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martedì 16 giugno 2026

Vannacci, ovvero le stesse sciocchezze che vi prometteva la Meloni, in un pacchettino nuovo


Dopodiché vabbe', parliamo pure di Vannacci. Come se fosse una sorpresa, come se non fosse un fenomeno prevedibile e previsto, come se non l'avessimo visto arrivare felpato come un Leopard1 cingolato in dismissione. 

Vannacci, sento dire, prende punti perché chi lo intervista in TV sbaglia a intervistarlo, beh certo voi sareste più bravi. Vannacci, sento dire, piglia soldi da Putin... boh, perché no, ma saranno i soldi decisivi? Sono tutte reazioni prevedibili e superficiali. Vannacci non è un personaggio (cioè lo è, ma la parte personaggio è la meno interessante), Vannacci è una reazione quasi obbligata di un sistema mediatico-industriale che già un paio d'anni fa cominciava a porsi il problema: come recupereremo al voto i delusi daa Meloni? Perché delusi ce ne saranno, era chiaro a settembre '22. Da questo punto di vista la proposta di Vannacci rivela una sconfortante mancanza di fantasia: si tratta esattamente della stessa robaccia che aa Meloni poteva vendere fino a settembre '22. La "remigrazione" tre anni fa si chiamava ancora "rimpatrio": a chi la venderanno, la stessa sòla di quattro anni fa con un pacchetto nuovo? Agli stessi elettori.  

Il sistema mediatico-industriale di cui sopra possiede organi d'informazione sui quali magari qualcuno scrive ancora che le elezioni si vincono al centro, che è necessario conquistare il centro moderato con proposte centriste e moderate, dando tantissimo spazio all'ultimo progetto di aggregazione centrista e moderato che a differenza di tutti i partitini centristi personali del passato, cambierà davvero lo scenario politico – ok, questo è il pastone industriale che vi servono. Chi due calcoli li sa fare davvero sa benissimo che no, le elezioni non si vincono affatto al centro, ma ai bordi: che i bacini elettorali interessanti non oscillano al centro da un partito all'altro, ma agli estremi: dal partito di riferimento all'astensione. L'elettore daa Meloni non voterà mai centrosinistra, neanche se metti la Picierno nuda sui cubi a promettere di abolire l'ICI sulle seconde case: quando aa Meloni lo delude, smette di votare. A meno che non si trovi un altra proposta un po' più estrema daa Meloni, che non abbia ancora deluso (semplicemente perché non ha ancora governato). Insomma, chi due calcoli li sa fare li ha già fatti e ha già trovato, un paio d'anni fa, il personaggio adatto – o il meno disadatto che è riuscito a recuperare. Ed ecco che dal nulla spunta 'sto tizio con un libro autoprodotto in top ten, cosa che a un gruppo industriale costa molto meno di quanto possa sembrare da fuori. Cosa promette? Le stesse promesse da marinaio daa Meloni, con qualche etichetta nuova, per gli stessi fresconi. 

Ora, non è che io possa escludere a priori che un calcolo del genere possa essere stato fatto all'ombra del Cremlino, e però entia non sunt multiplicanda, nel senso: c'è davvero bisogno di arrivare fino al Cremlino per trovare gruppi di potere che hanno tutto l'interesse a tenere il centrodestra al governo anche per la prossima legislatura? Cerchiamo di non fare l'errore che facevano tanti antiberlusconiani, cioè pensare che Berlusconi si conquistasse le popolarità facendosi intervistare dai suoi giornalisti (Berlusconi ai talk non ci andava quasi mai). Berlusconi, anche lui, prima di essere un personaggio era un progetto politico: la tv la usava per prepararsi al terreno, usando le dirette del pomeriggio per calcare su determinati temi (ad es. la microcriminalità) costruendo un frame che lo inquadrava come necessario salvatore del popolo. Se ora sta succedendo la stessa cosa, se dai talk risulta di nuovo un'invasione di islamisti minacciosi, se improvvisamente a fare notizia è l'emergenza terroristica costituita da un coro di bambini in una scuola che grida "Free Palestine", tutto questo non succede né per caso, né perché Putin stia pagando i direttori del Giornale, di Libero, del Tempo, della Verità. 

Cioè lo sapete benissimo chi paga i direttori del Giornale, di Libero, del Tempo, della Verità. La campagna a Vannacci la stanno facendo loro (e i talk della Mediaset), non Lilli Gruber. Se un indomani troveremo qualche città nella situazione di Belfast, prima di incolpare il Cremlino, cominciamo a guardarci intorno: a notare chi semina il vento e incassa percentuali su ogni tempesta. Non perché il Cremlino non vada espugnato, davvero, se si trovasse un sistema non avrei obiezioni: ma perché è davvero troppo comodo attribuirgli responsabilità che altrimenti dovreste localizzare presso chi vi sta pagando in questo momento – e capisco quanto possa essere lacerante.

Detto questo, a chi sta cercando di dimostrare che a Vannacci non bisogna rispondere nel modo X ma nel modo Y, vorrei ricordare che non stiamo giocando a scacchi, ma al massimo a Monopoli: e i nostri avversari hanno iniziato a giocare con gli alberghi già piazzati nelle caselle migliori. Berlusconi era un genio della comunicazione? Bof, magari qualche buona idea l'aveva, ma soprattutto possedeva i mezzi della diffusione del consenso – e ha passato trent'anni a fare la guerra a chi gliene voleva togliere alcuni. Vannacci è un genio? Ma dai. Vannacci è la dimostrazione che chiunque può fare politica in Italia, se gli Angelucci e i Berlusconi decidono di dargli spazio (e Cairo dopo un po' si allinea). Io se dovessi replicare a chi parla di remigrazione, suggerirei di parlare meno e di recarsi alla buon ora in qualche piantagione di pomodori, perché il dumping salariale non si combatte con le chiacchiere. E poi sì, chi propone di remigrare la manodopera non specializzata ha in mente per i suoi figli un futuro da bracciante, questo dovrebbe essere chiaro. È una risposta che funziona? Sicuramente no. Ma se andasse a reti unificate e in prima pagina sul Tempo, sul Giornale, sul Libero... no, forse non funzionerebbe lo stesso. Anche Vannacci, non è detto che debba funzionare così bene. La gente non è stupida. Non troppo, non tutta, non sempre. 

sabato 13 giugno 2026

Cosa potrei dire su Due spicci


Mi ero segnato di scrivere qualcosa sulla serie di Zerocalcare, che è molto bella, ma quello l'hanno scritto in tanti; per cui mi ero segnato di scrivere qualcosa di critico, o almeno di dialettico, insomma qualcosa che creasse uno spazio di discussione – sapete come funziona qui, no? – ma ecco quel "qualcosa di critico" non so bene in cosa consistesse, non me l'ero segnato: mi ero soltanto segnato di scriverlo, dopodiché ne sono successe tante – Marjane Satrapi, Erri De Luca, Pina Picierno, Vannacci, gli scrutini, e insomma mi sono proprio dimenticato. È quel tipo di cosa che succede sempre in giugno, tante cose da fare tutte assieme, poi per un attimo più nulla, poi di nuovo tante cose, è un mese che ti frega ogni volta: la grandine, i tigli, le cavallette. E faccio strani sogni: ma tanto non me li ricordo. 

Una cosa che non faccio più da quand'ero bambino sono gli incubi. Anche i sogni angosciosi, quelli in cui è successo qualcosa di terribile che per fortuna si dissolve al risveglio – anche quelli, molto rari. Ma è da parecchio che ho notato comunque un problema. C'è una specie di camera di decompressione, tra il sogno e il risveglio, un corridoio angusto in cui devo recuperare le mie generalità, ricordarmi chi è la persona che sta per svegliarsi: e una delle nozioni principali che devo ogni volta riassumere, è che sono vecchio, vecchio: che ho più di cinquant'anni! Nel frattempo il sogno svanisce: è molto raro che me ne ricordi più di qualche frammento. Quel che mi resta quando apro gli occhi, è il senso di vergogna, di panico, che mi dà la scoperta improvvisa che sono un vecchio coi capelli bianchi. E capisco che possa succedere una volta ogni tanto: ma tutte le mattine? Cioè quand'è che il mio inconscio si abituerà alla cosa?

Il mio inconscio, per quel poco che lo conosco, è rimasto in un periodo abbastanza preciso, tra i diciotto e i ventiquattro anni. Non ricordo mai sogni in cui sono più piccolo, né più grande. Mi aggiro per una casa che in linea di massima è quella dei miei: ma non sono più un adolescente, non vado neanche più al liceo. Ho amici e amiche che frequentavo all'università, e quel tipo di desideri e di problemi. Non mi capita mai di sognare case o amici più recenti, per quanto ne abbia avuti. Il mio inconscio si è fermato lì, e da lì vorrebbe ricominciare. Il risveglio lo riporta su una versione della mia vita che non sarebbe interessato a proseguire. Certe scelte, io le ho fatte: lui no; non le condivideva, e non ritiene giusto pagarne le conseguenze. Così ogni volta che mi risveglio da un sogno devo riprendere coscienza degli anni che ho, e ricompierli tutti in una volta. È frustrante, no? Se ogni tanto rileggo qua sopra, non c'è un motivo tanto ricorrente quanto quello del mio invecchiamento personale. Per quanto possa essere un'idea indigesta, il mio io-blog non ha fatto che ripetermela per mesi, anni e decenni: sì che potremmo considerare questa pagina una lunga preparazione, un lento apprendistato alla vecchiaia e alla morte. Inutile, almeno per quel che riguarda il mio io sotterraneo: lui il concetto non lo accetta, non gli interessa, è pronto per andare a Barcellona con una tenda nel baule dell'opel corsa.

Perciò alla fine cosa posso dire. Mi dispiace non aver scritto a caldo qualcosa sull'ultima serie di Zerocalcare che, come le altre sue, mi ha lasciato intontito e soddisfatto. Probabilmente avrei voluto aggiungere qualcosa di controverso sui suoi personaggi, che vanno per la quarantina ma sembrano ancora venticinquenni, e così si comportano – pur calandosi in impicci da adulti. Del resto la fortuna di Zero è cominciata quando è riuscito a cristallizzare sé e i suoi compagni in bozzetti – è il dono e la maledizione di ogni grande fumettista seriale; anche Charlie Brown e Mafalda non potevano invecchiare, non lo prevede il format e non lo avrebbero sopportato i lettori. Zero può giusto alzarsi la fronte, è il massimo che gli è concesso. Chi rileggerà le sue storie tra qualche anno, e le confronterà con quelle delle generazioni precedenti, noterà la mutazione e si porrà il problema: cosa ci è successo, diciamo dagli '80 in poi? Troppa televisione? La fine della civiltà operaia? La crisi del ceto medio? Ecco, mi piacerebbe leggere le risposte che si darà, da un punto di vista che non posso raggiungere. Le mie, di risposte, sono deludenti. A Zero dovrei rimproverare quel che capita a me: di portarmi in giro un ventenne, ovunque vada, che salta fuori nei momenti peggiori e non mi lascia invecchiare in serenità. Esistono sicuramente croci più pesanti, ma questa ci è toccata e di questa dobbiamo parlare, con gli strumenti che abbiamo e la sincerità che ci possiamo permettere. 

domenica 7 giugno 2026

Milano è troppo piccola (per Landolfo e Grossolano)

7 giugno: Beato Landolfo da Vareglate, vescovo di Asti (1070?-1132?)

A Landolfo di Vareglate capitò questa sfortuna, che quando già aveva fatto un lungo pezzo di carriera presso la curia di Milano, e di lui si parlava come un possibile successore dell'arcivescovo Anselmo IV, ecco che scoppiò la prima Crociata, e non solo Anselmo ritenne indispensabile parteciparvi, ma decise di portarsi con sé anche Landolfo. In Terrasanta i milanesi giunsero un po' in ritardo (partirono nel 1100, Gerusalemme era stata presa l'anno precedente), rimediando in compenso una sonora sconfitta in battaglia; lo stesso Anselmo, ferito, sarebbe morto due anni dopo a Costantinopoli. A questo punto Landolfo si ritenne costretto a tornare a Milano, giusto il tempo per constatare che nella Cattedrale si era installato un altro arcivescovo, Grossolano. Era chiamato proprio così, anche se qualche ricopiatore pietoso preferisce tradurre Gresolano. Malgrado il nome, non veniva affatto dalla campagna, anzi era già vescovo di Savona. In quanto tale aveva ricevuto l'ordine di subentrare temporaneamente ad Anselmo finché l'arcivescovo era in guerra; dopodiché appunto Anselmo era morto, e Grossolano aveva dimostrato un certo attaccamento alla cattedra. Landolfo non era del tutto convinto della regolarità della nomina, tanto che ripartì per Roma per chiedere conferma. La sua insoddisfazione è comprensibile, ma bisogna anche dire che rifletteva un malcontento generale: questo vescovo venuto da lontano non piaceva ai milanesi, perlomeno non a tutti; e arrivava tra l'altro in un periodo in cui nella città ribollivano ancora gli umori del movimento patarino. 

Quella dei patarini è una storia lunga e complicata: nell'XI secolo nascono per opporsi alla nomina imperiale di un vescovo inviso al popolo; raccolgono consensi presso i ceti più umili calcando sempre più l'idea di una Chiesa povera, alienata da ogni possesso materiale: afferrano un concetto (la "simonia", il peccato di chi accede a cariche ecclesiastiche corrompendo il clero) e lo estendono a tutta la gerarchia ecclesiastica: i preti che non sono d'accordo con loro sono tutti simoniaci! Vengono per qualche tempo cavalcati dalla Chiesa ufficiale, quel papa Gregorio VII che della lotta alla simonia aveva fatto un manifesto; dopodiché però Gregorio muore, la sua riforma ormai si è consolidata, e di questi propagandisti arrabbiati col mondo c'è sempre meno bisogno, così che qualche vescovo comincia a perseguirli per eresia; ai tempi di Landolfo e Grossolano il movimento stava rientrando, ma non così rapidamente da poter accettare un arcivescovo piovuto da lontano. Così, anche quando Landolfo a Roma aveva ricevuto conferma della nomina di Grossolano, a sfidare l'autorità di quest'ultimo ci pensò uno degli ultimi grandi leader patarini, prete Liprando. Per quando fosse già stato esiliato, scomunicato e mutilato (i nemici dei patarini gli avevano mozzato orecchie e naso), la sua parola in città valeva ancora qualcosa, e nel 1103 la usò per accusare pubblicamente Grossolano di simonia. 

Liprando non aveva le prove, né riteneva necessario raccoglierle (secondo una logica stringente: se Grossolano aveva abbastanza ricchezze per comprarsi una nomina, poteva anche averne per comprarsi i testimoni che lo scagionassero). Il diritto medievale però gli dava un'altra possibilità, che già ai tempi doveva sembrare il retaggio di un passato barbarico: l'ordalia. Il giudizio di Dio. Liprando avrebbe camminato attraverso due cataste di legna di quercia: se non si fosse ustionato, questo era un segno evidente che Dio stava dando ragione a lui e non a Grossolano. Il quale Grossolano ritenne comunque più prudente lasciare la città prima che Liprando entrasse nelle cataste; e non vi sarebbe rientrato mai più. Liprando in effetti sopravvisse alla prova, generando una grande emozione nel popolo accorso a vedere un miracolo, o (male che andasse) un patarino bruciacchiato. Eppure il cronista che riporta la storia (un altro Landolfo, Landolfo Juniore) ammette che sin dall'inizio intorno al miracolo non ci fu consenso: dopotutto Liprando una mano se l'era scottata (ma forse prima di entrare nelle cataste, quindi non contava), e secondo alcuni anche un piede (secondo altri no, gliel'aveva pestato un cavallo). Il successo di Liprando fu relativo, perché papa Pasquale II, dovendo scegliere se appoggiare il fuggitivo Grossolano o i redivivi patarini, scelse il primo. Grossolano restava vescovo di Milano, anche se a Milano non lo facevano entrare. In attesa che qualcosa si muovesse a suo favore, decise di fare un pellegrinaggio, che era il modo più efficace di sembrare impegnato mentre prendeva tempo. Passò a Gerusalemme, e a Costantinopoli partecipò a delle dispute con vescovi greco-ortodossi. Nel frattempo i milanesi nominavano un nuovo vescovo, Giordano, e papa Pasquale decideva di appoggiare quest'ultimo. Grossolano doveva tornare a Savona: ma piuttosto di subire quest'umiliazione, entrò in un monastero a Roma, dove sarebbe morto nel 1117. E Landolfo di Vergiate, nel frattempo? Perché questa all'inizio era la scheda di Landolfo di Vergiate. 

Landolfo non era stato con le mani in mano, anzi. Già prima dell'ordalia di Liprando aveva riconosciuto Grossolano come vescovo legittimo, ed era stato ricompensato da papa Pasquale con la diocesi di Asti. Che è il motivo per cui secondo gli astigiani, Landolfo sarebbe nato nell'oscura località astigiana di Varigliè, e non in quello che oggi è Vergiate (non Vergate), nel varesotto. Asti è senz'altro più piccola di Milano; in compenso il vescovo vi ricopriva anche le responsabilità del governo civile, come feudatario diretto dell'imperatore. E come feudatario diretto, Landolfo trovò il modo di litigare sia con l'imperatore (che assediò Asti nel 1118), sia con un arcivescovo di Milano: che assediò Asti nel 1130. Ebbe insomma una vita piena e avventurosa, ricoprendo responsabilità importanti e compiendo scelte gravide di conseguenze. Tutto questo perché aveva accettato di essere il primo uomo di Asti, piuttosto che il secondo a Milano. Grossolano aveva fatto una scelta diversa, ma alla fine ognuno fa quel che può, nelle circostanze in cui si prova. Mica nasciamo tutti arcivescovi: e di Milano inoltre ce n'è una sola, ringraziando il cielo.


7 giugno: Beata Marie-Thérèse de Soubiran (1834-1889) fondatrice della Società delle Sorelle di Maria Ausiliatrice

Accade per le congregazioni religiose quel che si nota per tante altre opere dell'ingegno umano, che dopo qualche tempo esigono una loro leggenda: in effetti se esistono qualcuno deve averle create, più o meno dal nulla: benché di solito siano il risultato di infiniti dibattiti, lotte e compromessi, tutto questo noioso lavorìo cooperativo deve essere nascosto sotto il tappeto, e sostituito da una bella leggenda di fondazione che faccia risalire il tutto a una grande personalità, geniale, originale. E così passano i secoli, e noi li passiamo a ricordare che Francesco ha inventato i francescani, Domenico i domenicani, Giovanni di Dio i fratelli della misericordia, e così via. Ma è anche un po' vero il contrario: nel senso che Francesco è una figura leggendaria che i francescani hanno definito e modificato a seconda delle loro esigenze, così come i domenicani hanno definito il loro Domenico, eccetera. Molto spesso, volendo risalire davvero al fondatore storico, si notano le cancellature e le correzioni degli agiografi. Con l'età moderna queste correzioni sono diventate un po' più difficili, ma non impossibili. 

Ad esempio nel 1890 il piccolo ordine delle Sorelle di Maria Ausiliatrice viene sconquassato da uno scandalo che è difficile ricostruire – nessuno ci tiene a dire cattiverie sulle Sorelle di Maria – fatto sta che la madre superiora, Marie-François Richer, si dimette dal ruolo che aveva assunto più di quindici anni prima, fuoriuscendo dall'ordine. Le sorelle, che non sopportavano più le "stravaganze" non meglio definite di Marie-François, non devono semplicemente eleggere una nuova madre superiora, ma riscrivere la loro storia. Se Marie-François non è più l'eroina che le ha salvate dalla bancarotta, chi ha fondato davvero il loro ordine? La nuova superiora ha l'idea di riabilitare chi in quella bancarotta forse le aveva proiettate, ovvero Marie-Thérèse de Soubiran. La proposta ha più di un senso: Marie-Thérèse era stata davvero la prima superiora delle sorelle (quando non aveva ancora vent'anni), nonché la nipote di chi l'ordine l'aveva realmente ispirato, il canonico Louis de Soubiran. Certo, ai tempi in cui rivestiva quel ruolo la sua instabilità caratteriale poteva avere creato problemi e imbarazzi (come Francesco e Giovanni di Dio, Marie-Thérèse sembrava soggetta a cicliche crisi depressive). Ma nel 1890 questo aspetto non impensieriva più le ex consorelle. Marie-Thérèse era infatti morta l'anno precedente, e in quanto tale, diventava una figura molto più malleabile. 

Certo, bisognava riscrivere quella parte della storia che attribuiva a Marie-Thérèse una gestione dissennata, misurabile in un debito societario di più di un milione e mezzo di franchi: si comincia perciò a mettere per iscritto l'idea che il dissesto finanziario fosse stato causato da Marie-François, che già qualche anno prima di subentrare alla superiora nel 1873 aveva iniziato a tenere i conti della società: sarebbe stata lei a costringere l'ingenua fondatrice a firmare qualche contratto di troppo. Come andarono veramente le cose non lo sapremo mai: e però Marie-François, dopo aver ottenuto l'allontanamento di Marie-Thérèse – che era arrivata alla Società già trentanovenne, per interessamento dei Gesuiti – era riuscita a rimettere in sesto la Società e a governarla per più di quindici anni. Dopodiché se n'era andata, sbattendo la porta, ed è cosa nota in tutte le società, non solo religiose: quando qualcuno se ne va, tutte le colpe improvvisamente ricadono su di lui; così nel 1890 Marie-François si attirò le stesse critiche che nel 1873 aveva fatto convergere su Marie-Thérèse. 


sabato 6 giugno 2026

Erri De Luca: Bagatelle per un genocidio

In questi giorni ci siamo messi tutti a parlare un po' di Erri De Luca. E questo è interessante. Non capita così spesso che uno scrittore italiano stimoli un dibattito tanto partecipato. Allo stesso tempo, è un po' deprimente: perché questo dibattito non riguarda le opere letterarie di De Luca, ma un'intervistina al Foglio dove fa professione pubblica di sionismo, e le conseguenti reazioni di chi un certo tipo di retorica sionista non la può proprio più accettare. 

Ora, non c'è bisogno di essere più maliziosi del necessario. Io non voglio accusare Erri De Luca di aver voluto approfittare del genocidio palestinese per attirare su di sé quel po' di attenzione che i suoi libri non ottengono. Non credo che l'abbia fatto consapevolmente: non è da lui, né in generale non è l'atteggiamento tipico della sua generazione, che nei guai si cacciava più per istinto che per riflessione (le riflessioni, sempre molto sentite e sofferte, arrivavano in seguito). E però bisogna giudicare i risultati, non le intenzioni. Erri De Luca può vantare un umiliante primato: è forse l'unico scrittore la cui scarsa rilevanza fu attestata da una corte penale; la quale dieci anni fa attestò che, malgrado De Luca avesse incitato al sabotaggio di un cantiere ferroviario, chi aveva effettivamente sabotato il cantiere non poteva essere stato sensibilmente influenzato da De Luca. Io a quel punto fossi stato in lui non so che avrei fatto: non so se avrei gandhianamente protestato contro una sentenza lesiva della mia reputazione, perché per uno scrittore impegnato l'irrilevanza è quasi peggio della galera. Però, appunto: è quasi peggio, così forse avrei festeggiato come lui. 

Ma non stiamo parlando di me, che sono perfino meno interessante. Stiamo parlando di Erri De Luca. Giulio Mozzi ad esempio si domanda: ma perché se la prendono così tanto, visto che il suo sionismo è un fatto noto da sempre? Ecco, appunto, non è che ce la prendiamo. È perfino possibile che la nozione del sionismo di Erri De Luca sussistesse in un angolino della nostra memoria, ma la cosa in sé non faceva notizia; di sionisti in Italia ce n'è tanti, e finché non sabotano manifestazioni o sparano ai manifestanti, non danno davvero fastidio a nessuno. Cosa potrebbe anche averlo un po' tormentato – voglio dire, esiste un intellettuale se non dà più fastidio a nessuno? 


È solo nel momento in cui ha fiutato un'opportunità, ha intuito che si era creato uno spazio interessante, un cono di luce per uno scrittore che avesse il coraggio, diciamo pure la faccia tosta di definirsi sionista nel 2026 – è in quel momento che il suo sionismo è apparso a molti insopportabile. Anche perché c'è una certa differenza a definirsi sionisti prima e dopo un genocidio: c'è chi in questa situazione ha preso dolorosamente le distanze dal sionismo: io stesso, nel mio piccolissimo, non avevo difficoltà a riconoscere un senso storico al sionismo fino a qualche anno fa: è stato il genocidio a dimostrarne il fallimento, e non lo dico solo io: lo dicono anche persone che nel sionismo ci sono cresciute.

Quel che è seguito alla pubblicazione dell'intervista è una fiera dell'ipocrisia alla quale un intellettuale non dovrebbe prestarsi. Nel momento in cui per la prima volta molti italiani sentivano parlare dello scrittore Erri De Luca, abbiamo sentito dire che Erri De Luca veniva censurato – lo abbiamo sentito da gente che mai fino a quel momento ne aveva pronunciato il nome! E siccome il sionismo, malgrado goda ancora di una certa affettuosa copertura sui quotidiani, è diventata un'ideologia francamente impresentabile nelle strade e nelle piazze, un festival letterario ha chiesto a Erri De Luca di non tenere il discorso augurale. Immagino che altri scrittori, al suo posto, si sarebbero resi conto che un conto è professare un'opinione impopolare: un altro è imporla a un intero festival, col rischio che altri scrittori si dissocino, e un po' di pubblico decida di non venire, o di venire soltanto per fischiare la vedette. Un altro scrittore se ne sarebbe reso conto, e avrebbe responsabilmente accettato uno spostamento di calendario – magari un nome più piccolo sul cartellone. Erri De Luca no: anzi, ha colto l'occasione di dichiarare che era il festival a "escludersi da lui". Ne hanno parlato tutti i giornali, e di nuovo su tutti i giornali abbiamo letto che Erri De Luca veniva censurato. Qualche libreria nel frattempo ha messo i suoi libri in vetrina, perché il risultato di questa censura è che si è parlato più di Erri De Luca nelle ultime due settimane che in vent'anni di carriera. Nessuno gli ha impedito di rilasciare dichiarazioni, nessuno ha sequestrato i suoi volumi, nessuno gli ha bloccato i conti in banca, come pochi giorni fa è successo di nuovo a Francesca Albanese. Giusto per ricordare cosa succede quando qualcuno ha veramente idee un po' scomode. 


Tutta questa attenzione, almeno l'avesse attirata scrivendo qualcosa di intelligente, qualcosa che facesse onore alla sua fama di letterato e biblista autodidatta eccetera eccetera: purtroppo no. De Luca, abbiamo detto, ha intuito che c'era uno spazio d'azione, un'idea condivisa che reclamava un intellettuale che la nobilitasse. Questa idea la potremmo chiamare: sionismo dal volto umano. Si tratta di concedere che quello che è successo a Gaza (ma anche in Libano, e in Cisgiordania, e in Iran) sia stato un disastro, e però... questo disastro non dimostra l'inevitabile esito di un'ideologia nazionalista, no. L'ideologia nazionalista va assolutamente bene. Il problema sono i criminali che, non si sa bene come, si sono trovati al comando: i Netanyahu, gli Smotrich, i Ben Gvir, insomma i tristi figuri a cui il sionismo ha delegato il lavoro sporco. Tra un po' ci saranno le elezioni (ragionano i sionisti-umani), e quei criminali se ne andranno: magari anche in galera, perché no? Tanto quel che dovevano massacrare, lo hanno massacrato. Al suo posto sorgerà un Israele onesto e verginale, che riparerà i torti subiti – come dubitarne? Si tratta semplicemente di portare pazienza, tirare il fiato, e ridimensionare il disastro. Per cui ci si attacca alle definizioni, con la testardaggine di certi molluschi: è un massacro, è orribile, catastrofico, ma... vietato chiamarlo genocidio. Non perché non lo sembri, non perché non lo sia. Ma perché bisogna distinguersi da chi critica il sionismo tout court, bisogna mantenere alto l'allarme antisemitismo: tutto qui. Ecco perché un bel po' di opinionisti in Italia continuano a definirsi infastiditi dall'etichetta "genocidio". 

A Erri De Luca però tocca trovare un'altra spiegazione; il suo ruolo di intellettuale-vedette alla fine consiste in questo. Altri si manterrebbero sul vago, ma a lui il coraggio non è mai mancato – e una certa impudenza, forse. Dunque dopo essersi improvvisato biblista, eccolo di ritorno da un convegno in Israele trasformato al volo in un esperto di diritto penale internazionale, in grado di spiegarci in poche righe perché certi massacri sembrano genocidi e non lo sono. Ad esempio: non è genocidio se prima la popolazione viene spostata. Sul serio, ha scritto questo. 

Se si muovono non è genocidio

Ora provate a pensare ad altri genocidi – no, non a quel genocidio lì, l'IHRA definition vi proibisce anche solo di pensarci – ma ad esempio... il genocidio armeno: immaginate che i Giovani Turchi in quel periodo invitino Erri De Luca a un convegno, e dopo un bel buffet con quei dolci che ti cariano i denti anche solo a guardarli, gli chiedano, ebbene Effendi De Luca, che ne pensa: abbiamo genocidiato gli armeni? Effendi De Luca dovrebbe dire di no: e non per la gratitudine di aver pranzato come un pascià – cosa state a pensare – ma proprio perché il genocidio armeno storicamente è il risultato di una serie di convulsi spostamenti di una popolazione che dopo un po', a furia di essere spostata e non nutrita, scomparve. Ma scomparve mentre veniva spostata, e quindi per Erri De Luca non sarebbe genocidio. 

Bene, ora immaginate Amon Goetz che durante lo smantellamento del ghetto di Cracovia – quindi a quel punto certi ebrei erano già stati spostati due volte, invitasse Herr De Luca... no, scusate, la legge contro l'antisemitismo vi proibisce di immaginare questa situazione. Holocaust Inversion! Non pensatela, ripeto: non pensatela. 

Pensate piuttosto a come ci si può ridurre in Italia, quando si campa vendendo libri, i libri si vendono attirando l'attenzione, l'attenzione la ottieni mettendoti tra il pubblico e un massacro. Del resto ognuno fa quel che può con quel che riesce, nel tempo che gli è concesso di vivere: a Erri De Luca è capitata questa congiuntura e può darsi che sarà l'unica cosa che gli sopravvivrà, in qualche eventuale edizione futura del Dizionario Biografico degli Italiani: scrittore a cavallo tra XX e XXI secolo, tentò di giustificare il sionismo durante il genocidio palestinese.

venerdì 5 giugno 2026

Tutto quello che ho capito dell'Iran

Credo sia ingeneroso affermare che tutto quello ho capito dell'Iran, me l'ha insegnato Marjane Satrapi. Lei stessa, se fosse viva e presente (e so di scrivere una sciocchezza, ma è una persona che non ho smesso di sentire viva e presente), lei stessa mi potrebbe obiettare: ma guarda che dell'Iran, tu, hai capito pochissimo: e comunque io – che meritavo allievi più attenti – non sono l'Iran, non ho mai preteso di esserlo; al massimo sono una persona che è cresciuta negli anni della rivoluzione e della guerra ed è scappata e sopravvissuta per raccontare la sua piccola storia; dopodiché ho fatto tanto altro... ma tu continui soltanto a rileggere Persepolis, a guardare Persepolis; sei uno dei tanti che non riesce ad accettare che sono cresciuta, forse perché non sei cresciuto tu. Tutto giusto, tutto vero, e mi vergogno: mi dispiace non averla seguita dopo Persepolis, è un grosso problema che ho con gli artisti che sopravvivono ai loro capolavori, tenga conto che per vent'anni non ho voluto accettare che Paul McCartney avesse inciso dischi dopo il 1969. Mi dispiace non aver studiato qualcosa in più su una nazione che è sempre più importante – certi capolavori sono come dei segnaposti, leggi Kundera e sei a posto con la Cecoslovacchia, leggi Persepolis ed è così facile, l'Iran raccontato con dei disegnini gradevoli, che bisogno c'è di approfondire. E allo stesso tempo, Madame che posso dirle: qualche mese fa, a guardare tv e leggere giornali, sembrava che il futuro della Persia fosse un tizio di cognome Pahlavi. Ci cascava anche gente molto informata, anzi più si informavano più ci cascavano. Io invece pensavo a lei, ai suoi disegnini apparentemente ingenui, e non ci potevo cascare. Avrò anche capito poco, ma l'ho capito bene. 

Proprio perché non ha mai preteso di raccontare una storia che non fosse la sua; ma raccontandola nel modo più impietoso, più sincero possibile. Persepolis non è l'Iran: è una Teheran che all'inizio si dà ancora arie di capitale cosmopolita. La piccola Marjane è figlia di borghesi intellettuali, e nipote di principi comunisti. I pasdaran non nascono nella notte della ragione: sono operai e contadini che si riprendono la capitale. In una delle scene più illuminanti del film, una signora si accorge che il funzionario che potrebbe concedere un visto al marito cardiopatico, il funzionario che ha il potere di vita e di morte su suo marito, è il suo vecchio lavavetri. Quel che è successo nell'Afganistan dei talebani – ma anche nella Turchia di Erdogan: ci piace continuare a guardare il mondo con le lenti che selezionano gli aspetti religiosi, ma dietro alle vittorie dell'integralismo islamico c'è una mera questione demografica: a volte le campagne pesano più delle grandi città, e questo in Occidente non riusciamo a capirlo. Né Marjane Satrapi voleva più di tanto spiegarcelo: lei si contentava di raccontare la sua storia, e a volte basta questo: una storia raccontata con sincerità, tracciando con attenzione le coordinate storiche, economiche e sociali. Probabilmente agli artisti dovremmo chiedere soltanto questo. Non proclami, nemmeno prese di posizione (quelle dobbiamo  prenderle noi), ma storie sincere. Precise, impietose. Certo, tanta sincerità non è per tutti. Può anche ucciderti – non so se sia stato il suo caso, ma già Persepolis lasciava sospettare una insidiosa fragilità. Quella corazza di bugie, mezze verità e silenzi che noi mediocri lasciamo crescere sulle nostre depressioni e le nostre manie, Marjane Satrapi non se la poteva permettere: aveva messo la sua vita in quei disegnini, e non riusciva più ad averla indietro. Non so più che dire, di solito un coccodrillo serve a sentirsi meglio. Ma non credo che sia giusto sentirsi meglio. Marjane Satrapi è morta, mi ha dato tantissimo, e io non le restituirò mai niente. Credo sia giusto sentirsi di merda. 

lunedì 25 maggio 2026

Il bug di Beda

25 maggio: San Beda il Venerabile (673-735)

Il monaco Beda, che nella sua vita non lunghissima ha composto manuali di grammatica, retorica, aritmetica, geografia, cronologia, astronomia, meteorologia, scienze naturali, poesia, storia, esegesi, morale, teologia... di sé stesso ha scritto pochissimo, ma quel poco brilla a più di un millennio di distanza. All'età di sette anni i miei genitori mi affidarono alla cura del reverendissimo abate Benedetto, e in seguito a Ceolfrid, perché mi istruissero. Da quel momento ho passato tutta la mia vita all'interno del suddetto monastero, dedicando tutte le mie fatiche allo studio delle Scritture, e fra l'osservanza della disciplina monastica e del compito quotidiano di cantare in Chiesa, è sempre stato per me piacevole imparare, insegnare o scrivere. Come riesce bene, il Venerabile, a scolpire in poche righe l'autoritratto di un intellettuale che ha la fortuna di trarre piacere da tutto quello che fa, e Beda, nel suo monastero nell'Anglia settentrionale, ha veramente fatto tanto. Tra le varie conoscenze che ci ha tramandato, quella che ci capita di usare tutti i giorni è il computo degli anni a partire dalla nascita di Cristo. Un secolo prima, a Roma, Dionigi il Piccolo aveva stabilito che Gesù doveva essere nato nel settecentocinquantatreesimo anno dalla fondazione di Roma; Beda, nella sua Storia ecclestiastica delle genti inglesi, volendo aggiornare i cicli pasquali che aveva trovato in un'opera di Cirillo di Alessandria, e rifiutando di contare come Cirillo gli anni a partire dall'empio imperatore Diocleziano, decise di prendere come riferimento la data di Dionigi, e indicare gli anni Ab Incarnatione Domini (quindi dall'Annunciazione, non dal Natale). Nessuno prima di lui lo aveva fatto: da lui in poi non abbiamo più smesso. Nel frattempo abbiamo capito che probabilmente Dionigi si sbagliava, e che Gesù potrebbe essere nato qualche anno prima: ma non è un grande problema. Il guaio vero è un altro, chi ha studiato astronomia e fisica già sa. 

James Doyle Penrose

Il guaio è che Beda, in quell'occasione, partì dall'anno Uno. E che c'è di male (direte voi): non è un ottimo anno da cui cominciare? Chi, dovendo iniziare un elenco, una lista, una cronaca, non partirebbe dall'Uno? Già. Ma così facendo Beda – che resta Venerabile per centinaia di altri motivi – ci ha pur sempre creato un problema. Può sembrare un rilievo ingeneroso: Beda era uno degli intellettuali più importanti del suo secolo, ed era anche un buon divulgatore della scienza aritmetica: tra le sue opere più lette nel medioevo c'era un trattato sull'arte di risolvere le operazioni con le dita. Ma di qui a scoprire lo zero ce ne voleva, se si pensa che il concetto arrivò in Europa più o meno con Fibonacci verso il 1200. Oggi ci sembra intuitivo, ma per Beda non lo era; e quindi succede questa cosa che, l'anno Uno dall'Incarnazione (25 marzo) sia l'anno in cui Gesù compirebbe un anno (il 25 dicembre). Bene. Dunque Gesù in che anno sarebbe nato? Questo Beda non lo dice; ma chi dopo di lui ha voluto iniziare a contare gli anni a ritroso, non ha pensato di segnare un anno Zero. Per cui succede questa cosa buffa, che Gesù Cristo sarebbe nato nell'primo anno Avanti Sé Stesso. Non è un miracolo, è quel che succede a contare le cose se non hai ancora il concetto di zero. Una settimana dopo cominciano gli anni dopo Cristo, il che significa che al momento della circoncisione (primo gennaio dell'1 dC), quando Gesù aveva otto giorni, viveva già un anno dopo Sé Stesso. Si tratta di paradossi solo teorici – probabilmente anche Beda sospettava che Gesù avrebbe potuto nascere un po' prima o un po' dopo, la precisione assoluta non è per gli storici (gli astronomi, che ne hanno più bisogno, hanno introdotto l'anno Zero nel Settecento, per cui per loro l'1 aC è 0, il 2aC è il -1, e così via). 

Strafalcione del Corriere della Sera, subdolamente fotografato 
prima che lo cancellassero il mattino del 4 gennaio 2018 dC (sec. XXI).

I veri problemi cominciano coi secoli: Gesù, in effetti oltre a essere nato negli ultimi giorni del primo Secolo prima di Sé Stesso, è anche vissuto nel primo secolo dopo di Sé Stesso. Si tratta del bug che affligge da sempre gli studenti di Storia, per cui quando contano i secoli con gli ordinali (ad esempio Beda è vissuto tra VII e VIII) devono ricordarsi di sottrarre cento numeri cardinali (infatti è nato a cavallo tra 600 e 700). Si potrebbe risolvere introducendo il concetto di Secolo Zero, ma poi non riusciremmo più a leggere correttamente tutti i libri che abbiamo scritto fin qui (e aggiungi il piccolo dettaglio che non abbiamo mai inventato un numero romano per indicare lo 0). È lo stesso bug per cui teoricamente i secoli finiscono il 31 dicembre dello '00, e non del '99. È un millenium bug che ci teniamo dai tempi di Beda, il quale probabilmente se sapesse quanti fastidi ci ha dato ne sarebbe costernato: per lui le cose dovevano essere il più possibile chiare e praticabili. 

martedì 19 maggio 2026

Il razzismo perde sempre (domenica, a Modena)


Il luogo dove Salim El Koudri ha investito le sue vittime è familiare non solo a qualsiasi modenese, ma credo a chiunque in città passi anche solo due o tre volte in una vita: in quel punto, nel Medioevo, la via Emilia usciva dalla città, sboccando appena fuori dalle mura in un grande spazio che oggi è un piazzale bello e complicato – aiuole, fontane monumentali, semafori, fermate dell'autobus, il teatro Storchi, e sul limite orientale cominciano già i condomini del dopoguerra – è un luogo meraviglioso, in realtà: è tutta Modena in una piazza sola, ma non ce la godiamo: abbiamo sempre fretta di andare da qualche parte a fare qualche cosa. La psicosi ha spinto El Koudri come un tonno verso la trappola: si è ritrovato all'improvviso nel punto in cui il piazzale si restringe bruscamente, diventa un Largo e poi una via pedonale. 

Quello che è successo è stato paragonato ad altri episodi, più o meno simili. Io non posso fare a meno di ricordare un'altra tragedia più cruenta, avvenuta nella mia città (Carpi, in provincia di Modena) sembra ieri ma sono già passati 15 anni. Un'anziana signora che aveva i permessi speciali per condurre l'auto nella piazza centrale – una piazza enorme – perse i controlli e uccise tre persone, una la conoscevo. Fu assurdo e terribile, tra l'altro in un giorno di festa: eppure nessuno perse tempo su internet per riversare odio su quella signora. Internet, garantisco, era più o meno la fogna che è oggi. Il motivo per cui nessun politico di livello nazionale si scomodò (e dire che c'erano dei morti), il motivo per cui nessuno promise inasprimenti delle pene e remigrazioni, è molto semplice: quella signora aveva un nome e cognome italiano. Tutto qui, non è nemmeno una questione di cittadinanza, perché Salim El Koudri è assolutamente italiano, nato in Italia da genitori italiani: una cosa che molti fanno fatica ad accettare, eppure controllate sulla Costituzione: è proprio così. 

Modena Today

Il motivo per cui a Carpi nel 2011 nessuno pensò al terrorismo, e a Modena nel 2026 alcuni hanno iniziato a parlarne quando le ambulanze non erano ancora arrivate in ospedale, ha a che fare semplicemente con un nome e un cognome arabo, e forse con un colore di pelle appena un po' più scuro della media modenese. Razzismo, puro e semplice: irradiato, nutrito e alfabetizzato da mandanti politici, alla luce del sole – magari dietro di loro c'è pure qualcuno che lavora nell'ombra, ma quel che riusciamo a vedere alla luce del sole è abbastanza chiaro, io mi accontento. Ho tutte le prove che mi servono per affermare che Matteo Salvini è un razzista (e un fallito); Giorgia Meloni è una razzista (e sta per fallire), Vannacci è un razzista (e fallirà). I giornali di Angelucci vendono, seminano e raccolgono razzismo: ma vendono poco, perché è scarso anche Angelucci. Molti commentatori razzisti, che in questi giorni vi hanno fatto incazzare in calce alle notizie, semplicemente non esistono: sono più o meno gli stessi bot che dovevano far vincere alla Meloni un referendum, e non ci sono riusciti. Gli italiani non saranno proprio tutti brava gente, ma somigliano più alla piazza Grande di domenica pomeriggio che ai commenti puzzolenti in coda al Resto del Carlino. Il razzismo sembra spesso invincibile, ma controllate su qualsiasi libro: alla fine perde sempre, è programmato per perdere (ce l'ha nel sangue...) Certo, occorrerà un'attenzione maggiore di quella che abbiamo avuto fin qui. Nei prossimi anni abbiamo una finestra di opportunità: la destra ha promesso tutto quel che poteva promettere e ha deluso tutti quelli che poteva deludere. È il momento non soltanto di vincere, ma di emarginare definitivamente una frangia che è minoritaria nel Paese, i cui successi dipendono sostanzialmente dall'accanimento di alcuni finanziatori, editori e comunicatori. Non chiedo leggi speciali, le leggi esistono già: promuovere l'odio razziale è già un crimine, che si può misurare in disagio sociale, in diffidenza, in morti e feriti: traiamone le conseguenze, i mandanti sono alla luce del sole. Andiamoli a prendere e facciamo in modo che non possano più inquinare i pozzi, non possiamo permettercelo. Schizofrenici ne avremo sempre (ma dobbiamo cercare di curarli); auto che non frenano automaticamente davanti a un ostacolo ne troveremo sempre meno; per quale motivo dovremmo continuare a tollerare invece il razzismo? Troppa gente comincia a ritenerlo un'opinione come un'altra, magari garantita dalla Costituzione – ecco, appunto no: tutto il contrario. 

Per quanto ci venga naturale associare luoghi e ricordi, vi sono certi spazi di transito così frequentati che i ricordi dopo un po' sono troppi, e si annullano tra loro (è uno dei motivi per cui bisognerebbe cambiare città, a un certo punto della vita). Francesco Guccini, che a Modena ci restò poco, in quell'unica canzone confessa candidamente di avere associato a molti angoli del centro i suoi sogni erotici. Ecco, appunto, bisognerebbe lasciare una città quando contiene quel tipo di ricordi; altrimenti poi succede questa cosa imbarazzante per cui il luogo in cui hai baciato una ragazza diventa lo stesso luogo in cui correvi di fretta per andare a lezione di guida, nonché lo stesso luogo in cui hai ricevuto una notizia di lavoro importante, nonché lo stesso luogo dove è avvenuto un fatto tragico di rilevanza nazionale. Un altro ricordo che non vorrei sbiadisse è uno dei tanti cortei che si fermò proprio lì, meno di un paio di anni fa, ed era una mobilitazione per la Palestina. Ecco, un altro motivo per cui un cognome arabo fa immediatamente pensare a un attentato, è che in un certo senso tutti ce lo aspettiamo. Sono quasi tre anni che a Modena vengono organizzati cortei e presidi. Una mobilitazione che non è importantissima per numero, ma è interessante per composizione: non è la prima volta che musulmani e autoctoni marciano assieme, ma non erano mai stati così sparsi, e insieme così compatti, al punto che ormai non riesci a separarli. Hanno le stesse bandiere, gli stessi slogan, e non si trova il modo per incriminarli: non fanno niente di male, a parte questa pretesa fastidiosa di denunciare un genocidio. Ora, non mi metterò a far la morale ai giornalisti: è chiaro che uno schizofrenico che investe sei persone fa più rumore di centinaia di musulmani che da tre anni protestano pacificamente. Vorrei solo cercare di spiegare perché di uno stragista col cognome arabo, Salvini Meloni Angelucci e Vannacci a questo punto avessero un disperato bisogno. È una cosa da tenere conto: quella è gente che quando capisce che sta per perdere, le prova tutte. Teniamone conto, prepariamoci. A presto. 

mercoledì 6 maggio 2026

Prima di abbaiare (ancora) a Galli della Loggia


Ma certo che ora potrei scrivere l'ennesimo pippone su Ernesto Galli della Loggia che qualcuno potrebbe trovare divertente, ma...

non è che sto personalizzando un po' troppo?

Me la prendo con gli individui, invece che coi problemi. Mi attacco a Fiano, e poi me la prendo con Battista, e poi con GdL... ma è proprio indispensabile? Come se poi ci fosse qualcosa di originale in loro, come se non fossero meri segnaposti, Large Language Model bloccati nella fase artigianale, quella in cui si prendevano giovani cervelli standard, li si nutriva con quel migliaio di pagine imprescindibili dopodiché potevano andare avanti come giocattoli a molla per trent'anni a scrivere sempre gli stessi pezzi: sì, compreso l'ultimo uscito sui pacifisti neghittosi e pavidi, che per quanto possa suonare sinistramente attuale nel momento in cui Trump forse ritira un po' di truppe Nato, è una cosa che GdL scrive periodicamente dagli anni Ottanta. E il giorno in cui GdL ci lascerà, perché il difetto congenito di questi Language Model artigianali è l'obsolescenza programmata del corpo umano, cambierà forse qualcosa? Qualcun altro ne prenderà il posto, magari con due o tre ritornelli diversi e una firma nuova... dunque perché fissarsi sull'unica cosa (la firma) che è destinata a cambiare? Gli individui non sono che puntini su una parabola: non sarebbe più interessante individuare la funzione che la descrive, nelle sue variabili sociali, economiche, esistenziali? Sì. 


Sarebbe più interessante, ma forse un filo meno divertente, e poi io non sono un sociologo: vengo da un altro dipartimento, sono abituato a studiare testi e identificare questo fenomeno forse secondario che sono gli Autori. Inoltre scrivo su un blog, e qui forse tocca spiegare, perché i blog sono morti e stramorti: ma in quel breve momento in cui ancora non lo erano, costituivano una specie di camera di compensazione per quelle povere persone che in Italia leggevano i giornali, passando quotidianamente da cosacazzo in cosacazzo. Avremmo voluto leggere cose interessanti, e invece in prima pagina c'era il temino di Panebianco. Avremmo voluto un po' di stimoli, e ci ritrovavamo il temino di Sartori. Cercavamo qualcosa di un po' dissonante, e invece trovavamo Ferrara coi suoi assoli di trombone. E così via, e via e via. Non sono nemmeno cambiati, e dire che sembravano già vecchi allora. Gente mediamente poco interessante, poco informata, molto orgogliosa delle proprie idee ricevute e soprattutto di sé, ma perché? Oggi – per fare un esempio – se Veltroni incontra un elettrodomestico e finge di intervistarlo, dai social parte una selva di pernacchie che in pochi minuti ci riconcilia con l'umanità, e perfino con Veltroni. Sul serio, vien quasi da difenderlo, povero vecchio che scambia uno specchio per l'interlocutore – del resto chi, se non Veltroni, potrebbe riconoscersi in un risponditore automatico. Probabilmente dice ancora grazie alla segreteria telefonica, e rimprovera il roomba perché non pulisce bene gli angoli. Ebbene una volta non era così: i giornali comparivano nelle edicole e sulle rassegne stampa, monolitici e sicuri della propria autorevolezza, e non c'era modo di insultarli, di farsi una ragione della loro trombonaggine, tranne annoiare i colleghi alla macchinetta. Io è da vent'anni che non annoio più un collega alla macchinetta, insomma i blog a qualcosa sono serviti. Certo, a questo punto si potrebbe anche tirare una somma e affermare che

                                                                abbiamo perso, ragazzi. 

Vent'anni che abbaio a Galli della Loggia, e nel frattempo Galli della Loggia si è ritrovato capo della commissione che ha redatto le Indicazioni Nazionali per l'insegnamento della Storia nei licei, a proposito sapete cosa faccio io tra un'abbaiata e l'altra, per vivere? Insegno, tra le altre cose, Storia nei licei.   

Ironico, no? Quel tipo di verità un po' scomoda che un LLM o un altro servo sciocco non ti dirà mai. Ho perso il mio tempo ad abbaiare alla luna? Avrei dovuto dedicarmi a qualcosa di più costruttivo? Indubbiamente, ma invece è andata così. Anch'io alla fine non sono che un puntino in una funzione più complessa, c'è un limite alle posizioni in cui avreste potuto trovarmi. Ero programmato per stroncare inutilmente gente come GdL, e così come senza alcun merito GdL occupa una ribalta nazionale, così nessuna colpa mi si può imputare se continuo a lampeggiare come l'allarme che rappresento: ATTENZIONE, TROMBONI. La responsabilità sarà di chi l'allarme poteva vederlo e l'ha ignorato. Dovrei smetterla? No, e perché mai. Tanto più che forse l'ora sta per scoccare, c'è un certo nervosismo nell'aria, i Tartari potrebbero arrivare da un momento all'altro, insomma no. Neanche se fossi in grado di smettere, non lo farei proprio adesso. Quindi eccomi qui: ora scriverò l'ennesimo pippone su Ernesto Galli della Loggia.

Anzi no, ormai il pezzo è finito.

Facciamo un'altra volta.

Gallidellaloggeide:

2025: "Se dalla facciata ci spostiamo un po' verso l'interno, notiamo come Valditara sia guidato, nella sua opera (contro)riformatrice, da un principio fondamentale: la centralità di Ernesto Galli Della Loggia, non in quanto pedagogo (non lo è), ma in quanto essere umano perfetto. Questa perfezione – che ritroviamo sottesa nell'incessante produzione saggistica dello stesso Ernesto Galli Della Loggia – non lo configura tanto come fine ultimo della Storia e/o della dialettica, alla Hegel insomma, quanto come obiettivo ideale a cui tendere, oserei dire idea platonica di italiano, formatosi a una scuola che non esiste più a causa dei malvagi sessantottini, finalmente sgominati. Se Galli Della Loggia è perfetto, il sistema scolastico che lo ha prodotto non può che essere il migliore di tutti i tempi; mentre le riforme che lo hanno modificato, impedendoci di assistere alla gemmazione di ulteriori Ernesti Galli Della Loggia, nient'altro che perniciose degenerazioni da abolire..."

2024: "Gli ultimi articoli che Ernesto Galli della Loggia sta mandando al Corriere, sulla scuola italiana e in particolare sulla questione dell'inclusione, sono davvero una fotografia spietata di uno dei principali problemi del sistema educativo nazionale. 

Ovvero Ernesto Galli della Loggia. 

È un grosso problema. 

Che un personaggio così continui a scrivere pezzi su realtà che non conosce, inanellando strafalcioni; che il Corriere gliene pubblichi; che i lettori ne parlino come se si trattasse di cosa seria, ecco questo è un enorme problema culturale di cui non ci preoccupiamo abbastanza.."

2024: "Proprio così, spudorato Ernesto, e quindi che senso ha chiederle se non si è vergognato appena un po', mentre confessava (in prima pagina sul Corriere) di non essere esperto di diritto internazionale, proprio lei che tante altre volte ci ha ricordato quanto sarebbe necessario applicare a scuola un po' di sana meritocrazia. Soltanto a scuola, evidentemente: laddove sulle prime pagine dei quotidiani nazionali è meglio che lo spazio sia riservato a cognomi illustri privi di competenza in materia e addirittura orgogliosi di rimarcarlo, affinché sia chiaro anche al più bue dei lettori che le materie non sono competenza di chi le studia, ma di chi è più lesto a suonare la trombetta del più forte, e ieri il più lesto è stato lei, complimenti: e le auguro una vita lunghissima, non solo perché possa vedere almeno un po' della distruzione e della sofferenza che sta auspicando, ma affinché possa vergognarsi di quel che ha scritto, e non solo domani e dopodomani, ma ogni mattino della sua vita, per miliardi di mattine..."

2018: "Non importa se la maggior parte dei lettori trova ridicola la predella: nel frattempo ci siamo rimessi a parlarne e qualcuno, anche uno su cento, magari non l'ha trovata una cattiva idea. E così, editoriale dopo editoriale, il frustino diventa uno scenario sempre meno improbabile. Soprattutto se nessuno ogni tanto si sobbarca il fastidio di intervenire per far presente che chi suggerisce una cosa così demenziale come un gradino in mezzo a un'aula evidentemente non conosce le normative in fatto di sicurezza – quelle su cui il personale scolastico è tenuto ad aggiornarsi a intervalli regolari. Proporre anche solo per scherzo una cosa del genere non tradisce solo una scarsa conoscenza della scuola contemporanea, ma un po' di tutto il mondo del lavoro..."

2017: "Quello che GdL sta proponendo (una legge che preveda iter diversi a seconda se il soggetto è musulmano o no) si chiama discriminazione su base religiosa: è esplicitamente proibita dalla Costituzione e dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo..."


2011La scocca è la base di tutto, perché rende i luoghi comuni resistenti al senso critico. E dev'essere aerodinamica, nel senso che deve offrire meno attrito possibile agli argomenti contrari. Deve dare l'immagine della coerenza, della logica, della rapidità, così che quando da lontano vedono passare il mio editoriale con tutti i luoghi comuni al posto giusto sulla scocca, tuo papà e tua mamma esclamano: “è tutto chiaro! Non c'è nulla da aggiungere, ha già detto tutto il Professore!”

domenica 3 maggio 2026

Chi chiacchiera sa tutto; chi ha sparato non sa più niente

Ogni popolo probabilmente si ritrova il giornalismo che si merita: i francesi ad esempio grazie a Zola ebbero il "J'accuse". Noi da Pasolini in poi siamo affetti da un genere un po' più stucchevole, che non possiamo che definire "Io so". I nostri opinionisti infatti sanno un sacco di cose, e quando è ora decidono di elencarle senza troppo preoccuparsi di rimandare a fonti o esibire prove. In un "Io so" si è cimentato, pochi giorni fa, Pierluigi Battista: lo scopo manifesto era fornire circostanze attenuanti a Eitan Bondì, perché almeno fino a due giorni fa l'idea generale è che ne avesse bisogno. Aveva preso di mira due manifestanti che indossavano fazzolettoni dell'ANPI, uno lo aveva colpita alla gola; una volta fermato dalle forze dell'ordine, aveva affermato di militare in una "brigata ebraica"; in casa si era scoperto che nascondeva un discreto arsenale. A quel punto, se avesse avuto un cognome diverso (magari un po' arabeggiante), e un incarnato più olivastro, i nostri più pregiati opinionisti non avrebbero esitato ad annunciare la scoperta di una cellula terroristica; ma Eitan Bondì è un ebreo romano, e gli ebrei romani, ci spiega Battista, vivono in un "clima fetente e irrespirabile", nei "bassifondi della disperazione". "Ma io so che chi parla e delira di “gruppi para militari” ebraici è un cialtrone. Io so, e a differenza di Pasolini, ho pure le prove": che sarebbe un finale ad effetto, se seguisse un link alle "prove": invece no, Battista ce le ha ma non ce le fa vedere, e del resto sarebbe difficile riuscire a provare che "l’Anpi non dice mai niente e si arroga il diritto di cacciare gli ebrei dalle manifestazioni del 25 aprile" proprio all'indomani di un 25 aprile in cui tanti ebrei hanno marciato liberamente in mezzo ai manifestanti senza che nessuno ci trovasse qualcosa da dire

Battista non è cognitivamente equipaggiato per rendersi conto che si contraddice da solo: la sua missione sarebbe negare che esiste un "gruppo paramilitare ebraico", e la sua strategia è suggerire una situazione di accerchiamento in cui la nascita di un simile gruppo paramilitare sarebbe perfettamente giustificata... però non esiste! E chi dice che esiste è un cialtrone! Tra le varie cose che Battista sa di sapere, c'è che "dopo il 7 ottobre a Roma hanno sfregiato la targa che ricorda il piccolo Stefano Gay Taché, ucciso dagli eroi anti sionisti nell’ottobre del 1982 davanti al Tempio Maggiore". Già l'associazione tra l'Anpi a un atto di vandalismo è cosa che lascia perplessi, ma Battista va decisamente oltre, definendo "eroi anti sionisti" i terroristi del gruppo di Abu Nidal che uccisero Gay Taché: contribuendo nel suo piccolo a quell'incessante opera di strumentalizzazione che va avanti ormai da quarant'anni su una povera vittima innocente; per Battista tra un commando terrorista eterodiretto e chi grida 40 anni dopo a un corteo "Palestina libera" non c'è poi tutta questa differenza, lui "lo sa" e ha pure "le prove". Prove che non esibirà mai, anche perché si è poi scoperto che non servono.

Eitan Bondi, infatti, non proviene dai Bassifondi della Disperazione. Non respira un Clima Fetente e Irrespirabile. E soprattutto non milita in nessuna brigata ebraica. Lo ha negato recisamente, appena ha potuto parlare con un buon avvocato. Subito dopo non ha più saputo spiegare perché ha mirato in faccia due sessantenni col fazzolettone dell'Anpi. È qualcosa di inspiegabile, assurdo, lo Straniero di Camus. Siamo dunque pregati, anzi intimati, di credere che Bondì andasse in giro senza alcuna motivazione politica con una pistola ad aria compressa (forse modificata, comunque in grado di inferire lesioni gravi) durante una manifestazione antifascista, e senza alcun motivo politico abbia preso di mira due persone che portavano su di sé simboli dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia. E perché no?

La gente fa cose assurde – a vent'anni, specialmente. Bondì la Digos lo conosceva già, ma chissà quanti fascicoli apre la Digos, su quanta gente (ciao agenti Digos). La gente non sa quasi mai spiegare perché combina cazzate, chi più chi meno (i maschi a vent'anni più più che meno). L'assurdità però, per quanto possa avere una sua efficacia in tribunale ("il mio cliente non sa spiegare perché ha preso di mira proprio quelle persone, proprio quel giorno"), rischia di scatenare poi il complottismo, perché chi agisce senza sapere il perché, spesso non sa di essere stato agito da qualcun altro: il fatto che non conosca il senso delle proprie azioni non significa che altri non lo conoscano. Bondì non sembra un matto che spara a casaccio per vendicare irrazionalmente le proprie frustrazioni: perlomeno, se lo fosse, avrebbe usato una pistola vera: magari il fucile a pompa che gli hanno trovato a casa. 

Tutto lascia pensare che Bondì volesse ferire, sì, ma non troppo: e con proiettili non mortali e non tracciabili; probabilmente per ottenere una reazione. Insomma stava provocando, e forse non se ne rendeva nemmeno conto. Forse imitava altre persone che due anni prima avevano lanciato bombe carta sui manifestanti – e lui probabilmente c'era. Bondì stava giocando ad alzare la tensione, e in questo senso ha fallito il segno, i cortei sono andati avanti pacificamente. Ma anche una volta identificato, Bondì non ha rinunciato a muoversi come una pedina di questo specifico gioco: ha reclamato la sua appartenenza a una non specificata brigata ebraica, e si è fatto trovare con un arsenale: il che dovrebbe spingere qualcuno (nella logica della tensione) a pensare: ma insomma, questi fanno sul serio, questi sono armati, armiamoci anche noi.   

Poi è arrivato l'avvocato, e l'approccio è radicalmente cambiato. Per una singolare coincidenza, l'avvocato che ha convinto Bondì di non rappresentare nessuna frangia della comunità ebraica romana... è l'avvocato della comunità ebraica romana. Così almeno ho letto in giro. Però magari mi sbaglio. Non so mica tutto. Anzi non so quasi nulla. Io.

venerdì 1 maggio 2026

I giacigli ai senzatetto

C'è un posto giù in città in cui, mi hanno detto,
un tizio onesto che si dà da fare
procura dei giacigli ai senzatetto:
un letto a chi non l'ha, e può riposare.

Certo, là fuori è ancora ingiusto il mondo:
il povero arricchisce il suo padrone;
tra i due il divario resta assai profondo –
non migliora così, la situazione.

Però... per una notte, un marciapiede
non è il supplizio a qualche poveraccio:
lo sbirro di pattuglia non lo vede,
non lo percuote il vento, o uccide il ghiaccio.

(Ma tu che leggi e ti commuovi, ora,
non andare via, leggi un po' ancora): 

Dicevo, quella notte il marciapiede
non è letto di morte a un poveraccio:
lo sbirro che lo cerca non lo vede,
e invano infuria il vento, e gela il ghiaccio...

...però qua fuori è ancora ingiusto, il mondo:
il povero arricchisce il suo padrone,
tra i due quel solco è sempre più profondo –
No. Non cambia così, la situazione.

(da Brecht)

giovedì 30 aprile 2026

Fiano is fishing for fischi

Ieri mattina Emanuele Fiano aveva tante opzioni davanti a sé, per il suo post mattutino, che tutti ci aspettavamo. 

Avrebbe potuto denunciare l'atto di pirateria compiuto dalla marina israeliana, che ha rapito i militanti della flotilla in acque internazionali. 

Avrebbe potuto tornare sul caso Eitan Bondì, magari stigmatizzando chi nella sua comunità continua a minimizzare (che vuoi che siano quattro o cinque proiettili sparati con una pistola ad aria compressa ad altezza del volto, contro sessantenni che manifestavano con simboli dell'ANPI). 

Avrebbe potuto denunciare quel clima di allarmismo e paranoia senza il quale il giovane Bondì non solo non si sarebbe messo a sparare per strada, né a collezionare armi a casa. Avrebbe potuto chiarire meglio quella cosa che ha ripetuto anche in seguito in tv, ovvero che Eitan si sbaglia quando afferma di far parte della Brigata Ebraica perché... "A Roma la Brigata Ebraica non esiste". Il che ci lascia abbastanza perplessi: invece a Milano esiste? Cioè esistono persone che si definiscono brigatisti ebraici? Da quel che si era capito, esiste un museo della Brigata Ebraica che da anni tenta di valorizzare la partecipazione (tutto sommato marginale) di questa brigata di volontari (non partigiani) sul fronte italiano; esiste senz'altro una manifesta volontà di strumentalizzare quest'esperienza per infastidire i cortei milanesi del 25 aprile esibendo bandiere che somigliano molto a quelle israeliane, quando non sono semplicemente israeliane; ma qualcuno con le stesse insegne almeno fino al 2024 sfilò anche a Roma (e fu da quello spezzone che partirono bombe carta contro gli altri manifestanti, mentre Riccardo Pacifici minacciava una giornalista). Per cui una cosa che Fiano avrebbe potuto fare, ieri mattina, era mettere un po' più in chiaro le cose, come altri stanno facendo. 


Invece ha deciso di scrivere questa cosa , che sembra un tweet ma è stata pubblicata su Facebook, con un hashtag lunghissimo che lascia intendere una vera e propria campagna socialmediatica nei suoi confronti. Insomma, se c'è l'hashtag dev'essere una cosa abbastanza grossa, no? Così uno ci clicca sopra, immaginandosi chissà quale diluvio di antisemitismo nei confronti del povero Emanuele Fiano e...

Non trova niente. Cioè, no, aspetta, qualcosa c'è.

Il post di Fiano. Basta.

Si è scritto l'hashtag da solo?


Concediamo il beneficio del dubbio: magari l'algoritmo di FB – lo stesso algoritmo che mi ignora ogni volta che gli faccio notare un insulto razzista – ha prontamente riconosciuto l'antisemitismo latente in quella richiesta così perentoria, "cacciamoFianodalPd", e ha cancellato tutti gli altri post salvo quello di Fiano, Sarà andata così. E comunque, hashtag o non hashtag, qualcuno senz'altro avrà espresso stamattina la volontà di cacciare Fiano dal Pd, o no? Magari Fiano ha semplicemente drammatizzato la situazione, per esigenze teatrali. 

Come quando disse di avere riconosciuto tra  gli studenti universitari che lo contestavano qualcuno che faceva "il gesto della P38" – un gesto che non c'è in nessuna foto, e peraltro che gesto è? Perché forse davvero negli anni Settanta era un gesto immediatamente riconoscibile, ma già vent'anni dopo non rammento nessuno che lo facesse o lo riconoscesse. Ora gli anni sono cinquanta e gli universitari non necessariamente sanno che la P38 è una pistola.

Oppure come quella volta che in mezzo a una grande manifestazione in solidarietà del popolo palestinese, Fiano trovò uno striscione che non gli era piaciuto e chiese al mondo intero di dissociarsi. Il 25 aprile invece Fiano sfilava con la cosiddetta Brigata Ebraica; e anche se aveva affermato la propria contrarietà a portare bandiere israeliane, queste bandiere erano davvero molto vicine, ad esempio sulle spalle di un individuo impresentabile con cui Fiano discute della necessità di non spostarsi, di restare lì, in attesa che un po' di gente venga spostata o "manganellata" dalle forze dell'ordine. 

Perché a quanto pare è successa questa cosa, che la "Brigata Ebraica" abbia bloccato per tre ore uno spezzone del corteo che non riusciva ad andare avanti. E perché l'ha fatto? Fiano avrebbe potuto spiegare meglio questa cosa. 

Magari in seguito lo farà. Nel frattempo avanzo un'ipotesi: restare fermi in mezzo a un corteo, con bandiere invise al resto del corteo, per una o due o tre ore... non è molto diverso da presentarsi su facebook, di prima mattina, con un hashtag magari inventato, segnalando nient'altro se non la propria presenza a chi non ci trova simpatici. C'è chi in società va a pesca di complimenti: chi si comporta come Fiano va a pesca di insulti. Perché se irrompi su facebook con un post del genere, qualcuno nei commenti che ti vuole veramente fuori dal PD lo trovi. L'hashtag magari è fasullo, ma è senz'altro autoperformativo. 

Allo stesso modo, se ti pianti in mezzo a un corteo – ben scortato dalla polizia – e lo blocchi per due o tre ore, qualcuno prima o poi qualcuno che ti insulta lo incontri per forza. I manifestanti del 25 aprile però devono essere stati straordinariamente permissivi e tolleranti, perché in tre ore tutto quello che Fiano e i suoi compagni sono riusciti a sentire è stata una frase – una sola!: "Siete solo saponette mancate"

Non sono nemmeno riusciti a registrarla, per cui dobbiamo fidarci – come dobbiamo fidarci quando dice di aver visto il "gesto della P38". Dobbiamo fidarci, come quella volta che due sionisti litigarono in un ristorante, se ne andarono senza pagare, ed Emanuele Fiano stigmatizzò il crimine antisemita. Eccetera eccetera. Dobbiamo fidarci perché altrimenti dovremmo pensare che migliaia di persone, il 25 aprile, sono passate di fianco a Fiano e compagnia, li hanno visti sbandierare simboli che ormai rappresentano un genocidio, e hanno fatto finta di niente. Dovrebbero essere davvero stati i manifestanti più civili del mondo. E allo stesso tempo, non ci sarà qualcosa di segretamente antisemita in tanta tolleranza, tanta tacita pietà nei confronti di chi disperatamente cerca di mendicare un insulto, qualcosa che dia un senso alla propria militanza, alla propria identità che esiste soltanto se è accerchiata, minacciata nella sua stessa esistenza, mantenendosi a colpi di allarmismo e paranoia? Forse si fa ancora in tempo a emendare il ddl sull'antisemitismo, ad aggiungere un codicillo: fermo restando che se insulti i sionisti sei antisemita... anche se li ignori, se li costringi a uscire in strada e sbandierarsi in mezzo alla gente, a inventarsi gli hashtag nella speranza che qualcuno si fermi a dirgli qualcosa di brutto, beh, sì, dai, sei antisemita lo stesso. E qualche pallino in faccia te lo meriti, che sia di avvertimento. 



martedì 28 aprile 2026

Gli sposi promossi (in Quarta)


Le abbiamo attese a lungo, le nuove Indicazioni nazionali per i licei: quelle che qualche giornalista sbrigativo continua a chiamare “programmi”. Le abbiamo attese al varco, soprattutto da quando un anno fa, le Indicazioni per le scuole primarie e secondarie di primo grado diedero a molti osservatori la sensazione di un imperioso ritorno all’ordine: alle poesie a memoria, al latino, a una Storia più rigorosamente occidentale, e così via.

Così, quando finalmente abbiamo potuto scorrere le bozze, forse siamo rimasti un po’ delusi. Anche stavolta si ha la sensazione di un documento composito, non solo stilato da mani diverse (com’è giusto che sia), ma da autori che tra loro non sempre dialogano, o forse a un certo punto hanno deciso di non dialogare: non condividono nemmeno l’ortografia. Di spunti interessanti ce ne sono parecchi, ma stavolta ad attirare l’attenzione dei giornalisti è stato lo spostamento della lettura dei Promessi sposi dal secondo anno al quarto. Un dettaglio tutto sommato secondario, ma decisamente in controtendenza rispetto a quanto potevamo aspettarci. Lo stesso Valditara ha messo immediatamente le mani avanti, confessando le sue “perplessità” sulla specifica questione. Le indicazioni (lo dice il nome) non sono obblighi: gli insegnanti possono continuare ad affrontare il romanzo di Manzoni nel momento in cui preferiscono (in teoria potrebbero anche saltarlo del tutto). Ma intorno alle Indicazioni ruota l’editoria scolastica, che trova nell’incessante opera riformatrice dei ministeri un’ottima occasione per giustificare nuove edizioni aggiornate e corrette; e l’attesa dei genitori, che i libri li comprano, e in generale si aspettano che a scuola l’insegnante segua un determinato “programma”, molto spesso tarato sui ricordi delle loro esperienze scolastiche... (continua su Rivista Studio)

lunedì 27 aprile 2026

La Geostoria non è affatto sparita

[Questo articolo è uscito sul Manifesto del 24 aprile]. Addio Geostoria, dunque? Tra le promesse che il ministro aveva annunciato appena insediato, vi era l'abolizione di questa strana materia che forse non è mai nemmeno esistita – un residuo della riforma Gelmini, che non partiva da considerazioni pedagogiche quanto dalla necessità di tagliare un po' di lezioni qua e là, per contenere i costi. Al tempo si era ritenuto che due ore di geografia settimanali nei bienni dei licei fossero troppe, da cui l'idea di levarne una e accorpare l'ora residua all'insegnamento della Storia. Così nacque, all'inizio del decennio scorso, la Geostoria, ovvero (in sostanza) tre ore alla settimana per arrivare in due anni dalla preistoria all'anno Mille – e se avanza del tempo magari offrire agli studenti anche qualche cenno di geografia. Se si considera che i ragazzi che approdano oggi al liceo hanno studiato l'antichità soltanto alle Primarie, è chiaro quanto fosse forte il rischio che la Storia si mangiasse la geografia era molto forte. Ma almeno i libri da comprare si riducevano da due a uno solo, con un po' di risparmio per i genitori. 

Tutto questo finisce a settembre: "la Geostoria scompare". Così almeno sta scritto nel comunicato che annuncia la pubblicazione delle bozze delle nuove Indicazioni nazionali per i licei: dove inoltre si afferma che si tratterebbe "forse" della "novità più attesa dagli addetti ai lavori". Chi poi, tra questi addetti, si è messo effettivamente a leggere le bozze, non ha tardato a scoprire la fregatura – che in effetti era abbastanza prevedibile. 

Nelle nuove indicazioni, infatti, in mezzo a tante belle parole che per la prima volta includono anche considerazioni molto interessanti sull'uso dell'AI – considerazioni così lucide, così ben scritte, che per un momento fanno sospettare che l'AI stia letteralmente parlando di sé stessa – a un certo punto si arriva a una specie di scoglio, uno spigolo che nessuna retorica è riuscita a levigare. Un "monte ore". All'inizio della voce "Geografia", in luogo di un trionfale proemio che saluti il ritorno di questa Cenerentola tra le discipline, si trova questo paragrafo, abbastanza secco: "Nel primo biennio di tutti i percorsi liceali "Storia e geografia" sono due discipline con un proprio assetto epistemologico il cui insegnamento è rimesso ad un unico docente come da ordinamento... Il monte ore annuale complessivo delle due discipline è di 99 ore per ciascuna delle due classi del primo biennio".

Troverete la stessa asciutta formulazione in ogni versione della bozza: in quella del liceo artistico, come in quelle del liceo classico, linguistico, scientifico, eccetera. Ed è l'unica volta in tutto il documento che si accenna a questo dettaglio così pedestre, il "monte ore". Ovvero la quantità di ore da dedicare non più alla terribile Geostoria, ma a Storia e a geografia. Nella pratica poi saranno sempre un po' meno, perché si sa, una settimana c'è un progetto, un'altra settimana c'è una visita d'istruzione, e poi lo scambio, l'autogestione, eccetera eccetera. Ma accettiamo comunque il dato lordo. Le nuove indicazioni ci dicono che lo stesso insegnante dovrà contenere l'insegnamento di Storia e di geografia in 99 ore. Sono tante? Sono poche? Dipende. 

Ma una cosa è sicura: sono esattamente le stesse che l'insegnante aveva quest'anno. Tre alla settimana. 

E dunque insomma sì, il ministro ha abolito la Geostoria: ma con cosa l'ha rimpiazzata? Le ore sono le stesse. L'insegnante è lo stesso. Anche il cosiddetto 'programma', in sostanza, non è cambiato: bisogna sempre portare dalla preistoria all'anno Mille adolescenti che non hanno mai sentito parlare di Socrate e di Traiano. Quello di geografia magari si è un po' rimpolpato, ma nella pratica il tempo per aggiungere concetti non c'è, e quindi siamo al punto di prima. 

Ora, non è che gli "addetti ai lavori" possano sorprendersi più di tanto, ormai. Poteva forse Valditara avesse ripristinare davvero una cattedra di geografia decente, con un monte ore passabile? E con che risorse? Migliaia di ore di lezione in più, di cattedre in più. Laddove se c'è una cosa che abbiamo capito, in questi anni, è che le uniche riforme consentite sono quelle a costo zero. Almeno per le casse dello Stato. 

Per le famiglie, non è detto. Infatti, a ben vedere, un cambiamento c'è. Il prof rimane uno solo, le ore rimangono tre, i programmi più o meno gli stessi. Ma i manuali saranno di nuovo due, invece di uno solo. Ed è facile immaginare che costeranno un po' di più. 

sabato 25 aprile 2026

È stata una bella giornata (anche per chi voleva litigare)

Gazzetta di Modena

Oggi è stata una giornata bellissima, forse la prima davvero calda di quest'anno. Il cielo era limpido e ovunque la gente festeggiava. Mi è capitato di passare da tre città – tutte abbastanza piccole, ma l'Italia è fatta di città piccole, anche se gli italiani non lo sanno. Soprattutto non lo sanno a Roma e a Milano, dove si scrivono per lo più i quotidiani cosiddetti nazionali, che però ormai non si leggono nemmeno a Milano e Roma, quindi perché prendersela. Soprattutto oggi, una così bella giornata. 

Oggi milioni di italiani sono usciti nei parchi, nelle piazze, anche solo nelle strade: hanno mangiato, bevuto, ballato e giocato. Chi si sente libero fa queste cose. Alcuni hanno anche partecipato a manifestazioni, che per la stragrande maggioranza si sono svolte senza intoppi. A volte le autorità sono state contestate – nella mia città è successo, come è normale che succeda, in democrazia. È la prova che siamo liberi, è l'essenza stessa della festa che abbiamo festeggiato oggi.

Certo, su molti giornali 'nazionali' domani non leggerete questo. Leggerete che ci sono state delle contestazioni gravissime. Se poi uno vorrà davvero aprirli, quei giornali, scoprirà che sono avvenute tutte a Milano o Roma, e che hanno coinvolto i soliti quattro gatti con le solite bandiere di una Brigata Ebraica in cui non hanno potuto militare e che hanno deciso di rappresentare: e l'hanno deciso per il preciso, specifico motivo di provocare tutti gli altri manifestanti, che ormai associano alla stella di David il regime sionista e genocida che è al potere in Israele. Ne abbiamo già parlato tante volte, ne parliamo tutti gli anni, ed è proprio questo il punto. Invece di festeggiare, dovremmo tutti gli anni soffermarci su questa cosa minuscola, che succede soltanto in un corteo su cento, in una città su mille. Una minuscola frangia (i sionisti italiani, sempre più arrabbiati e impotenti) di una piccola comunità (gli ebrei italiani, poche migliaia concentrate in alcuni centri) devono assolutamente ottenere quest'attenzione. Tutto intorno, in centinaia di città e comuni, tutti festeggiamo senza accorgercene, ma di questo non si deve parlare. Si deve stigmatizzare chi si è lasciato provocare da loro, che invece di provocare avrebbero un sacrosanto diritto; si deve parlare di loro, del fatto che non hanno potuto sventolare le loro bandiere (che nelle foto sventolano eccome), non hanno potuto marciare dal punto A al punto B come si erano prefissati di fare, del fatto che qualcuno li ha offesi: li ha offesi al punto che non torneranno mai più – e invece l'anno prossimo, vuoi scommettere? Risuccederà tutto da capo. 

Questa cosa, che era noiosa dieci anni fa, adesso è patetica. Soprattutto in una giornata bella come quella di oggi. C'era il sole, c'era un po' d'aria, c'era tutto quello che serviva per stare bene, e dio solo sa quanto ne avremmo bisogno... eh no. Dobbiamo litigare. Dobbiamo litigare per la solita bandierina. Dobbiamo litigare per i soliti quattro gatti che devono avere il titolo sul telegiornale, la foto sulla prima pagina di domani. Poche centinaia di persone, concentrate in una o due città, definitivamente bollite nell'acqua di cottura del loro narcisismo patologico. 

La soluzione sarebbe molto semplice: ignorarli. È pur vero che, quando è successo, è proprio dal loro spezzone che sono partite bombe carta: ma il punto non è tanto ignorarli in manifestazione. Ignorare i giornali che ne parlano, ignorare i tromboni che stavano prendendo fiato da una settimana, che avevano già il pezzo indignato nel cassetto. E ormai mi sembra che siamo a buon punto. Andarsi a mangiare una grigliata, tirare due colpi a un pallone, ballare a un concerto; e lasciarli intanto al loro brodo, a leggersi e indignarsi a vicenda. In attesa che nella Gaza Riviera siano pronti quegli attici vista mare in cui andranno a godersi la pensione. 

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