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sabato 28 luglio 2001

Chiedo scusa, ma... credo di essere stato terribilmente lungo. Comunque questo è l'ultimo pezzo.


Genova, sabato 21 luglio 2001 (seconda parte)

Lo sbando

Sembra tutto finito, invece non finisce mai.

Il comizio, quello sì, è finito. L’altoparlante dice di convergere sul Marassi. Non si può tornare indietro, assolutamente. Specie lungo viale Italia. E la stazione è bloccata.
Io lo sapevo che finiva così. Perché non ho rimontato la tenda stamattina? La mia roba è dall’altra parte di Genova, e in mezzo c’è tutta la polizia del mondo. E fosse solo questo. Glauco e Ponz hanno la macchina da qualche parte, ma sono irreperibili. L’unico col cellulare carico è Ric. Dal palco gli oratori si sgolano: tutte le comitive sono invitate a convergere sul piazzale dello stadio Marassi. Ci sono parecchi bambini sperduti, naturalmente.
“Il gruppo X è desiderato sotto il palco”.
“Il gruppo Y è pregato di alzare la bandiera, grazie”.
E noi che facciamo? Un appello a Glauco? Non si può far chiamare un singolo dall’altoparlante, al massimo un’associazione. A meno che…

“Signorina… scusi. Potrebbe fare un appello alla Federazione Giovanile Repubblicana di Modena?”.
“Come?”
“ Federazione Giovanile Repubblicana. Sezione di Modena. Dica che li aspettiamo qui davanti”.
“Ouff… (Nell’altoparlante): IL PULLMANN DEI GIOVANI REPUBBLICANI DI MODENA QUI DAVANTI, PER FAVORE”.

Neanche attirandoli con la promessa di un pullman tutto per loro riusciamo a ritrovare gli unici due giovani repubblicani di Modena (del mondo intero?). Quanto a Ponz, loro autista, è seduto per terra, bloccato da una formidabile emicrania. Ma in un modo o nell’altro finiamo per incontrarci, nel cul-de-sac che chiude C.so Sardegna. Tutto quello che abbiamo è dall’altra parte di Genova. Ma in mezzo ci sono le cariche della polizia. Triste ironia: possiamo solo avvicinarci alla Zona Rossa.
“Perché non pieghiamo di qui?”
Ma non è mica Modena, che basta tracciare un dito sulla cartina per tracciare una rotta. Genova è una vertigine, tra una via e l’altra ci può essere una montagna, e infatti c’è.
“Dobbiamo andare a Marassi, di qua, non hai sentito?”
“Ma il Marassi è di là”.
“L’altoparlante diceva di qua”.
“Ma tanto è tutto Marassi qui, è il nome del quartiere”.
“L’altoparlante diceva di qua”.
“Ma se ti dico che lo stadio è di là”.
E chi se ne frega dello stadio del cazzo! Secondo te gioca la Samp stasera? Non dobbiamo andare a vedere nessuna Sampdoria del cazzo, dobbiamo muoverci di qui, capito? Ma lo fai apposta?”
“Come vuoi, però lo stadio è di là”.
“Ma l’altoparlante…”
E Ponz: “Continuate a litigare, ragazzi. Mi fate passare l’emicrania”.
Siamo molto nervosi. E non abbiamo tutti i torti. Ci siamo appena incamminati quando intorno a noi la gente si mette a correre. Sono arrivati? Mi volto indietro e mi dico: Ci Siamo. Non posso tornare a casa senza aver visto una carica…
…ma vedo solo gente come me che fugge, e poi la dietro altra gente che si ferma e alza le mani, come a dire: falso allarme. È una carica o no? Almeno ci siamo messi in moto.
C’è un ragazzo steso a terra, svenuto. Sorride.

Il piazzale dello stadio. Lo stadio di Renzo Piano, rosso come a voler prevenire la ruggine, il mio preferito quando guardavo 90° Minuto. E nel piazzale un viavai di gente che non sa da che parte andare, sfoglia cartine, chiede in giro, gira in tondo. Poi all’improvviso un altro fuggi-fuggi, e sul fondo un blu di camionette. Ci caricano o no? Ma perché ci caricano qui, dove aspettano di partire le corriere? Vogliono farci restare a Genova? Vogliono spargerci in tutta la città?
Intercettiamo un convoglio di dimostranti dal Carlini. Vanno nel senso opposto: è l’unico consentito. Ci metteranno anni ad arrivare, ma è meglio che restare fermi. Li seguiamo? O c’infiliamo su per un’altissima scalinata e ci perdiamo definitivamente? Vincenzo, un amico incontrato per caso, conosce qualcuno da quelle parti. Proviamo. (Come diceva il manuale del dimostrante? Non disperdersi in gruppetti? Lasciamo perdere).
La scalinata sale più di cento metri. Si vede un po’ di Genova da lì. E in basso, nel piazzale, il convoglio del Carlini, tante formichine che vanno avanti a mani alzate.

Sembra tutto finito…
Siamo saliti, abbiamo chiesto a vigili e conducenti d’autobus, le uniche divise di cui ci fidiamo. Ci siamo ritrovati in un quartiere alto, davanti a una pizzeria takeaway, e abbiamo ordinato delle margherite, lì sul marciapiede. È da 24 ore che non mangio, credo (non riesco a ricordare). La casa degli amici di Vincenzo non la troveremo mai, ma intanto più tempo passa meglio è. Siamo stanchi, ma allegri, ci prendiamo in giro, raccontiamo ai pizzaioli le nostre esperienze di Black Block. Io ne ho visti, io ne ho fotografati, anch’io, signora. Io, signora, ero nel loro campeggio, di fronte alla caserma. No, non siamo mai stati perquisiti. Sì, in corso Sardegna eravamo più di duecentomila, non violenti. L’ha detto la televisione?
Tra una casa e un'altra s’intravede il mare, e sul mare qualcosa che sembra un’enorme palazzo bianco. Dev’essere la nave di Bush. Siamo così lontani dagli scontri che si vede persino la Zona Rossa

“Elisa dice che hanno riaperto Brignole”.
L’autobus che porta a Brignole è pieno di stranieri, alcuni un po’ contusi. Il piazzale davanti alla stazione sembra uno stadio. Partono i treni speciali? Non tutti stasera. C’è chi la notte la passerà qui. Che importa, ormai è tutto finito.
Un altro bus ci porta a Sciorba: stiamo cercando la macchina di Ponz. (“Eppure mi sembrava di averla lasciata lì…”). Rifacciamo il percorso della manifestazione, cartacce, scritte ai muri, le solite vetrine infrante. A una capannina diamo un’occhiata alla tv, trasmettono dalla Zona rossa C’è La Russa e sembra perfino pacato. Sì, è tutto finito ormai. Ponz si concede una fetta di cocomero.
Col tempo l’ansia si dissolve. Tutto è ancora dove l’avevamo lasciato: la macchina di Ponz, la mia tenda. Tutto al suo posto. Anche noi.


La notte

“Senti, noi pensavamo di andare a bere qualcosa”.
“Proprio adesso?”
Siamo al Centro Media, la scuola dove vado a giocare al cronista di guerra. Stavolta ormai non mi facevano entrare, non trovavo il pass. È da mezz’ora che sto in fila davanti a un terminale, aspettando il mio turno. Sfoglio un brandello di “Time” trovato sul pavimento, sbircio gli hackers di fianco che si mostrano il capolavoro di un amico: si è impadronito del sito di una prefettura, ha messo in homepage la solita foto di Giuliani investito dalla camionetta. E proprio quando tocca a me, deve arrivare il solito Glauco impaziente a tirarmi per le maniche? Andiamo qui, andiamo là, prendiamo da mangiare, prendiamo da bere… perché non li mando tutti a quel paese una buona volta? Io ho un pubblico da casa che sta in apprensione, ho le mie responsabilità, ormai…
“Va bene, arrivo. Aspettiamo Ric, però”.
È al piano di sopra, sta salutando un’amica, ha detto che viene ma non arriva mai.

Intanto inganno il tempo litigando. Al cancello sta un volontario inglese, un ragazzino. Mi ha chiesto di dire a questi tre italiani che vogliono entrare senza pass che non si può.
“Ragazzi, è una semplice regola. Senza pass non si entra. È la sala stampa”.
“Ma cos’è, stiamo a fare i vigili urbani qui? Io il pass ce l’ho, questi sono due miei amici che hanno lavorato un sacco e…”
Sospiro. Il pass è un cartoncino verde che nei primi giorni si chiedeva all’ingresso. Bastava citare una testata. Nessun controllo, nessun riscontro. Io ho detto Vita.it, ma se avessi detto: “Le Ore” o “Corna Vissute” avrei avuto lo stesso il mio bel pass. Se fosse passato Adolf Hitler coi suoi baffetti, un taccuino e la macchina fotografica, anche lui avrebbe staccato il suo pass. E perché mai, ora, qui, mi metto a fare una discussione con questi qui che sembrano le persone più tranquille del mondo? Ho voglia di litigare? Ho voglia di discutere? Cos’ho? Cosa mi prende? È tutto finito, no?
“Ragazzi, non sono io che ve lo dico, è lui. Un po’ di rispetto per il suo lavoro, dai”.
I tre abbozzano e se ne vanno. Bravi ragazzi. Da allora non faccio che chiedermi: sono andati via o sono entrati lì di fronte, alla Diaz, dove si poteva entrare senza pass? La mia stupida loquacità li ha salvati o li ha fregati? Non lo so. Ma mi vergogno.
“Insomma, Ric arriva o no? Sono stanco di dover aspettare le persone”.
“Ah, perché sei tu che aspetti le persone, adesso”.

…e invece non finisce mai.
C’è una birreria proprio dietro l’angolo delle scuole, l’unica che ha tenuto aperto anche le serate più difficili. C’è un paio di attivisti d’Indymedia, una comitiva in lingua inglese e una francofona. C’è un’ex compagna di liceo di Glauco poi emigrata in Belgio: lui la riconoscerà sentendola urlare. Hanno tutti fame, tranne me. Chiedo una birra strana, che non berrò mai, perché mentre aspettiamo le ordinazioni cominciamo a sentire le sirene e vediamo salire volanti, cellulari e ambulanze, alla spicciolata. E poi le urla di un signore:
“Andate indietro! Indietro! Quelli vi ammazzano! Non lo capite? Tornate indietro!”
Stanno entrando nelle scuole.

Alla prima sirena siamo tutti entrati all’interno del locale. Alla decima abbiamo tirato giù la saracinesca. Dentro è caldo, ma carino: c’è un paio di chitarre appese, la gente siede intorno alle botti. La gente sta telefonando agli amici nelle scuole, ascolta la paura di chi li sta vedendo entrare e picchiare. La gente ha paura ma non riesce a restare seduta. Sembra l’Argentina. Questo lo diranno in molti, da qui in poi.
Un tizio d’Indymedia è furioso, urla che vuole andare là. Alla fine lo lasciano andare. E poi, alla spicciolata, usciamo tutti. Lo sappiamo che è pericoloso, ce lo diciamo a vicenda, ma serve solo ad eccitarci, come insetti intorno a una lampada. Glauco vuole portare indietro la sua amica belga, io gli dico fermati e intanto gli vado dietro, Ric ci segue, e quando arriviamo scopriamo che Ponz è già là, è entrato nel Centro Media senza pass, ha visto la gente seduta per terra, i marescialli coi manganelli che litigano coi giornalisti e una parlamentare.
Fuori c’è già una colonna di otto ambulanze. Altre poi ne arriveranno, ma quelle otto erano già lì all’inizio dell’irruzione.
Dopo aver passato l’ultima ambulanza c’è la prima macchina della polizia, e c’è un poliziotto che passeggia avanti e indietro con un bandana sulla bocca, un altro cowboy. Cosa fa? Fa il palo.

Più avanti, nello spazio tra le due scuole, c’è una testuggine di agenti antisommossa: polizia e carabinieri. E un piccolo spazio dove litiga le gente: i giornalisti, i poliziotti in borghese, i registi italiani, i parlamentari, Agnoletto, i dimostranti… sono salito sul muretto del cancello per guardare meglio, e ho visto un attivista d’Indymedia (lo conoscevo già, mi era simpatico) accapigliarsi con un ragazzo straniero in tutina nera. E mi sono detto: Ci Siamo. Mi sono lasciato cascare dal muretto addosso a quel ragazzo, l’ho placcato alle spalle, e in un secondo ho capito che era un pesciolino, che potevo tenerlo fermo anch’io. In teoria gli stavo solo impedendo di nuocere. Ma l’altro era libero di muoversi, e un pugno in faccia gliel’ha piazzato. Poi ci siamo tutti calmati, tranne il ragazzo. Parlava inglese, e insisteva di voler parlare a quelli là, quelli con gli scudi e con i caschi. E intanto rischiava di farsi inquadrare dalle telecamere con la sua tutina e il suo cappuccetto nero. Non ti capiscono, gli abbiamo detto. Ma lui niente, era anche ubriaco. “Fuck Italiani! Merda!”. E piangeva. Dentro stavano ammazzando di botte i suoi amici. Ma lui era straniero, era vestito di nero, era stupido, e per un briciolo di secondo forse ho voluto pestarlo anch’io.

Sono tornato dentro, a scrivere in diretta. Ma da fuori ho sentito un boato di rabbia. Era stato un grosso sacco di plastica nero, trasportato da quattro agenti. Mi sono appeso a un cancello e non sono sceso più.
Ho visto uscire le ragazze e i ragazzi, alcuni in sacco a pelo sulle barelle, altri in piedi, scortati dai gendarmi, con le mani a tenersi un pezzo di testa dalla paura che gli scappasse via. Ho visto le cose che avete visto tutti, ma senza capire, perché non capivo più.

Mi ripetevo una sola cosa: hanno trovato dei black block alle Diaz. Gli amici di quel deficiente di prima. Ora non gli servono più e possono sfogarsi quanto vogliono. Certo, perché no? Chi controllava le entrate alle Diaz? Nessuno. Era una dépendance del Centro media, era stata occupata per evitare che gli squatter disturbassero le conferenze stampa e togliessero i computer ai giornalisti. Chiunque poteva entrare. La sera prima ero entrato lì per scrivere, ero rimasto colpito da due ragazzi seri che si leggevano un dossier inglese sulla strategia della tensione in Italia. Black Block? Perché no? Ma anche due ragazzini venuti a scrivere: ciao mamma, sto bene, non mi sono fatto niente. Perché no? Ciao papà, ora devo interrompere, è entrata la polizia e ci stanno facendo a pezzi.

Chi controllava le Diaz? Giovedì sera, la sera dell’alluvione, sfoggiavo il cartellino giallo dei volontari. Ho visto Kadija tutta sola con un minuscolo impermeabile cercare nel mazzo la chiave del cancello. Kadija è una nostra amica di Reggio: è arrivata con Barbara mercoledì sera, e giovedì sera aveva in mano le chiavi dei locali gestiti dal GSF.
La chiave non si trovava. Le avevano chiesto di far uscire tutti, che nessuno cercasse di rimanere lì a dormire. Questa cosa da principio non mi era andata giù. Il Carlini era una pozza di fango e centinaia di ragazzi non sapevano come arrivarci, perché non metterli lì? Ma avevo obbedito. C’era un gruppo di tedeschi che voleva finire uno striscione. “Five minutes, bitte!”. Sembravano tranquilli. Li avevo aspettati e poi avevo provato tutte le chiavi finché non era saltata fuori quella giusta.
Giovedì sera l’ho chiusa io, la scuola-palestra Diaz. Poi, guardando in alto, ho visto una luce accesa al terzo piano. E non ho detto niente. E non ho pensato niente. Coglione. Criminale e coglione. Quella è gente che occupa case e scuole di professione. Ci hanno giocato come bambini dell’asilo.

Non finisce mai.
Quanto sono rimasti lì davanti, con i loro scudi e i loro caschi, con le loro maschere antigas che li rendevano ancor più simili a goffe tartarughe? Io non riuscivo a odiarli. Davano le spalle alla scuola e forse non capivano nulla. I carabinieri specialmente, a ogni spostamento cozzavano tra loro e lasciavano dei buchi, facevano passare i giornalisti senza accorgersene. Ma quelli dentro, quelli che portavano fuori i prigionieri… E i pezzi grossi in casco, giacca e cravatta…
Per quanto sono rimasti ancora lì? Quanto ci hanno messo a ritirarsi da via Cesare Battisti, sempre in testuggine, sempre con le maschere, fronteggiando col completo antisommossa un gruppetto di non più di trenta persone? Cos’aspettavano? Speravano che li caricassimo? Che qualche idiota lanciasse un sasso? Nessuno ha lanciato niente. Eravamo stanchi, distrutti, esauriti dagli avvenimenti. Qualche invettiva urlata da dietro, nient’altro.

Poi ci sono entrato, nella Diaz distrutta. Qualcosa l’ho visto, ma non ricordo bene. Per esempio: l’ho visto il sangue? Non lo so, in televisione me l’hanno mostrato troppe volte per ricordarmi se l’ho visto anche là, coi miei occhi. Nulla mi ha spaventato come il buco nella porta del bagno. Un buco enorme, fatto non so se con un manganello o con cosa. Ho vissuto il terrore di chi si era chiuso in bagno e l’ha visto forzare in quel modo. Il terrore di trovarsi in trappola. E sono uscito. Potevo essere lì. A volte andavo lì, invece di passare al Centro Media. Lì in fondo si scriveva meglio, c’era meno confusione e c’era Windows. Potevo essere lì, a scrivere nel mio simpatico sito: salve a tutti, sto bene, è stata una grande manifestazione pacifica…
Potevo essere lì davanti, in strada, come Francesco, investito dalla carica. Giovedì mi aveva chiesto di fargli il pass per la Gazzetta di Modena. Mah, gli avevo detto io, non so se è regolare. “Per favore, a Praga senza pass mi menavano”. L’ho visto poi in televisione col pass al collo, mostrare i lividi sulla schiena. Quando si è scoperto che è consigliere comunale, il Questore gli ha chiesto scusa. Gentile da parte sua.

Mentre nelle Diaz andava in scena il Cile, nel Centro Media avveniva un’ispezione molto più raffinata. Gli agenti sapevano già a che piano salire e cosa sequestrare. I pc d’Indymedia, gli archivi del materiale filmato e fotografico. Le prove annunciate in conferenza stampa da Agnoletto. La lista degli scomparsi. La lista dei movimenti delle camionette.
Ed eccoci qui. Ci credevamo furbi, noi, credevamo di poter fare e dire qualsiasi cosa. Credevamo di poter denunciare le collusioni tra Black Block e polizia? La polizia sale da noi e trova un covo di Black Block. Armati, naturalmente. Eccoci qui. Noi simpatici manifestanti, che apriamo le porte a tutti. Noi libertari. Noi che non stiamo a fare i vigili urbani, figuriamoci. Noi che non schediamo nessuno, non divulghiamo l’identità di nessuno, noi col nostro orrore per le generalità e i documenti. Eccoci qua. Siamo o non siamo i più grandi coglioni della Storia?


Domenica, 22 luglio 2001

Sembra tutto finito, e invece non finisce mai.
Col senno del poi, penso che l’idea di tornare al mio campeggio per dormire sia stata una delle scelte più irrazionali e irresponsabili della mia vita. Non c’è giustificazione: non capivo più niente. I miei amici avevano deciso di restare al centro media, e giustamente: lì, per stasera, non si rischiavano più irruzioni. Ma il mio campeggio scottava, lo sapevo benissimo, da almeno tre giorni. Fino a quel mattino forse i black block erano intoccabili, ma adesso no, l’avevo visto coi miei occhi. Per la prima volta il campetto era sbarrato, con due cassonetti e una catena di bicicletta. Le belve del Diaz non si sarebbero fermati per questo. Di sentinella una ragazza italiana e un gruppo d’inglesi. Nel buio ho sentito un grido da ubriaco: “Sein Feinn are cowards!”. Un irlandese convinto che il Sein Feinn, il partito vicino all’IRA, sia composto da codardi. Questo per dire l’ambiente.

Perché sono tornato? Perché nelle scuole si stava stretti, e non mi andava di occupare un posto letto quando avevo la mia tenda piantata. Perché ero convinto che stavolta fosse tutto finito, che anche le belve andassero a letto alle tre del mattino. O forse perché ero stanco di vivere a pochi metri dal pericolo, e passarla liscia, sempre. Lo so che è assurdo, ma mi vergognavo di essermela cavata così a buon mercato. Ancora oggi un poco mi vergogno.
Fatto sta che quando al mattino, appena sveglio, ho sentito il grido: The police! The police!, mi sono detto, per l’ennesima volta: Ci Siamo. E invece no, neanche stavolta. Nel parchetto erano restati soltanto i pesci piccoli, con una coda di paglia enorme: panicavano appena vedevano un auto blu.

Nel fondo dello zaino ho trovato i picchetti della tenda. Pensavo proprio di non averli. Altro che boy scout. Un vecchio coglione, ecco cosa sto diventando.

Siamo partiti quel mattino. Con Glauco abbiamo ancora litigato per la direzione in autostrada. In autogrill le testate di “Libero” e del “Giornale” ci hanno quasi tolto l’appetito. Per la prima volta abbiamo visto gli otto Grandi in tv, tutti contenti in posa per le foto. E Berlusconi ai microfoni parlare compunto di connivenza. Di cosa? Siamo ripartiti in fretta.

E se vi siete detti: “Non sta succedendo niente
Le fabbriche riapriranno, arresteranno qualche studente”
Convinti che fosse un gioco a cui avremmo giocato poco
Anche se voi vi credete assolti…


Sembra sempre sul punto di finire, e non finisce mai.
Mi sono trovato nella mia casa, solo, a guardare allo specchio se mi riconoscevo: sì, ero io, un po’ abbronzato, o forse solo sporco. Mi sono messo in mutande, ho aperto una bottiglia, ho acceso il computer e il bollitore. Più o meno nell’ordine. Il mio sito ha triplicato gli accessi: quanto sono contento. E adesso che farò? Ho ancora una settimana di ferie. Una gita in Macedonia?
In tv cosa c’è? Niente. MeganGale: Vu Vu Vu, Mi Piaci Tu.
Sembra sempre sul punto di finire…
“Sì? Pronto?”
“Leo, son la Barbara, hai saputo di ***?”
“Oddio, no, cosa gli è successo?”
“L’hanno arrestato”.

E se nei vostri quartieri tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate, senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone le verità della televisione
anche se allora vi siete assolti…


Non finisce mai. Sono in mutande sul divano, e intanto un mio amico è torturato a Bolzaneto.
Non finisce mai. La questura convoca una conferenza stampa e mostra il bottino delle Diaz: decine di coltelli a serramanico, un piccone, telefoni e fazzoletti di carta, magliette nere.
Non finisce mai. Berlusconi denuncia la connivenza del Genoa Social Forum che “copriva i violenti”.
Non finisce mai. Ho imparato questo. Chi parla di vittoria o di sconfitta forse non si rende conto. Non è una guerra, non ci sono orizzonti di vittoria o di sconfitta. Ci siamo noi, soltanto, da una parte o da un’altra di una carica, e a volte spingiamo, a volte fuggiamo, ma anche dopo lo sbando non possiamo fare altro che raccoglierci e spingere di nuovo. Senza che tutto questo finisca mai. Se anche si vince non si vince per sempre. Se anche si perde non si perde per sempre. È una lotta continua, infinita.
Non finisce mai. Siamo in Italia, nel 2001. Una democrazia. Sono qui, stanotte, che batto su una tastiera, e sento le sirene. Mi fermo, faccio silenzio, e non sento più niente. Mi rimetto a scrivere, ed ecco di nuovo le sirene. Sono dentro di me. Ci resteranno per un po’, non ho intenzione di dimenticarle. Non è ancora finita. Forse non finisce mai. Comunque sia, non finisce così.

E se credete ora che tutto sia come prima
Perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina
Convinti di allontanare la paura di cambiare,
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo, ancora più forte:
“per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti…”.


Questa memoria è dedicata a Indro Montanelli.

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