Pages - Menu

venerdì 28 giugno 2013

Contro il malaffare ARGENTERO NUDO!


Cha Cha Cha (Marco Risi, 2013).


In una Roma glaciale dove tutto è intercettabile e fotografabile, Corso è un investigatore privato che vive con un bulldog a tre zampe e molti sottaciuti rimpianti. Una vecchia fiamma che si è sistemata gli chiede di controllare il figlio scapestrato, il quale si fa ammazzare immediatamente dopo. Forse aveva scoperto qualcosa di losco? E poi basta, è un film con Luca Argentero nudo, direi che si vende da solo. Anche per la recensione non è che debba sbattermi più di tanto, con questo titolo risulterà comunque il post più letto del mese. Il resto dello spazio potrei usarlo per ribadire il concetto ai motori di ricerca più rintronati: Argentero nudo! Parti intime di Luca Argentero, bagnate! Luca Argentero esce dalla doccia e picchia i criminali! Anche se in verità alla fine ne prende tantissime, ma persino ciò fa tendenza, questo è l'anno in cui Ryan Gosling si è fatto spaccare la faccia da un franksinatra thailandese, volete che Argentero sia da meno? Argentero nudo che le prende dai criminali, secondo me, è persino esportabile. Ma forse non sono oggettivo.

Mi capita spesso, davanti ai film italiani di genere. Dopo un po’ mi rendo conto che non sto guardando, sto tifando. Come davanti alla nazionale (continua su +eventi!): passi un’ora e mezza a vedere undici sventurati che fanno melina e non riescono a metterla dentro, e invece di mandarli a cagare non fai che dire: grandissimi, bravissimi, ottima prova, stiamo dominando, eccetera eccetera. Per me il solo fatto che un regista italiano provi a fare un film di genere (cioè un noir, non avendo più nessuno le palle per infilare Abatantuono e Rubini in un film di fantascienza) merita rispetto e sostegno incondizionato, insomma una curva di recensori con la sciarpina e la bomboletta che urlino Forza Marco Risi! Sei tutti noi! Scatena ancora Luca Argentero Nudo sulla fascia, che crossa per Claudio Amendola gigioneggiante in area di rigore. Ti perdoneremo qualunque cosa, Nino Frassica, Shel Shapiro e il cane a tre zampe (il più nella parte), ma dacci Eva Herzigová che piange! La partigianeria è tale che riesco persino a vedere una mirabile prova attoriale da parte di Eva Herzigová, una madre dolente dignitosissima. 

Quel che faccio più fatica a mandar giù è la colonna sonora, la tipica colonna sonora da noir contemporaneo, quell’elettronica cupa e senza sostanza che non fa che cantare “non senti l’inquietudine? Inquiétati, inquiétati” e se restasse in sottofondo potrebbe anche funzionare – ma suonata a palla in continuazione INQUIETATI! TI STAI INQUIETANDO? TI GARANTISCO CHE È UNA SCENA INQUIETANTE! sembra deporre contro la sicurezza del regista nei confronti dei propri mezzi espressivi. Sarei curioso di vedere se il film funziona anche senza. Secondo me sì. Il tentativo di fotografare una Roma più oscura e tecnologica, più europea, insomma, è lodevole e funzionerebbe anche senza tutto quell’INQUIEEEEEETATI. 
Un altra cosa che strappa al tifoso l’applauso è l’aggiornamento alle nuove tecnologie: facebook e smartphones non come accessori di scena ma come veicoli della trama. Così possiamo anche verificare a che punto siamo con l’alfabetizzazione tecnologica degli sceneggiatori. La scoperta più interessante la facciamo nell’abbacinante torre di guardia dove vive Bebo Storti, Gran Mogol degli intercettatori. Pare che qualcuno (la Telecom?) registri praticamente tutte le telefonate, visto che non si sa bene cosa poi potrà tornare utile – come la CIA di Snowden, in pratica. In compenso viviamo ancora in un mondo senza cloud e senza dropbox: gli sgherri del cattivo non fanno che andare in giro a rompere gli hard disk in casa della gente, tanto più che a nessuno viene in mente nemmeno di farsi una copia su una chiavetta e infilarsela in tasca.
 Però alla fine è un noir italiano. C’è una Herzigová dignitosa. C’è Luca Argentero nudo. C’è un bel commissario Amendola, ambiguo e gigione il giusto, Pippo Delbono palazzinaro senza scrupoli, ha senso chiedere qualcosa di più? Come ha osservato qualcuno, sembra un bel pilota di una serie italiana a cui daremmo una chance. Passando sopra ai riferimenti all’attualità, alla rapacità dei palazzinari intrallazzati – riferimenti talmente vaghi da passare la soglia del qualunquismo, e che sembrano messi lì per ricordare che Risi di solito è un regista impegnato. Lo sappiamo. Ma siamo contenti che sappia fare anche i noir. Forza Marco Risi. Questa è l’Italia che ci piace.
Cha Cha Cha è ancora al Cineplex di Alba oggi (venerdì 28) alle 22.30, sabato 29 alle 20.30 e domenica 30 alle 20; al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo sabato 29 giugno alle 17.30 e domenica 30 alle 15.20. 

mercoledì 26 giugno 2013

Melón y jamón


26 giugno - San Pelagio martire, trofeo di guerra

E adesso gli tagliate la gamba destra grazie.“Rodrigo!”
“Mio signore...”
“Come sta il prigioniero?”
“Neanche un graffio, mio signore”.
“Vorrei anche vedere, sai che ne risponderesti con la vita. Ma il morale?”
“Mi pare piuttosto spaventato”.
“Sì, eh?”
“Sta sempre nell'angolo della tenda, non vuole dare le spalle a nessuno”.
“Chissà per chi ci ha presi. Quanti anni avrà, secondo te?”
“Anche quattordici. Questi mori sono precoci”.
“Ma quale moro e moro, non l'hai visto? È biondo”.
“Dicevo gli occhi”.
“Gli occhi, già. Portalo qui, Rodrigo”.
“Chiamo il bardo?”
“Ma che bardo e bardo, servi una cena leggera piuttosto”.
“Subito”.

***

“Vieni avanti, vieni, non aver paura. Come hai detto che ti chiami?”
“Non ho detto niente, signore”.
“E dimmelo adesso”.
“Alì”.
“Figlio di?”
“Ibn Mohammed”.
“E ti pareva. E Mohammed era figlio di?”
“Alì”.
“Certo che voi infedeli, con rispetto, ma ci avete una fantasia coi nomi che non riesco a capire come possano le vostre madri riconoscervi...”
“Signore, abbiamo un solo Dio, e un profeta. Forse è per questo che abbiamo pochi nomi”.
“Ma senti il paggetto teologo, sentilo. Stai insinuando che noi cristiani abbiamo tanti nomi perché siamo idolatri? Anche noi abbiamo un Dio solo”.
“Ma ha fatto un figlio, a quanto mi risulta”.
“Ma senti che boccaccia. Lo sai che potrei farti frustare? Lo sai? Qua fuori ho tutti gli strumenti all'uopo, e i miei uomini non vedrebbero l'ora di sentire le urla di un infedele che...

Toc toc.

“Che c'è?”
“Mio signore, la cena”.
“Ah già, porta qui. Cos'hai?”
“Melone e prosciutto”.
“Melone e... ma sei fuori di testa? Ma ti pare il caso?”
“Mio signore, è tutto quel che c'è in cambusa, io pensavo che...”
“Pensavi, tu pensavi, ma lo vedi il ragazzino? Ma secondo te lo mangia il prosciutto, uno così?”
“E perché no, signore?”.
“Imbecilli. Sono circondato da imbecilli. Perché è un saraceno, razza di capra di Mursia!”
“Mio signore, con rispetto, ma... è un prigioniero”.
“E allora?”

“Scusate...”
“Che c'è, ragazzino”.
“Se non è un problema, io mi contento del melone”.
“Vede signore? Si contenta del melone”.
“Non abbiamo altro?”
“In questo momento no, finché non arriviamo a Toledo...”
“Uff, Toledo. Sparisci”.

***

“Ti piace il melone?”
“Molto”.
“Devi scusare il mio servo. È un imbecille. Ce n'è parecchi, qui. Questo è il motivo per cui la Riconquista va per le lunghe, sai”.
“Perché ci sono troppi imbecilli?”
“Altrimenti avremmo già espugnato Cordova da cinquant'anni e rispedito tutti gli infedeli al di là del mare. Voglio dire, che ci vuole. Fosse per me la faccenda si sistemerebbe in una primavera. Assedi Cordova in febbraio, Granada in marzo, e... ma non voglio rivelarti i miei piani”.
“Non sarei comunque in grado di capirli, signore”.
“Hai la risposta pronta, tu. Mi piaci. Voglio dire, mi piace come rispondi”.
“Non mi frusterete?”
“Magari sì, ti frusterò, adesso vediamo, per ora mangia. Vedi Mohammed... posso chiamarti Mohammed?”
“Mi chiamo Alì”.
“Alì, già. Vedi, vorrei che tu sapessi che anche se adesso ti può sembrare tutto orribile, la prigionia, le torture eccetera... vorrei che capissi che ci siamo passati tutti – a chi non è capitato di essere dato in ostaggio, o di essere rapito in una scorreria...”
“Avete impalato mio padre”.
“Tuo padre, lasciatelo dire, era un rompicoglioni che mi assillava dai tempi di Segovia. Aveva sgozzato mio cugino. Non che mio cugino non fosse anche lui un imbecille, anzi, avessi potuto scegliere tra i due non so chi avrei fatto fuori prima. Però adesso non cercare di impressionarmi con tuo papà impalato. Siamo in guerra, queste cose capitano”.
“Esiste solo la guerra?”
“Che io sappia sì”.
“Ma quando è cominciata?”
“Niente, qualche secolo fa gli infedeli sono arrivati per mare, han cacciato i Visigoti da tutta la Spagna tranne qualche castellaccio nelle Asturie, dopodiché...”
“Io avevo sentito dire che cominciò quando gli asturiani invasero il Califfato”.
“Eh, eh, certo, come no, siamo sempre noi quelli cattivi che cominciano”.
“Non è così?”
“No, avete iniziato voi. Non potevate starvene di là dal mare?”
“E prima che arrivassimo noi... non c'era la guerra?”
“Ce n'erano altre, contro i Bizantini, i Franchi... ma non è la stessa cosa. Io per dire contro un Franco non mi sarei mica messo a cavallo”.
“E perché?”
“Perché i Franchi sono tipi a posto. Sono cristiani. Tra cristiani ci si può andar d'accordo. Ma gli infedeli sono come i corvi in un campo. O mangi tu o mangiano loro. E loro non coltivano niente”.
“Ma veramente, i giardini di Cordova...” (continua sul Post...)

martedì 25 giugno 2013

Piccolo Cesare bavoso

Silvio Berlusconi è stato tante cose. Negli ultimi anni, tra le altre, un vecchietto bavoso disperatamente intento a dissimulare il proprio decadimento fisico circondandosi di fanciulle graziose e non, maggiorenni e non, disinteressate e non: più probabilmente non. Che per la loro compagnia abbia dovuto promettere e mantenere, insomma pagare, non credo sia materia di discussione: la sentenza arriva a ratificare l'ovvio. Quel che forse la maggior parte degli italiani ancora non sa, o non vuole sapere, è che i soldi per pagare queste graziose signore Silvio Berlusconi li abbia avuti da noi: un lungo drenaggio di risorse mandato avanti durante una trentennale storia di corruzione ed evasione che è materia di processi meno piccanti, ma più cruciali di quello che si è concluso ieri. Si può essere più o meno moralisti, nei confronti di un vecchietto che frequenta compulsivamente prostitute: si può ritenere che sia un suo diritto dissiparsi così, del resto anche il saggio re Salomone eccetera. Ma se lo fa coi nostri soldi, ecco, dispiace un po'... (continua sull'Unità, H1t#184)

Dispiace per i suoi figli, come sempre in questi casi. Non solo quelli legittimi e naturali, ma anche gli eredi politici: anche a loro spettava interdirlo, molto prima che il ridicolo finisse su tutti i telegiornali del mondo. Dispiace per il centrodestra italiano, il più ridicolo d’Europa, costretto ancora oggi a difendere gli sciali di una povero miliardario incapace di intendere, di volere e probabilmente di farsi carezzare gratis. Dispiace per l’Italia, per la sua cultura millenaria che forse non ci aveva ancora presentato una scenetta così patetica, e sì che di imperatori buffi e strani ne abbiamo avuti parecchi: il Berlusconi puttaniere però non ha la follia di Caligola né la grandeur di Nerone, è un povero vecchio bavoso sul quale persino Svetonio farebbe fatica a stendere un paio di pagine interessanti. Dispiace per noi, come sempre alla fine: meritavamo ben altro Cesare, chissà. http://leonardo.blogspot.com

domenica 23 giugno 2013

10 ragazze a tutta cappella

Voices (Pitch Perfect, Jason Moore, 2012)


Che fine fanno le coriste degli high school musical quando finisce l'high school? Non è certo il caso di Beca (Anna Kendrick), che al liceo si faceva i fatti suoi con un certo successo, visto che nessuno si è mai accorto della sua notevole voce. Per poterla usare evitando qualsiasi rapporto umano è diventata una mash-uppara: ruba le canzoni altrui, le mixa e sovrappone finché non diventano sue e poi ci canta sopra, di nascosto. Vorrebbe ovviamente sfondare nel musicale, ma invece di sostenerla e finanziarla il suo cattedratico padre (che pure avrebbe di che farsi perdonare) insiste che faccia il college, che abbia esperienze, eccetera. Per compiacerlo Beca entra anche in un un competitivo gruppo canoro universitario: quanto scommettete che le cambierà la vita? E il bacio finale al tizio che incrocia a un semaforo il primo giorno del campus, a quanto lo date? Ci sono film che applicano le formule già collaudate con tanta precisione, tanta fiducia nelle regole del gioco, che non ha nemmeno più senso chiamarli convenzionali. Pitch Perfect non è un film convenzionale: è la Convenzione, la pietra di paragone. Da qui in poi i talent movies americani ambientati nei college si potranno misurare in frazioni o multipli di Pitch Perfect, perfetto anche nel titolo (in Italia si è optato per il più immediato Voices, evitando saggiamente qualsiasi variazione sul termine "a cappella", anche se Dieci ragazze a tutta cappella secondo me avrebbe avuto un suo mercato).

La formula in sé non ha nulla di banale: è solo che l'abbiamo già vista e rivista. La giovane adulta impara a condividere il suo talento con i compagni. La sua presenza stravolge l'equilibrio precedente, portando il rap e i mash-up dove prima c'erano soltanto delicate e costipate fanciulle à la Anguilera, del tipo brave-ma-basta, quelle che non passano la seconda puntata di X Factor per intenderci. Accanto a questa rivoluzione però c'è un'evoluzione in senso apparentemente inverso: l'individuo geniale deve sottomettersi, finalmente, ad alcune regole di umana convivenza. E soprattutto accettare che esiste una gara, esistono oggettivi parametri attraverso i quali passerà e in base ai quali sarà giudicato. Il college è una sineddoche della società, un minimondo in cui ci si mette alla prova, con tante miniregole e minicompetizioni da prendere mortalmente sul serio. Scordatevi il liceo, dice un tizio a un certo punto, non siete più qui per ‘esprimervi’ o ‘socializzare’... (continua su +eventi!) Siete qui per cantare (e ballare) bene, e se non sapete farlo siete fuori. Data la formula, si tratta di far convivere nella stessa pellicola originalità e professionalità. Per la seconda non ci sono problemi: tutti gli attori sono ottimi cantanti e ballerini, gli arrangiamenti vocali sono godibilissimi (e anche i mash-up hanno un certo tiro). La prima si risolve con qualche attrice visibilmente fuori dallo standard estetico americano (Rebel "Ciccia" Wilson, e Hana Mae Lee: un'asiatica che sembra un pesce e sostiene in effetti di essere nata con le branchie) e qualche guizzo demenziale, ad esempio le gag sul vomito. Sì, cari amanti di gag sul vomito, era questo il film da andare a vedere: non l'Esorcista che già sapete a memoria. Però un po' di spruzzi di succhi gastrici e una cantante cicciona non bastano a rendere Pitch Perfect un film "diverso", e in fondo nemmeno ci provano. Non ha nessuna rilevanza statistica, ma i due film americani più convenzionali che ho visto quest'anno erano entrambi girati da esordienti: la Frode di Jarecki era un noir che correva liscio senza sbavature, proprio come Pitch Perfect che è di Jason Moore, regista di musical che atterra nel mondo del cinema senza nessuna velleità di cambiare le regole del gioco, con un'aria compunta da primo della classe: molto più simile alle antagoniste perfettine di Beca che a Beca stessa.

Beca - piccolo dettaglio geniale - non ama il cinema. Soprattutto i finali dei film, non li guarda mai, li trova prevedibili, e lo spettatore di Pitch Perfect non può darle tutti i torti. Il suo aspirante fidanzato non si capacita, vuole redimerla - oltre che ovviamente pomiciare - e per ottenere entrambe le cose pensa bene di caricare su un laptop Breakfast Club. (Tutti i "classici" citati nel film sono film degli anni Ottanta, o almeno post - Star Wars: e parliamo di matricole del 2012, gente nata nella seconda metà dei '90). Secondo lui Breakfast Club ha il finale più bello della Storia del cinema. Non ci avevo mai pensato, ma per un attimo ho considerato l'idea. Breakfast Club potrebbe anche lui essere considerato la pietra miliare dei film da high-school, ma non ha un finale prevedibile. Trovate che sia prevedibile? A ben vedere il film stesso è contro le convenzioni, le etichette che in seguito sono diventate così codificate anche nel cinema: la bellona, il nerd, l'atleta, il criminale... È evidente che il breakfast club ha perso, e che tutti hanno smesso di frequentarsi dal giorno dopo, e che il film è rimasto una parentesi chiusa all'inizio di un genere che ha preso, e non poteva non prendere, la strada opposta: l'osservazione dell'adolescente americano attraverso categorie immutabili ed elaborate a priori.

Eppure io mi ostino a pensare che almeno quel breakfast club abbia funzionato, che il criminale abbia continuato a frequentare la principessa, ebbene sì: faccio parte di quella sparuta e interclassista frangia di persone che ogni tanto, soprattutto attraversando un campetto di calcio, provano il desiderio di alzare il pugno ed esultare per segreti motivi che conoscono solo loro. Mentre Jim Kerr canta controvoglia il verso più bello della canzone più commovente di sempre, che fa: La, la la la la, la la la la, la la la la la la la la la la. Una canzone che ti gonfiava il cuore e ti proiettava nel mondo dei sentimenti seri anche se stavi leccando un ghiacciolo all'autoscontro, non ne scrivono più di canzoni così. Nessuno sa perché, semplicemente a un certo punto non se ne sono scritte più. Pensavo fosse una percezione generazionale, ma se le giovani generazioni sul divano continuano a caricarsi il film che guardavo io con la canzone che cantavo io evidentemente il problema si sta trascinando.

La canzone ovviamente, prevedibilmente, convenzionalmente, entrerà nel mash-up finale a cappella che regalerà a chi se la merita la gloria e l'amore, ma non la mia stima. Anzi, l'unica cosa che non posso davvero perdonare alla crew di Pitch Perfect è il massacro di Don't You, un classico degli anni Ottanta che però come tutti i classici degli anni Ottanta ha qualcosa di veramente strano, casuale, irriducibile: tu credi di poterlo mescolare e mesciappare a qualsiasi altra cazzata ma non è così: e sotto sotto credi che anche il Breakfast Club sia una piccola eccezione che conferma la grande regola, ma non è così, non è così, e forse è il motivo per cui i mash-up mi hanno sempre annoiato in modo molesto, e anche le macedonie a cappella che in fondo sono una versione analogica della stessa cosa.

Voices è rimasto al cinema Italia di Saluzzo fino a mercoledì (ore 20 e 22.15): per gli appassionati è una buona occasione per sentirlo in stereo al massimo volume. Tra qualche anno probabilmente lo avremo rivisto alla noia in seconda serata o al pomeriggio in tv, ma non avremo mai il coraggio di settare l'equalizzatore col telecomando per far vibrare i mobili coi bassi umani, per cui se il genere vi piace ne vale la pena. Più che della solita presa in giro con gli occhialini 3d, diciamo.

mercoledì 19 giugno 2013

Sartori e i suoi negri

A quanto pare Giovanni Sartori si è molto arrabbiato col Corriere che ha pubblicato un suo editoriale, piuttosto critico sul ministro Kyenge, a destra e non a sinistra in prima pagina. Pare che la cosa faccia una certa differenza, presso il popolo dei lettori del Corriere di carta. Sartori perlomeno ci tiene ancora molto: dice che non gli hanno fatto uno sgarbo simile in cinquant'anni. Per quanto questa arrabbiatura possa sembrare assurda, io credo che un osservatore spassionato dovrebbe sforzarsi di capire le persone che provengono da una cultura diversa, anche in via d'estinzione, come quella dei lettori del Corriere di carta. Senza questo tipo di comprensione non v'è tolleranza, e senza tolleranza si sa dove andiamo tutti a finire, per cui desidero esprimere la solidarietà a Giovanni Sartori e invitare la maestranze del Corriere di carta a non pubblicargli più gli articoli nei posti sbagliati. O al limite a non pubblicarglieli proprio, specie quando sono inferiori al suo non mediocre standard.

In effetti, era così difficile rimandare il pezzo al mittente, magari con un invito cortese a licenziare il ghostwriter, o, come lo si chiamava ai suoi tempi, il "negro"? Quell'articolo è una cosa avvilente, che offende per primo l'autore che lo firma, e che andrebbe protetto da un abuso così sconsiderato del proprio cognome. Sartori ce l'ha col ministro Kyenge, va bene; la definisce "nera" tra incomprensibili virgolette, manco fosse una brutta parola o una misteriosa citazione; a parte questo, l'estensore dell'articolo chiaramente non sa molto di Cécile Kyenge; se ha letto la sua biografia si è fermato ai titoli di studio.

"Nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica. Cosa ne sa di «integrazione», di ius soli e correlativamente di ius sanguinis? Dubito molto che abbia letto il mio libro Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei"

Il libro in questione, aggiungo io, è di tredici anni fa e su internette lo trovate a meno di otto euro, affrettatevi. Siamo evidentemente ai limiti dell'autoparodia... (continua sull'Unità, h1t#183)

Siamo evidentemente ai limiti dell’autoparodia e Sartori non se la merita: non ha bisogno di farsi le marchette da solo ed è troppo esperto di mondo per non sapere che i titoli di studio non riassumono le esperienze di vita. Una rapidissima occhiata a wikipedia avrebbe aiutato a farsi un’idea più solida su chi sia la Kyenge e su cosa abbia fatto negli ultimi dieci anni nel campo dell’integrazione: da attivista politica, non da ‘tecnica’, una differenza che Sartori o i suoi uomini di fatica sembrano non saper cogliere – così come non sembrano aver chiaro in cosa consistano le proposte della Kyenge, che non ha mai parlato di ius soli puro. Lo ha ribadito più volte: non è favore di uno ius soli puro. Chissà, forse scrivendolo molto in grosso, per chi comincia ad avere problemi di vista e non va per questo escluso dal dibattito (ci vuole tolleranza):

Cécile Kyenge non vuole applicare lo ius soli puro.


è più chiaro adesso?


Tutto il pezzo del resto sembra scritto, più che da un ghostwriter, da un nemico del professor Sartori deciso a fargli recitare la parte del vecchietto bilioso e fuori del mondo, intento a distruggere improbabili feticci (“il terzomondialismo imperante”?) con vertici di comicità che è difficile immaginare involontaria. Sul serio il prof. Sartori può abbassarsi a scrivere “se lo Stato le dà i soldi si compri un dizionarietto”? Sul serio l’autore del fondamentale saggio Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei – € 6,27 (Prezzo di copertina € 13,94 Risparmio € 7,67) può condensare tutte le sue assorte riflessioni sull’argomento nella massima popolare “mogli e buoi dei Paesi tuoi”? Caro autore dell’articolo di Sartori, sul serio: mogli e buoi? Scrivi che l’Italia non è un Paese meticcio; se ne può discutere, ma da quand’è che non entri in una scuola, una fabbrichetta, un bar? Magari per guardare una partita della nazionale? “Quanti sono gli immigrati che battono le strade e che le rendono pericolose?” Più o meno quanti sarebbero gli italiani che le batterebbero al loro posto, visto che la microcriminalità non è particolarmente aumentata. Ostenti disprezzo per “i negozietti da quattro soldi”: è evidente che non hai mai avuto bisogno di fare una spesa rapida sotto casa in certi quartieri; però la libera impresa consiste anche in questo, in migliaia di negozi da quattro soldi con i quali migliaia di famiglie mantengono i figli, provano a far girare l’economia, eccetera. L’Italia non è un Paese sottopopolato, scrivi: magari un occhio alla piramide demografica?
E poi c’è l’India. Non è neanche la prima volta. Evidentemente c’è un collaboratore del prof. Sartori che ha particolarmente a cuore l’India, e cerca di infilarla un po’ in ogni discussione. Con esiti che non sono all’altezza del lato sinistro del Corriere, ma siamo sinceri: anche sul lato destro lasciano perplessi. Sono passati tre anni da quel memorabile fondo che definiva gli indiani «indigeni» come “buddisti e quindi paciosi, pacifici”; in seguito lo studente deve essersi preso una tirata d’orecchi e si è impegnato: ma i risultati sono ancora molto al di sotto della sufficienza. Si continua a considerare il Pakistan una “creazione” britannica: un’idea un po’ eurocentrica, ai limiti della nostalgia coloniale. Alla “signora ministra” viene impartita una mini-lezione sul sultanato di Delhi e sull’impero Moghul: “All’ingrosso, circa un millennio di importante presenza e di dominio islamico”. Prendiamola come un’ammissione: tre anni fa avevamo letto su un fondo firmato da Sartori che in India “le armate di Allah si affacciarono agli inizi del 1500″. Ok, non è mai tardi per correggersi, ma il senso adesso qual è? Siccome un millennio di dominazione islamica in una società rurale e castale non ha (non sorprendentemente) portato all’integrazione, ne deduciamo che l’integrazione è impossibile in Italia ora? Tanto vale rinunciare alla democrazia, visto che nel medioevo non siamo riusciti ad averne una. Qui non è solo una questione di nozioni; nessuna persona con una media cultura in Italia potrebbe scrivere una sciocchezza del genere. Viene il sospetto che Sartori stia delocalizzando i suoi collaboratori un po’ troppo. http://leonardo.blogspot.com

martedì 18 giugno 2013

L'invidia del saio

Non so di chi sia,
è convenzionale ma
è la rappresentazione più
 androgina che ho trovato.
18 giugno - Santa Marina di Bitinia, travestita

Santa Marina vergine visse in Bitinia o da qualche altra parte, tra il terzo e l'ottavo secolo, una vita pia e abbastanza noiosa come capita alle monache, con un'importante eccezione: Marina la visse in un monastero maschile, col nome di "Marino". Nessuno si accorse del travestimento, al punto che fu accusata di aver messo incinta una cameriera. Come eccezione non è nemmeno così eccezionale: di sante travestite, soprattutto in area bizantina, ne fiorirono diverse. Santa Eufrosina, Santa Matrona, Sant'Anna, Santa Eugenia, Sant'Anastasia (che aveva fatto perdere la testa a un imperatore e si nascondeva dalle ire della di lui moglie), Santa Teodora, e chissà quante altre, l'invidia del saio era insomma una patologia diffusa e non c'era probabilmente monastero senza la sua mascotte. Un sistema per scansare i sospetti era dichiarare di essere eunuco; questo poteva spiegare la voce acuta e la difficoltà a far crescere una barba monacale. Sempre che ce ne fosse il bisogno.

A caratterizzare Marina rispetto alle sorelle travestite è il movente (orfana di madre, Marina si fa monaco per restare vicina al padre, che aveva deciso di entrare in monastero), e lo sviluppo un po' boccaccesco, che fece il giro del mediterraneo e ci è arrivato in dozzine di versioni diverse. In sostanza, il giovane Marino/Marina, già stimato da tutti i confratelli per la rettitudine e le virtù eccetera, viene inviato da qualche parte insieme con una delegazione di monaci. Nella locanda dove pernottano, un soldato giunto nottetempo stupra la figlia dell'oste. Quando i genitori se ne accorgono è troppo tardi, il soldato è già tornato alla tenebra donde è venuto, e la fanciulla è disonorata per sempre. L'unica è incolpare qualcun altro; in questo sono straordinariamente fortunati, perché Marino, l'irreprensibile Marino, denunciato davanti al suo superiore, non osa difendersi. Anzi, a un certo punto confessa la sua impossibile colpa. In questo possiamo ravvedere il masochismo tipico del folle di Dio, che decide di caricarsi delle colpe degli altri, ma anche un atteggiamento più prosaico: Marino aveva ben altro da temere che un'accusa di violenza sessuale, robetta. Al risarcimento ci avrebbe pensato il monastero. Quello che rischiava veramente, Marino/a, era il rogo per travestitismo: indossare indumenti non confacenti al proprio sesso era peccato mortale, e mille anni dopo sarebbe stato ancora il cardine di tutto il processo-farsa a Giovanna d'Arco. Marina insomma è una peccatrice, che diventa santa proprio in quanto peccatrice: una contraddizione che si spiega soltanto se immaginiamo la sua storia all'incrocio tra due civiltà diverse.

Il Vangelo di Tommaso terminava promettendo il Regno dei Cieli a "ogni donna che si farà uomo" - ma fu escluso abbastanza presto dai testi canonici. Quando la storia di Marina comincia a diffondersi nel mediterraneo, il cristianesimo è già una cultura egemone che aspira prima d'ogni cosa all'ordine: donne e uomini se ne stiano al loro posto. Ma il nocciolo della storia contiene ancora l'anima del cristianesimo degli inizi, una setta di folli che in attesa di una fine imminente avevano abolito la proprietà e le differenze di ceto e di genere. "Quando farete... l'interno come l'esterno e l'esterno come l'interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l'uomo non sia uomo e la donna non sia donna..." solo allora entrerete nel Regno, diceva ancora l'apocrifo Tommaso. Marina nel frattempo deve abbandonare il monastero, ma pazienza: basta trasferirsi lì nei pressi, vivere rettamente e aver pazienza, prima o poi lo avrebbero riaccolto - figurati se lo bandiscono a vita per uno stupro, uno stupro solo? figurati.

Nove mesi dopo, la sorpresa... (continua sul Post)

lunedì 17 giugno 2013

When I'm feeling sad


Noi non è che fossimo esattamente la famiglia Bach, ma tu in particolare eri veramente stonato. Veramente. Questo non t'impediva di apprezzare la musica, ma di sicuro la percepivi in un modo diverso, che non ho mai capito, perché io non ho mai capito molto. Avevo sempre altro a cui pensare, al limite il mercoledì bussavo e ti dicevo: sto andando in fonoteca, vieni?

Poi ti prendevo per il culo per i cd che ti portavi a casa, i Nomadi, Guccini. Ligabue lo compravi originale. Poi quando non c'eri in casa entravo in camera tua e rubacchiavo quel che non avevo il coraggio di prendere in prestito io, ad es., il Pilota di Hiroshima (un duro alla maniera di John Wayne). C'è che a certe pentatoniche io proprio non resisto. Tu invece chissà cosa ci sentivi. Era facile che ti attaccassi al contenuto, Hiroshima, Auschwitz, Praga, tutte quelle cose che ci fanno sentire impegnati. Resta da spiegare Coltrane.

Ti eri incapricciato di Coltrane, avevi cominciato a prenderli tutti. Io ci avevo messo anni a digerire My favourite things, tu no, tutto subito, avevi fretta. Questa fretta allora non la capivo: dal mio punto di vista (che era l'unico importante) era un desiderio di sorpassarmi, da liquidare con sufficienza. E poi si sa che i ragazzini fanno finta di amare tante cose, ma che ne sanno loro dell'amore vero.

Anche Coltrane del resto l'ho sempre amato di un amore distratto, come tutti i miei amori, e non avevo pudore di ficcare capolavori di free all'interno di nastroni che parlavano di tutt'altro. Mi piace variare perché è l'unico modo di sentire i sapori, non reggerei venti minuti di Coltrane, soprattutto al volante. Ma dieci minuti tra gli Ultravox e i Motorpsycho perché no, sono fatto così, non me ne vanto.

Tu eri più serio e i dischi li registravi interi; non sempre avevi a disposizione una cassettina col minutaggio giusto, e quindi uscivano anche a te degli strani ibridi. Ricordo che My favourite things stava sul retro di Tubular Bells. Io ti prendevo in giro per questa cosa, essendo idiota.

D'altro canto ero io che ti portavo a in fonoteca, a noleggiare CD con scritto sopra Proibito Il Noleggio. Un giorno mi hai chiesto di portarti con me, o te l'ho proposto io, non ricordo bene, essendo idiota. Di questo sono abbastanza sicuro; ma in un qualche modo devo pure andare avanti, o no? Attaccarmi alle cose positive.

C'è questo problema: che di cose positive mi sembra non ce ne siano tante. La memoria dovrebbe aiutarmi, selezionando bei momenti e liquidando quelli imbarazzanti. Alla maggior parte delle persone succede questo. A me no, e questo mi rende un poco più difficile la vita. Continuo a pensare a che inutile modello devo averti fornito, negli anni in cui poteva pure servirtene uno. Con le mie teorie infinite, le solitudini assortite, i miei amori sfigati, gli incidenti in macchina, le depressioni e le manie. Il casino che montai tornando a casa perché mi avevi messo a posto le cassette, il problema è che le cassette erano già a posto in un ordine segreto che solo io conoscevo, prima di essermelo dimenticato, e devo essermela pure menata a lungo con questa storia. Tu cosa avrai pensato. Probabilmente che eri il fratello di Rain Man, e non te n'eri ancora reso conto. E che ti conveniva crescere in fretta; anche per me, ti conveniva.

Io devo pure andare avanti, attaccarmi a quel che c'è; ma c'è che devo averti riempito la testa di un sacco di chiacchiere senza direzione. A un certo punto mi sono accorto che crescevi più in fretta di me e la cosa non mi spaventava affatto, anzi, non vedevo l'ora che tu diventassi il mio elettricista di fiducia. Ma io non sono stato il tuo informatico di fiducia, né il tuo tecnico del suono, né il latinista che poteva darti una mano con le perifrastiche. Sono stato un idiota, e ora è un po' tardi. Non è che non ti volessi bene: il problema è che io sono fatto così, molto distratto nei miei amori, è il meglio e il peggio che si possa dire di me.

Ma devo andare avanti: così quando vedo arrivare le brutte nuvole di metà giugno, mi rifugio sotto quel che posso. Penso che ti portavo in fonoteca, ogni giovedì: e tu ti portavi a casa Tubular Bells e John Coltrane. Come tu potessi capire il free a 14 anni resta un mistero – forse l'essere così veramente, veramente stonato in questi casi ti aiutava. Mi manchi sempre. Non solo quando mi serve un elettricista. Sempre.

L'altro giorno in una classe proiettavano Tutti insieme appassionatamente quando sono arrivato io, No ho detto, non possiamo guardarlo fino alla fine perché non finisce mai - aspettate Natale. Ma vi faccio sentire io una cosa: e ho caricato My Favourite Things a tutto volume, è stato imbarazzante. 

Non ci capiamo niente, professore.

È perché siete intonati.

È un problema?

Con gli anni si impara a conviverci.

domenica 16 giugno 2013

5 frati a Marrakesh


(Riassunto della puntata precedente: Antonio è un fraticello che sembra non essere arrivato da nessuna parte, e in effetti è arrivato da Lisbona).

Antonio ce lo immagineremo come lo dipinse Tanzio da Varallo, un bambino travestito da frate. E lo vorremo ombroso e taciturno come certi supereroi mutanti nei fumetti, quando sono ancora molto giovani e devono ancora accettare il loro straordinario potere. Del resto di poche cose siamo sicuri, quanto del fatto che Antonio amasse la solitudine. A 15 anni, quando ancora si chiamava Fernando, era entrato in un monastero agostiniano a Lisbona. A 17 aveva ottenuto il trasferimento su al nord, a Coimbra, onde evitare le fastidiose visite dei parenti che, benché ne avesse il permesso, non ricambiò mai.
Lassù verso la fine del mondo, Fernando avrebbe potuto anche terminare i suoi giorni, scambiando qualche rara parola coi fratelli monaci in latino o lusitano o gallego, e nessuno – lui per primo – avrebbe fatto caso al suo sovrumano potere; non fosse stato per Francesco e tutta la rivoluzione culturale pauperista che serpeggiando per l’Europa occidentale prima o poi arrivò anche lì. Ad attirare Fernando non fu all’inizio la figura del Santo d’Assisi, quanto un episodio che oggi troveremmo scoraggiante: il martirio di cinque frati in Marocco.

Bernardino Licinio
16 gennaio - Santi Berardo, Otone, Pietro, Accursio e Adiuto, primi martiri francescani (1120)
Francesco aveva la fissa per le crociate, anche se voleva farle a modo suo, predicando e non ammazzando; in attesa di arrivare finalmente in Terrasanta, aveva già cominciato a spedire i suoi frati nelle terre dell’Islam, da secoli la valvola di sfogo ideale per tutte le teste calde che rischiavano di far la rivoluzione in Europa. Tra Assisi e Marrakesh, Coimbra non era esattamente in strada, eppure fu da lì che nel 1219 passarono Berardo, Otone, Pietro, Accursio e Adiuto, cinque francescani diretti in Marocco con l’obiettivo di minima di convertire il Sultano. La missione era così formidabilmente assurda, una Crociata dei Fanciulli in formato ridotto, che i cinque furono ricevuti con tutti gli onori dalla regina di Portogallo e dall’infanta Sancha, proprio a Coimbra. E fu sempre Coimbra che ne ricevette le spoglie, poco più di un anno dopo: tanto poco era bastato ai cinque per sconfinare nell’Iberia islamica, farsi arrestare con l’accusa non proprio campata in aria di offese a Maometto (definito “falso profeta”), essere deportati a Marrakesh, ancora arrestati, blanditi, flagellati, decapitati, gettati in un letamaio, rosicchiati dagli animali impuri, poi in qualche modo recuperati da qualche minoranza cristiana e raccolti in due casse d’argento dono dell’infanta Sancha. La cassetta piccola per le cinque teste, quella grande per gli altri resti. Quando ne fu informato, Francesco disse: Finalmente ho cinque frati minori.
Antonio invece decise di partire per il Marocco, anche lui (continua…)

venerdì 14 giugno 2013

Più tenebra vi prego

Star Trek into Darkness (J.J. Abrams, 2013)

Siamo ancora troppo vicini alla Terra, Capitano.
Non va bene. Siamo troppo pesanti, si rompe tutto.
Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi dell'astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all'esplorazione di strani, nuovi mondi, eh, magari. No, in realtà siamo ancora in orbita intorno alla Terra o quasi. Siamo nell'universo angusto di Gigi Abrams e Compagnia: un posto così poco "strano", così poco "nuovo" che, per fare un esempio, c'è sempre campo col cellulare. Non so se mi sono spiegato. Quando il Giovane Capitano Kirk nello spazio cosiddetto profondo ha voglia di chiamare Scott che è rimasto sulla Terra a sbronzarsi in un pub, prende il suo cellulare griffato Flotta Spaziale (oscenamente simile a un motorola) lo chiama, e Scott gli risponde. Più veloce della luce. Neanche il tempo di infilare un messaggio registrato, che so, Accetta una chiamata dallo Spazio Profondo, inviata tramite propulsione a curvatura? L'addebitiamo al mittente? Chissà le tariffe, in effetti. Spazio, ultima frontiera. Andremo dove nessuno è mai andato. Ma tranquilli, il cellulare prende anche lì. È solo un dettaglio (benché necessario allo sviluppo della trama), non ti rovina mica il film. Ma secondo me è illuminante. Quattro anni per trovare un soggetto all'altezza delle aspettative, chissà quante trame vagliate e scartate, chissà quanta professionalità, quanta competenza... e poi ti ritrovi con un cellulare che fa le chiamate intergalattiche. Possibile che nessuno al tavolo degli autori abbia detto: ehi, fermi lì, ma non vi sembra un po' inverosimile? Dopotutto è il giovane capitano Kirk, nella serie originale non estraeva mai un telefonino per chiamare terra. Nella serie originale non si vedeva mai, la Terra. Era lontana. Ma cosa vuol dire lontano, ormai.

In Star Trek nella Tenebra, che sarebbe anche un bel titolo - e sarebbe anche un bel film - c'è una scena da film d'azione così trita che io l'ho già vista due volte in sei mesi, e non sono un patito del genere: l'eroe in un palazzo, minacciato da un elicottero di guerra, lo abbatte mediante mezzi non convenzionali. Già visto in: Die Hard 5, Iron Man 3, e adesso Star Trek 12. Deve essere un must per qualche mercato in espansione, l'abbattimento dell'elicottero a mani nude; che so, magari ne vanno matti in Cina. Al termine di questa scena, così poco star-trekkiana, ma soprassediamo, il pilota dell'elicottero scompare. È evidente che si è teletrasportato. Il teletrasporto lo sappiamo tutti cos'è: anche chi ha visto una puntata sola di ST in vita sua sa più o meno cos'è il teletrasporto. E sappiamo che ha dei limiti, non è una magia, è una tecnologia che può incepparsi, che va usata con cautela, ecc. Dunque ci immaginiamo che il nemico sia lì nei pressi, al massimo in un'astronave in orbita; di solito è da lì che ci si teletrasporta. Ma poi Scott scopre che nell'elicottero c'era un affare chiamato "teletrasportatore portatile" o giù di lì, in grado di teletrasportare i nemici dalla Terra al pianeta Klingon, anni luce a strafottere di distanza. Hai capito la tecnologia? Tu premi il pulsante e tac, un istante sei sulla Terra, l'istante dopo sei in mezzo ai Klingon. Ed è portatile, non so se mi sono spiegato: una valigetta. A questo punto però dovreste dirci cosa la paghiamo a fare la flotta spaziale, con tutte le sue esosissime missioni quinquennali pagate con le mie tasse di cittadino della Federazione galattica, se basterebbe una valigetta per trasportarci dove nessuno è mai stato teletrasportato prima. Voglio dire: i Klingon rompono i coglioni? Teletrasportiamo un miliardo di triboli e vediamo quanto rompono ancora i coglioni. E invece no, continuiamo a pagare tutti quei tecnici, tutto quel propellente, tutti quei motori a curvatura... Dev'essere una congiura del complesso militare-industriale, in combutta coi sindacati, Svegliaaaaaaa! Tutte quelle tutine rosse sono in realtà dei mangiapane a tradimento.

Quando cominciò, Star Trek, l'Enterprise era una misteriosa astronave che spuntava dalla Tenebra. La Terra era lontana: ogni tanto inviava messaggi, ordini più o meno vincolanti, ma nessuno chiamava al cellulare. Quando trovava un pianeta, agganciava l'orbita e teletraportava Kirk, Spock e un paio di tutine rosse. La tenebra cedeva lo schermo al colore artificiale dei fari dello studio televisivo. Teletrasportarsi era come sorgere dalla tenebra: un minuto non ci sei, il minuto dopo sei in mezzo a qualsiasi storia stia per capitare, un'ucronia nazista o una rivolta di gladiatori o una guerra termonucleare simulata. Come nella migliore fantascienza americana degli anni '40 e '50, ogni puntata era un racconto, un universo a sé stante, autoconclusivo. Quelli erano i viaggi dell'astronave Enterprise. Ma poi... Ma poi si sa come vanno le cose.

La gente è curiosa (continua su +eventi!) La gente vuole sempre saperne un po’ di più, su questo o quel personaggio. Perché i Klingon hanno messo su la cresta, e com’è andata tra Venusiani e Romulani, che fine ha fatto l’iroso Khan, eccetera. Gli autori prima o poi una spiegazione la devono trovare. Con un po’ di impegno e professionalità si spiega qualunque cosa. E alla gente le spiegazioni piacciono, ai telespettatori soprattutto. D’altro canto dopo cinque serie, più di trenta stagioni, migliaia e migliaia di ore di tv, di spiegazioni, l’universo di Star Trek è diventato più piccolo. Ogni pianeta è già stato esplorato da qualcuno; dovunque ti muovi trovi un riferimento, una citazione, una strizzata d’occhio; e il senso di frontiera non c’è più. In compenso c’è una brulicante enciclopedia di sistemi solari e razze e guerre e trame e sottotrame, una città infinita come la Londra del film, di cui lo spazio profondo non è che l’hinterland: tanto che ci prende pure il cellulare. Tutto incredibilmente complesso, e poco appetibile ai nuovi arrivati. Se poi cominciano a stancarsi anche i fan, la saga muore. Ha rischiato grosso appena dieci anni fa, quando il decimo film floppò clamorosamente, e il resto lo sapete. Gigi Abrams ha rilevato la baracca, con un’idea mica male: reboot, il riavvio. Ricominciamo dall’inizio, quando c’era solo Kirk, Spock e un’astronave che veniva dal buio. Non saremo condannati a riscrivere le stesse storie, come l’Uomo Ragno che ogni tre film si fa mordere dal ragno, o Superman che ogni volta deve atterrare bambino sul pianeta: non siamo obbligati perché la Storia è cambiata, qualcuno venuto dal futuro ha ammazzato il papà di Kirk cambiandogli la vita, e già che c’era ha pure fatto a pezzi il pianeta di Spock, quindi le cose prenderanno per forza una piega diversa.


“Guarda come sono belli, come fai a odiarli? Eddai…”

D’altro canto, i Klingon sono ancora lì. Le altre innumerevoli razze incontrate dall’Enterprise in tutti i suoi viaggi secolari sono ancora lì. Sta a Gigi decidere se farglieli re-incontrare o no, o partire per una nuova Tenebra, e regalare ai nuovi spettatori un nuovo senso di mistero, di meraviglia, analogo a e diverso da quello che ci bloccava da bambini di fronte alle prime avventure di Kirk e Spock. Sta a lui, e al suo amico Lindelof che stavolta produce e che tante cose avrebbe da farsi perdonare – ma non recriminiamo. Abrams e Lindelof hanno tanto difetti, ma non ho mai avuto dubbi sulla loro capacità di lasciare lo spettatore di qualsiasi età a bocca aperta davanti a un mistero qualsiasi – anche solo una botola vuota, una sequenza di numeri. Queste cose le sanno fare. Se invece decidono di darci l’ennesimo film d’azione con le astronavi che sbattono contro i grattacieli e gli elicotteri abbattuti a mani nude, io ci resto male. È vero, il giovane Kirk è veramente Kirk. È vero, Spock McCoy Sulu e Scott fanno un gioco di squadra meraviglioso, ti divertiresti a sentirli dialogare anche senza tutto il baraccone imax-3d. Il problema è che questo argomento l’ho già sentito: “sì, ti abbiamo preso per il culo la trama, ma goditi i personaggi”… dov’è che l’ho già sentito? Alla fine di Lost, quando gli autori fuggono sgommando con la borsa piena di soldi. Bastardi.

Abraaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaams!
Lindeloooooooooooooooooooof!

Che altro dire. È uno di quei classici casi di 3d che non voleva essere 3d: risparmiatevi almeno quei tre euro. 
Star Trek: Into Darkness non in 3d è al Fiamma di Cuneo alle 21:10, ai Portici di Fossano alle 21:15, al Bertola di Mondovì alle 21:00, al cinema Italia di Saluzzo alle 21:30, al Cinecittà di Savigliano alle 21:30. C’è anche in tanti altri posti in versione 3d, ma non ve lo consiglio.

giovedì 13 giugno 2013

Il santo tutto lingua

Tanzio da VaralloSant'Antonio di Padova (1195-1231), frate prodigio

Nell'ottava della Pentecoste del 1221, i frati minori dell'ordine di Francesco si ritrovarono alle pendici di Assisi. A quel punto erano circa tremila, una piccola Woodstock intorno alla Porziuncola. Però medievale, quindi senza amplificatori, senza promiscuità, senza rifiuti di plastica, e droghe sintetiche; cosa restava? Il fango, la polvere, le tende, anzi le stuoie. Lo chiamarono proprio il Capitolo delle Stuoie. Francesco era ancora vivo, ma già in qualche modo santo, una rockstar da esibire con parsimonia mentre una cerchia di manager tutt'intorno cercava di traghettare il movimento dalla rivoluzione pauperista alla normalità di un ordine mendicante. L'alternativa era finire presto o tardi bruciati o massacrati, come più in là nel secolo sarebbe capitato ai catari della Linguadoca. Francesco tutto sommato si era mosso bene, aveva saputo inginocchiarsi a Papa Innocenzo al  momento giusto: ma il pauperismo radicale che predicava e ancora dettava nelle regole era potenzialmente esplosivo. Intorno a lui il movimento aveva raccolto tutto quello che la società duecentesca non riusciva a omologare: figli di papà indisposti a lasciarsi inquadrare nella borghesia comunale, come era stato Francesco stesso; avventurieri senza arte né parte che non mancano mai; mendicanti che, da quando vestivano il saio, avevano raddoppiato le entrate; predicatori dell'Apocalisse che continuavano a ripetere le profezie di Gioachino del Fiore, rischiando la scomunica; fanatici delle crociate, semplici imbroglioni e così via. Il campeggio doveva durare una settimana... (continua sul Post, ma solo un po', devo ancora finirlo).

mercoledì 12 giugno 2013

XL

Questo giorno me lo ero sempre un po' immaginato così, indaffarato a firmare autografi...

"Poi prof quando ha tempo c'è anche da firmare le pagelle di seconda".
"Sì".
"E i registri".
"Sì, sì".
"Tutto bene? La vedo un po' giù di morale".
"No, è un giorno come gli altri".

domenica 9 giugno 2013

I blog del Fatto non esistono

(No, non esistono nemmeno i blog dell'Unità, se è per questo).

Una merendina non è un'opinione

Per prima cosa vorrei esprimere solidarietà a Dario Bressanini, che si accomiata dal Fatto quotidiano, (via .mau.) prendendosi quella che chiama "pausa di riflessione".
Vi confesso che sono sempre più a disagio nello scrivere qui dentro. Per via della “compagnia” che si è aggiunta nel tempo:  complottisti dell’11 settembre, antivaccinisti, “esperti” di energia che sbagliano le unità di misura, “esperti” di nanoparticelle nelle merendine, teorici della decrescita, omeopati, teologi assaggiatori di vino che concionano di ogm invece di parlare di Barolo o Barbaresco e così via. Io ci metto settimane o mesi a leggermi la letteratura scientifica originale e a scrivere un articolo, mentre a scrivere una cazzata con un copia e incolla ci si mette mezz’ora. E dopo neanche un giorno il mio pezzo è svanito dalla home page, scivolato via nel mischione generale insieme a tanti altri con cui francamente non voglio essere associato. Non vale la pena fare tanta fatica.
Forse no, non ne vale la pena. Dipende soprattutto dal valore del tempo che uno ha. Io ho sempre pensato che valga la pena di scrivere in qualsiasi posto ti chiedano di farlo, per dire se Casapound mi desse uno spazio per me varrebbe la pena di scriverci: ovviamente parlando male di Casapound. Secondo me devono sempre essere gli altri a buttarti fuori. Ma la frustrazione di Bressanini la capisco benissimo. Anche adesso, in calce al suo bel post in cui spiega con dovizia di fonti che gli ortaggi bio non risultano più sani degli altri, c'è un bel link a un altro post del Fatto titolato: "Biologico... gli studi dicono che fa vivere di più e meglio".

Per seconda cosa vorrei cercare di spiegare a Peter Gomez, direttore del Fatto on line, che non può giustificarsi con Bressanini scrivendo, come ha fatto, che "lo spazio dei blog è semplicemente uno spazio libero dei lettori", un modo molto liberale per dire che non ha intenzione di controllare le eventuali imprecisioni e cazzate dei suoi blogger. Non può, non per una questione deontologica - cioè, volendo ne potremmo anche parlare - ma voliamo un po' più basso: la distinzione di Gomez tra "blog" e "spazio a destra del sito" non esiste più, se è mai esistita, nella percezione dei lettori.

Voglio dire che il lettore medio che apre l'home del Fatto, o che carambola sul Fatto da un link condiviso, non coglie nessuna differenza tra blog e "contenuto a destra". Anche perché tra i "blog" a sinistra ci trova tutte le firme più autorevoli del Fatto, e altri personaggi di indubbio spessore: Jacopo Fo, Nando dalla Chiesa, Loretta Napoleoni, e ne dimentico senz'altro di importantissimi. Se poi in mezzo a questi c'è l'esperto di nanoparticelle nelle merendine, non è il caso di nascondersi dietro al concetto di "blog": qualunque lettore capiterà su quel contenuto avrà la chiara percezione di leggere un pezzo del Fatto Quotidiano, scritto da un giornalista o collaboratore del Fatto Quotidiano. Le cui informazioni sono state controllate dalla redazione del Fatto Quotidiano. Anche se non è così.

Parlo per esperienza: tre anni fa ho iniziato a tenere una rubrica settimanale sull'Unita.it, che poi è diventata un "blog" senza che io stesso avessi ben chiara la differenza. Forse perché la differenza non c'è. I commentatori continuano a chiamarmi "giornalista" e sono convinti che io rappresenti la linea del giornale. Ogni volta che provo a spiegare che sono una cosa diversa, e cioè un "blogger", mi sento un po' più ridicolo, quasi che volessi reclamare una verginità che probabilmente non merito. Al lettore non fa nessuna differenza: sulla pagina c'è scritto Unità, fine. E in effetti, l'unica differenza che mi viene in mente è che i contenuti dei blog non sono verificati dalla redazione. Ma il lettore questa cosa non la sa, e nessuno si sta premurando di informarlo.

Gomez me lo ricordo tre anni fa, quando gelò il pubblico di un blograduno annunciando: "abbiamo quattrocento blogger che lavorano per noi assolutamente gratis [...] speriamo che questi quattrocento diventino presto quattromila". Per molti dei presenti fu la campana a morto di ogni speranza di essere pagato per i propri contenuti, ma Gomez era troppo felice per accorgersene: che figata il 2.0, la gente che non vede l'ora di scrivere gratis per te, come una volta erano tutti felici di sfoggiare gli adesivi pubblicitari su automobili e suppellettili. In pratica ospitare dei blog per un quotidiano è questo: offrire gratis la propria testata come un adesivo, da sovrapporre a qualsiasi cazzata. E la gente le legge. Quattrocento blog, almeno 400 contenuti non controllati alla settimana, qualche cazzata ogni tanto scapperà; e la gente le linka, le condivide, crea traffico, genera guadagni, è bellissimo. Qual è l'inconveniente?

Gomez non è un ingenuo, credo che sappia benissimo qual è l'inconveniente: quei 400 blog con l'adesivo del Fatto Quotidiano sono il Fatto Quotidiano. Il lettore li percepisce come Fatto Quotidiano. Se parlano delle nanoparticelle delle merendine, il lettore riterrà di avere letto sul Fatto una notizia sulle nanoparticelle nelle merendine. Non un'opinione: un'informazione. Capisco che un quotidiano consenta opinioni diverse, ma una merendina alle nanoparticelle non è un'opinione. O esiste - e allora mostramela, fuori la fonte. Oppure non esiste. E allora mi stai dicendo una bugia. E se sul tuo post c'è l'adesivo del Fatto Quotidiano, il FQ mi sta dicendo una bugia.

Non esistono blog del Fatto, o blog dell'Unità, o blog di altre testate giornalistiche. Esistono pagine web del Fatto, articoli del Fatto. I lettori non notano la differenza, e fanno benissimo a non notarla. L'unica differenza importante è tra fatto vero e cazzata. Un quotidiano che lascia libero accesso a collaboratori, e che non controlla le potenziali cazzate, ha evidentemente deciso di privilegiare un certo tipo di quantità su un certo tipo di qualità. Magari per ora ha ragione. Io spero che il tempo gli darà torto.

sabato 8 giugno 2013

Diciamo "No" agli inestetismi della dittatura


Ssssst, sta creando.
No - i giorni dell'arcobaleno (Pablo Larraín, 2012)

È giusto vendere la democrazia come una cocacola? Se un dittatore ti propone un plebiscito e ti offre un quarto d'ora in tv, lo userai per lamentarti degli amici che ti ha sgozzato o per lanciare slogan rassicuranti a casalinghe e adolescenti? Il fine giustifica gli spot? René è un giovane pubblicitario che nel Cile del tardo Pinochet non se la passa poi male. Quando gli offrono di curare il prodotto più difficile e pericoloso - il "No" a Pinochet nel referendum che tutti immaginano truccato - l'orgoglio del professionista ha la meglio sulla prudenza. Venderà il No alla maggioranza dei cileni, anche a costo di svuotarlo di significato. Ma la vittoria non è un valore in sé? No arriva a Cuneo con un certo ritardo: era a Cannes l'anno scorso, è in lizza per l'Oscar al miglior film non USA, e ha ottime chances: racconta una storia che agli americani interessa, in quel genere a metà tra fiction e documentario che sta attirando sempre più interesse. Larraín non può contare sui production values nordamericani, ma il suo No non risulta affatto meno coinvolgente di un Lincoln, uno Zero Dark Thirty o un Argo. L'effetto vintage lo ottiene con l'espediente di girare con vecchie cineprese anni '80, che rendono quasi inavvertibile l'inserzione di documenti di repertorio: tanto che alla fine rimane la curiosità di sapere quali spot siano autentici e quali no. Lo stesso René da quel che ho capito è un personaggio di finzione, anche se non si direbbe (Gael García Bernal sempre molto bravo). Il film racconta una versione stilizzata dei fatti, e naturalmente in patria si è preso la sua parte di critiche da parte di testimoni che se li ricordano un po' diversi, un po' più complicati. La realtà è sempre più complicata.

Larraín di suo ci mette l’ambiguità politica (continua su +eventi!)è pur sempre figlio di due registi schierati con Pinochet; lui ne ha preso le distanze, ma il suo film sembra liquidare la vecchia generazione degli oppositori al regime come ruderi rancorosi che non hanno capito che la campagna elettorale è marketing, e che un jingle affollato di gente sorridente vende meglio di un tetro reportage sui morti e i torturati. Il film in realtà è molto più sottile di così, ma in Italia è arrivato nel momento giusto per subire una certa lettura: all’indomani del disastro del PD, preannunciato da un memorabile intervento Servizio pubblico di Roberto Saviano che ha spiegato quanto sia importante parlare del futuro e non fossilizzarsi sul passato; hanno tutti applaudito, e poi si sono rimessi a parlare della Trattativa Stato-Mafia. A me non dispiacerebbe concordare con Saviano quando esorta a lasciarsi alle spalle il passato – purché non si rispolveri quel vecchio slogan per cui le elezioni si vincono soltanto con contenuti positivi. Magari fosse così. È senz’altro così in momenti di crescita, come quello che stava attraversando il Cile negli anni Ottanta. René vive nell’euforia di quegli anni, è entusiasta del forno a microonde ma ha ancora un po’ paura che emetta radiazioni. Si sposta in skate e ha capito che il Cile è pronto per scrollarsi di dosso i generali come un rettile si libera di una pelle vecchia e inutile: ma non sa che animale c’è sotto, e non è affatto sicuro che gli piacerà, che valga la pena di festeggiare.

Ma anche la paura vende benissimo, nei momenti giusti. In periodi di stagnazione e crisi, per esempio: lo abbiamo sperimentato abbondantemente dai primi Novanta in poi. I leghisti con l’emergenza criminalità e le invasioni hanno messo insieme un bel gruzzolo di voti; anche Berlusconi non ha disdegnato di paventare l’avvento del comunismo, e Grillo continua a vendere paura un tanto al chilo, tagliata con qualche vaga formuletta di speranza: hai voglia a dire che non c’è mercato, la paura se guardi bene le elezioni le ha vinte. Il PD le ha perse, e senza dubbio non ha azzeccato la campagna, ma non perché abbia spaventato i suoi potenziali elettori con slogan rancorosi; “Smacchiamo il giaguaro” non era affatto uno slogan rancoroso, anzi era abbastanza allegro; purtroppo era anche irrimediabilmente brutto. René lo avrebbe liquidato così: brutto, proviamo qualcos’altro. È un professionista, questo è un altro messaggio del film. La comunicazione politica non è necessariamente la politica, bisogna affidarsi a specialisti; e ovviamente bisognerà pagarli un po’. Rischiate di uscire da “No” con qualche argomento a favore del finanziamento dei partiti, attenti. 
Un’ultima cosa sul doppiaggio italiano. La scelta di lasciare non tradotti (e senza sottotitoli) gli spot originali è incomprensibile, in un film che racconta una guerra di spot. E non è vero che lo spagnolo lo capiscono tutti. Sembra quasi che i doppiatori italiani non abbiano avuto il coraggio di accettare la commistione di fiction e documentario fino alle sue estreme conseguenze: anche l’orribile Pinochet è un personaggio del film, tanto più orribile quanto più cerca di trovare un volto rassicurante. Parla la stessa lingua di René, non è un invasore, non è un alieno. Se il film è doppiato, andava doppiato anche lui. Avete avuto quasi un anno di tempo, ecchediamine. Tanto valeva sottotitolarci una versione originale.  

No è al cinema Monviso di Cuneo oggi (sabato) e domenica, alle 21. Viva il cinema Monviso!

venerdì 7 giugno 2013

Il semibluff

C'è un motivo molto semplice per cui il presidenzialismo potrebbe diventare davvero nei prossimi mesi il nuovo obiettivo del PD, chiunque lo dirigerà: un motivo che non coincide con il solito entusiasmo veltroniano, né con una supposta volontà di arrivare a un compromesso col maledettissimo alleato, Silvio Berlusconi. Il PD potrebbe diventare presidenzialista perché solo col presidenzialismo, forse, il PD potrebbe per una volta vincere. Forse. Meglio largheggiare coi forse. Ma non è una coincidenza che di presidenzialismo e doppio turno si riparli dopo il risultato sorprendente del primo turno alle amministrative: un partito che a livello nazionale sembra aver sbagliato tutto, perdendo elezioni già vinte e subendo l'umiliazione di un connubio con Berlusconi che dovrebbe alienargli la simpatia dei suoi elettori più fedeli, a livello locale continua a vincere. Cosa fa la differenza? Lo sappiamo tutti: i candidati.

Il PD ha dei candidati credibili. Non sempre, ma abbastanza spesso da trovarsi in vantaggio. Il PdL ne ha di meno: il suo fondatore non si è mai posto il problema di selezionare o formare personaggi di reale spessore (che avrebbero potuto eclissarlo). Quanto al M5S, ne fa orgogliosamente a meno e rivendica il dilettantismo dei suoi candidati, che spesso restano sconosciuti anche ai concittadini che li dovrebbero votare: e non sempre un comizio di Beppe riesce a metterci una pezza, né Beppe può continuare a comiziare dappertutto. Alla fine votare un candidato PD è in molti comuni d'Italia un gesto assai meno faticoso che votare il PD in sé, come entità astratta e ormai piuttosto astrusa, sulla scheda delle elezioni legislative. Il PD ha tanti difetti, ma può contare su facce né troppo nuove né troppo impresentabili. Se solo si potessero votare, anche a livello nazionale, le facce e non gli stemmi... Se poi ci fosse il doppio turno, il candidato PD potrebbe profittare della volatilità dell'elettorato a tendenza M5S, che se costretto con una pistola a tempia a scegliere tra un candidato PdL e uno (non troppo d'apparato) del PD, nella maggioranza dei casi sceglierebbe il secondo. O si asterrebbe, ma l'astensione non è una protesta, è una resa. (Continua sull'Unita.it).

Tutto questo porta quasi necessariamente il PD verso un’idea presidenzialista (o semipresidenzialista, non fa tutta questa differenza) che storicamente proviene da tutt’altra direzione: per molti anni la sostenne solo il Movimento Sociale di Almirante, in isolamento non troppo splendido. Poi piacque a Craxi, e Berlusconi la portò in bicamerale, contentandosi alla fine di scrivere semplicemente “Berlusconi” sullo stemma del suo partito con tanti nomi e una faccia sola. Parte dello scetticismo, a sinistra, è ancora di scuola antifascista: la nostra costituzione non sarà la più bella del mondo, ma la centralità del parlamento ha impedito che un altro uomo solo si ritrovasse al potere. Non ha impedito l’ascesa di Berlusconi, ma in un qualche modo è riuscita a contenerlo: anche per la fortunata circostanza che portò al Quirinale, nel ventennio berlusconiano, tre inquilini non berlusconiani (sarebbe potuto andare molto peggio). Se Berlusconi avesse vinto un’elezione presidenziale in quegli anni – e i numeri per vincerla li aveva – si sarebbe trovato investito di un potere assai maggiore di quello che esercitò tra il 2001 e il 2006 e tra il 2008 e il 2011. È difficile immaginare che si sarebbe dimesso da solo due anni fa, nel furibondo autunno dello spread.
Ci sono poi ovviamente presidenzialisti seri, che hanno sostenuto questa idea in tempi non sospetti, e con argomenti non banali. È vero che un parlamento ‘liberato’ dalla necessità di sostenere il premier potrebbe diventare un luogo più produttivo. Ma è difficile immaginare in Italia un cosa come la coabitazione, che anche in Francia è passata di moda da quando si è fatto coincidere il mandato presidenziale con quello parlamentare. Nei fatti un presidente già dotato di grandi poteri, e legittimato da un’elezione diretta (sebbene a doppio turno) potrebbe contare anche su un parlamento compiacente. È un’idea che può affascinare solo chi ha la sensazione di poter vincere, nel momento in cui le personalità del M5S sono ancora allo stato larvale e Berlusconi sembra un po’ spompato – ma è dieci anni che sembra spompato, ed è già sopravvissuto a tre segretari PD. È quasi un bluff: il PD le ha sbagliate quasi tutte, ma se si gioca la carta carisma, forse Renzi (o Letta) possono ribaltare il tavolo. Forse. Forse. Ma è una tattica a cortissimo termine, che nel lungo periodo rischia di lasciarci un sistema fortemente squilibrato, fin troppo adatto alle pulsioni populiste degli italiani, alla loro tormentosa ricerca dell’Uomo Forte. Se almeno fossimo bravi a trovarlo, quest’Uomo: ma da Crispi a Mussolini, da Craxi a Berlusconi a Grillo, sembriamo sempre più affascinati da personaggi che in altri Paesi avrebbero fatto carriera giusto nell’avanspettacolo.http://leonardo.blogspot.com

martedì 4 giugno 2013

Tre argomenti contro il presidenzialismo (in Italia, almeno)









Non è tanto l'atavica passione per l'Uomo forte. È proprio che non sappiamo sceglierceli, 'sti uomini, sembrano tutti presi a nolo da una compagnia di avanspettacolo.

domenica 2 giugno 2013

Un Amleto in meno a Bangkok


Se pensi a chi entra per vedere il suo bel faccino
Solo Dio perdona (Nicolas W. Refn, 2013)

(Ci sono alcuni spoiler, tanto non è che sia questo gran film).

Ryan Gosling è uno sfigato. No, in realtà Ryan è sempre il grande attore e sex simbol che conosciamo, sempre più ieratico. Stavolta però interpreta uno sfigato figlio di mammà, che per le strade di Bangkok-Pericolosa dovrebbe vendicare l'assassinio del fratello, ma le prende soltanto. Ne prende veramente tante: malgrado il trailer cerchi di vendervi un film d'azione in cui Gosling si fa strada spaccando facce ai cattivi, nell'unica vera colluttazione non riesce ad assestare un pugno che è uno; finisce per suscitare tenerezza mentre si fa pestare a sangue da un poliziotto in pensione. Considerato che Ryan gestisce la palestra di boxe thai che fa da copertura alle attività criminose della sua famiglia, e si atteggia per tutto il film a esperto di combattimenti, misurate la spaventosa entità della sua figura di merda.

Questo è il tipo di film che Gosling si sceglie ultimamente. Non lo obbliga nessuno, ormai, è Ryan Gosling, se solo volesse secondo me potrebbe fare un supereroe o un pirata dal cuore d'oro o qualsiasi altra cosa - al limite anche l'insegnante eroinomane come ai vecchi tempi, secondo me adesso la gente farebbe la fila per vedere di nuovo un insegnante che fuma crack nel tempo libero o il self-hating jew di The Believer. E invece negli ultimi mesi ha già fatto il rapinatore sfigato con Cianfrance, e adesso il camorrista sfigato che si fa tumefare il volto da un poliziotto con Refn. Non è che vuole dirci qualcosa? Non so, ma a ogni buon conto intendo esprimere solidarietà a tutte le donne e agli uomini che provano attrazione per Ryan Gosling e pagano un sacco di soldi di biglietto per vederlo farsi distruggere la faccia, senza neanche più accennare un sorriso, una smorfia, niente. Ormai non è più una faccia, è una maschera kabuki che allude forse all'incapacità di esprimere i propri reali sentimenti e altre menate molto scandinave. Come l'Amlodhi delle antiche saghe nordiche, Gosling è un inetto. Non sa vendicarsi, è debole, pure impotente, non riesce a sottrarsi dalle morbose attenzioni materne, insomma una frana totale. Quando la madre, giunta dall'America in fretta e furia, si lamenta del fratello invendicato, Gosling cerca di spiegarle che la cosa è più complicata, sai mamma, in realtà è stato ammazzato perché aveva massacrato una ragazza sedicenne...

"Avrà avuto i suoi buoni motivi".

È la battuta più divertente del film, tanto vale dirvelo... (continua su +eventi!) La mamma è una notevole Kristin Scott Thomas finto-bionda, tigrata, versacizzata, la Clitemnestra più tamarra mai vista sul grande schermo. Anche lei patisce di una certa ieracità, non fosse per il fatto che Refn tiene la camera fissa su qualsiasi immagine finché è sicuro di aver annoiato anche lo spettatore più ben disposto. È un film statico, troppo statico, qual è il superlativo di statico? È un film lynchano, sapete quel tipo di film con i carrelli lentissimi nei corridoi che quasi sempre sono metafore della mente, e dove non si esita mai abbastanza davanti a una porta dietro alla quale a un certo punto ti aspetteresti saltasse fuori Laura Dern – invece arriva il poliziotto in pensione con la katana e ti taglia le mani. Si tratta forse del diavolo, del Vendicatore: non aveva forse detto “vado a incontrare il diavolo” il fratello di Gosling prima di partire per il suo ultimo fatale puttantour? Ma ovviamente non è chiaro, e sicuramente mi sono perso alcune metafore – come coi film di Lynch, ma fa lo stesso: tra qualche anno se mi viene la curiosità troverò un sito internet con un sacco di teorie interessanti sul perché il poliziotto esca dagli armadi e dal rubinetto esca il sangue. Ho paura che comunque scoprirò che si tratta in fin dei conti di una cosa banale, del tipo “mamma ri-accettami nelle tue viscere”, tutti questi edipi irrisolti che se fossi il re di Danimarca bandirei per una generazione: cari cineasti, siete l’orgoglio della nostra piccola nazione, però… però Edipo ha anche rotto. No, così.



Qui è mentre la mamma svergogna la fidanzata, che è poi una finta fidanzata perché si vergogna di non averne una.

Oltre a essere molto statico, è un film assai violento. Quanto violento? Se per voi Tarantino è violento, ecco, lasciate proprio perdere; in una scena Refn suggerisce a tutte le ragazze (con la sua usuale levità) di chiudere semplicemente gli occhi, mentre i maschietti dovrebbero “godersi lo spettacolo”. Non mi sono goduto lo spettacolo. La lentezza può essere una voluta aggressione ai montaggi ipercinetici dell’action contemporaneo, o un tentativo di ipnotizzare lo spettatore con ritmi da horror di serie B, ma forse semplicemente Refn non sapeva cosa girare per novanta minuti. Questo è un certo handicap per i cineasti; per dire, gli scrittori, se hanno una storia breve, possono anche farci un romanzo breve: ma un regista se vuole essere distribuito in sala almeno un’ora e un quarto te la deve montare. È un vero peccato che non ci sia mercato per i mediometraggi. Si potrebbero fare dei double-feature, non so, quaranta minuti di Amleto refniano e poi una riflessione di Von Trier su quanto le donne siano il demonio, o mezz’ora di conigli di Lynch: magari funzionerebbe, si intercetterebbe un pubblico che è sensibile a Lynch ma si annoia a vedere due ore di corridoi; e anche i danesi secondo me c’è tanta gente che li apprezzerebbe più in piccole dosi. Non so, la butto lì. 
Solo Dio perdona, se proprio ci tenete, ma non dite poi che ve l’avevo consigliato io, è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 15:30, alle 17:40, alle 20:30 e alle 22:40; al Cinecittà di Savigliano alle 16:00, alle 18:10, alle 20:20 e alle 22:30. È vietato ai minori di 14 anni.