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lunedì 19 maggio 2003

Chi volesse (come me) scrivere alla Bertolini, può copiare da qui.


Ricevo (da MD) e pubblico volentieri:

Carissimo Luigi,
ho ricevuto per telefono la notizia della tua partenza e mi sono mancate le parole. Sapessi quanto le ho cercate, le tue parole, ogni giorno, all'uscita dall'edicola. Speravo sempre di vedere il tuo nome nella colonna di sinistra, che per me era tua, per antonomasia, come il dieci di Baggio e il primo novembre dei santi. Oggi vedo per l'ultima volta il tuo nome e il tuo editoriale, le lettere del tuo cognome strano che ho imparato a indovinare a colpo d'occhio, senza bisogno di inforcare gli occhiali. Oggi spieghi che abbiamo perso, ma ho imparato anche a riconoscere nei tuoi pessimismi l'imperativo di una morale spietata, che non risparmia dolori e verita' per quanto siano invivibili, che non ha bisogno di illusioni per ridisegnare la mappa di cio' che rimane sempre da fare. I doveri civili e gli impegni della ragione vengono prima di qualsiasi contesto, sei stato anche tu a insegnarmelo, tu che li hai sempre buttati al di la' dell'ostacolo. E' la tua tremenda morale comunista, Luigi.

La morale di un gappista di diciott'anni che si ritrova a dover vendicare la morte di un fratello leggendario, spolmonato da una mina nazista mentre scendeva al sud per organizzare la Resistenza. Un fratello scomodo, bravissimo a scuola, precoce collaboratore della casa editrice Einaudi, traduttore dal tedesco, che piaceva alle ragazze e che i ragazzi seguivano come si seguono quelli piu' in gamba, con il cuore che batte. Un'autorita' morale, un'altra. Un fratello che prima di morire ti ha scritto una lettera che nei prossimi giorni andro' a leggere e a rileggere, nella quale ti spiegava che ci sono viaggi dall'esito incerto che bisogna comunque intraprendere, sacrificando tutto il resto.

Dopo gli anni de l'Unita', dove primeggiavi, ti hanno cacciato dal partito, tu e gli altri del Manifesto. Sono riuscito a trovare e conservo il primo numero della rivista mensile, quella del giugno del 1969, perche' io soffro anche per i ricordi degli altri. In quel numero c'e' un tuo articolo che finiva cosi': "Si tratta di promuovere uno schieramento di forze sociali e politiche convinte che una transizione al socialismo si presentera' nel giro di questi anni come alternativa unica e obbligata a nuove e piu' moderne forme di reazione". Le novita' in effetti non sono mancate, poveri noi. E tu le hai davvero accolte con l'inamovibile forza della ragion pratica, con la forza di chi non ha nessuna intenzione di commerciare, anche quando lo pretenderebbe l'aritmetica. Anche nell'ultimo editoriale parli dei nostri doveri. Dal primo all'ultimo articolo parli di loro, senza scampo.

Devi essere stato un padre difficile, caro Luigi, con tutti questi doveri. Sicuramente sei stato un padre sfortunato. Quando sei anni fa e' morto tuo figlio, che si chiamava come lo zio che non ha mai conosciuto. Poi sua sorella. "E' accaduto in poco tempo - leggo dal Nespolo - con la furia di un uragano, a un anno dalla morte del fratello a venti da quella della madre [...]. Era primogenita, la continuita', la memoria femminile. La madre mori' dopo lunga agonia, il fratello se n'e' andato quasi per suo conto, lei e' stata strappata con violenza. Il male ha una fantasia illimitata".

Il male ha una fantasia illimitata - dovevi pensare - e quindi noi dobbiamo averne altrettanta per starci di fronte. Ma allora non era piu' tempo che tu rimanessi qui con noi, Luigi, con un male tanto squallido da dividere il mondo in due e cosi' imbecille da gigioneggiare con il 25 aprile e le canzoni popolari. Tu non eri adatto per stare di fornte a questo male cosi' meschino e tribale, senza memoria e senso di civilta'. Cosa c'entravi piu', Luigi, con questo mondo in cui i doveri sono reati da condonare e la morale serve a confondere le erezioni di guerra?

Tu rappresentavi un'idea della vita caduta in disuso, costosa e spietata, che si paga di persona e in nome della quale, poche ore prima di andartene, non ci hai fatto, ancora una volta, nessuno sconto. "Le nostre idee - hai scritto per salutarci - i nostri comportamenti, le nostre parole, sono retrodatate rispetto alla dinamica delle cose, rispetto all'attualita' e alle prospettive". Parlavi di noi compagni, per l'ultima volta. E ne parlavi come nessuno, dall'altra parte, ha parlato, parla o parlera' mai di se stesso. Ci hai lasciato con questo nuovo imperativo, rilanciando cio' che dovremo essere oltre l'inimmaginabile, ma sempre con la passione della misura e della verita'. Quindi grazie, compagno Pintor, grazie di tutto e addio.

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