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mercoledì 21 maggio 2003

Il Vecchio della Montagna (e i suoi tifosi)

Ma Bin Laden, secondo voi?
Per me è morto. Non è che si possa scappare dall’Afganistan come da un cpt, quando sei il dializzato più famoso del mondo.
Ma soprattutto: se è vivo mostrerebbe il suo volto. Perché una volta mandava vhs e ora non più? La prova video mi sembra inconfutabile.

I ragazzi non sono convinti. Sono abituati a finali più all’altezza: non solo nei film il cattivo viene arrestato, ma perfino sui libri di testo c’è sempre un processo, o al limite un’esecuzione: sparano a Mussolini, Hitler si suicida. Ma Bin Laden è sparito nel nulla (e Saddam Hussein?)
E poi c’è una storia curiosa, che adesso vi racconto.


La favola di Giafar.

Era sul loro libro di lettura dell’anno scorso, penso fosse tratta dalle Mille e Una Notte, ma non sono più riuscito a trovarla.
Giafar è il servitore di un gruppo di Saggi, che passano lo loro giornate a piangere di qualcosa che è proibito chiedere. Da qualche parte c’è una porta che ovviamente Giafar non può aprire… avevamo appena letto Barbablù, e mi sembrava simpatico proporgli lo stesso tema in una fiaba orientale. Fotocopiai la prima pagina e gli chiesi di scrivere il seguito: Giafar apre la porta e… di solito incontra un mostro, poi uno più grosso, poi più grosso ancora, secondo la logica delle playstation. Però trovi sempre qualcuno con uno spunto geniale.

Nel caso di Ahmed (12 anni), sono gli stessi vecchi ad aprire la porta a Giafar. Gli spiegano che loro sono immortali a causa di un filtro, di cui però cominciano a scarseggiare gli ingredienti. Occorre varcare la soglie e andare a cercarli, per salvare la vita ai vecchi immortali. Bello spunto. Buono più.
“Ma Ahmed… come si chiama il capo dei Vecchi? Qui mi pare che ci sia scritto…”
“Osama. È un nome arabo”.
“Lo so. Non… non potevi usarne un altro?”
“Perché?”


Il Vecchio della Montagna

Chissà se Ahmed conosce la storia del Veglio della Montagna. Si tratta di una leggenda orientale che ha avuto un grande successo anche in Occidente, grazie a Marco Polo che se l’era fatta raccontare di passaggio in Persia.
È la storia di Aloodin, principe di una vallata tra due alte catene di monti, nella quale ha ricreato un piccolo paradiso terrestre con ogni ben di dio, comprese le ancelle compiacenti.
Invece di goderselo, il Veglio usa il suo paradiso per costruire un esercito di guerriglieri imbattibili. Come? Somministrando l’oppio a ragazzini innocenti, li fa svegliare nel suo giardino fatato:

Quando li giovani si svegliavano e si trovavano la' entro e vedeano tutte queste cose, veramente credeano essere in paradiso. E queste donzelle sempre stavano co loro in canti e in grandi solazzi; e aveano sí quello che voleano, che mai per loro volere non sarebboro partiti da quello giardino.

Invece la loro permanenza sarà breve: dopo un’altra dose di oppio, i giovani si risvegliano nel mondo normale. Incontrano il Veglio, lo scambiano per un profeta, gli raccontano di avere visto coi loro occhi il Paradiso.
Il Veglio spiega che ci possono tornare quando vogliono; non prima però di aver portato a termine una missione importante. Si tratta quasi sempre di assassinare un nemico di Aloodin. Assassinare: la stessa parola deriverebbe da Hascisc, la droga di cui i fedeli di Aloodin facevano ampio consumo.
Gli assassini di Aloodin sono i migliori: non temono la morte, anzi, l’attendono con gioia, una volta portata a termine la loro missione.

E quando lo Veglio vuole fare uccidere neuno uomo, egli lo prende e dice: "Va' fa' cotale cosa; e questo ti fo perche' ti voglio fare tornare al paradiso". E li assesini vanno e fannolo molto volontieri. E in questa maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio de la Montagna.

Ricorda qualcosa?
Il “Veglio”, è un personaggio storico, Hasan Bin Sabbah, un principe persiano coivolto nel XIII secolo in una guerra di successione e fondatore di una setta mistica, dedita tra l’altro all’“impiego a scopi mistici della canapa indiana”. Marco Polo, preoccupato di dare al lettore un finale all’altezza, termina il racconto con la cattura del Veglio e la distruzione del suo paradiso (Alotta per fame fu preso, e fue morto lo Veglio e sua gente tutta. E d'alora in qua non vi fue piú Veglio niuno).
La Storia vera è sempre più deludente. È vero, la fortezza di Bin Sabbah fu espugnata dal fratello di Gengis Khan. Ma questo soltanto molti anni dopo la morte del re degli assassini.

Il Veglio resta nella memoria collettiva, come falso profeta che plagia le sue vittime con finte promesse di immortalità. Una caricatura dell’Islam, che sembra concepita apposta per piacere agli ultras dell’Occidente. Ma prima di tutto è una leggenda orientale: dunque anche i musulmani conoscono il pericolo dei falsi profeti e dei falsi paradisi: ne parlano nelle loro leggende, lo raccontano ai bambini. Teniamocelo per detto.


Cosa vogliamo fare con gli arabi?

Dopotutto vivono tra noi. E questo è un dato di fatto, accettato anche dagli amministratori leghisti. Abbiamo bisogno del loro lavoro, delle loro tasse, dei loro figli, e tra un po’ avremo bisogno anche dei loro voti. Ma (senza ipocrisie) non siamo tanto contenti. Perché?
Perché loro non sono certo migliori di noi. E noi, diciamocelo, non siamo un granché.
Siamo persone pacifiche, ma allo stesso tempo, abbiamo bisogno che qualcuno da qualche parte nel mondo combatta per noi, per le nostre idee, per la nostra civiltà, per la nostra razza.
Abbiamo isolato un fazzoletto di terra in Medio Oriente e abbiamo deciso che lì si gioca lo Scontro delle Civiltà: kamikaze da una parte, bulldozer dall’altra. E tutt’intorno noi, con le nostre bandierine.
Noi no, non combattiamo, non possiamo permettercelo. Al massimo facciamo manifestazioni, mettiamo coccarde, teniamo un blog, tifiamo rivolta nel mondo democratico.
Non facciamo la rivoluzione: alle otto siamo in ditta. Ma ci andiamo con la maglietta del Che. Non facciamo la guerra anti-terrorismo: teniamo famiglia, siamo non belligeranti. Al massimo mettiamo una bella bandiera stelle e strisce al balcone e sfottiamo i pacifisti.

E gli arabi? Gli arabi non sono migliori di noi. Come noi, non hanno troppa voglia di combattere: tengono famiglia, hanno un lavoro o lo cercano.
C’è un precedente storico curioso: negli anni Cinquanta la guerra d’Algeria fu in parte finanziata dalle rimesse degli emigrati in Francia. Tanti algerini che avevano deciso di trasferirsi in Francia, allo stesso tempo pensavano che fosse giusto aiutare l’Algeria a diventare uno Stato indipendente. Lavoravano per la Francia e tifavano Algeria. I loro figli sono francesi, anche se non lo ammettono volentieri. Tornano nell’Algeria indipendente solo in vacanza.
Anche agli arabi capita di tifare per qualcosa o per qualcuno. Non dovrebbero? Certo, non mettono fuori le bandiere, coi tempi che corrono. Non hanno coccarde o magliette. Ma tifano. Non tutti, certo. E non tutti con la stessa intensità. Però tifano. Si capisce che tifano. Da uno sguardo, da un sorriso, da una battutaccia (forse che loro non possono dirne? Forse che noi non ne diciamo mai?), dal tema di un ragazzino di undici anni: tifano.

E allora? Vogliamo impedirglielo? Vogliamo costruire anche noi un bel muro di cemento, come Sharon? E dove lo faremo passare?
È pericoloso il tifo? È una domanda d’identità: loro certo ne soffrono più che noi. Certo, bisognerebbe andarci piano, con le identità, ma da che pulpito possiamo parlare, noi che non facciamo altro che sventolare bandiere?
La ricetta, alla fine, mi sembra sempre la solita e banale: offrire benessere, un’alternativa praticabile ai paradisi artificiali del Vecchio della montagna. Non dev’essere difficile, visto che è il miraggio del benessere che li ha attirati fin qui.
Possono lavorare con noi, studiare con noi, vivere una vita simile alla nostra. Se si sistemano bene non ci daranno nessun fastidio.
Ma continueranno a tifare Islam, ancora per un bel po’. E non possiamo farci niente. Dovremo tollerarli, come tolleriamo chi ancora tifa Mussolini, chi tifa Castro, chi tifa Berlusconi. Tutte persone che a parlarci non sembrano affatto stupide, anzi.
Non fanno male a nessuno. Ma tifano. In un angolo della loro giornata c’è lo spazio per un cappellino, una bandierina variopinta, un fischietto. Pare che sia una questione identitaria: il bisogno di partecipare a uno scontro di civiltà, almeno nel tempo libero.
E va bene, si porta pazienza. Però, secondo me, il problema non sono le civiltà. È lo scontro in sé che è incivile.

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