiscono una serie di foto in cui si dimostrerebbe come gli ufficiali che dovevano dirigere le operazioni intorno a Piazza Alimonda siano stati i primi a tagliare la corda. Non dimenticano di citare fatti poco noti all'opinione pubblica, come la presenza nella piazza di ufficiali già distintisi in Somalia per… violenze sulla popolazione civile. Riportano l'audizione del vicecomandante del ROS dei carabinieri alla commissione d'inchiesta parlamentare, facendo maliziosamente notare come quest'ultimo il 5 settembre dell'anno scorso parli di una non meglio precisata "procura competente" ai disordini di Genova. Quale? Genova? Torino? Cosenza? Forse non lo sa ancora neanche lui. Insomma, Franto e Arto sembrano preparati e attendibili…

…Ma poi si fregano da soli condendo il tutto con dialoghi da noir all'italiana (con tutto il rispetto per il noir all'italiana):

- Dove scappi, coglione? Ferma sta jeep, sta fermo che ti faccio vedere io come si fa, imbecille! Pam! Pam! E ora metti in moto e sgomma coglione, via, via che ci togliamo da questo merdaio adesso… Vai, ti ho detto, tanto quello è già morto e se ci passi sopra non cambia niente. Forza, ti copro io! Fa presto! Pliccanica dammi la pistola, che cazzo hai fatto! Sei tutto pieno di sangue, anche nella jeep riesci a farti picchiare, coglione! Ma ora sei nella merda! Dammi la pistola! Ok… vieni qua tu cretino… Come ti chiami? Raffone? Ok Raffone monta qua su e ricordati che sei sempre stato qua, o vedrai che sei nella merda come quello smidollato del tuo collega, […]

Lavoriamo di fantasia? Forse…


Non "Forse". Di sicuro. Ma un po' di fantasia può essere utile; quello che da fastidio è il voler fare letteratura su un morto. E tutta la fiducia che cominciavo a nutrire d'improvviso evapora. Fammi vedere meglio quelle foto. Beh, tutti i profili si somigliano da lontano. E un segno bianco su un casco non vuol dire niente. Mi avete fatto leggere un bel romanzo, ma il protagonista è realmente vissuto. Ed è realmente morto. E adesso mi vergogno.

***
Ma è vero, è un mistero appassionante, il caso Giuliani-Placanica. Ci coinvolge più di ogni altro mistero italiano. Perché ci riguarda più da vicino, forse. E poi perché ci mette l'uno contro l'altro, senza mediazione. E' sufficente che rine parlino i giornali, o la tv, e ognuno di noi torna a Piazza Alimonda, un'altra volta, per pensare: Cosa avrei fatto?
Qualcuno la rivive nei panni di Giuliani: avrei sollevato l'estintore? E perché? Per colpire il nemico, per difendere me e i compagni?
E qualcun altro la rivivrà dalla parte di Placanica: avrei sparato? In aria o ad altezza d'uomo? Per minacciare, per difendermi, per uccidere?

È questo il vero mistero che ci tormenta. È per questo che collezioniamo foto e video. Misuriamo i metri che separano Giuliani dal defender: a due metri è un potenziale assassino, a tre un cittadino che si difende. Cerchiamo nell'aria sassi che si prendano la colpa di aver deviato un colpo a salve nella testa di un ragazzo. Probabilmente nessun delitto è stato tanto osservato. Cerchiamo tutti la prova che ci assolva – il che vuol dire che ci sentiamo tutti, in qualche modo, in colpa.

"No, questo non lo accetto, tu sei peggio di Franti. Lui gioca al detective, tu all'esistenzialismo. Vorresti dire che il colpevole è in ognuno di noi? Troppo comodo. No, il colpevole è la fuori, dev'essere individuato e punito".
Sì.
Ma allora il caso è chiuso, non c'è più niente da indagare. Che Placanica abbia sparato ad altezza uomo; che abbia sparato in alto; che un sasso abbia deviato la pallottola; che il gas lo abbia sconvolto e accecato; che lui si sia limitato a guardare e poi a coprire un superiore: che differenza fa? La volontà di avere un morto nelle strade, quel giorno, era evidente. Non è senz'altro di un capro espiatorio che abbiamo bisogno. Non di un ragazzino. Ma nemmeno del suo immediato superiore.
Molto più in alto dobbiamo guardare, senza perdere tempo a frugare tra vecchi complotti e cianfrusaglie, perché i colpevoli non tramano nell'ombra, ma sono davanti agli occhi di tutti noi. Perché chi si mise a giocare alla guerra nelle strade di Genova sapeva di poter contare sulla copertura di questo Governo. Perché, insomma, Placanica ha tanti superiori, e i loro nomi li conosciamo (qualcuno li ha anche votati).

Solidarietà a tutti i presunti, in particolare a chi nei giorni scorsi ha compilato il modulo di autodenuncia del Forum per la pace di Ferrara e ora si ritrova indagato a Trento per cospirazione… io comunque l'avevo detto, che certi pm non hanno il senso dell'umorismo, però… solidarietà.

martedì 3 dicembre 2002

Esercizio di stile 30 (o giù di lì)

Sonetto
È stato, credo, mercoledì scorso:
io cazzeggiavo in rete, come adesso
(quando lavoro, sì, m'accade spesso
e non ne provo neanche più rimorso)...

...be', navigando a vista sono incorso
nel blog di un giovinastro, azzurro, un cesso!
E in un commento si leggeva: "a fesso,
ti credi un gran webmaster? Fatti un corso!"

E sotto la risposta: "Caro anonimo
Il corso fallo fare a tua sorella".
Ci credi? Proprio lui (o era un omonimo?)

due ore dopo già dava lezioni
al webdesigner di Marcella Bella
su dove metter nel menu i bottoni!

lunedì 2 dicembre 2002

Rassicurare è meglio che curare

Possiamo contestare Sirchia finché vogliamo, ma la sua posizione è inattaccabile: la Castità è più sicura. Il preservativo riduce il rischio del 90 %, dice Mauro Moroni, leader dell'Anlaids? Beh, il 10 % di possibilità di contagio non è uno scherzo, io stesso mi credevo assai più protetto.

Per fare un paragone antipatico, quando si fa una campagna contro il cancro, non si dice "fumate light", bensì "smettete". E qui potremmo aprire un capitolo sul perché l'invito all'astinenza sessuale ci dà più fastidio di altri inviti alla moderazione (che restano pur sempre inviti, non ordini). Ma non lo facciamo, perché non è di noi che si sta parlando, bensì degli adolescenti. Ma chi sono gli adolescenti?

Io, che su tanti argomenti sono un tuttologo un-tanto-al-chilo, ma su questo posso vantare una certa esperienza professionale, vorrei proporre una mia definizione: l'adolescente è individuo sessualmente maturo, dai 12 ai 18 anni, che non fa mai quello che un adulto gli propone.

Se anche voi sentite di poter condividere questa definizione, è chiaro che la polemica sulla brochure del Ministro Sirchia non vi può appassionare. Non so se esista una statistica attendibile sui rapporti s e s s u a l i tra adolescenti, ma sono sicuro che non rileverebbe nessuna flessione dopo la diffusione della brochure nelle scuole.
È come l'eterna storia del crocefisso nelle aule, quel pezzo di legno appeso al muro che non ha mai convertito nessuno (semmai il contrario): campagne del genere non si fanno per gli adolescenti, bensì per i loro genitori. Non hanno nessun valore di prevenzione, ma contribuiscono a dare una certa immagine di chi le produce. Un'immagine rassicurante: "vedete com'è bravo il nuovo Governo, che fa rigare dritti i vostri ragazzi?" Prevenire è meglio di curare, ma rassicurare – in termini elettorali – è ancora meglio.

Ma vogliamo parlare anche delle campagne degli scorsi governi? Secondo voi hanno veramente convinto i ragazzi a infilarsi in un preservativo? O non hanno per caso contribuito a far perdere al palloncino il suo (già scarso) sex-appeal? Non lo hanno banalizzato, trasformato in un gadget da astuccio, privato della sua iniziale aura trasgressiva?

Del resto il problema della comunicazione con gli adolescenti è complesso. E non si può dire che non ci sia sforzati, in passato, di fare campagne intelligenti.
Occorre evitare un approccio 'dall'alto', "io uomo grande spiego a te piccolo come stanno le cose", quando in realtà l'adolescente conosce il suo mondo assai meglio dell'adulto. Chiunque abbia lavorato cogli adolescenti, per esempio, non avrebbe mai potuto scrivere una frase come "Che cosa puoi aspettarti da una relazione nata per caso, magari in discoteca?". Tra l'altro le discoteche sembrano essere progettate proprio per disincentivare i rapporti sociali (luci basse, musica assordante, grande disponibilità di sostanze stupefacenti). Se malgrado tutte queste barriere qualcuno riesce a intrecciare un rapporto, bè, complimenti, ma è improbabile che stia cercando "il vero amore". Specie a 16-18 anni. Per queste cose ci sono già gli oratori, costano molto meno e l'aranciata è ottima. "Non confondere l'amore con l'attrazione sessuale!". Ma chi è che confonde? Semplicemente, a una certa età si preferisce una cosa all'altra. E' perfino naturale...

D'altro canto serve a poco anche quel certo tipo di complicità stile "Fratello maggiore", tipica per esempio dei genitori di Porci con le Ali, quelli che insistono per far fumare alla figlia la prima sigaretta e per farsi raccontare tutti i dettagli della prima volta. L'adolescente un po' scafato evita queste confidenze come la peste, e io non so dargli torto.

E in ogni caso, bisogna evitare il moralismo. Ma è possibile? Sì, se si volesse fare un discorso di pura prevenzione. Ma diciamolo, qui non è l'aids a interessarci veramente. Quello che ci interessa è il s e s s o , in particolare il s e s s o degli a d o l e s c e n t i. Per una parte degli italiani si tratta di un bene inalienabile, che nessuno può mettere in discussione. Per altri il è una pratica rischiosa dalla quale ci si deve (e ci si può) guardare. Che i Ministri della Sanità e dell'Istruzione condividano quest'ultima concezione, non è una novità: ve la ricordate la circolare Donat-Cattin? No? Ach, sto invecchiando. Lo strano è che nel 2002 i Ministri predichino la castità mentre le tre televisioni di proprietà del Presidente del Consiglio diffondono universalmente il messaggio opposto: il s e s s o è un accessorio necessario, un attributo del successo, se fai s e s s o vai lontano, e più lontano vai più s e s s o fai.

Questo è lo stato delle cose nell'inverno 2002 (meglio descritto da Michele Serra). I nostri adolescenti trarranno le conseguenze. Sospetto che già oggi facciano molto meno s e s s o di quanto crediamo noi adulti allupati. Per paura dell'Aids, per il fastidio di dover osservare misure profilattiche, ma forse anche per inconsapevole rivolta nei confronti della sessualità che gli viene proposta in tv. Una sessualità patinata, estenuata, che ben poco può avere a che fare con le prime esperienze di un adolescente. Ora, se c'è una cosa che questo non sopporta, è il sentirsi coinvolto in una lotta più grande di lui, in cui ha solo qualcosa da perdere. E vista dalla sua parte la lotta di noi adulti, coi nostri preservativi di stato, le nostre circolari sulla castità, i nostri calendari patinati, deve sembrare ancor più ridicola. Perché è senz'altro un po' testardo, ma non è mica necessariamente stupido, l'adolescente. Anzi.

venerdì 29 novembre 2002

Raindrops keep falling on my town

Sarà anche il miglior bar dell'anno 2002 (e complimenti), ma se domenica pomeriggio verso le quattro hai voglia di un panino, non ce l'hanno. Almeno, sul banco non ce n'erano, e io in certi posti a chiedere mi vergogno.

Ero ancora scioccato dal fatto che sulla Let's go Italy di Monica fosse segnalata La Vecchia Scarpa, che in pratica è il minimo sindacale della vita notturna modenese. Se esci con una tipa e hai deciso di portarla in un posto suggestivo, quando arrivi davanti al portone scopri che è chiuso, (per ferie, per lutto, per cambio gestione). Allora stringi i denti e la porti alla Vecchia Scarpa, sperando non faccia caso ai peli del petto del cameriere scamiciato (sempre più grigi e radi, ormai), ai quadri alle pareti che gridano vendetta al cospetto d'Iddio, ai Deep Purple ad alto volume che non conciliano le confidenze. – Oh, adesso che ci penso ci abbiamo portato anche Franco.

"Ma la Let's go è affidabile, hai visto quest'estate".
"Dunque in Spagna siamo andati in posti che sono l'equivalente della Vecchia Scarpa?"
"A te piacevano, però".
"Ma che ne so, ero accecato dalla fame…"

Dovrei chiedere a Enzo.
"Enzo, ti ricordi quest'estate?"
"Questa cosa?"
Sì, vabbè.

Potrei continuare a parlarne male, della mia città, ma piove da giorni, perché infierire? Foglie marce nei tombini, e un'antica vocazione a fare da palude. Però intanto intorno tutta la Padania è allagata e lei no: come mai? Intelligente gestione del territorio dal dopoguerra in poi o semplice Botta di C u l o? Scegliete voi. Io oggi ho fatto un blob of the blogs dedicato alla mia città, che secondo me somiglia più alla Vecchia Scarpa che al caffè dell'orologio: un postaccio, tutto sommato, ma non ti lascia a piedi quasi mai. Un saluto a tutti i citati e a tutti quelli che ho dimenticato (e scusate). Alla prossima. E buon derby, domenica.

giovedì 28 novembre 2002

Segni del tempo. (Un omaggio al Riformista, più o meno dieci anni dopo).

Sign O the Times
mess with your mind
Hurry before it's 2 late...


Sto ascoltando Are you experienced?, come oggi prescrive Polaroid, e intanto penso: però è una cosa strana, la nostalgia. Non sempre ha a che vedere coi ricordi. A volte è pura fantasia, è un universo parallelo che ci costruiamo coi ricordi degli altri. E non serve aver vissuto in un periodo per rimpiangerlo, anzi.

E poi è strano come certi periodi siano familiari a tutti e altri no. Tra un revival e l'altro ci sono zone d'ombra che nessuno ancora ha iniziato a rimpiangere. Prima o poi torneranno di moda – tutto torna di moda – ma nel frattempo a me piacciono così, accessibili e poco frequentate.

Quella manciata d'anni tra Ottanta e Novanta, per esempio, mentre veniva giù la cortina di ferro e Andreotti regnava, assai meno popolare allora di quanto non sia diventato dopo tangentopoli e un paio di processi per mafia. Vi ricordate? No, non vi ricordate, è un'epoca sbiadita, se cercate un volto o un ritornello non vi viene in mente niente. A furia di rievocare il Boom, il Sessantotto, gli anni di piombo, i favolosi Ottanta, abbiamo cancellato dalla memoria cache il passato più recente. Poco male, sarà divertente re-installarlo tra qualche anno, e giocarci.

Tutti i ricordi che ho di quegli anni sono per sottrazione – per esempio, ricordo che Internet non c'era, eppure si viveva; i cellulari ispiravano un misto d'invidia e disapprovazione, e Andreotti li fece tassare; in tv non c'erano tutti quei talk show politici di adesso, eppure non ci sentivamo affatto disinformati: forse compravamo qualche giornale in più.
Ecco, questo me lo ricordo bene: nelle edicole c'erano ottimi quotidiani. Per esempio, c'era il Riformista di Polito, che poi non so che fine abbia fatto. Una pietra miliare.

Oggi forse è difficile rendersene conto, ma in tempi in cui la dialettica della sinistra consisteva in eterne schermaglie tra PCI e PSI, il "Riformista" ebbe il merito di proporre una terza via, qualcosa di veramente innovativo. In tempi in cui tutti, a destra e sinistra, facevano blanda professione di fede europeista, "il Riformista" fu il primo a criticare seriamente le politiche protezionistiche della Comunità Europea, specie in materia agricola. Peccato non aver conservato certi editoriali, scommetto che ci troverei in seme tutta l'ideologia noglobbal d'oggigiorno… E poi, la scelta tutt'altro scontata di puntare il futuro della sinistra su un giovane politico di buone speranze, D'Alema… Insomma, per certe cose, quel piccolo quotidiano di opinione era davvero dieci anni avanti.

Ma non era solo una questione di politica. "Il Riformista" è stato il primo quotidiano ad accorgersi della svolta generazionale di quegli anni. Fu il primo a far caso a un mondo giovanile che esplodeva: il mondo delle autogestioni, delle prime braghe grigioverdi, dei 99 Posse, (anche di Jovannotti, ahimè). Insomma, fu il primo quotidiano a prendere atto che i figli dei sessantottini stavano prendendo la patente.
Tutto questo dieci anni fa, più o meno. Poi ci sono state le imitazioni, e le imitazioni delle imitazioni, e dell'originale si sono perse le tracce.

Eppure a me capita sempre più spesso, in questi giorni di dibattito politico rovente, di pensare: chissà cosa ne penserebbe, oggi, "il Riformista". Sarebbe noglobbal o siglobbal? Darebbe addosso ai giudici o ai loro corruttori? Continuerebbe a sostenere il vecchio timoniere o lo affonderebbe senza pietà? Sono domande senza senso, lo so. Nessuna verità è valida in assoluto: l'importante è trovarsi nel momento giusto con le idee giuste. In quella manciata di anni tra Ottanta e Novanta, il Riformista aveva forse le idee migliori in circolazione. Probabilmente quelle stesse idee, su un quotidiano di oggi, le troveremmo patetiche. Ma è il destino del giornalismo, anche di quello buono, non durare che l'éspace d'un matin, lo spazio di un mattino.

Intanto il disco è finito. Are you experienced?, Jimi Hendrix, 1967. L'ho messo su perché oggi Hendrix avrebbe compiuto sessant'anni. Mio padre li ha compiuti in giugno. È buffo pensarci.
Mio padre non ha fatto il '68, stava mettendo su l'autofficina. Non mi pare che nutra molta nostalgia per quegli anni. Per lui i Beatles furono una meteora: fecero il botto nel '65 e quattro anni dopo si erano già sciolti. Non fece neanche in tempo ad affezionarsi. È strano pensare che i 99 Posse sono durati molto di più. È strana tutta questa storia della nostalgia, dei ricordi finti che sono più struggenti di quelli veri, del passato che possiamo modellare a nostro piacimento, tanto ci sfugge lo stesso. È strano, è curioso. Ma è anche tardi, adesso.

…Let's fall in love, get married, have a baby
We'll call him Nate
(if it's a boy)


Non perdetevi domani mattina (sì, giovedì 28 dicembre 2002) questo pezzo del Riformista:

Tra corsi di cucito e dibattiti sulla guerra nei licei va in scena l’autogestione
Amano il vestiario militare, leggono la biografia del Che, ascoltano Jovanotti e i 99 Posse: ecco i figli dei sessantottini, la nuova generazione di studenti italiani.
Viaggio nel mondo della scuola che si appresta ad essere okkupata.

martedì 26 novembre 2002

Maestri di vita: (1) lo sguardo di Oliver Hardy

Capita nel bel mezzo di una comica, di solito a gag sopraggiunta, che Oliver Hardy guardi verso la cinepresa, perplesso, sbuffante. Non so se sia stato il primo a farlo, ma il più antico che mi ricordo è lui. Ed è a lui che penso quando mi capita – e mi capita spesso – nel bel mezzo di un guaio, o di una situazione che troverei comica, se non mi riguardasse in prima persona – di guardarmi in giro perplesso, come in cerca di una telecamera, un monitor, un pubblico qualunque davanti a cui sbuffare, anche solo un attimo, prima del prossimo ciak.

Guardare verso il pubblico, cercare la sua solidarietà, è un espediente vecchio quanto il teatro. Ma Oliver Hardy ci aggiunge qualcosa di nuovo, un ritrovato della tecnica: il primo piano. Non ha bisogno di fare un passo in avanti sul palcoscenico: d'improvviso il suo faccione riempie lo schermo, guarda verso lo spettatore, e non fa nulla: sbuffa appena. E lo spettatore ride. Per la verità stava già ridendo dalla gag precedente. Ma lo sguardo di Hardy aggiunge qualcosa di più. Prima ridevamo di lui: ora gli ridiamo in faccia. Per di più, lui sa che noi ridiamo, e resta serio. Non cerca neanche un momento di salvare la faccia, mettendosi a ridere anche lui. Sarebbe patetico. Invece accusa il colpo. Sbuffa, impreca sommessamente contro il suo destino di clown. E la comica riprende.

Sì, però Oliver Hardy è un clown professionista, e un genio del mestiere. Ma io? Chi sto cercando? La candid camera, il pubblico del Grande Fratello, o del Truman Show? O forse una parte di me stesso, né subconscio né superIo, né sopra né sotto, ma nei paraggi, una specie di risata registrata interiore? O forse sto cercando Dio, però vorrebbe dire che ho smesso di cercare un Dio-onnipotente in cielo (da cui piovono solo disgrazie), rassegnandomi a un più modesto Dio-spettatore che si degna di sghignazzare alle mie spalle – concedendomi qualche rada volta l'onore di sghignazzarmi in faccia. Del resto, ha pagato il biglietto…

Quando la gente mi trova serio – e la gente mi trova serio – è difficile spiegare che la mia serietà l'ho imparata tutta da Oliver Hardy. E che anzi di nascosto sono un buffone, ma non mi piace deridere nessuno a parte me stesso. Perciò preferisco essere io il protagonista dei miei sketch.
Mi spetta la parte più difficile e più ridicola, che è quella del clown bianco. Il clown che si crede superiore, e viene continuamente umiliato dal più autentico pagliaccio, lo Stan Laurel di turno, l'Augusto, il bambino, il genio. Mentre io aspiro a una vita seria, normale, dove le torte si mangiano e non finiscono invariabilmente sulla mia faccia.
Stan non ha questo orizzonte. Per lui è normale saltellare sulle travi di un cantiere con un bicchiere d'acqua in tasca. Ma io, per quanto goffo, so che questo non è il mio posto, e che qualcuno, da qualche parte ride di me. E guai se non ci fosse. Sarebbe tutto vano.

Così certe sere io mi chiedo: ma che pazzia è, esattamente, il voler tenere un blog, pretendere di avere tre o quattro storielle divertenti alla settimana? Perché? Per chi? Non conosco il nome di questa patologia, ma somiglia al voltarsi di scatto (in un aria di vetro) a cercare una cinepresa, un pubblico, qualcuno a cui sbuffare. Non voglio essere famoso, ma vorrei che qualcuno sorridesse un po' di me. Per poter – restando serio – sorridere un poco con lui. E in questo modo andare avanti.

(In fondo il boom mondiale dei blog è scoppiato pochissimo dopo il boom del Grande Fratello: ci ha fatto caso qualcuno? Ci faccio caso io).