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mercoledì 4 gennaio 2012

Lettera a un vecchio Ichino

Insomma capita che la mia letterina (ina ina) al giovane ichino con la i minuscola abbia fatto il botto sull'Unità. Capita che l'abbia letta anche il professore Ichino con la I maiuscola, che a differenza di Renzi(*) l'Unità la legge ancora. Capita che non vi si sia riconosciuto - e giustamente. E così mi ha risposto, il giuslavorista. Perché di Ichino si possono dire cose brutte, ma se lo tirano in ballo lui risponde. Risponde anche ai bruchi, ai vermi e a me.


E allora io gli ho chiesto scusa. Più o meno. Sull'Unità. (H1t#107). E si commenta là.

Devo le mie scuse al professor Ichino per averlo coinvolto in una polemica superficiale, che in realtà non aveva come obiettivo lui. L’ambiguità era palese sin dal titolo: la mia “Lettera a un giovane ichino”, con la i minuscola, non era indirizzata a lui, ma a un certo tipo di commentatori in cui mi capita spesso di imbattermi su blog e social network, che usano il professore un po’ come bandiera per uno scontro generazionale con la “casta” dei protetti dall’articolo 18. In realtà il titolo originale avrebbe dovuto essere “lettera a un giovane ichiniano”, ma suonava proprio male, o “ichinodulo”, ma non lo avrebbe letto nessuno: e così mi sono permesso il dubbio omaggio di fare del cognome del professore un nome comune. Non mi aspettavo che l’Ichino, con la I mi replicasse sul suo blog, ma questo è un errore mio: continuo a pensare di scrivere per un pubblico di poche centinaia di persone. Invece il mio post è stato ripreso dall’Unità, sei giorni dopo la pubblicazione, e a quel punto ha fatto veramente il giro di Internet. Il professore ha tutto il diritto a non riconoscersi nel “giovane ichino” di cui parlo, e di respingere la caricatura delle sue idee.
Questo non significa che io non abbia diverse riserve su queste idee, di cui magari un’altra volta scriverò, con maggiore cognizione. Confesso subito però che non si tratta di riserve tecniche – non sono un giuslavorista, e come ho anche scritto in quel pezzetto, ritengo che in linea di massima potrebbe anche aver ragione lui. Quello che mi manca per abbracciare l’ichinismo è una grande dose di ottimismo della volontà, che non manca invece al professore, né a tanti suoi difensori. Me ne sono convinto definitivamente leggendo i commenti di molti “giovani ichini”, che mi assicuravano che la flexsecurity avrebbe aumentato i diritti, aumentato i posti di lavoro, trasformato l’Italia in una grande Danimarca eccetera. Anch’io, quando leggo Ichino con la I, devo ammettere che tutto sembra tornare: soltanto, non ci credo.
Non credo che il modello danese sia alla nostra portata, per una serie di parametri culturali e banalmente geografici su cui magari un’altra volta mi dilungherò; non credo che i sussidi di disoccupazione ridurranno gli sprechi – temo viceversa che molti lavoratori (e imprenditori) sommersi ne profitteranno; non credo, per usare le parole del professore, che ai lavoratori oggi privi di tutele verranno davvero estese “le altre protezioni essenziali, secondo i migliori standard internazionali (maternità/paternità, malattia, ferie retribuite)”: suona molto bene, ma purtroppo non ci credo. Non credo che il progetto del professore sarà realizzato nella sua totalità, come quello del povero Biagi prima di lui. Credo invece, da pessimista qual io sono, che la Confindustria avrà buon gioco a far passare le cose che le interessano (libertà di licenziare, non “per capriccio”, ok, ho esagerato: diciamo che basta affermare che altrove si possono fare affari migliori, come Marchionne a Detroit) cassando quelle che la impegnerebbero, visto che gli impegni nei confronti dei lavoratori i nostri industriali proprio non se li sanno prendere; credo che la flexsecurity sarà usata come una bandiera per togliere altre speranze ai giovani – e quasi soltanto ai giovani (anche se Ichino ha ragione, a livello di pensione qualcosa è stato rosicchiato anche ai cinquanta-sessantenni). Insomma, per dialogare alla pari con lo stimato giuslavorista non mi manca soltanto la dottrina, ma soprattutto la fede.
Nella sua risposta Ichino ribadisce che con la flexsecurity i diritti dell’articolo 18 non verranno eliminati, ma estesi: quando però scrissi il pezzetto (il ventun dicembre) non era di estensione dei diritti che si discuteva tra ministro e sindacati, ma di abolizione dell’articolo 18. La polemica poi rientrò, forse per farci passare almeno le feste tranquilli. Stamattina però ci siamo alzati con Libero che titolava “Più assunti solo se aboliamo l’articolo 18″. E dàgli. Però questo non è Ichino, d’accordo, è Belpietro… poi abbiamo scoperto che il governo pensa di sospendere l’articolo 18 per alcune categorie di neoassunti. Ora il professore ha un bel da dire che sospendendo l’articolo in realtà i diritti non diminuiscono, ma aumentano: probabilmente ha un senso, probabilmente se tutto andasse come vuole lui la cosa funzionerebbe.  È interessante tuttavia che si prenda sempre come punto di partenza (o come titolo in prima pagina) l’abolizione dell’articolo, non l’estensione dei diritti. Magari saremo prevenuti; del resto stiamo ancora aspettando di vedere gli ammortizzatori sociali che sarebbero dovuti seguire alla legge Biagi (e al pacchetto Treu). Certo, se è per questo stiamo ancora aspettando pure l’aumento dei posti di lavoro che Treu e Biagi auspicavano. Forse arriverà tutto assieme con la Fornero-Ichino. Forse. In fondo essere ottimisti non costa nulla e migliora l’appetito. Però poi bisogna anche avere qualcosa da mettere sotto i denti.

Devo infine altre scuse al professor Ichino per quello che lui chiama “il colpo basso finale”: l’aver cioè malignamente insinuato che “lui non lo licenzia nessuno”. Ecco, pare che io sia stato ingiusto, pare che anche il professor Ichino abbia vissuto, nel passato, l’esperienza scioccante (ma anche molto stimolante, non lo nego) del licenziamento. O perlomeno, è convinto di essere stato licenziato dal PCI, che nel 1983 gli fece il grosso torto di non riproporlo alle elezioni. Neanche adesso ha la garanzia che il PD lo ricandidi, dice. Sì, ammetto di avere una visione un po’ limitata, basata sulle mie limitate esperienze. Io per licenziamento intendevo quelle situazioni in cui un boss ti chiama e ti fa firmare una letterina, oppure quando lavori per un anno nello stesso posto tutti i giorni e alla fine dell’anno hai firmato quindici contratti diversi, anzi uguali. Per Ichino, invece, essere licenziati è perdere uno spazio sull’Unità senza “neppure un rigo di commiato” (solidarietà), ed essere prontamente ripresi dal Corriere della Sera. Posso capire che dal suo punto di vista un licenziamento non sia insomma una tragedia. Mi resta il dubbio di quanti giornalisti e pubblicisti che in questi giorni stanno temendo per il loro posto possano davvero sperare in un destino simile, ma è soltanto il solito dannato Pessimismo che parla per me. Mi scuso quindi, ho scritto una cosa cattiva. Mi perdonerà se allo stato attuale faccio tuttora fatica a immaginarmi il Corriere della Sera che lo licenzia, ecco. http://leonardo.blogspot.com
(*) via Soncini.