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giovedì 29 luglio 2004

Post noioso sulle Primarie

Allora: io ci ho pensato un po', e siccome non ho trovato da nessuna parte un'opinione da condividere (non ho neanche cercato molto, in verità), adesso scrivo la mia: le Primarie sarebbero una buona idea. Non ottima, buona.

Dopodiché, è molto difficile che qualcosa vada diversamente da quanto previsto, e che Prodi non risulti alla fine il candidato del centrosinistra. Il che significherà che il suddetto centrosinistra, in dieci anni, non è riuscito a trovare niente di meglio di Prodi. E al di là di Prodi – che non è malaccio, in fondo – niente di nuovo. La vision del centrosinistra è ancora quella del '96, per non dire del '94: vincere le elezioni, amministrare la cosa pubblica con un minimo di oculatezza in più degli avversari, occupare con più discrezione i posti che si possono occupare, sperimentare qualche riformina strategica (la riformina sulla scuola, la riformina sul federalismo, il pacchettino Treu, i centri di detenzione 'soft' della Turco-Napolitano… Non è escluso che stavolta tentino di costruire un ponticello mignon tra Reggio e Messina). Tutto nel tentativo di placare le ansie di quel famoso elettorato moderato che dovrebbe da un momento all'altro trasbordare da sinistra a destra, e che invece cinque anni dopo sarà tanto moderato da chiedere di smantellare scuola pubblica, dividere l'Italia, licenziare il licenziabile e cannoneggiare gli immigrati. E la vita continuerà, scandita dai rintocchi del pendolo: cinque anni di neoliberismo soft, bonus fiscale, cinque di neoliberismo hard, stangata. Tic, toc, ding, dong.

Sarebbe lecito aspettarsi di più, ma cosa? Guardiamoci intorno: l'Europa offre qualcos'altro? E la culla della democrazia? No, nient'altro. E poi cosa, esattamente? Non è solo un problema di aspettative: è un problema di immaginazione. E di saperla usare. Per dire, Roosvelt sapeva immaginarsi il New Deal: Kerry, probabilmente no. I politici europei del secondo dopoguerra li chiamiamo statisti, perché hanno saputo immaginarsi la Comunità europea: quelli di oggi restano politicanti, senza la capacità di immaginarsi nient'altro che sia un sistema di rotazione di poltrone a 25 (che è comunque molto ingegnoso, per carità). E più andiamo avanti nel sistema dell'alternativa, più la fantasia sembra scarseggiare, come nel calcio. Oggi l'unico grande fantasista politico resta George W. Bush, l'inventore della Giustizia Infinita: ma è quel tipo di fantasia che quando entra in attrito con la realtà fa le scintille.

Biasimare i governanti è sempre piacevole: ma guardiamo più in basso. Guardiamo a noi. Ce l'abbiamo, questa famosa fantasia? Sappiamo proporre qualcosa che non sia la solita rivoluzione (finta) le solite barricate (in plexiglass), i soliti proclami?
La mia sensazione è che il movimento, se è esistito, è stato molto meno fantasioso di quanto sembrava. Il che non gli toglie tutti i suoi meriti. Mentre i presidenti del G8 andavano ai pranzi di gala, il movimento ha puntato il dito sullo strapotere del WTO, sui rischi dell'accordo multilaterale sulle privatizzazioni, sulla finanziarizzazione dei mercati, sulle imminenti guerre per l'acqua. Prima dell'immaginazione viene l'informazione: il movimento ci ha tenuto informati. Poi, timidamente, ha formulato delle proposte.
Alcune, a distanza di anni, restano slogan dietro ai quali ci può stare di tutto (e probabilmente anche il contrario di tutto): il bilancio partecipativo, per esempio. Altre restano interessanti. Personalmente resto molto contento di aver partecipato alla campagna per la Tobin Tax, tre anni fa, perché se non altro era un'idea nuova. Qualcosa di non ancora tentato, e tentabile. In seguito non ci sono più state altre cose che mi abbiano dato lo stesso entusiasmo. È che di idee ce n'è poche, in giro: nel movimento, come nel centrodestra, come nel centrosinistra.

Adesso nel centrosinistra arriva l'idea delle Primarie, e secondo me è buona. Se non altro, per noi è qualcosa di nuovo. (Ed è una proposta, come si dice, partecipativa). Più dell'esito finale, più del ricambio ai vertici che ahimè, non ci sarà, o sarà minimo, a me interessa l'effetto che avrà sulla base.
Questa base, il famoso popolo dell'ulivo, non sa di essere base, non sa di essere popolo, e se lo sa preferisce dimenticarselo. La litigiosità del centrosinistra non è un problema di vertici. Anzi. Provate a convincere un rifondarolo che dovrà condividere il suo voto con un mastelliano (o viceversa). Eppure è quello che dovrà fare. E i Verdi con i seguaci di Di Pietro. E io con D'Alema, altri cinque anni con quell'individuo, è un ben amaro calice. Ma dovremo farlo, per mandare a casa Berlusconi, Calderoli, Fini, Giovanardi… e li vogliamo mandare a casa, no? Su questo almeno siamo d'accordo tutti, non è vero?

E allora le primarie potrebbero essere una specie di battesimo, un momento in cui scopriamo di essere tutti nella stessa barca, e che ci dovremo restare per cinque e più anni, e che c'è un limite a quel che possiamo chiedere agli altri (e a quel che possiamo concedere, ovvio). E se stavolta il risultato appare scontato; se alla fine dovremo semplicemente tenerci il candidato di dieci anni fa, non è detto che la prossima volta non vada meglio. Sarà importante aver creato almeno un precedente.

Mi rendo conto di dipingere un quadro che è molto insoddisfacente, soprattutto per chi sta più a sinistra del centrosinistra. Ma la responsabilità di chi è?
Abbiamo avuto anni di tempo per far valere le nostre idee, per concretizzarle in proposte, per proporre una nostra cultura a una base più ampia. Se in questi anni ciò è successo in misura molto parziale, non è soltanto perché di fronte c'erano i carabinieri in tuta antisommossa, o le tv su un altro canale. In realtà c'è molta gente che non chiede di meglio di qualche idea nuova. Il problema è che non sempre l'abbiamo avuta. Ora, il minimo che possiamo fare è metterci d'accordo con metà di questo Paese per tirarlo fuori dal fango – tutto intero, possibilmente. Abbiamo qualcosa di meglio da proporre? Sul serio: abbiamo qualcosa di meglio?

Questa è la mia opinione, e se l'avessi trovata da qualche parte mi sarei annoiato meno a scriverla.

lunedì 26 luglio 2004

La questione dei Parazzi

Quel mattino Teddi, il Neocone, ebbe un risveglio difficile.

Forse per via della pizza ai peperoni, o della lunga sessione serale al PC – sì, ma ne era valsa la pena. Il suo pezzo sulla Barriera Difensiva israeliana (Non è un Muro!) era diventato, paragrafo dopo paragrafo, un vibrante atto d'accusa contro i pacifisti neofascisti neocomunisti antiamericani e antisemiti. AmericaIsMyLove, IlikeAmerica e AmericaIsMyCountry lo avevano lincato immediatamente, il contatore era schizzato, e una ventina di lettori entusiasti erano venuti a complimentarsi nei commenti. Più qualche idiota di troll antiamericano e antisemita, prontamente ridicolizzato. Che serata di gloria.

Poi evidentemente i peperoni, rimasti fino allora in sonno, avevano cominciato a lavorarlo ai fianchi. A un certo punto Teddi aveva quasi rischiato di addormentarsi sulla postazione, il naso schiacciato sui pulsanti H e J. In un qualche modo era riuscito a spegnere tutto e a raggiungere la camera, buttandosi sul letto senza neanche lavarsi i denti. (Fortuna che Teddi era solito scrivere i suoi vibranti pezzi già in pigiama). La sveglia era già puntata, ma Teddi non la sentì. O meglio, non l'avrebbe sentita, se una mano sconosciuta ma ferma non lo avesse strattonato (e la luce del giorno filtrava già dalle persiane):

"Ehi, dico a lei!"
"Eh?"
"La sveglia è la sua, no? Quella che sta suonando".
"Sì… ma lei chi è, scusi".
"Già, non ci siamo ancora presentati. Mi chiamo Parazzi, ing. Parazzi. Lei probabilmente conosce la storia della mia famiglia".
"La storia di che?"
"Il famoso massacro dei Parazzi, durante la guerra. I miei parenti furono tutti sterminati. Io sono uno dei pochi superstiti. Una cosa orribile".
"Mi dispiace".
"Ha detto Mi dispiace per cortesia o perché le dispiace veramente?"
"Ma… io…".
"Va bene, prendo atto che lei non è molto informato sulla strage dei Parazzi, e che al di là di qualche svogliata formula di cortesia non sa andare".
"Scusi, è che sono ancora un po' intontito, vede, mi sveglio e mi trovo uno sconosciuto in casa…"
"A proposito di questo, devo dire che lei di prima mattina è veramente uno spettacolo indegno".
"Sì?"
"Ma dico, si guardi, barba sfatta e occhio stralunato. E dormiva sopra le lenzuola".
"È estate, fa caldo… Se adesso per cortesia mi fa andare in bagno, mi sistemo un po', e poi…"
"No, non la faccio andare in bagno".
"Che cosa?"
"Vede, il fatto è che adesso in bagno ci abito io".
"Come sarebbe a dire che ci abita lei, scusi?"
"Mi sono introdotto nottetempo, tanto non c'era nessuno".
"Come non c'era nessuno! C'ero io".
"Veramente lei non c'era, era in camera da letto e ronfava senza nessuna dignità. Bagno, corridoio e cucina erano del tutto disabitati".
"Pure la cucina!"
"Sì, ma non si preoccupi, ho vuotato il frigo. Io non mangio le sue schifezze".
"Ma scusi, lei è un ladro!"
"Ecco, vede? Il solito pregiudizio contro noi Parazzi. Io l'avevo capito subito. Evidentemente lei è un complice dei barbari assassini della mia famiglia".
"No, guardi, lasci stare la sua povera famiglia, io dico che il ladro è lei! Non si entra nottetempo in casa d'altri occupando le stanze vuote! È una violazione della proprietà pri…"
"Ueee, che paroloni! Mi pare che non sa di cosa sta parlando, signor… signor…"
"Teddi".
"Bah, che nome. Vede, la mia povera famiglia ha una lunga storia, che ci tramandiamo di generazione in generazione. Mica come lei, che manco sa dove stava il suo bisnonno".
"Veramente sì!"
"Non mi interrompa, non mi interrompa, non è gentile da parte sua. Dunque, vede questo libro che ho qui? È la ristampa di un codice catastale del sec. IX, e stabilisce senza ombra di dubbio che a quel tempo un mio antenato viveva qui, in comodato d'uso perpetuo, per cui…"
"E quindi lei è venuto qui sulla base di un documento di secoli fa?"
"No, guardi, io sono un uomo laico e spregiudicato".
"Me n'ero accorto".
"Attento, però, rischia di offendermi. Se le devo dire la verità, non do molto credito a questi vecchi codici, sono tutte leggende. Il vero motivo per cui ho scelto di vivere qui è che la posizione è buona, c'è tanto spazio, un sacco di luce, un bel giardino, e lei è un poveraccio senza dignità che non chiede meglio di essere estromesso definitivamente".
"Non è vero!"
"Vedrà, vedrà che non mi sbaglio".
"No, no, lei si sbaglia davvero. Primo: io non sono un poveraccio".
"Ah no? Si guardi, sono le otto e non si è ancora tolto il pigiama. Non può andare in bagno a lavarsi perché per ragioni di sicurezza non la faccio passare. Non può andare in cucina a farsi il caffè. Teoricamente non potrebbe neanche raggiungere il pianerottolo per andare a lavorare, ma siccome mi sento generoso le farò pagare un pedaggio".
"Ah, grazie mille":
"Prego. Vede che possiamo vivere in pace?"
"Ma no, ma neanche per sogno! E poi, scusi, lei dice che qui c'è un sacco di spazio? Ma non è vero, è un monolocale".
"Per lei è un monolocale. Io lo trasformerò in un superattico, vedrà".
"E dice che c'è un sacco di luce? Ma c'è solo un pozzetto interno, e ci cagano i piccioni".
"I piccioni venivano a cagare perché ci abitava lei, vedrà che con me muteranno atteggiamento".
"E non è in una buona posizione! Assolutamente!"
"Ah no?"
"No, perché il condominio è pieno di amici e parenti miei, e mi basta arrivare al citofono e fare un paio di chiamate, e ci sbarazziamo di lei. La buttiamo sul marciapiede".
"Ah, passiamo già alle minacce, eh? Allora, lasci che le spieghi come andranno le cose. Vede, sul pianerottolo ci sono già i pezzi puntati sulla tromba delle scale".
"I pezzi? Che pezzi?".
"L'artiglieria. Per quei cialtroni dei suoi vicini non c'è nessuna possibilità. A meno che non cerchino di circondarmi dal tetto".
"Ecco, già".
"Ma sarebbe una pessima idea, il tetto è minato".
"Minato? Il tetto? È stato lei?"
"Avrò ben il diritto di difendermi, scusi".
"Ma come fa ad avere tutte queste armi, non è mica legale".
"Diciamo che ho uno zio molto potente che… è nel commercio e mi fa… mi fa dei prezzi di favore. Lui ha molto a cuore la causa di noi Parazzi".
"E non ce l'ha una casa, lui?"
"Scherza? Ha una casa enorme, un giardino immenso, sei bagni, due terrazze…"
"E perché non la ospita lui, invece di venire a rompere me?"
"Lei non mi capisce proprio, ma non è una novità. Nessuno capisce noi Parazzi. Anche lei, mi conosce da cinque minuti e già vuole mandarmi via. Ha detto che vuole "ributtarmi sul marciapiede". Non ha nessun rispetto per la mia tragedia famigliare".
"Senta, a me dispiace, onestamente mi spiace per la sua famiglia, ma questo non le dà il diritto di entrare in casa d'altri e puntare l'artiglieria sui vicini".
"Lei è come gli altri. È un complice di quei barbari assassini. Ma adesso è finita. È giunta l'ora che i Parazzi abbiano una loro casa".
"Ah, perché lei non è da solo?"
"No, ora conto di invitare tutti i Parazzi superstiti sparsi nel mondo a venire a vivere qui".
"A vivere qui? In un bagno, una cucina e un corridoio? Sotto un tetto minato, con l'artiglieria puntata sulla tromba delle scale? E lei pensa che verranno?"
"Verranno, verranno, questo è l'unico posto dove i Parazzi possano sentirsi al sicuro. E poi gliel'ho detto, conto di allargarmi".
"Se è per questo, anch'io stavo per chiedere alla mia ragazza di venire a stare qui".
"Se vuole un consiglio, lasci perdere. Non si riproduca. Lei è un essere inutile. Si estingua".
"E invece ho proprio intenzione di riprodurmi, e tanto, anche, e quando questa casa sarà piena di figli miei, la vedremo".
"Sa che fine faranno, i suoi figli? Un po' di loro cresceranno violenti e indisciplinati, non avranno nessun rispetto per lei che non ha saputo riconquistare il suo appartamento, e verranno da me a farsi ammazzare. Un po' di loro verranno invece a lavorare per me… sa, ci sono tante faccende da fare in questa casa. Un altro bel po', esasperato, andrà a stare a casa dei suoi vicini, che non sanno dirle di no. Ma a un certo punto i suoi vicini non ne potranno più, molleranno i suoi figli e le sue cose per strada e verranno qui da me a firmare una pace separata".
"No, non lo faranno".
"Vedrà, vedrà".
"Ma sono amici miei".
"Certo che sono amici suoi, adesso. Ma da qui a qualche anno lei sarà un vecchio pazzo sporco fanatico e disoccupato, senza bagno né cucina, e nessuno avrà molto interesse ad aiutarla. Tante parole, pochi fatti. Invece i miei parenti avranno bagno, cucina, uno zio molto potente e il dito sul grilletto. Si fidi di me. E adesso si sposti un po', per favore".
"Che cosa sta facendo con quei mattoni?"
"Che domande, mi sto difendendo. Lei è un individuo pericoloso, peraltro invischiato nella barbara strage dei miei parenti. Il minimo che posso fare è tenerla sotto stretta sorveglianza".
"Non ci posso credere! Lei sta alzando un muro! Sta alzando un muro in camera mia!".
"Dio, che pregiudizi, che ignoranza, che odio. Non è un muro, vede? Vede questi pali? Vede questi cavalli di frisia? Vede questo filo spinato? È una barriera difensiva in tecnica mista. Un po' cemento e un po' legno. Lei non ha il diritto di chiamarlo muro".
"Domando scusa. No, volevo dire… ma perché lo costruisce in camera mia?"
"Certo che lei è ben sciocco. Se devo difendermi da lei…"
"Ma lo faccia almeno nel corridoio. Aveva detto che la camera da letto restava a me".
"Ah, allora riconosce il mio diritto a insediarmi nel corridoio".
"No! Io non riconosco un bel niente".
"Lo vede? Lei è contro di me, in partenza. Sotto sotto lei vuole sempre ributtarmi sul marciapiede. Io vorrei vivere in pace con lei, ma non vedo come. Onestamente non vedo come".
"Ma io devo uscire di qui! Devo andare a lavorare!"
"Passi dalla finestra. Attento, però, perché se la vedo arrampicato su una grondaia in atteggiamento minaccioso, sparo. Lei non mi lascia nessuna alternativa".
"Ma lei è un pazzo!"
"Io non sono un pazzo! Io sono una persona che ha vissuto un terribile trauma famigliare, non capisce?"
"Lo capisco perfettamente".
"Ma questo non vuol dire che io non l'abbia superato. Ora io sono perfettamente consapevole di me, e non soffro di nessuna mania di persecuzione! Sono gli altri che hanno la mania di perseguitarmi! È diverso!"
"Lei è un pazzo".
"Ma non capisce. I miei nonni. I miei zii. I miei cugini. Tutti morti, tutti. E lei dov'era? Perché non ha fatto niente? E perché non piange con me? Pianga almeno con me".
"Sento che le sto per dire qualcosa di orribile, di cui in seguito mi pentirò".
"La dica, la dica, tiri fuori tutto il suo odio, faccia vedere al mondo che individuo orribile è".
"Forse ha ragione, forse sono un individuo orribile, ma per un attimo ho pensato: ma tra tutti i suoi poveri parenti, doveva per forza salvarsi il più srtrrrrrrrrrrrrrrring!

Rrrrrrrrrring!
Rrrrrrrrrring!



In quel momento Teddi, il neocone, aprì gli occhi, vide la sua camera illuminata dal sole delle sette, il poster di Ronald Reagan, le viste della skyline di Mahattan prima e dopo la cura, e anche se non era una camera molto grande, si sentì inspiegabilmente sollevato.
Doveva aver fatto un sogno orribile, ma non lo ricordava.
Probabilmente uno di quei maledetti troll necomunisti neofascisti antiamericani antisemiti lo aveva perseguitato nel sonno, con le sue obiezioni capziose, finché lui non era sbottato e non aveva pronunciato una frase orribile, davvero orribile, di cui ancora si vergognava. Era strano vergognarsi di un sogno. Almeno nei sogni uno dovrebbe essere libero di pensare tutto quello che vuole, senza dover spiegare niente a nessuno.
Dal soggiorno veniva un ronzio familiare. Merda! Il Pc era ancora acceso. Si era piantato durante la chiusura, macchina di merda. Maledetto Bill Gates.
Ora andava riavviato. Teddi lo riavviò. Il monitor si spense e subito si riaccese, visualizzando il monumento a Saddam Hussein strattonato dai marines, mentre la folla applaude. Bei tempi, quelli. Teddi fu quasi tentato a connettersi. Perché no? È ancora presto. Giusto per vedere se qualche coglione ha replicato al mio vibrante post…

…ma mentre il mouse si avvicinava all'icona di explorer, Teddi sentì una fitta lancinante allo stomaco. Maledetti peperoni.

giovedì 22 luglio 2004

Trattoria kid

Allora sto lavorando a questo libro inglese sul calcio, no? Sentire gli inglesi parlare di calcio è strano. I primi mesi ti convinci che non ne capiscano niente. Col tempo ti viene il dubbio che siamo noi a non capirne niente, ma è solo una variante della sindrome di Stoccolma. Se m'avessero dato un libro sui democristiani, adesso rimpiangerei Remo Gasperi e calcolerei la convergenza delle parallele.

Il libro in realtà è finito da un pezzo, ma stavamo aspettando gli aggiornamenti su Euro 2004. Sono arrivati. Niente grandi sorprese: Wayne Rooney è la rivelazione del torneo (e vabbè), Sol Campbell il miglior difensore del mondo (maddai), Beckham ha bisogno di tornare in sé ( Had his head on upside down… Sort your life out, son, we need you.), Owen "non è ancora finito". E gli italiani? Un gioco di parole atroce sulla saliva di Totti, un po' di moralismo sulle accuse a Svezia e Danimarca che, provenendo da una nazione "tristemente nota per gli scandali scommesse e la corruzione" non farebbero testo. Una citazione da Buffon che mi ha messo in crisi. Una delle poche cose che pensavo di avere imparato dagli Europei è che Buffon è in grado di dire cose sensate davanti alle telecamere, il che è da pochi. Beh, dopo l'eliminazione avrebbe detto le seguenti parole:

"I'm bitter and slightly embarrassed, not for me, but for them. I hope the players’ children didn’t watch the match, otherwise they would have been corrupted"

La prima parte della frase mi suona, la seconda proprio no. Mi sembra esagerata, davvero mi dispiacerebbe che Buffon l'avesse detta. Ho fatto una ricerca in rete, senza trovare nessun accenno alla corruzione minorile dei pargoli scandinavi. Può darsi che una banale mezza frase in italiano sia diventata molto più pesante nella traduzione inglese: adesso, rimettendola in italiano, rischio di appesantirla ancora di più.

Che altro? Ah, già, c'è l'Uomo. Ebbene, nella nazionale degli undici flop degli Europei (James, Ferreira, Desailly, Nowotny, Van Bronckhorst, Beckham, Del Piero, Totti, Wiltord, Raul, Trezeguet), Christian Vieri non c'è. Infatti è in panchina. E sentite un po'.

Christian Vieri. Italy have been unable to find a suitable replacement for Vieri for years. Never quite top drawer, he’s been their best bet. Now they can rest easy and get some fat bloke out of a trattoria to play. At least fat bloke will show some commitment and pride in the shirt.

Che altro aggiungere? Standing ovation, come si dice in questi casi.
(Sarà solo un po' difficile tradurla).

martedì 20 luglio 2004

IMPORTANTE. Scusate, stasera è alle 20, non alle 19.00

Autoclip

La prima volta che vidi L'Odio (il film, intendo), ero con un mio amico, e a un certo punto mi resi conto che il mio amico credeva che si trattasse di un film storico, sul serio, una ricostruzione degli anni '70.

Non aveva tutti i torti, perché in fin dei conti è un film in bianco e nero, e il bianco e nero mette sempre della distanza tra noi e le immagini. E all'inizio, se ricordo bene, c'è un bel reggae su scene di barricate. Il reggae, le barricate, ci sembravano cose lontane. Il bianco e nero ci aiutava a tenerle lontane.

Io, parlando di Genova, vorrei sforzarmi di non patinare nulla, di non virare tutto in bianco e nero, di non mettere nessuna cornice: perché queste cose sono successe a noi, proprio a noi, che eravamo pigri e accaldati tre anni fa, proprio come stasera. Ed è vero che sembrava il Cile, ma sembrava anche, terribilmente, un qualsiasi pomeriggio afoso di luglio, e si poteva essere incerti se andare alle barricate o andare al mare. Ed è vero che c'erano barricate e striscioni e scritte ai muri, ma sugli stessi muri, ovunque, sorrideva indifferente Megan Gale, proprio come stasera. Ed è vero che si cantava Manu Chao e Bella Ciao, ma la canzone che più si sentiva dalle finestre rimaneva sempre...

C’e solo una cura
io so che lo sai

2. Italiano. Percosso con pugni in faccia e calci alla schiena prima di entrare in cella, e poi in cella con pugni alle costole

è una stanza vuota
io mi fiderei
veniva ancora percosso all'interno della cella a opera di agenti che stringevano più forte i laccetti ai polsi, lasciati ingiustificamente mentre si trovava all'interno della cella
Bravo, puoi capire
cose che non vuoi
5. gli afferravano le dita della mano sinistra e poi tirando violentemente le dita stesse in senso opposto in modo da divaricarle, riportava lesioni: ferita lacero contusa di 5 cm. tra  il terzo e quarto raggio della mano sinistra
sei il tuo guaritore
sei nel tuo mondo...
minacciato: "Se non stai zitto, ti diamo le altre" mentre gridava per il dolore in seguito alla mancata anestesia durante la sutura della lacerazione "da strappo" alla mano.
RIT. Dammi tre parole: sole, cuore e amore
dammi un bacio che non fa parlare
42- Minacciata col manganello contro la bocca ferita, con la cantilena "Manganello, manganello", e derisa per la paura dimostrata 
è l’amore che ti vuole
prendere o lasciare
stavolta non farlo scappare
81. Subiva minacce anche a sfondo sessuale da persone che stavano all'esterno: "Entro stasera vi scoperemo tutte".
Solo le istruzioni per muovere le mani
non siamo mai così vicini
aaah, ahhh
36. Costretta a rimanere, senza plausibile ragione, numerose ore in piedi, con il volto rivolto verso il muro della cella, con le braccia alzate oppure dietro la schiena
Parla a voce bassa
spiegami che vuoi
sai ne è pieno il mondo
di mali come I tuoi
Percossa ripetutamente con manganellate alla testa  e alle spalle, caduta a terra, percossa con calci alla schiena e al petto, presa per i capelli e sollevata, calciata in mezzo alle gambe, sbattuta contro un muro
slacciati la faccia
ha rabbia il gatto che
gioca con la buccia
e gira in tondo
manganellata ancora e presa a calci al petto e al ventre, successivamente trascinata per i capelli lungo alcune rampe di scale, colpita ancora da tutti i lati con manganelli 
RIT. Dammi tre parole: sole, cuore e amore
dammi un bacio che non fa parlare
Uno due tre viva Pinochet
è l’amore che ti vuole
prendere o lasciare
stavolta non farlo scappare
(trauma toracico addominale, fratture costali con pneumotorace a destra e contusione polmonare, trauma cranico, contusioni multiple, lesioni gravi per il conseguente indebolimento del 30% della funzione respiratoria e della locomozione del braccio e del collo)
Solo le istruzioni per muovere le mani
non siamo mai così vicini
aaah, ahhh
49. Costretto a marciare nel corridoio della caserma e ad alzare il braccio destro in segno di saluto nazista
Tra la terra e il cielo
e in mezzo ci sei te
Carlo Giuliani è stato ucciso da un sasso scagliato da un manifestante, che ha deviato una pallottola sparata in aria da un carabiniere su un defender in movimento 
a volte è solo un velo
un giorno, un fulmine
Carlo Giuliani, il mattino del 20 luglio, voleva andare al mare 
se hai dato, dato, dato
avuto, avuto, avrai
oggi è già piovuto
dove sei, dove sei, dove sei..
Sin da bambino ho guardato video musicali, e a volte, quando ascolto una canzone, gioco ad associare le immagini, è come se montassi un video dentro la mia testa.
RIT. Dammi tre parole: sole, cuore e amore
dammi un bacio che non fa parlare
è l’amore che ti vuole
prendere o lasciare
stavolta non farlo scappare
Solo le istruzioni per muovere le mani
non siamo mai così vicini
Il mio video personale di questa canzone finisce con le immagini di Carlo, che il 20 luglio alla fine decide di  andare al mare, si tuffa, nuota, e vive, vive e prende il sole insieme a noi

lunedì 19 luglio 2004

Ehi, che fai con quelle scatole

Più o meno un paio di anni fa, per via di una serie di complicate circostanze, ho incontrato una persona.(Succede).

In seguito mi sono rivisto con questa persona piuttosto spesso.

Poi, sabato verso mezzogiorno, questa persona è arrivata qui con un paio di scatoloni, e da allora non c'è verso di schiodarla. La cosa un po' mi spaventa. Adesso è di là che dorme, credo.

D'altro canto, le sue motivazioni (per esempio, che paga metà affitto già da un pezzo) mi sembrano inoppugnabili, così credo che me la dovrò tenere, nella buona e nella cattiva sorte, etc. Scusate se vi scrivo queste cose, certo voi non venite qui per farvi i fatti miei, ci mancherebbe.

Ma questo dovevo per forza segnarmelo, perché da oggi scriverò meno. Di sicuro non scriverò più tutte le notti. Lo so che lo dico sempre, ma stavolta è diverso. Credo che capirete. È stato bello, ma adesso buonanotte. E sogni d'oro. Io vado di là.

venerdì 16 luglio 2004

Interrompiamo le prediche lunghe e seriose con un po' di mondanità: martedì prossimo, allo Juta di Modena, c'è l'imperdibile Serata-Blogout.

Blogout è il celebre libro sui di blog che non ha più bisogno di presentazioni, almeno a Modena. E infatti non lo presenteremo. A partire, mboh, dalle 19, aperitivo accompagnato dalla musica dei digei più fighi from Bologna: Enzo, il punto G della scena indie italiana, e l'Ingegnere dei cocktailz, La Laura. Ci sarà così modo di verificare le voci insistenti che parlano di un flirt tra i due. O no?

Codesti diggei (nonché collaboratori della prestigiosa rivista Losing Today) legguchieranno, insieme a chi vi parla, qualche brano di blog tra un mp3 e l'altro, cercando di non prediligere sempre i soliti Leonardo e Polaroid e di farsi offrire più Negroni possibile per intanto. Poi, verso le, mah, le 21, in compagnia del grande Jonathan alla chitarra (reduce da una trasferta nel Nuovo Mondo), comincerà il reading vero e proprio. Finché non ci diranno di abbassare il volume, perché sennò i vicini di casa intensificano la quantità delle denunce, il che potrà avvenire, che ne so, intorno alle 23, ma anche più tardi.

Così, ricollegandosi ai discorsi di ieri: ma gli abitanti che si scandalizzano per il rumore serale, preferivano il vecchio spacciatoio? Allora sì che si dormivano sonni tranquilli. Non una mosca, volava. Un bel mortorio. Ah, i bei tempi andati.

Ora invece c'è sempre qualche motivo per uscire e far rumore, che scandalo… A proposito, se venite, controllate che il negozietto di borse e indumenti fatti a mano di fianco al Kebab sia aperto. Se lo è, comprate, comprate, fidatevi, le quotazioni stanno per salire. Il negozio si chiama Bee, e produce artigianalmente le borse migliori di Modena e del mondo tutto. (E può anche darsi che mi faccia uno sconto, adesso).

Il libro, la rivista, le borse... mi sono scordato qualcosa?

Dove sia la Piazzetta della Pomposa, non ve lo spiego più. L'ultima volta che vi ho dato qualche spiegazione ormai finivate sui binari FS. Tanto a Modena più di tanto non ci si perde. Andate verso il centro, chiedete dov'è il Piazzale Novi Sad (quello del Pavarotti & Firends), parcheggiate lì, chiedete dov'è la Pomposa.

Se non vi rispondono perché non sanno la vsa lingua, chiedete dove potete trovare del fumo.

Il fumo, comunque, nuoce gravemente alla salute.

giovedì 15 luglio 2004

Invito a uscire di casa (Continua da ieri)

Ma ora smettiamo di pensare ai francesi, pensiamo un poco a noi. C'è qualcosa che possiamo imparare, dai loro errori? Forse sì, anche se la situazione è molto diversa.
Una cosa sola, almeno: niente ghetti. Mettere tutti gli stranieri insieme, nello stesso quartiere, è come seppellire in periferia una bomba radioattiva innescata. Se non esplode, comunque contaminerà per miglia e miglia, e per generazioni e generazioni. Peraltro, lo stiamo già facendo: ci sono proprietari di condomini che si sono specializzati nell'ospitare solo stranieri (che si lamentano meno e a volte pagano di più). Di qui alla classe separata per studenti islamici il passo è breve – ma lo stiamo già facendo. E non dobbiamo farlo. Gli immigrati devono capire che, se vengono accettati qui, devono accettare alcune regole, tra cui la scuola dell'obbligo. Aconfessionale.

Il problema è che se le vogliamo far rispettare a loro, le dobbiamo accettare anche noi. E rinunciare a qualcosa: ai simboli confessionali nelle aule, sicuramente. I cattolici che pretendono finanziamenti dallo Stato per le loro scuole confessionali, devono farci una croce sopra: altrimenti tra una generazione Lo Stato dovrà assistere qualsiasi minoranza con l'uzzo di avere la propria scuola religiosa: islamica, confuciana, buddista, indù… Gli arabi di Milano che volevano la classe segregata, in fondo, hanno le stesse pretese di una setta molto diffusa nella loro zona, i ciellini. Dobbiamo saper dire no agli uni e agli altri.
E mettere certe cose in chiaro: a chi lavora in Italia, dopo tot mensilità, sia riconosciuta la cittadinanza, il diritto di voto e il dovere di mandare i figli alla scuola dell'obbligo. Se invece continuiamo ad aver paura di riconoscere diritti agli stranieri, è inutile che pretendiamo da loro dei doveri. Se non gli diamo i diritti, il minimo che possono fare è rifugiarsi nel quartiere, nel ghetto, dietro la tonaca del mullah di turno.

Niente ghetti: ma ne abbiamo il coraggio? E siamo sicuri che i ghetti non ci facciano comodo? Di sicuro ci forniscono cose di cui abbiamo bisogno: manodopera sottopagata e allarme sociale. Il Nordest è un modello, in questo: ha riempito fabbriche e cantieri di stranieri, e ha votato la Lega, ha chiesto lo sceriffo di quartiere, la telecamera di circoscrizione. E che affari per i venditori di porte blindate. Siamo entrati tutti in un ghetto, non solo gli stranieri. Ognuno è entrato nel suo.
Il ghetto, del resto, non è un cerchio su una carta topografica. Il ghetto è un mondo mentale. È l'invenzione di un'identità in cui ci possiamo rifugiarci, quando ci fa comodo. E sentirci accerchiati dai nemici. Nemici immaginari, come gli ebrei per i magrebini francesi. O come gli antisemiti per i filoisraeliani, francesi e italiani. Il problema di un ragazzino che ti dà dello "sporco ebreo" senza sapere cosa sia un ebreo, è lo stesso problema di una ragazza francese che si fa incidere delle svastiche sul corpo per mimare un'aggressione inesistente. È lo stesso problema della Fallaci che si sente accerchiata dal terribile Califfo. È lo stesso problema dei blog neoconi, sempre accerchiati da una sequela di nemici immaginari, comunisti poscomunisti fascisti nazisti ulivisti terroristi pacifisti antisemiti. Questa gente ha bisogno di un nemico da cui nascondersi e contro cui inveire, e lo fabbrica come può: mette insieme nozioni di storia, stralci di cronaca, luoghi comuni, bugie, tutto fa brodo.

Questi moderati paranoidi, che di solito viaggiano in gruppo per farsi coraggio, hanno bisogno della paura, hanno bisogno dell'odio, esattamente come noi abbiamo bisogno della speranza: per andare avanti. Odiare e sentirsi odiati è pure un modo di esistere. E se in tanti mi odiano, mi guardano scuro, vogliono svaligiarmi, aggredirmi, è perché io sono prezioso. Evidentemente, ho una grande Cultura, una grande Identità da difendere.

***

Rimane da rispondere alla prima domanda: cosa ci facevo là, a mille km da casa, in un quartiere dove non si parlava la mia lingua e la mia pelle sembrava mandare luce a distanza? Con scarpe mai viste in giro, e un ridicolo cesto di biancheria che istintivamente stavo difendendo col gomito alzato, a mo' di palla ovale?

Si trattava, con ogni probabilità, di una prova di coraggio: un tentativo, tra tanti, di diventare adulto. Tentativo sfortunato, perché chi ha bisogno di mostrare a sé stesso il proprio coraggio, evidentemente è un fifone. Però non mi sento di buttare tutto via. Nell'occasione, ad esempio, ho gestito la situazione abbastanza bene. Intanto, era chiaro che non mi avrebbero fatto niente. Non mi avrebbero rovesciato il cesto, non mi avrebbero tenuto fermo e aggredito, il loro unico obiettivo era dare aria ai denti per impressionare due ragazzine.

Allora ho alzato gli occhi a quello dei due che aveva parlato, e ho fatto un passo, forse due, verso di lui. I passi erano importanti. Significavano: non ho paura. Tu, però, hai detto una cosa, e adesso te ne prendi la responsabilità. Non puoi pretendere che io scappi via, per soddisfare il tuo stereotipo di uomo bianco senza palle. Io non sono uno stereotipo, sono un uomo, mi vedi? Non sono una categoria astratta, non sono un ebreo immaginario, sono qui davanti a te. E gli ho chiesto cosa avesse detto. Siccome ero uno straniero, avevo il diritto di farmelo ripetere.

Ma parlando, il tizio si è accorto di una cosa a cui io stesso non avevo pensato, e cioè: che ero davvero uno straniero. Il mio francese non era esattamente francese. E se io non ero un vero francese, ma perbacco, ero uno del quartiere, tante scuse, non volevamo offendere. Italiano? Forti gli italiani! Baggiò, Vierì. Sul serio ti chiami Leonardo? Come l'attore?

***

Molti quartieri sono davvero pericolosi, e forse irrecuperabili. Ma in principio c'è stato il momento fatale in cui ci si è sigillati in casa e si è rimasti a guardarli dalla finestra. Una delle spiegazioni più banali del caso Fallaci, è che vive in alto, con troppa aria condizionata.
Io non consiglio a nessuno di cercare di fraternizzare con squadre di teppisti, ma non andare in panico per un paio di ragazzini dalla faccia scura mi sembra il minimo. Consiglio di tenere alta la testa e rivolgere la parola, semplicemente. E mettere il naso fuori di casa più spesso, viaggiare, valutare la possibilità di cambiare nazione, paese, cultura, identità: se dall'Italia fuggono i cervelli, perché noi dobbiamo restare indietro?
Sulle basi di una premessa: la nostra identità non è un granché. La nostra cultura non è un granché. Nulla che valga la pena veramente 'difendere'. È un insieme di nozioni imparaticcie, ricette di cucina e jingles pubblicitari. Nessuno ne è invidioso. Nessuno vuole cancellarla. Chi viene qui, è perché spera di trovare lavoro, vitto, alloggio. E molto spesso ne trova.
Poi, appena sistemato, succede che anche lui reclami il diritto alla propria sacrosanta cultura: le sue nozioni imparaticcie dal suo libro sacro, la sua cucina, la sua tv. E i suoi nemici immaginari, come i perfidi ebrei. A questo punto noi dovremmo avere il diritto di chiedergli di rinunciare a qualcosa: il couscous sì, l'antisemitismo no.

Ma – questo è il punto – anche noi dobbiamo rinunciare a qualcosa. E non ci va.

(Basta, finito, continuate voi).

mercoledì 14 luglio 2004

Histoire d'HLM, 2 (continua da ieri)

In materia di integrazione, la Francia sconta tuttora una serie di peccati originali.
Il primo è stato il colonialismo, naturalmente: i francesi hanno colonizzato, "civilizzato" il maghreb, portando la loro lingua e la loro cultura. Poi se ne sono andati, e a quel punto i magrebini gli hanno reso la pariglia. Sapevano già la lingua, sapevano di poter trovare condizioni di vita migliori: a quel punto l'invasione era inevitabile. Carlo Martello fermò gli arabi a Poitiers. Storia vecchia. Io stavo appunto sopra Poitiers, in un quartiere quasi tutto arabo.

Il secondo peccato originale è stato lo sfruttamento del dopoguerra. Perché, a parte i soliti brontoloni da destra, questa invasione magrebina ha trovato i francesi consenzienti. In quel periodo i magrebini erano un ottimo affare. Non cercavano rogne, lavoravano duro, e accettavano di vivere in condizioni pietose, baraccopoli tra pioggia e fango. L'hip hop era lontano mille miglia: l'immigrato arabo-tipo era un manovale olivastro coi baffi. Il terrone di Francia, precisamente.

Questo operaio di poche parole, magari mandava un po' di soldi francesi al FLN che lottava per l'indipendenza dell'Algeria. Così, proprio mentre in Algeria francesi e magrebini si facevano la guerra (guerra di indipendenza, di identità, di religione), in madrepatria scoprivano di aver bisogno l'uno dell'altro, per costruire, guadagnare, vivere con più dignità, arricchirsi. Questo è il grande paradosso del Novecento: la maggior parte delle Patrie sono nate quando ormai erano inutili (la Palestina, quando nascerà, sarà lo Stato dei manovali sottopagati d'Israele).

Che questo operaio brigasse per portare in Francia moglie e figli, era comprensibile. Che una volta arrivata la moglie, la segregasse spesso nella baracca, era ineluttabile. Che insieme marito e moglie risparmiassero per uscire dalla baracca e ottenere un pezzo di hascelem in affitto, era già un po' sorprendente, ma dopotutto, perché no? Così, lentamente, gli arabi hanno conquistato le case che avevano costruito. Una ben misera conquista, ma ce n'est qu'un début.

Nel quartiere crescono i figli, e poi i figli dei figli. La seconda generazione è sempre la peggiore, come tra 5-10 anni cominceremo a sperimentare. È la peggiore perché non ha rispetto, anche se se ne riempie la bocca fino a scoppiare. Anche se è nata in Francia, non si sente "francese", non si vuole chiamare "francese", i "francesi" sono quelli che abitano fuori dal quartiere e che ti guardano male, cos'hanno da guardare?
In realtà non hanno una nazionalità, una lingua, un'identità: ne hanno due. Questo gli permette di giocare al gioco più subdolo della multiculturalità: l'identità elastica. È un gioco che facciamo anche noi, quando ci capita di avere un erasmus, o un parente straniero, o un qualsiasi quarto di estraneità. Giochiamo ad avere una "cultura" diversa, a chiamarci fuori. Magari a sentirci un po' esclusi.

Questo gioco lo si può giocare a qualsiasi livello d'istruzione: lo giocano gli scrittori, lo giocano gli analfabeti. Lo giocano anche, con effetti devastanti, gli immigrati francesi di seconda generazione. Coi genitori parlano francese, magari un po' in slang. Con gli insegnanti, l'arabo. E voilà, genitori e insegnanti sono serviti. Nessuno può capirci. Noi siamo diversi. Noi siamo arabi (se tu sei francese). Noi siamo francesi (se tu sei arabo). Noi siamo comunque diversi da te, porco razzista: e togliti da qui, perché noi siamo in tanti.

A prenderli uno per uno, invece, non sono così terribili: e vien voglia di compatirli un po'. Che prospettive hanno? Che opportunità? La famiglia che un po' li blandisce un po' li teme, il quartiere dove "ci si immerda", ci si annoia con intensità ed impegno, il fumo. Un codice d'abbigliamento severo ed esigente: vietato sembrare dei pezzenti. La TV (molto più efficace del Corano, a questo livello) impone griffe e modelli di comportamento. Il punto d'arrivo è il Pappone: massiccio, cicciotello, implacabile con le ragazze. Per la verità di ragazze in giro se ne vedono davvero poche. (E io stesso, se la sorte m'avesse preparato un ruolo di capofamiglia in un quartiere così, ci penserei due volte prima di lasciare mia figlia in giro al pomeriggio).

Ma questa è solo una faccia della medaglia. In realtà quei ragazzi di opportunità ne avrebbero a pacchi, e alcuni infatti riescono a coglierne. La république è molto generosa, con chi le porta un minimo di rispetto. Vuoi studiare sul serio? Una borsa di studio la trovi. Ti piace il Rap, vuoi mettere su una crue? Il Centro Sociale te la finanzia (il Centro Sociale è un ente locale, non pensate al Leoncavallo). Ti fanno schifo i muri grigi del quartiere? Mettetevi d'accordo, fate un progetto di graffito, e il Centro Sociale vi finanzia le bombolette. Addirittura, vuoi andare in vacanza? Fammi un preventivo, organizzati, trova i campeggi su Internet, e può darsi che te lo finanzi la CAF (Caisse d'allocation familiale). E poi, non dite che magrebini e neri non hanno modelli di successo, in Francia. Tv e cinema hanno la loro buona quota di attori di pelle scura. C'era anche un ottimo presentatore di tg. E guarda solo la nazionale di calcio.

Non si può dire che la Francia non ci abbia provato, a farsi perdonare i suoi peccati originali. Anzi, la Francia le ha tentate tutte. Ma la sensazione è che certi rimedi abbiano perfino peggiorato le cose. E infatti: perché cercarsi un lavoro per l'estate, visto che la CAF ti paga le vacanze? Quelle anime pie del Centro Sociale hanno comprato le bombolette? Benissimo, ne frego un paio e imbratto tutto il quartiere. Tanto ce l'hanno tutti con me. Tanto è inutile studiare, sfonderò a calcio e diverrò il nuovo Zidane. Eccetera. Nel frattempo, l'assistenzialismo ha destato le invidie dei proletari francesi, che sempre più spesso hanno dato il voto a Le Pen e compagnia.

Succede poi che a volte qualcuno di questi ragazzacci temuti e griffati si trovi davanti al suo destino, e si renda conto che è stato fregato: trasformato nel mostriciattolo di cui la società ha bisogno, per poi procedere alla fase 2: recinzione e sorveglianza. La fase 2 in cui il bianco comincia ad avere paura del nero cattivo, a blindare le porte e a chiedere il gendarme di quartiere. A questo punto, il mostriciattolo può continuare a interpretare sé stesso. Oppure può cavarsi le scarpe griffate e la tuta da basket, indossare la tonaca, rinnegare MTV, rinnegare i suoi ideali da pappone e ladro da grandi magazzini, e passare a Bin Laden, il solo che abbia parole di vita eterna.

(Finisco domani, scusate).

martedì 13 luglio 2004

Histoire d'HLM
(il problema è sempre l'atterraggio)

Quando abitavo in Francia, in una città neanche grande, decisi un pomeriggio che ero stanco di lavarmi magliette e calzini a mano, e che sarei andato alla lavanderia a gettoni dall'altra parte dell'isolato. L'operazione comportava alcuni rischi.
Per arrivare alla lavanderia, infatti, avrei dovuto attraversare il campo di pallamano, che faceva da piazzale in mezzo a tre hascelèm, tre condomini popolari. Hascelem sembra arabo, ma è solo una sigla di purissimo francese: HLM, Habitation à loyer modéré. Anche gli abitanti di quelle hascelem sembrano arabi, e lo sono, per l'ottanta per cento. In Italia non esistono quartieri così. In Francia sì, esistono. Francia e Italia sono due nazioni più diverse di quanto non sembri.

Io non avevo mai avuto problemi, nel quartiere: la gente mi salutava, io li salutavo, tutto ok. In generale i francesi non sono tipi espansivi, ma neanch'io del resto. Però uscire nel bel mezzo del pomeriggio, attraversare il campo di pallamano con un cesto di biancheria sporca, poteva costituire un problema.

D'altro canto, non attraversare il campetto, continuare a lavarsi i calzini in casa, significava ammettere che c'era un problema, che le cose non stavano andando bene, che non mi sentivo bene in quel quartiere: e questo non mi andava giù, per niente giù. Così presi la roba, e via. Avrei potuto metterla in una valigia, fare un giro largo. Invece uscii col cesto, ecchissenefrega, questo è anche il mio quartiere. Mi fermarono a metacampo.

Erano in due, e piuttosto piccoli, ma non mi conoscevano (ahi), e c'erano anche due ragazzine (ahi ahi).
Non conoscendomi, non potevano sapere che lavoravo al Centro Sociale, che quindi in un qualche modo ero del quartiere, anche se in affitto. Per loro ero solo una persona con scarpe diverse, vestiti diversi, e una pelle un po' troppo chiara. Uno straniero. Questo, da solo, non bastava a cercar rogna. Ma c'erano le ragazzine, e questo li rendeva un po' nervosi. Eccitati. Senti, piccola, senti come ti sistemo lo straniero:

"Adesso sappiamo perché puzzi, dovevi ancora andare in lavanderia".

Se loro erano ragazzini incontrati in una fase a testosterone alto, io non è che fossi l'uomo saggio e tranquillo che tuttora non sono diventato. Ma il mio problema non erano loro. Che ci fossero loro, che mi dicessero queste parole, in fondo era scontato. In fondo ero davvero io il provocatore, col mio ridicolo cestone. Perché ero là? Cosa stavo facendo a mille chilometri da casa, in un quartiere del genere?

***

Se parliamo di antisemitismo in Francia, l'antisemitismo in Francia c'è, ed è soprattutto di matrice islamica (non che sia venuto a mancare il vecchio antisemitismo di destra: ma è minoritario).
È un antisemitismo che cresce nelle hascelem coi muri di cartone e la parabola per captare le tv algerine, e che si esprime con quel po' di simbologia studiata a scuola: svastiche, nazismo, campi di sterminio, eccetera. Ed è un antisemitismo del tutto immaginario, perché la maggior parte di chi lo nutre non ha mai visto un ebreo coi suoi occhi, e non sarebbe in grado di distinguerlo (a dire il vero, chi sarebbe in grado di distinguerlo?)

Dicendo immaginario, non voglio dire che non possa fare male, e anche molto. E non solo agli ebrei. L'episodio di Parigi è indicativo: come diventa ebrea una signora parigina nel metro? Lo diventa essendo ben vestita e pettinata, e abitando al XVI arrondissement, un posto da ricchi, dove "sono tutti ebrei". L'ebreo è un ricco che vive nel ghetto dei ricchi, così come loro sono gli arabi che vivono nel ghetto degli arabi. Magari è biondo con gli occhi azzurri, come sono spesso i parigini bene.

Dicendo immaginario, aggiungo che molto spesso rischia di essere ingigantito. Così, malgrado le parole di sdegno del Presidente della République, ancora oggi gli inquirenti non sono in grado di determinare se l'incidente sia realmente avvenuto, o non sia la denuncia di una mitomane. Ma la mitomania contiene pur sempre un germe di verità: ed ecco infatti che in periferia si incontrano già aspiranti picchiatori, che dicono di aver partecipato all'aggressione. Così, per i noti fenomeni di emulazione, è facile pensare che, se stavolta il pestaggio è stato immaginario, domani sarà reale. Prendiamolo per buono, allora. Parliamone come se fosse successo, perché non è difficile immaginare che succederà. Per la gioia di tutti i Pierini che chiamano il lupo, da Oriana Fallaci fino al più piccolo blog rancoroso.

"Ebreo", nelle hascelem, è più un epiteto spregiativo che un vero nome di popolo. "Sale juif", "sporco ebreo", è una delle peggio parole che si possa dire al nemico del momento. Un altro epiteto che andava molto forte, per colmo di paradosso, è "raciste". I ragazzi delle hascelem odiano i razzisti. Cioè tutti quelli che non sono come loro (hanno la pelle più chiara), e che non essendo come loro li odiano e sono razzisti. È colpa loro se vivono nelle hascelem, da cui escono soltanto in branchi numerosi.

Questo antisemitismo hip-hop, è solo la punta di un iceberg. Parigi è una città violenta, e i parigini non lo imparano certo oggi, perché una signora del XVI è stata aggredita sul metrò. Non solo Parigi, del resto. In Francia la violenza giovanile è un problema grave, e tutto il mondo lo sa. Questo, a grandi linee, è il problema. Qualcuno ha delle proposte?

Si potrebbe, per esempio, stracciarsi un po' le vesti, attaccare gli arabi che sono razzisti, attaccare l'amministrazione francese che li lascia salire sul metrò, fare un po' d'ironia sulle politiche d'integrazione che sembrano non essere servite a niente, agitare lo spettro del: "domani toccherà a noi", "non dite che non ve l'abbiamo detto", e servire un bel piatto di retorica neocona. L'islam è antisemita, amen. E va bene. Ma poi? Il problema si risolve, così? Ma del resto non ci interessa risolvere problemi, ci interessa solo fare la nostra tirata antislamica quotidiana. Del resto, George W Bush ci ha già spiegato come si risolvono i problemi: si bombarda, si invade, poi ci si mette d'accordo tra i capitribù superstiti, e si fa una bella democrazia. E va bene, bombardiamo le hascelèm. Prima però val la pena di chiedersi: chi le ha costruite?

(Continua)

lunedì 12 luglio 2004

Pilipino War

Non siamo un gruppo etnico di sguatteri al servizio del bianco,
perciò…


Tanto per partire da un pregiudizio (del resto, da cosa si dovrebbe partire?): i filippini sono orientali che a volte assomigliano ai latini, come schiavi e padroni finiscono sempre un po' per somigliarsi. Guardali mentre discutono, accrocchiati al parco. Guardali mentre piangono, e urlano, in tv. Hanno i taglio d'occhi dei cinesi e dei giapponesi, gente indecifrabile, ma loro no, loro paiono decifrabilissimi.

Questo è naturalmente un pregiudizio, nato per essere sfatato. Cosa so veramente, io, dei filippini? Niente. Mai conosciuto davvero un filippino. La mia famiglia non ha mai potuto permettersene uno. Ma già una frase così è indicativa.

I filippini sono una democrazia – una delle tante dell'Estremo Oriente – e democraticamente hanno deciso che ritireranno le truppe dall'Iraq. Anche un po' spagnolescamente, diciamolo: perché c'è un ostaggio in ballo. Tutta la comprensione possibile nei confronti dell'ostaggio, dei famigliari, dei governanti a cui è toccata la non facile scelta.

Dopodiché i rapitori, non paghi, hanno preteso di più: il ritiro immediato e incondizionato. E a quel punto il governo filippino ha detto no. Una cosa, anche questa, di retrogusto vagamente latino: sulla sostanza possiamo discutere, ma le apparenze no, le apparenze sono sacre. Adelante, insomma! con juicio.

In realtà il problema è più complesso di così. I filippini non si possono ritirare dall'Iraq. Gli effettivi, quelli sì, e abbastanza presto: sono una cinquantina. Ma in Iraq ci sono già 4000 "lavoratori civili". E secondo me la notizia è questa. In Iraq ci sono 4000 filippini che nessun governo ha invitato, e che nessun governo può ritirare. Un bel contingente. Ma perché sono là? E cosa ci stanno facendo?

In mancanza di dati, possiamo solo far lavorare i nostri (pre)giudizi. C'è il fiorente mercato della security, o dei contractors, o dei mercenari – a seconda del punto di vista. Personalmente faccio fatica a credere che 4000 filippini si diano in massa a questo tipo di professioni. Ma appunto, questo è un pre-giudizio tutto mio. Magari i filippini sono bravissimi guardaspalle. Di sicuro non danno nell'occhio.

La prima cosa che viene in mente, invece, è che i filippini facciano tutta una serie di lavori non particolarmente pericolosi (con l'avvertenza che qualsiasi lavoro in questo momento è pericoloso, in Iraq) ma spiacevoli, che nessuno mai si sente di fare – quella che sembra essere, pregiudizialmente, la missione del filippino nel mondo. E complimenti alla voglia di fare e al coraggio. Però si deve stare davvero male, nelle Filippine, se 4000 sono già emigrati in un posto così poco sicuro come l'Iraq.

Ma se fanno quel tipo di lavori, c'è qualcosa che non va. Perché uno dei principali problemi dell'Iraq attuale è la disoccupazione. Gli iracheni stanno a spasso per le strade (o chiusi nelle loro case), e in giro ci sono già 4000 filippini che hanno trovato lavoro. Come può succedere una cosa del genere?

Una prima spiegazione può essere che gli occupanti (stavo per dire americani, ma ehi! ci siamo anche noi) si fidano più di un uomo delle pulizie filippino che di un iracheno. Hanno gli occhi a mandorla, hablano espanol, sono cattolici (c'è anche un 5% islamico, veramente…), non hanno l'aria di gente che si fa saltare in aria. Questo è triste, ma comprensibile.

Una seconda – dettata indubbiamente dal pregiudizio – è che già in questo momento, con Bagdad a ferro a fuoco, il costo del lavoro filippino in Iraq sia competitivo. La democrazia sta arrivando, ma la globalizzazione è già arrivata, con buona pace delle donne di pulizia irachene. E questo sì che è un grosso problema. Molto più grosso del contingente militare filippino in Iraq. A un anno dalla liberazione, non solo gli iracheni sono meno sicuri di prima (e prima non erano affatto sicuri); non solo vivono in un clima di guerriglia endemica; ma si trovano anche a competere con gente disposta a lavorare in condizioni peggiori, e per paghe inferiori. Per di più sono cattolici (oddio, sì, c'è un 5% islamico).

Allora io, se fossi non Al Zarkawi, non Bin Laden, ma il primo ministro Allawi, o il Presidente George W. Bush, chiederei il ritiro dei filippini: non degli effettivi, ma proprio dei lavoratori di fatica. Per una volta ragionerei da leghista: l'Iraq agli iracheni! Prima diamo un lavoro e una paga a quelli olivastri coi baffi e dopo, quando hanno tutti un'occupazione e non pensano più alla rivoluzione, soltanto dopo, apriamo la frontiera a quelli con gli occhi a mandorla e i nomi spagnoli. La globalizzazione può attendere, eccheccavolo.

Basterebbe vedere cos'è successo in Israele: sembra assurdo, ma di lavoratori dall'estremo oriente (Thailandia, soprattutto) ne sono arrivati anche lì, dove in teoria si sta già fin troppo stretti. E hanno preso il lavoro a chi? Ai palestinesi. Che costavano più di loro, ed erano meno docili. Vuoi per il carattere, vuoi per la storia, vuoi per la cultura. Vuoi perché stavano cominciando a sindacalizzarsi. A un certo punto, la forza lavoro dei palestinesi non è stata più così indispensabile per Israele. Il processo di pace si è interrotto poco dopo. L'esasperazione palestinese durante e prima la Seconda Intifada era dovuta soprattutto ai blocchi, che impedivano ai palestinesi di lavorare regolarmente in Israele. (E certo, hanno impedito anche ad alcuni palestinesi di andare a esplodere sui bus israeliani. E' una dura guerra, quella tra le cause e gli effetti).

Fare discorsi di questo tipo – ma farli seriamente, con cifre e statistiche – significherebbe rimettersi a parlare di economia, di costo del lavoro, di profitti e di sfruttati, e un po' meno di religione, di civiltà, di razza. Purtroppo stamattina io non ci riesco (chi vuole, può dare un'occhiata a questo rapporto) posso solo a lavorare di pregiudizi. Cifre ne ho poche, in realtà solo quella di sopra: 4000 civili filippini, in Iraq. Secondo me è incredibile. E secondo voi?

venerdì 9 luglio 2004

Parlando su Polaroid di persistenza di certi decenni, e del mitico festival dell'Unità di Paganine (MO), ho avuto un déja vu. Tutto questo era già stato scritto, da qualche parte, tanto tempo fa.

Da "La Voce di Rimini", agosto 2000

La strage alla sagra d'Autunno

Brigadiere, Fischio non era un tipo cattivo. Lo lasci dire a me che lo conoscevo.
Faceva il deejay, sì, ma che vuol dire? È un mestiere come un altro, peggio di tanti altri, coi tempi che corrono. La fiera d’Autunno del 2015 finiva quella sera; cominciava a far fresco. Tra un po’ la gente avrebbe cominciato a passare le serate nei locali al chiuso, ma quell’anno Fischio non aveva nessun contratto con nessun locale. Insomma era l’ultima volta che metteva su i suoi dischi, e a nessuno gliene fregava niente. Nello Stand Giovani della fiera ci saranno state una ventina di persone si e no.
32, dice lei?
Ah, lo dice il comunicato ufficiale.

Non so, forse qualcuno da fuori ha sentito il casino e ha cercato di intervenire. Cosa crede, non si sono mica tutti arresi senza combattere… io? io quando ho visto che perdevo sangue dalla testa mi sono gettato a terra, ho fatto il morto. Lei cos’avrebbe fatto? Erano cinque a uno, Brigadiere.

No, Brigadiere, no, mi stia a sentire, non ci fu nessuna provocazione. O meglio. Io penso che sia stato un errore mettere lo Stand Giovani così vicino allo Spazio Ricreativo Terza Età. Quelli hanno un sacco di soldi e fanno il pienone tutte le sere – ma soprattutto hanno un sound system, mi permetta, della madonna. Fischio doveva portare le casse sue da casa, e poteva anche averci della roba buona, ma senz’altro era il liscio romagnolo a sovrastare la techno, non il contrario. Quel maledetto tre quarti tutto il tempo, ump ta ta, ump ta ta… faceva uscire di testa. Già si era in pochi, e sempre gli stessi, come si faceva a farsi venire voglia di ballare? Venivamo solo per fare piacere a Fischio.

Brigadiere, non mi guardi così, lei mi crede fatto o chissà che, ma è solo stanchezza. Io dopo i funerali ieri sono andato al lavoro, cosa crede?
Sì il turno di notte. In casa di riposo, naturalmente. È un interinale. La settimana scorsa facevo la vendemmia, e la sera si e no mi tenevo in piedi, secondo lei mi ci sarei buttato di mia volontà in un casino così? Senta, ho 28 anni, due lauree brevi e un diploma di specializzazione. L’altro giorno ho fatto il calcolo e ho scoperto che andrò in pensione a centovent’anni. Non è male, dice?, certo, se la speranza attuale di vita è 135… Ma lei, mi permetta, brigadiere, quanti ne ha? Ottantasei? E ci va l’anno prossimo? Ah, però.

Io me la vedo male, Brigadiere, sa? A casa mi devo nascondere. Mio padre non mi vuol vedere, mio nonno mi disprezza, e la bisnonna mi chiama a voce alta dalle scale: fannullone, parassita, mammone. E cosa ci posso fare? Tra due anni ci sarà il concorso, e con un po’ di fortuna finirò in graduatoria, diciamo tra i primi duecento: altri dieci anni e mi sistemo. Un bilocale con la mia ragazza… chi lo sa, magari un figlio… Ma nel frattempo debbo vivere coi miei, non c’è rimedio…

…mi chiede questo cosa c’entra… beh, Fischio era nella mia stessa situazione… o peggio. Vivere coi genitori (e i nonni) per un deejay è una vera umiliazione… tutto il giorno, sentirti interrompere da una voce che ti dice tesoro, per favore abbassa il volume, stiamo cercando di vedere la milleseicentesima puntata di cuorinfranti o chennesò… esasperante… e so per certo che la settimana scorsa la ragazza lo aveva mollato: è andata a vivere con un sessantenne del ramo import-export, un tipo sportivo… uno col porsche coupé, ha presente… Fischio, per dire, era uno che si faceva prestare l’apecar del nonno, che a trasportare l’impianto gli servivano due giri…

No, apparentemente non l’aveva presa male, però chi lo sa, magari dentro ci moriva. Sono cose difficili da sopportare, alla nostra età… Per di più dal giorno dopo sarebbe stato ufficialmente disoccupato. Brigadiere! per un disoccupato alla nostra età non c’è speranza, non c’è sussidio! Sì, sì d’accordo, se al posto della patente da tecnico del suono avesse preso, per dire, quella da conducente di carrozzine, il lavoro non gli sarebbe mancato: ma i giovani devono seguire i propri interessi, non è quello che si dice sempre a scuola?

E poi i giovani devono divertirsi finché hanno il tempo. Si sente dire anche questa. E io faccio il possibile per divertirmi, per esempio l’altra sera mi sono sforzato di uscire per andare a sentire il mio amico Fischio deejay. Anche se lo sapevo già che lo Stand era un mortorio, mi perdoni la battuta orribile. Le solite facce arrabbiate – no, neanche arrabbiate: stanche. Tante smorfie non erano che sbadigli repressi.
E a pochi metri da noi, quei vecchi – pardon – quegli anziani scatenati, in centinaia a strusciarsi senza ritegno con le loro polche e le loro mazurche, tutto il tempo, ump ta ta, ump ta ta… tra cent’anni vivranno ancora e ascolteranno ancora la stessa musica, mi diceva sempre Fischio. Non si schiodano. Certo, per quel che devono fare domattina, diceva ancora… svegliarsi a mezzogiorno e andare a tirare la pensione…

Brigadiere, era l’ultimo pezzo della serata. Era l’ultima serata della fiera. Era la Fiera d’Autunno. Può anche darsi che Fischio abbia alzato un po’ il volume, può anche darsi che lo abbia tirato un po’ in lungo, e allora? Ricordo che ho dato un’occhiata al mio orologio ed era un quarto dopo mezzanotte. Ma lo sa che neanche dieci anni fa nello Stand Giovani si ballava fino alle tre? Me lo racconta sempre mio fratello più grande… ma è vero che a quel tempo eravamo più forti, più organizzati…

Insomma quand’è arrivato quel tappetto, come si chiama, Prosperi Alcide, non ci volevamo credere. Senza dire beo questo tizio, avrà avuto un’ottantina d’anni, si mette davanti alla consolle di Fischio e gli stacca la spina. Silenzio, di colpo – silenzio per modo di dire, perché in realtà si sentiva un Ump ta ta ump ta ta incessante. E poi la voce stridula dell’Alcide si mette a rovesciare insulti su Fischio, sul tono di: drogato di merda, hai visto che ora è? va a lavorare, non ti vergogni, sei la disgrazia di tua madre e tua nonna.

Brigadiere è vero, a quel punto Fischio l’ha toccato.
Può persino darsi che lo abbia spintonato un po’. Ma è stato il gesto di un attimo, e poi il Prosperi lo abbiamo aiutato in tre a rimettersi in piedi, e ci siamo assicurati che stesse bene prima di lasciarlo andar via.

Ecco, brigadiere, il fatto – la provocazione, come dice lei – è tutta qui. Chi se lo immaginava che il Prosperi se ne sarebbe tornato di lì a cinque minuti, con un po’ di amici suoi, un’ottantina? Tutti armati di stampelle e cagnole? Dai settantenni ai centenari c’erano tutti i signori dello Spazio Ricreativo Terza Età, e secondo me si erano messi d’accordo prima. Io ho visto anche volare delle bocce, brigadiere, in particolare ne ho vista una che aveva preso la mia testa per il boccino. Venivano da tutte le parti, eravamo circondati. L’ultima cosa che ho visto è stata Fischio cadere sotto i colpi mentre cercava di difendere le casse, che erano proprio sue, se le portava da casa. Poi ho chiuso gli occhi e non ho più voluto veder niente. Ma non potevo fare a meno di sentire quel maledetto Ump ta ta, Ump ta ta, che scandisce i tre quarti in eterno.


(2000)

giovedì 8 luglio 2004

Mi hanno condannato a vent'anni di noia
per una rivoluzione in pantofole.
Ma ora sto venendo a ringraziarli:
prima, passo a Manhattan:
poi vengo a Berlino.

Mi guida un segno dall'Alto dei cieli,
e la data di nascita sulla mia pelle.
Mi guida la bellezza della mie armi.
Prima, passiamo a Manhattan:
poi veniamo a Berlino.

Mi piacerebbe vivere al tuo fianco, stella
Amo il tuo corpo, e il tuo spirito, e i tuoi vestiti.
Ma hai visto quella gente alla stazione –
Te l'ho detto, no?
Io sono uno di loro.


Mi amavi, perché ero un perdente:
ma adesso hai paura che potrei anche vincere.
E tu sai il modo di fermarmi,
ma ti manca la disciplina.
Quante notti ho pregato per questo,
che la mia opera avesse inizio:
prima tocca a Manhattan,
poi viene Berlino.

No, non mi piace l'alta moda, grazie,
e la roba che prendi per restare magra.
Non mi piace quel che hanno fatto a mia sorella.
Prima prendiamo Manhattan:
poi veniamo a Berlino

Mi piacerebbe vivere al tuo fianco, stella
Amo il tuo corpo, e il tuo spirito, e i tuoi vestiti.
Ma l'hai vista, quella gente alla stazione?
Te l'ho detto,
te l'ho detto,
te l'ho detto:
io sono uno di loro.


Ma grazie per le cose che mi hai spedito:
(hah hah)
la scimmietta e il violino di cartone.
Mi esercito da anni – oggi sono pronto:
prima prendiamo Manhattan:
poi prendiamo Berlino.

Ti ricordi di me? Una volta vivevo per la musica
Ti ricordi di me? Ti aiutavo con le sporte della spesa
Oggi è la festa del Papà, c'è tanta confusione
Prima abbiamo preso Manhattan:
adesso prendiamo Berlino.


Karaoke esistenziale, ciak! 20
Leonard Cohen, First we take Manhattan, da I'm your man, 1988

(Così, tra un ultimatum e l'altro).

mercoledì 7 luglio 2004

Tutta colpa di Arafat (continua da ieri)

Tutta no, ma le sue responsabilità Yasser Arafat le ha. E sono pesantissime:

"La vera presa di posizione palestinese fu però diversa e poco risolutiva; i palestinesi si presentarono al summit di Camp David senza una controproposta da proporre al tavolo gestito dal Presidente Clinton. Come spesso durante gli anni di negoziati una debolezza che si deve loro rimproverare è stata la mancanza di preparazione adeguata, come le mappe ad esempio per reclamare la loro verità, e alla fine, mancanza di alternative e piani politici da presentare alle controparti come loro "linee rosse" invalicabili".

Alcuni, cercando di spiegare il conflitto israeliano-palestinese, hanno parlato di "scontro di due narrative" diverse, che non si intendono fra loro. Per gli israeliani (e per i loro sostenitori nel mondo) il 91% della Cisgiordania poteva sembrare un'offerta soddisfacente: per i palestinesi profughi, o figli di profughi, anche il controllo del 100% della Cisgiordania resta un amaro boccone da ingollare, visto che la Cisgiordania non è che il 22% di quella che considerano la loro vera patria originaria. Ancora: per gli israeliani Barak è stato il primo ministro fin troppo conciliante che ha accettato di sedersi davanti ad Arafat e fargli la proposta più generosa mai fatta ai palestinesi; per questi ultimi, Barak è il premier che più di ogni altro ha favorito la creazione e il consolidamento degli insediamenti. Sì. Mentre Barak prometteva e prometteva (sempre percentuali, mai proposte definitive in nero su bianco), gli insediamenti aumentavano:

"A lungo nei mesi successivi si è parlato di Camp David come dell'occasione mancata. Sette anni dopo il processo di pace iniziato con la firma della Dichiarazione nuovi insediamenti israeliani erano stati costruiti, come quello di Har Homa tra Gerusalemme e Betlemme condannato anche da una risoluzione ONU, o i già esistenti erano stati potenziati facendo quasi raddoppiare il numero dei coloni del 70%; i palestinesi erano costretti ad una ancora più ridotta e controllata libertà di movimento dovuta alla costruzione di check points a marcare la linea di confine tra i Territori Occupati e lo stato di Israele; le condizioni economiche dei palestinesi erano peggiorate in modo visibile e allarmante; soprattutto i ritiri pattuiti dai precedenti accordi non erano stati rispettati dal governo israeliano. Anche la richiesta espressa da Arafat di compiere il terzo ritiro territoriale israeliano, previsto da Wye Plantation, prima dell'inizio del summit non venne presa in considerazione da Barak. La pressione esercitata su Arafat affinché accettasse le proposte di camp David era stata calcolata ma non considerata fino alla fine come possibile ostacolo alla riuscita del negoziato stesso.

Il passo verso lo scoppio della ribellione palestinese fu piuttosto breve ma calcolato; Ariel Sharon, capo del partito Likud, decise di fare una passeggiata dimostrativa sulla spianata delle Moschee nella Città Vecchia di Gerusalemme in territorio religioso e sotto amministrazione palestinese e accese una miccia potente, quella della disperazione dell'Intifada. Era il 28 settembre 2000".


D'accordo, si dirà, Barak non ha rispettato gli impegni: ma anche questa è colpa di Arafat, che doveva prima "porre fine alla violenza", e non lo ha fatto.

E qui si può rispondere in vari modi. Primo: ammesso che Arafat ne abbia voglia, ne avrebbe la possibilità? Nei primi mesi della Seconda Intifada, l'esercito israeliano ha colpito sistematicamente tutti i centri di potere e controllo stabiliti dall'Autorità Nazionale Palestinese (le sedi della polizia). Per molti mesi Arafat è rimasto assediato a Ramallah. Nello stesso tempo, gli si rimproverava di non saper controllare il suo popolo.
Ma non è stato soltanto a forza di bombardamenti che l'autorità effettiva di Arafat sul suo popolo è stata distrutta. Arafat è, nel bene e nel male, l'uomo che ha accettato una tesi: l'idea di uno Stato Palestinese in Cisgiordania e a Gaza, con capitale a Gerusalemme. Questa tesi non è gradita a una gran parte dei palestinesi. La maggioranza? Non lo so. Ma soprattutto, è stata rifiutata dai vertici israeliani, che sin dai tempi di Rabin hanno temporeggiato, alzato sul prezzo, e intanto edificato nei territori Occupati. Per il vecchio leader è stato sempre più difficile difendere la sua linea davanti a un popolo giovane, cresciuto con la mentalità dei profughi, che si scontra ogni giorno con la realtà dei check point e vede coi suoi occhi i cantieri degli insediamenti dove prima c'erano i villaggi.
Specie quando la sua linea è totalmente irrealizzabile – come Arafat deve essersi reso conto prima o poi, a Camp David o nella Sala Ovale, o piuttosto nel suo bunker di cemento durante l'assedio. I vertici israeliani (specie gli ultimi due, vecchi generali in pensione) non hanno nessuna intenzione di concedergli quello che vuole. Preferiscono giocare con lui come il gatto con il topo, blandendolo e rimproverandolo, come si fa coi detenuti.

Infine: anche ammesso che la colpa sia di Arafat (e le sue responsabilità le ha, lo abbiamo detto), signori: cosa facciamo? Cosa stiamo facendo? Lo arrestiamo, lo processiamo? Convochiamo nuove elezioni democratiche a Gaza e in Cisgiordania, come in Iraq? Io sono favorevolissimo. Arafat non mi è mai stato simpatico. Non ha il carisma di Mandela, ha vinto molte meno battaglie di Guevara, e come dirittura morale lascia molto, moltissimo a desiderare. È solo un vecchio guerrigliero che ha afferrato al volo quella che poteva essere la sua ultima possibilità di sistemarsi: diventare lo sceicco di un piccolo stato cuscinetto tra Israele e gli stati arabi confinanti. Ma quando si è trovato davanti all'occasione storica (o alle due occasioni storiche) di firmare delle cambiali in bianco, tornando a casa con un pugno di mosche, si è tirato indietro. Liquidiamolo, avanti.
Non mi pare però che gli israeliani ragionino in questo modo: da quattro anni, ormai, lo tengono a Ramallah sotto sorveglianza satellitare. Gli hanno fatto il vuoto intorno: la maggior parte dei suoi collaboratori storici è finito male. Del resto, non lo vogliono come capo dell'esecutivo: infatti dalla Road map in poi gli hanno fatto nominare un Primo Ministro che fosse un po' gradito a loro e agli Usa. Un modo molto strano di intendere la democrazia, ma probabilmente Israele ha una specie di esclusiva sulla democrazia in Medio Oriente. Così, "è tutta colpa di Arafat", ma nessuno sembra voler fare davvero a meno di lui. In giro non c'è nessun capro espiatorio altrettanto convincente.

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Mi chiedo poi perché scrivo certe cose. Chi la pensa come me le sa già: chi è contrario, mi ha già mollato da diversi paragrafi. Non è molto più semplice metter su la foto di qualche bimba palestinese con la testa scassata da un proiettile israeliano, e poi una breve filippica sulla crudeltà degli israeliani e sull'ipocrisia degli occidentali che ogni giorno fingono di non vedere? Vedere è capire, no? E allora cosa serve tirar fuori vecchi appunti, percentuali, argomenti… un bello schizzo di sangue, e siamo a posto. Siamo in guerra, del resto, ce ne siamo accorti (almeno finché Arafat non metterà fine alla violenze).

martedì 6 luglio 2004

Quando parliamo di Israele e Palestina (quando ne sentiamo parlare), la nostra mente è costantemente sottoposta a un doppio sforzo. Da una parte, deve cercare di ricordare tutto, ogni singola pietra dal 2004 fino al 1948, più ovviamente la Shoah, l'antisemitismo europeo e arabo dal medioevo a oggi, e perché no, una vecchia promessa fatta da Jahvè a un patriarca diversi millenni fa.
D'altra parte, dobbiamo sforzarci di dimenticare tutto, e inquadrare soltanto una singola persona, un singolo momento, un singolo errore. Tutta questa storia è profondamente sbagliata: benissimo, troviamo il colpevole, gliela facciamo pagare, e tutto andrà a posto. E la memoria? Non ci serve più. Del resto lo sappiamo, di chi è la colpa.

Tutta colpa di… Yasser Arafat

L'autobiografia di Clinton, di recente uscita, offre a tutti i coraggiosi semplificatori del conflitto israelo-palestinese una bella sponda. La pagina in cui Clinton prende Barak e Arafat nello Studio Ovale, e li mette di fronte al "prendere o lasciare" finale, è quasi commovente, e non a caso è circolata in versione copia-incollata tra i blog. Ecco qui una storia semplice che ci spiega tutto: Arafat poteva "chiudere" nel dicembre del 2000, e non lo ha fatto.

Clinton vede le cose dal suo punto di vista, e dal suo punto di vista non ha tutti i torti.
Clinton è sicuramente un politico più navigato di quanto non voglia lasciare intendere, ma crediamo alla sua buona fede. È stato Presidente USA, l'uomo più potente della terra, ha avuto la possibilità di risolvere un conflitto, ma non c'è riuscito. Ergo, è un fallimento, "e questo grazie a lei, Signor Presidente": e questo grazie a Yasser Arafat. Ecco il colpevole – e chi avrebbe mai potuto essere?

Ha senso attardarsi qui ad avvertire che le cose sono molto più complesse di così? Chiedere un po' di memoria a chi la coltiva forse un po' troppo selettivamente? Per prima cosa, Clinton qui dichiara che "il 27, l'esecutivo di Barak accettò i parametri con alcune riserve, che apparivano negoziabili". Non troverete da nessuna parte il testo e i termini di quella "approvazione", né, soprattutto, le "riserve", perché non sono mai state messe in nero su bianco. L'incontro di Washington era un momento informale, che avrebbe dovuto portare a un vertice successivo: è probabile che in questo caso Barak si sia mostrato più disponibile che in altre occasioni: ma nulla di concreto. Questo spiega (solo in parte, solo in piccola parte) la "confusione" di Arafat.

Seconda cosa, l'incontro sopra narrato è del dicembre 2003: la Seconda Intifada era già scoppiata da un paio di mesi. Due mesi prima, infatti, Ariel Sharon aveva passeggiato sulla spianata delle Moschee (ma anche a dare troppa importanza a quell'episodio, si pecca di eccessiva semplificazione). Arafat non era a Washington come capo di uno Stato che 'vuole la pace', ma come rappresentante di un popolo insorto che in buona parte gli stava sfuggendo di mano. La guerra era già una realtà, in Palestina, nel dicembre 2000. E la guerra sarebbe continuata, che Arafat accettasse o rifiutasse di negoziare. Ma è vero che a Washington in quei giorni si decideva qualcosa di storico: non la pace in Medio Oriente, bensì il destino politico e umano di Yasser Arafat. Poteva tornare in patria come traditore del suo popolo, o cercare di restare al rimorchio di una Seconda Intifada che non riusciva del tutto a controllare. Può darsi – ma è difficile da dire – che la prima scelta avesse più probabilità di portare, in un qualsiasi futuro, alla pace: ma nell'immediato, significava soltanto la fine politica e umana di Yasser Arafat. Che – meno confuso di quanto si potrebbe pensare, in questo caso – scelse altrimenti. Ma è davvero tutta colpa sua? Mettere un uomo di fronte all'alternativa: o guerra, o tradimento, significa davvero negoziare?

Ora, proviamo ad allargare un po' la visuale intorno agli errori fatali di Arafat. Sei mesi prima dell'incontro informale di Washington – due mesi prima della passeggiata di Sharon – c'erano stati gli incontri di Camp David. In quel momento i buoi non erano ancora scappati dal recinto: ma anche in quell'occasione Arafat disse di no a una soluzione che sembrava "soddisfacente". Dunque è davvero "tutta colpa sua"? Lascio la parola a Giorgia Garofalo, di Nexus (A Zone n. 3, agosto 2002):

"Il rifiuto di Arafat di accettare al tavolo dei negoziati le proposte israeliane di Camp David ha suscitato lo scalpore nell'opinione pubblica internazionale; Arafat è stato considerato l'artefice della sconfitta del processo di pace per il suo secco rifiuto alle offerte di Barak, ritenute invece ampie concessioni da parte israeliana. Le offerte del governo israeliano non furono mai scritte ma vennero solo proposte attraverso la voce degli americani prima e durante il summit stesso; concessione della sovranità ai palestinesi sul 91% della Cisgiordania con l'annessione da parte d'Israele del restante 9%; in cambio di quest'ultima, concessione della sovranità palestinese sull'1% del territorio d'Israele (anche se non specificato dove); una "soluzione soddisfacente" – ma non specificata anche questa – avrebbe chiuso il capitolo mai toccato dei profughi palestinesi; sovranità palestinese sui quartieri musulmano e cristiano della Città vecchia di Gerusalemme con "custodia permanente" palestinese sulla Spianata delle Moschee; possibile sovranità che avrebbe potuto anche essere autonomia funzionale dell'ANP per il resto della Gerusalemme est palestinese. Queste idee, che avrebbero dovuto portare ad un accordo finale secondo le aspettative di Barak, erano invece considerate dai palestinesi come idee preliminari per un accordo permanente futuro ancora tutto da negoziare. La restituzione del 91% del territorio palestinese avrebbe infatti diviso la Cisgiordania in tre zone dettate dalle annessioni israeliane e dalla presenza di insediamenti ebraici con l'aggiunta, inoltre, di una zona cuscinetto lungo la valle del Giordano, tra i territori Occupati e la Giordania".

Qui è bene ribadire qualcosa a chi gioca con le percentuali: Israele e Palestina sono luoghi inospitali, in gran parte deserti sassosi, ed è una triste, colossale ironia che siano tra le terre più disputate del mondo. Barak offriva di tenersi il 9%: vi potrà sembrare ragionevole un carceriere che offre al prigioniero la proprietà del 91% della sua cella; ma per la psicologia dei profughi palestinesi si trattava già di un affronto. Inoltre, Barak non ha mai messo per iscritto dove voleva il suo 9%: nei fatti, ha dimostrato varie volte di preferire un 9% di oasi a un 9% di pietre (gli insediamenti dei coloni occupano posizioni strategiche): inoltre il suo 9% avrebbe diviso la Cisgiordania in tre parti. Il risultante Stato Palestinese sarebbe stato formato da quattro parti (tre cisgiordanie più la Striscia di Gaza), con tanti auguri a chi disegna le cartine geografiche. Non solo, ma questi bantustan (il modello sudafricano è palese) avrebbero confinato con un solo Stato: Israele. Sarebbero dunque stati dipendenti da Israele per acqua, cibo, energia ed offerta di lavoro.

Questa non è una proposta campata in aria, dopotutto: anzi, è esattamente la situazione della Palestina più o meno dalla metà degli anni 90 in poi, com'è descritta e denunciata da ONG e persino da quell'internazionale dell'antisemitismo che è l'ONU. I palestinesi hanno avuto la possibilità di sperimentarla sulla loro pelle da dieci anni, e, chissà perché, non ne sono sembrati molto contenti. In ogni caso nel 2000 a Camp David Arafat disse no a queste offerte, perché è un nemico della pace.

"Arafat, costretto dallo scontento del suo popolo, ormai stremato dagli anni di pace [sic!], e dalla mancanza di coesione all'interno del suo stesso team di negoziatori, sentì di essere stato preso in trappola…"

[e continua...]

lunedì 5 luglio 2004

Guarda, mamma, senza mani

Piccolo pezzo inutile. Volevo solo appuntarmi alcuni personali record di astinenza, come i tossicodipendenti talvolta fanno. Per esempio:

- questo blog non parla del suo essere blog (e di colonnine, commenti, etc.) da ottanta giorni.

- e poi, questo blog non contiene polemiche con neoconi da 73 giorni (applausi)

- Ma questa è robetta. Adesso, tenetevi forte. Sapete da quand'è che questo blog non dedica un pezzo a Berlusconi? Cento giorni? 150? Naah. Qui non si parla estesamente di Belrusconi dall'undici novembre 2003. Quasi otto mesi - 240 giorni. Vivendo in Italia, scrivendo 5 pezzi alla settimana, detestando il soggetto più o meno da quando campo, trovo che sia un risultato notevole.
Anzi, faccio fatica a spiegarmelo. Cos'è successo negli ultimi 8 mesi? Si è fatto meno vivo? Sì, per parecchio tempo si è perso di vista. Ma in generale, certe gaffes non le fa più. I tempi di Schulz o della superiorità dell'Occidente, o di sua moglie con Cacciari, sono finiti. Chi lo sa, magari sta imparando. (Magari qualche decennio ancora e diventerebbe un politico presentabile, ma per fortuna non lo sapremo mai). Preferisco interpretarlo come un segno di calo di vitalità. Insomma, Berlusconi non tira più. Con tutto che certe sere non sai proprio cosa inventarti, ma un pezzo su Berlusconi non lo scrivi manco morto. Cosa scriveresti? Battute sul lifting? Da spararsi.

Così, una lancia mi sento di spezzarla per questo blog: che se la qualità è un po' in calo, almeno il contenuto varia. Di certe cose si è parlato tanto, ma adesso non si parla più. Certi filoni si esauriscono. Meglio così.

(C'è una morale meno positiva, e cioè: molti problemi rischiano di passare di moda prima di essere risolti. Berlusconi non mi fa più ridere, ma è ancora lì e continua a farmi male).

Adesso però ho l'impressione di essermi segnato questi record solo per il gusto di infrangerli. Magari domani.

venerdì 2 luglio 2004

Così la finale sarà Portogallo-Grecia! Ma non interessa a nessuno, qui. Qui la polemica della settimana è su una partita di qualche tempo fa, Italia – Germania Ovest. Che finì quattro a tre, non so se qualcuno si rammenta.

Io me ne ricordo bene.

Che si tornasse a parlare di questa partita, era nell'aria. Quando l'Italia prese il gol contro la Svezia, e sul palo c'era Vieri e se la fece sfuggire, abbiamo tutti pensato a Rivera. Sembra ieri, eh? Rivera che salta e non incoccia, Albertosi che gli grunisce qualcosa, ma lui non sente, è già tornato a centrocampo. Ecco, la differenza è questa: che due minuti dopo Rivera aveva già segnato il quarto gol. Così, possiamo decidere di detestarlo per messo a rischio l'onore azzurro, o ammirarlo per averci portato in finale. Mentre Vieri non ci lascia scelta: con tutta la più buona volontà, non può non starti sulle palle.

Il giorno dopo la partita, scoppia il caso Vieri-Buffon. E uno si chiede: ma se le saranno dette veramente, quelle parole? Forse che sì, forse che no, forse ha veramente poca importanza quel che si dice in campo, sudati, tra un'azione e l'altra, con l'adrenalina a mille.
La cosa che schianta, invece, è il parallelo con la scena Rivera-Albertosi. Stessa situazione, 34 anni dopo. È un caso? No, sono i giornalisti. Che in cuor loro, stanno sempre guardando la stessa partita: Stadio Azteca, 17/11/1970, Italia-Germania 4-3. Come non ci fossero più state partite interessanti.
E forse non ci sono state.

Ogni tanto si ritorna a parlare di questa partita, ma rimane sempre l'impressione di non aver detto abbastanza, di poter dire qualcosa in più.
La polemica che è scoppiata tra Riva e Rivera, riflette una questione mai abbastanza sviscerata: la staffetta. Doveva giocare Mazzola? Doveva giocare Rivera? A Brera piaceva Mazzola. Alla giuria del Pallone d'Oro piaceva Rivera. Mazzola era umile e versatile, Rivera abatino e petulante. E Riva, rombo di tuono, che meditava queste cose nel suo cuore, finché una parola di troppo dell'On. Rivera non lo ha fatto sbottare. Si riapre il caso Italia-Germania 4-3. Chi se l'aspettava? Già, chi?

Io, per esempio.

In realtà fino al 90° non sembrava una gran partita: uno a zero per noi, risultato tipicamente italiano. Non fosse per quel gol in extremis di Schnellinger… (quando successe una cosa simile nella finale di Euro 2000, Italia-Francia, tutti si misero a parlare, pensate un po' di Italia-Germania 4-3).
Ora, c'è un motivo molto semplice per cui questa partita è rimasta nell'immaginario collettivo. Si andò ai supplementari. Era una delle prime volte in assoluto. In precedenza si raddoppiava il match, e se la parità continuava, monetina. Proprio con la monetina l'Italia era arrivata in finale agli Europei due anni prima.
Ai supplementari, saltarono tutti gli schemi, Rivera copriva e Burgnich segnava. Come succede di solito in questi casi: ma era la prima volta. Assistere a un match è banale più o meno come un amplesso: si fa volentieri, ma non è che ci si ricorda di tutte le volte. Col tempo, si finisce per ricordare soltanto i momenti storici. Io, quante partite mi ricordo? Degli ultimi Mondiali, neanche una (solo la faccia di Moreno). Degli ultimi europei, Toldo che para cinque rigori, Totti che fa il cucchiaio, e poi… credo che abbiamo perso, appunto, contro la Francia. Francia '98, Inghilterra '96? Buio assoluto. Qualche sprazzo di Usa '94 (Baggio), Italia '90 (Schillaci), la semifinale con l'Argentina è ancora un incubo, e poi… buio, buio fino a Italia-Brasile, 3 a 2… e poi Italia-Germania, 4-3, quella sì che me la ricordo bene.

Strano, però.

Io sono nato tre anni più tardi.

Crescendo, temo che il rincoglionimento proceda a ritmo esponenziale. Tu prendi un giornalista sportivo cinquanta-qualcosa, mettilo a commentare gli Europei, e siccome l'Italia esce subito e bisogna lavorare di repertorio, calcola quanto ci mette a scivolare su Italia-Germania 4 a 3. Baggio che sbaglia il rigore, ormai, è dimenticato. Spagna '82, un bagliore nell'oscurità. Ma quella partita brilla ancora come il primo giorno. E allora è giusto parlarne, e pagarvi perché ce ne parliate. Tanto che a furia di sentirvi parlarne, mi sembra di esserci stato anch'io, quel giorno, allo Stadio Azteca, a guardare capitan Beckenbauer con il braccio al collo. Tanto che anch'io, alla fine, mi sento di partecipare a questo rincoglionimento collettivo. Volete che vi dia la formazione? Albertosi, Burgnich, Cera, Bertini…

Dentro di me, tuttavia, sento un'esigenza insopprimibile, qualcosa che spinge, che chiede di uscire, una cosa che mi pare banale, ma a volte la banalità è più forte di me:

Ragazzi, guardate che Italia–Germania 4 a 3 ci ha strasfracellato i coglioni

Perdonate il font, ma è proprio così, domandate in giro.

(E dire che questo potrebbe anche essere un bel libro).

giovedì 1 luglio 2004

L'amico Bill

E poi no, una frase inglese così lunga non te la passo. Ma scusa, scrivi in inglese e ti metti a fare il periodo ciceroniano? Con le subordinate? Di terzo grado, magari? È come attaccare un Land Rover ai buoi.
Oppure, come se l'Inghilterra l'allenasse un CT italiano, che sull'uno a zero fa uscire gli attaccanti. No, sarebbe folle. Mentre invece, se l'inglese è bello, è perché è così diretto. Azioni brevi, semplici, palla lunga e pedalare, straight to the point, come si dice. Non è che vincano molto più di noi, eh? Ma si guardano molto più volentieri.
E anche l'inglese, se mi piace è perché è diretto. Molto meno democratico di quanto sembra (o forse sì, più democratico, la grammatica di base è un diritto di tutti: ma anche molto più classista). Per dirne una, noi abbiamo la Costituzione della Repubblica Italiana, i fransè hanno la Déclaration des Droits de l'Homme et du Citoyen, oh là là, nientemen, e loro cos'hanno?

Il Bill of Rights.

Ma lo senti? Tre sillabe. Palla a Rooney, tiro, gol. Bill of Rights. Si studia in tutte le scuole del mondo, ma sembra il nome di un tuo compagno di bevute. "Hi guys". "Toh, chi c'è, quel vecchio porco di Bill of Rights! Come te la passi?"
Sembra gangsta-rap, ma se poi vai a vedere quando lo hanno scritto, non è del secolo scorso, no, e neanche di quello prima. È del 1689! Nel continente era ancora impossibile parlarsi tra notabili senza intrecciare almeno un paio di periodi ipotetici in subordinata.

"Se vossignoria mi scusasse l'ardire, conciossiacché la notizia che vengo a porle è di estrema gravità et interesse, verrei appunto a notificarvi siffatta nuova".
"Acciocché non permangano dubbi sulla stima che nutriamo per voi e la fiducia che confidiamo nella vostra affidabilità, insomma, diteci".
"Orbene, eccellenza, il nuovo monarca testé insediato sul trono d'Albione – mediante procedura, a mio modo di vedere, singolare e censurabile – Guglielmo d'Orange, intendo, ha stilato coi suoi novelli sudditi un contratto".
"Un contratto? L'idea parmi in un certo qualmodo perniciosa e, se v'arrischiate a scusarmi l'ardire, plebea… ma come si chiama siffatto documento?"
"Chiamasi Bill…".
"Bill?"
"…Eccellenza, sì, voi piacendo".
"Non funzionerà mai".

Io è una vita che cerco di scrivere all'inglese con l'italiano, che è come fare i cento metri con i tacchi. O pretendere Del Piero in copertura. Ed è per questo che ti dico: una frase lunga così, in inglese, non te la passo. Metti un punto. Tira a rete.
Come? Sì, non sempre ci si prende, sì. Anzi, quasi mai.
Ma da guardare, è più divertente.

(Mi duole tuttavia notificare che il vero nome di Bill è An Act Declaring the Rights and Liberties of the Subject and Settling the Succession of the Crown)