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lunedì 14 novembre 2011

Il peggio è che lo rimpiangeremo

Che bello! Si è dimesso! La guerra è finita, quindi, no? No?



No, anzi, mi sa che tra un po' lo rimpiangeremo. Almeno è scritto sull'Unità (H1t#99), e si commenta là.


Rimpiangeremo Berlusconi? Non lo so. Quel che si può dire oggi è che forse siamo un po' troppo ansiosi di seppellirlo. Io non credo che le sue dimissioni sanciscano la sua morte politica, anzi potrebbero davvero rappresentare un rilancio: l'uomo stanco e prostrato dal bungabunga e dalla compravendita di parlamentari può ora riciclarsi come l'uomo del popolo contro i complotti dei banchieri mondiali. Su questa linea perlomeno Ferrara Sallusti e compagnia cantante si sono già sintonizzati: ed è una linea insidiosa, perché al complotto antidemocratico della finanza hanno voglia di credere anche molti telespettatori di Santoro, diversi elettori di PD, IdV, 5Stelle, persino di Sinistra e Libertà, oltre agli astensionisti di centro e di destra che con un po' di impegno e di populismo Berlusconi potrebbe recuperare nei prossimi mesi. Insomma l'uomo è tutt'altro che spacciato, e se è stanco può ancora trovare un suo degno erede tra i fedelissimi del suo partito o della sua famiglia o delle sue aziende – non che faccia molta differenza ormai. È Mediaset, soprattutto, che non può permettersi una sconfitta politica, e non si arrenderà senza combattere con ogni risorsa a sua disposizione, anche se forse non ricandiderà più il capofamiglia stanco e screditato.

L'eventuale fine di Berlusconi, quindi, non corrisponde alla fine del berlusconismo. Ma resta un dato importante: per lunghi anni abbiamo temuto, irrazionalmente, che sarebbe durato in eterno, che ci avrebbe seppelliti tutti. Non è andata così, ed è valsa senz'altro la pena di festeggiare. Ma da oggi ricominceremo a pensare ai nostri problemi e poi, col tempo, i nostri sentimenti nei suoi confronti cambieranno. E può darsi persino che lo rimpiangeremo.

Lo rimpiangeremo come si rimpiangono i dolori e i fastidi dell'infanzia, le ginocchia sbucciate e le veglie trascorse a studiare latino o matematica. Vivremo anni difficili, inutile fingere il contrario, e di fronte a tutti i nostri guai i crimini del berlusconismo ci sembreranno marachelle. È vero che ogni guasto suo o dei suoi lo pagheremo noi, con fior d'interessi: ugualmente, saremo troppo presi a lamentarci col governo di turno e con le sue misure di emergenza per coltivare rancore contro un tizio che ci ricorderà comunque un passato più confortevole. E col tempo certi suoi eccessi diventeranno pittoreschi, proprio come se li immaginava lui: le sue barzellette stupide diventeranno aneddoti simpatici, le sue gaffes internazionali non ci indigneranno più, ma sulla distanza sopravviveranno nel ricordo a tutte le cose serie che si dicevano a quei vertici, proprio come quelle figuracce che sono le uniche cose che ci ricordiamo di interi matrimoni. Insomma per quanto disastroso, Berlusconi avrà trovato un modo per farsi ricordare. E un po' rimpiangere.

Lo rimpiangeranno i giornalisti, a cui ha enormemente semplificato la vita. Come ha scritto Gramellini in questi giorni: “Senza di lui non mi annoierò, ma certo dovrò faticare di più. Mi toccherà tenere d’occhio un sacco di persone: un politico, un impresario, un presidente di calcio, un venditore di sogni, un comico, un playboy. Mentre prima, per averle tutte, me ne bastava una”. Lo rimpiangeranno comici e satiri, a cui ha fornito infiniti spunti, al punto che forse la satira professionistica in Italia è morta per inflazione, quando inventarsi battute su B. e soci è diventato troppo facile. Lo rimpiangeranno ovviamente i suoi amici, ma qualche lacrima di rimpianto la verseranno anche i suoi nemici, che non troveranno mai un avversario così vicino e concreto, sempre disponibile a essere ridicolizzato, di un'antipatia così rara. Denunciare i crimini della Finanza Mondiale (o i complotti dell'infernale Bilderberg Club) non è la stessa cosa.

Lo rimpiangeranno i figli che avremo e che non l'avranno mai visto. Lo rimpiangeranno come si rimpiangono epoche passate e fiabesche. L'Italia degli anni Ottanta è già diventata, nell'immaginario popolare, il Bel Paese dell'età dell'oro, quando tutto cresceva senza preoccupazioni (debito pubblico incluso). A quelle immagini patinate, già un po' sgranate nel riversaggio da VHS a digitale, Berlusconi sarà per sempre associato, come l'omino di burro del Paese dei Balocchi. Alla sua decadenza fisica e morale, poi, verrà naturale far corrispondere la decadenza del Paese tutto dalla fine degli anni Ottanta. Ma se avremo anni davvero difficili, anche i luccicori e le orge di Palazzo Grazioli rimpiangeremo, come per millenni abbiamo compianto e rimpianto la decadenza dei Romani, le crepe e le rovine di una civiltà che pure fu grande. E nei nostri nipoti sorgerà il sospetto che sotto a un odio così affettuoso si nasconda qualcosa di più.

Lo rimpiangeremo perché in fondo siamo italiani, cuccioli della democrazia, e rimpiangiamo istintivamente qualsiasi padrone. Anche quello che ci bastonava, figurati quello che ci riempiva di carezze lascive. Pensate all'imperatore Nerone, che gli storici di area senatoria ci hanno tramandato come un folle sanguinario, l'uomo che suona la cetra mentre guarda Roma bruciare. In realtà non fu più sanguinario di qualsiasi imperatore standard, senz'altro non appiccò il famoso incendio e addirittura nell'occasione ospitò i profughi nella sua villa. In generale dovette essere un imperatore molto più amato di quanto non si pensa. Almeno, sappiamo che ancora nel XII secolo i romani continuavano spontaneamente a portare fiori alla sua tomba, ogni nove di giugno (data della sua tumultuosa uscita di scena). Finché un Papa superstizioso non si decise a spianare il suo monumento funebre. Ecco, noi italiani siamo così: se ci affezioniamo a un despota siamo in grado di portare fiori alla sua tomba per mille e più anni. Così qualcosa mi dice che ad Arcore non mancheranno mai fiori, ne turisti. Ma è solo una mia teoria. http://leonardo.blogspot.com