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Collaborazioni

venerdì 1 maggio 2026

I giacigli ai senzatetto

C'è un posto giù in città in cui, mi hanno detto,
un tizio onesto che si dà da fare
procura dei giacigli ai senzatetto:
un letto a chi non l'ha, e può riposare.

Certo, là fuori è ancora ingiusto il mondo:
il povero arricchisce il suo padrone;
tra i due il divario resta assai profondo –
non migliora così, la situazione.

Però... per una notte, un marciapiede
non è il supplizio a qualche poveraccio:
lo sbirro di pattuglia non lo vede,
non lo percuote il vento, o uccide il ghiaccio.

(Ma tu che leggi e ti commuovi, ora,
non andare via, leggi un po' ancora): 

Dicevo, quella notte il marciapiede
non è letto di morte a un poveraccio:
lo sbirro che lo cerca non lo vede,
e invano infuria il vento, e gela il ghiaccio...

...però qua fuori è ancora ingiusto, il mondo:
il povero arricchisce il suo padrone,
tra i due quel solco è sempre più profondo –
No. Non cambia così, la situazione.

(da Brecht)

giovedì 30 aprile 2026

Fiano is fishing for fischi

Ieri mattina Emanuele Fiano aveva tante opzioni davanti a sé, per il suo post mattutino, che tutti ci aspettavamo. 

Avrebbe potuto denunciare l'atto di pirateria compiuto dalla marina israeliana, che ha rapito i militanti della flotilla in acque internazionali. 

Avrebbe potuto tornare sul caso Eitan Bondì, magari stigmatizzando chi nella sua comunità continua a minimizzare (che vuoi che siano quattro o cinque proiettili sparati con una pistola ad aria compressa ad altezza del volto, contro sessantenni che manifestavano con simboli dell'ANPI). 

Avrebbe potuto denunciare quel clima di allarmismo e paranoia senza il quale il giovane Bondì non solo non si sarebbe messo a sparare per strada, né a collezionare armi a casa. Avrebbe potuto chiarire meglio quella cosa che ha ripetuto anche in seguito in tv, ovvero che Eitan si sbaglia quando afferma di far parte della Brigata Ebraica perché... "A Roma la Brigata Ebraica non esiste". Il che ci lascia abbastanza perplessi: invece a Milano esiste? Cioè esistono persone che si definiscono brigatisti ebraici? Da quel che si era capito, esiste un museo della Brigata Ebraica che da anni tenta di valorizzare la partecipazione (tutto sommato marginale) di questa brigata di volontari (non partigiani) sul fronte italiano; esiste senz'altro una manifesta volontà di strumentalizzare quest'esperienza per infastidire i cortei milanesi del 25 aprile esibendo bandiere che somigliano molto a quelle israeliane, quando non sono semplicemente israeliane; ma qualcuno con le stesse insegne almeno fino al 2024 sfilò anche a Roma (e fu da quello spezzone che partirono bombe carta contro gli altri manifestanti, mentre Riccardo Pacifici minacciava una giornalista). Per cui una cosa che Fiano avrebbe potuto fare, ieri mattina, era mettere un po' più in chiaro le cose, come altri stanno facendo. 


Invece ha deciso di scrivere questa cosa , che sembra un tweet ma è stata pubblicata su Facebook, con un hashtag lunghissimo che lascia intendere una vera e propria campagna socialmediatica nei suoi confronti. Insomma, se c'è l'hashtag dev'essere una cosa abbastanza grossa, no? Così uno ci clicca sopra, immaginandosi chissà quale diluvio di antisemitismo nei confronti del povero Emanuele Fiano e...

Non trova niente. Cioè, no, aspetta, qualcosa c'è.

Il post di Fiano. Basta.

Si è scritto l'hashtag da solo?


Concediamo il beneficio del dubbio: magari l'algoritmo di FB – lo stesso algoritmo che mi ignora ogni volta che gli faccio notare un insulto razzista – ha prontamente riconosciuto l'antisemitismo latente in quella richiesta così perentoria, "cacciamoFianodalPd", e ha cancellato tutti gli altri post salvo quello di Fiano, Sarà andata così. E comunque, hashtag o non hashtag, qualcuno senz'altro avrà espresso stamattina la volontà di cacciare Fiano dal Pd, o no? Magari Fiano ha semplicemente drammatizzato la situazione, per esigenze teatrali. 

Come quando disse di avere riconosciuto tra  gli studenti universitari che lo contestavano qualcuno che faceva "il gesto della P38" – un gesto che non c'è in nessuna foto, e peraltro che gesto è? Perché forse davvero negli anni Settanta era un gesto immediatamente riconoscibile, ma già vent'anni dopo non rammento nessuno che lo facesse o lo riconoscesse. Ora gli anni sono cinquanta e gli universitari non necessariamente sanno che la P38 è una pistola.

Oppure come quella volta che in mezzo a una grande manifestazione in solidarietà del popolo palestinese, Fiano trovò uno striscione che non gli era piaciuto e chiese al mondo intero di dissociarsi. Il 25 aprile invece Fiano sfilava con la cosiddetta Brigata Ebraica; e anche se aveva affermato la propria contrarietà a portare bandiere israeliane, queste bandiere erano davvero molto vicine, ad esempio sulle spalle di un individuo impresentabile con cui Fiano discute della necessità di non spostarsi, di restare lì, in attesa che un po' di gente venga spostata o "manganellata" dalle forze dell'ordine. 

Perché a quanto pare è successa questa cosa, che la "Brigata Ebraica" abbia bloccato per tre ore uno spezzone del corteo che non riusciva ad andare avanti. E perché l'ha fatto? Fiano avrebbe potuto spiegare meglio questa cosa. 

Magari in seguito lo farà. Nel frattempo avanzo un'ipotesi: restare fermi in mezzo a un corteo, con bandiere invise al resto del corteo, per una o due o tre ore... non è molto diverso da presentarsi su facebook, di prima mattina, con un hashtag magari inventato, segnalando nient'altro se non la propria presenza a chi non ci trova simpatici. C'è chi in società va a pesca di complimenti: chi si comporta come Fiano va a pesca di insulti. Perché se irrompi su facebook con un post del genere, qualcuno nei commenti che ti vuole veramente fuori dal PD lo trovi. L'hashtag magari è fasullo, ma è senz'altro autoperformativo. 

Allo stesso modo, se ti pianti in mezzo a un corteo – ben scortato dalla polizia – e lo blocchi per due o tre ore, qualcuno prima o poi qualcuno che ti insulta lo incontri per forza. I manifestanti del 25 aprile però devono essere stati straordinariamente permissivi e tolleranti, perché in tre ore tutto quello che Fiano e i suoi compagni sono riusciti a sentire è stata una frase – una sola!: "Siete solo saponette mancate"

Non sono nemmeno riusciti a registrarla, per cui dobbiamo fidarci – come dobbiamo fidarci quando dice di aver visto il "gesto della P38". Dobbiamo fidarci, come quella volta che due sionisti litigarono in un ristorante, se ne andarono senza pagare, ed Emanuele Fiano stigmatizzò il crimine antisemita. Eccetera eccetera. Dobbiamo fidarci perché altrimenti dovremmo pensare che migliaia di persone, il 25 aprile, sono passate di fianco a Fiano e compagnia, li hanno visti sbandierare simboli che ormai rappresentano un genocidio, e hanno fatto finta di niente. Dovrebbero essere davvero stati i manifestanti più civili del mondo. E allo stesso tempo, non ci sarà qualcosa di segretamente antisemita in tanta tolleranza, tanta tacita pietà nei confronti di chi disperatamente cerca di mendicare un insulto, qualcosa che dia un senso alla propria militanza, alla propria identità che esiste soltanto se è accerchiata, minacciata nella sua stessa esistenza, mantenendosi a colpi di allarmismo e paranoia? Forse si fa ancora in tempo a emendare il ddl sull'antisemitismo, ad aggiungere un codicillo: fermo restando che se insulti i sionisti sei antisemita... anche se li ignori, se li costringi a uscire in strada e sbandierarsi in mezzo alla gente, a inventarsi gli hashtag nella speranza che qualcuno si fermi a dirgli qualcosa di brutto, beh, sì, dai, sei antisemita lo stesso. E qualche pallino in faccia te lo meriti, che sia di avvertimento. 



martedì 28 aprile 2026

Gli sposi promossi (in Quarta)


Le abbiamo attese a lungo, le nuove Indicazioni nazionali per i licei: quelle che qualche giornalista sbrigativo continua a chiamare “programmi”. Le abbiamo attese al varco, soprattutto da quando un anno fa, le Indicazioni per le scuole primarie e secondarie di primo grado diedero a molti osservatori la sensazione di un imperioso ritorno all’ordine: alle poesie a memoria, al latino, a una Storia più rigorosamente occidentale, e così via.

Così, quando finalmente abbiamo potuto scorrere le bozze, forse siamo rimasti un po’ delusi. Anche stavolta si ha la sensazione di un documento composito, non solo stilato da mani diverse (com’è giusto che sia), ma da autori che tra loro non sempre dialogano, o forse a un certo punto hanno deciso di non dialogare: non condividono nemmeno l’ortografia. Di spunti interessanti ce ne sono parecchi, ma stavolta ad attirare l’attenzione dei giornalisti è stato lo spostamento della lettura dei Promessi sposi dal secondo anno al quarto. Un dettaglio tutto sommato secondario, ma decisamente in controtendenza rispetto a quanto potevamo aspettarci. Lo stesso Valditara ha messo immediatamente le mani avanti, confessando le sue “perplessità” sulla specifica questione. Le indicazioni (lo dice il nome) non sono obblighi: gli insegnanti possono continuare ad affrontare il romanzo di Manzoni nel momento in cui preferiscono (in teoria potrebbero anche saltarlo del tutto). Ma intorno alle Indicazioni ruota l’editoria scolastica, che trova nell’incessante opera riformatrice dei ministeri un’ottima occasione per giustificare nuove edizioni aggiornate e corrette; e l’attesa dei genitori, che i libri li comprano, e in generale si aspettano che a scuola l’insegnante segua un determinato “programma”, molto spesso tarato sui ricordi delle loro esperienze scolastiche... (continua su Rivista Studio)

lunedì 27 aprile 2026

La Geostoria non è affatto sparita

[Questo articolo è uscito sul Manifesto del 24 aprile]. Addio Geostoria, dunque? Tra le promesse che il ministro aveva annunciato appena insediato, vi era l'abolizione di questa strana materia che forse non è mai nemmeno esistita – un residuo della riforma Gelmini, che non partiva da considerazioni pedagogiche quanto dalla necessità di tagliare un po' di lezioni qua e là, per contenere i costi. Al tempo si era ritenuto che due ore di geografia settimanali nei bienni dei licei fossero troppe, da cui l'idea di levarne una e accorpare l'ora residua all'insegnamento della Storia. Così nacque, all'inizio del decennio scorso, la Geostoria, ovvero (in sostanza) tre ore alla settimana per arrivare in due anni dalla preistoria all'anno Mille – e se avanza del tempo magari offrire agli studenti anche qualche cenno di geografia. Se si considera che i ragazzi che approdano oggi al liceo hanno studiato l'antichità soltanto alle Primarie, è chiaro quanto fosse forte il rischio che la Storia si mangiasse la geografia era molto forte. Ma almeno i libri da comprare si riducevano da due a uno solo, con un po' di risparmio per i genitori. 

Tutto questo finisce a settembre: "la Geostoria scompare". Così almeno sta scritto nel comunicato che annuncia la pubblicazione delle bozze delle nuove Indicazioni nazionali per i licei: dove inoltre si afferma che si tratterebbe "forse" della "novità più attesa dagli addetti ai lavori". Chi poi, tra questi addetti, si è messo effettivamente a leggere le bozze, non ha tardato a scoprire la fregatura – che in effetti era abbastanza prevedibile. 

Nelle nuove indicazioni, infatti, in mezzo a tante belle parole che per la prima volta includono anche considerazioni molto interessanti sull'uso dell'AI – considerazioni così lucide, così ben scritte, che per un momento fanno sospettare che l'AI stia letteralmente parlando di sé stessa – a un certo punto si arriva a una specie di scoglio, uno spigolo che nessuna retorica è riuscita a levigare. Un "monte ore". All'inizio della voce "Geografia", in luogo di un trionfale proemio che saluti il ritorno di questa Cenerentola tra le discipline, si trova questo paragrafo, abbastanza secco: "Nel primo biennio di tutti i percorsi liceali "Storia e geografia" sono due discipline con un proprio assetto epistemologico il cui insegnamento è rimesso ad un unico docente come da ordinamento... Il monte ore annuale complessivo delle due discipline è di 99 ore per ciascuna delle due classi del primo biennio".

Troverete la stessa asciutta formulazione in ogni versione della bozza: in quella del liceo artistico, come in quelle del liceo classico, linguistico, scientifico, eccetera. Ed è l'unica volta in tutto il documento che si accenna a questo dettaglio così pedestre, il "monte ore". Ovvero la quantità di ore da dedicare non più alla terribile Geostoria, ma a Storia e a geografia. Nella pratica poi saranno sempre un po' meno, perché si sa, una settimana c'è un progetto, un'altra settimana c'è una visita d'istruzione, e poi lo scambio, l'autogestione, eccetera eccetera. Ma accettiamo comunque il dato lordo. Le nuove indicazioni ci dicono che lo stesso insegnante dovrà contenere l'insegnamento di Storia e di geografia in 99 ore. Sono tante? Sono poche? Dipende. 

Ma una cosa è sicura: sono esattamente le stesse che l'insegnante aveva quest'anno. Tre alla settimana. 

E dunque insomma sì, il ministro ha abolito la Geostoria: ma con cosa l'ha rimpiazzata? Le ore sono le stesse. L'insegnante è lo stesso. Anche il cosiddetto 'programma', in sostanza, non è cambiato: bisogna sempre portare dalla preistoria all'anno Mille adolescenti che non hanno mai sentito parlare di Socrate e di Traiano. Quello di geografia magari si è un po' rimpolpato, ma nella pratica il tempo per aggiungere concetti non c'è, e quindi siamo al punto di prima. 

Ora, non è che gli "addetti ai lavori" possano sorprendersi più di tanto, ormai. Poteva forse Valditara avesse ripristinare davvero una cattedra di geografia decente, con un monte ore passabile? E con che risorse? Migliaia di ore di lezione in più, di cattedre in più. Laddove se c'è una cosa che abbiamo capito, in questi anni, è che le uniche riforme consentite sono quelle a costo zero. Almeno per le casse dello Stato. 

Per le famiglie, non è detto. Infatti, a ben vedere, un cambiamento c'è. Il prof rimane uno solo, le ore rimangono tre, i programmi più o meno gli stessi. Ma i manuali saranno di nuovo due, invece di uno solo. Ed è facile immaginare che costeranno un po' di più. 

sabato 25 aprile 2026

È stata una bella giornata (anche per chi voleva litigare)

Gazzetta di Modena

Oggi è stata una giornata bellissima, forse la prima davvero calda di quest'anno. Il cielo era limpido e ovunque la gente festeggiava. Mi è capitato di passare da tre città – tutte abbastanza piccole, ma l'Italia è fatta di città piccole, anche se gli italiani non lo sanno. Soprattutto non lo sanno a Roma e a Milano, dove si scrivono per lo più i quotidiani cosiddetti nazionali, che però ormai non si leggono nemmeno a Milano e Roma, quindi perché prendersela. Soprattutto oggi, una così bella giornata. 

Oggi milioni di italiani sono usciti nei parchi, nelle piazze, anche solo nelle strade: hanno mangiato, bevuto, ballato e giocato. Chi si sente libero fa queste cose. Alcuni hanno anche partecipato a manifestazioni, che per la stragrande maggioranza si sono svolte senza intoppi. A volte le autorità sono state contestate – nella mia città è successo, come è normale che succeda, in democrazia. È la prova che siamo liberi, è l'essenza stessa della festa che abbiamo festeggiato oggi.

Certo, su molti giornali 'nazionali' domani non leggerete questo. Leggerete che ci sono state delle contestazioni gravissime. Se poi uno vorrà davvero aprirli, quei giornali, scoprirà che sono avvenute tutte a Milano o Roma, e che hanno coinvolto i soliti quattro gatti con le solite bandiere di una Brigata Ebraica in cui non hanno potuto militare e che hanno deciso di rappresentare: e l'hanno deciso per il preciso, specifico motivo di provocare tutti gli altri manifestanti, che ormai associano alla stella di David il regime sionista e genocida che è al potere in Israele. Ne abbiamo già parlato tante volte, ne parliamo tutti gli anni, ed è proprio questo il punto. Invece di festeggiare, dovremmo tutti gli anni soffermarci su questa cosa minuscola, che succede soltanto in un corteo su cento, in una città su mille. Una minuscola frangia (i sionisti italiani, sempre più arrabbiati e impotenti) di una piccola comunità (gli ebrei italiani, poche migliaia concentrate in alcuni centri) devono assolutamente ottenere quest'attenzione. Tutto intorno, in centinaia di città e comuni, tutti festeggiamo senza accorgercene, ma di questo non si deve parlare. Si deve stigmatizzare chi si è lasciato provocare da loro, che invece di provocare avrebbero un sacrosanto diritto; si deve parlare di loro, del fatto che non hanno potuto sventolare le loro bandiere (che nelle foto sventolano eccome), non hanno potuto marciare dal punto A al punto B come si erano prefissati di fare, del fatto che qualcuno li ha offesi: li ha offesi al punto che non torneranno mai più – e invece l'anno prossimo, vuoi scommettere? Risuccederà tutto da capo. 

Questa cosa, che era noiosa dieci anni fa, adesso è patetica. Soprattutto in una giornata bella come quella di oggi. C'era il sole, c'era un po' d'aria, c'era tutto quello che serviva per stare bene, e dio solo sa quanto ne avremmo bisogno... eh no. Dobbiamo litigare. Dobbiamo litigare per la solita bandierina. Dobbiamo litigare per i soliti quattro gatti che devono avere il titolo sul telegiornale, la foto sulla prima pagina di domani. Poche centinaia di persone, concentrate in una o due città, definitivamente bollite nell'acqua di cottura del loro narcisismo patologico. 

La soluzione sarebbe molto semplice: ignorarli. È pur vero che, quando è successo, è proprio dal loro spezzone che sono partite bombe carta: ma il punto non è tanto ignorarli in manifestazione. Ignorare i giornali che ne parlano, ignorare i tromboni che stavano prendendo fiato da una settimana, che avevano già il pezzo indignato nel cassetto. E ormai mi sembra che siamo a buon punto. Andarsi a mangiare una grigliata, tirare due colpi a un pallone, ballare a un concerto; e lasciarli intanto al loro brodo, a leggersi e indignarsi a vicenda. In attesa che nella Gaza Riviera siano pronti quegli attici vista mare in cui andranno a godersi la pensione. 

mercoledì 22 aprile 2026

Dio comunque non è una statua

(In tv ho visto immagini più
definite. Invece su internet sono
pixellate,
per proteggerci dalla blasfemia). 
A chi c'è rimasto molto male, per aver visto un crocefisso preso a mazzate da un soldato – immagine certo potentissima – vorrei ricordare questa cosa: 

Gesù non ha mai detto una cosa del tipo "chiunque fa male a una statua, a un'immagine, una raffigurazione scolpita o dipinta, è come se l'avesse fatta a me". Non sta scritto in nessun vangelo, regolare o apocrifo. Non risulta proprio. 

In un vangelo invece, dei più famosi, Gesù dice: "tutte le volte che avete fatto ciò a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo avete fatto a me" (Matteo 25,40).

Quindi, insomma, sì, è fastidioso vedere un tizio prendere a mazzate una croce. Sicuramente è un atto di prepotenza. Qualcuno potrà considerarlo un atto di intolleranza – qualcuno potrebbe parlare di blasfemia. Ma quel qualcuno non sta citando le scritture. Secondo il vangelo non è offendendo un pezzo di legno o di gesso, che si offende Gesù Cristo. Secondo il vangelo, il Cristo non è una statua di legno o di gesso. È il prossimo nostro. A partire dai "più piccoli" (la Vulgata li definisce "minimis": non sono i bambini – non necessariamente – sono le persone più umili). 

Chi si indigna in questi giorni per un crocefisso preso a mazzate, si rende conto che ben più concrete mazzate hanno distrutto un'intera regione del Libano, hanno raso al suolo Gaza, e stanno erodendo quel che resta dei palestinesi in Cisgiordania? Qualsiasi cosa viene fatta ai fratelli del figlio di Dio, la stanno facendo al figlio di Dio. E chi sono i fratelli del figlio di Dio? Grande domanda. 

Io credo siano tutti gli esseri umani. 

Ora, capisco benissimo perché le immagini di un crocefisso vandalizzato possano funzionare meglio di quelle di un profugo libanese ucciso, o di una casa distrutta. Ma se ogni tanto mi sento di dover ricordare che le statue sono soltanto pezzi di legno e di gesso, non è per far notare la mia formazione di matrice illuministico-materialistica, o non soltanto, insomma... vi sto citando il Vangelo. Il Vangelo. Matteo Venticinque Quaranta. Uno delle formulazioni più alte del cristianesimo e (quindi) dell'umanità. La regola aurea (non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te) portata alle estreme conseguenze da chi in un Dio ci crede e lo ritiene arbitro del bene e del male: tutto ciò che fate, lo fate a me. Vi state uccidendo? Mi state uccidendo. Vi state stuprando? Mi state stuprando. Vi state bombardando? Mi state bombardando. 

State vandalizzando una mia immagine? 

È veramente l'ultimo dei vostri problemi. 

The Jefferson Cut

***

Che poi alle volte io me lo chiedo ancora – alla mia età è imbarazzante: ma sono un cristiano? In questi giorni tra l'altro la cosa grazie a Trump sta tornando di moda, forse sarebbe il momento di buttarsi dalla parte dei giusti. E però...

E però una cosa che mi è restata, della mia educazione cattolica, è l'idea che il cristianesimo sia una cosa seria. Non è un supermercato dove puoi entrare, prendere quel che ti piace e lasciare sugli scaffali le cose che detesti. Tante altre fedi o ideologie accettano questo approccio – il cristianesimo secondo me no. Il che non significa che molti si comportino proprio così, ma è proprio quel tipo di poser che chi è cresciuto in chiesa sgama subito. Insomma se volessi dirmi cristiano, subito dopo dovrei ammettere di essere un pessimo cristiano, e quindi preferirei di no. 

E però.

Dentro a quel supermercato c'è almeno una cosa alla quale non riesco a rinunciare. Non è tra i prodotti più in vista – ho la sensazione che un sacco di frequentatori lo ignori completamente – ma se uno guarda bene, alla fine è un prodotto originale: poi magari qualcuno lo ha copiato, ma è qualcuno che deve averlo preso da lì. Potrebbe essere la cosa più importante che ha messo in commercio la ditta. Potrebbe essere la chiave di tutto. Ed è proprio quel versetto, Matteo Venticinque Quaranta. Qualsiasi cosa voi farete a chiunque, l'avete fatta a Me. (Ce n'è un'altra, poco sotto, altrettanto importante: qualsiasi cosa non avete fatto, non l'avete fatta a Me).

Il tizio che sta distruggendo quel pezzo di legno, alla fine cosa pensava di fare? Di bestemmiare Dio? No, perché il suo Dio non è raffigurabile. Di ovviare a una bestemmia, piuttosto, perché certe culture non hanno mai accettato la distinzione tra Dio e la sua immagine: se ti fai un'immagine di Dio sei un idolatra. Dunque stava contribuendo a liberare il mondo dall'idolatria, come certi martiri che distruggevano le statue pagane – e sicuramente sperava di offendere gli idolatri che davanti a quella statua si inginocchiavano. Questa di solito è l'interpretazione più efficace: i simboli si distruggono per offendere le persone che a quei simboli credono. Non è così anche da noi? E noi cosa possiamo replicare? 

Potremmo replicare che offendere le persone è sbagliato. Lo è quasi sempre. Ma perché? Sembra banale, eh? Ma immaginate di essere davanti a quel tizio con la mazza, magari cresciuto in seno a istituzioni che ne fomentavano la predisposizione più o meno naturale alla prepotenza. Spiegategli che offendere le persone non è giusto. In base a cosa non è giusto? 

Mah. Potremmo risalire alla dichiarazione dei diritti dell'uomo. Ma su cosa si basa, quella dichiarazione? Ecco, non è tanto chiaro. 

Nel frattempo il tizio ha una mazza in mano ed è convinto di avere un preciso diritto ad adoperarla. Contro persone che evidentemente ne hanno meno di lui. Lui sta vincendo una guerra: non è quindi giusto che lo sconfitto soccomba, e che i suoi idoli vengano distrutti? Ci sono libri molto antichi e abbastanza espliciti su questo punto. Alla sua logica – perché c'è una logica, sempre, anche nella più delirante e prevaricatrice delle ideologie – cosa potete opporre? 

Che le guerre sono sbagliate? Chi l'ha detto? 

Che il prepotente prima o poi sarà castigato? Quando, dove, e da chi?

Che l'uomo non deve prevalere su un altro uomo? E perché no? Non ci sono stati, dall'alba della Storia, popoli eletti e popoli vinti?

Certo, potreste obiettare che gli uomini sono tutti uguali davanti alla legge – ma dove sta scritta questa cosa, che peraltro nessuno è mai riuscito a realizzare concretamente?

Il primo signore che provò a metterla per iscritto la espresse così: "Noi riteniamo che certe verità siano autoevidenti; che tutti gli uomini siano stati creati uguali, e che siano stati dotati dal loro Creatore di alcuni inalienabili Diritti". Quel signore, la cui definizione gode tuttora di un indiscutibile successo, possedeva degli schiavi – a volte sì, anche in senso carnale – il che forse significa che questa illuminazione sul fatto che tutto sommato siamo tutti uguali potrebbe essergli venuta a letto, mentre osservava qualcuno apparentemente tanto diverso – eppure alla fine non così tanto. 

Lo stesso signore possedeva anche un Vangelo, ma aveva con quel libro un rapporto molto particolare. Certe cose gli piacevano molto, altre davvero non le sopportava. Insomma era quel tipo di cristiano da discount che io non vorrei diventare. Lui addirittura si era procurato un taglierino apposito e ritagliava i versetti che secondo lui non erano Parola di Dio. Matteo Venticinque Quaranta, però, non l'ha tagliato. Grazie a Dio, o a Thomas Jefferson, ma insomma, il punto è un po' questo. Voi ci credete che tutti gli uomini sono uguali? 

Vi rendete conto di quanto sia paradossale questa affermazione? Perché anche lasciando stare le stature, le culture, il ceto sociale, e soprattutto la melanina (alla fine per tanta gente è davvero soprattutto un problema di melanina) – insomma non c'è una sola persona uguale all'altra al mondo. Infatti di solito si soggiunge "...davanti alla legge": siamo tutti uguali davanti alla legge. Il che è già un po' più vero, ma non così tanto. La nostra Carta, che non sarà la più bella del mondo ma almeno non è la più ipocrita, lo riconosce già nello stesso articolo 3: ci sono degli "ostacoli di ordine economico e sociale", ed è addirittura compito della Repubblica rimuoverli. (A volte mi domando quali altre Repubbliche si siano date un compito in nero su bianco sulla propria Carta. Magari nessuna).  

Quindi: siamo tutti uguali, salvo che non è vero. Siamo tutti uguali davanti alla Legge, salvo che nessuna legge è già così precisa, e nessun giudice davvero così imparziale. E allora in che senso siamo uguali? Spiegalo al tizio con la mazza in mano. Io e Thomas Jefferson, a quel punto non avremmo scelta: siamo uguali davanti a Dio. Il che significa che Dio esiste, o quanto meno significa che noi ci crediamo, perché altri punti di riferimento per poter credere in questa cosa incredibile, a quanto pare non li abbiamo trovati. Siamo uguali, l'ha detto il tizio che stai distruggendo in effige. Ha detto che qualsiasi cosa fai a noi, la stai facendo a lui. Lo ha detto, e siccome lo ha detto, e noi ci crediamo, lui è Dio. Puoi distruggerne un'immagine, ma non puoi distruggere l'idea. O forse puoi, ma devi passare su di noi. Noi siamo tutti uguali, io in questa cosa ci credo. Se non è vera, non ha più senso niente. Amen. 

giovedì 16 aprile 2026

E i sovranisti? Dove son nascosti?

Quando un Paese comincia a inabissarsi, chi è abbastanza intelligente si è calato dalla scialuppa di sicurezza già da mò. Ne consegue che sulla tolda che cala a picco restano soltanto i mediocri – se non proprio gli scemi, i quali invece di provare la paura, il panico che sarebbe logico provare... si esaltano. È il loro momento di dare degli ordini, ordini che magari nessuno ascolterà e senz'altro nessuno metterà in pratica, ma è pur sempre una grande soddisfazione finalmente alzare la voce e dare gli ordini. Voi magari non barattereste una lunga vita con quel singolo momento in cui tocca a voi giocare all'ammiraglio, ma appunto: non siete scemi, voi.

È probabile che prima di arrivarci, Giorgia Meloni pensasse a palazzo Chigi come al coronamento degli sforzi di una vita – in particolare una ricompensa per essere rimasta all'opposizione negli anni in cui con Draghi tutti gli altri contendenti si ritagliavano una fettina di oneri e di onori. Sicuramente non si aspettava di trovarsi incastrata in quel palazzo nel momento più critico della Storia della repubblica – il primo capo del governo pubblicamente sconfessato da un presidente USA al telefono, mentre tocca tagliare fondi alla salute e all'istruzione per evitare che la benzina superi i due euro al litro. E che altro? Beh, il papa. Si tratta di scegliere tra Washington e Vaticano, salvo che non è proprio una scelta, vero? È il tipico bivio cattolico: sei libero di prendere la strada che vuoi, ma quella che non conduce a noi porta all'inferno (se esiste), passando per una sconfitta elettorale (quella esiste di sicuro). 

Verrebbe quasi da compiangerla, Giorgia Meloni, nella sua semisolitudine: stritolata dalle forze che stanno facendo esplodere il mondo, chi ha accanto in grado di consigliarla? Crosetto, che non ci dorme la notte; Giorgetti, che un po' di calcoli li sa fare, e devono essere terribili. Nel frattempo i Berlusconi fanno capire di non essere soddisfatti, il casting è già aperto – ma chi vorrebbe davvero prendere il posto di Giorgia Meloni, oggi? Bisogna essere incoscienti, come lei qualche anno fa – e sembrano cento. 

Davvero, verrebbe da compiangerla – poi pensi al decreto sicurezza, e ti passa subito. Che soffrigga il più possibile, Giorgia Meloni, e con lei tutti i sovranisti da operetta che hanno ammorbato il discorso pubblico negli ultimi vent'anni. Perché nella sua demenza non semplicemente senile, alla fine Trump non fa che portare un discorso molto semplice alla sua logica conseguenza: l'Italia sta con noi, l'Italia si è fatta fottere per trent'anni da una classe padronale che aveva nessuna intenzione di trovare un'alternativa pulita al consumo di idrocarburi (che non possiede!) Ne consegue che l'Italia deve aiutarci con lo stretto di Hormuz. Non ha proprio alternative, no? Ora, io non posso essere sospettato di simpatia per Donald Trump, ma in un ragionamento del genere non trovo nessuna falla: e allora perché Giorgia Meloni non ubbidisce? Domanda retorica: ci perderebbe le elezioni. E va bene. Ma i suoi elettori? 

Dove sono tutti quei sovranisti della prima ora, quelli che volevano portare a casa i marò con un "blitz militare"? Ora che si tratterebbe di salvare il Paese dal tracollo energetico, dove stanno? Capisco che per la maggior parte non siano nell'età giusta per correre ad arruolarsi, ma – almeno qualche manifestazione, no? Persino contro i russi l'anno scorso qualche pensionato si animava, e voi? Non ce l'avete più con gli iraniani? Ho sentito dire che sono molto tirannici, e musulmani! Com'è che nessuno tira Giorgia per la giacchetta, com'è che nessuno la supplica di inviare fregate e torpediniere? Dove vi siete nascosti, vecchi piscialetto. Il generale in prepensione, che fa? È entrato in un bagno genderless e non riesce più a uscirne? 

È probabile che prima di arrivarci Giorgia Meloni pensasse a palazzo Chigi come a un trionfo personale: ed eccola qui, il capo del governo più imbelle nel momento più grave. Ci consola, mentre ci incliniamo verso il fondo, la speranza di essere un esempio per chi ci sta intorno e chi verrà dopo: vedi cosa succede, ad affidare un Paese a demagoghi e padroncini ignoranti. Guarda con che capitani ci tocca affondare.

mercoledì 15 aprile 2026

A che punto è la Notte?

 Ci sarà tempo e occasione per parlarne di più (spero) ma intanto... è uscito.



domenica 12 aprile 2026

La sofferenza di Emanuele Fiano


Venerdì è stato il giorno della passione di Emanuele Fiano, segretario nazionale di Sinistra per Israele: e se per caso vi stavate preoccupando di altre cose – stragi in Libano, Hormuz ancora chiuso, voli annullati, potremmo restare senza fertilizzante... ecco, sì, va bene, siamo evidentemente entrati in una crisi mondiale dalla quale forse non si uscirà senza una catastrofe, ma cerchiamo di mettere le cose in prospettiva. Venerdì Emanuele Fiano era molto preoccupato.

Per le centinaia di vittime civili in Libano

Ma no. 

Peraltro Israele ci ha prontamente fatto sapere che almeno la metà erano militanti di Hezbollah, quindi meritevoli di morte, e che per Israele un rapporto di una vittima innocente ogni vittima colpevole è assolutamente civile e degno dell'esercito più morale del mondo, per cui no, Emanuele Fiano non era preoccupato di questo.

Per la reputazione di Israele?

Perché questa idea che il mondo stia per andare in fiamme semplicemente perché Netanyahu ha convinto Trump che una guerra all'Iran era fattibile, e ora Netanyahu non può essere convinto che un cessate il fuoco è necessario – ecco, tutto questo pare stia incidendo negativamente sulla reputazione di Israele nel mondo, perlomeno così dice Jonathan Safran Froer e chi siamo noi per mettere in discussione la premessa di J. S. Froer – ovvero che Israele, prima di questa guerra, avesse ancora una reputazione da difendere. Verrebbe la voglia di supplicare gli obiettivi libanesi, i gazawi che patiscono la fame, i cisgiordani che vengono quotidianamente aggrediti e uccisi dai coloni: perché vi ostinate a farvi colpire? Non capite che così facendo, consentite a Israele di minare la propria reputazione? Non trovate ci sia dell'antisemitismo in tutto questo? Una situazione oggettivamente preoccupante: forse che Emanuele Fiano era preoccupato di questo?

No. 

Emanuele Fiano venerdì era molto preoccupato – mettetevi seduti – perché il PD milanese ha proposto in consiglio comunale di ritirare il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv. Un gemellaggio, capite. Con Tel Aviv. Si può restare in un partito che si ritira da un gemellaggio?

 

Evidentemente si può, perché dopo una notte di "sofferenza", ha usato questa parola, Emanuele Fiano ha deciso di restare nel PD. Di ciò mi sembra necessario ringraziarlo, non solo a nome di tutto il partito, dei militanti e dei sostenitori, ma più in generale dell'umanità tutta, in nome della quale traggo il mio sospiro di sollievo. Sappiamo che l'angelo di Dio promise ad Abramo che avrebbe risparmiato Sodoma, se solo vi avesse trovato dieci uomini giusti; per come poi andarono le cose mi sembra evidente che non li trovò... ma chissà, forse grazie all'eroica sopportazione di Emanuele Fiano, il PD potrebbe essere risparmiato da un'analoga ira di Dio. 


Chi segue Fiano e Sinistra per Israele da un po', credo abbia ormai familiarizzato con la sofferenza di Emanuele Fiano. È un patimento storico, con radici profonde, che si rinnova ad ogni stagione. Fu nello scorso autunno, ad esempio, che Emanuele Fiano soffrì per le contestazioni ricevute durante un'assemblea all'università di Venezia. In quell'occasione il fior fiore dei cattedratici e degli opinionisti si mobilitarono per gridare: vergogna! Emanuele Fiano non è stato fatto entrare all'università!

Anche se in effetti nell'università c'era entrato.

Va bene – rispose il fior fiore –  ma è terribile questa cosa che non lo abbiano fatto parlare, no?

Certo che era terribile, anche se in effetti, Emanuele Fiano aveva assolutamente parlato. 

Va bene, però è terribile questa cosa che non lo abbiano fatto finire, che lo abbiano cacciato via, no?

Indubbiamente era terribile. Benché in effetti Fiano fosse rimasto finché gli inservienti non gli avevano chiesto, scusi, ci scusi, signore, l'università alle 19 chiude.


Chiunque altro di fronte a questa ennesima provocazione avrebbe ceduto, lasciando le aule in balia di chi doveva pulirle per il giorno dopo: chiunque altro, ma non Emanuele Fiano ("Non potevo accettare anche quella prevaricazione"). L'episodio, spiegò, gli aveva ricordato quanto era successo a suo padre: davvero, subire una contestazione all'università gli aveva ricordato quando suo padre, dopo il 1938, avendo perso i diritti civili, non era più potuto entrare a scuola. E in effetti se ci pensate è più o meno la stessa situazione, no? Che differenza c'è tra essere contestati da un gruppo di studenti all'università e diventare un cittadino di serie B che non può più godere del diritto allo studio? Se lo chiedete a Emanuele Fiano, nessuna differenza: e quindi non chiedetemelo a me, magari mi verrebbe una risposta diversa e probabilmente, a questo punto, antisemita.  

Così insomma venerdì la sofferenza di Emanuele Fiano ha rischiato di traboccare, perché qualche membro del suo partito aveva osato proporre di ritirare un gemellaggio con Tel Aviv. Una città dove "centinaia di migliaia di persone hanno chiesto la fine della guerra"... ecco, se davvero l'hanno chiesta (e se davvero sono "centinaia di migliaia") si potrebbe quantomeno obiettare che non l'hanno proprio ottenuta: forse per Fiano è l'intenzione che conta – ma anche l'intenzione potrebbe incrinarsi, se a quelle "centinaia di migliaia" (facciamo decine di migliaia?) giungesse notizia che il comune di Milano ha sospeso un gemellaggio. 

Sono cose che succedono, no? Tu scendi in piazza per manifestare contro qualcosa che in coscienza ritieni sbagliato. Il tuo governo ti reprime, ti malmena persino, ma tu resisti... finché non giunge un messaggero con la ferale notizia: il Comune di Milano ha sospeso il gemellaggio! No.  

A quel punto puoi essere il telavivese più eroico, ma davvero, come si fa? Come si può lottare per un mondo migliore con la consapevolezza di non avere più il Comune di Milano al tuo fianco? Perlomeno questo mi sembra il ragionamento di Emanuele Fiano, il quale poi giustamente aggiunge: e allora perché non chiedete anche la sospensione del gemellaggio con San Pietroburgo? Già. Qualcuno a quel punto ha persino osato obiettare che il gemellaggio con San Pietroburgo è stato già sospeso: rilievo abbastanza indelicato, nei confronti di una persona che si sta impegnando con tutte le sue forze per difendere Israele con le armi retoriche che Israele suggerisce, la più popolare tra le quali in questi mesi è lo specchietto putiniano. Chiunque si permetta di criticare lo Stato Ebraico, anche solo di fischiarlo allo stadio, deve essere messo di fronte a un simile impietoso dispositivo: perché non hai fischiato altrettanto i russi? Ti abbiamo sentito, che li fischiavi più piano. Così fanno da anni, e mica si può pretendere che smettano così, d'un tratto, semplicemente perché non è così che funziona – che ne sappiamo alla fine noi di come funzionano le cose? Noi viviamo nel mondo reale, forse dovremmo accettare che Fiano è in un mondo diverso. 

Un mondo dove la reputazione di Israele conta più della nostra vita, di quella di chi ci sta intorno: un mondo dove Israele non solo ha diritto di esistere, ma ne ha molto più di noi. Un mondo dove il PD non è un partito di centrosinistra, votato da milioni di persone che si preoccupano della crisi medio-orientale e mondiale, e dell'escalation armata a cui il governo israeliano (non troppo osteggiato dall'opposizione israeliana) sta trascinando l'umanità, no: in questo mondo il PD ha un senso solo se Emanuele Fiano, vincendo una troppo giusta ripugnanza, continua a militarvi; portando in dote certo non un cospicuo pacchetto di voti (gli ebrei milanesi essendo poche migliaia, e quelli sionisti persino meno), ma quel quid arcano e imperscrutabile senza il quale davvero forse l'angelo di Dio potrebbe distruggerci, da un momento all'altro. Questo Emanuele Fiano non lo vuole – per ora – e per questo motivo dobbiamo essergli grati. A lui e agli altri nove giusti che devono pur esserci al mondo, oggi. 

Domani boh, vediamo. 

giovedì 9 aprile 2026

Se non metti in ordine arriva Donald Trump


Donald Trump è da anni il caso di megalomania più noto e studiato al mondo, che altro potrei aggiungere a questo punto? Che ci ha fatto rivalutare George W. Bush, Berlusconi, Putin, gli ayatollah? Che l'angoscia dei patrizi romani, mentre aspettavano che un pretoriano più coraggioso di un altro si avvicinasse all'imperatore pazzo e lo soffocasse coi cuscini, scompare di fronte a quella dei cittadini del mondo che al mattino controllano sul telefono se una civiltà non è stata nuclearizzata nottetempo per capriccio? Mi limito a confessare una cosa: io continuo a trovare qualcosa di rassicurante, in Donald Trump. La sua ignoranza, la sua mitomania, la sua ostentata volgarità, la sua ridicola pretesa di capire il mondo mentre il mondo lo strozza, la sua arroganza, sono troppo reali per esserlo davvero. Per quanto possa essere malvagio, resta un malvagio da melodramma, da telefilm. Ti aspetti che calchi i toni perché prima o poi sarà punito, e il pubblico avrà la soddisfazione che pretendeva dallo spettacolo. Ed è come lui stesso lo capisse, un lampo di lucidità che lo percorre proprio nei momenti in cui sbrocca più forte. Non può durare, Donald Trump: è programmato per perdere, e perdere male. Si tratta soltanto di capire quanta gente dovrà rimetterci, prima della scena risolutiva. Magari miliardi. Ma non credo sia possibile una Storia dell'uomo in cui Trump non venga sconfitto e punito – e se esiste, è la Storia di un animale che ha scoperto l'intelligenza per puro caso e vi ha rinunciato abbastanza presto, non costituendo nessun vantaggio evolutivo: invece di aiutarlo ad adattarsi all'ambiente, lo distruggeva. 

Ripeto: o la nostra civiltà finisce con Trump (e potrebbe), o nei resoconti storici prossimi venturi Trump sarà il fantoccio da irridere, il simbolo di cosa succede alla democrazia se non poti i populismi e i razzismi sul nascere, l'esempio da evitare intorno al quale costruire daccapo un intero sistema educativo, sociale e politico. A chi chiederà: ma perché dobbiamo tassare i patrimoni? risposta: Donald Trump. Perché dobbiamo destinare così tante risorse alla formazione di una classe dirigente illuminata e competente? Perché altrimenti poi succede Donald Trump. Perché abbiamo smesso di bruciare idrocarburi? Per evitare un altro Donald Trump. Perché devo mangiare le verdure? Donald Trump non le mangiava. 

martedì 7 aprile 2026

Un'intera civiltà morirà stanotte

 

Comunque andrà, una civiltà è morta davvero. 

E magari qualcosa di rivoluzionario può succedere, chissà?

venerdì 3 aprile 2026

Sul fronte meridionale


È più o meno il ventennale di quella volta che Berlusconi disse: ""Ho troppa stima dell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che votano contro il proprio interesse". Citazione testuale che subito qualcuno pensò di male interpretare, lanciando alti strali perché B. aveva dato dei coglioni agli elettori di sinistra. B. aveva semplicemente suggerito che l'orientamento al voto dipenda molto più dagli interessi percepiti che da altri fattori (l'appartenenza, l'ideologia, l'inerzia, ecc.). Nell'occasione si era mostrato più materialista di molti avversari a sinistra, e i risultati di quella tornata elettorale non gli diedero torto. Promise di abolire la tassa sulla prima casa, e i proprietari votarono per lui. Da lì in poi la tassa sulla prima casa non è più stata ripristinata. Ma la domanda è: prima che B. promettesse, all'ultimo minuto di una tribuna elettorale, di abolire l'ICI, gli stessi proprietari stavano tutti pensando di votare Prodi?

È da trent'anni che gli esperti si dicono convinti di sì, che le elezioni si vincano al Centro: e che è quindi opportuno, soprattutto in campagna elettorale, tentare la fascia moderata con proposte il più possibile moderate – detassare i proprietari di prima casa mi sembra l'esempio più felice, anche se B. quelle elezioni non le vinse: le pareggiò. Quando si fa presente che a insistere troppo sul Centro si rischia di disaffezionare la fascia estrema, gli esperti fanno spallucce: in un modello bipolare gli estremisti non hanno alternative. O si turano il naso e votano moderato, o non votano proprio (il che a volte significa votare liste e candidati che non hanno chance). Inutile dire che di questo modello bipolare essi sono i più convinti fautori. Trent'anni fa speravano che l'introduzione del bipolarismo li avrebbe resi preziosi come l'ago della bilancia; quelli che nel frattempo sono cresciuti nel sistema non concepiscono proprio che ne possano esistere altri. Contro la loro tesi, noi incalliti anti-bipolari non abbiamo che invocare i fatti: non è che non funzioni, il bipolarismo; semplicemente non esiste. Per quanto il sistema elettorale possa essere truccato fino a costringere gli elettori a scegliere tra un rosso e un blu (entrambi convergenti verso il centro) senza altre opzioni, gli italiani sono ugualmente riusciti a inventarsele e a votarsele: vedi il drammatico risultato del 2013, quando un partito nato dall'insoddisfazione degli italiani per Berlusconi e per il PD si prese un terzo dell'elettorato. L'Italia non è bipolare e non c'è motivo per cui debba diventarlo – se si esclude l'interesse di qualche piccola lobby e di qualche grande proprietario che vorrebbero piazzarsi al centro e determinare ogni futura scelta con un piccolo pacchetto di voti. La scommessa dei centristi, che i centristi perdono sempre, mentre ai margini nascono formazioni magari altrettanto effimere, ma che attraggono in meno tempo molti più elettori. 

Completiamo quindi l'ipotesi di Berlusconi (l'elettore vota per curare i propri interessi) con un corollario: quando non ci trova nessun interesse, l'elettore semplicemente non vota. Questo forse ci aiuta a capire cosa sta succedendo al sud, cosa Meloni & co. non hanno capito, e cosa rischiamo di non capire anche noi. 

Uno dei modi in cui ci mentono le mappe è il fatto che dietro ogni colore ce ne potrebbero essere altri. Se in una provincia il rosso spunta sul verde di pochi punti percentuali, noi coloriamo la provincia di rosso e non ci accorgiamo più di quanto verde comunque c'era sotto. Tanti errori si potrebbero correggere con un uso più attento delle sfumature: ma le bugie a volte diventano soltanto più sottili. Ad esempio guardate questa. 


Questa è la carta archetipica – i forestieri ci sfottono, dicono: tutte le vostre carte sono così. Nella fattispecie, si tratta dell'affluenza al voto del 2022, ma potrebbe essere il 2018 o il 1964: la gente va a votare più al nord che al sud, fine. Se poi aggiungi che il nord è più popolato, capisci perché i demagoghi storicamente abbiano preferito tarare i propri messaggi sui capannonici che sugli elettori meridionali. E però. 

E però nella cartina ci sono numeri scritti in piccolo, che potrebbero dirci un'altra cosa. Ad esempio che in Campania (terza regione d'Italia per popolazione) nel 2022 ha votato il 55% degli aventi diritto. E quindi? Se guardassimo una cartina del 2018, troveremmo più o meno lo stesso colore, ma... aveva votato il 68%. Questa cosa vale più o meno per tutto il sud: nel 2018 andarono a votare centinaia di migliaia di elettori in più – ed è vero che nel complesso votarono soprattutto per il M5S. Giuseppe Conte era ancora un insigne sconosciuto. Nel 2022 invece era il leader del M5S, e in quanto tale mantenne un buon risultato soprattutto al sud, che evidentemente riconosceva nel M5S l'unico partito che tutelava i suoi interessi: ma in quell'occasione centinaia di migliaia di elettori non andarono a votare. Stanno ora parzialmente rientrando, perlomeno in un'occasione in cui non dovevano votare per un partito o per un leader, ma semplicemente per dire NO a una riforma del centrodestra. 

L'errore di valutazione di Giorgia Meloni e del suo staff sta probabilmente qui. Per mesi girava l'idea che una maggiore affluenza al voto avrebbe premiato il Sì – è successo l'esatto contrario, ed è successo al sud. Un territorio che Fratelli d'Italia, e in generale il centrodestra, avevano sacrificato nel 2018, con un calcolo che almeno fino a quel momento si era rivelato corretto: si trattava di scegliere tra promettere ai capannoni la flat tax e l'abolizione del tetto sul contante e al meridione il mantenimento del reddito di cittadinanza. Il centrodestra scelse i capannoni e vinse; nell'occasione, molti suoi sostenitori meridionali non passarono al M5S o alla sinistra, ma semplicemente non andarono a votare. Meloni & co. hanno commesso l'errore di continuare a considerare quei non-elettori un esercito di riserva, una quinta colonna che in occasione del referendum si sarebbe fatta viva, ma perché? Per ideologia, per appartenenza, per inerzia? Ma la gente non vota per queste cose: ricordate cosa diceva Berlusconi?

La cartina ci dice anche che Giuseppe Conte non è esattamente il fulmine di guerra che qualcuno sta cominciando a celebrare. Perlomeno non lo era nel 2018, quando comunque poteva rivendicare la gestione di un paio di governi (che però avevano varato misure impopolari). Magari lo sta diventando ora; in certi casi l'opposizione corrobora. Ma chi davvero votava per il Reddito di Cittadinanza, lo ha già votato nel 2022. Se nel frattempo il centrodestra si inventa qualcos'altro – sembrano abbastanza suonati, ma non è detto – il meridione è assolutamente contendibile, lo dice proprio il rosso di quella cartina. Anche solo l'affluenza in Campania può oscillare di 15 punti percentuali, e sono centinaia di migliaia di voti. 

giovedì 2 aprile 2026

Primarie sì primarie no (primarie fantasma)

Stavamo dicendo: al centrodestra non sono mai servite le primarie per scegliere il leader. Per i primi vent'anni sarebbero state pleonastiche: il carrozzone lo pagava Berlusconi, il candidato era lui. In seguito è entrato in vigore il patto non scritto per cui a Palazzo Chigi va il capo del partito della coalizione che ha preso più voti. Il sistema funziona bene anche perché fin qui asseconda l'andamento ciclico dei leader: nel '17 scoccava l'ora di Salvini, nel '22 quella di Giorgia Meloni. Ma adesso? 

Adesso abbiamo un problema, anzi per una volta ce l'hanno loro. Forse fino a qualche mese fa i dirigenti di FdI erano convinti che la Meloni potesse invalidare quella legge empirica per cui la fortuna di un leader non dura neanche una legislatura intera. Nel frattempo magari qualcuno si guardava intorno, alla ricerca del prossimo personaggio carismatico, ma tutto quello che è riuscito a trovare è un generale in prepensione, che malgrado abbia imparato alla svelta e a memoria tutti i punti dell'agenda antiwoke, non riesce a venderli a una maggioranza silenziosa ma non così scema. Non sarà una coincidenza che nelle bozze della nuova legge elettorale compaia l'obbligo di ufficializzare il candidato di coalizione – un dettaglio, questo, che molto difficilmente la corte costituzionale potrà concedere, tanto è chiaro sulla Carta il principio che assegna la nomina del governo al presidente della repubblica – e però prima che la corte si pronunci bisogna fare ricorso, prima di fare ricorso bisogna che la legge sia votata e ratificata, per cui insomma non sarebbe davvero molto strano che si andasse a votare con l'ennesima legge-pastrocchio evidentemente incostituzionale. L'unico che davvero potrebbe mettersi in mezzo è Mattarella e non sempre ne ha voglia. Ma insomma non è solo l'ambizione personale a suggerire aa Meloni un trucco per restare in sella: è proprio che, per quanto sia declinante il suo astro, altri sorgenti in quell'emisfero non se ne vedono. E nel nostro?

Nel nostro abbiamo una serie di problemi che però rischiamo di fraintendere. Prendi Elly Schlein: all'apparenza il problema è uno scarso carisma – che si scontra con l'evidenza per cui, da quando ha vinto a sorpresa le primarie, il PD è cresciuto a ogni tornata elettorale, in modo non spettacolare ma costante e consistente. E tuttavia non sembra il candidato adatto: ha un cognome strano, di cui l'italiano medio diffida; e poi ha questo grande problema che è una donna. Non una donna portata sugli scudi da una coalizione orgogliosamente patriarcale e machista, come Giorgia Meloni, la cui femminilità serviva ad attenuare quel forte sentore di spogliatoio maschile che emanavano i suoi ranghi; no, Elly Schlein è segretaria di un partito che del femminismo si fa alfiere e interprete, e questo molti potenziali elettori non riescono ad accettarlo, è un limite con cui fare i conti. 

Dall'altra parte c'è Giuseppe Conte, che se davvero riuscisse a spuntarla sarebbe la prima eccezione alla regola per cui a un leader viene concessa una sola stagione per brillare. Bisogna dire che il suo è già il caso più atipico: quello che per gli altri leader è stato l'apice della carriera – l'arrivo al governo – per lui è stato l'inizio. Ma è stato comunque quasi dieci anni fa; e chi resta convinto che Conte abbia davvero molte chance in più della Schlein, probabilmente si basa su sondaggi che hanno lo stesso valore di quelli che mesi fa, sondando un'opinione pubblica distratta, davano il No in abbondante vantaggio sul Sì. È pur vero che "Conte" e "Schlein" sono opzioni più concrete di "Sì" o "No", ma dobbiamo accettare che la maggior parte degli elettori oggi non risponderebbero né per l'uno né per l'altra: devono ancora scegliere. Certo, se convochiamo delle primarie, la scelta diventerà presto obbligata. E come tutte le scelte obbligate, comporterà tensioni e rinunce. 

Il precedente più simile sembra quello delle primarie del 2012, lo scontro (a due fasi!) tra Renzi e Bersani. Qui devo ammettere una cosa. Nell'occasione, mi sbagliai. Quando la campagna entrò nel vivo, attirando un po' di traffico persino su questo piccolo sito, io scambiai quel po' di attenzione mediatica per un reale focolaio d'interesse. Per la prima volta in Italia le primarie non erano una semplice consacrazione popolare di un leader già designato, ma una lotta accesa tra due candidati che esprimevano due concezioni definite e distanti, il che per me era fantastico, anche perché ci metteva al centro della scena. Per un attimo anche gli elettori di M5S e centrodestra sembrarono genuinamente interessati allo scontro – se per ottenere la loro attenzione dovevamo litigare un po', non c'era problema: litighiamo sempre volentieri e nell'occasione non credo di essermi risparmiato. Alla fine, dopo tanto disputare, le cose andarono come era più logico che andassero, e Bersani la spuntò. Dopodiché si andò a votare, e Bersani... non vinse. Cos'era successo?

Tante cose. Molti ipotetici elettori della mozione Renzi non votarono per Bersani: la polarizzazione che si era compiuta durante le primarie aveva ottenuto il risultato di allontanarli – anche e soprattutto a causa di Renzi, che ci teneva a dimostrare che se non era in grado di gestire la festa, poteva comunque ancora farla fallire. Molti optarono per la lista di Monti, che peraltro era nata appositamente per evitare la possibilità che il PD di Bersani vincesse da solo. Bersani peraltro, per quanto fosse segretario del PD da poco tempo, rappresentava la continuità ed era visto come fumo degli occhi da una buona parte dell'elettorato grillino, per cui, insomma, no, le primarie combattute non ebbero quell'effetto che avevo sperato che avessero. Se conquistarono un po' di attenzione, non conquistarono voti, anzi alienarono quelli della fazione che aveva perso. 

Io credo francamente che una tornata di consultazioni primarie tra Conte e Schlein (più altri segnaposto e figuranti) otterrebbe domani un risultato simile. Molta attenzione da parte dei giornalisti – alla fine alle primarie ci tengono soprattutto loro, è un'occasione per fare accessi e vendere inserzioni – ma un risultato politico che sarebbe inferiore alla somma delle parti. Forse perché il vero problema non è il carisma di Elly Schlein o di Giuseppe Conte, ma l'irriducibilità dei loro bacini elettorali. Ci sono elettori M5S che al momento sono convinti di non poter votare per lei, ci sono elettori PD altrettanto convinti che Conte non sia votabile. E sono esattamente quegli elettori che dobbiamo portare alle urne se vogliamo evitare altri cinque anni di un centrodestra sempre più rancoroso. Quindi che si fa? (Continua)

martedì 31 marzo 2026

Tutti vogliono le primarie (nella stanza dei ciechi)

Nonostante una certa tendenza ad azzeccare le previsioni, io non credo sinceramente di intendermi più di tanto di politica, o di avere il polso del Paese eccetera. Con le diottrie che mi trovo, posso simulare ampiezza di visione soltanto in una stanza dove chiunque altro sia cieco, e quindi comincio a pensare che sia questo il caso: non sono io che ci capisco qualcosa, sono politici e politologi a non capirci niente. Già. Ma perché? Qualcuno sarà anche semplicemente stupido: più spesso si benderanno gli occhi perché gli conviene. Ma il caso dell'ultimo referendum credo sia illuminante: per mesi un sacco di gente ha veramente creduto che il No potesse vincere, perché lo dicevano i sondaggi. I quali sondaggi stavano sondando un'opinione pubblica ancora disinformata e soprattutto disinteressata, che ci ha messo mesi ha capire quale fosse la sostanziale differenza tra Sì e No. Per molti mesi i politologi sono andati alla cieca, fidandosi di sondaggi che captavano un sostanziale rumore di fondo – questa è un'ipotesi. Ed è interessante perché ora più o meno gli stessi politologi ci stanno dicendo che gli elettori del cosiddetto Campo Largo preferirebbero Giuseppe Conte a Elly Schlein. Sarà vero? E ci conviene davvero scoprirlo prima delle elezioni?

Un altro problema degli esperti nostrani è il dare per scontate alcune caratteristiche invero bizzarre della politica italiana, come se fossero aspetti tipici di qualsiasi democrazia e non bizantinismi escogitati a un certo punto da qualcuno che cercava un trucco per assicurarsi una maggioranza stabile. I premi di maggioranza (quelli che secondo il geniale politologo ce li avevano in tutto il mondo e secondo wikipedia soltanto la Grecia e San Marino). Le coalizioni da formare obbligatoriamente prima delle elezioni, e non dopo come in qualsiasi sistema parlamentare gestito da adulti: con tanto di programma di coalizione, perché se devi deludere i tuoi elettori lo devi fare prima che ti votino, a sinistra, perlomeno (a destra devono vincere). In effetti storicamente gran parte di queste regolette sono state escogitate per evitare che una sinistra vincesse; dopodiché ce le siamo tenute manco fossero le XII tavole. In realtà non ci è dato sapere che legge elettorale ci toccherà stavolta; considerato chi la sta scrivendo, diamo per scontato che sarà l'ennesima legge incostituzionale – come scoprirà prevedibilmente anche stavolta la Corte Costituzionale, non prima che sia stata firmata dal Presidente e non ci abbia costretto a scrivere liste elettorali ad hoc, con le quali avremo già eletto l'ennesimo parlamento che a quel punto dovrà scriverne un'altra, chissà magari perfino peggiore – scusate, ma capite che ci sono già passato più volte, per tutte queste fasi? Ecco, un altro problema dei politologi è che sembrano avere memorie cortissime. 

Dicevo, non ci è dato sapere che legge elettorale ci toccherà, ma il cattivo risultato referendario (e le cattive vibrazioni successive) ci autorizzano a sperare che Giorgia Meloni stia calando un po' le penne: adesso che non è più convinta di vincere, magari il premio di maggioranza calerà un po'. E forse potrebbe anche riconsiderare l'elemento più anticostituzionale (e demenziale), ovvero l'obbligo di designare un candidato di coalizione. Proprio la cosa che il centrodestra postberlusconiano si è ben guardato di fare, nel 2017 come nel 2022. Il che ha consentito, al centrodestra (sempre meno centro), di cambiare con disinvoltura il proprio leader, da Salvini aa Meloni, senza affannare i sostenitori in estenuanti risse tra segretari di partiti così simili per bacino elettorale e ideologia. Il tutto in virtù di un patto tra segretari: chi prende più voti diventa il presidente designato. Facile. Economico. Sembra anche il trucco più efficace per motivare gli elettori del leader in declino (che però può avere ancora chances, se i suoi continuano a sostenerlo). E anche il più elastico, quello che permette ai leader qualche avventura fuori dal seminato: quando ad esempio Salvini fece un governo coi grillini, mentre aa Meloni, ogni tanto ricordiamocelo, restava fuori anche dall'esecutivo 'tecnico' di Draghi. A occhio, insomma un sistema che funziona meglio delle primarie: ma ammetto che l'occhio è mio. Nella stanza invece c'è un sacco di gente che le primarie le vuole proprio fare. Avranno ragione loro, no? (Continua)

venerdì 27 marzo 2026

La questione capannonica

Se ora vi mostro questa mappa...



Voi pensate: si è sbagliato, è rosso anche il Friuli. Già, ma in effetti questa non è la mappa del referendum costituzionale 2026. È quella di un referendum costituzionale molto diverso, giustamente dimenticato, che si svolse nel giugno del 2006. Vent'anni fa. E per quanto sia anziano, il corpo elettorale italiano, dobbiamo comunque presumere che molti elettori del 2026 vent'anni fa non votassero; e molti elettori del 2006 non siano più tra noi. Cos'è invece rimasto fermo, in questi vent'anni: cosa porta una porzione molto geograficamente determinata (il Lombardo-Veneto!) ad abbracciare le riforme più bislacche e improponibili, mentre il resto d'Italia resta completamente indifferente?

(Digressione: tra il 2006 e il 2026 c'è ovviamente il 2016. Anche in quel caso l'Italia disse no a una riforma forse persino più bislacca; eppure in quel caso la cartina fu completamente diversa. Se quella del 2006 e del 2026 dimostra il radicamento della Lega Nord, i territori "verdi" della mappa del 2016 disegnavano la dorsale centro-settentrionale che il Centrosinistra ha ereditato dal PCI. A dimostrazione di un semplice fatto: ai referendum non si votano le riforme, si votano i partiti che le promuovono). 

Ogni mappa è una bugia: se la ingrandiamo, se la raffiniamo, ci dirà bugie più sottili e interessanti, man mano che nella miscela comincia a scorgersi qualche verità. Se invece di guardare regione per regione, ci fissiamo sui comuni, ci accorgiamo che non stiamo mettendo a fuoco il Lombardo-Veneto, ma la sua provincia. 

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I capoluoghi di provincia hanno quasi tutti votato no, con eccezioni interessanti ma prevedibili (Verona). È buffo perché si tratta di un referendum sulla magistratura, e i magistrati di solito lavorano in città. In provincia viceversa dobbiamo presumere molti avvocati, a macinare chilometri, da cliente a cliente. 

Questo referendum, celebrato proprio all'indomani della morte di Umberto Bossi, potrebbe esserne l'epitaffio migliore. Umberto B. era uno studente trentenne fuoricorso all'università quando comprese, tra i primi, che la provincia lombarda aveva esigenze e sogni che nessuno stava interpretando: non i partiti, non la Chiesa, senz'altro non il sindacato. Ci si mise lui: e per quanto approssimative e fuorvianti siano state le sue proposte, evidentemente riempivano un vuoto. Che vuoto è rimasto: le città di provincia messe a fuoco dal Sì del 2026 non hanno nessun vero portavoce politico. Della Lega di Salvini, più di tanto, non si fidano; anche l'appeal di Forza Italia ormai è un ricordo lontano (e una Craxi non lo riavvicinerà). Quanto ai Fratelli d'Italia, folklore veronese a parte, non hanno mai cantato la canzone che le città di provincia volevano ascoltare. Nel frattempo Vannacci batte la campagna tuonando contro il politically correct, ma è difficile immaginare che a Gussago o a Conegliano quella sia la priorità. La mappa del Sì del 2026 ci dice, né più né meno, che all'Italia manca un Bossi; uno che sappia interpretare le esigenze della piccola-media industria sfarinata lungo la pedemontana e nelle valli delle acciaierie e delle tintorie. Lui la chiamò a un certo punto Padania, ma era un'esagerazione; si tratta di un territorio più limitato e articolato. A macchie di leopardo, verrebbe da dire, senonché è proprio il contrario: le macchie sono i centri urbani con la loro borghesia tradizionale, il loro terziario più o meno avanzato. Il Nord di Bossi era lo spazio tra una macchia e l'altra.  

Io una volta l'ho chiamato Capannonia, la terra delle Zone Artigianali. E tutto sommato mi sembra che il nome renda ancora l'idea – nel frattempo al mio Paese la Zona Artigianale è diventata una rovina, non sto scherzando, l'erbaccia cresce davanti ai portoni degli uffici delle piccole aziende che un tempo furono leader di settore. Migliaia di mq di cemento e infissi di alluminio che nessun terremoto ha abbattuto e nessun boom economico riuscirà a riscattare. Altrove immagino sia andata meglio, ma il peccato originale della Capannonia è appunto questo: sono stati ricchi e felici per un tempo brevissimo, come Adamo ed Eva nell'Eden: e come Adamo ed Eva non si danno pace. Chi nasce ricco conserva, da qualche parte nella sua coscienza, la nozione di Privilegio, e non importa con quanti cuscini la possa soffocare; ma a chi nasce in case ipotecate dai genitori artigiani e si ritrova all'improvviso piccolo imprenditore nella caldaia della Locomotiva d'Italia, come fai a spiegare che non ci è arrivato per i suoi sacrosanti meriti, ma per una serie di congiunzioni geo-politico-socio-economiche che si sono verificati per vent'anni e potrebbero non verificarsi più per altri duemila? Bossi, se anche l'aveva capito (e non è detto) si guardava bene dallo spiegarglielo. Vale la pena di ricordare che la Lega non nasce con gli elmi cornuti e le ampolle d'acqua del Po; la fuga di Bossi nel fantasy storico arrivò dopo un decennio di richieste molto più concrete, alcune delle quali furono recepite (beffarda ironia) dal centrosinistra di D'Alema: l'unica vera coalizione politica che ha dato a Capannonia qualcosa di concreto; il federalismo sanitario. Grazie all'altro referendum costituzionale, il primo, quello del 2001, veneti e lombardi si sono ritrovati con gli ospedali più ricchi d'Italia; il che non li ha salvati dal Covid, perché puoi coprire di denaro tutte le strutture che vuoi, ma se poi arriva un virus e i capannoni non vanno in quarantena, il risultato è una carneficina. 

Chi riuscisse a trovare una risposta alle esigenze capannoniche, si sarebbe assicurato elettoralmente quei territori per una generazione e più. Non è che nessuno ci stia provando; Conte varò il bonus facciate, Salvini cianciò a lungo di flat tax (a più aliquote). Non è sufficiente e non lo sarà mai: Capannonia è causa del suo male. I suoi cittadini più abbienti e lungimiranti sono i primi ad aver intuito che qualcosa si era rotto per sempre, e tra un pianto e l'altro hanno delocalizzato in Cina o in Romania (mentre Bossi buttava lì persino l'ipotesi dei dazi). Se in questi giorni vi sembrano più nervosi del solito, più del referendum può darsi che sia la constatazione che quell'attico a Dubai non lo rivenderanno mai al prezzo a cui l'hanno comprato. Anche la fiaba del Turismo Nostro Petrolio comincia a puzzare (e poi è una cosa che puoi raccontare a Marostica, al massimo a Crema: ma che turisti mai dovrebbero accorrere a Casalpustarlengo). Capannonia sprofonda, e nel frattempo diventa sempre meno bianca: sì, è un dato curioso, ma questo luogo che sembra senza speranze ne sta tuttora dando a immigrati da tutto il mondo che evidentemente qualcosa da fare lo trovano, ma cosa? Molti lavorano nell'allevamento e nella lavorazione della carne. Siamo pur sempre la macelleria d'Italia: settore sanguinolento e fetido, ma lavoro ce n'è; ed è quel tipo di impiego che non vorremmo mai per i nostri figli. Così abbiamo lasciato che il settore fosse occupato da gente che non parla la nostra lingua e ora li guardiamo con l'orrore con cui si guardano gli animali spazzini spolpare un cadavere. Ci sentiamo accerchiati da chi fa i lavori sporchi per noi, forse così si sentivano i gentiluomini sudisti? E come andò a finire?

Nessuno ci capisce, nessuno ci vuole veramente più rappresentare. Neanche noi sappiamo esattamente cosa vogliamo. Ogni tanto qualcuno butta là una riforma qualsiasi, e noi gridiamo Sì, ma è un riflesso condizionato. 

Chi ha studiato Storia sa, con una relativa sicurezza, che siamo spacciati com'era spacciata Venezia il giorno in cui Vasco De Gama vide le coste indiane: questo non le impedì di vivere ancora secoli di meravigliosa decadenza, e forse anche noi ne abbiamo il diritto. Forse l'Unesco dovrebbe fare qualcosa per i nostri Capannoni, dichiarare il nostro cemento unico al mondo. Capannonia sorgerà come una piccola patria di officine - costruiremo tutto un pezzo alla volta, i carri armati e gli acquedotti e le mura intorno alle nostre Z.I. Nessuno avrà il diritto di farci la guerra, o meglio se ci attaccheranno dovranno farlo ad armi pari, con catapulte costruite secondo le antiche ricette. Verranno i turisti non solo a carnevale, saranno felici di travestirsi da cavalieri o Casanova, il cambio con la lira sarà favorevolissimo. E la legge Merlin, non c'è bisogno di dirlo, abolita. Insomma Capannonia un senso ce l'avrebbe, una storia potrebbe avercela, io che ho studiato storie forse mi ci dovrei applicare, mi domando se in fin dei conti non sia mio preciso dovere di padano...

giovedì 26 marzo 2026

Il ritorno del soffitto viola

Se ci ha insegnato qualcosa Gino Paoli (1934/2026), è che le canzoni possono anche essere molto brevi, anzi forse è meglio: e che meno cose diciamo, più a fondo riusciamo a scolpirle nella memoria di chi ci ascolta. Questo, mi rendo conto, va contro tutto quello che ho detto e fatto e scritto in vita mia, ma è ormai troppo tardi per correggersi – non per sognare che la prossima generazione reagisca alla verbosità dei rapper con una nuova vague laconica, due strofe un ritornello, magari la seconda strofa uguale alla prima, magari il ritornello strumentale. 

Ho scritto "laconica" e non "ermetica" perché, in effetti, Gino Paoli era sempre chiarissimo, anche a rischio di esser banale. Il cielo in una stanza è una canzone limpida, non c'è niente da interpretare. Sta a disposizione di chiunque la voglia appendere in un angolo della propria memoria – ad esempio io non posso fare a meno di collegarla a una particolare sensazione che mi è capitato di provare nelle stanze delle ragazze in cui finalmente riuscivo a entrare. Ovviamente i soffitti non erano viola e (fortunatamente) nessuna fisarmonica suonava; ma se anche ci fosse stato quel viola, e del liscio in sottofondo, io non me ne sarei accorto, perché quando entravo in quelle stanze – al culmine di una lunga battaglia, condotta con armi che a distanza mi sembrano così improbabili – io non vedevo niente, non sentivo niente, non capivo niente. Alberi infiniti, immensità del cielo, questo tipo di eufemismi. E siccome non capivo niente, non mi accorgevo nemmeno di non capire, né di sentire, né di vedere: viaggiavo in una dimensione mia, sballottato tra testosterone e adrenalina, terrore di fare una brutta figura, necessità di farla comunque. Alberi infiniti, immensità del cielo, questo tipo di eufemismi. Dopodiché –

Dopodiché veniva il dopo. E a parte il fiatone, il batticuore, l'imbarazzo e quel senso di tristezza e vergogna, uno degli aspetti più curiosi è che improvvisamente io quella la stanza la vedevo. Le foto alle pareti, i libri sulle mensole, il manico di una racchetta spuntante dalla cima dell'armadio più alto. Lo screen saver del computer citava Ovidio. Ed eccomi in una stanza non mia, guardato e giudicato da cento soprammobili. Alcune stanze erano davvero ostili. Chi ti credi di essere, mi dicevano. Noi eravamo qui prima di te, e ci saremo quando tu non sarai più nemmeno un numero sull'agendina. Altre angoscianti, proprio per quanto mi sembravano vuote e mi chiedevano di essere riempite, e in quel momento capivo che non erano per me, che anche se avessi voluto non ce l'avrei fatta, ma evidentemente non lo volevo. 

Quindi ecco sì, Il cielo in una stanza è un capolavoro di canzone, però mi sarebbe piaciuto ascoltare la seconda parte: quella in cui il soffitto torna viola, gli alberi tornano a chiudersi come pareti, e Gino Paoli si domanda: cosa ci faccio qui? Perché forse lui sarebbe riuscito a spiegarlo in due strofe, e il ritornello strumentale. Io invece sono già a tremila caratteri, maledizione. 

martedì 24 marzo 2026

Vanno tutti a sbattere contro un referendum (ma perché?)


Il risultati di questo referendum erano così ampiamente prevedibili che li avevo preveduti persino io, due anni fa, quando ancora non si sapeva su cosa si sarebbe fatto il referendum: e però sembrava inevitabile che il Centrodestra ne organizzasse uno, e ci andasse a sbattere (ma perché?) Poi lo confesso, man mano che ci si avvicinava alla scadenza, e per molto tempo sondaggi e analisti sembravano dar ragione ai meloniani, anch'io ho dubitato: del resto mica sono un professionista. E questa è forse la cosa più interessante: che anche stavolta si sono sbagliati i professionisti. 

Se ne deducono alcune leggi empiriche sugli ultimi 15 anni di postberlusconismo (2011-2016), ovvero:

1) Chi si trova al governo dopo aver più o meno vinto una consultazione elettorale, cercherà dopo qualche tempo di ottenere un'ulteriore investitura popolare, mediante un voto che dovrebbe trasformarsi in un plebiscito: Renzi col referendum del 2016, Salvini facendo cascare il governo al Papeete nel 2019, Meloni nel 2026.

2) Tutti questi plebisciti falliscono, più o meno clamorosamente.

3) Gli esperti, i consulenti, i politologi, i sondaggisti... sono sempre tutti convinti che questi plebisciti siano una buona idea – finché non si accorgono che non lo è, ma sempre troppo tardi.

Tutti questi in fondo non sono che corollari dell'unica vera regola non scritta ma inossidabile del quindicennio postberlusconiano: (4) i leader ballano una sola stagione, e neanche tutta. Si scaldano nell'angolo mentre il leader precedente viene suonato al tappeto; irrompono pieni di fresca energia; cercano di reggere i colpi ma di solito non arrivano a fine legislatura (Meloni sarebbe la prima). Non ce l'ha fatta Grillo, non ce l'ha fatta Renzi (il più arrembante e incosciente, non aveva nemmeno vinto un'elezione legislativa), non ce l'ha fatta Salvini, non ce l'ha fatta Conte (che è quello che fin qui ne è uscito con le ossa meno rotte). Il potere logora chi ce l'ha, come per altro è giusto che sia in un periodo recessivo. È una regola abbastanza evidente, eppure ancora nessuno l'accetta. Nessuno che la politica la osservi e la commenti di professione; nessuno che la giochi ai massimi livelli. E ancora, perché? Cosa illude il leader di turno di poter sconfiggere il banco, anche quando ha numeri inferiori al precedente?

Potrebbe essere l'ombra lunga di Berlusconi? Magari non riescono a capire che lui non era un semplice personaggio, ma un uomo di potere, con interessi ben più concreti e ramificati. Berlusconi sì, sopravvisse a tante sconfitte elettorali, e non per qualche sua innata qualità, ma perché possedeva tutti i media necessari a restare sulla cresta dell'onda anche quando perdeva. E quindi, dopo tanti anni, e a Berlusconi apparentemente morto e sepolto, il problema sarebbe ancora lo stesso: non aver compreso in cosa consistesse il conflitto d'interessi. Renzi, Salvini, Meloni, devono essersi convinti che la longevità di Berlusconi dipendesse da una misteriosa unione empatica con gli italiani, e non dal mero controllo dei mezzi di propaganda. Ne deducono che questa unione empatica sia alla loro portata: basterebbe mettere gli italiani al muro, costringerli a scegliere tra loro e tutti gli altri. Messi al muro, gli italiani scelgono tutti gli altri. Berlusconi era un leader/boss: dopo di lui abbiamo visto dei leader/personaggi molto più volatili, sui quali i gruppi di potere (ma anche i semplici elettori) puntano finché danno una certa sensazione di novità – che dura al massimo quei due o tre anni, dopodiché ci sarà senz'altro qualcosa di nuovo e più interessante. 

Da Wikipedia, i sondaggi sul referendum, mannaggia a chi li paga. 

Tutto chiaro, no? A me sembra molto chiaro. E allora perché ci cascano? Prendi ad esempio Giorgia Meloni. Non è che dovesse fare una cosa molto complicata: si trattava di contare i voti che stava prendendo. Non le percentuali – che finiscono sempre per illuderti: i voti secchi. Ci ricordiamo tutti che Giorgia Meloni vinse le elezioni del 2022. Secondo alcuni le stravinse. Quegli alcuni guardavano le percentuali. Il centrodestra guidato da Giorgia Meloni, nel 2022, prese dodici milioni di voti. Sono tanti? PD e M5S, che correvano separati, non arrivarono insieme a undici. Ecco. 

A quel punto Giorgia Meloni doveva porsi il problema: ne prenderò mai di più? O ne prenderanno gli altri? Perché ad esempio, nel 2018 il Centrodestra ne aveva presi sempre dodici milioni (persino quattrocentomila in più); PD e M5S, invece, ne avevano presi rispettivamente undici e otto. Bene. Dunque tra 2018 e 2022 cos'era successo? Che molta gente aveva smesso di votare PD e M5S. Com'era ampiamente prevedibile, considerato che PD e M5S avevano condiviso le maggiori responsabilità di governo (peraltro durante una pandemia gravissima). Questa disaffezione non aveva portato molti più voti al Centrodestra: questo Giorgia Meloni aveva tutti i dati per capirlo. Se voleva aumentare il suo bacino elettorale, doveva inventarsi qualcosa. Ma quando si è al governo è molto più difficile, no? 

Un anno fa, i più se lo saranno dimenticati, ci fu un referendum abrogativo che fu definito un "disastro" per il Centrosinistra: in effetti non fu raggiunto il quorum – com'era scontato che succedesse – e però più di dodici milioni di elettori votarono per abrogare leggi promosse e difese dal Centrodestra. Esatto, proprio dodici milioni. La stessa cifra che fin qui Giorgia Meloni non è riuscita a superare. Probabilmente in quell'occasione tramontò l'idea di un referendum sul premierato – una riforma troppo personalizzata – e però un referendum costituzionale andava fatto comunque, è come un impulso incontrollabile, una specie di bomba a orologeria innestata in ogni maggioranza di governo: e così siamo arrivati al referendum di ieri. Ora, lasciate stare le percentuali. Contate i voti secchi. Quanti voti ha preso il Sì, ieri?

13.251.848

Quindi ce l'ha fatta! Giorgia Meloni è riuscita a superarsi! Certo, bisogna anche calcolare i centristi che ufficialmente non si candideranno mai con lei (pronti a diventare una stampella non appena ce ne fosse la necessità) e persino certe frange di M5S e PD. Però, insomma, Giorgia Meloni dovrebbe avere più di dodici milioni di elettori dalla sua parte.

Il PD e il M5S ne hanno quindici. 

Fine.

Questa è l'unico risultato che andrebbe discusso – per quanto vada contro la narrazione che tutti abbiamo deciso di farci, di un Centrodestra invincibile che dovrebbe aver conquistato il cuore degli italiani: no. Dal 2016 al 2022, ha perso dei voti. Dal 2022 al 2026, non sembra averne recuperati. Gli avversari sì. Ora, è ben vero che nei prossimi mesi tutto può succedere: ma cosa può succedere che renda Giorgia Meloni più popolare di quanto lo era nel 2022, all'opposizione? Se Trump davvero fa la pace, e la benzina crolla di schianto, e non avvengono disastri naturali, e nessun altro sottosegretario si fa beccare in società con un camorrista, forse, dico forse... ma è sempre più dura, no? Se riuscisse a parlare ai giovani... è andata da Fedez. Niente da fare. Magari brevettando una legge elettorale che offra un premio di maggioranza al secondo arrivato – conoscendo i precedenti, è persino probabile. Giorgia Meloni non è stupida. Come ha potuto convincersi che lei, a differenza di Matteo Renzi, non sarebbe andata a sbattere?

C'entrano forse i sondaggi. Anche stavolta, fino a venti giorni fa, guardando i sondaggi il Centrodestra credeva di avere la strada spianata, e poi? E poi niente, all'improvviso i sondaggi hanno cambiato idea, salvo che non è possibile: qualcuno li truccava? L'unica spiegazione che riesco a trovare è la seguente: fino a venti giorni fa, la gente rispondeva a caso, più o meno quello che il sondaggista voleva sentirsi rispondere. Fino a venti giorni fa, all'italiano medio non fregava nulla di questo referendum, probabilmente non riteneva di voler votare. La vera risposta che i sondaggi avrebbero dovuto dare aa Meloni era: non ce ne frega niente del tuo referendum. E quindi i sondaggi sono soltanto la punta iceberghiana del problema, che è l'autopercezione che i questi leader hanno di sé e dell'interesse che stimolano nei cittadini. Quella bolla mediatica alla quale non riescono a sottrarsi e che li persuade di essere interessanti anche quando parlano dell'argomento meno sexy al mondo che potrebbe davvero essere la separazione delle carriere e dei CSM. 

Venti giorni fa il referendum comincia a forare l'attenzione: in quel momento l'italiano medio si informa e immediatamente si polarizza: sbilanciandosi nel modo in cui tutti potevamo prevedere che si sbilanciasse, tranne paradossalmente i sondaggisti e i commentatori politici: contro il governo. Come era successo con Renzi, e per lo stesso motivo: governare stanca. Il calo di affluenza nelle regioni meridionali, che nel 2022 erano passate sensibilmente dal M5S al Centrodestra, mi suona come una conferma. E tuttavia...

E tuttavia ogni regola in politica ha le sue eccezioni. Specie se confligge con altre ancora più generali di quelle che ho trovato io. Ad esempio ricordiamoci di questa:

5) Ogni volta che la Sinistra sembra sul punto di vincere (1919 – 1994 – 2013) il Capitale si inventa qualcosa. Questo qualcosa magari non può più essere Giorgia Meloni, ma l'unico sostituto finora escogitato (il generale Vannacci) fin qui non ha dato una gran prova di sé. Può anche darsi che alla fine Giorgia Meloni rimanga alla barra in mancanza di meglio. Così come può darsi che quel misterioso corpo stellare in perenne evoluzione – il M5S – si risvegli dopo una fase relativamente stabile e deflagri in qualcosa di imprevedibile. Altre ipotesi non mi vengono in mente, ma dopo tutto non sono un esperto. Anche se, ecco, tendo ad azzeccarci un po' più spesso. Il che non cessa di sorprendermi: di inquietarmi, persino.