Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

martedì 17 marzo 2026

Un'altra riforma sociopatica

Ho già sentito da qualche parte la solita obiezione: questa riforma la votereste, se non la proponesse questo governo. Un paradosso, che se non altro attesta una certa difficoltà non solo culturale, ma anche logico-cognitiva. Hitler ha invaso la Polonia... e se l'avesse invasa Gandhi, non vi garberebbe, questa invasione della Polonia? No, davvero, no, e non è perché ci sia antipatico Hitler. Allo stesso modo, ricordiamo, non si tratta di bocciare una riforma costituzionale perché non ci piace la maggioranza governativa che la promuove: si tratta di constatare che questa maggioranza non fa che promuovere leggi orribili – e anche questa ne ha tutta l'aria. È una riforma partorita dal grembo berlusconiano, e ne conserva i tratti genetici: un contratto che nasconde clausole vessatorie, astuzie da piazzista spacciate per grandi riforme. E sopra tutto quella grande diffidenza istintiva, pre-logica, per qualsiasi istituzione, qualsiasi corpo intermedio, qualsiasi gruppo di persone anche solo vagamente organizzato; per la società, in breve. Non dovrebbe esistere. Se malgrado tutti i nostri sforzi continua a farlo, dev'essere a causa di un complotto contro il mio interesse particolare. Berlusconi ha avuto tanti figli, ne trovate in tutti i partiti, e li riconoscete al volo, al primo sciopero: non capiscono cosa succede. I sindacati, perché esistono? I partiti, perché non si riducono ad agili comitati elettorali? Le associazioni, perché si associano?

E le correnti della magistratura? Non possono che avercela con me. 

Trent'anni di retorica scadente sul "correntismo" della magistratura (retorica promossa, ricordiamo, da un tizio che possedeva una larga fetta dei media benché i magistrati avessero dimostrato che la cosa era illegale) non dovrebbe far dimenticare al cittadino educato che l'autonomia del potere giudiziario significa che esso non deve dipendere dal legislativo e dell'esecutivo, e quindi dalle correnti che percorrono il dibattito politico; il che non significa, se non siete cresciuti a editoriali del Foglio e botte in testa, che ai magistrati non possa capitare di avere opinioni, di dividersi in correnti che le rappresentano, come del resto è inevitabile, se sono esseri umani e hanno diritti (e il diritto all'associazione, ricordiamo, è costituzionale).

Che le correnti possano degenerare in lobby e camorre è cosa senz'altro possibile – lo abbiamo tante volte visto succedere nella sfera politica, e i magistrati non sono santi – ma andrebbe dimostrato caso per caso e con prove tangibili, che di solito chi si lamenta del "correntismo" non si dà la pena di esibire. 

La cosa è resa un filo più ipocrita dal fatto che molto spesso, appunto, dietro queste accuse ci sono lobby, camorre, o comunque esponenti di partiti politici che non trovano affatto strano che la propria categoria si divida a seconda di opinioni e interessi: succede naturalmente in tutti gli ambiti del comportamento umano, perché non dovrebbe succedere ai magistrati? E perché dovrebbe compromettere proprio la loro professionalità, e non quella di altre categorie? 

Parlerò della mia piccola esperienza diretta. Appartengo a una categoria (gli insegnanti) che in teoria detiene un grande potere (i collegi docenti possono deliberare su tantissime cose) ma nella pratica non ho mai avuto la sensazione di esercitarlo perché, in linea di massima, i collegi sono immense assemblee di lavoratori che non hanno molta idea del potere che hanno, né fiducia dei colleghi con cui potrebbero organizzarsi a esercitarlo (spesso non li conoscono; nella scuola dell'obbligo i collegi riuniscono insegnanti di 5-6 plessi diversi, infanzia primaria e medie). Per cui ci si riduce quasi sempre a plebiscitare le indicazioni del dirigente e del suo staff, che almeno dà la sensazione di sapere di quel che parla. A questa situazione periclea, in cui l'assemblea diventa in sostanza la cassa di risonanza delle decisioni di un tecnico e dei suoi collaboratori, non siamo arrivati per caso: è un risultato che, se non è stato attentamente perseguito, comunque non dispiaceva a chi non si fidava della classe docente e dalle autonomie che col tempo si era conquistato.  Chi immagina un organo rappresentativo senza 'correnti', forse non se ne rende conto, ma persegue lo stesso obiettivo: i rappresentanti dei magistrati dovrebbero smettere di avere idee e opinioni e trasformarsi in automi disposti ad alzare la mano quando qualcuno propone qualcosa (qualcuno dotato di maggiore autorevolezza, in quanto nominato da un potere politico quello sì, organizzato in solide correnti). Ovviamente non andrà così, anche solo perché il CSM sarà pur sempre un parlamentino dove il voto anche di un singolo magistrato avrà peso: salvo che invece del bilancino con cui le correnti esercitavano quel peso (con gli strumenti tipici di ogni democrazia, la ricerca del consenso e il compromesso), esso piomberà in ogni discussione con la mala grazia del bossolotto estratto a caso. Siete liberi di trovarlo un progresso, ma forse dovreste smettere di leggere il Foglio – e anche di darvi tutte quelle botte in testa.

lunedì 16 marzo 2026

Giuliano venuto dal mare

Adesso "Sacramora" è un hotel,
ovviamente. 
16 marzo: San Giuliano di Anazarbo (anche di Rimini) (200-250 circa)

Giuliano è il classico santo venuto dal mare – come spesso ne arrivavano sulle spiagge e nei piccoli porti, resti enigmatici a cui gli uomini di chiesa dovevano trovare una spiegazione. A volte il mare portava immagini – la vergine della Candelaria a Tenerife, la madonna di Barbana – in altri casi sarebbero affiorati santi completi, già inscatolati in un sarcofago, come Trofimena di Patti. Il che ci può lasciare perplessi: le icone di legno galleggiano, ma i sarcofaghi? Certo non quelli in marmo; e anche se fossero di legno, dovrebbero essere a tenuta stagna. In qualche modo comunque Giuliano di Anazarbo sarebbe approdato verso il X secolo presso Sacra Mora, una località presso Rimini dove si trovava la fonte di un'acqua curativa. Una volta sbarcato, il sarcofago diventa di colpo pesantissimo, inamovibile, rendendo vano ogni tentativo di traslarlo nel duomo. Dopo molte preghiere, il vescovo Giovanni riesce quanto meno a farlo portare nel monastero più vicino, costruito il secolo precedente su un antico tempio pagano, e intitolato originariamente a Pietro e Paolo: da lì in poi (almeno dal XII secolo) diventerà l'abbazia di San Giuliano. Nel sarcofago un abate (anche lui chiamato Giovanni) avrebbe trovato anche le informazioni necessarie per identificare i resti con quelli di un giovane di origine istriana torturato e martirizzato ad Anazarbo, in Cilicia (molto lontano dall'Istria), durante la persecuzione di Decio: Giuliano di Anazarbo, appunto, un santo di cui in occidente non si doveva sapere molto (ancora nel secolo scorso i suoi Acta non erano stati pubblicati), ma il cui nome appariva comunque sul Martirologio geronimiano del V secolo e in un'omelia di un terzo Giovanni, il Crisostomo. Bisogna però ammettere che tutte le informazioni provenienti da Rimini ci arrivano da fonti molto più tarde (1600-1700). Nell'abbazia, i pannelli sulla parte posteriore dell'altare, scolpiti nel Quattrocento da Bittino di Faenza, ci raccontano una vicenda che ritorna ossessivamente alle profondità del mare. Il corpo di Giuliano vi sarebbe stato gettato almeno due volte: la prima da vivo, infilato in un sacco contenente sabbia e serpenti (un antico supplizio riservato ai parricidi e già riciclato per esempio dall'agiografo di Sant'Ulpiano). Ripescato su un'isola del mar di Marmara – ben distante quindi dalla Cilicia – sarebbe stato posto nel sarcofago e venerato fino al X secolo, quando il sarcofago sarebbe precipitato in mare. Da qui avrebbe proseguito quindi fino alla riviera adriatica: un percorso talmente improbabile da rendere necessario l'intervento degli angeli. Questa la spiegazione ufficiale.

Gli studiosi contemporanei ne hanno una meno fantastica, ma comunque suggestiva: Giuliano non arriverebbe dalla lontana Cilicia, ma dall'altra sponda dell'Adriatico, e non scortato dagli angeli, ma imbarcato da più prosaici pirati romagnoli. Lo stesso nome "Giuliano" sarebbe da intendere come "originario della Giulia", ovvero dell'Istria. Chissà che nome aveva il martire laggiù. Viene da chiedersi quanti altri santi venuti dal mare siano il bottino di scorrerie piratesche: nell'insieme potremmo includere San Nicola (sia quello di Bari che il Niccolò veneziano), forse Fosca e Maura, e magari la sacra casa di Loreto. Questo per limitarci all'Adriatico.  


16 marzo: San Papas di Larandon, Licaonia (III secolo)

Ma credi che se mi dicessero: indossa i sandali di San Papas, con i chiodi sulla suola: e con quei sandali rincorri i cavalli da Larandon a Diocesarea, a Seleucia; credi che per te non lo farei? 

Per sentirti poi dire Ma che ci sei andato a fare a Seleucia, capoluogo dell'Isauria: e cavati quei chiodi dai talloni, che sanguini e fai schifo. Ti pigli il tetano imbecille. 

E se mi catturassero gli Uroni, e mi torturassero come padre Giovanni di Brébeuf, credi che per te non lo sopporterei? Giusto per sentirti dire: fesso, ma dovevi proprio andare in mezzo agli Uroni? Ora ti mangeranno il cuore, perché? perché devi sempre farti compatire?

Scendi da quel piedistallo, non sei un martire e lo sai. Punta la sveglia, basta alcol, mangia più verdure – uffa. 

Non voglio stare a dieta, non voglio fare i compiti. Vorrei sapere come stai, ma non so più a chi chiedere. Ci fosse una cifra da pagare, un organo da farsi asportare. Un patto da firmare. Non c'è nulla che non farei, davvero. Ma niente sembra funzionare – neanche mangiare le verdure – così  invidio i sandali di Papas. Che seguì i cavalli da Larandon a Seleucia; senza temi da correggere, o insalate da mandare giù. Viva San Papas, martire. 

mercoledì 11 marzo 2026

Un Costantino in Cornovaglia

Il modello era Sting. 
11 marzo: San Costantino, re di Cornovaglia? apostolo degli scozzesi? (520-576).

Alla radice della leggenda di Costantino di Cornovaglia c'è poco più di un'immagine: la scena sfuocata di una storia complessa che è andata del tutto perduta. Un uomo malvagio entra in un luogo di culto e uccide due giovani che vi si erano rifugiati. Per quanto le chiese offrissero in effetti un riparo a chi era ricercato e perseguitato, la scena potrebbe essere più antica del cristianesimo. Proprio perché è slegata da qualsiasi giustificazione, sembra contenere un lampo di realtà: da qualche parte qualcuno quei due giovani deve averli uccisi davvero – così come da qualche parte un padre deve aver davvero riflettuto sull'opportunità di sacrificare l'unico figlio – e un marinaio deve essere pur tornato a casa dopo tanti anni, a uccidere i pretendenti della moglie. Tutto quello che si è incrostato intorno a queste storie, tutta la letteratura d'evasione o edificante, non può non avere preso una forma intorno a qualcosa di più antico, di autentico, che ci sfuggirà per sempre.

Nel sesto secolo il cronista Gildas rimprovera un certo re Costantino di Dumnonia per le sue malefatte, tra cui una condotta particolarmente adulterina e l'uccisione di due giovani di stirpe reale presso l'altare di una chiesa, che Costantino avrebbe eseguito travestendosi da monaco. Il cronista ne parla come di un personaggio contemporaneo, e spera che possa pentirsi e convertirsi al vero Dio. Gildas è una fonte importantissima per le vicende britanniche del sesto secolo, anche perché è una delle poche che abbiamo; qualche lettore successivo deve avere immaginato che la conversione di Costantino si sia realizzata davvero, e lo collega a un monaco della Cornovaglia che in seguito avrebbe fondato monasteri in Scozia collaborando con San Columba e Kentigern di Glasgow, per poi cadere martire nel 576, aggredito da una tribù di Pitti che stava cercando di evangelizzare. Per una coincidenza abbastanza incredibile, esistevano due popoli definiti Dumnoni: uno era stanziato proprio in Cornovaglia, mentre l'altro nella bassa Scozia. 

L'11 marzo il Martirologio romano ricordava due Costantini, nessuno dei quali è il grande imperatore romano: uno è un misconosciuto santo nordafricano, l'altro è appunto il re di Cornovaglia, che rientra in una tipologia di santi britannici che prima di diventare cristiani, fondare conventi ed evangelizzare qualche zona dell'isola... facevano i re ma soprattutto erano dei gran mascalzoni (vedi ad esempio Gwynllyw del Galles). Queste figure leggendarie segnalano il tentativo di cristianizzare miti precedenti di cui si deprecavano i costumi barbarici; se raccontate da bravi cronisti e predicatori servivano a ribadire che Dio perdona anche i peggio peccatori, purché si convertano; e non è del tutto escluso che qualche volta siano basate su personaggi realmente esistiti, despoti sanguinari e poi convertiti in seguito a crisi magari scatenate da un senso di colpa. 

Più di cinquecento anni dopo Goffredo di Monmouth, mentre mette in moto con la sua Historia regum Britanniae il carrozzone della materia arturiana, associa il nome di Costantino a quello di Artù, di cui sarebbe il successore: i due ragazzi uccisi sarebbero i figli del traditore Mordred, che a questa altezza non è ancora il figlio bastardo di Artù. Goffredo fornisce così un movente a un delitto di cui da secoli si era perso il contesto. Quando le leggende vengono rielaborate nel ciclo dei romanzi bretoni, Costantino viene per lo più escluso dal canone, forse per rafforzare l'idea che la corte di Camelot finisca con Artù e la morte del figlio patricida. Oppure perché il fatto che Costantino fosse anche nel canone dei santi creava un crossover imbarazzante, insomma cavalieri della tavola rotonda e santi del calendario non dovrebbero vivere nella stessa continuity (e invece succede spesso, nelle storie di questi re mascalzoni). Così, se qualcuno si domandava perché l'indagatore dell'occulto inventato da Alan Moore per i fumetti DC portasse un nome così apparentemente poco britannico, ecco no: è un nome che trasuda il folklore delle storie perdute. Costentyn nel dialetto della Cornovaglia, Custennin in gallese. Ma è comunque plausibile che il nome derivi davvero dal Costantinus latino, sinonimo di "grande re cristiano" (così come Cesare e Augusto erano diventati titoli onorifici degli imperatori romani). 

martedì 10 marzo 2026

Il referendum paradossale


Di giustizia, ribadisco, non m'intendo, ma di paradossi un poco sì, e credo di trovarmi davanti ad uno enorme: un governo che a ogni suo minimo gesto tradisce un'impostazione autocratica, una mentalità totalitaria, e che promuove una riforma per rendere più indipendente la magistratura. In teoria: perché in pratica, ovviamente, la riforma va nel senso opposto. Però com'è successa questa cosa? I posteri magari si porranno il problema. E siccome non possiamo pretendere molto dalla loro soglia di attenzione, la faccio breve: è stato Berlusconi. Sì, ci sta ancora creando problemi. E tanti ancora ce ne creerà.

Ora, immagina di essere un ricco disonesto. Cosa vorresti dalla magistratura del tuo Paese?

– Che non si accanisca troppo nei suoi confronti. Comprensibile, dal tuo punto di vista. 

– L'unico sistema è entrare in politica.

– A quel punto dovrai accusare la magistratura di essere sua avversaria per motivi politici, ovvero affermare che la magistratura è politicizzata (il che è probabile: tutto si politicizza, presto o tardi. Si è politicizzato anche il ladro, perché non dovrebbero politicizzarsi i magistrati).

– Non resta che vincere le elezioni e proporre una riforma per depoliticizzare la magistratura. Se sei molto ricco non è così difficile. 

– A questo punto però... il potere politico sei tu! E se depoliticizzi la magistratura, quella poi sarebbe indipendente nei tuoi confronti e potrebbe anche indipendentemente decidere di indagare su di te! Così all'improvviso non sei più così ansioso di depoliticizzare la magistratura. Tieni ancora la questione in sospeso perché ormai è diventato uno slogan, ma hai altre priorità.  

– Nel frattempo gli anni passano per tutti, cosicché magari muori. Succede anche ai ladri. Persino a quelli ricchi.

– Ma l'ideologia che hai messo assieme non te la porti nella tomba. Tanti elettori li hai convinti, tante parole d'ordine sono rimaste. Bisognerà depoliticizzare la magistratura, è scritto in un copione che nessuno ha ancora mandato al macero. 

– I tuoi eredi, quando si ritrovano al potere, hanno un'esigenza apparentemente simile alla tua iniziale: la magistratura li infastidisce, scopre troppi altarini, pretende che un ministro si giustifichi per le navi che ordina di speronare, si domanda perché il tal sottosegretario ha coperto un trafficante libico di esseri umani. La differenza principale è che tu eri un ladro prestato alla politica: loro sono politici professionisti (oddio, professionisti: diciamo che non saprebbero fare nient'altro). Tu eri a Palazzo Chigi per risolvere i tuoi problemi personali, e soprattutto all'inizio sapevi che non saresti durato: per loro Palazzo Chigi è l'obiettivo finale, una volta arrivati hanno solo l'angoscia di doverne uscire e sono tuttora convinti che da qualche parte tra Costituzione e legge elettorale ci sia una fessura, un passaggio segreto, qualcosa che una volta sbloccato consentirebbe loro di governare per sempre. Ci credeva Matteo Renzi, ci crede persino la più scettica Giorgia Meloni. Per te era sufficiente che la magistratura ti lasciasse stare: loro la vorrebbero commissariare. Hai creato un mostro! Chissà se te ne rendevi conto. Chissà se te n'è mai fregato qualcosa.

giovedì 5 marzo 2026

Non vi farei riscrivere la Costituzione neanche se foste bravi (ma non lo siete)


Al referendum del 22 marzo voterò NO alla proposta di riforma costituzionale, e non credo sia una notizia. Voterò NO perché, per quel che posso capirne, si tratta di una pessima riforma. Magari se avrò tempo nei prossimi giorni mi spiegherò, ma c'è senz'altro chi se ne intende di più e lo ha già spiegato meglio di me. Quanto a me... a chi la vado a raccontare?

Non me ne intendo. 
Ma è questo il punto. 

Se davvero in parlamento c'è una maggioranza che ritiene di dover riscrivere un pezzettino di Costituzione; se questa maggioranza è assoluta ma non è qualificata, e quindi si riduce a dover chiedere un parere ai cittadini come me, ebbene, perché dovrei all'improvviso intendermene? Perché dieci e più milioni di persone dovrebbero nel giro di pochi mesi acquisire una competenza in fatto di giustizia e costituzione, giusto perché qualcuno in Parlamento vorrebbe ottenere i risultati ma non è riuscito ad avere i numeri? Credo proprio che non sia questo il senso dell'articolo 138

A dispetto di qualsiasi politico che ci ha provato e ci proverà – per poi soggiungere che "non ci mette la faccia", il senso dell'articolo 138 mi sembra chiaro: se una parte politica vuole provare a cambiare la Costituzione da sola, senza ottenere la maggioranza dei due terzi in parlamento, ebbene non le resta che chiederlo al popolo con un plebiscito (la parola "referendum" l'abbiamo recuperata perché sembrava meno compromessa col Ventennio).
Che sarà, inevitabilmente, una prova di forza di quella maggioranza: un modo per dimostrare che se non ha i numeri in Parlamento, ce li ha nel Paese.
Se ce li ha. 
Ma se invece non ce li ha...  

Con questo non voglio suggerire che Giorgia Meloni sia sprovveduta come Matteo Renzi nel 2016 – se non altro perché ha avuto la possibilità di vedere cos'è successo a Matteo Renzi nel 2016. Si è ben guardata, quindi, di "mettere la faccia" come lui non riuscì a evitare di fare. E ha fatto bene: lui stesso, se dopo i risultati avesse contato fino a cento, avrebbe potuto rendersi conto che aveva ancora delle chance per restare in sella. Ma era Matteo Renzi, ed era circondato da gente (come abbiamo avuto l'occasione di vedere anche in seguito) non molto più avveduta di lui. Non che intorno a Giorgia Meloni si sia condensata una particolare tempesta di cervelli – non sanno letteralmente cosa gli succede intorno, perfino il portaborse della Leonardo ex Finmeccanica si fa beccare su un teatro di guerra senza scorta: e però forse non riusciranno a eguagliare quel capolavoro di autolesionismo. Il fatto che si siano messi ad arzigogolare l'ennesima legge elettorale significa probabilmente che hanno già capito che andranno a sbattere, una cosa che Matteo Renzi capì mesi dopo l'impatto. Quindi.

Quindi la questione è molto semplice: il governo Meloni mi ha chiesto un favore, e io al governo Meloni rispondo NO.

Senza entrare nel merito della questione?

No, perché dovrei? Non me ne intendo. (Dopodiché sì, mi conoscete, probabilmente nei prossimi 15 giorni entrerò nel merito della questione, non riuscirò a farne a meno). Ma non sono obbligato a diventare un esperto di carriere e di alte corti. Non è quello che si chiede a me come cittadino. Mi si chiede un atto di fiducia nei confronti di una maggioranza di governo, ora per favore guardatela. 

Guardate quella maggioranza di governo. 

Secondo voi si merita che io le faccia un favore?

In cambio di cosa?

Hanno appena votato al Senato una legge contro l'antisemitismo basata sulla definizione Ihra, una cosa oggettivamente ridicola che mi costringerà, una volta pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, ad autodenunciarmi perché ritengo che ci sia una lobby di persone che cercano di far votare leggi favorevoli a Israele. Il che mi sembra abbastanza autoevidente – è appena successo! – ma l'autoevidenza è una cosa che i sionisti italiani non ci possono più permettere. Sorvoliamo un attimo per carità cristiana su quei sei senatori PD che una legge così, in spregio a ogni buon senso, intelligenza e vergogna, l'hanno votata. È una legge voluta da questa maggioranza. 


E io a questa maggioranza di governo dovrei fare un favore?

Vi ricordo che in Medio Oriente è appena scappata la guerra più assurda che poteva scoppiare, che ha già determinato l'aumento del prezzo del gas con cui mi scaldo in casa e del petrolio con cui ogni merce, in Italia, viene trasportata. È una guerra sciocca, che ha già complicato una situazione tragica, voluta da un governo israeliano genocida e un presidente USA affetto da demenza. A gente simile, il governo spagnolo ha detto no. E noi? Ma ci mancherebbe che Giorgia Meloni dicesse anche una mezza sillaba di biasimo o di presa di distanza. Abbiamo tante basi Nato e le concederemo, anche perché in sostanza comandano loro, noi dobbiamo inchinarci e ringraziare. Questo è quello che il governo fa. 

E a questo governo io dovrei fare un favore?

Ma il pacchetto-sicurezza l'avete seguito? Col fermo di 12 ore a chi semplicemente sta andando a una manifestazione? E la possibilità di perquisire i manifestanti senza mandato? Questa è la maggioranza che mi chiede un favore. Poi magari il 25 aprile mi tiene in caserma. Dicono che se voto "Sì" la magistratura sarà più indipendente dal potere politico, cioè da loro. 

E io dovrei crederci? A questa gente?

E insomma, su. Tenete conto che non è mai esistito, nella Storia della repubblica, un referendum costituzionale che non fosse peggiorativo; tenete conto che da adulto ne ho già visti quattro, letteralmente uno peggiore dell'altro, forse l'argomento migliore per chi sospettasse di un'involuzione della cultura giuridica in questo Paese (in 20 anni siamo passati da "devolviamo competenze alle regioni così togliamo un argomento alla Lega" a "parlamento grande brutto buuuuuuh! politicanti a casa!") E dovrei aspettarmi che invece un tizio come Nordio mi scriva un pezzo di Costituzione come si deve? Non dico che sia in assoluto impossibile – anche un pool di scimmie, con molto tempo, potrebbe scrivere l'Amleto, ma...

...vi sembra una cosa fattibile? 

Continuare a far riscrivere la Costituzione da un pool di primati finché per la legge dei grandi numeri non ne esca almeno un articolo interessante?

Sentite, io sono in giro da un pezzo, di governi ne ho visti tanti. Alcuni li ho disprezzati più di altri, per tutta una serie di ragioni. Ma non ho mai mancato di riconoscere quando perfino il governo più manigoldo, per caso, azzeccava una legge. Berlusconi proibì il fumo nei luoghi pubblici. Matteo Renzi fece passare la legge sulle unioni civili. Giuseppe Conte prese decisioni coraggiose, durante l'emergenza Covid. 

Ora ditemi una cosa, una sola cosa buona che avrebbe fatto questo governo. 

Con calma, eh.

Io sono abbastanza sicuro che questa proposta di riforma costituzionale sia scadente. Non me ne intendo, ma sono abbastanza sicuro che sia peggiorativa. Non sono un esperto, ma questo governo l'ho già visto al lavoro in tanti settori e sarebbe veramente molto strano che tutta la sua competenza si concentrasse sulla questione (non così centrale) della separazione delle carriere. Ma se anche fosse una buona riforma. Se l'avesse scritta Solone coadiuvato da Montesquieu, su appunti recuperati da Calamandrei, io voterei No lo stesso, perché a un governo che mi impoverisce, che mi vieta di parlare e mi minaccia se manifesto, io non faccio nessun favore, e di sicuro non contribuisco a farlo passare alla Storia come un governo riformatore. Persino se migliorasse la Costituzione (e non lo fa), ci sono talmente altri argomenti sull'altro piattino che No, grazie, mi tengo la Costituzione così com'è. Non è perfetta, ma giù le mani. Non vi ho mai visto lavarvele.

mercoledì 4 marzo 2026

La scuola dei cattivi influencer


Non è facile, la vita da influencer. È un concetto che cerco di trasmettere, per quanto posso, ai miei studenti – spesso ancora convinti che migliaia di visualizzazioni su youtube o tiktok si traducano in denaro contante. Ma credo che quello che davvero li affascina sia l'impressione di assoluta individualità che l'influencer comunica: nessuno come lui sembra dare la sensazione di avercela fatta da solo – per quanto la loro popolarità si regga su quei like, quei commenti che non smettono di chiedere a chiunque passi di lì. Che sia questo il motivo per cui delle loro parabole ci interessa, sempre più spesso, la fase discendente? Perché a un certo punto gli influencer precipitano, ormai si è capito: a quel punto la solitudine, che li aveva resi più leggeri e dinamici nella fase di decollo, impedisce loro di attivare un minimo di rete di protezione, qualcosa che attutisca la caduta. I like diminuiscono, i commenti cominciano a inacidirsi, ma noi siamo ancora lì a guardarli: il disastro sociale fa parte dello spettacolo, per alcuni ne è la degna conclusione. L'influencer di cui più si parla in questi giorni è un insegnante, che sembrava aver conciliato la sua vocazione di docente di fisica con l'attività di divulgatore sui social, finché non abbiamo scoperto che no, le due cose non si conciliavano affatto; che il suo impero di like era stato costruito sullo sfruttamento degli studenti, fortemente invitati (se non proprio costretti) a commentare e apprezzare pubblicamente i video in cambio di buoni voti. Del resto non siamo più negli anni Dieci: gli algoritmi sono sempre più spietati, nessun like è gratis, ogni visualizzazione va sudata, la lotta per l'engagement non ha pietà di nessuno ed evidentemente nemmeno della deontologia professionale. Anche a scuola del resto la situazione è sempre più tesa: agli insegnanti viene chiesto di tenere una posizione di “magister” che non si traduce in prestigio sociale né in vantaggio economico; l'unico strumento che hanno in mano è il voto, e possono essere tentati di usarlo per forzare gli studenti, se non proprio per minacciarli.

Questa potrebbe essere la triste morale della storia – eppure qualcosa non torna. Possibile che tutto si scopra soltanto ora? Un docente/influencer è una persona divisa tra due mondi, entrambi esposti all'attenzione del pubblico: se come influencer devi piacere ai tuoi spettatori, come insegnante hai a che fare con studenti, genitori, colleghi, dirigente. Quest'ultimo in particolare non poteva ignorare che il docente adoperasse le aule della sua scuola per girare i suoi video durante le ore di lezione. Come racconta un'ex studentessa, a volte semplicemente l'influencer portava una classe in laboratorio perché 'doveva' fare un determinato video: e gli studenti gli servivano come claque, anche se l'argomento non era in programma. Ma in una scuola non ci si comporta così, se non si può contare sulla complicità di colleghi e superiori. 

È questa forse la parte della storia fin qui meno studiata. Forse perché configge con l'idea dell'individuo solo contro tutti: no, almeno in questo caso non è andata proprio così. Non si trattava di un docente che nel suo tempo libero faceva l'influencer, ma di un docente che con la sua attività di influencer reclamizzava il proprio istituto: al punto che dirigente e colleghi non ritenevano necessario obiettare al fatto che realizzasse i suoi video nell'orario e nel luogo di lavoro. Grazie a lui la scuola aveva aumentato le iscrizioni e attirato stanziamenti; grazie a lui a quanto pare si erano potuti allestire dei laboratori. Non è poi così strano che pretendesse dall'istituto l'acquisto di tot copie del suo libro (perché malgrado tutti i like e gli engagement, molto spesso gli influencer monetizzano con la carta stampata). Possiamo senz'altro raccontare la sua storia come l'ennesima parabola dell'eroe solitario che crede di aver trovato un sistema di navigare sull'attenzione del pubblico, finché non sottostima i suoi limiti e ne finisce travolto: non c'è dubbio che sia una bella storia, e istruttiva. Ma forse stavolta vale la pena di allargare l'obiettivo, e di osservare il sistema in cui un insegnante è stato usato da un istituto scolastico – che ne ha sfruttato la disponibilità a diventare un personaggio mediatico, magari anche la vanità – per farsi pubblicità, per portare più genitori agli open day, per aprire qualche classe in più a settembre e avere qualche diplomato in più da sfoggiare a giugno. 

Per quanto possa sembrarci un po' mostruoso, l'insegnante/influencer può essere l'esito del paradosso in cui si trovano gli istituti scolastici dal momento in cui qualche riformatore che veniva dal mondo aziendale ha pensato che fosse sensato metterli in competizione, come squadre o appunto, aziende private. Ma il manager di un'azienda (o di una squadra) può scegliere i suoi dipendenti; il dirigente di un istituto pubblico no. Per convincere genitori e studenti di avere un team migliore, deve inventarsi qualcosa, deve insistere sui progetti, sull'innovazione e tante altre cose che non sempre sono belle parole, anche se la retorica degli Open day sembra sempre più simile a quella delle fiere campionarie. E in una situazione del genere anche il docente/influencer, invece che un problema, può diventare una risorsa. Ora che è precipitato, ovviamente, ce la prenderemo tutti con lui. Ma qualcuno l'ha pur lanciato. E domani avrà bisogno di inventarsi qualcos'altro, di lanciare qualcun altro. 

martedì 3 marzo 2026

Tablet e straccetto, studente perfetto


[Questo pezzo è uscito sul Manifesto del 27/2/2026]. Chi pulirà le scuole? Annoso dibattito. Contrariamente a quanto si crede, a molti studenti non dispiace dedicare un po' del loro tempo a riordinare l'aula. Non la considerano affatto un'incombenza umiliante, anzi a volte un diversivo gradito alla lezione frontale: il che può spiegare come mai spesso producano molti più rifiuti del necessario. 

La questione rimane di scottante attualità perché la legge di bilancio prevede il taglio di più di duemila figure ATA (ausiliario, tecnico e amministrativo) da qui al 2027. È pur vero che anche le classi si ridurranno, a causa di un calo demografico e in base ad arcani studi basati sulle rilevazioni Invalsi che dimostrerebbero ciò che nessun insegnante in cuor suo si sentirebbe di confermare, ovvero che le classi numerose sarebbero più efficienti delle classi più contenute. 

Così, invece di avere più spazio per ragazzi che continuano a crescere in altezza (mentre i banchi tendono a diventare più piccoli per questioni di sicurezza), continueremo a vivere, insegnare e studiare in meno aule, ma altrettanto affollate: e chi le pulirà? Un suggerimento ce lo ha dato il Ministro dell'Istruzione e del Merito con la circolare dello scorso 25 febbraio, la quale invita dirigenti e personale “a sensibilizzare gli alunni e gli studenti alla pulizia e al decoro degli ambienti scolastici e degli arredi”. “In particolare”, prosegue, “si ritiene utile l'introduzione di una regola volta alla sistemazione dell'aula, degli arredi e del materiale didattico personale o condiviso al termine delle lezioni così come al riordino dei laboratori, degli attrezzi delle palestre e di ogni altro ambiente scolastico...” Parole di buonsenso, come si vede, che purtroppo non nascondono più di tanto la gravità della situazione: il bilancio è quel che è, la spesa militare aumenta e quella per la scuola si riduce sempre più: del resto gli studenti non votano e gli insegnanti non sono il segmento su cui il centrodestra punta per vincere le elezioni. I genitori, loro sì, potrebbero sollevare obiezioni al fatto che i figli dedichino parte del tempo scolastico a riordinare e rassettare; ma nel caso facilmente se la prenderanno col dirigente. Per quest'ultimo, in effetti, è più facile farsi finanziare laboratori e progetti innovativi che mettere a bilancio l'acquisto di spugne e scope, o a contratto qualcuno che le sappia usare. Tablet e straccetto, studente perfetto. 

Nelle stesse ore il ministro ci ha informato di un decreto “che stanzia 30 milioni di euro per la realizzazione di progetti didattici per promuovere la cura e il rispetto dei parchi e dei beni scolastici da parte degli studenti”. Tanta attenzione potrebbe commuoverci, se non provenisse dallo stesso governo che ha appena tagliato 480 milioni ai fondi per la sicurezza degli edifici scolastici. “Gli spazi pubblici, una volta riqualificati, potranno essere trasformati in veri e propri ambienti didattici all'aperto”. Non è affatto un'utopia, anzi non c'è dubbio che si realizzerà, alla prossima frana o al prossimo sisma, quando insegnanti e allievi si ritroveranno letteralmente senza un tetto sotto il quale studiare. 

lunedì 2 marzo 2026

Maledetti scudi umani, la mattina, la domenica

Il Sole 24 ore. 

1) ATTENZIONE! qui radioradicale vi preghiamo di non seguire la notizia di una scuola iraniana che sarebbe stata colpita da un missile, decine di studentesse morte È FALSO! FATE GIRARE! Quella scuola era un noto scudo umano perché attorno a essa era stata costruita una base navale dei guardiani della rivoluzione, che è stata in effetti colpita da un missile (la base navale) ma non la scuola (che è uno scudo umano). FATE GIRARE! NON CREDETE AL REGIME!

2) Ok forse è stata colpita una scuola ma ERA VUOTA! ERANO LE OTTO DEL MATTINO! e comunque era uno SCUDO UMANO! Per qualche perverso motivo continuano a fare gli scudi in carne umana anche se noi continuiamo a bombardarli, sono pazzi fanatici. E comunque chi è che va a scuola alle otto del mattino?

3) Ok a quanto pare c'è un sacco di posti dove la gente va a scuola alle otto del mattino e inoltre quei pazzi fanatici sono su un fuso orario diverso (maledetti pazzi fanatici) ma comunque non è stata colpita nessuna scuola! Ah e poi era DOMENICA! La domenica le scuole sono chiuse! non credete al regime!

4) Ok in effetti ci sono paesi musulmani senzadio dove le scuole alla domenica sono aperte, ma la scuola non è stata colpita! E comunque non era un razzo dei nostri, bensì un terra-aria della contraerea iraniana! C'è la foto! maledetti pazzi fanatici! lanciano i missili terra-aria contro i nostri missili diretti sui loro scudi umani!

5) Ok la foto ha sullo sfondo montagne con la neve e quindi è stata presa in tutta un'altra stagione, in un'altra regione, e questo per un motivo preciso, ovvero che NON È STATA BOMBARDATA NESSUNA SCUOLA! E comunque se fosse successo QUELLA SCUOLA SAREBBE STATA CHIUSA! e comunque UNO SCUDO UMANO! ALLE OTTO DI MATTINA! DI DOMENICA! ma quante scuse ancora ci dobbiamo inventare insomma, perché continuate a credere al regime? No sul serio adesso sinceramente, perché loro sono più convincenti di noi? Noi abbiamo tanti profili, tanti professionisti, tante prove fotografiche e video, tante scuse, ma voi niente: e allora è chiaro che ci odiate, perché ci odiate? Lo capite che è antisemitismo? Insomma per quale altro motivo non dovreste trovarci convincenti? 

6) E comunque ok, forse un centinaio di bambine, ma presto comunque avrebbero dovuto coprirsi i capelli.

domenica 1 marzo 2026

Il fantasma dell'89

E così la guerra tra Russia e Ucraina ha compiuto quattro anni (più di dodici, in realtà, se teniamo conto del precedente periodo di bassa intensità). Si trattava, già pochi mesi dopo l'inizio dei combattimenti, del più grande conflitto europeo dal 1945: quattro anni dopo le stime che superano il milione di morti, per quanto non facilmente verificabili, sono del tutto plausibili. Se non è una guerra mondiale, è comunque una guerra enorme, che forse non riusciamo a comprendere, tanto è fuori scala rispetto ai conflitti a cui capita di interessarci (l'esatto opposto della Palestina, un inferno concentrato in territori di cui non riusciamo ad afferrare la piccolezza). È una guerra immensa e non ne vediamo la fine. Come avviene spesso in questi casi – abbiamo libri di Storia che ce lo raccontano – ogni proposta di cessare il fuoco viene interpretata dal nemico come un segno di debolezza: questo è vero per i russi, che continuano a mandare a monte ogni trattativa, ma lo è anche ad esempio per gli europei, che ancora giocano al rialzo: pochi giorni fa Kaja Kallas ha avanzato una serie di richieste che include il ritiro dei russi anche da Ossezia, Abcazia e Transnistria – richiesta ineccepibile dal punto di vista del diritto internazionale, ma insomma, a chi non riesci a sconfiggere su un fronte forse non dovresti chiedere di ritirarsi da altri tre. A complicare il quadro, la completa inaffidabilità di Trump; in mezzo, la sofferenza del popolo ucraino che in un qualche modo continua a resistere, sorprendendo molti osservatori e anche me, per quel che conta: e dire che Guicciardini l'avevo pur studiato

Da qualche parte ho intravisto un pezzo che dimostra che l'economia russa sia ormai entrata in una fase di crisi irreversibile. Un pezzo che probabilmente troverei più credibile se non ne avessi letto simili già 4 anni fa – dopodiché è pur vero che prima o poi, se prevedi morte e disperazione, ci azzecchi: è il trucco dei profeti da Isaia in giù. Non mi costa insomma molto credere che la Russia sia in crisi: tra l'altro anche i segnali sul fronte confermano un arretramento. Il passaggio logico che mi costa un po' fatica, mentre vedo che molti lo danno per scontato, è che per questo valeva la pena combattere (anzi per questo valeva la pena far combattere e morire un milione di ucraini), che questa specie di catastrofe sociale sia un obiettivo auspicabile per noi, nel medio-lungo termine. È un'idea che molti danno per scontata: se la società va in crisi, non può che seguirne una fase di rivolta che porterà a democrazia e libertà. È la stessa idea che ha portato gli USA a isolare Cuba e a complicare la situazione con l'Iran, eccetera. Non è un'idea illogica, anzi è per molti versi verosimile: ha soltanto il grosso difetto che non si è verificata praticamente mai. A Cuba il castrismo ha battuto ogni record di durata per un regime, in Iran (contrariamente alle attese) gli ayatollah non smollano, eccetera. Ma più in generale, fatevi venire in mente una nazione in cui il regime interno sia collassato perché una lunga guerra o un embargo internazionale avevano reso la vita molto più dura agli abitanti. A me non ne viene in mente nessuno, tanto che mi verrebbe da formulare l'ipotesi inversa: le guerre esterne possono aiutare una classe dirigente a cementare la propria posizione. 

Se comincio ad andare indietro arrivo a un decennio molto più promettente in cui i regimi sì, cadevano: cadde il Muro di Berlino, cadde l'apartheid; ma non caddero a causa di guerre esterne o di una situazione di embargo imposta con la forza. Allo stesso tempo credo che il mito fondativo dei regime changer sia proprio quell'89-95 in cui tutto è cambiato all'improvviso dopo decenni in cui sembrava che nulla potesse cambiare. Questo lo capisco – o forse lo proietto: è infatti possibile che il mio ostinato interesse per una disciplina arida di soddisfazioni come la politica internazionale sia stata causata dal medesimo imprinting: da qualche parte nella mia testa resiste una cellula convinta che tutto possa cambiare in meglio all'improvviso, nell'89 sembrava andare così e perché non dovrebbe ripetersi. 

Il guaio è che i regime changer hanno assorbito quegli avvenimenti come un mito, non li hanno studiati come un fatto storico: altrimenti non penserebbero di poter sostituire a un lungo processo di logoramento economico (nel caso dei Paesi del Comecon) una guerra di posizione; o a una lunga campagna internazionale di sensibilizzazione (come nel caso del Sudafrica) un embargo con qualche saltuario bombardamento e/o assassinio mirato. L'URSS non saltò perché era sotto pressione militare, anzi in quello specifico momento non lo era così tanto: stava cominciando timidamente ad aprirsi alle immagini di benessere che provenivano da ovest e forse furono quegli spiragli a rendere instabile la struttura. Con la Russia ci stiamo comportando nel modo diametralmente opposto: ci ha sfidato nell'unico campo in cui poteva farlo alla pari (lo sforzo bellico, le materie prime), e a questa sfida abbiamo risposto sullo stesso piano, come se non avessimo altri argomenti. Perché forse alla fine non li abbiamo, o se li abbiamo non li riconosciamo più.

***

Mentre meditavo queste cose, Trump ha ceduto – come sempre cedono gli uomini deboli – alle insistenze di Netanyahu, e il bombardamento dell'Iran è ricominciato. Di questo bombardamento Israele ha bisogno per prolungare all'infinito uno stato di crisi che ormai coincide con la sua stessa esistenza: siccome è ormai una nazione fondata sul genocidio, e il genocidio può essere giustificato soltanto in condizioni emergenziali, l'emergenza non può finire – perlomeno finché non sarà evacuato l'ultimo angolo di Cisgiordania. Ufficialmente l'attacco è "preventivo", ovvero basato sull'idea che un giorno gli iraniani potrebbero disporre di armamenti nucleari e potrebbero usarli (a differenza di ogni altra potenza nucleare fin qui), per scopi offensivi e non dissuasivi. Questo è l'argomento, salvo che non riescono a fingere di crederci neanche loro – se nemmeno Netanyahu nella sua fase più fanatica, seduto su un arsenale di trecento armi nucleari, si mette a usarle, possiamo pensare che lo faccia l'Iran quando ne avrà un paio? Si ripete qui il vecchio paradosso iracheno: gli iraniani non possono dimostrare di non possedere armi di distruzione di massa; l'onere della prova toccherebbe ai loro avversari. Così l'obiettivo si è spostato, in modo progressivo ma percepibile, all'idea del regime change. Si è molto insistito, nei mesi scorsi, sulle azioni repressive del regime: gli stessi organi che ostinatamente non vogliono credere ai conteggi delle vittime nella Striscia di Gaza (neanche quando vengono confermati da organi internazionali) hanno immediatamente preso per buona una cifra di 30000 vittime divulgata da un influencer. Si sono organizzati banchetti e presidi anti-ayatollah, da qualche armadio o caveau è stato ripescato un erede di Pahlevi, una tizia in Canada che si accendeva una sigaretta con una foto di Khamenei è diventata un simbolo per una frangia di attivisti/comunicatori che insistono sulla liberazione delle donne iraniane con un'ossessività tutta particolare – non vedono l'ora che si scappuccino, che si spoglino, anche se è inverno, non importa. Tutto questo evidentemente doveva prepararci al nuovo round di bombardamenti, che magari sarà più intenso di quello estivo ma soprattutto ha un fine diverso: ora si bombarda per provocare una rivoluzione. A parte questo, la strategia è la stessa: bombardamenti tattici (che inevitabilmente fanno vittime civili) e assassini mirati. A questo punto dovrebbe già essere stato eliminato Khamenei, che ci viene presentato come l'ennesimo tiranno solitario, e non la figura apicale di una struttura gerarchica ramificata e capillare, che morto un ayatollah ne nominerà un altro. E anche qui: vi viene in mente una dittatura che sia collassata su sé stessa perché veniva assassinato il leader? Il franchismo? Mah, vedremo. Non è insomma del tutto impossibile... ma se succedesse, è auspicabile? Una volta dimostrato che la democrazia si può esportare bombardando e assassinando, cosa ci tratterrebbe da bombardare e assassinare chiunque? Se oltre a essere rispettivamente un demente e un criminale, Trump e Netanyahu si rivelassero due statisti visionari, non credo che questa rivelazione sarebbe una buona notizia per il mondo intero. 

***

Più realisticamente, l'eliminazione di K. può essere il risultato minimo al quale Trump può appigliarsi per dichiarare che anche questa guerra lampo è vinta, e lasciare Netanyahu in sospeso per altri sei mesi. Con questo non voglio dire che un regime change eterodiretto non sia possibile. Un'opzione già sperimentata, che ha consentito di rovesciare concretamente un regime proprio nel Medio Oriente esiste, e prevede, dopo i bombardamenti, un'invasione da terra. È quello che è successo con la seconda guerra del Golfo – in sostanza l'invasione USA dell'Iraq – che è durata quasi nove anni e ha causato, secondo le stime internazionali, almeno un milione di morti civili. 

L'Iran è vasto il triplo dell'Iraq (con catene montuose che ostacolano l'intervento da terra) e popolato il doppio, quindi un'invasione di questo tipo non sembra una cosa che persino menti non esattamente lucide come quelle di Trump e Netanyahu possano prospettare seriamente. Trump, alla prima leva militare seria, ci perderebbe le elezioni (le ha vinte con un programma di disimpegno militare); l'IDF ha difficoltà a penetrare per qualche km in Libano senza spararsi nei piedi. 

Dove si capisce come stavolta il regime change più che un obiettivo sia una condizione sine qua non: la guerra prosegue soltanto se gli iraniani si rivoltano seriamente contro gli ayatollah. Il che può benissimo darsi, anche se fin qui non è successo: e il motivo per cui si bombarda è proprio che non è ancora successo – ma ecco: se bombardi di più succederà? I bombardamenti aumentano la disaffezione del popolo nei confronti del regime o aiutano il regime a compattare il consenso? Non lo so – anche l'esempio italiano del '43-45 mi sembra ormai scarsamente riutilizzabile – ma l'impressione è che più che il risultato di un calcolo, i bombardamenti siano l'espressione di un'insofferenza: Trump e Netanyahu non sanno più cosa fare, e qualcosa devono farlo (soprattutto N.). Il regime non crolla, hanno provato con qualche assassinio mirato e non crolla, poi con bombardamenti e comunque non crolla, poi ancora con bombardamenti e ancora non crolla, e ora che si fa? Si bombarda di nuovo, non perché stia dando l'impressione di funzionare, ma perché è l'unica opzione che hanno. Idee poche, missili tanti, avanti così. Fino a un disastro che prima o poi avverrà, perché tutto prima o poi avviene. È il trucco dei profeti, ricordate.

venerdì 20 febbraio 2026

Il bonus docente è davvero fantastico (nel senso che non l'ha visto ancora nessuno)

[Questo pezzo è apparso il 18 febbraio sul Manifesto. Era stato scritto qualche giorno prima, ma vorrei rassicurarvi: è ancora attuale. Nel senso che a oggi il bonus che i docenti dovevano percepire a settembre non è stato ancora corrisposto; il che dovrebbe forse trattenere i consulenti del Ministero dal lodarne le caratteristiche e le finalità, se conoscessero, non per sentito dire, un minimo di decenza. È pur vero che sono pochi soldi, ma sono nostri. C'è una parola molto semplice che definisce chi si tiene i miei soldi, invece di darmeli].


Ma quando riaprono la Carta Docente? Ogni tanto ancora qualcuno in sala insegnanti se lo chiede. Nessuno ha più il coraggio di rispondere, perché fin qui tutte le previsioni sono state deluse. Ce l’aspettavamo a fine settembre – e già allora qualcuno borbottava: in effetti, se c’è un periodo in cui i docenti hanno veramente bisogno di comprare libri, materiale, e iscriversi a corsi d’aggiornamento, è proprio nel mese in cui tradizionalmente il servizio viene sospeso. Stavolta però a ottobre la carta non si è riaperta, e chi non si era affrettato a spendere i suoi 500€ di bonus annuale ha avuto un brivido: ce li riaccrediteranno? Di solito succede, ma se stavolta non succede?

Dopo settimane di suspense, la piattaforma si è effettivamente riaperta. A quel punto abbiamo scoperto che le aziende che gestiscono lo Spid – un servizio ormai indispensabile, non solo per usufruire della Carta – non lo faranno più gratis. Ma almeno il bonus arretrato era ancora lì, dove i meno spendaccioni lo avevano lasciato: quello del 2025/26 però non era ancora accreditato, e a quel punto chissà se lo sarà. Speravamo almeno per Natale, ma c’è sempre un inghippo burocratico, una sentenza da rispettare, un provvedimento da riscrivere. A quanto pare si tratta di un decreto interministeriale che dovrebbe essere approvato a fine febbraio, dopodiché finalmente i docenti potranno accedere a quello che gli spettava di diritto a settembre. Sei mesi di ritardo, per una categoria storicamente sottopagata che nel frattempo sta sperimentando un’evidente perdita di potere d’acquisto. Il minimo che si possa dire è che ci sia stato arrecato un danno: ragione per cui qualcuno cominciava ad aspettarsi una beffa. Di solito funziona così, con questo governo almeno.

Se ne è voluta forse incaricare Loredana Perla, coordinatrice della commissione governativa che sta riscrivendo le indicazioni nazionali. Alcuni giorni fa la pedagogista se l’è presa con insegnanti e sindacati che criticano la “nuova carta”, che non sarà più semplicemente una “carta docenti”, ma una “carta servizi” che potrà essere impiegata non soltanto per consumi culturali, ma per esigenze più pedestri (ancorché necessarie) come i trasporti. È pur vero che sarà un po’ leggera (100 euro in meno, una riduzione del 20%!), dato che la “platea dei consumatori” si è allargata: varie sentenze hanno infatti ribadito l’obbligo del governo a corrispondere il bonus anche ai docenti precari. Qualcuno potrebbe obiettare che siamo lavoratori, non pesci in un acquario che aumentando di numero devono accontentarsi di meno mangime pro capite: se gli aventi diritto a un bonus aumentano, non c’è nessuna legge matematica o sociale che proibisca di aumentare il budget; insomma dove la professoressa Perla vede una necessità, c’è invece una precisa decisione del governo che ha stabilito di non spendere un centesimo in più; e anche quei centesimi, ci sta mettendo sei mesi a trovarli. Immaginate che qualcuno vi proponga di calarvi il salario perché ha intenzione di assumere qualche collega; ecco, questo è il problema coi bonus: hanno una logica tutta loro che non è quella della contrattazione.

Col senno del poi forse aveva ragione chi del bonus si era detto perplesso sin dall’inizio; chi quei 500 euro (40 al mese…) avrebbe preferito vederli in busta: pochi, maledetti e subito. L’idea del bonus non viene dalle associazioni di categoria; è forse quel che resta di una delle stagioni più bizzarre del riformismo scolastico, la Buona Scuola di Renzi. A suggerirla fu un insegnante-scrittore, Marco Lodoli, che più volte spiegò come il suo intento fosse convincere gli insegnanti a tenersi aggiornati, ad andare oltre i soliti classici, insomma a leggere anche gli autori viventi. Sin dall’inizio insomma la misura fu vista come un aiuto, più che agli insegnanti, all’editoria, e in generale alla traballante industria culturale; il problema non era tanto che i prof avessero pochi soldi da spendere, ma che non li spendessero in biglietti di teatro, in libri (possibilmente libri nuovi, scritti da autori viventi, non i soliti classici). L’acquisto di device digitali era tollerato, purché non fossero i diabolici smartphone. Con queste limitazioni, il bonus non ha mai smesso di essere considerato come un’illuminata elargizione, e non un diritto acquisito; una paghetta per la quale l’insegnante non dovrebbe mai smettere di ringraziare, anche quando l’aspetta per sei mesi e non arriva.

La nuova Carta, ci spiega Perla, sarà «estesa in prospettiva anche al personale amministrativo»: benissimo, ma speriamo che questo non comporti l’ulteriore riduzione di un bonus già esiguo. Sarà insomma qualcosa di fantastico, questa nuova Carta: potremo usarla per andare in autobus come al cinema (chissà se finalmente qualche museo l’accetterà), insomma perché noi utenti non la apprezziamo? Perché insistiamo a borbottare? E noi docenti forse tanto entusiasmo vorremmo condividerlo: a frenarci, fin qui, non è qualche faziosità ideologica, quanto l’antica abitudine (che una pedagogista dovrebbe comprendere) a giudicare non le intenzioni, ma i risultati. Perché per quanto possa essere bellissima, questa nuova Carta, un grosso difetto ce l’ha: non c’è. Non l’ha ancora vista nessuno; chissà, forse a fine mese. Speriamo.

mercoledì 18 febbraio 2026

Dovevamo aspettarcela, l'inquisizione sionista


Non scriverò una riga per difendere Francesca Albanese dall'ennesimo attacco, organizzato dai soliti manipolatori professionisti. Non lo farò perché in tanti lo hanno già fatto, e comunque l'Albanese sa difendersi da sola. Stavolta più che mai la manipolazione è davanti agli occhi di tutti, il che ha già costretto qualcuno a tapparseli. Non importa più di tanto, non è di questo che dovremmo parlare.

Chi ci vuole far litigare sull'Albanese, oggi, combatte una battaglia di retroguardia, che ha poco a che vedere con la situazione palestinese, col genocidio palestinese e perfino con il lavoro di Francesca Albanese: i report che, fateci caso, non vengono messi in discussione e nemmeno citati. Questo malgrado siano potenzialmente il terreno più pericoloso, quello in cui si citano numeri e fatti, e si mettono per iscritto indizi non sempre dimostrabili. Eppure no, nessuno critica Francesca Albanese per il suo lavoro. Forse perché è inattaccabile? O comunque Israele e i suoi amici non hanno piacere che di questo lavoro si discuta. E invece di cosa dovremmo discutere? 

Di antisemitismo. Francesca Albanese viene messa sulla graticola per una frase che, se fosse mai stata pronunciata, definirebbe Israele come "nemico dell'umanità", è questo è antisemitismo e quindi non si può dire. I difensori dell'Albanese a questo punto obiettano – e giustamente – che lei quella frase non l'ha detta: che intendeva qualcosa di diverso. È assolutamente normale obiettare in questo modo a una simile accusa, e io farei lo stesso se mi fosse rivolta. Anzi: io ho fatto lo stesso ogni volta che mi è stata rivolta. Allo stesso tempo, mi chiedo se obiettando con troppa foga non facciamo per caso il gioco di chi ha deciso di spostare il problema su questo livello: da una discussione sul genocidio palestinese, a una discussione sulle parole che si possono usare. No, Francesca Albanese non intendeva dire una certa cosa. Ma anche se l'avesse detta, si sarebbe trattato di qualche brutta parola. Le brutte parole non stanno cacciando i palestinesi dalle loro case: i coloni invece lo fanno. Le brutte parole non stanno uccidendo palestinesi senza applicare la minima differenza tra civili e miliziani: l'esercito israeliano lo fa. Le brutte parole sono un problema? Il problema mi sembra piuttosto un'operazione di pulizia etnica condotta alla luce del sole, nell'imbarazzo dell'opinione pubblica mondiale, mentre i responsabili si lamentano perché qualcuno osa fischiare le loro insegne alle olimpiadi. Sono fatto così, tendo a giudicare i fatti, i risultati. Qualcun altro preferisce concentrarsi sulle intenzioni, e perseguitarci per cose che potrebbe averci sentito dire, abolendo ogni carità interpretativa e impedendoci di spiegarci meglio. Ci sono stati, nel passato, tribunali che funzionavano così. 

Niente di nuovo, tutto sommato. A chi periodicamente (retoricamente) si domanda come mai il conflitto israelo-palestinese attiri l'attenzione molto più di altri scenari di guerra, posso rispondere almeno per me: ci sono stati conflitti più sanguinosi, ma nessuno ha mai visto lo sfoggio di tanta propaganda, di tanta cattiva fede. Forse sono soltanto un appassionato di fenomeni linguistici, e questo tentativo incessante, secolare, di spostare l'attenzione dal sangue alla parola mi ipnotizza, per quanto maldestro come certe pubblicità che ti colonizzano il cervello proprio per quanto sono stupide. Israele viene sospettata di genocidio? Israele nemmeno ci prova, a smentire le accuse. Israele decide di vietare l'uso della parola "genocidio". E così via. E siccome dal peccato di parola al peccato di pensiero il passo è breve, molto presto trovi un debunker professionista pronto ad affermare che non ha nessuna importanza quel che Francesca Albanese scrive: perché anche se non ha detto certe cose, in fondo le pensa. Questa è l'inquisizione, né più né meno, e posso ancora scriverlo perché all'IHRA non hanno fatto i compiti e non hanno ancora pensato a inventare, dopo l'"holocaust inversion", l'"inquisition inversion". Questione di settimane, dopodiché non dubitiamo che anche il parlamento italiano si prostrerà supino di fronte all'esigenza più che mai sentita di introdurre un altro psicoreato, e prima ancora del parlamento, il governo di quella poveretta che non sa più ormai da che parte prostrarsi, che razza di mestiere si è scelta. Niente di nuovo: discutere con un sionista è sempre stato questa cosa esilarante. Riporti dei fatti, si arrabbia perché le tue parole, lette in un certo modo, significano che odi il suo popolo. E il suo popolo non si può odiare! Tutti gli altri sì, il suo no. È un tranello da quattro soldi – un attimo fa stavi parlando di fatti, ora stai parlando del fatto che non odi nessun popolo, ma chi se ne frega? Lasciali perdere, rimettiti a parlare dei fatti. 

Quella intorno alla figura di Francesca Albanese – non intorno al lavoro di Francesca Albanese – resta una battaglia di retroguardia. Chi ha perso sul terreno dell'informazione vorrebbe consolarsi col suo scalpo, e magari a un certo punto l'otterrà: per scoprire subito dopo di non aver ottenuto nulla. Quello che in tanti non capiscono, o non vogliono capire, è che Francesca Albanese non è la leader di un movimento: e questo malgrado un movimento esista e spesso la percepisca come tale. Malgrado anche lei, a volte, si comporti come tale. Francesca Albanese è la relatrice ONU sui territori occupati, il che la mette nella posizione (molto scomoda) di puntare il dito sul genocidio che sta avvenendo nei territori occupati. Lei cerca di farlo da più pedane possibile, in modi che potete trovare discutibili, ma che non cambiano la sostanza della situazione, e la situazione è un genocidio. Il giorno che l'Albanese fosse rimossa, lei finalmente potrebbe riaprire un conto negli USA e magari trovare un altro mestiere sicuramente più tranquillo e remunerato. Non smetterebbe all'improvviso di essere una figura apprezzata e detestata. Nel frattempo il genocidio resterà tale, e qualcun altro al suo posto si troverà nella posizione di denunciarlo. Non si può fare diversamente, la realtà quella è, non si cambia: si possono cambiare le parole, ma è un tentativo patetico e perdente. Avete vinto un pezzetto di terra, avete perso l'anima. È andata così, prendetevela pure con chi non riesce a distogliere gli occhi dal vostro sfacelo. 

martedì 17 febbraio 2026

Ճանաչել զիմաստութիւն եւ զխրատ, իմանալ զբանս հանճարոյ:

Bassorilievo a Yerevan
DI EPOCA SOVIETICA. 
17 febbraio: San Mesrop Mashtots (361-440), alfabetizzatore dell'Armenia. 

Cosa rende una nazione... una nazione? È la Storia, sì, ma di cosa? È la cultura, ovvero? Potrebbe essere la letteratura, ma in che lingua? Allora forse è la lingua, ma quella cambia in continuazione. Questo tipo di domande, che forse avremmo dovuto dichiarare decadute un secolo fa, e invece rispuntano, probabilmente alla lunga si rivoltano su sé stesse, riportandoci al punto di partenza (una nazione è un insieme di persone definite dalla cultura che si produce nella lingua di quella nazione) confermando un'antica intuizione pragmatica: un segno rappresenta quel che tutti insieme vogliamo che rappresenti, vale per le smorfie come per i concetti che ci mandano in guerra. È tutto arbitrario, e allo stesso momento predeterminato da correnti umane non facilmente manovrabili. Ogni nazione decide per sé, di volta in volta, e da parecchio tempo in qua gli armeni hanno deciso che alla radice di tutto c'è il loro alfabeto. Il monaco Mesrop Mashtots, che l'avrebbe inventato all'inizio del V secolo per evangelizzare i suoi connazionali, non è l'unico alfabetizzatore a essere venerato come un santo (ne abbiamo ricordati altri due proprio questa settimana), ma per gli armeni è molto di più: il padre della lingua e quindi della patria, esaltato prima dai patrioti armeni, poi dagli intellettuali sovietici armeni, e in seguito dai nazionalisti armeni, tutti più o meno concordi su un punto: senza l'alfabeto, non ci sarebbe un'Armenia; gli armeni si sarebbero disciolti da millenni nel calderone mediorientale, come gli Assiri o i Medi o i Parti. Questo malgrado si abbiano notizie di alfabeti pre-esistenti a quello di Mesrop, e della produzione di Mesrop medesimo resistano poche tracce: qualche inno, alcuni versetti della Bibbia che però altri avrebbero tradotto integralmente dopo di lui e grazie a lui.  

La sua leggenda a ben vedere contraddice un altro mito fondativo della nazione armena, ovvero che sia stata in assoluto la prima ad aver adottato il cristianesimo come religione ufficiale già verso il 310 (e quindi 70 anni prima che l'Editto di Tessalonica facesse del cristianesimo la religione di Stato dell'impero romano). Un simile primato sarebbe dovuto alla fulminante opera di apostolato di San Gregorio l'Illuminatore, che dopo essere stato confinato in un pozzo per tredici anni da re Tiridate III, lo avrebbe guarito da un male incurabile, stimolando il sovrano non solo a chiedere il battesimo, ma a renderlo obbligatorio per tutti i sudditi. Potrebbe persino essere successo davvero, e non contraddirebbe troppo il fatto che il monaco Mesrop, nato cinquant'anni dopo, si ritrovasse a fare i conti con un popolo che ignorava i fondamenti della propria religione. Sono cose che sono successe altrove, ad esempio nelle colonie spagnole e portoghesi, dove gli evangelizzatori si trovavano spesso davanti a indigeni ignari di cristianesimo, ma formalmente già battezzati da qualche missionario molto sbrigativo. 

Può darsi che il successo di Mesrop, intellettuale di estrazione nobile, già cortigiano e poi monaco, sia in parte causato dalla situazione in cui si trova a operare, in uno dei tanti momenti storici in cui l'Armenia sembra decadere da nazione a "espressione geografica": dal 387 il territorio è spartito tra l'impero Romano a ovest e un regno formalmente indipendente, ma in sostanza satellite dell'impero Partico, a est. È in quest'ultimo che Mesrop vive e fonda monasteri, riuscendo però anche a ottenere il permesso di predicare in lingua armena entro i confini dell'impero romano, direttamente dall'imperatore Teodosio II che avrebbe incontrato a Costantinopoli. Poteva sembrare una situazione provvisoria, e invece l'Armenia non avrebbe ritrovato un assetto unitario fino a oggi: le successive invasioni arabe, turche, mongole e russe a complicare il quadro. Il fatto che gli sia stata attribuita anche la paternità di altri alfabeti (il georgiano l'albanese caucasico) mostra come l'autorevolezza di questo santo, morto nel 440, abbia oltrepassato i confini che nel Caucaso sembrano spesso insormontabili.

Անկասկած, սա գրագիտության սրբերի շաբաթն է. 14-ը գլագոլիցայի (որը հետագայում հիմք հանդիսացավ կիրիլիցայի) գյուտարարների և տարածողների՝ Կյուրեղի և Մեթոդիոսի տոնն էր. այսօր հերթը հայկական այբուբենի գյուտարար Մեսրոպ Մաշտոցի է. այն փաստը, որ նրան վերագրվում է նաև այլ այբուբենների (վրացական և կովկասյան ալբանական) ստեղծումը, ցույց է տալիս, թե ինչպես է այս սրբի հեղինակությունը գերազանցել Կովկասում հաճախ անհաղթահարելի թվացող սահմանները: Երբ Մեսրոպն աշխատում էր իր այբուբենի վրա, Հայաստանն արդեն մեկ դար քրիստոնյա էր. այն առաջին թագավորությունն էր, որը քրիստոնեությունը հռչակեց պետական ​​կրոն (301 թվականին), բայց հունական պատարագը անհասկանալի էր նրա հավատացյալների մեծ մասի համար: Հունական այբուբենի նշաններից սկսած՝ Մեսրոպը որոշեց մշակել նոր այբուբեն՝ 36 տառերով, որը արտացոլում էր հնդեվրոպական մյուս լեզուներից զգալիորեն տարբերվող լեզվի հնչյունաբանությունը (որոնց այն, այնուամենայնիվ, պատկանում է): Ժողովրդին նոր այբուբեն տալը նշանակում էր սուրբ գրքերի և պատարագի թարգմանության համար ճանապարհ հարթել ընդհանուր լեզվով. մի բան, որը Արևմտյան Եվրոպայում տեղի կունենար միայն տասնվեցերորդ դարում՝ բողոքական բարեփոխումների ժամանակ, իսկ քսաներորդ դարում՝ Վատիկանի երկրորդ ժողովի ժամանակ։ Ազնվական ծագում ունեցող մտավորական, նախկինում արքունի, ապա վանական, աստվածաբան և հիմների հեղինակ, Մեսրոպը հայտնվեց այն բազմաթիվ պատմական պահերից մեկում, երբ Հայաստանը, կարծես, ազգից վերածվեց «աշխարհագրական արտահայտության». տարածքը բաժանվեց Հռոմեական և Պարթևական կայսրությունների միջև, և ավելի ուշ ժամանեցին արաբներ, թուրքեր, քրդեր և ռուսներ։ Եթե նրանց հաջողվեց պահպանել իրենց լեզուն և մշակույթը, դա նաև շնորհիվ Մեսրոպի այբուբենի էր։ 


17 febbraio: San Teodoro di Amasea, soldato non proprio ignoto, ma abbastanza dimenticato.

Teodoro è un santo legionario come tanti. Tutto quello che sappiamo di lui ce lo ha raccontato Gregorio di Nissa: proveniente non si sa bene da quale centro urbano dell'Oriente, si trova di stanza nella località anatolica di Amasea quando l'imperatore Galerio Massimino promulga un editto riguardante l'obbligo dei legionari di sacrificare agli dei. Teodoro si rifiuta, il che potrebbe fare di lui un anticipatore della resistenza passiva, senonché decide di dar fuoco a un tempio di Cibele, maledetto vandalo e casseur. Viene pertanto torturato al cavalletto, e rinchiuso in una cella in cui dovrebbe morire di fame, il che però non accade. È dunque bruciato vivo il 17 febbraio di un anno che potrebbe essere il 306 come il 311: di lì a poco Costantino e Licinio avrebbero posto termine alle persecuzioni dei cristiani, per cui Teodoro è uno degli ultimi. Ma soprattutto Teodoro sarà, per diversi secoli, l'unico martire a portare questo nome, che soprattutto nella parte grecofona del Mediterraneo era molto diffuso: il che lo renderà molto più popolare di quanto la sua breve storia avrebbe meritato. Nel VI secolo sorgono monasteri dedicati a lui a Palermo, Messina, Ravenna, Napoli; a Roma, è ritratto in un mosaico nella basilica dei Santi Cosma e Damiano al Foro. A Venezia Teodoro (anzi, "Todaro") sarà il patrono più popolare fino al XII secolo, quando sarà soppiantato da Marco: ma la sua statua è ancora ben visibile accanto a quella di Marco sulle due colonne duecentesche della piazzetta che si affacciano sul molo. Todaro per l'occasione è ritratto mentre calpesta un drago-coccodrillo: il che ci fa pensare che la sua figura si stesse già confondendo con quella di altri santi soldati come Giorgio o Michele
La popolarità di Teodoro stava già declinando verso il Mille, quando al santo legionario capita una vera sfortuna: da qualche parte salta fuori un altro San Teodoro, anche lui militare ma con un grado decisamente più alto: generale. Anche la data sembra fatta apposta per generare confusione: il generale era morto martire il 7, il soldato semplice il 17. Fatalmente, le due figure finiscono per sovrapporsi, al punto che persino la scheda di Santiebeati, dopo aver descritto con molta chiarezza che si tratta di due santi diversi, conclude così: "Comunque trattasi della stessa persona commemorata in due giorni diversi". Ma come? Per quanto non sia certo la prima volta che un generale si prende la gloria di un suo sottoposto, è comunque un esito triste. Viva San Teodoro, quello semplice, quello del 17. 

giovedì 12 febbraio 2026

Un papa quasi re

11 febbraio: San Gregorio II, papa dal 715 al 731

Un diamante è per sempre,
Sutri è per gli Apostoli. 
Certi periodi storici hanno semplicemente avuto più successo che altri. L'Atene di Pericle, la Roma di Cesare, l'Inghilterra di Elisabetta, e così via. Non sono necessariamente periodi di gloria. Non è affatto detto che la gente vivesse meglio, allora, rispetto al millennio prima o al secolo dopo. Il motivo per cui hanno forato l'attenzione è molto più casuale di quanto amiamo ammettere. Ha a che vedere soprattutto con la quantità di fonti che ci sono arrivate – ma se ci sono arrivate forse è anche perché la gente preferiva rileggere informazioni su Cesare rispetto che su Filippo l'Arabo – insomma, è complicato. Però è quel che succede: quando pensiamo al passato, per lo più pensiamo a periodi abbastanza delimitati nello spazio e nel tempo.

Altri periodi non li conosce nessuno, tranne due o tre specialisti nei dipartimenti di Storia che ne parlano poco volentieri, con aria colpevole. Ci svegliassimo di colpo nell'ottavo secolo, ci ritroveremmo immediatamente smarriti – tanto per cominciare, nessuno ci darebbe informazioni precise sulla data, come accade a Troisi e Benigni in quel film. Era il Settecento-e-qualcosa dopo Cristo, sì, ma nessuno ancora ci dava importanza, questa mania di conteggiare gli anni a partire da un'ipotetica data di nascita di Gesù avrebbe attecchito trecento anni dopo. E comunque ci ritroveremmo immersi in un caleidoscopio linguistico abbastanza incomprensibile – ancora molto latino, ma frammisto a lingue germaniche ancora vive e non disciplinate dalla sintassi romanza, un po' di greco nei porti, e qua e là qualche dialetto dell'Asia profonda. A un certo punto capiremmo probabilmente di trovarci nell'Alto Medioevo, ma dove? quando? Persino i nomi dei popoli non combaciano. Quella che noi chiamiamo Italia, per alcuni è la Tuscia, per altri la Longobardia; molta gente parla dialetti germanici, ma a volte li chiamano ancora Unni, benché di Unni veri ormai non ce ne sia più in giro da un pezzo; a Ravenna ci sono i Romani, ovvero i Greci, insomma i Bizantini, ma nessuno li chiama così (nessuno li ha mai chiamati così). E a Roma? A Roma c'è Gregorio II, un grande papa. E allora perché non ne abbiamo mai sentito parlare? Ma certi secoli sono fatti così, sui manuali scolastici scorrono veloci come se non vi fosse successo nulla di rilevante. E invece tutto cambia continuamente, un po' per volta. Quando viene nominato, Gregorio è ancora tutto sommato un emissario dell'imperatore di Costantinopoli, che gli riconosce la massima autorevolezza in campo religioso, ma si aspetta anche che obbedisca ai suoi editti. Quando morì, quindici anni dopo, nel suo letto, dopo aver scampato a diversi tentativi di farlo fuori, Gregorio era un'autorità anche temporale: ai suoi successori lasciava un'entità che cominciava davvero ad assomigliare a uno Stato Pontificio. Anche se le cose sono un po' più complesse (sono sempre più complesse). 

Gregorio era il suo nome di battesimo, non sentì il bisogno di cambiarlo. Veniva da una famiglia romana abbastanza importante (i Savelli) e interruppe una serie di papi provenienti dall'Impero d'Oriente. È probabile comunque che la sua nomina fosse inizialmente gradita all'imperatore: Gregorio era conosciuto a corte, avendo accompagnato a Costantinopoli il suo predecessore, papa Costantino, che vi si era recato per dirimere definitivamente la questione del Concilio Quinisesto – una specie di coda burocratica degli ultimi due concili ecumenici, appunto il Quinto e il Sesto, che l'imperatore Giustiniano II aveva convocato nel 692 senza darsi troppa pena di invitare qualcuno da Roma o in generale dall'Occidente. Questo aveva portato a scontri anche aspri tra papato e impero, che vent'anni dopo erano tutt'altro che sopiti. Tra le altre cose, nei canoni del Quinisesto si cominciava a sentire una certa diffidenza orientale nei confronti delle immagini, che i romani non capivano: si proibiva ad esempio di raffigurare Gesù come agnello, il che in realtà stimolava gli artisti a rappresentazione più realistiche e meno simboliche, ma a Roma all'agnello di Dio erano affezionati. Nell'occasione, comunque, Gregorio dovette dare sfoggio di doti diplomatiche che dovettero essere apprezzate, dal momento che fu eletto papa già all'indomani della morte di Costantino. Il giorno prima non era nemmeno sacerdote, ma appena un suddiacono. Se però a Bisanzio credevano di avere trovato una pedina manovrabile, il seguito della partita li avrebbe smentiti.

La scacchiera per altro era complessa come può accadere a metà di certe partite convolute. Perlomeno all'inizio Gregorio poteva avere la sensazione di distinguere i Neri dai Bianchi, i barbari (per lo più Longobardi) dai Romani – ma i pezzi erano completamente mescolati, i territori controllati dagli amici sparsi lungo i porti e collegati via terra da sentieri sempre meno controllabili; i nemici, sparsi nei territori interni, apparentemente inarrestabili ma a veder bene bloccati da faide interne che li stavano già dividendo. Gregorio intuiva che la situazione poteva degenerare e che Roma aveva bisogno di nuove mura, o almeno di restaurare le vecchie: non ci riuscì del tutto, ma forse si conquistò la fiducia degli abitanti, che l'avrebbero poi difeso meglio dei mattoni. La prima crisi arrivò nel 718, quando il duca longobardo di Benevento, Romualdo, riuscì a impadronirsi di alcune città bizantine, tra cui la rocca di Cuma. Gregorio di Cuma aveva bisogno; probabilmente rappresentava una proprietà fondiaria che la Curia non si poteva permettere di perdere; ma le autorità bizantine che avrebbero dovuto restituirgliela non erano in grado di aiutarlo granché: la stessa Costantinopoli era assediata dagli arabi: e benché le cronache attestano che Cuma fu riconquistata dal duca bizantino di Napoli, Giovanni, sappiamo anche che Gregorio per riaverla dovette corrispondere 70 libbre d'oro, non a Giovanni, ma ai  Longobardi di Benevento. Può darsi che siano vere entrambe le cose; Gregorio nell'occasione potrebbe aver capito che una vittoria militare non cambia necessariamente i rapporti di forza; che i Longobardi prima o poi sarebbero tornati e che oltre a Cuma valeva la pena di ottenere la loro amicizia.

Di lì a poco in effetti gli amici ufficiali – i bizantini – sarebbero diventati particolarmente esosi. Leone III Isaurico, dopo avere sconfitto gli assedianti arabi a prezzo di innumerevoli sacrifici, aveva infatti deciso che una parte importante di questi sacrifici li avrebbero pagati i sudditi italiani. Ne risultò una rivolta fiscale capeggiata proprio dal papa, il quale nell'occasione inventò un concetto destinato ad avere una grande fortuna: le tasse degli italici avrebbero dovuto servire a finanziare opere e servizi nel territorio italico – oggi lo chiamiamo federalismo fiscale, ed è buffo pensare che sia venuto in mente a un romano. Leone come la prese? In modo abbastanza sportivo, per la media degli imperatori bizantini. Scrisse ai più importanti funzionari – l'esarca di Ravenna, il duca di Roma, e altri – chiedendo se per caso non si trovava un modo di ucciderlo. La congiura fallì miseramente: gli esecutori materiali furono condannati a morte, il duca – che di Roma era il comandante militare – si diede alla fuga. Quando l'esarca, qualche anno più tardi, tentò di inviare a Roma un nuovo duca a destituire Gregorio, la sconfitta bizantina fu ancora più pesante, perché per l'occasione la città fu difesa non solo dai suoi abitanti, ma dagli stessi Longobardi di Spoleto e di altri ducati. Gregorio si era sostanzialmente reso indipendente dai bizantini, forse più di quanto lo desiderasse perché in coscienza continuava a considerare Roma come una parte dell'impero, e Leone come il suo legittimo imperatore. 

Leone dal canto suo però non faceva molto per venirgli incontro, anzi. Nel 726 emise i primi editti iconoclastici, che vietavano il culto delle immagini. Una frattura importante con la cultura cristiana del tempo, che è stata lungamente interpretata: Leone probabilmente intendeva ribadire il primato della sua figura, e magari impadronirsi delle ricchezze dei santuari che avevano prosperato grazie alla popolarità di questa o quell'icona; ma l'iconoclastia veniva anche incontro alla sensibilità dei sudditi arabi ed ebrei che Leone aveva obbligato per legge a convertirsi, se non nel cuore, almeno nelle apparenze. In Italia, di nuovo, la situazione era molto diversa, e l'iconoclastia dette un colpo fatale a un'autorità già molto labile. A Ravenna l'esarca fu linciato; a Roma una seconda congiura ducale contro il papa si risolse con la messa a morte di tutti i congiurati, duca incluso. Nel frattempo alcune città, come Sutri, si devolvevano liberamente ai Longobardi, che da barbari senzadio erano diventati, all'improvviso, i difensori delle immagini sacre. Non è chiaro quanto pesò l'autorità di Gregorio in questa rivolta che contagiò rapidamente tutti i domini bizantini della penisola; di sicuro si oppose con veemenza alle misure iconoclastiche, denunciandole apertamente come eretiche. Ma quando gli insorti cominciarono a parlare di eleggere un nuovo imperatore e di mandarlo in testa a un esercito a Costantinopoli, fece capire che no, non era il caso. Si dice che temesse i Longobardi, ma coi Longobardi Gregorio continuava a discutere, e ormai doveva trovarli più ragionevoli dei Bizantini; tanto che nel 729 riuscì a ottenere da re Liutprando la restituzione di Sutri. 

L'atto è noto come "donazione di Sutri", ed è un momento fondamentale per la storia dello Stato Pontificio, perché Sutri non viene restituita all'impero Romano, ma donata "al patrimonio degli apostoli Pietro e Paolo". Forse per la prima volta veniva messo nero su bianco che un territorio non apparteneva a un imperatore, ma alla Chiesa. Con la sua generosità, Liutprando dimostrava di aver capito quanto fosse utile avere Gregorio dalla sua parte. Era il re della Longobardia settentrionale (maior): il suo obiettivo non era qualche castello nel Lazio, ma il controllo della Langobardia minor: dei ducati centromeridionali, Spoleto e Benevento, fino a quel momento i più fedeli alleati del papa. Il papa da parte sua si trovava a sventare l'ennesima congiura bizantina nei suoi confronti, stavolta ordita dall'eunuco Eutichio che a quanto pare era stato nominato duca di Napoli con la missione prioritaria di farlo fuori. Siccome anche stavolta l'attentato andò a monte, Eutichio provò con la diplomazia, proponendo a Liutprando di puntare su Spoleto e Benevento; l'imperatore, prometteva, avrebbe riconosciuto la sua sovranità su quei territori. In cambio però Liutprando doveva passare da Roma e deporre quel papa riottoso. Liutprando non declinò la proposta: ma invece di scendere subito a Roma, prese la via larga, sottomise Spoleto e Benevento e solo a quel punto si mise in strada verso la città a cui tutte le strade portano. 

In un qualche modo, Gregorio riuscì a salvarsi anche stavolta. Le cronache lo dipingono come un novello Leone Magno, che disarmato affronta un Liutprando/Attila e lo convince con la forza della persuasione cristiana. Se anche in quel caso qualche libbra d'oro cambiò proprietario, non ci è dato saperlo; fatto sta che il re longobardo visitò la tomba degli Apostoli da pellegrino e non da conquistatore, ottenendo in questo modo il riconoscimento della sua autorità regale non solo dall'imperatore ma anche dal papa. Gregorio non era stato spodestato, ma anche il suo rapporto con Costantinopoli sembrava migliorato: addirittura fu lui a inviare un esercito contro un tale Tiberio Petasio che a Monterano si era proclamato imperatore, e a inviare la testa di tale Tiberio Petasio a Costantinopoli. Da quel momento Leone III sospese ufficialmente i tentativi di ucciderlo, e anzi in un qualche modo accettò il fatto che a Roma il potere temporale fosse ormai nelle mani di un papa. Dal canto suo, Gregorio non cedette sul fronte delle icone, anzi si rifiutò di riconoscere la nomina del nuovo patriarca iconoclasta di Costantinopoli, Anastasio. È ricordato anche come il papa che permise l'evangelizzazione dei Frisoni, avendo lui autorizzato la missione (non troppo fortunata) di Bonifacio di Magonza. Morì nel 731, lasciando una città e una Chiesa un po' più sicure di come le aveva trovate. 

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