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lunedì 3 marzo 2003

Maestri di vita (7) – Quinto Orazio Flacco

Di solito non mi pesa troppo il mio lavoro, tranne la notte del giovedì.
Venerdì mattina ho cinque ore di seguito, e per me sono molte, cinque ore d’italiano ai sordi. Ma se voi ne fate di più (com’è probabile) adesso mi state già invidiando: faccio un lavoro stimolante, poche ore al giorno, e mi lamento. Di cosa mi lamento?
È intutile spiegare. Orazio ha già scritto una nota satira al riguardo.

Come mai, Mecenate,
nessuno, nessuno vive contento
della sorte che sceglie
o che il caso gli getta innanzi
e loda chi segue strade diverse?


Giovedì sera ho una riunione con amici, che spesso va avanti fino a tardi. Quando alla fine arrivo nel piazzale, parcheggio sempre davanti a un signore che dorme sotto il portico. Nella bella stagione lo trovo ancora alzato: leggiucchia la Gazzetta dello Sport prima d’imbottirne il sacco a pelo. Ma adesso è inverno, e il termometro della mia auto a volte segna meno cinque.
Così mi capita, giovedì dopo giovedì (per l’orologio è già venerdì mattina) di passare davanti a questo signore, e invidiarlo. Perché domani lui si sveglia quando vuole, e non deve fare le cinque ore che faccio io.

Penso a questa cosa, nel piazzale: e siccome c’è un gran silenzio a quell’ora, mi capita di ascoltare il mio stesso pensiero: e ascoltandolo, me ne vergogno.
Poi giro l’angolo, e già sto pensando a domani, a quello che devo fare per passare cinque ore dignitose… e quel signore già l’ho dimenticato. Fino al giovedì seguente.

“Beati i mercanti”,
esclama il vecchio soldato,
le ossa rotte da tanta carriera;
“Meglio la vita militare”,
ribatte il mercante sulla nave in burrasca,
“Vuoi mettere? si va all’attacco
e in breve o muori o vai in trionfo”.


Quando finirà? In giugno, forse, e poi troverò un lavoro più soddisfacente. Anche quello che faccio adesso, non è così male: ma non è normale trovarsi a invidiare un senzatetto, anche solo per un minuto alla settimana.
Ho la sensazione, però, che non finirà in giugno, né in settembre, né più tardi: che continuerò a invidiare i senzatetto e i benzinai, gli assistenti universitari e gli autisti dei furgoni, e continuerò ad agitarmi inquieto nel mondo del lavoro, come il malato nella branda, fino all’età della pensione (quale pensione?) e anche oltre.

E come faccio a saperla così lunga? Facile. Ho letto Orazio, io.

A farla breve, senti
dove voglio arrivare:
se un dio dicesse: "Eccomi qui,
pronto a fare ciò che volete:
tu, da soldato, sarai mercante,
e tu, giurista, un contadino:
scambiatevi le parti
e via, uno di qua, l'altro di là.
Che fate lí impalati?"

Rifiuterebbero,
eppure avrebbero potuto essere felici.
Non ha forse ragione Giove
a sbuffare irritandosi con loro
e a sancire che d'ora in poi
non sarà piú tanto arrendevole
da porgere orecchio a preghiere simili?


Quinto Orazio Flacco, Sermones I, 1.

È commovente (e un po’ triste) accorgersi che duemila anni, il motore a scoppio, la penicillina, i pomodori e la cibernetica non ci hanno cambiato più di tanto.

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